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    Salvadori – La storia d’Italia e la crisi europea




    di Giuliano Parodi – In “Mondoperaio”, maggio 2019, pp. 90-92


    È stata la recente tornata europea che ha spinto Massimo L. Salvadori a stendere una storia d’Italia dall’Unità ad oggi[1], un manuale nel senso nobile del termine: chiaro, puntuale, documentato, sintetico e di immediata consultazione. È già dal sottotitolo che comprendiamo il taglio dell’opera, anche se nazione può essere termine impegnativo per gli italiani (volendo continuare a dar ragione a D’Azeglio): a meno che non sia termine adoperato in modo generico per Stato o altro ancora, così come il 2016 può essere semplicemente l’anno in cui l’autore decide di fermarsi o può venir inteso come l’anno della fine del governo Renzi e quindi di un riformismo sostenibile, una volta sconfitti entrambi dal referendum del 4 dicembre. L’attuale crisi europea trova conferma per Salvadori nella storia così diseguale e disomogenea dei singoli Stati che la compongono, ognuno gravato da vicende recenti e passate che da sole spiegano la difficoltà se non l’impossibilità di una compiuta federazione, e non, allo stato dell’arte, di una affaticata confederazione. E la visione continentale sembra riprodursi, per quanto ci riguarda, nel cammino tormentato dell’Italia, dalla sua formazione ad oggi: per cui buona cosa sarebbe applicarsi allo studio dei singoli Stati per comprendere la situazione dell’Europa di oggi.
    Venendo quindi all’Italia, il vizio di origine, il peccato originale che ci accompagna va trovato nella discordia costitutiva del processo risorgimentale, testimoniato dalla totale estraneità fra il progetto mazziniano (che ha per primo parlato di unità nazionale) e la realizzazione cavouriana. Nascita, condizione, formazione, cultura separano irreparabilmente le due menti principali del nostro Risorgimento: praticamente coetanei (Mazzini più anziano di cinque anni), appartengono ugualmente a due mondi diversi. Salvadori però si limita a rilevare tale disgrazia e non intende trarne funeste conseguenze per la storia di un paese in cui, costantemente, l’indicazione di una “altra Italia” possibile ha segnato la storia delle generazioni: dal Risorgimento come “rivoluzione mancata” di gramsciana memoria, via via all’anarchismo insurrezionale, al socialismo massimalista, al frontismo filo-sovietico, al terrorismo; e poi, dismesse le ideologie, al leghismo, al berlusconismo e al grillismo, sempre alla ricerca di una palingenesi, sempre in una prospettiva anti-sistema e mai disposti a muoversi dentro uno spazio condiviso per realizzare, all’interno di una cornice comune, idee, proposte e obiettivi.
    E non sono forse responsabilità di tale prospettiva le “tre guerre civili”, così definite dall’autore (la quarta rottura, riguardante il 1992-94, non arriva a tanto), che accompagnano l’unità dalla sua origine ai rovesciamenti traumatici di regime, vale a dire il brigantaggio e le crisi del 1919-22 e del 1943-45? Momenti drammatici tramite i quali Salvadori preferisce rilevare la costante sconfitta della sinistra, prima quella democratico-repubblicana, poi quella sociale. Una volta fatta, l’Italia sconta ulteriore fratture costitutive, quali la profonda disomogeneità nord/sud, la presenza di un partito-Stato che non genera la necessaria fusione Stato/nazione e l’opposizione Stato/Chiesa fino al fascismo, per poi subire l’ingerenza della seconda nella vita nazionale: si tratta di disfunzioni che continuano a pesare sul paese perché mai risolte e forse irrisolvibili.
    D’altra parte la storia profondamente riversa fra un sud unificato in regno da dinastie straniere fin dai Normanni (seppure con due teste, Palermo e Napoli) e un nord repubblicano e localista separato dallo Stato della Chiesa – diversità puntualmente emersa nel referendum del 1946 – sarebbe stata difficilmente sanata da una repubblica democratica che chiamasse al voto un popolo di analfabeti. Forse ci sarebbe riuscita una monarchia illuminata – non certo quella sabauda – che avesse messo mano alle terre, come perfino in Russia in quegli stessi anni si tentò di fare, senza dover attendere il 1950 e la Repubblica per una riforma agraria. Quanto alla “integrazione delle masse” tentata ma non riuscita (in realtà una necessità forse solo intuita) da Giolitti, porta in sé il germe del tracolo del regime liberale, incapace di riformarsi. Salvadori al riguardo è netto: Giolitti, nonostante sia il più “britannico” dei nostri premier, fallisce nell’ottimizzazione del liberalismo: ma è un fatto che destra (Sonnino, Salandra) e sinistra liberale (Zanardelli, Giolitti) non riescano – o non vogliano – fondare due partiti, preferendo una gestione trasformistica che permetta purchessia di mantenersi al governo del paese.
    Una presa d’atto delle importanti differenze interne, una volta superata la “crisi di fine secolo”, avrebbe permesso ai liberali di avviare quell’alternanza al governo che sola può perpetuare il sistema. Invece, fallite le cooptazioni prima dei socialisti e poi dei cattolici, i liberali giunsero sfiniti alla prova del nove del suffragio universale e del sistema proporzionale, che consegnò ai fascisti un paese ingovernabile.
    Salvadori, invece, preferisce definire trasformisti Crispi e Mussolini, perché passati disinvoltamente dalla sinistra alla destra, tradendo gli ideali della sinistra democratica e di quella sociale: spostando così il trasformismo (evocato per primo da Depretis) da tecnica parlamentare per il mantenimento del potere a condizione per arrivarci. Ora, l’individuazione di Crispi come proto-nazionalista è da tempo sostenuta dalla critica storica e il suo autoritarismo di marca bismarckiana potrebbe risultare l’anticipazione tardo-ottocentesca della dittatura di massa fascista. Detto ciò, sarebbe forse il caso di riflettere sul giacobinismo di fondo della sinistra risorgimentale, non meno autoritaria della destra anche se promotrice del concorso popolare; in questo modo il crinale fondamentale si sposterebbe dalla classica distinzione destra-sinistra in quella più intrigante e problematica fra liberalismo e regimi illiberali che consegnerebbe l’Italia comunque a questi ultimi. Ennesima prova sarebbe il fatto, spesso dimenticato ma non da Salvadori, che non solo l’intervento del ’15 ma la stessa campagna di Libia fu decisa fuori dal Parlamento: dimostrando come lo Statuto albertino premiasse il potere esecutivo ben prima che lo ereditasse e lo gonfiasse il fascismo.
    Viene invece giustamente sottolineato il carattere anti-partitico e anti-politico del Mussolini sansepolcrista: a riprova che il movimentismo finisce, questo sì regolarmente, ad interpretate una politica di destra, reazionaria più che conservatrice e quindi intimamente eversiva, tesa a rovesciare il progressismo debole delle forze al potere. Si può così sostenere che Berlusconi, Grillo e Salvini non avrebbero inventato nulla, ferme restando le profonde differenze fra i tre: mentre Renzi (spesso accusato dalle anime belle del Pd e non solo di far parte della cricca populista), diciamo noi, ne risulterebbe assolto, avendo tentato di interpretare un riformismo forte per salvare la barca dalla deriva attuale.
    Salvadori abbraccia l’opposizione liberale/illiberale quando giudica i tre grandi regimi totalitari della prima metà del secolo scorso, abbandonando quindi la logica destra/sinistra che terrebbe separato il nazi-fascismo dello stalinismo comunista. Attento all’etimologia stessa del totalitarismo, l’autore promuove a pieni voti lo stalinismo, per via del collettivismo, boccia come peggiore il fascismo, a causa di monarchia e Chiesa, e pone il nazismo in posizione mediana fra i due. Il mantenimento più o meno negoziato col capitalismo (come si illuse di fare anche il fascismo con il corporativismo) non permetterebbe quindi il totalitarismo perfetto del comunismo o capitalismo di Stato, con buona pace di meriti e bisogni di marxiana memoria. Pervenuto al secondo dopoguerra, Salvadori affronta senza patemi o esitazioni la questione della Costituzione repubblicana: non si avventura in giudizi di merito ma ne individua con lucidità i vizi costitutivi. Al di là delle inevitabili e necessarie diverse prospettive politiche, una Costituzione deve nascere da un’esigenza comune e da un accordo di massima che ammetta l’esistenza delle suddette differenze: l’antifascismo non fu il collante sufficiente perché ciò potesse avvenire; pertanto si impose la scelta di attribuire alle singole istituzioni poteri limitati e deboli, non tanto e non solo per il timore di un possibile ritorno di una dittatura, quanto per il sospetto fra i partiti. La guerra fredda condizionò quindi costantemente il lavoro dei costituenti, impedendo il varo di una Costituzione liberale, che poggiasse necessariamente sulla completa legittimazione dell’anniversario politico. A fronte di un’analisi così fredda e spassionata non servono ulteriori osservazioni, mentre una lettura del genere, difficilmente confutabile, va consegnata fra le braccia di coloro che solo tre anni fa si sono erti a difesa di una carta necessariamente compromissoria, che va salvata sul piano storico ma decisamente rivista sul piano politico-istituzionale.
    Fu quindi la situazione internazionale ad imporre il terzo sistema politico bloccato, dopo la dittatura fascista e il regime liberale che, non figliando due partiti, si presentava come insostituibile: il 18 aprile 1948 la Dc si presentava come il terzo partito-Stato, ancora una volta insostituibile al governo del paese e destinato a starne alla guida per mezzo secolo. Promosso il “riformismo dall’alto” del centrismo degasperiano (riforma agraria, Cassa per il Mezzogiorno e piano-casa), che pose le condizioni del successivo miracolo economico, detto della inevitabile ambiguità del Pci di Togliatti, che propose tatticamente la “democrazia progressiva” ma guardava ad un’eventuale alternativa di sistema nel caso la situazione internazionale lo consentisse, Salvadori si sofferma su Nenni. Superati gli anni del frontismo, rinunciato alla politica morandiana che intendeva sfidare il Pci sul suo stesso terreno politico-organizzativo, Nenni matura la svolta autonomistica, abbandona lo stalinismo (denunciato dallo stesso Pcus al suo XX Congresso del ’56), critica l’intervento di Kruscev a Budapest e si incontra con Saragat, nell’ipotesi di una riunificazione socialista (dopo la scissione di palazzo Barberini del ’47) per un programma di governo riformista.
    Queste iniziative assumono valore programmatico al 32° Congresso del Psi, nel febbraio 1957, con la proposta di una “alternativa politica e di governo” che dava corpo e senso ad una partecipazione socialista alla formula di centro-sinistra avviata dalla Dc di Fanfani e Moro alla ricerca di una maggioranza parlamentare che garantisse governi stabili sulla quale già dalla II Legislatura non si poteva più contare. Spostando l’asse della politica italiana più a sinistra si poteva sperare nel progressivo prosciugamento del Pci a favore dei socialisti in vista di un’alternanza di governo fra la Dc e i partiti laico-socialisti: era il progetto che prendeva debolmente corpo un quarto di secolo dopo, sotto la guida di Craxi: forse l’unica possibilità teorica di portare il paese alla democrazia liberale i cui contorni son rimasti sempre fortemente labili e confusi.
    Anche a questo riguardo però Salvadori non perde il profilo del cronachista di vaglia e non va oltre la descrizione puntuale dei fatti: l’aut-aut al governo Moro nell’estate del ’64, il fallimento del Psu (avviato nel ’66 e terminato nel ’69), che non riesce ad essere in Italia il corrispettivo della socialdemocrazia tedesca o del laburismo inglese; quindi la voragine del ’68 e degli anni ’70 che sprofondano il paese in una crisi drammatica culminante con l’assassino di Moro. Col senno di poi si potrebbe leggere in controluce al fallimento socialista la fotografia dell’Italia intera: anche di quella attuale, pronta ad affondare sistematicamente qualsiasi tentativo di costruire il confronto politico nazionale nella contrapposizione fra una destra e una sinistra liberali. Il fatto poi che questo schema risulti ormai in crisi negli altri paesi che ne hanno beneficiato per decennio non ci promuove affatto all’avanguardia del mondo occidentale come eventuali apripista, ma serve a metabolizzare una debolezza che continuerà a renderci ingovernabili.
    Quanto alla solidarietà nazionale, Salvadori nota come il rapporto Moro-Berlinguer richiami quello Giolitti-Turati, dato che il centro politico governante si logora al potere senza la possibilità di un’alternativa che non sia anche di sistema e tenta quindi la strada del consociativismo, attraverso la cooptazione di una forza coinvolgibile alle responsabilità di governo. Il fatto poi che la “questione morale” sollevata da Berlinguer, una volta sconfitto il compromesso storico, desse alla magistratura la copertura politica necessaria per avviare la stagione di mani pulite e che da allora il malvezzo di fare politica per via giudiziaria sia un’altra peculiarità del nostro paese non viene affatto rilevato. Eppure si è trattato di un metodo profondamente eversivo, perché da un lato faceva sospettare l’esistenza di una magistratura politicizzata (quanti giudici in politica grazie ad inchieste che hanno fatto rumore), e dall’altro, specularmente, colorava l’intera classe politica come tendenzialmente criminale: a dimostrazione che anche le migliori intenzioni, ammesso e non concesso che lo siano state, se condotte con scarsa consapevolezza istituzionale possano favorire i danni che sono sotto i nostri occhi.
    Una volta archiviata la “repubblica dei partiti” di scoppoliana memoria Salvadori nota che, una volta normalizzato il Pci (divenuto, diciamo noi, il principale difensore dell’ “ancien regime”, quindi tecnicamente un partito conservatore), per germinazione spontanea emergono nuove forze anti-sistema (Lega, Forza Italia, M5s), a cui Salvadori associa anche Renzi come ultimo “uomo della provvidenza” (giudizio su cui abbiamo già dissentito), dato che Salvini era ancora di là da venire.
    Mali antichi, come si vede e non ancora superati, per la mancanza di un’analisi sufficientemente spregiudicata. Anche Salvadori, del resto, non nasconde il suo pessimismo: individuando nella criminalità organizzata (frutto del perdurante gap nord/sud), nella gigantesca evasione fiscale (tollerata come prezzo del consenso), nell’impossibilità di dar corpo a programmi politici sia di destra che di sinistra e nell’emersione di forze politiche anomale (Forza Italia, M5s) i mali fondamentali della nostra Repubblica: mali che rendono stabilmente precario il sistema, provocando quella diffusa disaffezione che può farlo infine implodere in una crisi traumatica.


    [1] M. L. SALVADORI, Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016, Einaudi, 2018.
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    Emilio Gentile – L’esperimento totalitario




    di Danilo Di Matteo – “Mondoperaio”, maggio 2019, pp. 87-89.


    Occorrerebbe avere più spesso l’umiltà di studiare e di affrontare letture impegnative e rigorose, come il libro di Emilio Gentile sul fascismo e il totalitarismo[1]. Ormai è un classico della storiografia, di cui la casa editrice Carocci propone una nuova edizione. Un volume che mostra un non comune equilibrio fra la ricerca storica e l’interpretazione dei fatti.
    I primi a usare i vocaboli “totalitario” e “totalitarismo” per indicare la tendenza del nuovo movimento e del nuovo regime al monopolio del potere furono, già fra il 1923 e il 1925, alcuni rappresentanti dell’antifascismo: memorabili restano al riguardo gli scritti di Luigi Sturzo. Di tali parole il fascismo si appropriò subito, giungendo a ostentarle. Eppure, per ironia della sorte, ancor oggi è diffusa l’idea che esso totalitario non fu, trattandosi piuttosto di un tradizionale regime nazionalista autoritario e di una dittatura personale. Da qui la sua rappresentazione caricaturale, quasi da barzelletta: alla fin fine, secondo tale lettura, al di là dei proclami e della retorica del tempo, più che di fascismo si trattò di mussolinismo, e caduto il duce crollò tutto come un castello di carta.
    Di altrettanta fortuna gode l’immagine del regima fascista come totalitarismo imperfetto o incompiuto. Imperfetto a motivo della subordinazione del Partito nazionale fascista allo Stato allora esistente, al vertice del quale vi sarebbe stata la diarchia costituita dal re e dal duce, e a motivo della forza e dell’autonomia della Chiesa cattolica e dell’esercito.
    Fra le cause di fondo di tali modi di intendere quel periodo l’autore indica il numero incredibilmente piccolo di studi dedicato al Pnf: una lacuna grave, a cui il libro contribuisce a rimediare. Viene innanzitutto sottolineato il suo carattere originario di partito-milizia, di partito armato: “La decisione di dare al movimento dei Fasci di combattimento l’organizzazione di partito fu presa, come è noto, da Mussolini nell’estate del 1921, quando il fascismo, da fenomeno urbano di esigui gruppi, era diventato, con una crescita tumultuosa, un grosso aggregato di massa, composto in larga parte di ceti medi rurali”.
    Ed ancora: “L’ideologia del movimento fascista era anti-ideologica ed esprimeva soprattutto uno stato d’animo, un atteggiamento attivista verso la vita, uno spirito di rivolta contro l’ordine esistente e un’aspirazione giovanile al nuovo e al cambiamento, con una confusa mitologia nazionalista e rivoluzionaria […] Proponendo la costituzione del partito fascista, Mussolini intendeva dare alla nuova ed eterogenea massa dei fascisti la stabilità di una organizzazione fondata sull’ordine, la gerarchia e la disciplina”., imponendo loro la sua figura di “capo del fascismo”.
    Ciò suscitò l’ostilità dei capi dello squadrismo provinciale, come Dino Grandi, Roberto Farinacci, Italo Balbo, Piero Marsich. Al congresso di Roma (novembre 1921) la proposta di dar vita al Pnf fu comunque approvata quasi all’unanimità, pur permanendo fratture profonde. Il ruolo delle “squadre d’azione”, in tale fase, non fu mortificato, tutt’altro: “Il legame fra squadrismo e partito fascista era inscindibile: quando il governo Bonomi, nel dicembre 1921, manifestò il proposito di sciogliere i ‘corpi armati’, il segretario del Pnf, Michele Bianchi, avvertì minacciosamente che prima di sciogliere le squadre bisognava dichiarare fuori legge il partito fascista”. Come dire “siamo pronti alla guerra civile”.
    Tale partito-milizia era radicalmente diverso rispetto ai partiti di massa tradizionali. Esso agiva apertamente in una democrazia liberale (o meglio: in un sistema liberale che stava divenendo liberaldemocratico), disprezzandone le leggi e “utilizzando le sue istituzioni per distruggerla”. La sua strategia “combinava insieme politica parlamentare e politica terroristica”. Come scrisse proprio Balbo nel suo diario del 1922, “disprezziamo il Parlamento, ma dobbiamo servircene”.
    Il Pnf, inoltre, “proclamandosi non organizzazione di parte”, bensì “milizia volontaria al servizio della Nazione”, pretendeva pubblicamente di porsi al di sopra della legge. In tal periodo, infatti, il mito principale del fascismo era ancora la nazione, non lo Stato. Il partito fascista si arrogava non a caso il diritto di distinguere gli italiani (e i soggetti politici) in “nazionali” e “antinazionali”. In un discorso a Milano del 4 ottobre 1922, ad esempio, Mussolini “dichiarò che lo Stato fascista non avrebbe concesso la libertà a tutti i cittadini”, come faceva quello liberale, “ma avrebbe distinto gli italiani in tre categorie: gli indifferenti, ‘che rimarranno nelle loro case ad attendere’; i simpatizzanti, ‘che potranno circolare’; i nemici, ‘e questi non circoleranno’”.
    Cosa accade dopo la marcia su Roma e dopo il delitto Matteotti? Interessante a tal riguardo è l’analisi proposta da Ignazio Silone, che scorgeva il “piano Farinacci”, volto al predominio del partito, e attraverso di esso della piccola borghesia, e il “piano Federzoni”, volto a liquidare politicamente il Pnf, ormai inutile, o ad assegnarli semplicemente un ruolo di supporto propagandistico rispetto al governo. E in effetti Farinacci, segretario del Pnf dal febbraio 1925 al marzo 1926, “poneva il partito e il governo su un piano di parità formale”, provando così a “garantire la piena autonomia del Pnf nei confronti del governo di Mussolini”. Luigi Federzoni, dal canto suo, espressione dei nazionalisti (confluiti nel Pnf agli inizi del 1923) e ministro degli Interni dal giugno 1924 al novembre 1926, ostacolò la “politica del partito” del ras di Cremona, contrastandone l’influenza sul governo.
    Enrico Corradini, in alcuni appunti personali, così sintetizzava la posizione dei nazionalisti: “Meno Fascismo e più Italia, meno Partito e più Nazione, meno Rivoluzione e più Costituzione”. Più in generale, poi, il quadro politico era attraversato dalla tensione fra “fascismo autoritario” e “fascismo totalitario”. Mentre il primo “considerava il sistema realizzato fra il 1925 e il 1929 uno Stato definitivo” e compiuto, per il fascismo totalitario di trattava “soltanto di un primo stadio verso la costruzione di uno Stato integralmente fascista”. Una “fase di compromesso”, da superare in vista della completa fascistizzazione della società, della piena integrazione delle masse nello Stato in nome dello “Stato nuovo”, “di cui il ‘regime chiuso’ degli anni venti era solo la rudimentale ossatura”.
    Gentile sottolinea l’accelerazione totalitaria degli anni trenta (preferendo tale espressione a quella di “svolta totalitaria”, proposta da Renzo De Felice), caratterizzata dalla “definizione ideologica dello Stato totalitario”, dall’ “ampliamento sistematico delle forme di organizzazione e di mobilitazione delle messe” e da una “crescente espansione della presenza del partito nella società e nello Stato”, con “riforme che mutarono sostanzialmente l’antica costituzione del regno”. Tutto ciò non poteva non creare tensioni e conflitti fra lo Stato e il Pnf: paradigmatici quelli fra il prefetto (e dunque il ministero dell’Interno, in particolare il sottosegretario a capo del sistema prefettizio) e il “federale” (il segretario provinciale del partito).
    Augusto Turati (segretario del Pnf dal marzo 1926 all’ottobre 1930), che pure interpreta la politica di subordinazione del partito allo Stato, accrescendo nel contempo la presenza del Pnf nella vita pubblica, propone di unificare la carica di segretario del Pnf con quella di sottosegretario all’Interno. Il duce non è d’accordo e il segretario viene dimesso. Il suo successore, Giovanni Giuriati, il quale crea tra l’altro i Fasci giovanili di combattimento per i giovani dai 18 ai 20 anni, dopo appena un anno torna a denunciare l’insostenibilità del “dualismo” fra prefetto e segretario federale e si dimette a sua volta. Una precisazione s’impone: la circolare di Mussolini del 7 gennaio 1927, che riafferma con decisione che il prefetto è la più alta autorità della provincia, ha “in realtà un significato propriamente totalitario”, decretando “anche la subordinazione degli organi dello Stato al regime fascista”: il prefetto diventa prefetto fascista. Egli deve, fra l’altro, “procedere alle epurazioni che si rendono necessarie nella burocrazia minore e indicare al Partito e agli organi responsabili del Regime gli elementi nocivi”.
    E che dire degli otto anni della segretaria di Achilla Starace, in carica dal 7 dicembre 1931 al 29 ottobre 1939? In quel periodo il Pnf e le organizzazioni a esso sottoposte attuavano la propria “strategia di espansione” in ogni ambito della vita sociale, familiare e individuale degli italiani. Un partito ipertrofico controllava ad esempio l’accesso al mondo del lavoro. Imporre lo “stile fascista” diventa un’ossessione. Il partito diveniva il “Grande Pedagogo” e prendeva più che mai corpo il “mito dell’organizzazione”, che con un gioco di parole solo apparente corrispondeva alla “organizzazione del mito” e dei miti del fascismo: il mito del duce, innanzitutto, quello dell’ “uomo nuovo”, dei “nuovi italiani” e delle “nuove italiane”, fino alla “riforma del costume”. A ciò corrispondeva, è vero, lo “svuotamento politico” del partito: non era quella la sede autentica delle scelte e delle decisioni. Ma nel contempo diveniva realtà lo Stato-partito, una simbiosi piena fra il Pnf e lo Stato, con il segretario del Pnf che, in quanto tale, era “ministro segretario di Stato”. Per non dire del Gran Consiglio del Fascismo, fra le maggiori espressioni della simbiosi.
    Fortissimo, del resto, era il nesso fra il partito e il duce: se negli statuti del Pnf del 1926 e del 1929 “il duce figurava ancora come il primo gerarca del partito”, in quello del 1932 egli fu posto al di sopra del partito, mentre in quello del 1938 “fu indicato esplicitamente come ‘capo del partito’”. E nella legge del 1939 che istituiva la Camera dei Fasci e delle Corporazioni compariva l’espressione “Duce del Fascismo”, Capo del Governo”: ecco, sostiene l’autore, al di là delle esagerazioni, talora risibili, e degli aspetti da barzelletta, il Pnf di Starace forse si preparava a raccogliere, un giorno, l’eredità di Mussolini.
    Gentile, poi, getta un po’ di luce sull’azione e sulle idee di Adelchi Serena, segretario del Pnf dal 30 ottobre 1940 al 31 dicembre 1941. La sua politica della “organizzazione capillare” e del “coordinamento funzionale” – e soprattutto l’istituzione dell’Ufficio studi e legislazione, volto all’elaborazione giuridica e dottrinale – provavano a dar corpo all’idea della “rivoluzione continua”: al tentativo, cioè, di completare l’edificio totalitario restituendo al partito un ruolo politico di primo piano, raccogliendo in tal modo le spinte provenienti dai giovani fascisti.
    Già nel periodo fra le due guerre, del resto, vari studiosi avevano colto le analogie fra i regimi a partito unico: quello bolscevico, quello fascista e quello nazista. Al di là delle differenze storiche e ideologiche (non si tratta di rami di un’unica pianta, sostiene Gentile), ad accomunarli è il fatto di rappresentare laboratori totalitari, in fase più o meno avanzata. Il totalitarismo, infatti, andrebbe concepito non come un sistema del tutto definito e neppure come obiettivo in sé di questo o quel movimento, bensì come un esperimento in corso, caratterizzato da una serie di elementi e di tendenze: la politicità integrale dell’esistenza individuale e collettiva, una sorta di religione politica volta a “costruire” un “uomo nuovo” e una “nuova civiltà”, il controllo delle coscienze e della masse, la completa corrispondenza fra la società e lo Stato nuovo totalitario. A escludere il fascismo dai totalitarismi, sulla base di una conoscenza assai parziale della realtà italiana, fu Hannah Arendt, nel 1951, con il libro Le origini del totalitarismo. Ella sosteneva che dei regimi totalitari colpisce la natura non monolitica: e ciò riguarda di certo anche quello fascista. Quanto al “terrore” come “vera essenza” della forma di governo totalitaria, si potrebbero muovere tante obiezioni.
    L’esperimento che contrassegnò la vita italiana al totalitarismo promuoveva la partecipazione e la politicizzazione delle masse secondo un’accezione illiberale di tali concetti; al contrario, stando ai canoni liberaldemocratici, le depoliticizzava e ne impediva la partecipazione alla vita pubblica: a riprova dell’importanza della prospettiva in considerazione del genere. E Gentile non manca di sollecitare un dibattito sull’eredità del fascismo nell’Italia repubblicana, sottolineando soprattutto ciò che ebbe a dire Giuliano Amanto nel 1993 a proposito della morte di “quel modello di partito-Stato che fu introdotto in Italia dal fascismo e che la Repubblica aveva finito per ereditare limitandosi a trasformare il singolare in plurale”.




    [1] E. GENTILE, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel regime fascista, Carocci, 2019.
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    Mughini – Il rinnegato Giampiero





    di Antonio Salvatore – “Mondoperaio”, maggio 2019, pp. 84-86


    Sulla parete di fronte alla scrivania sulla quale abitualmente scrivo campeggiano le immagini di un poster incorniciato della biblioteca londinese di Holland House, distrutta durante la seconda guerra mondiale in seguito a un bombardamento dell’aviazione nazista. In mezzo alle macerie, sotto travi crollate e camminando su antichi volumi sbrindellati, si aggirano tre lettori avvolti in lunghi cappotti, intenti a compulsare – come se alcuna bomba fosse caduta – meravigliosi tomi rilegati in pelle. La stessa immagine appare – parzialmente riprodotta in una gamma cromatica alternante strisce gialle, arancioni e viola, con, sulla destra, solo uno dei lettori (la cui figura allampanata assomiglia in maniera impressionante a James Joyce) – sulla copertina di un libro di Giampiero Mughini[1]. Inevitabile fu, per me appassionato bibliofilo (segnatamente, del Novecento), acquistare il libro: per la copertina, per il titolo, per il contenuto.
    Nel volume, l’autore tesse “un elogio religioso del libro”, o meglio di “libri rari e poco conosciuti in un’epoca in cui sembra non esservi più posto per un oggetto che pure è stato tra più perfetti mai creati dell’uomo”. Un altro motivo che mi spinse all’acquisto fu che, di Mughini, avevo anche letto, qualche anno prima, La stanza dei libri – Come vivere felici senza Facebook Instagram e Followers (Bompiani, 2016). Entrambi i testi trattano del piacere e della passione derivanti dallo sfogliare quelli che Jorge Luis Borges aveva definito “prismi a sei facce” e della necessità di mantenere in vita quel rapporto profondo e riflessivo tra noi e questi oggetti che fanno letteralmente parte della nostra vita e del rifiuto di cedere completamente a quel “sapere liquido che scorre incessantemente sui nostri schermi”: cioè l’abuso delle moderne tecnologie.
    Non potevo, allora, debitore di tanto godimento intellettuale, non leggere anche l’ultimo libro di Mughini[2], uscito in libreria alla fine del mese di aprile. Dopo averlo letto – meglio sarebbe dire “divorato” – in due o tre giorni, credo di poter affermare che la copertina del lettore intento a contemplare, tra le macerie, i dorsi degli antichi e venerandi tomi sarebbe stata più adatta a questo ultimo libro. Questo a causa del contenuto politico (intesa l’espressione nel significato più nobile) delle vicende in esso trattate, e perché nel volume non solo sono accolte intense riflessioni sull’amore per i libri e in generale, per la carta stampata che si trovano nei volumi in precedenza pubblicati. Fosse stato così, l’immagine bellica sarebbe risultata davvero banale, limitandosi a ben rappresentare l’attuale situazione di degrado umano e culturale per cui – come si legge nell’aletta di copertina – i libri, soprattutto quelli rari, assomigliano davvero a “cavalieri che vanno alla carica, disperata a inane, contro il fuoco battente dell’artiglieria digitale”.
    No: la copertina, per la sua elevata carica simbolica (che va al di là del contenuto iconografico) era particolarmente adatta a Memorie di un rinnegato per quanto vi è ulteriormente raccolto: vale a dire l’intrigante (e meritevole di essere conservato e tramandato) racconto di “squarci” ed episodi di vita che hanno accompagnato l’autore, all’interno e fuori dalle redazioni (e anche, per un certo periodo, negli studi televisivi) nel corso della propria esperienza umana e intellettuale. Ma soprattutto per il fatto che le “macerie” della fotografia possono ben rappresentare ciò che resta dell’ideologia per così dire “organicista” comunista (inteso, il termine, nel senso il più possibile contrario e antitetico a “riformista”), mentre il solitario lettore altro non rappresenta se non un “ircocervo” socialista-liberale (o liberal-socialista).
    Tra le prime riflessioni merita ricordare quelle sul ruolo e sulla funzione di quotidiani e settimanali: per cui oggi i primi hanno, di fatto, il contenuto che i secondi avevano un tempo (neppure troppo lontano), essendo stati i quotidiani resi obsoleti dalla velocissima informazione offerta dalle testate online. Insigni riviste come Panorama e L’Espresso, osserva l’autore, ormai sono morte “da tempo e restano in vita (fino a quando?) pur di continuare a pagare lo stipendio a bravi giornalisti trentenni o quarantenni che ci lavorano, e che non avrebbero dove andare se le due testate un tempo regine chiudessero i battenti”.
    Tra gli squarci di vita di cui si parlava sopra, alcuni riguardano anche la rivista che tenete tra le mani (o che, molto più probabilmente, state leggendo sullo schermo di un pc), che aveva conosciuto un momento di particolare fulgore sotto la direzione di Raniero Panzieri, attorno al 1956, anno in cui si verificarono i fatti di Ungheria: durante i quali, mentre Palmiro Togliatti “pronunciava a Montecitorio il terrificante elogio dell’impiccagione da parte di russi di Imre Nagy (il capo dell’insurrezione ungherese), era stato il Psi di Pietro Nenni a spezzare la crosta staliniana che faceva da gabbia alla sinistra italiana”: una “crosta” che perdurò per tutti gli anni Settanta, quando lo scontro fu tra liberalsocialisti e gli “intellettuali organici” del Pci.
    Nel libro si parla della collaborazione dell’autore a Mondoperaio, condivisa con quella a Paese sera: e ne risulta un’interessante illustrazione della vita nelle redazioni di questi giornali (“alla mattina bazzicavo la casa socialista, al pomeriggio lavoravo in un giornale comunista che fingeva di non esserlo al cento per cento”). In quel periodo, informa l’autore, Mondoperaio mutò i rapporti di forza con la stampa “organicista” del Pci, arrivando a vendere oltre ventimila copie a numero, “una cifra esorbitante per un mensile politico, per giunta marchiato da un’appartenenza partitica”: per concludere che “a leggere come noi liberalsocialisti malmenavamo il loro amato Lenin, molti degli intellettuali organici del Pci digrignavano i denti”. Ampio spazio è dedicato, nel volume, alle riunioni di redazione con Federico Coen, Luciano Vasconi, Luciano Cafagna, Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo, Gino Giugni e Federico Mancini, Ernesto Galli della Loggia, Francesco Forte, Claudio Martelli (“uno che dieci degli attuali dirigenti grillini non basterebbero a pareggiarne la statura intellettuale”), e al contrasto strenuamente opposto all’egemonia comunista negli ambienti intellettuali, nei salotti alla moda e nei giornali che si autoproclamavano “progressisti”.
    Nel libro ricorre spesso la parola “revisionismo”, che appariva sulla copertina di un Quaderno di Mondoperaio del 1975, Il revisionismo socialista, scritto dall’autore “dopo le elezioni del 1972”, allorché si era “raschiato di dosso la muffa gauchiste”. Si trattava di un’antologia ragionata dei protagonisti di quel revisionismo: di una cultura “che offriva finalmente i temi e le occasioni di una politica riformatrice a misura di una moderna società industriale”. L’autore narra l’episodio della presentazione di quel Quaderno, in vista della quale il Pci aveva ingaggiato due “pezzi da novanta” (Gerardo Chiaromonte e Alfredo Reichlin), mentre i socialisti erano rappresentati da Fabrizio Cicchitto. Si narra dell’atteggiamento rude e tranchant tenuto da Craxi (nei confronti del quale l’autore non nasconde la propria ammirazione), arrivato dopo un’ora e mezzo di dibattito, e dell’intervento del leader socialista, che con una stoccata fece barcollare i due raffinati intellettuali organici: “Ma di cosa stiamo parlando? Finché c’è il muro di Berlino, un muro che spacca in due il mondo, da una parte le democrazie e dall’altra le dittature di un partito, di che cosa stiamo parlando?”.
    Un altro episodio che riguarda la rivista Mondoperaio è quello avvenuto all’epoca della direzione di Federico Coen. L’autore aveva scritto, per la rubrica Taccuino, un pezzo a proposito di una mostra, a Madrid, sulla guerra civile del 1936, in cui Mughini riconosceva che il dittatore Franco “aveva scatenato la guerra civile in una Spagna dove quelli dell’una e dell’altra parte si stavano scannando a caterve ora per ora e che lui morto la Spagna aveva trovato la democrazia e la quiete sociale”. In buona sostanza, che la dittatura aveva “covato una possibile democrazia dove prima c’era la tempesta di tutti contro tutti”, e che, per quanto feroce, la dittatura “non aveva soffocato la società civile spagnola, che al contrario era cresciuta e si era articolata molto meglio che non nel 1936”.
    Orbene, ricorda Mughini, il Taccuino, per il direttore Coen, sembrava rivalutare la figura del Caudillo e pertanto non si poteva pubblicare e non venne pubblicato: per cui il nostro si disse che “era arrivato il momento di cambiare aria”: e difatti l’articoletto lo pubblicò Pagina (una rivista mensile che raccoglieva i cosiddetti terzisti, “gente che aveva debuttato a sinistra ma che non si identificava più con nessun comparto della sinistra reale”, “gente che i confini tradizionali fra le ideologie li voleva saltare a piedi giunti e che sulla pietanza del socialismo voleva versare dosi pantagrueliche di salsa liberale”).
    Nel capitolo Quando i magistrati rivoltarono l’Italia come un calzino c’è spazio pure per la gestione di Mani pulite e delle vicende legate alla frequentazione della redazione di Panorama e del progressivo declino del magazine. Il capitolo settimo (Le telefonate che mi hanno cambiato la vita) è dedicato all’esperienza televisiva, alla partecipazione alla trasmissione Ieri, Goggi e domani tra il novembre 1987 e il marzo 1988, al ruolo inedito svolto dell’autore, e nel 1990 alla trasmissione calcistica Il processo del lunedì di Aldo Biscardi. Proprio in uno studio televisivo, nel 1988, l’autore chiese a Marco Bellocchio (il regista del film I pugni chiusi, 1965) cosa pensasse “del se stesso dell’anno 1969”, “del tempo in cui il libretto di Mao gli appariva come quello che condensava tutte le verità del mondo”, e Bellocchio rispose “meglio aver partecipato a quei cortei che essere divenuto un rinnegato”: da cui il titolo del libro che si recensisce. Una “risposta idiota e volgare” per Mughini, che non replicò nulla. Questo libro, a parere di chi scrive, rappresenta la replica migliore.






    [1] G. MUGHINI, Che profumo quei libri. La biblioteca ideale di un figlio del Novecento, Bompiani, 2018.

    [2] G. MUGHINI, Memorie di un rinnegato, Bompiani, 2019.
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    [Luigi Sturzo] sacerdote della politica (1977)



    di Renzo De Felice - «Il Giornale», 27 novembre 1977.


    La massa dei libri nuovi che da qualche anno passa per il tavolo di chi si occupa di storia contemporanea è tale che i non “addetti ai lavori” assai probabilmente non riescono neppure a immaginarla. Non pochi di questi libri possono benissimo non essere letti; una scorsa all’indice, una occhiata qua e là è sufficiente per rendersi conto della loro banalità e sostanziale inutilità; in genere si tratta infatti di scritti a tesi, affrettati, tecnicamente di scarsissimo livello, più dei pamphlets politico-ideologici che dei libri di storia. Altri, una minoranza in verità, sono di buon livello talvolta anche ottimi; in genere è però quasi impossibile leggerli. Scritti in uno stile (e in una lingua) involuto, spesso oscuro, sovraccarichi di particolari il più delle volte inutili e di considerazioni ideologiche pretenziose, più che leggerli uno finisce in realtà per consultarli, con profitto ma con fatica, senza quel gusto che rende piacevole la lettura di un bel libro, anche difficile e tecnicamente molto “lavorato” e complesso.
    Stante questa situazione, un’opera come il Luigi Sturzo di Gabriele De Rosa rappresenta una gradita eccezione. Se non conoscessimo da anni il suo autore, la sua serietà di studioso che ha dedicato alla storia del movimento cattolico tutta una vita, il suo senso storico e la sua capacità di cogliere ciò che è importante e ciò che non lo è, diremmo una sorpresa. Finalmente ecco un libro che si legge, che si ha il piacere di leggere e che dà ciò che è importante, per lo studioso come per il profano.
    Opera della maturità del suo autore, questa biografia di Sturzo ci pare si possa considerare anche l’opera della maturità della storiografia sul movimento cattolico italiano. Certi “maestri di scuola”, sempre pronti a brandire la matita blu e rossa, potranno trovare che qualche episodio della vita di Sturzo non vi è sufficientemente trattato, certi storici “impegnati” potranno criticare De Rosa perché egli sorvola alcuni problemi che oggi “affaticano” la storiografia cattolica. In realtà il pregio maggiore di questa biografia di Sturzo è quello di puntare all’essenziale, di dire ciò che è veramente importante per capire Sturzo, il movimento cattolico di cui era tanta parte, la realtà italiana del suo tempo. E di dirlo in modo convincente, sereno, senza preoccupazioni più o meno nascoste che non possono essere dello storico. Da questo punto di vista, anzi, De Rosa dà anche più di quello che il lettore potrebbe logicamente cercare nel suo libro. Facciamo un solo caso: De Gasperi nel secondo dopoguerra. De Rosa non affronta il problema che en passant, per quel tanto solo che gli serve per delinearne i rapporti con Sturzo. Eppure da questi pochi accenni viene fuori un De Gasperi certo più vero e convincente di altri che ci sono stati sfornati anche di recente.
    Avendo lo spazio, molte sono le pagine di quest’opera sulle quali vorremmo richiamare l’attenzione dei lettori. Per brevità ci limiteremo a tre soli problemi. Innanzi tutto Sturzo e la prima guerra mondiale. Da vero storico De Rosa non ha paura di mettere bene in luce – anche se la cosa oggi può essere “impopolare” – che sin dall’inizio Sturzo non fu affatto contrario all’intervento, al punto che si potrebbe parlare di lui come di un interventista. Minimizzare, nascondere questa pagina dalla vita di Sturzo equivarrebbe a precludersi la possibilità di capire veramente la sua posizione, il significato profondo della sua critica al giolittismo e all’assetto sociale, politico e morale italiano del tempo e, al tempo stesso, di valutare giustamente la portata della sua intuizione sul significato di vero e proprio spartiacque che la guerra 1914-18 avrebbe avuto per la storia europea e sul valore che essa avrebbe assunto, nel bene e nel male per tanti uomini. La guerra come antidoto al “morbo materialista”; la guerra come «grande rivoluzione che stava per abbattere il vecchio mondo nato dalla rivoluzione francese, colpevole di avere segregato la religione dagli ordinamenti civili e di avere difeso la scienza dalla fede». In queste parole si sente il cristiano, il cattolico. In esse è però l’intuizione di una realtà, drammatica quanto si vuole, che non riguardava solo i cattolici; di una realtà che va capita, pena l’incomprensione di più di mezzo secolo di storia.
    Altre pagine fondamentali della biografia di De Rosa sono quella sulla concezione sturziana del partito popolare. Troppo si è insistito, basandosi sugli scritti giovanili di Sturzo “meridionalista” e su alcune affermazioni gramsciane, sull’aspetto contadino del partito popolare. Per De Rosa la problematica sturziana era più ampia: non solo i contadini, ma tutti gli esclusi dovevano essere il terreno dell’azione popolare. E quindi anche (e soprattutto diremmo) la piccola borghesia, specialmente quella emergente, che il sistema giolittiano escludeva appunto da una effettiva partecipazione. In questo senso il popolarismo di Sturzo era tutt’uno con il suo antigiolittismo e con il suo interventismo e fu l’unico tentativo moderno di affrontare in positivo quella crisi profonda sulla quale, in negativo, il fascismo costruì le sue fortune e la sfortuna dell’Italia.
    E poiché siamo arrivati ad accennare al fascismo non possiamo non ricordare le pagine che De Rosa dedica all’antifascismo di Sturzo e al suo “esilio nell’esilio”, al suo isolamento cioè, dopo la Conciliazione, rispetto all’antifascismo non cattolico e, in effetti, anche a quello cattolico (troppo condizionato – come oggi avviene per tanti cattolici – da una sorta di complesso di inferiorità rispetto a quello comunista e, quindi, incapace di condividere veramente la posizione di Sturzo).
    Molti elementi potevano concorrere al formarsi di un giudizio sul fascismo. Nelle analisi sturziane se ne possono individuare vari. Uno però è nettamente predominante, decisivo: per Sturzo il fascismo (e, si badi bene, questo giudizio egli non aspettò il 1933 per formularlo, ma, al contrario, lo espresse chiaramente sin dall’inizio) era profondamente, radicalmente anticristiano. Tra il fascismo e la Chiesa cattolica vi era un dualismo insanabile, nonostante gli sforzi di Mussolini per ridurne la portata e gli atti di omaggio della gerarchia cattolica. Fondato su questo giudizio (vero si badi bene) l’antifascismo di Sturzo non poteva che essere radicale e immutabile. E, per lo stesso motivo, la Conciliazione non poteva essere un fatto negativo. Alcuni studiosi cattolici oggi fanno un gran parlare di caratterizzazione clerico-fascista del regime. In Sturzo un giudizio del genere manca. Né la cosa può meravigliare. Da vero cattolico, convinto del carattere profondamente anticristiano del fascismo, Sturzo poteva dolersi e combattere certe connivenze, certi cedimenti della Chiesa rispetto al fascismo; era però sicuro della impossibilità di una eliminazione del dualismo insanabile che caratterizzava i rapporti tra di essi.
    Molte altre, come si è detto, sono le pagine di quest’opera sulle quali varrebbe la pena di soffermarsi. Crediamo però di aver dato ugualmente un’idea dell’interesse e dell’impotenza di essa. Ma qualcosa possiamo ancora aggiungere, un invito a leggerla.

    Renzo De Felice


    https://www.facebook.com/notes/luigi...4004926646227/
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