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    Predefinito Benedetto Croce e Luigi Sturzo

    Benedetto Croce (Pescasseroli, L'Aquila, 1866 - Napoli, 1952) e Luigi Sturzo (Caltagirone, Catania, 1871 - Roma, 1959)





    di Marco Paolino – In G. De Rosa (a cura di), “Luigi Sturzo e la democrazia europea”, Laterza, Roma-Bari 1990, pp. 411-423.


    Su “Il Popolo” dell’8 giugno 1948, Luigi Sturzo pubblicava un articolo in cui interveniva sul problema del voto palese in Parlamento alla luce delle polemiche – che in quei giorni animavano sia le aule parlamentari, sia gli organi di stampa – sull’opportunità di mantenere il voto segreto al Senato. Dopo aver ricordato che “il voto palese […] è il sistema di tutti i parlamenti dei paesi civili”[1], Sturzo denunciava il fatto che “in questo dopoguerra, i partiti di masse e i piccoli partiti hanno subito l’influsso della irregimentazione comunista, ed hanno introdotto nel Parlamento un sistema rigido di partiti al punto da tendere ad annullare la personalità del deputato”[2], il quale “rappresenta la nazione e non il collegio. La nostra costituzione repubblicana ripete [questo] principio nell’art. 67 […]”. Non è dunque possibile “né mandato di elettori né vincolo di partito o di gruppo. Se il deputato o il senatore si sente moralmente vincolato è un debole e un fedifrago; se l’elettore o il partito vincola il deputato viola non solo la coscienza del rappresentante nazionale, ma anche la costituzione”. Il voto segreto, in realtà, non è una forma di difesa dei parlamentari nei confronti dei partiti, bensì “un alibi per potere evadere dalla stretta della responsabilità morale di fronte all’elettore”[3]. Sturzo proseguiva nelle accuse al

    sistema comunista [il quale] ha fatto presa sull’organizzazione dei partiti; una specie di mimetismo comunista si è diffuso nell’ambiente italiano, come in quello francese, dal 1944 in poi; si tratta di complesso di inferiorità, che ha fatto imitare perfino il tipo e i nomi di organizzazione. Ci sono “attivisti” da per tutto; e la reggimentazione è arrivata a creare la basi e lo spirito della partitocrazia.

    Il voto segreto, visto come mezzo “per evadere da un controllo pubblico” non aveva più motivo di esistere perché i

    cittadini italiani – alla pari dei cittadini di tutto il mondo civile – [vogliono] sapere come votano in singolo i signori deputati e senatori, e [vogliono] apprezzarne il coraggio, se questo sia proprio necessario per affrontare il voto palese nell’approvazione delle leggi, delle mozioni e degli ordini del giorno[4].

    Sturzo sottolineava il valore paradigmatico delle democrazie occidentali, la cui esperienza doveva costituire per la giovane democrazia italiana un modello da imitare, ed insisteva su due punti specifici. Da un lato accusava il comunismo, responsabile – a causa del sistema rigido e burocratico di gestione del partito (la reggimentazione) – di aver gettato le basi della partitocrazia, con tutto ciò che ne sarebbe conseguito in termini di controllo degli eletti, i quali avrebbero dovuto rispondere del proprio operato al partito e non più agli elettori. Dall’altro considerava il voto segreto come un paravento, come un mezzo concesso agli eletti per sottrarsi alle proprie responsabilità nei confronti degli elettori: la mancanza di un pubblico controllo avrebbe ancora di più accresciuto i poteri della partitocrazia.
    Sullo stesso problema intervenne il giorno dopo Benedetto Croce con una lettera, pubblicata dal “Risorgimento liberale”[5], nella quale esponeva la propria opinione “circa il voto segreto” in polemica con le posizioni assunte in quel periodo da Sturzo. Croce esordiva affermando che non gradiva affatto che la questione specifica si fosse “sviata nell’altra generica o diversa di un dovere da inculcare e promuovere, cioè del coraggio che spetta all’uomo di dichiarare pubblicamente quel che egli approva o disapprova”. In realtà, il problema era un altro, e cioè la

    necessità che un partito politico sente di tener in suggezione i suoi componenti e costringerli a farsi riconoscere come sostenitori o no di questo o quel provvedimento proposto all’Assemblea, e di affrontare la conseguenza del loro atto, che è nell’appoggio o no che il partito sarà per dare alla loro rielezione.

    Nascondere questo “fatto con una divagazione di alta morale, alla quale nessuno presta fede” sembrava a Croce del tutto superfluo[6]. Costringere i parlamentari a votare secondo le direttive dei partiti era una vera e propria tentazione, “perché una tentazione è indurre l’uomo a dir sì quando il suo animo gli consiglia no”. Ma Croce diceva di più: nella vita politica e sociale imporre all’uomo di “far risuonare ad alta voce tutto ciò ch’egli pensa e chiede [è] contro l’ammonimento biblico che sermo opportunus est optimus”. E così proseguiva:

    L’uomo, nel parlare, sceglie sempre, avvedutamente, il luogo e il tempo e l’occasione perché il suo parlare sia efficace e risponda ai fini, ancorché rigidamente morali, che egli si propone; altrimenti, vien biasimato come leggiero e imprudente, e pernicioso non solo a sé stesso ma ad altri. Questa è la realtà della vita sociale e politica, che è contrasto e lotta […][7].

    Croce in tale modo sottolineava la specificità dell’agire politico: l’uomo politico non deve sempre dire la verità, ma deve saper anche mentire, se le circostanze lo esigono; a lui in ogni caso si richiede un sermo opportunus. La tesi qui esposta non era nuova in Croce, il quale già altre volte era ritornato su questi problemi: in uno dei Frammenti di etica, Dire la verità, egli distingueva la menzogna, che è da annoverare “tra i più gravi peccati morali”[8], dal “non dire il vero”: “in molti casi il verso non può né si deve dire” come ad esempio “nei casi di lotta (per difendersi da un masnadiere) […] ma anche in altri casi, che non sono di lotta (esempio classico: celare all’infermo la verità sul suo stato per non iscemare le sue forze vitali […])”. Ma – si chiedeva Croce – “che cosa significa ‘dire il vero’, ossia comunicare il vero agli altri?”[9]. Il vero, nel momento stesso che da ciascuno viene pensato, viene anche a sé stesso comunicato “in forza dell’unità di pensiero e parole […]. Il vero è il pensiero stesso nell’atto che pensa”. Come si fa a comunicare il vero agli altri? È possibile? Croce dice che in effetti “noi non comunichiamo mai il vero” e rivolgendoci agli altri “foggiamo e adoperiamo una sequela e un complesso di stimoli per porre gli altri in condizione di adeguarsi al nostro stato d’animo, di ripensare quel vero che pensammo noi […] non possiamo far altro che […] emettere suoni, che opereranno a preparare o agevolare effetti” in chi ci ascolta. Il problema, quindi, non è di dire o non dire la verità, ma di operare sugli altri affinché agiscano, perché l’esigenza primaria resta quella di favorire l’elevazione della vita degli altri; questa “esigenza si adempie col suggerire immagini che rechino con sé impulso di vita; e la forma generale di questo modo di operare si potrebbe chiamare […] oratoria” dai retori definita “arte di muovere gli affetti”. Molte volte (da Platone a Kant) “l’oratoria è stata vituperata, perché ‘non diceva la verità’; ma […] la colpa non era dell’oratoria, sibbene degli unilaterali filosofi, che non riuscivano a scorgerne le profonde ragioni e l’ufficio proprio”[10]. I discorsi che ciascuno fa “tendono a disporre [gli altri] verso noi, o verso le cose, nel modo che a noi sembra proficuo. E ciascuno adopera ad ogni istante immagini dell’irreale, sostituendo o attenuando quelle del reale, se queste possano riuscire nocive”[11]. La conclusione a cui perveniva Croce è che la vita ha bisogno allo stesso modo sia della verità, sia degli stimoli oratori[12]. Nella Storia dell’età barocca, il filosofo napoletano riprendeva questi argomenti e li trattava con particolare riguardo alla problematica politica: l’elemento “direttivo e coesivo” della Controriforma fu “l’accortezza: virtù che Ignazio di Loyola sopra le altre tutte cercava ai fini della società da lui fondata, di quella ‘compagnia’ com’egli da denominò con termine militare, che era una milizia politica […] l’accorgimento politico è il tratto che sintetizza nel pensiero comune tutto il moto della Controriforma, e il gesuita, alacre e prudente, flessibile e tenace, che non perde mai di mira l’interesse della Chiesa di Roma e non guarda ai mezzi purché conducenti a questo scopo ne è la figura popolarmente rappresentativa”. Ma – concludeva Croce – in nessun modo l’abilità politica rappresenta “un accrescimento mentale e morale”[13]. E facendo proprie alcune tesi esposte da Torquato Accetto nel suo trattato Della dissimulazione honesta, egli sottolineava come con la dissimulazione

    l’uomo frena l’inutile e dannoso prorompere dei suoi sentimenti, e vince per forza d’ingegno, e vince sé stesso, che è la maggiore vittoria; e sebbene senta qualche dolore nel tacere quello che vorrebbe dire o nel ritenersi dal fare quanto gli viene posto innanzi dall’affetto, con quella sobrietà di parole e di fatti supera il senso e riceve quiete. Così gli è dato acquistare e non disperdere vigore per tollerare l’intollerabile, l’ingiustizia della sorte e degli uomini[14].

    Proseguiva Croce: “La dissimulazione è tanto necessaria alla vita umana, che solamente nell’ultimo giorno, nel giudizio universale, quel velo potrà cadere, perché ‘allora saran finiti gl’interessi umani […] gli animi esposti alla pubblica notizia’”[15]. Ritornando all’articolo del giugno 1948, Croce esprimeva tutta la propria meraviglia nell’udire “che anche l’amico Don Sturzo, così esperto com’è di politica, batte sul dovere di dimostrare il ‘coraggio delle proprie opinioni’”; ed invitava Sturzo a rileggere quell’episodio del Morgante di Pulci, nel quale un frate, ingoiando un migliaccio, “si cuoce la bocca e gli occhi gli lacrimano” ed a chi gli domanda il motivo di quelle lacrime

    risponde in tono sentimentale che gli è venuto in mente di essere rimasto solo con un compagno nel monastero in cui erano già più di trenta, tutti ormai morti: risposta ipocrita che Orlando crudelmente commenta con l’interrogazione: “Che nol dì tu che il migliaccio era caldo?”[16].


    (...)


    [1] L. Sturzo, Astratto rigorismo o costume politico?, in Id., Politica di questi anni (dall’aprile 1948 al dicembre 1949), vol. II, Bologna 1955, pp. 31-34, in part. P. 31.

    [2] Ivi, p. 32

    [3] Ivi, p. 33

    [4] Ivi, p. 34

    [5] Da notare che la lettera di Croce, pubblicata col titolo Una lettera di Croce sul voto segreto, è datata 7 giugno 1948, quindi è precedente alla pubblicazione dell’articolo di Sturzo. Tale lettera si trova colo titolo La segretezza del voto e il dovere morale, in B. Croce, Nuove pagine sparse, vol. I, Bari 1966 (1a ediz. 1949), pp. 434-36.

    [6] Ivi, p. 434.

    [7] Ivi, p. 435; il corsivo è nel testo.

    [8] B. Croce, Dire la verità, in Id., Etica e politica, Bari 1973 (1a ediz. 1931), pp. 31-36, in part. P. 31.

    [9] Ivi, p. 32

    [10] Ivi, p. 33.

    [11] Ivi, p. 34.

    [12] Ivi, p. 35.

    [13] B. Croce, Storia dell’età barocca in Italia, Bari 1967 (1a ediz. 1929), p. 16.

    [14] Ivi, p. 158.

    [15] Ivi, p. 160.

    [16] B. Croce, La segretezza del voto e il dovere morale, cit., p. 435. Vale la pena di ricordare che Croce conobbe Sturzo nel 1920, in occasione del congresso del Partito popolare che si tenne a Napoli del Teatro dei Fiorentini; ecco come il filosofo ricorda l’episodio: “[…] accadde […] che Don Sturzo, che io non conoscevo, avvertito della mia presenza […] venne e volle che io andassi con lui a mi assidessi in una poltrona sul palcoscenico, dove ascoltai e, com’è naturale, tacqui”. (B. Croce, Nuove pagine sparse, vol. I, cit., p. 82). Lo stesso Sturzo l’anno dopo, nel 1921, ebbe modo di manifestare l’apprezzamento suo personale e del Partito popolare a Croce per l’opera svolta in qualità di ministro della Pubblica Istruzione nel governo Giolitti; parlando all’Assemblea Costituente il 24 luglio 1947 Croce ricordò “che don Sturzo […] quando accadde la crisi del ministero Giolitti, venne da me a dirmi che il partito popolare avrebbe puntato sul mio nome per la nuova combinazione, e io gli feci osservare, ridendo, che egli aveva dimenticato che io ero un liberale”: B. Croce, Scritti e discorsi politici, vol. II, Bari 1963, p. 400.
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    Predefinito Re: Benedetto Croce e Luigi Sturzo

    È questo un punto molto importante: non solo si può cogliere appieno quella distinzione sopradescritta fra menzogna ed accorgimento politico, fra ipocrisia e sermo opportunus; Croce qui vuole anche sottolineare che il vero motivo che soggiace alla richiesta di limitazione del voto segreto non è ciò che ritiene Sturzo, cioè l’esigenza di un pubblico controllo sugli eletti, i quali devono avere il coraggio di manifestare pubblicamente le proprie opinioni; infatti, quasi a mo’ di spiegazione, aggiunge che

    quel che induce ora a chiedere […] una diminuzione della segretezza del voto […] è la partitocrazia e l’origine delle assemblee dalla proporzionale, che continuano a dare i loro frutti insidiando e corrompendo la libera vita parlamentare[1].

    In definitiva, sia Croce, sia Sturzo erano contrari alla partitocrazia e vedevano in essa una pericolosa malattia in grado di corrompere l’attività delle istituzioni parlamentari; ciò che li differenziava era l’indicazione dei rimedi: per Croce il voto segreto era una difesa dall’invadenza dei partiti, in quanto consentiva al singolo parlamentare di godere di quei margini di autonomia che col voto palese gli sarebbero stati negati. Col voto palese avrebbero parlato i partiti al posto dei singoli eletti, costringendoli il più delle volte a dire ciò che non avevano in animo di dire.
    Sturzo ribatté a Croce con un articolo apparso su “Il Popolo” del 10 giugno: dopo aver denunciato come l’intervento del filosofo napoletano avesse lo scopo di difendere i “gregari”, cioè i parlamentari “di terza qualità”, rendendo perciò un pessimo “servizio alla dignità del parlamento”[2], Sturzo rimarcava la contraddizione in cui – a suo dire – era incorso Croce, il quale difendeva il voto segreto e contemporaneamente accettava “la teoria di Gaetano Mosca sulla classe politica”, teoria che, depurata dalla patina positivistica ed inserita dentro il dinamismo democratico, era stata fatta propria dal sacerdote di Caltagirone. Sturzo si chiedeva:

    o i parlamentari sono il fiore della classe politica, gli eletti per eccellenza, e allora guidino sul serio la politica; se poi non lo sono […] allora non appartengono affatto alla nobile “classe dirigente” detta anche “classe politica, o leaders o élites”.

    E concludeva ponendo al Croce la “questione fondamentale” della conciliabilità della “democrazia con un sistema per il quale gli elettori e i cittadini debbano ignorare come votano i loro rappresentanti nella confezione delle leggi e nelle direttive politiche da dare al governo”[3].
    Qualche giorno dopo Sturzo ritornò sull’argomento[4] muovendo di nuovi obiezioni alle posizioni espresse da Croce e dai liberali nella discussione sul voto segreto: dopo aver dichiarato di possedere “un ideale alto e nobile della democrazia, nonostante tutte le delusioni che le democrazie antica e moderna” hanno recato ai propri “fedeli”, Sturzo sosteneva che se “deputati e senatori nascondono nel segreto dell’urna le loro idee e le loro responsabilità, viene a mancare il rapporto fra parlamento e paese e fra eletto ed elettore, rapporto che è alla base di ogni sana e seria democrazia”. Da parte di Croce e di altri esponenti liberali (Nitti, Lucifero, Lupinacci) era stata “avanzata una pregiudiziale assai inquietante, che ferisce in radice la nascente democrazia italiana”; essi avvertivano l’esigenza di difendersi “sia dall’imposizione dei direttorii dei partiti” cui appartenevano, “sia dai colpi di mano di una maggioranza sopraffatrice”[5]. Se ne doveva trarre la conclusione che per loro la democrazia post-fascista “alla quale essi credono di aver contribuito e di contribuire, non esiste ovvero non merita il loro appoggio aperto, il loro contributo sincero e occorrendo i loro sacrifici”. Sturzo conveniva sul fatto che la democrazia italiana era molto giovane e proprio perché muoveva i primi passi non era “perfetta”; ma – si chiedeva -: “quale democrazia può dirsi perfetta?”[6].
    Tre anni dopo, nel 1951, Benedetto Croce ritornò di nuovo ad occuparsi di Sturzo recensendo una raccolta di saggi di Massimo Petrocchi[7]: uno di questi, dal titolo Revisione di uno storicismo assoluto, attirò l’attenzione del filosofo e gli offrì l’occasione per fare alcune considerazioni che riguardavano indirettamente la concezione storicistica sturziana. Secondo Croce, Petrocchi ignorava che il “moderno storicismo assoluto” era del tutto diverso dalla filosofia hegeliana, la quale altro non era che una “Filosofia della storia dedotta […] a priori”, mentre il “moderno storicismo assoluto” “scopre e innalza il carattere filosofico della semplice storiografia, di quella fatta sui documenti e sottoposta a tutte le regole della critica”[8]. Non solo: Petrocchi era persuaso che lo storicismo eliminasse la differenza tra il bene e il male, “facendo inorridire l’animo umano”; in realtà nello storicismo

    il bene sta di continuo contro il male e le questioni che si fanno riguardano soltanto il modo di congiungerlo col processo dialettico della vita, nel quale il male per una parte appare fornito della più dura realtà, per l’altra irreale, ossia non positivo[9].

    Croce confessava il proprio sbalordimento nel vedere che delle dieci pagine del saggio, sette erano dedicate alla teoria storica di don Sturzo, che Petrocchi lodava “come definitiva confutazione e suggello contro lo storicismo assoluto”[10]: in effetti quell’articolo altro non era se non una recensione del libro di Sturzo La vera vita e Petrocchi aveva utilizzato molte argomentazioni ivi contenute per discutere alcuni punti della filosofia crociana. Proseguiva Croce:

    Lo sbalordimento, per altro, non mi induce a dir parola che possa suonare men che simpatica verso don Sturzo, il quale nelle sue escursioni filosofiche, al pari che nella sua poesia e nella sua arte musicale, dà prova di quella vivacità e versatilità d’ingegno che si ammira in un uomo che pure ha saputo dar vita a un grosso partito politico. Sono questi i dilettamenti di chi si riposa dalle fatiche di una sua opera pratica […][11].

    Croce dava atto a Sturzo di non aver confuso attività politica e cultura; è questo un punto rilevante della riflessione crociana degli anni dell’immediato dopoguerra, periodo nel quale venivano pubblicati gli scritti di Antonio Gramsci. Potremmo dire che a Sturzo non era accaduto ciò che invece era capitato all’esponente comunista, il quale riteneva che il pensiero fosse “in funzione del bisogno pratico” e le cui tesi denotavano una chiara “origine politica e di partito”[12]. Era quella di Gramsci una “corrotta filosofia di uso pratico e politico, che è gradita ai dilettanti ma reca disgusto a chi rispetta la dignità del pensiero” e la causa di ciò risiedeva nel fatto che l’esponente comunista

    coerente alle sue premesse, confondeva con la filosofia e con la cultura l’opera a cui attendeva della formazione in Italia di un partito del quale già si sentiva capo e responsabile. Totus politicus, dunque, e non philosophus: tale era il suo effettivo ideale, al quale veniva serbato il “borghese” nome di “filosofia” e di “cultura”[13].

    Pur guardando con simpatia alle escursioni filosofiche ed ai dilettamenti di Sturzo, Croce non mostra uno specifico interesse verso lo storicismo sturziano: non solo nella recensione del libro di Petrocchi non cita una sola volta il libro di Sturzo e non prende in esame le argomentazioni ivi contenute[14], ma conclude affermando che Petrocchi “aveva il dovere di ricorrere ad altre autorità in questa materia”[15]. Il filosofo napoletano esprimeva in tale modo una chiara perplessità sull’intera sociologia storicista di Sturzo senza però entrare nel merito dei singoli aspetti di quella teoria. Può quindi essere interessante vedere cosa Sturzo sosteneva a proposito dei due punti evidenziati da Croce: il rapporto storia-filosofia e la dialettica bene-male. Scriveva Sturzo:

    Non tutta l’attività umana può chiamarsi storia, anche se tutta contribuisca a crearla. Il termine storia ha tanti usi, che bisogna precisarne il significato prevalente e il contenuti essenziale. Non intendiamo per storia una semplice narrazione orale o scritta, di avvenimenti singolari “rerum gestarum”; è questa la parte che si dà alla memoria e alla fantasia anche, per riallacciarci al passato.

    Ciò che sta alla base della società è la “coscienza individuale”, la quale, “riflessa” fra i vari individui membri del corpo sociale, “forma la coscienza collettiva e […] la personalità sociale”: la storia quindi è “la proiezione […] di tale coscienza-personalità”[16]; in definitiva, sono gli individui a fare la storia. Proseguiva Sturzo:

    Filosofia e storia sono due facce della stessa realtà […] la filosofia estrae le leggi della realtà umana dalla storia; la storia esprime la concretezza delle leggi della realtà umana nel processo esistenziale […] La storia fa un passo avanti alla filosofia, perché è la storia e solo essa che ci testimonia, nella realtà dei fatti, che l’umanità ha subito un’inserzione del divino, ha avuto un appello superiore[17].

    (...)


    [1] B. Croce, La segretezza del voto e il dovere morale, cit., p. 436.

    [2] L. Sturzo, Breve risposta a Benedetto Croce, in Id., Politica di questi anni, cit., pp. 35-37, in part. P. 35.

    [3] Ivi, p. 36.

    [4] L. Sturzo, Il voto segreto dal Senato alla Camera, in Id., Politica di questi anni, cit., pp. 49-52.

    [5] Ivi, p. 50.

    [6] Ivi, p. 51. Proseguiva Sturzo affermando che la democrazia italiana doveva “fare lunga strada prima di fissarsi in una forma salda e matura. Però, se la svuotiamo fin dall’inizio, se ne perderà addirittura il carattere e il valore”.

    [7] M. Petrocchi, Miti e suggestioni nella storia europea, Firenze 1950. La recensione, apparse nei “Quaderni della Critica” (1951), nn. 19-20, pp. 180-81 è stata ristampata in B. Croce, Terze pagine sparse, vol. II, Bari 1955, pp. 111-13.

    [8] B. Croce, Terze pagine sparse, vol. II, cit., p. 112.

    [9] Ibid. Petrocchi aveva scritto: “[…] nessuno potrà distorre l’uomo dall’angosciosa esigenza di distinguere il bene dal male, anziché giustificare il male come necessario componente di un nuovo bene; il moralista (e il moralista è sempre un uomo rispettabile) sentirà l’urgenza di concepire il bene che vince e allontana da sé il male, sentirà che ogni costruzione storiografica che tutto in sé congloba è inadeguata alla risoluzione del problema: se egli riconosce il male nella storia, lo vede e lo riconosce non come necessario componente di una implacabile fatalità, ma come momento negativo che non si dialettizza in una unità progressiva” (M. Petrocchi, Miti e suggestioni nella storia europea, cit., p. 118; i corsivi sono nel testo).

    [10] B. Croce, Terze pagine sparse, vol. II, cit., p. 112.

    [11] Ivi, pp. 112-13; i corsivi sono miei. A proposito dell’attività politica del sacerdote di Caltagirone, nella Storia d’Italia Croce accenna al fatto che nei primi anni di questo secolo Sturzo si mostrava, se non proprio ribelle, recalcitrante all’intenzione della Chiesa cattolica di “sottomettere alla propria autorità […] cioè alla dipendenza dei vescovi […] la democrazia cristiana di tendenza socialistica”: cfr. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Roma-Bari 1977 (1a ediz. 1928), p. 211.

    [12] B. Croce, Nuove pagine sparse, vol. II, Bari 1966 (1a ediz. 1949), p. 211.

    [13] B. Croce, Terze pagine sparse, vol. II, cit., p. 139; i corsivi sono nel testo.

    [14] Egli si limita a dichiarare di provare “piacere” nel “leggere ciò che don Sturzo scrive intorno alla storia” (ivi, p. 113).

    [15] Ibid.

    [16] L. Sturzo, La vera vita, Roma 1947, pp. 209-10; il corsivo è nel testo.

    [17] Ivi, p. 226. A proposito di Croce, Sturzo sottolineava come il filosofo napoletano “non ostante il gran contributo che […] ha dato per approfondire il valore della storia, non è uscito dal circolo chiuso della pura immanenza, svalutando per ciò stesso il processo storico e la sua continua innovazione e creazione. Tutte le volte che Croce non nega implicitamente la sua stessa teoria – il che gli avviene quando lampi di verità solcano il suo cielo grigio – è costretto a ridurre la personalità individuale ad apparenza senza origine e senza destino e ad annullare nello ‘spirito’ la vera dialettica storica umano-divina”: ivi, pp. 232-33.
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    Predefinito Re: Benedetto Croce e Luigi Sturzo

    Questo tema del rapporto storia-filosofia affiorava già diversi anni prima, nelle lettere che don Luigi inviava dall’esilio a suo fratello, mons. Mario; scriveva nel 1928: “La filosofia può fare astrazione dalla storia, come la matematica dalla realtà concreta; ma non può costruire senza la storia, cioè senza la realtà”[1]; e nel 1930: “[…] si può dire che la realtà è storia, e la filosofia è la interpretazione della realtà (cioè della storia)”[2]. Nel 1935 notava:

    Nella vita reale filosofia e storia sono unum et idem, perché unificati nel concreto. Nel nostro pensiero sono due atteggiamenti diversi che si completano l’uno per l’altro. Quando io parlo di storia intendo sia il processo della realtà umana, sia la sistemazione ideale e narrativa di questo processo. Nel primo senso storia e filosofia si convertono, nel secondo senso storia e filosofia di sintetizzano[3].

    Era fortemente avvertita da Sturzo “l’esigenza […] di stare ai fatti, di non trascenderli, beninteso nell’ambito della loro contingenza […] Stare ai fatti significa non solo pensarli, ma inserirsi nel loro concreto movimento […] da ciò deriva l’identità di storia e filosofia […] e conseguentemente il rifiuto di ogni filosofia della storia”[4]. L’autentico storico,

    in quanto riceve e critica i documenti è un filologo e resta tale, ma in quanto ricostruisce il fatto o crede di ricostruirlo, fa opera filosofica e umana, proiettando sul fatto sentimenti e idee, convinzioni e sistemi, pregiudizi e passioni, che sono proprie dell’autore e dell’ambiente. Se lo storico filologo non ha idee e sentimenti o non sa utilizzarli, non può neppure tentare una qualsiasi ricostruzione storica, perché gli mancherebbe l’anima, il pensiero, la ragione intima, la logica dei fatti, tutto quello che ne costituisce la sintesi[5].

    Nell’ambito della storia, il male è una realtà ineliminabile, “ma una volontà superiore ne fa un motivo di bene”[6] e tale volontà superiore è Dio, il quale “dal male che possono commettere le creature trae un maggior bene nell’ordine presente e in quello futuro. Questa dialettica divina di trarre il bene dal male e di ridurre ogni male al bene, non è altro che la realizzazione dell’unica e sovrana volontà di Dio […]”[7]. Il male esprime una idea negativa ed in quanto tale piò essere definito solo in opposizione al bene; tutto ciò che non è bene, è male: “come l’idea di bene comprende sotto aspetti diversi quel che di reale esiste o d’ideale che può esistere, così l’idea di male non può indicare altro che la limitazione, la privazione, la negazione del bene”[8]. Il male è sempre relativo all’individuo: ciò che egli considera male “è sempre in rapporto a un ordine particolare, che […] viene a essere turbato”[9]; ma quando dal soggettivo passiamo all’oggettivo e non guardiamo più al particolare, bensì all’universale, “allora l’idea di male ci sfugge” e quella di bene “si associa alla visione della grandiosità e bellezza del sole”[10]. La storia è caratterizzata dalla dialettica di bene a male:

    dal male anche se concretizzato e oggettivato nel mondo si sviluppa sempre il bene. L’attività benefica è una purificazione continua di questo fondo fangoso che è la realtà mondana; riesce ad essere […] una catarsi collettiva […] come visione del contingente che perisce per una trascendente che sopravvive[11].

    Ogni creazione di bene, in quanto comporta attività, sforzi, insuccessi, crisi, superamento di difficoltà, non può non essere una conquista. Il bene, una volta acquistato, deve essere garantito e difeso, perché la conquista del bene “è sempre parziale, mai totale; è precaria, mai definitiva; da difendersi rinnovandola, accrescendola, restaurandola […] rivivendo il bene acquistato perché se ne assicuri l’esistenza, la continuità e lo sviluppo”[12].
    Nelle recensione del libro di Petrocchi, Croce fece un interessante riferimento al dramma di Sturzo Il ciclo della creazione, sul quale occorre da ultimo appuntare l’attenzione. Croce ricorda che nel 1930 aveva incontrato Sturzo, esule a Londra, ed in quella occasione, dopo aver letto il prologo del dramma, osservò che gli sembrava che gli “Angeli ribelli, seguaci di Lucifero, parlassero in un tono un po’ troppo simile a quello dei giornali fascistici”. Sturzo rispose: “Che posso farci? La lingua batte dove il dente duole”; e Croce replicò: “Sì, ma addirittura prima della creazione del mondo…”[13]. In effetti, nel dramma di Sturzo, gli “Angeli Luciferani”, nel loro inno alla guerra, cantano: “Viva! Viva! Le nostre schiere / han la vittoria. / Viva! Viva! Il nostro duce / trionfa nell’etere. / Dov’è Michaël / dove sono / le imbelli sue schiere? Andranno nei gorghi del nulla. / A noi trionfo e regno nei secoli!”[14]. L’osservazione di Croce, pur se esatta, potrebbe apparire però sbrigativa se non si tiene presente che le cose andarono in maniera lievemente diversa. Felice Battaglia ha pubblicato un brano di uno scritto inedito del filosofo, dal titolo Esuli, nel quale Croce ricorda questo episodio con maggiore dovizia di particolari: a Londra Sturzo era “tutto preso, negli sforzati ozii dell’esilio, in un suo poema drammatico: Il ciclo della creazione, che avrebbe desiderato per mio mezzo pubblicare in Italia, il che se anche gli fosse riuscito di fare, ne sarebbe venuto come conseguenza che i suoi versi (è così facile dir male o parodiare i versi, anche buoni) sarebbero stati chiassoso ludibrio di tutti i giornali”[15]. Sturzo aveva chiesto a Croce di dargli una mano per pubblicare in Italia il suo dramma, ma il filosofo – bonariamente – ne sconsigliò la pubblicazione perché temeva che i fascisti avrebbero preso di mira don Sturzo: è questa la ragione dell’ironia a proposito degli angeli ribelli. C’è da dire, però, che quando Croce, nel 1951, pubblicò la recensione, Sturzo rimase sorpreso e scrisse a Petrocchi affermando che la ricostruzione dell’episodio fatta da Croce non era esatta: egli confessò inoltre di non riuscire a rendersi conto come e perché “Croce abbia l’impressione di aver notato che i miei angeli del lato luciferiano parlassero come i giornali fascisti (cosa che nessuno troverà esatta) […]”[16].
    Quando nel 1932, il dramma venne pubblicato a Parigi, Sturzo ne inviò una copia a Croce per mezzo del conte Carlo Sforza ed in quella occasione scrisse un biglietto di accompagnamento, in cui fra l’altro invitava Croce a “leggere la scena del filosofo (pp. 215 sgg.). Quando la scrissi pensai al suo atteggiamento e alla sua figura nella presente situazione”[17]. Il Filosofo, tratteggiato da Sturzo, proclama che non adorerà il “nuovo Nume” e si chiede: “Qual diritto egli invoca / se non se stesso? E a mille a mille gemono / nelle aspre prigioni e nelle isole, / […] nell’arsura perenne i suoi amici”[18]. Il filosofo condanna la “folla ubriaca”[19] e guarda con pietà a quella “illusa gioventù, / che inneggia gaia e spensierata al nuovo / sole e l’adora […] Essi ignorano il dono / sacro, divino / di libertà; essi non han provato / le gioie del sapere, l’intimo gaudio della verità”[20]. Erano queste pagine sturziane un attestato di stima nei confronti di Croce, persona dalla quale don Luigi aveva tratto “conforto” nel suo itinerario di ricerca della verità[21].


    https://www.facebook.com/notes/luigi...3815328665191/


    [1] Luigi Sturzo a Mario Sturzo, 30 ottobre 1928, in L. Sturzo-M. Sturzo, Carteggio I. 1924-1928, a cura di G. De Rosa, Roma 1985, p. 337.

    [2] Luigi Sturzo a Mario Sturzo, 28 febbraio 1930, in L. Sturzo-M. Sturzo, Carteggio II. 1929-1931, a cura di G. De Rosa, Roma 1985, p. 217.

    [3] Luigi Sturzo a Mario Sturzo, 1° gennaio 1935, in L. Sturzo-M. Sturzo, Carteggio IV. 1935-1940, a cura di G. De Rosa, Roma 1985, p. 7; i corsivi sono nel testo. Qualche giorno prima aveva scritto: “[…] se per filosofia e per storia s’intende […] la speculazione intellettiva che ordina all’azione e l’azione che attua la speculazione, nella sintesi concreta del processo umano, l’una e l’altra sono due aspetti dell’unica realtà” (Luigi Sturzo a Mario Sturzo, 19 dicembre 1934, in L. Sturzo-M. Sturzo, Carteggio III. 1932-1934, a cura di G. De Rosa, Roma 1985, p. 383).

    [4] F. Battaglia, Croce e i fratelli Mario e Luigi Sturzo, Ravenna 1973, pp. 93-94.

    [5] L. Sturzo, Storia filologica e storia filosofica (1930), ristampato in F. Battaglia, Croce e i fratelli Mario e Luigi Sturzo, cit., pp. 213-219, in part. Pp. 215-16.

    [6] L. Sturzo, La vera vita, cit., p. 57. Sull’ineliminabilità del problema del male, don Luigi scriveva al fratello che tale problema “nonostante tutte le spiegazioni presenti, passate e future, resta sempre un problema che si pone, perché ogni spiegazione […] non esaurisce il tema”: Luigi Sturzo a Mario Sturzo, 25 agosto 1931, in L. Sturzo-M. Sturzo, Carteggio II, cit., p. 533.

    [7] L. Sturzo, La vera vita, cit., p. 123.

    [8] Ivi, p. 170. In un altro passo dice: “Se l’idea di male è l’opposto di quella di bene, non potrà applicarsi a quel che di fatto è una realtà, un ordine e quindi un bene” (ivi, p. 177).

    [9] Ivi, p. 176; prosegue Sturzo: “Sì che quello che si dice male in rapporto a un ordine, può dirsi anche bene in rapporto a un altro.

    [10] Ivi, p. 181.

    [11] Ivi, p. 229; il corsivo è nel testo.

    [12] Ivi, p. 213.

    [13] B. Croce, Terze pagine sparse, vol. II, cit., p. 113.

    [14] L. Sturzo, Il ciclo della creazione, Paris 1932, p. 68.

    [15] B. Croce, Esuli, in F. Battaglia, Croce e i fratelli Mario e Luigi Sturzo, cit., pp. 134-35, in part. 134. Prosegue Croce: “Quando me ne fece leggere la prima parte in cui si rappresentava la zuffa degli angeli ribelli, destinati a diventar diavoli, con gli angeli fedeli, gli dissi: ‘Don Sturzo, non vi pare che i vostri angeli ribelli dicano parole e formule ed emettano gridi assai fascistici, che pare strano che già risuonassero, in tempi così remoti, prima della creazione del mondo?’ Ed egli rise ed ammise: ‘La lingua batte dove il dente duole’”.

    [16] La lettera è stata pubblicata da Gabriele De Rosa nella Introduzione a L. Sturzo-M. Sturzo, Carteggio I, cit., p. LXXXI; l’intero episodio dell’incontro di Sturzo con Croce è ricostruito da De Rosa alle pp. LXXIX-LXXXI.

    [17] Luigi Sturzo a Benedetto Croce, 1° settembre 1932, in F. Battaglia, Croce e i fratelli Mario e Luigi Sturzo, cit., p. 143.

    [18] L. Sturzo, Il ciclo della creazione, cit., p. 215.

    [19] Ivi, p. 216.

    [20] Ivi, p. 217.

    [21] Cfr. quanto Sturzo scrisse nella lettera a Massimo Petrocchi pubblicata da De Rosa nella Introduzione, cit., p. LXXXI.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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