di Silvio Stringari - In “Giustizia e Libertà”, anno IV, n. 31, luglio 1937



Nel 1870 Mazzini sentì più che mai la nostalgia della Patria diletta. Stanco, sfinito, malato, con la sensazione certa della prossima fine, rientra in Italia, in quell’Italia che tanto doveva a lui se era assurta a Nazione libera e indipendente, cui non mancava che Roma, la legittima capitale ma pur sempre ancora patria monarchica e non repubblicana. Ma l’indomito cospiratore faceva ancora troppa paura alle trepide autorità e, tratto in arresto a Palermo, veniva trasportato nella fortezza di Gaeta, dove si trovava in prigione quando la breccia di Porta Pia rivendicava Roma all’Italia. Beneficiato dell’amnistia politica subito promulgata, aveva pensato di portarsi nella nativa Genova a finire la sua vita tempestosa, che non aveva conosciuto tregue né pace, e ne scrisse alla sorella Antonietta, vedova Massuccone, di agiate condizioni finanziarie, pregandola di volerlo accogliere in casa sua, un bell’appartamento al numero 1 di Vico Notari.
L’Antonietta, che aveva allora 76 anni, fu assai sorpresa e turbata dalla richiesta del fratello. Assai religiosa in gioventù, aveva finito col diventarne condizionata in ogni sua azione, al punto che nulla avrebbe compiuto senza prima averne chiesto e ottenuto il permesso dal suo confessore, o meglio dai suoi confessori, poiché ne aveva due: il Priore della Parrocchia di Carmini, Gerolamo Campanella, e il notissimo padre gesuita Luigi Persoglio, che fu scrittore accurato di memorie genovesi. Ricevuta la lettera del fratello Giuseppe, chiedente ospitalità, si affrettò a informare i suoi confessori, loro chiese il parere cui si sarebbe sottoposta senza discutere. E il responso fu quale era prevedibile e cioè che si guardasse bene dal ricevere in casa il fratello, anima del Demonio, scomunicato. L’accoglierlo avrebbe attirato anche su di lei i fulmini della vendetta divina… a meno che egli non si fosse convertito, facendo pubblica ammenda dei suoi peccati e rinnegando quanto aveva scritto o operato contro il papato, contro il clero, contro la Romana chiesa cattolica. E la sorella Antonietta scrisse a Mazzini tutto ciò che i suoi due consiglieri – e particolarmente padre Persoglio – le avevano suggerito, invitandolo a pentirsi del suo passato, a ritornare a Dio, con una solenne pubblica conversione, che sarebbe stata di salutare esempio a tutti gli empi come lui! E per meglio raggiungere lo scopo gli rimetteva una copia delle Confessioni di Sant’Agostino, affinché vedesse come anche quel grande peccatore si fosse a tempo convertito, ritrattando pubblicamente i suoi errori e le sue colpe. Giuseppe Mazzini rimetteva alla sorella il libro, scrivendole che già lo conosceva e che era molto bello, ma aggiungendo che egli non aveva proprio nulla da ritrattare, né aveva bisogno di rinnegare e calpestare la sua fede e il suo passato. Suo unico desiderio – ripeteva – era di unirsi alla sorella per un’assistenza reciproca, desideroso di morire in famiglia, serenamente, sicuro nella sua coscienza di non aver mai fatto male ad alcuno e libero di credere nel suo Dio, come aveva fatto liberamente sino ad allora. L’Antonietta corse a portare la risposta del fratello al gesuita, nell’ingenua illusione che questi recedesse dal consiglio dato; ma padre Persoglio fu irremovibile. E alla disgraziata non rimase che scrivere al fratello che non si sentiva assolutamente di ricevere in casa un ostinato nell’empietà, pur consolandolo esprimendogli l’augurio che Dio, nella sua infinita bontà, gli toccasse un giorno il cuore richiamandolo nel grembo della vera religione. Mazzini rispose in termini profondamente addolorati, riaffermando la sua fede, e l’orgoglio di rimanerle fedele sino alla morte, e assicurando la sorella che avrebbe continuato a volerle bene. E fu allora che si rifugiò a Pisa, desiderato ospite dei signori Rosselli – gli zii delle due vittime del delitto di Bagnoles del 1937 – stretti parenti della famiglia Nathan, cui egli era legato da vecchia fraterna amicizia. Del soggiorno di Mazzini in casa Rosselli è cenno in uno scritto di Ferdinando Martini che così comincia: “Una delle finestre della Scuola Normale di Pisa, a Sant’Antonio, dava verso un orticello nel quale avevo visto più volte, in mattinate assolate, passeggiare un vecchietto di mediocre statura. Fortuna volle che una sera dell’inverno 1872 uscissi dalla scuola mentre passava per quella strada, accompagnato da un servo, il vecchietto medesimo. Nonostante la cera malaticcia, il viso macilento, c’era nella bella fisionomia di quell’uomo tanto di pensosa gravità melanconica, che mi fece impressione; e, improvvisati fra me e me i rudimenti di una biografia, dedussi che quegli era certamente un forestiero o francese o inglese; forse uno scienziato venuto a Pisa per salute. Voltò in via della Maddalena, ed entrò nella casa n. 38. Chi stava in quella casa? Non lo sapevo, e lì per lì incuriosito, mi proposi di informarmene. Qualche settimana dopo, nel ripassare per la stessa strada, m’imbattei nel medico Rossini, che stava appunto uscendo dal quella casa. – Oh! Giusto lei, dottore: chi sta al n. 38? – I signori Rosselli. – Ci vidi giorni da entrare un signore smunto, bassotto; deve essere un forestiero. - È il mio malato. Lo lascio ora: il signor Brown. – Ah! Un inglese! Ci ho indovinato. – Eh! no. Anch’io dal cognome credei così da principio: ma poi, praticandolo – come può essere inglese – pensai – se parla l’italiano meglio di me?... Difatti, accortosi della mia incredulità, fu lui a dirmi, senza che io mi permettessi di domandarglielo, che abita da quarant’anni in Inghilterra, ma è italiano, di Genova. – Lo avevo preso per un inglese e per uno scienziato. – No, no: è un negoziante, ma ne sa più di molti scienziati: e quando comincia a parlare, si starebbe tutta la giornata a sentirlo. – E che male ha? – Ha sofferto nei giorni scorsi di uno spasimo esofageo, doloroso, di cui è quasi guarito: ha avuto in Svizzera, nel dicembre ultimo, una bronchite capillare ed è giù di forze: un po’ per volta si ripiglierà, spero: non so cosa darei per vederlo presto rimesso, perché è proprio una brava e simpatica persona”. E Ferdinando Martini prosegue narrando come poche settimane dopo Pisa e l’Italia si inchinassero reverenti sulla salma di quel vecchietto che solo allora seppe essere Giuseppe Mazzini. Allorquando ai primi di marzo la catastrofe si delineò inevitabile e prossima i signori Rosselli ne informarono la sorella e gli amici più intimi. Ma, mentre da Lugano accorsero al letto dell’Apostolo Sara Nathan con la figlia Sarina, mentre si affrettarono a Pisa Aurelio Saffi e Maurizio Quadrio e Federico Campanella e Felice Dagnino e Adriano Lemmi e Agostino Bertani e altre somme figure del patriottismo italiano, la sorella Antonietta – ossequiante ancora una volta al volere dei suoi confessori – non si mosse. A lei si rivolse, sin nelle ultime ore, il pensiero dell’esule, invano. Il conforto di rivedere l’ultima superstite di sua famiglia gli è negato; ed egli chiuse gli occhi per sempre alle 13,30 del 10 marzo. Antonietta Mazzini vedova Massuccone alle otto del mattino dell’undici marzo usciva dal portone di casa per recarsi alla solita messa, quando udì gli strilloni, venditori di giornali, gridare: “La morte di Mazzini” e fu presa da un tale dolore e forse anche da un tale rimorso, che cadde svenuta sulla via. Raccolta dai passanti e trasportata nel suo appartamento, dovette tenere il letto per qualche giorno e a stento poté alzarsi il 15, per trovarsi a mezzogiorno alla stazione di Porta Principe, all’arrivo della salma del fratello. Appena il feretro fu calato dal vagone, l’Antonietta lo baciò fra la commozione della folla. Era troppo tardi per stringerlo fra le braccia. Così si spegneva il più fervido idealista dell’unità d’Italia.


Da Il pensiero mazziniano, gennaio-aprile 2019