Istituto Analisi Relazioni Internazionali
Marco Limburgo
Il 16 giugno, cittadini della piccola repubblica centroamericana del Guatemala vanno al voto per decidere il nome del nuovo presidente, 158 deputati del Congresso e rinnovare le cariche municipali, dopo una campagna elettorale caratterizzata dalla questione del narcotraffico e della corruzione. Tanti e variegati i nomi espressione della diversità sociale, demografica e culturale del paese, ma permangono incognite strutturali, dubbi sull'effettiva partecipazione al voto e sulla trasparenza delle modalità di esercitazione dello stesso. Sei i candidati, tra più di venti, in vetta nei sondaggi e nelle prospettive degli analisti. Finisce, inoltre, l'esperienza dell'ex presidente Jimmy Morales impossibilitato a candidarsi per motivi costituzionali.
Favorita nei sondaggi l'ex first Lady (moglie dell'ex presidente Alvaro Colom) Sandra Torres, esponente di Unidad Nacional de la Esperanza, formazione socialdemocratica. Roberto Arzú si presenta al voto con alle spalle una coalizione (PAN - PODEMOS) liberal conservatrice e tematiche di forte impatto securitario e populista. Il Partito CREO (Impegno, rinnovo e ordine) candida l'abbastanza sconosciuto Julio Héctor Estrada mentre al secondo posto dei sondaggi emerge Alejandro Giammattei (Vamos - centrodestra), ex direttore del sistema penitenziario guatemalteco e eterno candidato su cui pesano accuse di gestione dell'affollato, primitivo e disordinato sistema penale del paese. Candidatura interessante quella di Thelma Cabrera, attivista dei diritti umani e politico indigenista. Cabrera corre come presidente del Guatemala nel 2019 come esponente del partito politico, Movimento per la liberazione dei popoli, che lotta per garantire pari diritti, migliori condizioni di lavoro, inclusione sociale e fine del razzismo di stato verso la nutrita minoranza indigena Maya. Nessuno di questi dovrebbe prevalere con un ampio margine tale da poter sfuggire al capestro di un ballottaggio in agosto.
Al di la del composito coacervo di nomi ciò che resta è una profonda disaffezione nei confronti della politica e delle istituzioni (oltre il 66% dei guatemaltechi non ha dichiarato una preferenza politica, non vota o appare sfiduciato) frutto anche del peggiorare della precaria situazione sociale. Di fronte alla crescita demografica, ai tassi di emigrazione della popolazione attiva, del perdurare di meccanismi strutturale di clientelismo e corruzione il paese sta affrontando un rallentamento consolidato della crescita e un associato aumento dei tassi di povertà e disoccupazione. La disparità di condizioni tra città e campagna e altissima mentre nelle periferie delle prime crescono senza freno gli "slums" dei troppo poveri (principalmente indigeni) e disarticolati per emigrare. La mancanza di lavoro, reti sociali, ausilio statale consegna nelle mani del narcotraffico intere fasce demografiche in un paese dove costante e decennale è il legame tra le classi politiche e i traffici di droga (e emigrazione) che dal Sudamerica attraversano il corridoio centroamericano fino agli agognati mercati nordamericani. Due casi esplicativi quelli di Mario Estrada, ex candidato alla presidenza, e dell’aspirante deputato Julio José Rosales tutt'ora in galera per stretti legami con il cartello messicano di Sinaloa che in cambio di indulgenze future, favori nel traffico di droga avrebbe offerto ai politici appoggi, contatti e contanti per una sicura elezione.




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