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Discussione: Pia Covre e Carla Corso

  1. #1
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    Predefinito Pia Covre e Carla Corso

    https://it.wikipedia.org/wiki/Pia_Covre
    https://it.wikipedia.org/wiki/Carla_Corso

    Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute ONLUS
    Proposta politica. Pordenone 1994



    Premessa

    La prostituzione non è un problema di ordine pubblico ma una questione sociale che coinvolge tutti i cittadini.
    La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno; sono responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato sempre più vario e diversificato anche nelle qualità dell’offerta; sono responsabili la povertà, la miseria e le guerre che inducono migliaia di persone ad affidarsi ai trafficanti internazionali che li sfrutteranno nei mercati del sesso e/o lavoro nero; c’è la responsabilità di un sistema consumistico che propone modelli e stili di vita che inducono a cercare percorsi che sembrano “facili” per raggiungere posizioni economiche e sociali di autentico o falso benessere: c’è infine un radicato pregiudizio nei confronti di persone considerate “diverse” per le loro scelte sessuali non conformiste e che rende difficile il loro inserimento nel settore del lavoro tradizionale.
    Oggi, guardando dentro il mercato del sesso commerciale, queste sfaccettature sono ben visibili: dai club privée, alle agenzie per accompagnatrici (ma anche matrimoniali), ai locali notturni (night club), agli appartamenti, ai luoghi di relax, giù fino alla strada, è possibile leggere la storia dei desideri sessuali consumistici dell’uomo di questi anni ’90.
    Guardare questi consumatori può suscitare incredulità, inquietudine ed altri vari sentimenti, ma è pur vero che essi sono lo specchio di una società e della sua non-educazione sessuale, di una cultura maschilista che non pone su un piano paritario i rapporti uomo-donna, che da sempre ha preteso il dominio e il commercio del corpo femminile negandogli una specifica sessualità. Oggi nel nostro paese c’è un elevato allarme sociale nei confronti della prostituzione, ma non perché ci sia una presa di coscienza del fenomeno.
    L’allarme sociale è dovuto solo al fatto che nuove figure (viados, tossicodipendenti e soprattutto straniere), meno rassicuranti della classica prostituta, creano a volte ingorghi stradali e disturbano la quiete pubblica; ma soprattutto la loro diversità inquieta i benpensanti.
    Tutti biasimano lo sfruttamento delle vittime della tratta, ma i cittadini chiedono solo di rimpatriare e far sloggiare le vittime dalle loro strade; altri giri di sfruttate, occulti e quindi meno fastidiosi, non preoccupano nessuno.
    I sondaggi, ormai quasi quotidiani, danno per certo (il 93% – il 70% – il 63%: nel giro di una settimana non ce n’è uno che abbia dato esito uguale) che gli italiani vogliono riaprire i casini.

    Riteniamo quest’idea antiquata e illiberale.

    Riteniamo inutile discutere in questo documento sulle case chiuse, ma vogliamo ricordare che sono state tristi luoghi di schiavitù e sfruttamento voluti dallo Stato e sostenuti dalla morale della chiesa vaticana che ha sempre tollerato i bordelli purché non fossero vistosi.
    Vogliamo invece spiegare perché siamo convinte che non si debba fare una legge per regolamentare la prostituzione.
    Anche se per molte persone la prostituzione diventa una scelta di lavoro, questo non si può considerare un lavoro come un altro per la delicatezza implicita della parte di sé che si mette in gioco; si deve anche considerare che spesso ci sono persone che praticano la prostituzione per brevi periodi, in modo saltuario, occasionalmente, in momenti di emergenza.
    Per alcune persone invece la prostituzione non è una scelta, ma una condizione più o meno subita; in questi casi la costrizione è violenza.
    In sostanza, considerando che ogni persona può decidere di vendersi o trovarsi in difficoltà in ogni momento, così come ogni persona può decidere di offrire denaro in cambio di sesso in qualsiasi momento, siamo certi che è impossibile applicare una legge che regolamenti o imponga come-quando-dove si può vendere e comprare sesso, e soprattutto chi sia a vietarlo.
    Qui sappiamo che molti di coloro che stanno leggendo obietteranno che vendere e comprare sesso è inaccettabile anche solo come espressione linguistica.
    Proprio per questo concetto morale, culturale, ideologico-sociale che produce una forte stigmatizzazione di chi si prostituisce, ed anche dei clienti, noi siamo contrari ad una regolamentazione che inevitabilmente, costringerebbe chi esercita la prostituzione a rendersi “riconoscibile”, “visibile” in pubblici registri o albi di vario genere.
    Oltre a ciò noi siamo convinti che un paese civile ed evoluto non debba istituzionalizzare la prostituzione, ma debba saper trovare quegli strumenti che danno la possibilità di superare il bisogno di prostituzione, ad esempio con politiche culturali in grado di stimolare cambiamenti sociali positivi come, ad esempio, l’educazione sessuale nelle scuole e con politiche sociali che riducano le diseguaglianze fra cittadini.
    Possiamo andare in questa direzione solo decriminalizzando la prostituzione. Intendiamo sottolineare che il solo aspetto criminale nella prostituzione è lo sfruttamento che naturalmente va combattuto.
    Decriminalizzare – depenalizzare la prostituzione deve significare poter affrontare la questione con metodi nuovi, non repressivi, che riconoscano la libertà di usare il proprio corpo, il diritto di autodeterminazione sessuale, il rispetto dei diritti umani e civili, il diritto della libertà di movimento.
    Solo in un simile contesto è possibile approntare politiche sociali che facilitino la convivenza fra cittadini anche se diversi tra loro.
    Inoltre, si può ridurre il conflitto sociale che porta alla stigmatizzazione ed al razzismo nei confronti di chi si prostituisce.



    La legge Merlin

    La legge in vigore sulla prostituzione, legge Merlin, ha dei punti che sono assolutamente irrinunciabili, ad esempio il divieto di schedare chi si prostituisce e la necessità di rispettare la dignità e i diritti umani e civili di chi esercita la prostituzione.
    Perciò non va azzerata, ma si deve partire da questa legge per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di chi esercita la prostituzione, e per migliorare la qualità dei rapporti fra cittadini, sex workers e istituzioni.



    Depenalizzazione della prostituzione
    LA PROSTITUZIONE NON è UN REATO
    Su tutto il territorio nazionale chi la esercita può praticarla al chiuso o in strada.
    Non si considerino più reati l’adescamento e il favoreggiamento.
    DIVIETO DI QUALSIASI FORMA DI SCHEDATURA PER CHI SI PROSTITUISCE.
    Non esistono ragioni plausibili che giustifichino controlli sanitari obbligatori né quindi una schedatura sanitaria.
    Non ci sono ragioni che giustifichino una schedatura della polizia; pertanto va mantenuto il divieto per tali schedature.
    Il solo fatto di praticare la prostituzione non può essere motivo per la limitazione dei diritti civili, né per perdere i diritti acquisiti per i cittadini stranieri, o la libertà di movimento per chi è tossicodipendente.
    Va rispettato il diritto alla maternità.
    Va sottolineato con forza che prostituirsi non è un atto criminale.



    Organizzazione autogestita della prostituzione
    Deve essere consentito il lavoro in casa.
    Per casa si intende il luogo privato dove un numero massimo di tre sex-workers possono ricevere i loro clienti.
    Deve essere consentita la Pubblicità.
    Deve essere consentito contrattare i clienti in strada o in pubblici locali senza limitazione di sorta, Fatto salvo il rispetto delle leggi che regolano il vivere civile Cui devono attenersi tutti i cittadini d’Italia.
    LA PROSTITUZIONE NON DEVE ESSERE ORGANIZZATA O GESTITA DA TERZE PERSONE
    Chi lavora nel commercio del sesso deve essere indipendente da qualsiasi contratto, libero di negoziare direttamente e in prima persona con il cliente le condizioni delle prestazioni e del compenso.
    Per ragioni di sicurezza e di incolumità fisica deve essere consentito l’uso dello stesso appartamento ad almeno tre sex-workers, ma non oltre per non ripristinare dei veri e propri bordelli.
    Va tenuto presente che in questo commercio la possibilità di movimento è importante e quindi non vanno posti limiti che impediscano alle persone di trasferirsi ovunque nel paese, anche perché tali limiti sarebbero in contrasto con i diritti civili garantiti dalla Costituzione.
    Data la peculiarità della contrattazione e dello scambio commerciale, non si può certo determinare per legge dove tale contrattazione debba avvenire in quanto due individui, in qualsiasi luogo si trovino, possono fare quest’accordo; in tal senso una legge che vieti di contrattare in strada o in pubblici locali sarebbe inutile e creerebbe il pretesto per un ingiusto atteggiamento persecutorio.
    Alcuni ritengono che togliere le/i sex-workers dalla strada significhi metterli al riparo dalla violenza e dal freddo. Naturalmente non è così. Se si vuole salvaguardare chi si prostituisce dalla violenza bisognerebbe togliere dalla strada i criminali e i delinquenti, così come si cerca di fare per difendere tutti i cittadini. Inoltre molte persone non vogliono rinunciare alla libertà di incontrare i propri clienti in strada o semplicemente non possono (si pensi ai tossicodipendenti).
    Non è neppure vero che tutti i clienti preferirebbero i bordelli perché la ricerca delle “lucciole” costituisce un rituale importante per molti. Questi sono alcuni dei motivi che farebbero fallire una regolamentazione al “chiuso”.



    Il rispetto delle leggi del vivere civile
    Non devono esistere leggi che puniscono gli atteggiamenti o i comportamenti concernenti la prostituzione (come ad esempio l’adescamento).
    I codici prevedono già regole per la difesa della quiete pubblica, il rispetto della morale e del pudore, la regolamentazione del traffico e la viabilità ecc; pertanto la violazione di queste leggi può essere punita, qualora ne esistano veramente le condizioni.
    Qualora non ci siano queste condizioni ogni forma di repressione è pretestuosa ed ingiusta, e si può palesare un abuso di potere da parte dei tutori dell’ordine.
    La repressione indiscriminata, oltre che lesiva dei diritti dei cittadini, non è educativa né previene la trasgressione.
    Naturalmente anche per il rispetto delle regole del vivere civile sarebbero utili campagne di educazione rivolte non solo alle/i sex-workers ma anche ai clienti e a chi passa solo per guardare! Costoro hanno tanta parte nel fastidio provocato ai cittadini residenti nella zona.



    La prostituzione e le politiche sanitarie

    Ogni controllo sanitario coercitivo è una violazione dei diritti umani.
    Nessun obbligo particolare deve essere imposto per il fatto di esercitare la prostituzione, a meno che non sia imposto a tutte le persone sessualmente attive.
    Poiché la salute è un bene estremamente importante per tutti i cittadini e per la società, riteniamo che tutte le persone economicamente svantaggiate debbano avere accesso gratuito ai servizi sanitari pubblici, senza distinzione di sesso – età – nazionalità. Particolare attenzione va dedicata ai problemi della maternità e della contraccezione.
    I consultori familiari devono essere un riferimento cardine per il benessere psicofisico delle donne e andrebbero potenziati.
    In considerazione dell’alto numero di stranieri presenti nelle nostre città, bisognerebbe utilizzare delle figure capaci di mediazione culturale e linguistica all’interno dei servizi sanitari.
    Le sezioni di screening per l’HIV devono essere mantenute e potenziate, e, come avviene ora, devono assicurare l’anonimato e la gratuità.
    Andrebbero anche offerte con lo stesso metodo le ricerche per tutte le Malattie a Trasmissione Sessuale (MTS) ed epatiti.
    Vanno attuate strategie perché le persone siano informate dell’esistenza di questi servizi (è incredibile quanti ne ignorano l’esistenza!).
    Devono essere approntati Centri regionali qualificati per la preparazione alla rettifica del sesso.
    Poiché crediamo nella giustizia sociale e nella possibilità di raggiungerla, riteniamo che chi ha i mezzi economici per farlo debba contribuire alle spese sanitarie; vanno quindi educati tutti i cittadini a non abusare dei servizi riservati ai meno abbienti.



    Prostituzione e aids
    Malgrado ci sia una pesante campagna che vuole dimostrare la responsabilità della prostituzione nella diffusione dell’AIDS questo non è vero. In diversi paesi occidentali sono state fatte ricerche sulla sieroprevalenza fra le prostitute. Escluse le prostitute tossicodipendenti che si sono infettate attraverso l’uso di siringhe non sterili, fra le prostitute non tossicodipendenti la sieroprevalenza in genere è bassa. Anzi, in alcune ricerche, le prostitute sono risultate meno colpite delle donne non prostitute.
    Le affermazioni che le donne straniere sono affette da AIDS sono del tutto infondate; infatti, nel nostro Paese non esiste nessuna ricerca che abbia dimostrato questi fatti.
    I soli dati sul numero degli stranieri ammalati di AIDS sono stati raccolti in ospedali dove si sono rivolte persone già gravemente malate, e questi non possono costituire un campione da cui desumere dati percentuali applicabili alla popolazione generale.
    Nel Nostro Paese il preservativo è molto usato da chi si prostituisce; dalla nostra esperienza, fatta sul campo durante i programmi di prevenzione, emerge che anche le straniere li conoscono, li comprano e cercano di usarli.
    Purtroppo è il cliente che spesso non vuole usare il preservativo e mette in pratica delle strategie per ottenere il suo scopo: offre più denaro, minaccia di andare da un’altra che lo fa senza preservativo, rompe il preservativo durante il rapporto o lo sfila di nascosto ecc.. Naturalmente queste strategie non funzionano con una professionista che non è facilmente ricattabile, ma con una persona debole e inesperta, bisognosa di denaro per comprarsi la droga o pagare gli sfruttatori, spesso l’obiettivo dei clienti è raggiungibile.
    Le associazioni delle prostitute e dei transessuali hanno lavorato in questi anni per aumentare la consapevolezza del rischio di contrarre le malattie sessualmente trasmissibili e per incoraggiare le pratiche di sesso sicuro.
    Crediamo di non esagerare nell’affermare che nessuna persona, nei rapporti sessuali non a pagamento, usa così sistematicamente il preservativo come fanno i/le sex-workers nel loro lavoro.
    Infatti in Italia, in quei casi in cui si sono scoperti HIV + fra le prostitute, queste per lo più avevano contratto l’infezione da partners non paganti.
    Essere sex-workers non è di per sé un rischio, lo è avere rapporti non protetti.
    Non è utile imporre controlli sanitari a chi si prostituisce; innanzitutto si perderebbe il contatto con le persone più a rischio che si dileguerebbero e sfuggirebbero a ogni controllo; inoltre si creerebbe un clima di falsa sicurezza che porterebbe a rischiare di più. E poi per non discriminare bisognerebbe controllare anche i clienti e magari tutti i cittadini sessualmente attivi.
    Ci pare più saggio investire sulla prevenzione come abbiamo fatto noi in questi anni e come suggerisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
    Servono programmi di informazione sulla prevenzione rivolta alle/ai sex workers ma anche ai clienti e specialmente ai giovani che sembrano essere più esposti al rischio dell’AIDS.
    Ricordiamo che fare leggi che costringano le persone che praticano la prostituzione alla clandestinità, non fa che aumentare i loro bisogni e quindi a peggiorare le condizioni di lavoro con il conseguente aumento di ogni tipo di rischio.
    Infine vogliamo ricordare la risoluzione WHA 45.35 dell’Assemblea dell’OMS che dichiara che non c’è nessun fondamento logico sanitario per qualunque misura che limiti i diritti degli individui, in particolare misure che stabiliscono screening obbligatori. La risoluzione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite 4/3/94 che ricorda che le misure anti discriminazione formano parte integrante di una strategia di intervento efficace (in tema AIDS).



    Previdenza pensionistica e tasse
    In considerazione della tendenza generale a promuovere il privato le/i sex-workers potranno stipulare contratti con compagnie private come chiunque, al fine di ottenere una pensione.
    Naturalmente, poiché raramente c’è un’affinata educazione fra le/i sex-workers su questo tema, bisogna includerlo fra i programmi di informazione.



    Tasse
    Poiché ogni schedatura deve essere rigorosamente vietata, il solo modo di far pagare le tasse sul reddito delle/i sex-workers consiste nel fare una dichiarazione sul reddito presunto, salvo poi fare accertamenti sul tenore di vita. (Una regola che in molti paesi europei vale per tutti i cittadini). Forse si potrebbe incoraggiare il gettito sostenendo che chi paga le tasse su questo reddito, lo rende automaticamente visibile e accertabile; pertanto potrebbe in caso di contenziosi con compagnie d’assicurazione vedersi riconosciuto un esatto valore dei danni subiti.
    Lo stesso può valere nel caso di contenzioso sui clienti.
    Bisogna essere consapevoli del fatto che al di là di ciò che è visibile nella prostituzione, c’è un vasto ambito sommerso, e che un’imposizione fiscale colpirebbe ingiustamente solo il reddito di una parte della categoria, la più esposta, e si creerebbe così un’ingiustizia sociale.



    Lotta allo sfruttamento della prostituzione
    Lo sfruttamento della prostituzione è reato.
    Esso è aggravato se viene imposto con violenza e ricatti ai danni di persone socialmente e fisicamente “deboli” come ad es. minori, stranieri, tossicodipendenti, persone con handicap e persone ridotte in schiavitù o vittime della tratta.
    Chiediamo che, in aggiunta alla pena per lo sfruttamento, vengano usate le leggi del codice penale (quali sequestro di persona, estorsione, associazione mafiosa ecc.) per combattere i rackets e le mafie che sfruttano le persone vittime della tratta.
    Per incentivare la lotta alle organizzazioni criminali devono essere incoraggiate le denunce da parte delle persone sfruttate.
    Allo scopo di ottenere i migliori risultati invitiamo ad offrire tutela e benefici legali a coloro che denunciano gli sfruttatori, ad esempio mediante la concessione del permesso di rimanere legalmente nel nostro paese, se stranieri, o mediante la possibilità di accedere ad un lavoro diverso, qualora non si desideri rimanere nel mercato del sesso.
    È inoltre importante la tutela contro le rappresaglie della criminalità e l’erogazione di sussidi economici.



    Lotta allo sfruttamento commerciale
    In questi anni, le/i sex-workers si sono sempre serviti per i loro incontri con i clienti di pensioncine ed alberghetti, malgrado ciò fosse proibito. Forse proprio per questo, i prezzi pagati ai “tenutari” di questi locali sono sempre stati sproporzionati rispetto al servizio da essi dato; basti pensare che se una/o sex-worker si reca per dieci volte al giorno in una pensione, anche se utilizza la stessa stanza, paga per dieci volte.
    Spesso si tratta di una misera stanzetta che al prezzo di mercato non vale più di 60/70 mila lire al giorno, e che può invece rendere in questo modo anche 500.000 mila lire, naturalmente senza che avvenga nessuna dichiarazione al fisco.
    Lo stesso sfruttamento avviene spesso anche quando si affittano monolocali o piccoli appartamenti, che vengono usati per lavorare in casa propria; i prezzi diventano molto più alti se il proprietario è a conoscenza dell’uso “lavorativo” che ne viene fatto.
    Considerando quanto avviene, noi pensiamo che queste forme di sfruttamento, considerevoli sotto il profilo economico, vadano combattute.
    La nostra idea è che di questi “alberghi a ore” debba essere incoraggiata la gestione in forma cooperativistica dalle/i sex-workers. Ciò offrirebbe considerevoli vantaggi:

    La cooperativa di servizi potrebbe creare posti di lavoro, innanzitutto per chi vuole lasciare la prostituzione.
    La qualità dei servizi potrebbe essere migliorata ed i prezzi riportati ad uno standard corretto che non sia di sfruttamento.
    Gli eventuali utili potrebbero essere impiegati per promuovere iniziative a favore delle/i sex-workers, ad es. campagne informative sulla prevenzione sanitaria, assistenza legale, finanziaria ed educativa in genere. Inoltre potrebbero servire per finanziare programmi di solidarietà e assistenza che facilitino il benessere psichico e fisico delle/i sex-workers e delle/i ex sex-workers.
    Le coop garantirebbero una più trasparente contribuzione fiscale di quanto non abbiano mai fatto questi albergatori fino ad oggi.
    Naturalmente questi alberghi non devono essere luogo d’incontro fra sex-workers e clienti e non possono essere una casa d’appuntamento, ma solo accogliere chi si è già incontrato altrove.



    La prostituzione e le amministrazioni comunali
    Poiché’ la prostituzione è una questione sociale che coinvolge tutti i cittadini, nel rispetto e nell’indirizzo della legge dello Stato che non la vieta le Amministrazioni Comunali devono assumersi la responsabilità di affrontare le problematiche che si pongono attraverso gli assessorati preposti alle politiche sociali-alla salute-alla qualità della vita-alla gestione del territorio.
    Per una civilizzazione del territorio e delle condizioni di lavoro e di vita.
    Le Amministrazioni Comunali, con la collaborazione delle associazioni di base che operano sul territorio, con la consulenza delle associazioni delle/i sex-workers e il coinvolgimento di sex-workers ed ex sex-workers, devono attuare programmi di supporto, prevenzione, informazione, educazione, con l’obiettivo di creare un rapporto di fiducia, di stimolare il dialogo e la comprensione fra le parti sociali al fine di evitare le ostilità e promuovere fra i cittadini il rispetto delle/i sex-workers e in generale il rispetto dei diritti di tutti.
    Le amministrazioni comunali in Un’ottica non repressiva potrebbero sperimentare con la collaborazione e l’accordo delle/i sex-workers soluzioni nuove per il nostro Paese quali:

    zonizzazione
    aree pedonali
    orari
    e/o altre soluzioni innovative che migliorino la qualità della convivenza civile
    La zonizzazione non vuole significare quartieri a luci rosse, ma semplicemente significa la possibilità di escludere il traffico in alcune strade se particolarmente fastidioso.
    Individuare anche con l’aiuto delle/i sex-workers strade e piazze più adatte, oppure consentire solo il passaggio pedonale o con limitazione di orari, anche se in Italia c’è scarsa tradizione per queste forme.
    Tali sperimentazioni non devono essere mai sistematiche ma dovrebbero riguardare quelle città che per numero di popolazione e intensità del fenomeno si trovino in una situazione di emergenza.

    Progetti pilota che coinvolgano le/i sex-workers potrebbero già essere iniziati anche senza che sia modificata la legge Merlin.
    Siamo contrari ai quartieri a luci rosse sul modello di Amsterdam, Parigi ecc. perché creano una concentrazione ghettizzante del fenomeno; inoltre questi quartieri non risolvono il problema dello sfruttamento ma anzi rischiano di aumentarlo. Le/i sex-workers non potrebbero sfuggire al ricatto di chi inevitabilmente controllerà gli affari, forse anche con licenza legale.



    Conclusioni
    Alla stesura di questo documento hanno collaborato delegati del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute e del Movimento Italiano Transessuali.
    Le considerazioni ed i suggerimenti espressi sono maturati dopo un’attenta analisi della realtà odierna del mondo della prostituzione, nel nostro Paese e dopo una profonda riflessione sulla prostituzione comparando, anche, differenti modelli possibili.
    Nel nostro Paese, come negli altri paesi europei, la prostituzione scatena dibattiti vivaci e a volte con cadute di stile da parte di persone insospettabili.
    A molti piacerebbe mettere ordine e controllo in un campo un po’ troppo sfuggente, ma osservando le diverse normative europee e la loro applicazione, si può rilevare che quel controllo e quell’ordine non sono è assolutamente raggiungibili.
    Bisogna essere consapevoli che ogni intervento in questo settore ha i suoi limiti; i problemi non saranno mai risolti totalmente e non ci sono “ricette” di grande successo.
    Noi optiamo per un modello che rispetti la dignità di chi si prostituisce e la sensibilità morale di molti cittadini. Soprattutto auspicando un modello veramente attuabile e non funzionale ad un regime autoritario.
    Vogliamo anche mettere in guardia dalla tentazione di risolvere i problemi con metodi repressivi.
    La REPRESSIONE fa “disapparire” il fenomeno, lo sprofonda nella clandestinità rendendo più difficile qualsiasi intervento di prevenzione ed aumentando enormemente lo sfruttamento.

    Pordenone 1994


    **************************
    Prostituzione e diritti

    di Pia Covre (Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute)






    Fuoriluogo, 25 gennaio 2002





    Nel nostro paese l’applicazione della Legge Merlin, interpretata in maniera restrittiva, penalizza molto le persone che si prostituiscono. Attualmente la repressione è divenuta insostenibile e colpisce sia le donne in strada, in maggioranza straniere, sia quelle che lavorano in casa, e di queste molte sono italiane.

    Le attività di polizia e giudiziarie vanno sovente ben oltre l’applicazione della Merlin: verso le immigrate c’è un’attitudine persecutoria, tanto che a numerose donne, che in passato si erano regolarizzate, sono stati revocati i permessi di soggiorno perché si prostituivano e quindi sono state espulse.

    Mettendo al bando l’ipocrisia moralista che alimenta la stigmatizzazione sociale di chi la pratica o la usa, si dovrebbe avere il coraggio di legittimare la prostituzione per garantire a chi lo desidera la possibilità di praticarla. Ciò non significa che si debba per forza regolamentarla in qualche forma più o meno moderna, basterebbe un intervento minimo sulla legge, depenalizzando del tutto alcuni reati, come l’adescamento e il favoreggiamento, ed eliminando il divieto di lavorare in casa. Ciò modificherebbe di molto l’aspetto del fenomeno e certamente consentirebbe alle donne di essere meno esposte a violenze e rappresaglie.

    Ma la difficoltà vera viene quando le prostitute sono immigrate, esse non hanno diritti perché clandestine nel nostro paese. Se sono vittime della tratta possono chiedere di entrare in un programma di protezione/integrazione sociale, ma devono abbandonare la prostituzione.

    Il prerequisito per l’inclusione sociale delle prostitute immigrate è il riconoscimento e l’applicazione dei loro diritti: come donne, come migranti e come prostitute.

    Non possiamo accettare che la legge sulla prostituzione abbia due misure e discrimini le donne straniere. Se affermiamo un diritto a prostituirsi, esso deve valere per tutte le persone adulte che decidono volontariamente di farlo.

    I sistemi proibizionisti non danno esiti positivi, perché creano un mercato clandestino e sotterraneo con tutte le immaginabili conseguenze di sfruttamento e vulnerabilità delle donne. D’altra parte anche i sistemi che scelgono di regolare possono produrre lo stesso effetto, quando escludono dal diritto le immigrate.

    L’Olanda ne è un esempio: il riconoscimento del diritto di lavoratrice a chi si prostituisce è per ora precluso alle persone che non sono della Comunità europea. Nonostante una recente sentenza della corte europea favorevole alle sex workers di paesi come la Polonia e la Repubblica Ceca, ci vorranno ancora molte battaglie legali per affermarlo.

    Inoltre a distanza di un anno dall’entrata in vigore della nuova legge che riconosce il lavoro sessuale, questa stenta a partire: sono pochissime le lavoratrici autonome che si registrano presso l’ufficio delle tasse (unica registrazione prevista), e le norme che lo inquadrano come lavoro dipendente non sono applicate, perché non convenienti per i gestori. La sorte della prostituzione legalizzata in Olanda è perciò molto incerta.



    ****************************************



    Carla Corso, del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute

    (Intervista realizzata nel marzo 2002)




    Questa intervista ci fa conoscere il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, fondato quasi vent’anni fa da Carla Corso e Pia Covre per combattere lo sfruttamento e la discriminazione delle persone che si prostituiscono




    Quando è nata la vostra associazione e quali erano le sue finalità?


    La nostra associazione è nata nel 1982 e le finalità erano principalmente tre: modificare la legge Merlin, aprire un grande dibattito sulla prostituzione, cambiare l’immagine stereotipata delle donne prostitute.



    Che tipo di interventi effettuate?

    Il nostro campo di interventi, negli anni, si è molto modificato: è passato da rivendicazioni puramente politiche, come il cambio della legge Merlin e il riconoscimento dei diritti civili a tutte le prostitute, a interventi di tipo sociale e sanitario che ci vede impegnate nella prevenzione sanitaria generale e delle malattie sessualmente trasmesse e nella riduzione del danno, fino a interventi sempre più specifici e sperimentali, che riguardano l’accoglienza e la fuoriuscita dalla prostituzione di persone che decidono di farlo e solo su richiesta esplicita delle interessate. Tutte le nostre attività sono scarsamente finanziate dall’Unione Europea, per quanto riguarda la prevenzione sanitaria, e dal Ministero per le Pari Opportunità egli Affari Sociali per quanto riguarda l’accoglienza, come pure dall’Istituto Superiore della Sanità per quanto riguarda la prevenzione dell’HIV. Lavoriamo solo su progetti: non abbiamo fondi garantiti su base annuale.



    Quali esperti collaborano alle vostre attività? Che tipo di organizzazione avete e in quanti siete attivi?


    La nostra associazione è un comitato fondato da una ventina di persone, prostitute e non, e in questo momento lavora con noi all’incirca una sessantina di persone tra Torino, Novara, Modena, Trieste e Pordenone. Le uniche figure professionali con le quali preferiamo lavorare sono educatori, psicologi, medici e personale generico, che ci occupiamo di formare direttamente.

    Una delle figure predominanti nella nostra equipe sono i mediatori culturali, che sono quasi sempre donne che hanno esercitato la prostituzione e che rappresentano le varie nazionalità con cui operiamo. Questa figura, estremamente importante, ha il compito non solo di tradurre nella sua lingua, ma anche di farci conoscere le varie differenti culture in modo da consentirci di eseguire interventi più mirati nel rispetto reciproco. In ogni città dove apriamo un laboratorio o un progetto rendiamo accessibili i servizi disponibili in città anche alle donne prostitute, clandestine e sans - papiers: è questo il nostro grande impegno, perché i nostri progetti sono finanziati in modo insufficiente e quindi contiamo molto sulla collaborazione delle amministrazioni cittadine e delle aziende sanitarie, le quali garantiscono dei servizi, molto spesso completamente gratuiti.



    Quale aiuto concreto potete offrire a chi si rivolge alla vostra associazione e quali associazioni sono attive nel settore?

    L’aiuto che diamo alle persone che si prostituiscono (che non sono solo donne) che si rivolgono a noi consiste in interventi in:

    Campo sanitario:


    informazione sanitaria prestazioni sanitarie, fino al ricovero ospedaliero e alla distribuzione gratuita di farmaci prevenzione dell’aborto, tramite l’informazione sui metodi contraccettivi e la distribuzione gratuita di contraccettivi offerta dell’opportunità di abortire gratuitamente in ospedale assistenza alla gravidanza fino al parto.
    Campo legale:


    consulenza e eventualmente assistenza legale;

    eventuale disponibilità a costituirci parte civile in caso di grave sfruttamento nei confronti delle vittime della tratta;

    ricostruzione dei documenti;

    permesso di soggiorno e regolarizzazione nel nostro paese a donne che possono usufruire del permesso di soggiorno per motivi umanitari previsto dall’art. 18.
    Campo sociale:


    presa in carico totale e accoglienza presso strutture protette gestite direttamente dalla nostra associazione ;

    corsi di alfabetizzazione e di scolarizzazione fino alla conclusione della scuola dell’obbligo;

    corsi di formazione professionale accompagnati da borse lavoro e inserimento lavorativo regolare;

    in caso di esplicita richiesta dell’utente, rimpatri assistiti e accompagnati nei vari paesi d’origine (siamo in rete con associazioni internazionali che si occupano della ragazza, una volta rientrata nel suo paese di provenienza, con programmi di inserimento lavorativo).
    Ci sono miriadi di associazioni, piccole e grandi, che attualmente lavorano in questo campo, ma tutte sono impegnate nell’ambito della “redenzione” e pochi sono i gruppi laici che si occupano anche delle donne che vogliono rimanere all’interno della prostituzione. Esiste a Venezia un grosso servizio del Comune, che nasce nel ‘95, come progetto emanato dal nostro Comitato, e viene poi trasformato in servizio. Questo servizio, che sta svolgendo un lavoro molto interessante, ha due finalità: accoglienza e riduzione del danno.



    Che soluzioni proponete perché le donne che vogliono prostituirsi possano farlo con meno disagio?


    Prima di tutto bisogna stabilire quali sono i possibili disagi:


    sfruttamento: lavoriamo molto sull’empowerment e l’accentuazione dell’autostima delle donne per fare in modo che abbandonino gli sfruttatori, a volte cambiando anche città o passando attraverso una denuncia, così da poter lavorare per se stesse e per il proprio progetto migratorio.

    scarsa contrattualità con il cliente: si lavora dando informazioni sull’uso corretto del preservativo e sul pericolo di accettare somme ingenti da parte dei clienti perché dietro a questa proposta si celano dei rischi. Inoltre, è da considerare il fatto che spesso le straniere non conoscono il valore del denaro qui in Italia e quindi hanno uno scarso potere di contrattualità; quindi facciamo interventi di strada contattando direttamente le prostitute in modo da fornire loro un’adeguata conoscenza degli usi e della cultura invalsi in Italia.

    repressione da parte delle forze dell’ordine: informiamo le donne riguardo ai loro diritti, per quanto minimi: ad esempio le informiamo riguardo alla possibilità di fare ricorso nel caso in cui durante una retata ricevano il foglio di via o l’espulsione. Molto spesso, durante una retata, le donne vengono private dei propri effetti personali (telefoni cellulari, denaro, etc.) e in questo caso noi gli consigliamo di richiedere sempre una ricevuta che comprovi il sequestro.
    Ci sono altri disagi, che le prostitute vivono sicuramente ogni giorno nella propria vita privata (esclusione sociale, emarginazione, stereotipazione, invasione della privacy); qualche volta le prostitute italiane madri si vedono private del diritto di allevare i propri figli con l’accusa di immoralità. Per questi problemi l’intervento non va fatto sulle prostitute, ma sull’intera società, che le considera non persone.



    Esiste qualcuno che sostenga, all’uscita dal carcere, le ragazze che sono finite in carcere per reati legati in qualche modo alla prostituzione?

    A questa domanda non posso rispondere, perché non sono a conoscenza di nessun progetto che sostenga queste donne, anche se a Venezia ho conosciuto una suora che lavorava all’interno del carcere ed era molto angosciata per questa situazione. Mi piacerebbe molto poter avviare un progetto che coinvolga queste donne, ma avrei bisogno di persone che conoscano la problematica del carcere approfonditamente e bisognerebbe anche trovare dei fondi ad hoc, perché in questo momento gli unici soldi che vengono stanziati sono destinati esclusivamente alle donne vittime della tratta.









    Documento del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute



    Sesso comprato e venduto: considerazioni economiche e sociosanitarie



    Sesso comprato e venduto: ma così è sempre stato, e urlarlo scandalizzati ancora oggi, adducendo questo e quel pretesto, nulla aggiunge all’ovvietà della constatazione. Neppure è facile resistere al fascino e alla forza di una certa logica che evoca automaticamente la mano invisibile del Mercato e il libero gioco della domanda e dell’offerta. Non solo. Il Mercato sfacciatamente si vuole come l’Eden dei diritti innati e delle libertà possibili in libertà vendiamo capacità lavorativa, sia essa fisica e mentale; in libertà alieniamo parte del nostro tempo o tutto il nostro tempo.

    Il mercato della prostituzione, si dice, non costituisce in fondo un’eccezione, questa volta al lavoro, come recita il bel libro della Tatafiore, è il sesso. Ma la riduzione della prostituta a sex - worker rischia di semplificare, a nostro avviso, questo particolare mercato fino a fame il luogo figurato per l’esercizio accademico delle nostre anime belle. La prostituta è anche qualcos’altro, come sempre accade quando dietro la forma merce e il suo feticismo si scopre il lavoro vivo e la nuda vita. Ma questa e un’altra storia.

    Il mercato della prostituzione è un effetto della globalizzazione: non ci riferiamo alla massa di capitale finanziario, cioè del denaro prodotto e scambiato come merce e in grado di far vacillare le economie reali del Sud America, delle tigri asiatiche, dell’orso russo. Non ci riferiamo neanche alle nuove oligarchie planetarie. Pensiamo invece all’estrema mobilità del capitale, un tempo detto industriale, e alle ristrutturazioni e alle riconversioni dei modi di produrre. Pensiamo alla perdita di centralità degli Stati nazionali, alla crisi dei relativi mercati, alla massificazione del lavoro salariato, alla sua precarizzazione e segmentazione per sesso, per età, per nazionalità.

    Non sono processi indolori, spesso le guerre tribali e i nazionalismi forniscono l’alibi a processi di questo genere. Tutti concordano nel ritenere che stiamo vivendo un rivolgimento, la cui radicalità è pari alle grandi svolte che hanno segnato la storia dell’umanità nell’ultimo millennio: la rivoluzione agraria tra il 1100 e il 1200 e la rivoluzione industriale alla fine del 1700.

    Anche oggi, come allora, le emigrazioni forzate e volontarie accompagnano questo snodo epocale. Si fugge sempre da qualcosa e da qualcuno, è inutile insistervi. Più interessante, invece, è l’individuazione della meta.

    Non c’è esodo senza terra promessa. E la terra promessa per milioni di uomini e donne del secondo, terzo, quarto mondo, è il primo mondo, Europa e U.S.A. in primis. Non ci stancheremo di ripeterlo, le prostitute bianche e nere sono l’avanguardia o la punta d’iceberg della forza lavoro multinazionale dell’era della globalizzazione.

    In verità, di “forza lavoro” parlano i governi e i parlamenti occidentali. Le quote d’immigrati, preventivate d’anno in anno, non alludono forse al carattere di merce dell’immigrato extracomunitario? E non è forse vero che un riconoscimento minimo di diritti minimi è legato a questa realtà? Che, insomma, la messa al bando, l’essere clandestino e nuda vita è il destino di chi si sottrae deliberatamente, o è tagliato fuori perché soprannumerario? Le prostitute sono questa nuda vita. Devono esserlo. L’assunzione di questa prospettiva rende possibile la denuncia dei limiti di un approccio mercantile al problema. Ma anche questa è un’altra storia.

    Dentro questi limiti, l’analisi e facile. In Italia la modificazione del mercato è preparata dalla repressione di Stato lungo tutti gli anni settanta e ottanta: schedature, diffide, fogli di via, domicilio coatto, confino, sorveglianza speciale, revoca della patente, in una parola l’applicazione dell’art. 1 di Pubblica Sicurezza, nel clima emergenziale delle leggi speciali antiterrorismo, dissodano il campo della prostituzione autoctona.

    Cacciate dalle strade, le nostre prostitute “riscoprono le case”. Ma è il sommovimento sociale e culturale di quegli anni ad incoraggiare e ad alimentare la trasformazione della prostituta a sex worker e a soggetto politico.

    Il 1983, l’anno di nascita del nostro Comitato, costituisce un vero e proprio spartiacque in tal senso. Professionista, sostenuta da un’alta coscienza di sé, libera nella gestione del proprio corpo, senza protettore, “sindacalmente” attrezzata, la nostra prostituta gode di un potere contrattuale ragguardevole. Ad aggredirla, a metterla in un angolo, a svilire il suo potere, è l’irruzione, alla fine degli anni ottanta, di migliaia di donne, che provvedono a riempire di nuovo le strade. I primi ad arrivare sono i travestiti e le ragazze latino - americane e del sud - est asiatico, poi le nigeriane, le jugoslave, infine le albanesi, le russe, le polacche, le ucraine.

    Oggi, su un totale di 50.000 lavoratrici sessuali, la metà lavora sulla strada. A guardare le aree di provenienza, è fin troppo facile indicare le cause più immediate ed ovvie di quest’esodo nella fame, nella mancanza di lavoro, nelle guerre interetniche e tribali, nell’implosione di fragili imperi, nelle crisi cicliche scatenate dalle più feroci politiche neoliberiste.

    Resta il fatto che, per migliaia e migliaia, forse milioni di donne e di uomini in fuga, prevalentemente giovani, mediamente acculturati, l’occidente ha significato e continua a significare la terra promessa e non necessariamente con il carico di aspettative e di ragioni che segnarono fenomeni solo all’apparenza simili, tra l’800 e il ‘900, o negli anni 30 e 50 di questo secolo.

    Perciò, se continua ad essere vero che la molla che spinge queste donne a intraprendere viaggi disperati è il denaro, è altrettanto vero che la posta in gioco è la vita godibile, non soltanto migliore.

    Il denaro, in questa prospettiva, diventa mezzo d’emancipazione e di liberazione. E ciò è possibile a partire da una ricchezza latente, da un’esuberanza di potenzialità in grado di rendere reversibile la propria condizione di partenza. È arduo, attualmente, sostenere questa tesi. La prostituzione che conosciamo è sotto il controllo delle mafie dell’Est, le ragazze spesso o per lo più sono coatte, la loro è una condizione di deiezione estrema. Se misuriamo il tasso d’autonomia, di libertà e di potere dal prezzo dell’offerta e dal saggio di profitto (quanto va al protettore, quanto resta alla ragazza), c’è da restare disorientati. Il prezzo è caduto ed il saggio di profitto è tra i più alti. Lo statuto della nuova prostituzione di strada è mutato: l’area del lavoro autonomo, appannaggio delle lavoratrici autoctone, si è ridotto notevolmente (meno del 5%); quella del lavoro coatto e servile è cresciuta oltre ogni misura.

    Quello che, secondo noi, va sottolineato è quest’intreccio perverso tra svalorizzazione dell’offerta e alti profitti, a garantire i quali, proprio come si addice al rapporto di lavoro salariato, è la perdita di valore della forza lavoro.

    La nostra ipotesi, più che fare riferimento a cause per cosi dire esogene (l’alto numero delle ragazze sulla strada, l’offerta variegata delle prestazioni, la condizione di clandestinità, etc.), muove perciò da ragioni di coerenza, che regolano il rapporto di lavoro in sé.

    Cosa interessa al protettore? In primo luogo, che le ragazze lavorino, e tanto. Vitale è aumentare il numero di clienti per sera, abbassando la qualità della prestazione e il suo prezzo, se necessario; in secondo luogo che alle ragazze resti poco o niente, perché in questo modo è più facile costringerle a lavorare. È questa la situazione delle albanesi. Questa specie di lavoro a cottimo risponde anche al bisogno delle ragazze di affrettare l’estinzione del debito contratto all’entrata nel nostro paese.

    È il caso delle nigeriane. Al protettore fa gola la percentuale sulle prestazioni: è questa percentuale che misura il suo potere ed è, ovviamente, la sua ricchezza.

    Russe ed ucraine, ad esempio, intascano un terzo del loro guadagno. Il prezzo di una prestazione semplice oscilla dalle 50.000 alle 100.000 mila lire. Si tratta di tariffe che risalgono agli anni ‘80, fissate dalle prostitute autoctone, per di più in età. Oggi l’età si è abbassata, sulla strada ci sono giovani e giovanissime. Il prezzo non sale, tende invece a collassare. Non è raro pagare una prestazione 30 o 10.000 lire. In linea con le politiche deflattive dei nostri governi, anche il mercato della prostituzione ha subito la sua svalutazione.

    La prestazione veloce significa consumo affrettato da parte del cliente. Per il cliente può essere un alibi ma le prostitute sanno che il cliente è un particolare tipo di consumatore: la fretta è il suo tratto distintivo. Ricco di fantasie, ma povero di desideri, incapace di stabilire rapporti erotici con la compagna, è sul corpo femminile che proietta bisogni e paure, in primo luogo il terrore di doversi confrontare con la propria omosessualità. Il tasso di virilità si misura perciò con il numero delle donne possedute. La fretta, dunque.

    Vale per il nostro cliente l’analisi heideggeriana del curioso che vede senza vedere, che cerca il nuovo come trampolino verso un altro nuovo, che è incapace di soffermarsi su ciò che si presenta. Distratto ed irrequieto, è irretito nella cultura maschilista e fallocratica che vuole la donna madre - sposa oppure puttana. È il corpo a decidere, di volta in volta: corpo pudico ed asessuato, oppure abbandonato ed esposto nella sua nudità, da possedere e consumare nei mille modi che la fantasia celebra.

    Al cliente la professionista concede poco o nulla in termini di potere sul corpo e, per questo poco o nulla, il cliente paga. Allo stesso cliente, la svalutazione dell’offerta restituisce posizioni di forza e quote di potere sul corpo delle nuove prostitute, sindacalmente deboli, politicamente impotenti, confinate alla condizione dannata di clandestine, alla merce di sfruttatori e di questure, le ragazze che lavorano in strada pagano in primo luogo per il loro rapporto con i protettori.

    Cliente – protettore: se regge la nostra ipotesi (è nell’interesse del protettore contenere il prezzo), un’intima, segreta trama, certo inconsapevole, ma non per questo meno proficua, s’intesse tra i due. Complicità economica e politica, perché se il protettore protegge il cliente dall’esosità della prestatrice d’opera, il cliente gli garantisce, con il consumo, la trasformazione del valore in denaro e del denaro in profitto; se per il protettore centrale è il potere sulle ragazze, per il cliente vitale è il potere sulla prostituta. La perdita di valore della forza lavoro, delle sue prestazioni, del suo lavoro, rassicura l’uno e l’altro, garantisce l’uno nella misura in cui garantisce l’altro. E viceversa.

    Poche considerazioni, infine, sulla situazione sanitaria. È indubbio che il quadro descritto influenza la condizione di salute. Le prostitute, come abbiamo visto, devono avere un alto numero d’incontri sessuali, ampliando perciò il ventaglio dei rischi. A volte, proprio per strappare ai protettori una quota di reddito per sé, possono accettare prestazioni a rischio, o fare sesso non protetto. Le ambiguità emergono dal comportamento del cliente: perché chiede e, forte del suo potere, impone sesso non protetto? Forse è il senso d’onnipotenza che gli deriva dalla ristrutturazione del mercato ad illuderlo di riuscire a farla franca, in un gioco che ha il sapore di una sfida. Forse è l’estremo tentativo di possedere un corpo che, pur pagando, sa che non gli appartiene. Eliminare il preservativo è, nell’immaginario del cliente, abbattere l’ultima barriera per un possesso nella realtà impossibile.

    Infine, come conciliare questa linea di condotta con la richiesta di rigidi controlli sociali e sanitari, da parte di un’opinione pubblica costituita anche dai 9.000.000 di “stimati clienti”?



    Sito del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute: www.luccioleonline.org (offline)

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    Predefinito Re: Pia Covre e Carla Corso

    Carla Corso: "Fare sesso a pagamento è emancipazione"
    A parlare è un'ex prostituta, che ha dato vita al Comitato per i diritti civili delle prostitute. "Sono convinta che le professioniste pagherebbero le tasse per avere garantiti i diritti". Questa sera in Bocciodromo

    Giulia Guidi 19 luglio 2011

    Simpatica, disponibile, anche se la disturbiamo mentre sta facendo commissioni. Carla Corso è un "mito" nel suo ambito.

    Era il 1982 quando con la collega Pia Covre fonda il Comitato per i diritti civili delle prostitute. Negli anni sono arrivate una rivista, "Lucciole" e tre libri sul tema. Giovedì 21 luglio, dalle 20.45 di sera, sarà al Bocciodromo di via Rossi nell'ambito della rassegna "F for fetish" per un dibattito su "Alcune riflessioni sulla prostituzione oggi e per il futuro”.

    "Ho iniziato a 25 anni - spiega con la sua voce fresca - e ho esercitato per 20 anni. Ora basta, da prima del 2000, niente è per sempre", ride. Importantissime le iniziative che Carla ha intrapreso non solo per le prostitute ma per la tratta degli esseri umani in generale ma l'intervista gliela vorremmo fare più leggera e lei accetta.

    "Ho iniziato perchè avevo bisogno di soldi e non avevo tanta cultura - racconta - penso che con più denaro e più opportunità ogni donna possa emanciparsi. Ci sono lavori migliori ma anche peggiori. Io come alternativa avevo la fabbrica, ho preferito fare la prostituta". "Invidio le donne che lo fanno come secondo lavoro, per arrotondare lo stipendio, su Internet - continua - Io ho dovuto affrontare il disprezzo delle persone, l'ipocrisia degli sguardi della gente: il web permette di evitarsi tutto questo".

    Carla, però, non ha avuto esitazione nell'esporsi per farsi portavoce della categoria: "Uno dei miei migliori amici mi ha detto che da quel momento non ero più una puttana solo per gli uomini, lo ero anche per le donne, ero diventata infrequentabile".

    Il momento buio è passato e Carla si diverte a fare i conti con una società ancora pesantemente gravata dal moralismo cattolico: "Spesso i giornalisti mi chiedono se ho una casa, se cucino... sì, ho una vita normale, come tutte le donne".

    Quale prospettiva vede, Carla, per il "mestiere"? "Una regolarizzazione è necessaria, penso che le colleghe sarebbero ben felici di pagare le tasse se fossero garantiti i diritti di cittadinanza. Certo, non è proponibile fare fattura ma una soluzione basata sul reddito, magari in spazi controllati, potrebbe essere una soluzione".

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    Predefinito Re: Pia Covre e Carla Corso

    CARLA LONZI


    "Il femminismo mi si è presentato come lo sbocco tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi. Senza perdersi e senza mettersi in salvo. Ritrovare una completezza, un'identità contro una civiltà maschile che l'aveva resa irraggiungibile".


    VITA, OPERE E PENSIERO


    Nata a Firenze il 6 marzo 1931, Carla Lonzi si laurea in storia a dell’Arte con Roberto Longhi, ed esercita la professione di critica d'arte fino al 1970, quando, avvicinatasi al femminismo, fonda il gruppo Rivolta Femminile e una piccola casa editrice ad esso collegato. Il 1970 è l’anno della scoperta per Carla Lonzi dell’esistenza del femminismo nel mondo, è il momento di massima apertura in cui prevale lo sdegno per la consapevolezza che la cultura maschile aveva da sempre teorizzato l’inferiorità della donna. I suoi scritti, Sputiamo su Hegel del 1970 e La donna clitoridea e la donna vaginale del 1971, ci regalano una nuova dimensione, appassionata ed estrema, del suo pensiero. Sono gli anni della contestazione, della ribellione e del rifiuto per quella società che vede la donna ancora sottomessa al modello maschile. Carla Lonzi ha un ruolo fondamentale nella elaborazione del Manifesto di Rivolta femminile (1970), che contiene i pensieri più significativi intorno all’idea generale del femminismo. Durante la primavera del 1970 Carla Lonzi cominicia ciò che lei stessa definisce la sua presa di coscienza stimolata dalla scoperta del femminismo e dai contatti con le donne di Rivolta Femminile. Morirà nel 1982, a Roma. L'inizio di questo percorso è segnato dall'uscita di alcuni scritti della Lonzi i quali sono considerati da quest'ultima come una premessa all'esperienza più personale che, in seguito, verrà portata avanti con l'autocoscienza. E' appunto la pratica di quest'esperienza che le permette di portare alla luce al di fuori di sé ciò che risultava dalla sua opera di introspezione. Ciò a cui punta Carla Lonzi non è infatti la teorizzazione di una lotta contro il predominio maschile in quanto lei stessa si rivolge verso la libera espressione di sé. Lei stessa si era resa conto, sperimentandolo sulla sua pelle, della situazione di subordinazione che caratterizzava il ruolo che la società impone alla donna. Secondo la Lonzi la donna incarnava perfettamente la figura dello spettatore dell'opera d'arte il quale vive completamente dimentico di sé e delle proprie capacità creative. La donna, come lo spettatore, non ha la possibilità di proporre il proprio punto di vista e di fornire il proprio apporto creativo ma deve vivere nell'illusione del rapporto che le è fornita dall'uomo. Le conclusioni a cui arriva la Lonzi, riflettendo su questo problema, non sono, però, frutto di una semplice teorizzazione. Carla Lonzi parte sempre dall'analisi della propria esperienza e ogni testo che essa scrive risulta motivato dalle necessità interiori di quest'ultima. I primi scritti che la Lonzi redige in occasione del suo ingresso in Rivolta Femminile sono motivati soltanto dalla necessità di portare al di fuori di sé, di estromettere, tutto lo sdegno che lei stessa provava nei confronti della sottomissione, o meglio dell'inespressività, in cui viveva la donna. Questi testi quindi non vogliono essere dei punti ideologici, delle teorie con cui regolare lo sviluppo di Rivolta Femminile, ma sono il punto di partenza che permette alla Lonzi di approdare, piano piano, alla scoperta di sé. Il Manifesto di Rivolta femminile è redatto nel luglio del 1970 con la collaborazione di Carla Accardi e Elvira Banotti. In questo scritto sono raccolte le frasi più significative che l'idea del femminismo aveva portato al gruppo di Rivolta Femmninile. Il bisogno di esprimersi che queste donne sperimentano nei loro primi incontri è accolto, lo dice la Lonzi, come sinonimo stesso di liberazione. Liberarsi per la Lonzi, come per le altre donne appartenenti a Rivolta Femminile, non vuole dire accettare la stessa vita dell'uomo ma significa esprimere il proprio senso dell'esistenza. Il Manifesto di Rivolta Femminile diventa proprio il mezzo adatto attraverso cui questo gruppo di donne ha la possibilità portare sulla carta le proprie idee relative al loro ingresso nel femminismo. Ciò che in quest'occasione si cerca di porre in luce è la necessità di fornire voce e sostanza all'identità femminile individuando gli elementi di misconoscimento contro cui ci si ribellava. Carla Lonzi afferma infatti come la donna, ponendosi come soggetto, rifiuti il ruolo assoluto e autoritario che è svolto dall'uomo. Ogni valore costituito dalla società è stato sfruttato a discapito della donna la quale non ha la libertà di decidere ma viene inglobata dentro i vincoli sociali. Il matrimonio come anche la regolamentazione della vita sessuale sono necessità del potere che non lascia libertà di decisione. Questa situazione di imparità era anche appoggiata, agli occhi della Lonzi, dalle teorie metafisiche elaborate dai grandi sistematici del pensiero. Essi avevano mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo legato alla sfera privata. Secondo quest'ultima, infatti, discipline tanto diverse quali la psicoanalisi, il cattolicesimo e il marxismo, hanno un punto ideologico in comune: la considerazione della donna come un essere sussidiario e complementare. Ciò, però, risulta motivato dal fatto che queste dottrine erano nate come forme di regolazione e di interpretazione dei rapporti tra uomo in quanto superiore e la donna in quanto inferiore. La presa di coscienza di una simile situazione porta la Lonzi a riflettere su ciò che era stato scritto dai grandi filosofi del passato confutando i principi patriarcali che reggevano i loro scritti. Sputiamo su Hegel è scritto da Carla Lonzi nell'estate del 1970. Qui lei stessa spiega come la donna è oppressa in quanto donna. Il fattore sessuale è l'elemento discriminante e non il livello sociale. Anche il marxismo quindi affidando la rivoluzione alla classe operaia aveva desunto una teoria rivoluzionaria dalla matrice della cultura patriarcale poiché aveva escluso la considerazione della donna come oppressa e come portatrice di futuro. Secondo Hegel la donna è il principio divino che presiede alla famiglia e che non oltrepassa lo stadio della soggettività. Per questo motivo la donna, riconoscendosi solo nella famiglia, non può raggiungere l'universalità per cui l'uomo diventa cittadino. La Lonzi nota come in Hegel l'essere donna non sia riconosciuto come una condizione umana poiché dipende da un principio divino il quale s'incarna quindi in un'essenza immutabile. Dando alla differenza sessuale della sostanza spirituale Hegel non riconosce l'origine umana dell'oppressione della donna. L'inferiorità della donna non fa parte della storia umana ma è una condizione immutabile. Secondo la Lonzi la cancellazione dell'inferiorizzazione della donna dalla storia aveva permesso a Hegel di vertere la sua teoria politica sulla dialettica tra superiore e inferiore dove il primo è il padrone e il secondo è il servo. La condizione della donna, essendo contemplata come principio divino, non è considerata in questa dinamica sociale. Secondo la Lonzi ciò derivava dal fatto che se Hegel avesse dovuto applicare al rapporto donna-uomo la dialettica servo-padrone avrebbe incontrato un ostacolo non indifferente poiché sul piano donna- uomo non esiste una soluzione che elimina l'altro per cui è vanificato il traguardo della presa di potere che distingue invece la logica servo-padrone. La donna è sottomessa all'autorità patriarcale e l'unico valore che le viene riconosciuto è quello di essersi adeguata come se questa fosse la propria natura. L'unica cosa che la donna contrappone alle costruzioni dell'uomo è la sua dimensione esistenziale per cui non possiede nessuna mitizzazione dei fatti che ha compiuto. La rivoluzione simbolica che la donna opera mettendosi in posizione di soggetto è considerata un cominciare da capo anche da Carla Lonzi che così si esprime in Sputiamo su Hegel: "Il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto". Con il rivoluzionamento, nei testi di Rivolta femminile si dice anche chiaramente il suo risultato logico che è il concetto di differenza sessuale. La differenza tra donna e uomo viene infatti presentata come qualcosa da cui non si può prescindere. Non c’è libertà né pensiero per la donna senza pensiero della differenza. Il Manifesto si apre con questa idea: "La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L ‘uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna. La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna." Viene perciò duramente respinto il programma di uguaglianza tra i sessi con cui si pretenderebbe di assicurare alle donne piena dignità umana. In Sputiamo su Hegel si sostiene che lo stato sociale assegnato al sesso femminile sia tale che "un uomo preferirebbe non essere mai nato se dovesse considerarlo per se stesso". Le donne lo hanno sopportato, lo sopportano aiutandosi per una parte, una parte difficilmente misurabile, con l’aiuto delle fantasie. E’ difficile sapere al momento quanta parte di fantasie ci aiuta a sostenere la nostra differenza trovandoci esposte alle esibizioni del sesso maschile. Di solito si viene a saperlo quando è troppo tardi, quando cioè viene meno la forza di fantasticare. Allora la mente femminile si arrende e cade in quello stato che gli psicologi chiamano depressione. Carla Lonzi chiamò autocoscienza la pratica secondo la quale le donne parlavano della propria esperienza esponendosi alle altre. Era una via per sottrarre la coscienza di sé alle interpretazioni che ne dava la cultura maschile. Con questa pratica la propria soggettività femminile trovava modo di emergere nel confronto con altre donne. La confutazione delle teorie basilari del patriarcato continua anche con l'uscita nell'estate del 1971 dell'ultimo scritto della Lonzi: La donna clitoridea e la donna vaginale. In questo testo la Lonzi attaccava le teorie freudiane legate alla sessualità femminile individuando in esse gli stessi elementi repressivi presenti nella dialettica servo-padrone elaborata dal marxismo. Entrambi gli ambiti miravano ad un'utopia patriarcale dove la donna è programmata come un essere represso ed assoggettato. Secondo la Lonzi, nel caso di Freud, l'uomo costringendo la donna ad un tipo di rapporto vaginale la priva della sua autonoma sessualità che corrisponde invece alla clitoride. Il modello di donna vaginale, in luogo di clitoridea, imposto dalla società patriarcale alla donna impedisce a quest'ultima la manifestazione della propria sessualità e la porta ad acquisire la rinuncia e la sottomissione come caratteristiche del suo essere femminile. Carla Lonzi spiega ancora come, dal punto di vista patriarcale, la donna vaginale sia considerata come la manifestatrice di una giusta sessualità mentre la clitoridea rappresenta l'immatura, la mascolinizzata e addirittura, per la psicoanalisi di Freud, la frigida. Il femminismo ribalta invece queste teorie. La donna vaginale è vista come colei che è stata plasmata come consenziente del godimento dell'uomo, o patriarca, mentre la clitoridea, non accondiscendendo alla situazione d'integrazione che riguarda la donna passiva, si è espressa in una sessualità diversa che non coincide col coito. Per godere dell'orgasmo clitorideo la donna deve trovare un'autonomia psichica. Questa autonomia, di cui gode la donna che si è allontanata dalla dimensione di assoggettamento imposta alla donna vaginale, è assolutamente inconcepibile per la civiltà maschile tant'è che viene considerata come un rifiuto dell'uomo ed un presupposto per l'inclinazione al lesbismo. La Lonzi spiega invece come fosse importante affermare il proprio sesso e non solo soddisfarlo. Se la donna che prova l'orgasmo clitorideo non prende coscienza del fatto che sta esprimendo la propria sessualità resterà ugualmente succube dell'uomo. La mancata presa di coscienza porta infatti la donna a non distanziarsi dal modello sessuale dell'uomo e si adopererà per dimenticare il suo tradimento e la sua non idoneità la ruolo che le è imposto dalla società patriarcale. Attraverso questi testi la Lonzi mette in chiaro i punti che nella sua esperienza personale, come in quella delle altre donne di Rivolta, aveva individuato come fattori discriminanti nei confronti della donna. Il raggiungimento di una simile consapevolezza, e la successiva necessità di redigere per iscritto le sue osservazioni, era stato possibile grazie al confronto e al riconoscimento che aveva provato entrando in contatto con le donne di Rivolta Femminile e alla pratica dell'autocoscienza. Ogni testo della Lonzi è scritto infatti in autocoscienza in quanto lei stessa parte sempre dall'analisi e dalla verifica della propria esperienza.


    DAL MANIFESTO:


    Dal Manifesto:


    "La donna non va definita in rapporto all’uomo (…). L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna."


    "La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario. "


    "Chiediamo referenze di millenni di pensiero filosofico che ha teorizzato l’inferiorità della donna."


    "Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione della umanità, legame con la divinità o soglia del mondo animale; sfera privata e pietas. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna."


    "Sputiamo su Hegel."


    "Unifichiamo le situazioni e gli episodi dell’esperienza storica femminista: in essa la donna si è manifestata interrompendo per la prima volta il monologo della civiltà patriarcale."

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    Predefinito Re: Pia Covre e Carla Corso

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    Predefinito Re: Pia Covre e Carla Corso

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    Predefinito Re: Pia Covre e Carla Corso

    Citazione Originariamente Scritto da Robert Lee Visualizza Messaggio
    https://it.wikipedia.org/wiki/Pia_Covre
    https://it.wikipedia.org/wiki/Carla_Corso

    Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute ONLUS
    Proposta politica. Pordenone 1994



    Premessa

    La prostituzione non è un problema di ordine pubblico ma una questione sociale che coinvolge tutti i cittadini.
    La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno; sono responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato sempre più vario e diversificato anche nelle qualità dell’offerta; sono responsabili la povertà, la miseria e le guerre che inducono migliaia di persone ad affidarsi ai trafficanti internazionali che li sfrutteranno nei mercati del sesso e/o lavoro nero; c’è la responsabilità di un sistema consumistico che propone modelli e stili di vita che inducono a cercare percorsi che sembrano “facili” per raggiungere posizioni economiche e sociali di autentico o falso benessere: c’è infine un radicato pregiudizio nei confronti di persone considerate “diverse” per le loro scelte sessuali non conformiste e che rende difficile il loro inserimento nel settore del lavoro tradizionale.
    Oggi, guardando dentro il mercato del sesso commerciale, queste sfaccettature sono ben visibili: dai club privée, alle agenzie per accompagnatrici (ma anche matrimoniali), ai locali notturni (night club), agli appartamenti, ai luoghi di relax, giù fino alla strada, è possibile leggere la storia dei desideri sessuali consumistici dell’uomo di questi anni ’90.
    Guardare questi consumatori può suscitare incredulità, inquietudine ed altri vari sentimenti, ma è pur vero che essi sono lo specchio di una società e della sua non-educazione sessuale, di una cultura maschilista che non pone su un piano paritario i rapporti uomo-donna, che da sempre ha preteso il dominio e il commercio del corpo femminile negandogli una specifica sessualità. Oggi nel nostro paese c’è un elevato allarme sociale nei confronti della prostituzione, ma non perché ci sia una presa di coscienza del fenomeno.
    L’allarme sociale è dovuto solo al fatto che nuove figure (viados, tossicodipendenti e soprattutto straniere), meno rassicuranti della classica prostituta, creano a volte ingorghi stradali e disturbano la quiete pubblica; ma soprattutto la loro diversità inquieta i benpensanti.
    Tutti biasimano lo sfruttamento delle vittime della tratta, ma i cittadini chiedono solo di rimpatriare e far sloggiare le vittime dalle loro strade; altri giri di sfruttate, occulti e quindi meno fastidiosi, non preoccupano nessuno.
    I sondaggi, ormai quasi quotidiani, danno per certo (il 93% – il 70% – il 63%: nel giro di una settimana non ce n’è uno che abbia dato esito uguale) che gli italiani vogliono riaprire i casini.

    Riteniamo quest’idea antiquata e illiberale.

    Riteniamo inutile discutere in questo documento sulle case chiuse, ma vogliamo ricordare che sono state tristi luoghi di schiavitù e sfruttamento voluti dallo Stato e sostenuti dalla morale della chiesa vaticana che ha sempre tollerato i bordelli purché non fossero vistosi.
    Vogliamo invece spiegare perché siamo convinte che non si debba fare una legge per regolamentare la prostituzione.
    Anche se per molte persone la prostituzione diventa una scelta di lavoro, questo non si può considerare un lavoro come un altro per la delicatezza implicita della parte di sé che si mette in gioco; si deve anche considerare che spesso ci sono persone che praticano la prostituzione per brevi periodi, in modo saltuario, occasionalmente, in momenti di emergenza.
    Per alcune persone invece la prostituzione non è una scelta, ma una condizione più o meno subita; in questi casi la costrizione è violenza.
    In sostanza, considerando che ogni persona può decidere di vendersi o trovarsi in difficoltà in ogni momento, così come ogni persona può decidere di offrire denaro in cambio di sesso in qualsiasi momento, siamo certi che è impossibile applicare una legge che regolamenti o imponga come-quando-dove si può vendere e comprare sesso, e soprattutto chi sia a vietarlo.
    Qui sappiamo che molti di coloro che stanno leggendo obietteranno che vendere e comprare sesso è inaccettabile anche solo come espressione linguistica.
    Proprio per questo concetto morale, culturale, ideologico-sociale che produce una forte stigmatizzazione di chi si prostituisce, ed anche dei clienti, noi siamo contrari ad una regolamentazione che inevitabilmente, costringerebbe chi esercita la prostituzione a rendersi “riconoscibile”, “visibile” in pubblici registri o albi di vario genere.
    Oltre a ciò noi siamo convinti che un paese civile ed evoluto non debba istituzionalizzare la prostituzione, ma debba saper trovare quegli strumenti che danno la possibilità di superare il bisogno di prostituzione, ad esempio con politiche culturali in grado di stimolare cambiamenti sociali positivi come, ad esempio, l’educazione sessuale nelle scuole e con politiche sociali che riducano le diseguaglianze fra cittadini.
    Possiamo andare in questa direzione solo decriminalizzando la prostituzione. Intendiamo sottolineare che il solo aspetto criminale nella prostituzione è lo sfruttamento che naturalmente va combattuto.
    Decriminalizzare – depenalizzare la prostituzione deve significare poter affrontare la questione con metodi nuovi, non repressivi, che riconoscano la libertà di usare il proprio corpo, il diritto di autodeterminazione sessuale, il rispetto dei diritti umani e civili, il diritto della libertà di movimento.
    Solo in un simile contesto è possibile approntare politiche sociali che facilitino la convivenza fra cittadini anche se diversi tra loro.
    Inoltre, si può ridurre il conflitto sociale che porta alla stigmatizzazione ed al razzismo nei confronti di chi si prostituisce.



    La legge Merlin

    La legge in vigore sulla prostituzione, legge Merlin, ha dei punti che sono assolutamente irrinunciabili, ad esempio il divieto di schedare chi si prostituisce e la necessità di rispettare la dignità e i diritti umani e civili di chi esercita la prostituzione.
    Perciò non va azzerata, ma si deve partire da questa legge per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di chi esercita la prostituzione, e per migliorare la qualità dei rapporti fra cittadini, sex workers e istituzioni.



    Depenalizzazione della prostituzione
    LA PROSTITUZIONE NON è UN REATO
    Su tutto il territorio nazionale chi la esercita può praticarla al chiuso o in strada.
    Non si considerino più reati l’adescamento e il favoreggiamento.
    DIVIETO DI QUALSIASI FORMA DI SCHEDATURA PER CHI SI PROSTITUISCE.
    Non esistono ragioni plausibili che giustifichino controlli sanitari obbligatori né quindi una schedatura sanitaria.
    Non ci sono ragioni che giustifichino una schedatura della polizia; pertanto va mantenuto il divieto per tali schedature.
    Il solo fatto di praticare la prostituzione non può essere motivo per la limitazione dei diritti civili, né per perdere i diritti acquisiti per i cittadini stranieri, o la libertà di movimento per chi è tossicodipendente.
    Va rispettato il diritto alla maternità.
    Va sottolineato con forza che prostituirsi non è un atto criminale.



    Organizzazione autogestita della prostituzione
    Deve essere consentito il lavoro in casa.
    Per casa si intende il luogo privato dove un numero massimo di tre sex-workers possono ricevere i loro clienti.
    Deve essere consentita la Pubblicità.
    Deve essere consentito contrattare i clienti in strada o in pubblici locali senza limitazione di sorta, Fatto salvo il rispetto delle leggi che regolano il vivere civile Cui devono attenersi tutti i cittadini d’Italia.
    LA PROSTITUZIONE NON DEVE ESSERE ORGANIZZATA O GESTITA DA TERZE PERSONE
    Chi lavora nel commercio del sesso deve essere indipendente da qualsiasi contratto, libero di negoziare direttamente e in prima persona con il cliente le condizioni delle prestazioni e del compenso.
    Per ragioni di sicurezza e di incolumità fisica deve essere consentito l’uso dello stesso appartamento ad almeno tre sex-workers, ma non oltre per non ripristinare dei veri e propri bordelli.
    Va tenuto presente che in questo commercio la possibilità di movimento è importante e quindi non vanno posti limiti che impediscano alle persone di trasferirsi ovunque nel paese, anche perché tali limiti sarebbero in contrasto con i diritti civili garantiti dalla Costituzione.
    Data la peculiarità della contrattazione e dello scambio commerciale, non si può certo determinare per legge dove tale contrattazione debba avvenire in quanto due individui, in qualsiasi luogo si trovino, possono fare quest’accordo; in tal senso una legge che vieti di contrattare in strada o in pubblici locali sarebbe inutile e creerebbe il pretesto per un ingiusto atteggiamento persecutorio.
    Alcuni ritengono che togliere le/i sex-workers dalla strada significhi metterli al riparo dalla violenza e dal freddo. Naturalmente non è così. Se si vuole salvaguardare chi si prostituisce dalla violenza bisognerebbe togliere dalla strada i criminali e i delinquenti, così come si cerca di fare per difendere tutti i cittadini. Inoltre molte persone non vogliono rinunciare alla libertà di incontrare i propri clienti in strada o semplicemente non possono (si pensi ai tossicodipendenti).
    Non è neppure vero che tutti i clienti preferirebbero i bordelli perché la ricerca delle “lucciole” costituisce un rituale importante per molti. Questi sono alcuni dei motivi che farebbero fallire una regolamentazione al “chiuso”.



    Il rispetto delle leggi del vivere civile
    Non devono esistere leggi che puniscono gli atteggiamenti o i comportamenti concernenti la prostituzione (come ad esempio l’adescamento).
    I codici prevedono già regole per la difesa della quiete pubblica, il rispetto della morale e del pudore, la regolamentazione del traffico e la viabilità ecc; pertanto la violazione di queste leggi può essere punita, qualora ne esistano veramente le condizioni.
    Qualora non ci siano queste condizioni ogni forma di repressione è pretestuosa ed ingiusta, e si può palesare un abuso di potere da parte dei tutori dell’ordine.
    La repressione indiscriminata, oltre che lesiva dei diritti dei cittadini, non è educativa né previene la trasgressione.
    Naturalmente anche per il rispetto delle regole del vivere civile sarebbero utili campagne di educazione rivolte non solo alle/i sex-workers ma anche ai clienti e a chi passa solo per guardare! Costoro hanno tanta parte nel fastidio provocato ai cittadini residenti nella zona.



    La prostituzione e le politiche sanitarie

    Ogni controllo sanitario coercitivo è una violazione dei diritti umani.
    Nessun obbligo particolare deve essere imposto per il fatto di esercitare la prostituzione, a meno che non sia imposto a tutte le persone sessualmente attive.
    Poiché la salute è un bene estremamente importante per tutti i cittadini e per la società, riteniamo che tutte le persone economicamente svantaggiate debbano avere accesso gratuito ai servizi sanitari pubblici, senza distinzione di sesso – età – nazionalità. Particolare attenzione va dedicata ai problemi della maternità e della contraccezione.
    I consultori familiari devono essere un riferimento cardine per il benessere psicofisico delle donne e andrebbero potenziati.
    In considerazione dell’alto numero di stranieri presenti nelle nostre città, bisognerebbe utilizzare delle figure capaci di mediazione culturale e linguistica all’interno dei servizi sanitari.
    Le sezioni di screening per l’HIV devono essere mantenute e potenziate, e, come avviene ora, devono assicurare l’anonimato e la gratuità.
    Andrebbero anche offerte con lo stesso metodo le ricerche per tutte le Malattie a Trasmissione Sessuale (MTS) ed epatiti.
    Vanno attuate strategie perché le persone siano informate dell’esistenza di questi servizi (è incredibile quanti ne ignorano l’esistenza!).
    Devono essere approntati Centri regionali qualificati per la preparazione alla rettifica del sesso.
    Poiché crediamo nella giustizia sociale e nella possibilità di raggiungerla, riteniamo che chi ha i mezzi economici per farlo debba contribuire alle spese sanitarie; vanno quindi educati tutti i cittadini a non abusare dei servizi riservati ai meno abbienti.



    Prostituzione e aids
    Malgrado ci sia una pesante campagna che vuole dimostrare la responsabilità della prostituzione nella diffusione dell’AIDS questo non è vero. In diversi paesi occidentali sono state fatte ricerche sulla sieroprevalenza fra le prostitute. Escluse le prostitute tossicodipendenti che si sono infettate attraverso l’uso di siringhe non sterili, fra le prostitute non tossicodipendenti la sieroprevalenza in genere è bassa. Anzi, in alcune ricerche, le prostitute sono risultate meno colpite delle donne non prostitute.
    Le affermazioni che le donne straniere sono affette da AIDS sono del tutto infondate; infatti, nel nostro Paese non esiste nessuna ricerca che abbia dimostrato questi fatti.
    I soli dati sul numero degli stranieri ammalati di AIDS sono stati raccolti in ospedali dove si sono rivolte persone già gravemente malate, e questi non possono costituire un campione da cui desumere dati percentuali applicabili alla popolazione generale.
    Nel Nostro Paese il preservativo è molto usato da chi si prostituisce; dalla nostra esperienza, fatta sul campo durante i programmi di prevenzione, emerge che anche le straniere li conoscono, li comprano e cercano di usarli.
    Purtroppo è il cliente che spesso non vuole usare il preservativo e mette in pratica delle strategie per ottenere il suo scopo: offre più denaro, minaccia di andare da un’altra che lo fa senza preservativo, rompe il preservativo durante il rapporto o lo sfila di nascosto ecc.. Naturalmente queste strategie non funzionano con una professionista che non è facilmente ricattabile, ma con una persona debole e inesperta, bisognosa di denaro per comprarsi la droga o pagare gli sfruttatori, spesso l’obiettivo dei clienti è raggiungibile.
    Le associazioni delle prostitute e dei transessuali hanno lavorato in questi anni per aumentare la consapevolezza del rischio di contrarre le malattie sessualmente trasmissibili e per incoraggiare le pratiche di sesso sicuro.
    Crediamo di non esagerare nell’affermare che nessuna persona, nei rapporti sessuali non a pagamento, usa così sistematicamente il preservativo come fanno i/le sex-workers nel loro lavoro.
    Infatti in Italia, in quei casi in cui si sono scoperti HIV + fra le prostitute, queste per lo più avevano contratto l’infezione da partners non paganti.
    Essere sex-workers non è di per sé un rischio, lo è avere rapporti non protetti.
    Non è utile imporre controlli sanitari a chi si prostituisce; innanzitutto si perderebbe il contatto con le persone più a rischio che si dileguerebbero e sfuggirebbero a ogni controllo; inoltre si creerebbe un clima di falsa sicurezza che porterebbe a rischiare di più. E poi per non discriminare bisognerebbe controllare anche i clienti e magari tutti i cittadini sessualmente attivi.
    Ci pare più saggio investire sulla prevenzione come abbiamo fatto noi in questi anni e come suggerisce l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
    Servono programmi di informazione sulla prevenzione rivolta alle/ai sex workers ma anche ai clienti e specialmente ai giovani che sembrano essere più esposti al rischio dell’AIDS.
    Ricordiamo che fare leggi che costringano le persone che praticano la prostituzione alla clandestinità, non fa che aumentare i loro bisogni e quindi a peggiorare le condizioni di lavoro con il conseguente aumento di ogni tipo di rischio.
    Infine vogliamo ricordare la risoluzione WHA 45.35 dell’Assemblea dell’OMS che dichiara che non c’è nessun fondamento logico sanitario per qualunque misura che limiti i diritti degli individui, in particolare misure che stabiliscono screening obbligatori. La risoluzione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite 4/3/94 che ricorda che le misure anti discriminazione formano parte integrante di una strategia di intervento efficace (in tema AIDS).



    Previdenza pensionistica e tasse
    In considerazione della tendenza generale a promuovere il privato le/i sex-workers potranno stipulare contratti con compagnie private come chiunque, al fine di ottenere una pensione.
    Naturalmente, poiché raramente c’è un’affinata educazione fra le/i sex-workers su questo tema, bisogna includerlo fra i programmi di informazione.



    Tasse
    Poiché ogni schedatura deve essere rigorosamente vietata, il solo modo di far pagare le tasse sul reddito delle/i sex-workers consiste nel fare una dichiarazione sul reddito presunto, salvo poi fare accertamenti sul tenore di vita. (Una regola che in molti paesi europei vale per tutti i cittadini). Forse si potrebbe incoraggiare il gettito sostenendo che chi paga le tasse su questo reddito, lo rende automaticamente visibile e accertabile; pertanto potrebbe in caso di contenziosi con compagnie d’assicurazione vedersi riconosciuto un esatto valore dei danni subiti.
    Lo stesso può valere nel caso di contenzioso sui clienti.
    Bisogna essere consapevoli del fatto che al di là di ciò che è visibile nella prostituzione, c’è un vasto ambito sommerso, e che un’imposizione fiscale colpirebbe ingiustamente solo il reddito di una parte della categoria, la più esposta, e si creerebbe così un’ingiustizia sociale.



    Lotta allo sfruttamento della prostituzione
    Lo sfruttamento della prostituzione è reato.
    Esso è aggravato se viene imposto con violenza e ricatti ai danni di persone socialmente e fisicamente “deboli” come ad es. minori, stranieri, tossicodipendenti, persone con handicap e persone ridotte in schiavitù o vittime della tratta.
    Chiediamo che, in aggiunta alla pena per lo sfruttamento, vengano usate le leggi del codice penale (quali sequestro di persona, estorsione, associazione mafiosa ecc.) per combattere i rackets e le mafie che sfruttano le persone vittime della tratta.
    Per incentivare la lotta alle organizzazioni criminali devono essere incoraggiate le denunce da parte delle persone sfruttate.
    Allo scopo di ottenere i migliori risultati invitiamo ad offrire tutela e benefici legali a coloro che denunciano gli sfruttatori, ad esempio mediante la concessione del permesso di rimanere legalmente nel nostro paese, se stranieri, o mediante la possibilità di accedere ad un lavoro diverso, qualora non si desideri rimanere nel mercato del sesso.
    È inoltre importante la tutela contro le rappresaglie della criminalità e l’erogazione di sussidi economici.



    Lotta allo sfruttamento commerciale
    In questi anni, le/i sex-workers si sono sempre serviti per i loro incontri con i clienti di pensioncine ed alberghetti, malgrado ciò fosse proibito. Forse proprio per questo, i prezzi pagati ai “tenutari” di questi locali sono sempre stati sproporzionati rispetto al servizio da essi dato; basti pensare che se una/o sex-worker si reca per dieci volte al giorno in una pensione, anche se utilizza la stessa stanza, paga per dieci volte.
    Spesso si tratta di una misera stanzetta che al prezzo di mercato non vale più di 60/70 mila lire al giorno, e che può invece rendere in questo modo anche 500.000 mila lire, naturalmente senza che avvenga nessuna dichiarazione al fisco.
    Lo stesso sfruttamento avviene spesso anche quando si affittano monolocali o piccoli appartamenti, che vengono usati per lavorare in casa propria; i prezzi diventano molto più alti se il proprietario è a conoscenza dell’uso “lavorativo” che ne viene fatto.
    Considerando quanto avviene, noi pensiamo che queste forme di sfruttamento, considerevoli sotto il profilo economico, vadano combattute.
    La nostra idea è che di questi “alberghi a ore” debba essere incoraggiata la gestione in forma cooperativistica dalle/i sex-workers. Ciò offrirebbe considerevoli vantaggi:

    La cooperativa di servizi potrebbe creare posti di lavoro, innanzitutto per chi vuole lasciare la prostituzione.
    La qualità dei servizi potrebbe essere migliorata ed i prezzi riportati ad uno standard corretto che non sia di sfruttamento.
    Gli eventuali utili potrebbero essere impiegati per promuovere iniziative a favore delle/i sex-workers, ad es. campagne informative sulla prevenzione sanitaria, assistenza legale, finanziaria ed educativa in genere. Inoltre potrebbero servire per finanziare programmi di solidarietà e assistenza che facilitino il benessere psichico e fisico delle/i sex-workers e delle/i ex sex-workers.
    Le coop garantirebbero una più trasparente contribuzione fiscale di quanto non abbiano mai fatto questi albergatori fino ad oggi.
    Naturalmente questi alberghi non devono essere luogo d’incontro fra sex-workers e clienti e non possono essere una casa d’appuntamento, ma solo accogliere chi si è già incontrato altrove.



    La prostituzione e le amministrazioni comunali
    Poiché’ la prostituzione è una questione sociale che coinvolge tutti i cittadini, nel rispetto e nell’indirizzo della legge dello Stato che non la vieta le Amministrazioni Comunali devono assumersi la responsabilità di affrontare le problematiche che si pongono attraverso gli assessorati preposti alle politiche sociali-alla salute-alla qualità della vita-alla gestione del territorio.
    Per una civilizzazione del territorio e delle condizioni di lavoro e di vita.
    Le Amministrazioni Comunali, con la collaborazione delle associazioni di base che operano sul territorio, con la consulenza delle associazioni delle/i sex-workers e il coinvolgimento di sex-workers ed ex sex-workers, devono attuare programmi di supporto, prevenzione, informazione, educazione, con l’obiettivo di creare un rapporto di fiducia, di stimolare il dialogo e la comprensione fra le parti sociali al fine di evitare le ostilità e promuovere fra i cittadini il rispetto delle/i sex-workers e in generale il rispetto dei diritti di tutti.
    Le amministrazioni comunali in Un’ottica non repressiva potrebbero sperimentare con la collaborazione e l’accordo delle/i sex-workers soluzioni nuove per il nostro Paese quali:

    zonizzazione
    aree pedonali
    orari
    e/o altre soluzioni innovative che migliorino la qualità della convivenza civile
    La zonizzazione non vuole significare quartieri a luci rosse, ma semplicemente significa la possibilità di escludere il traffico in alcune strade se particolarmente fastidioso.
    Individuare anche con l’aiuto delle/i sex-workers strade e piazze più adatte, oppure consentire solo il passaggio pedonale o con limitazione di orari, anche se in Italia c’è scarsa tradizione per queste forme.
    Tali sperimentazioni non devono essere mai sistematiche ma dovrebbero riguardare quelle città che per numero di popolazione e intensità del fenomeno si trovino in una situazione di emergenza.

    Progetti pilota che coinvolgano le/i sex-workers potrebbero già essere iniziati anche senza che sia modificata la legge Merlin.
    Siamo contrari ai quartieri a luci rosse sul modello di Amsterdam, Parigi ecc. perché creano una concentrazione ghettizzante del fenomeno; inoltre questi quartieri non risolvono il problema dello sfruttamento ma anzi rischiano di aumentarlo. Le/i sex-workers non potrebbero sfuggire al ricatto di chi inevitabilmente controllerà gli affari, forse anche con licenza legale.



    Conclusioni
    Alla stesura di questo documento hanno collaborato delegati del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute e del Movimento Italiano Transessuali.
    Le considerazioni ed i suggerimenti espressi sono maturati dopo un’attenta analisi della realtà odierna del mondo della prostituzione, nel nostro Paese e dopo una profonda riflessione sulla prostituzione comparando, anche, differenti modelli possibili.
    Nel nostro Paese, come negli altri paesi europei, la prostituzione scatena dibattiti vivaci e a volte con cadute di stile da parte di persone insospettabili.
    A molti piacerebbe mettere ordine e controllo in un campo un po’ troppo sfuggente, ma osservando le diverse normative europee e la loro applicazione, si può rilevare che quel controllo e quell’ordine non sono è assolutamente raggiungibili.
    Bisogna essere consapevoli che ogni intervento in questo settore ha i suoi limiti; i problemi non saranno mai risolti totalmente e non ci sono “ricette” di grande successo.
    Noi optiamo per un modello che rispetti la dignità di chi si prostituisce e la sensibilità morale di molti cittadini. Soprattutto auspicando un modello veramente attuabile e non funzionale ad un regime autoritario.
    Vogliamo anche mettere in guardia dalla tentazione di risolvere i problemi con metodi repressivi.
    La REPRESSIONE fa “disapparire” il fenomeno, lo sprofonda nella clandestinità rendendo più difficile qualsiasi intervento di prevenzione ed aumentando enormemente lo sfruttamento.

    Pordenone 1994


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    Prostituzione e diritti

    di Pia Covre (Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute)






    Fuoriluogo, 25 gennaio 2002





    Nel nostro paese l’applicazione della Legge Merlin, interpretata in maniera restrittiva, penalizza molto le persone che si prostituiscono. Attualmente la repressione è divenuta insostenibile e colpisce sia le donne in strada, in maggioranza straniere, sia quelle che lavorano in casa, e di queste molte sono italiane.

    Le attività di polizia e giudiziarie vanno sovente ben oltre l’applicazione della Merlin: verso le immigrate c’è un’attitudine persecutoria, tanto che a numerose donne, che in passato si erano regolarizzate, sono stati revocati i permessi di soggiorno perché si prostituivano e quindi sono state espulse.

    Mettendo al bando l’ipocrisia moralista che alimenta la stigmatizzazione sociale di chi la pratica o la usa, si dovrebbe avere il coraggio di legittimare la prostituzione per garantire a chi lo desidera la possibilità di praticarla. Ciò non significa che si debba per forza regolamentarla in qualche forma più o meno moderna, basterebbe un intervento minimo sulla legge, depenalizzando del tutto alcuni reati, come l’adescamento e il favoreggiamento, ed eliminando il divieto di lavorare in casa. Ciò modificherebbe di molto l’aspetto del fenomeno e certamente consentirebbe alle donne di essere meno esposte a violenze e rappresaglie.

    Ma la difficoltà vera viene quando le prostitute sono immigrate, esse non hanno diritti perché clandestine nel nostro paese. Se sono vittime della tratta possono chiedere di entrare in un programma di protezione/integrazione sociale, ma devono abbandonare la prostituzione.

    Il prerequisito per l’inclusione sociale delle prostitute immigrate è il riconoscimento e l’applicazione dei loro diritti: come donne, come migranti e come prostitute.

    Non possiamo accettare che la legge sulla prostituzione abbia due misure e discrimini le donne straniere. Se affermiamo un diritto a prostituirsi, esso deve valere per tutte le persone adulte che decidono volontariamente di farlo.

    I sistemi proibizionisti non danno esiti positivi, perché creano un mercato clandestino e sotterraneo con tutte le immaginabili conseguenze di sfruttamento e vulnerabilità delle donne. D’altra parte anche i sistemi che scelgono di regolare possono produrre lo stesso effetto, quando escludono dal diritto le immigrate.

    L’Olanda ne è un esempio: il riconoscimento del diritto di lavoratrice a chi si prostituisce è per ora precluso alle persone che non sono della Comunità europea. Nonostante una recente sentenza della corte europea favorevole alle sex workers di paesi come la Polonia e la Repubblica Ceca, ci vorranno ancora molte battaglie legali per affermarlo.

    Inoltre a distanza di un anno dall’entrata in vigore della nuova legge che riconosce il lavoro sessuale, questa stenta a partire: sono pochissime le lavoratrici autonome che si registrano presso l’ufficio delle tasse (unica registrazione prevista), e le norme che lo inquadrano come lavoro dipendente non sono applicate, perché non convenienti per i gestori. La sorte della prostituzione legalizzata in Olanda è perciò molto incerta.



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    Carla Corso, del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute

    (Intervista realizzata nel marzo 2002)




    Questa intervista ci fa conoscere il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, fondato quasi vent’anni fa da Carla Corso e Pia Covre per combattere lo sfruttamento e la discriminazione delle persone che si prostituiscono




    Quando è nata la vostra associazione e quali erano le sue finalità?


    La nostra associazione è nata nel 1982 e le finalità erano principalmente tre: modificare la legge Merlin, aprire un grande dibattito sulla prostituzione, cambiare l’immagine stereotipata delle donne prostitute.



    Che tipo di interventi effettuate?

    Il nostro campo di interventi, negli anni, si è molto modificato: è passato da rivendicazioni puramente politiche, come il cambio della legge Merlin e il riconoscimento dei diritti civili a tutte le prostitute, a interventi di tipo sociale e sanitario che ci vede impegnate nella prevenzione sanitaria generale e delle malattie sessualmente trasmesse e nella riduzione del danno, fino a interventi sempre più specifici e sperimentali, che riguardano l’accoglienza e la fuoriuscita dalla prostituzione di persone che decidono di farlo e solo su richiesta esplicita delle interessate. Tutte le nostre attività sono scarsamente finanziate dall’Unione Europea, per quanto riguarda la prevenzione sanitaria, e dal Ministero per le Pari Opportunità egli Affari Sociali per quanto riguarda l’accoglienza, come pure dall’Istituto Superiore della Sanità per quanto riguarda la prevenzione dell’HIV. Lavoriamo solo su progetti: non abbiamo fondi garantiti su base annuale.



    Quali esperti collaborano alle vostre attività? Che tipo di organizzazione avete e in quanti siete attivi?


    La nostra associazione è un comitato fondato da una ventina di persone, prostitute e non, e in questo momento lavora con noi all’incirca una sessantina di persone tra Torino, Novara, Modena, Trieste e Pordenone. Le uniche figure professionali con le quali preferiamo lavorare sono educatori, psicologi, medici e personale generico, che ci occupiamo di formare direttamente.

    Una delle figure predominanti nella nostra equipe sono i mediatori culturali, che sono quasi sempre donne che hanno esercitato la prostituzione e che rappresentano le varie nazionalità con cui operiamo. Questa figura, estremamente importante, ha il compito non solo di tradurre nella sua lingua, ma anche di farci conoscere le varie differenti culture in modo da consentirci di eseguire interventi più mirati nel rispetto reciproco. In ogni città dove apriamo un laboratorio o un progetto rendiamo accessibili i servizi disponibili in città anche alle donne prostitute, clandestine e sans - papiers: è questo il nostro grande impegno, perché i nostri progetti sono finanziati in modo insufficiente e quindi contiamo molto sulla collaborazione delle amministrazioni cittadine e delle aziende sanitarie, le quali garantiscono dei servizi, molto spesso completamente gratuiti.



    Quale aiuto concreto potete offrire a chi si rivolge alla vostra associazione e quali associazioni sono attive nel settore?

    L’aiuto che diamo alle persone che si prostituiscono (che non sono solo donne) che si rivolgono a noi consiste in interventi in:

    Campo sanitario:


    informazione sanitaria prestazioni sanitarie, fino al ricovero ospedaliero e alla distribuzione gratuita di farmaci prevenzione dell’aborto, tramite l’informazione sui metodi contraccettivi e la distribuzione gratuita di contraccettivi offerta dell’opportunità di abortire gratuitamente in ospedale assistenza alla gravidanza fino al parto.
    Campo legale:


    consulenza e eventualmente assistenza legale;

    eventuale disponibilità a costituirci parte civile in caso di grave sfruttamento nei confronti delle vittime della tratta;

    ricostruzione dei documenti;

    permesso di soggiorno e regolarizzazione nel nostro paese a donne che possono usufruire del permesso di soggiorno per motivi umanitari previsto dall’art. 18.
    Campo sociale:


    presa in carico totale e accoglienza presso strutture protette gestite direttamente dalla nostra associazione ;

    corsi di alfabetizzazione e di scolarizzazione fino alla conclusione della scuola dell’obbligo;

    corsi di formazione professionale accompagnati da borse lavoro e inserimento lavorativo regolare;

    in caso di esplicita richiesta dell’utente, rimpatri assistiti e accompagnati nei vari paesi d’origine (siamo in rete con associazioni internazionali che si occupano della ragazza, una volta rientrata nel suo paese di provenienza, con programmi di inserimento lavorativo).
    Ci sono miriadi di associazioni, piccole e grandi, che attualmente lavorano in questo campo, ma tutte sono impegnate nell’ambito della “redenzione” e pochi sono i gruppi laici che si occupano anche delle donne che vogliono rimanere all’interno della prostituzione. Esiste a Venezia un grosso servizio del Comune, che nasce nel ‘95, come progetto emanato dal nostro Comitato, e viene poi trasformato in servizio. Questo servizio, che sta svolgendo un lavoro molto interessante, ha due finalità: accoglienza e riduzione del danno.



    Che soluzioni proponete perché le donne che vogliono prostituirsi possano farlo con meno disagio?


    Prima di tutto bisogna stabilire quali sono i possibili disagi:


    sfruttamento: lavoriamo molto sull’empowerment e l’accentuazione dell’autostima delle donne per fare in modo che abbandonino gli sfruttatori, a volte cambiando anche città o passando attraverso una denuncia, così da poter lavorare per se stesse e per il proprio progetto migratorio.

    scarsa contrattualità con il cliente: si lavora dando informazioni sull’uso corretto del preservativo e sul pericolo di accettare somme ingenti da parte dei clienti perché dietro a questa proposta si celano dei rischi. Inoltre, è da considerare il fatto che spesso le straniere non conoscono il valore del denaro qui in Italia e quindi hanno uno scarso potere di contrattualità; quindi facciamo interventi di strada contattando direttamente le prostitute in modo da fornire loro un’adeguata conoscenza degli usi e della cultura invalsi in Italia.

    repressione da parte delle forze dell’ordine: informiamo le donne riguardo ai loro diritti, per quanto minimi: ad esempio le informiamo riguardo alla possibilità di fare ricorso nel caso in cui durante una retata ricevano il foglio di via o l’espulsione. Molto spesso, durante una retata, le donne vengono private dei propri effetti personali (telefoni cellulari, denaro, etc.) e in questo caso noi gli consigliamo di richiedere sempre una ricevuta che comprovi il sequestro.
    Ci sono altri disagi, che le prostitute vivono sicuramente ogni giorno nella propria vita privata (esclusione sociale, emarginazione, stereotipazione, invasione della privacy); qualche volta le prostitute italiane madri si vedono private del diritto di allevare i propri figli con l’accusa di immoralità. Per questi problemi l’intervento non va fatto sulle prostitute, ma sull’intera società, che le considera non persone.



    Esiste qualcuno che sostenga, all’uscita dal carcere, le ragazze che sono finite in carcere per reati legati in qualche modo alla prostituzione?

    A questa domanda non posso rispondere, perché non sono a conoscenza di nessun progetto che sostenga queste donne, anche se a Venezia ho conosciuto una suora che lavorava all’interno del carcere ed era molto angosciata per questa situazione. Mi piacerebbe molto poter avviare un progetto che coinvolga queste donne, ma avrei bisogno di persone che conoscano la problematica del carcere approfonditamente e bisognerebbe anche trovare dei fondi ad hoc, perché in questo momento gli unici soldi che vengono stanziati sono destinati esclusivamente alle donne vittime della tratta.









    Documento del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute



    Sesso comprato e venduto: considerazioni economiche e sociosanitarie



    Sesso comprato e venduto: ma così è sempre stato, e urlarlo scandalizzati ancora oggi, adducendo questo e quel pretesto, nulla aggiunge all’ovvietà della constatazione. Neppure è facile resistere al fascino e alla forza di una certa logica che evoca automaticamente la mano invisibile del Mercato e il libero gioco della domanda e dell’offerta. Non solo. Il Mercato sfacciatamente si vuole come l’Eden dei diritti innati e delle libertà possibili in libertà vendiamo capacità lavorativa, sia essa fisica e mentale; in libertà alieniamo parte del nostro tempo o tutto il nostro tempo.

    Il mercato della prostituzione, si dice, non costituisce in fondo un’eccezione, questa volta al lavoro, come recita il bel libro della Tatafiore, è il sesso. Ma la riduzione della prostituta a sex - worker rischia di semplificare, a nostro avviso, questo particolare mercato fino a fame il luogo figurato per l’esercizio accademico delle nostre anime belle. La prostituta è anche qualcos’altro, come sempre accade quando dietro la forma merce e il suo feticismo si scopre il lavoro vivo e la nuda vita. Ma questa e un’altra storia.

    Il mercato della prostituzione è un effetto della globalizzazione: non ci riferiamo alla massa di capitale finanziario, cioè del denaro prodotto e scambiato come merce e in grado di far vacillare le economie reali del Sud America, delle tigri asiatiche, dell’orso russo. Non ci riferiamo neanche alle nuove oligarchie planetarie. Pensiamo invece all’estrema mobilità del capitale, un tempo detto industriale, e alle ristrutturazioni e alle riconversioni dei modi di produrre. Pensiamo alla perdita di centralità degli Stati nazionali, alla crisi dei relativi mercati, alla massificazione del lavoro salariato, alla sua precarizzazione e segmentazione per sesso, per età, per nazionalità.

    Non sono processi indolori, spesso le guerre tribali e i nazionalismi forniscono l’alibi a processi di questo genere. Tutti concordano nel ritenere che stiamo vivendo un rivolgimento, la cui radicalità è pari alle grandi svolte che hanno segnato la storia dell’umanità nell’ultimo millennio: la rivoluzione agraria tra il 1100 e il 1200 e la rivoluzione industriale alla fine del 1700.

    Anche oggi, come allora, le emigrazioni forzate e volontarie accompagnano questo snodo epocale. Si fugge sempre da qualcosa e da qualcuno, è inutile insistervi. Più interessante, invece, è l’individuazione della meta.

    Non c’è esodo senza terra promessa. E la terra promessa per milioni di uomini e donne del secondo, terzo, quarto mondo, è il primo mondo, Europa e U.S.A. in primis. Non ci stancheremo di ripeterlo, le prostitute bianche e nere sono l’avanguardia o la punta d’iceberg della forza lavoro multinazionale dell’era della globalizzazione.

    In verità, di “forza lavoro” parlano i governi e i parlamenti occidentali. Le quote d’immigrati, preventivate d’anno in anno, non alludono forse al carattere di merce dell’immigrato extracomunitario? E non è forse vero che un riconoscimento minimo di diritti minimi è legato a questa realtà? Che, insomma, la messa al bando, l’essere clandestino e nuda vita è il destino di chi si sottrae deliberatamente, o è tagliato fuori perché soprannumerario? Le prostitute sono questa nuda vita. Devono esserlo. L’assunzione di questa prospettiva rende possibile la denuncia dei limiti di un approccio mercantile al problema. Ma anche questa è un’altra storia.

    Dentro questi limiti, l’analisi e facile. In Italia la modificazione del mercato è preparata dalla repressione di Stato lungo tutti gli anni settanta e ottanta: schedature, diffide, fogli di via, domicilio coatto, confino, sorveglianza speciale, revoca della patente, in una parola l’applicazione dell’art. 1 di Pubblica Sicurezza, nel clima emergenziale delle leggi speciali antiterrorismo, dissodano il campo della prostituzione autoctona.

    Cacciate dalle strade, le nostre prostitute “riscoprono le case”. Ma è il sommovimento sociale e culturale di quegli anni ad incoraggiare e ad alimentare la trasformazione della prostituta a sex worker e a soggetto politico.

    Il 1983, l’anno di nascita del nostro Comitato, costituisce un vero e proprio spartiacque in tal senso. Professionista, sostenuta da un’alta coscienza di sé, libera nella gestione del proprio corpo, senza protettore, “sindacalmente” attrezzata, la nostra prostituta gode di un potere contrattuale ragguardevole. Ad aggredirla, a metterla in un angolo, a svilire il suo potere, è l’irruzione, alla fine degli anni ottanta, di migliaia di donne, che provvedono a riempire di nuovo le strade. I primi ad arrivare sono i travestiti e le ragazze latino - americane e del sud - est asiatico, poi le nigeriane, le jugoslave, infine le albanesi, le russe, le polacche, le ucraine.

    Oggi, su un totale di 50.000 lavoratrici sessuali, la metà lavora sulla strada. A guardare le aree di provenienza, è fin troppo facile indicare le cause più immediate ed ovvie di quest’esodo nella fame, nella mancanza di lavoro, nelle guerre interetniche e tribali, nell’implosione di fragili imperi, nelle crisi cicliche scatenate dalle più feroci politiche neoliberiste.

    Resta il fatto che, per migliaia e migliaia, forse milioni di donne e di uomini in fuga, prevalentemente giovani, mediamente acculturati, l’occidente ha significato e continua a significare la terra promessa e non necessariamente con il carico di aspettative e di ragioni che segnarono fenomeni solo all’apparenza simili, tra l’800 e il ‘900, o negli anni 30 e 50 di questo secolo.

    Perciò, se continua ad essere vero che la molla che spinge queste donne a intraprendere viaggi disperati è il denaro, è altrettanto vero che la posta in gioco è la vita godibile, non soltanto migliore.

    Il denaro, in questa prospettiva, diventa mezzo d’emancipazione e di liberazione. E ciò è possibile a partire da una ricchezza latente, da un’esuberanza di potenzialità in grado di rendere reversibile la propria condizione di partenza. È arduo, attualmente, sostenere questa tesi. La prostituzione che conosciamo è sotto il controllo delle mafie dell’Est, le ragazze spesso o per lo più sono coatte, la loro è una condizione di deiezione estrema. Se misuriamo il tasso d’autonomia, di libertà e di potere dal prezzo dell’offerta e dal saggio di profitto (quanto va al protettore, quanto resta alla ragazza), c’è da restare disorientati. Il prezzo è caduto ed il saggio di profitto è tra i più alti. Lo statuto della nuova prostituzione di strada è mutato: l’area del lavoro autonomo, appannaggio delle lavoratrici autoctone, si è ridotto notevolmente (meno del 5%); quella del lavoro coatto e servile è cresciuta oltre ogni misura.

    Quello che, secondo noi, va sottolineato è quest’intreccio perverso tra svalorizzazione dell’offerta e alti profitti, a garantire i quali, proprio come si addice al rapporto di lavoro salariato, è la perdita di valore della forza lavoro.

    La nostra ipotesi, più che fare riferimento a cause per cosi dire esogene (l’alto numero delle ragazze sulla strada, l’offerta variegata delle prestazioni, la condizione di clandestinità, etc.), muove perciò da ragioni di coerenza, che regolano il rapporto di lavoro in sé.

    Cosa interessa al protettore? In primo luogo, che le ragazze lavorino, e tanto. Vitale è aumentare il numero di clienti per sera, abbassando la qualità della prestazione e il suo prezzo, se necessario; in secondo luogo che alle ragazze resti poco o niente, perché in questo modo è più facile costringerle a lavorare. È questa la situazione delle albanesi. Questa specie di lavoro a cottimo risponde anche al bisogno delle ragazze di affrettare l’estinzione del debito contratto all’entrata nel nostro paese.

    È il caso delle nigeriane. Al protettore fa gola la percentuale sulle prestazioni: è questa percentuale che misura il suo potere ed è, ovviamente, la sua ricchezza.

    Russe ed ucraine, ad esempio, intascano un terzo del loro guadagno. Il prezzo di una prestazione semplice oscilla dalle 50.000 alle 100.000 mila lire. Si tratta di tariffe che risalgono agli anni ‘80, fissate dalle prostitute autoctone, per di più in età. Oggi l’età si è abbassata, sulla strada ci sono giovani e giovanissime. Il prezzo non sale, tende invece a collassare. Non è raro pagare una prestazione 30 o 10.000 lire. In linea con le politiche deflattive dei nostri governi, anche il mercato della prostituzione ha subito la sua svalutazione.

    La prestazione veloce significa consumo affrettato da parte del cliente. Per il cliente può essere un alibi ma le prostitute sanno che il cliente è un particolare tipo di consumatore: la fretta è il suo tratto distintivo. Ricco di fantasie, ma povero di desideri, incapace di stabilire rapporti erotici con la compagna, è sul corpo femminile che proietta bisogni e paure, in primo luogo il terrore di doversi confrontare con la propria omosessualità. Il tasso di virilità si misura perciò con il numero delle donne possedute. La fretta, dunque.

    Vale per il nostro cliente l’analisi heideggeriana del curioso che vede senza vedere, che cerca il nuovo come trampolino verso un altro nuovo, che è incapace di soffermarsi su ciò che si presenta. Distratto ed irrequieto, è irretito nella cultura maschilista e fallocratica che vuole la donna madre - sposa oppure puttana. È il corpo a decidere, di volta in volta: corpo pudico ed asessuato, oppure abbandonato ed esposto nella sua nudità, da possedere e consumare nei mille modi che la fantasia celebra.

    Al cliente la professionista concede poco o nulla in termini di potere sul corpo e, per questo poco o nulla, il cliente paga. Allo stesso cliente, la svalutazione dell’offerta restituisce posizioni di forza e quote di potere sul corpo delle nuove prostitute, sindacalmente deboli, politicamente impotenti, confinate alla condizione dannata di clandestine, alla merce di sfruttatori e di questure, le ragazze che lavorano in strada pagano in primo luogo per il loro rapporto con i protettori.

    Cliente – protettore: se regge la nostra ipotesi (è nell’interesse del protettore contenere il prezzo), un’intima, segreta trama, certo inconsapevole, ma non per questo meno proficua, s’intesse tra i due. Complicità economica e politica, perché se il protettore protegge il cliente dall’esosità della prestatrice d’opera, il cliente gli garantisce, con il consumo, la trasformazione del valore in denaro e del denaro in profitto; se per il protettore centrale è il potere sulle ragazze, per il cliente vitale è il potere sulla prostituta. La perdita di valore della forza lavoro, delle sue prestazioni, del suo lavoro, rassicura l’uno e l’altro, garantisce l’uno nella misura in cui garantisce l’altro. E viceversa.

    Poche considerazioni, infine, sulla situazione sanitaria. È indubbio che il quadro descritto influenza la condizione di salute. Le prostitute, come abbiamo visto, devono avere un alto numero d’incontri sessuali, ampliando perciò il ventaglio dei rischi. A volte, proprio per strappare ai protettori una quota di reddito per sé, possono accettare prestazioni a rischio, o fare sesso non protetto. Le ambiguità emergono dal comportamento del cliente: perché chiede e, forte del suo potere, impone sesso non protetto? Forse è il senso d’onnipotenza che gli deriva dalla ristrutturazione del mercato ad illuderlo di riuscire a farla franca, in un gioco che ha il sapore di una sfida. Forse è l’estremo tentativo di possedere un corpo che, pur pagando, sa che non gli appartiene. Eliminare il preservativo è, nell’immaginario del cliente, abbattere l’ultima barriera per un possesso nella realtà impossibile.

    Infine, come conciliare questa linea di condotta con la richiesta di rigidi controlli sociali e sanitari, da parte di un’opinione pubblica costituita anche dai 9.000.000 di “stimati clienti”?



    Sito del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute: www.luccioleonline.org (offline)
    Questo è un 3d serio.

  7. #7
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    Predefinito Re: Pia Covre e Carla Corso

    Se un uomo non ha diritto di trattare il tema della legalizzazione della prostituzione eterosessuale, un uomo gay ha DUE VOLTE MENO il medesimo diritto.
    Jerοme likes this.

  8. #8
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    Predefinito Re: Pia Covre e Carla Corso

    Citazione Originariamente Scritto da gameover71 Visualizza Messaggio
    Se un uomo non ha diritto di trattare il tema della legalizzazione della prostituzione eterosessuale, un uomo gay ha DUE VOLTE MENO il medesimo diritto.
    Nessun uomo, indipendentemente dal suo orientamento sessuale, ha il diritto di dire alle donne cosa devono fare col loro corpo, voi dite costantemente: "Donne! Siate libere di vendere la fica!" e non siete veramente per la libertà di scelta, perché prostituirsi non è mai libera scelta e non è un lavoro, foste per il progresso civile direste: "Donne! Abbiate gli stessi diritti di noi uomini!"

 

 

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