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    Predefinito Giuseppe Galasso e il Partito Comunista Italiano. Appunti e riflessioni



    Giuseppe Galasso (Napoli, 1929 - Pozzuoli, 2018)




    di Luciano Monzali – In E. Di Rienzo (a cura di), “Giuseppe Galasso storico e maestro”, Biblioteca della “Nuova Rivista Storica”, n. 54, Società Editrice Dante Alighieri, Roma 2019, pp. 149-168.

    1. L’ultimo dei giganti. Giuseppe Galasso intellettuale liberaldemocratico italiano del Novecento

    Giuseppe Galasso è stato uno degli ultimi epigoni della storiografia politica d’ispirazione crociana nonché uno dei più significativi esponenti intellettuali del liberalismo democratico italiano novecentesco[1]. Uomo di una prodigiosa capacità di lavoro e studio, che ha avuto una vita piena e densa e che ha lasciato dietro di sé un impressionante patrimonio di opere storiche e di scritti politici e intellettuali.
    Possiamo dire che tre sono stati i principali piani del suo impegno: quello politico, quello giornalistico e pubblicistico e quello storiografico, tutti e tre correlati e collegati uno con l’altro, che si nutrivano, influenzavano e stimolavano a vicenda.
    D’altronde pure i temi a cui si rivolse il suo interesse storiografico erano diversificati ma anch’essi in fondo collegati. La passione per la storia e la vita di Napoli e del Mezzogiorno fu la base e il fondamento per un impegno nello studio della vita politica e culturale dell’Italia nel suo insieme, che si allargava poi in un grande sforzo di capire e interpretare la storia europea, come testimoniato dalla magistrale e impressionante Storia d’Europa, opera in tre tomi, pubblicata da Galasso negli anni Novanta, che peraltro testimonia come la sua concezione dell’Europa non fosse chiusa e ristretta, bensì aperta e consapevole della continua osmosi della civiltà europea con i popoli mediterranei e il resto dell’umanità.
    È certo ancora presto per dare un giudizio definitivo sulla figura e sull’opera di Galasso nel suo complesso. Ma, a nostro avviso, lo storico napoletano ha avuto un ruolo cruciale nel preservare la continuità culturale e storica della tradizione politica e intellettuale del liberalismo nazionale italiano fra XX e XXI secolo. Il suo impegno nello studio di Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini, Giuseppe Mazzini, nella ricostruzione della storia del meridionalismo liberale e democratico italiano, e soprattutto la sua rilettura critica e rivalutazione dell’opera culturale e intellettuale di Benedetto Croce[2], culminata nella splendida riedizione, da lui curata, di molte opere del filosofo napoletano presso le edizioni Adelphi, hanno consentito che le nuove generazioni di italiani, che hanno vissuto e vivono in una fase difficile come quella dell’Italia contemporanea, abbiano avuto punti di riferimento e strumenti per conoscere e studiare un patrimonio così importante per l’identità nazionale italiana come quella liberale democratica.

    (...)


    [1] Sulla figura e l’opera di Giuseppe Galasso: L’Europa e l’Altra Europa. I libri di Giuseppe Galasso, a cura di A. Musi e L. Mascilli Migliorini, Napoli, Guida, 2011.

    [2] Al riguardo: G. GALASSO, Croce e lo spirito del suo tempo, Roma-Bari, Laterza, 2002.
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    Predefinito Re: Giuseppe Galasso e il Partito Comunista Italiano. Appunti e riflessioni

    2. Giuseppe Galasso e il PCI di Togliatti e Longo

    Un aspetto significativo, a nostro avviso, dell’infaticabile e multiforme attività politica e culturale di Giuseppe Galasso è stato il suo interesse e impegno nel confronto con il Partito Comunista Italiano (PCI). Confronto che ha conosciuto sia le fasi del durissimo scontro ideologico degli anni Cinquanta e Sessanta, sia quelle del più pacifico dialogo e incontro nell’epoca di Berlinguer. Peraltro che per lo storico napoletano il confronto con i comunisti sia stato qualcosa di importante lo testimonia la scelta di pubblicare nel 1998 una raccolta di suoi scritti su tale argomento, intitolata Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996)[1].
    L’attenzione di Galasso verso il PCI aveva, a nostro parere, varie motivazioni. Innanzitutto la personale concezione ideologica e politica di Galasso. Nato a Napoli nel 1929, in una parte antica e popolare della città, a cavallo fra i quartieri di Avvocata e Montecalvario, s’iscrisse giovanissimo al Partito Repubblicano Italiano (PRI), nel dicembre 1945[2]. Nella visione di Galasso il repubblicanesimo era un partito democratico, progressista e popolare, di sinistra, che nasceva dalla lezione ideologica e dal magistero politico e spirituale di Giuseppe Mazzini e dal suo sforzo di sviluppare un discorso di democrazia nazionale autonomo dal liberalismo e dal socialismo[3]. Obiettivo del PRI doveva essere l’unione delle forze popolari italiane su una piattaforma politica fondata sulla ricerca della giustizia sociale, sulla difesa della libertà e su un discorso nazionale che non cadesse nel nazionalismo. In questa prospettiva, per un intellettuale democratico laico, liberale e progressista come Galasso, il PCI e la sua forza come partito di massa costituivano il grande problema della politica italiana. L’esistenza di un partito comunista filo sovietico e con tendenze illiberali impediva l’evoluzione dell’Italia verso la situazione delle altre democrazie europee, fondata sulla contrapposizione fra una sinistra liberale o socialdemocratica e una destra liberal-conservatrice. La natura illiberale e antidemocratica del PCI rendeva impossibile l’alleanza e l’unione fra le forze progressiste italiane e costringeva i partiti democratici e socialdemocratici ad allearsi con le forze conservatrici e cattoliche per salvare il sistema pluralista e parlamentare in Italia. Secondo Galasso, il PCI era una forza composita socialmente e culturalmente, che poteva avere un’evoluzione liberale e democratica: l’attenzione dello storico napoletano fu sempre alimentata e nutrita da questa speranza, dal suo sogno della nascita di un partito di massa della Sinistra democratica liberale e progressista italiana, capace d’inglobare gli ex comunisti.
    Altra ragione dell’interesse di Galasso verso il PCI era la realistica constatazione della crescente rilevanza di questo partito nella vita politica italiana, anche nello stesso Meridione e a Napoli, prevalente area d’azione e d’interesse di Galasso fino agli anni Settanta. Per intellettuali liberaldemocratici come Galasso, vicini al PRI e al PLI, partiti di opinione, la necessità di confrontarsi, scontrarsi e lottare contro i comunisti, che conquistavano crescenti consensi nei ceti borghesi e intellettuali del Mezzogiorno, tradizionale bacino di consensi del liberalismo meridionale, divenne fortissima nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta. Fu questa esigenza che, come ha ricordato lo stesso storico napoletano, portò Francesco Compagna, su stimolo di Mario Pannunzio, direttore de “Il Mondo”, a fondare a Napoli “Nord e Sud”, la principale rivista degli intellettuali liberaldemocratici meridionali nella seconda metà del Novecento e spazio nel quale il giovane Galasso pubblicò molti saggi dedicati al comunismo italiano[4].
    Va detto che Galasso non si limitò a analizzare il comunismo italiano come semplice forza politica, ma si sforzò sempre di confrontarsi con esso anche come movimento ideologico e culturale. Grande fu, ad esempio, l’attenzione dello storico napoletano verso il pensiero politico di Antonio Gramsci, al quale dedicò alcuni bellissimi e penetranti saggi, raccolti poi nell’importante volume Croce, Gramsci e altri storici[5].
    Galasso iniziò a scrivere sul PCI a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Erano gli anni in cui il PCI, dopo la temporanea crisi provocata dalla destalinizzazione e dai moti d’Ungheria, aveva ripreso la sua avanzata che lo avrebbe portato a crescenti successi politici negli anni Sessanta[6]. Anni di quella che Galasso definì “la dittatura di Togliatti” sul PCI; ma gli anni della leadership togliattiana furono anche quelli in cui, secondo lo storico napoletano, il PCI agì “con maggiore carica di idealità e con maggiore efficacia dirompente e innovativa nella società italiana:

    Il vertice non fu segnato – ha notato Galasso negli anni Novanta -, a mio avviso, dalle massime fortune elettorali conseguite dal partito negli anni ’70. Il vertice fu segnato, piuttosto, dagli anni tra il ritorno in Italia nel 1944 e la morte di Togliatti nel 1964: gli anni in cui lo spirito nativo del PCI – la certezza, al fondo, etica e laicamente religiosa di una rivoluzione conclusiva nell’esperienza sociale dell’umanità, quale nell’ottica marxistica la filosofia e la storia, la ragione scientifica e quella pratica delineavano nelle sue leggi inevitabili e nelle sue fasi obbligate – si tradusse in un grande movimento politico e segnò in molti suoi aspetti fondamentali il contesto nazionale in cui operava, e non solo quel contesto[7].

    Nei suoi scritti degli anni Cinquanta e Sessanta, in gran parte pubblicati su “Nord e Sud”, lo storico napoletano colse bene la doppiezza, l’ambivalenza politica e ideologica del leader comunista piemontese. Da una parte, Galasso notò e constatò l’abilità strategica e politica di Togliatti nel costruire, nel secondo dopoguerra, un partito comunista di massa fondato su una solida organizzazione capace di radicarsi in tutto il territorio nazionale e in tutte le fasce sociali. Togliatti non solo aveva ripreso e rilanciato il pensiero di Antonio Gramsci, ma lo aveva manipolato e reinterpretato molto abilmente, tenendo conto delle concrete esigenze politiche del momento. Il gramscismo rivisto da Togliatti servì come mito fondatore di una nuova cultura comunista italiana, che da una parte contestava e combatteva l’egemonia liberale e conservatrice rappresentata dal magistero di Benedetto Croce – il quale nel corso del periodo fascista aveva proceduto ad una revisione ideologica del suo pensiero in chiave democratica ed europeista ponendo le basi per il successivo rinnovamento e la rinascita del liberalismo italiano nella seconda metà del Novecento (si pensi solo alle riflessioni crociane sull’incontro fra cristianesimo e liberalismo e alla sua adesione all’europeismo) -, ma dall’altra fu strumento per il recupero e l’appropriazione di parti importanti della tradizione culturale laica italiana in nome di un nuovo storicismo comunista. L’esaltazione togliattiana di Gramsci servì a creare un eroe, un mito fondante, un ideologo “italiano” del comunismo, che legittimò la credibilità dell’enunciazione e della ricerca della cosiddetta via italiana al socialismo.
    Galasso sottolineò in un saggio del 1968 l’importanza dell’impostazione nazionale italiana che Togliatti aveva dato alla linea del PCI fin dal primo discorso tenuto a Napoli l’11 aprile 1944, all’indomani del suo ritorno in Italia, quando rivendicò le tradizioni nazionali e risorgimentali della classe operaia italiana e affermò il ruolo del PCI quale futura guida dirigente di tutta la Nazione. Vi era in Togliatti, rilevò Galasso, la grande capacità di cambiare preservando la continuità politica, senza rompere drasticamente con la dottrina tradizionale comunista: ad esempio sposando una tattica di lotta parlamentare graduale nella ricerca della conquista del potere e riprendendo la tesi gramsciana del comunismo come espressione di un blocco storico fondato sull’alleanza fra operai del Nord e contadini del Sud, adattandola però alla realtà complessa della società italiana postfascista e aprendo il partito ai ceti medi e intellettuali. Altra innovazione togliattiana rispetto alle posizioni di Gramsci fu la ricerca del dialogo e dell’alleanza con i cattolici[8].
    Grazie alle doti mediatrici e di stratega del leader piemontese, dopo la seconda guerra mondiale il PCI era diventato un grande partito interclassista, capace di conquistare forti consensi anche in regioni difficili del Paese come il Mezzogiorno. Dopo la sconfitta alle elezioni del 1948, il PCI aveva avuto una fase di forte espansione nel Sud d’Italia sfruttando:

    l’intuizione delle possibilità di azione – notava Galasso nel 1964 – che ad un partito dinamico e moderno offriva la tradizionale e sempre paurosamente squilibrata situazione del Mezzogiorno. Le grandi lotte per la terra, il Movimento di Rinascita, la penetrazione nella borghesia professionistica e intellettuale, la diffusione nelle masse sottoproletarie delle poche grandi città del Mezzogiorno furono i momenti simultanei e decisivi della realizzazione di tali possibilità. La riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno troppo tardi sopravvennero a delineare una linea di arginamento democratico[9].

    In Togliatti questa capacità di leadership pragmatica e lungimirante, duttile e attenta alla realtà concreta italiana, coesisteva con la sua fideistica fiducia nel ruolo guida del comunismo internazionale da parte dell’Unione Sovietica e in una rigida ortodossia stalinista, che facevano del togliattismo “uno stalinismo minore”[10]. Ciò fu testimoniato, notò Galasso, dalla supina accettazione da parte del PCI di tutte le posizioni sovietiche in campo internazionale:

    Dal piano Marshall al Mercato Comune, dalla condanna della Jugoslavia a quella della Cina e dell’Albania, dalla guerra di Corea alla irresponsabile avventura di Cuba, dalla repressione della rivoluzione ungherese al muro di Berlino, dallo stalinismo all’antistalinismo non c’è stata causa sovietica che il PCI non abbia sposato con totale dedizione e sempre dopo delle prese di posizione sovietiche, che dal PCI, nel loro vario mutare, non sono mai state anticipate neppure di un giorno, ad ulteriore riprova della sua mancanza di spontaneità e di autonomia[11].

    (...)


    [1] ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), Lungro, Costantino Marco Editore, 1998.

    [2] Al riguardo: ID., Intervista sulla storia di Napoli, a cura di P. Allum, Roma-Bari, Laterza, 1978.

    [3] Si vedano ad esempio: ID., Da Mazzini a Salvemini. Il pensiero democratico nell’Italia moderna, Firenze, Le Monnier, 1974; ID., Tommaso Fiore nella storia del Mezzogiorno, in Meridionalismo democratico e socialismo. La vicenda politica e intellettuale di Tommaso Fiore, Bari, De Donato, 1979, pp. 49-59; ID., Introduzione, in R. BALZANI, D. GIACALONE, La libertà, la repubblica, l’altra Italia. Profilo storico della Federazione Giovanile Repubblicana, Firenze, Quaderni della “Critica Politica”, 1984, pp. 9-17.

    [4] Al riguardo: A: MUSI, Bandiere di carta. Intellettuali e partiti in tre riviste del dopoguerra, Cava de’ Tirreni, Avagliano, 1996, pp. 41-57.

    [5] G. GALASSO, Croce, Gramsci e altri storici, Milano, Il Saggiatore, 1978, edizione ampliata, (prima edizione: Milano, Il Saggiatore, 1969; libro dedicato a Rosario Romeo e Mario Del Treppo).

    [6] Cfr.: P. SPRIANO, Storia del Partito Comunista Italiano, Torino, Einaudi, 1967-1975, 5 voll., V, La Resistenza. Togliatti e il partito nuovo; P. KARLSEN, Frontiera rossa. Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale 1941-1955, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2010; R. GUALTIERI, Togliatti e la politica estera italiana. Dalla Resistenza al Trattato di pace 1943-1947, Roma, Editori Riuniti, 1995; E. AGA ROSSI, V. ZASLAVSKY, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, Bologna, Il Mulino, 1997; A. AGOSTI, Togliatti. Un uomo di frontiera, Torino, UTET, 2003.

    [7] G. GALASSO, Introduzione, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. VII-XXXVIII, p. IX.

    [8] ID., Il revisionismo del PCI interpretato da Carocci, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 321-324.

    [9] ID., La “Nuova Unità”, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., p. 100.

    [10] ID., Le tappe ideologiche, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti e D’Alema (1955-1996), p. 208.

    [11] ID., La “Nuova Unità”, cit., p. 94.
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    Predefinito Re: Giuseppe Galasso e il Partito Comunista Italiano. Appunti e riflessioni

    Negli anni Cinquanta e Sessanta Giuseppe Galasso sposò un deciso anticomunismo, ma che mirava non tanto alla distruzione dell’avversario, quanto alla sua conversione ideologica: nella speranza che, abbandonando la sudditanza verso il comunismo sovietico, i comunisti potessero fondersi con le forze della sinistra democratica laica e progressista in un grande schieramento popolare antifascista e antidemocristiano. Su “Nord e Sud” nel maggio 1960 lo storico napoletano non esitava a riconoscere i meriti storici del PCI, e in particolare gli effetti, a suo avviso positivi, prodotti dal movimento comunista nella società meridionale:

    La democrazia italiana ha una matura coscienza dei meriti che i comunisti hanno acquistato verso di essa: nella ventennale lotta antifascista, nella Resistenza, nelle posizioni di moderazione e di responsabilità assunte tra il 1943 ed il 1945, nell’opera di elevazione di gran parte delle masse meridionali da anonimo proletariato civile a proletariato politico di primaria importanza. Tuttora la rete delle organizzazioni comuniste e paracomuniste, politiche e sindacali, svolge una serie di compiti la cui natura democratica e progressista non può essere disconosciuta. I comunisti hanno inoltre dato all’azione delle masse da essi diretta un’ambizione di respiro internazionale ed un carattere di duro realismo che non hanno molti precedenti nella storia del movimento democratico italiano. Ed anche sul terreno culturale, specialmente in alcuni settori di esso, i comunisti hanno lavorato in maniera positiva, destando stimoli e interessi nuovi[1].

    Quanto di buono era stato fatto dai comunisti nel Paese era vanificato da un pesante passivo, prodotto dalle scelte ultime e caratterizzanti del comunismo italiano, che producevano legami internazionali di servitù e una spinta ad imporre una propria assoluta egemonia politica:

    Per queste ragioni – proclamava Galasso con enfasi nel 1960 – i comunisti hanno determinato una fattura insanabile nelle forze della democrazia italiana; hanno sequestrato masse ingenti di elettori e di cittadini dalla possibilità di insediarsi alla direzione della cosa pubblica; hanno portato confusione e discredito in tutte le lotte per la libertà e il progresso che si sono combattute nel nostro paese dal 1946 in poi; hanno reso impossibile quello schieramento unitario di tutte le sinistre (cattoliche, liberali, radicali, repubblicane, socialdemocratiche e socialiste) che, senza la loro presenza, avrebbe avuto le maggiori opportunità e probabilità di conquistare a sé una larga maggioranza del corpo elettorale italiano […][2].

    Nelle visione di Galasso, nel corso degli anni Cinquanta e inizio anni Sessanta il PCI togliattiano emergeva come una formidabile formazione partitica, capace di radicarsi in ogni parte del Paese e di legarsi ad ogni fascia sociale attraverso una costante e generosa attività propagandistica e organizzativa:

    Ma quando si parla di organizzazione e di lavoro organizzativo del PCI – rilevava il dirigente repubblicano – bisogno intendersi: non si tratta, affatto, come piace immaginare alla destra italiana, di una specie di apertura di una serie di agenzie per lo spaccio pubblicitario di un determinato prodotto. Organizzazione e propaganda stanno qui a significare un lavoro faticoso di individuazione dei problemi minuti che la vita di ogni giorno pone nelle varie parti e ai vari ceti del paese. È cioè un lavoro squisitamente politico a cui le contraddizioni, il sottogoverno, l’arretratezza di un paese come il nostro aprono prospettive e possibilità di grande portata. Certo, talvolta la disparità delle situazioni e degli interventi dà luogo ad autentiche impasses dell’azione comunista; ma pianificato e attuato con costanza su grande scala, è stato proprio questo lavoro minuto ad allacciare quei legami molteplici e concreti tra il PCI e le messe da esso controllate o controllabili che sono la massima ragione di forza attuale del partito. Dovunque è stato possibile, questo lavoro si è concretato (soprattutto in alcune regioni dell’Italia settentrionale e centrale) in una serie di istituzioni produttive, associative, ricreative, che costituiscono nel loro insieme una struttura di potere di cui il PCI si avvale con grande spregiudicatezza. Dove ciò non è stato possibile, il lavoro si concreta in una serie di attività più fluide, ma sempre tenacemente perseguite e migliorate attraverso lo studio di moduli, motivi e strumenti progressivamente perfezionati[3].

    La leadership togliattiana era riuscita a guidare con abilità questa possente macchina politica tenendo insieme le sue varie anime e gruppi sociali attraverso un’azione piuttosto statica fondata, a partire dalla fine degli anni Quaranta, su un rigido conservatorismo ideologico. Ma il prezzo che il PCI aveva pagato per questa strategia politica di Togliatti, che era stato capace di tenere unito il partito, era una forte chiusura ai mutamenti della società italiana, del capitalismo internazionale e dell’Europa nel corso degli anni Cinquanta. I comunisti non aveva capito il miracolo economico italiano così come vari dati fondamentali della realtà capitalistica moderna, sottovalutando poi “la formidabile capacità di generale promozione economica e sociale di cui il capitalismo e la tecnologia moderni sono di per se stessi dotati, anche quando e anche se vengono controllati e utilizzati da ristrette oligarchie in funzione dei loro interessi”. Notava acutamente Galasso nel 1964:

    I comunisti hanno costantemente sbagliato, a partire dal 1946, tutte le loro diagnosi sullo sviluppo economico e sociale dell’Italia: il piano Marshall avrebbe ridotto l’Europa alla condizione di una colonia americana, il piano Sinigaglia avrebbe annichilito la siderurgia italiana, la riforma agraria sarebbe stata un completo fallimento, il Mercato Comune e prima ancora la CECA e poi la CEE non avrebbero significato nulla di positivo, e così via. Parallelamente, solo con molto ritardo i comunisti hanno compreso o, addirittura, si sono accorti di fenomeni come la fuga dalle campagne, le migrazioni interne, i mutamenti della struttura italiana dopo il 1955, la motorizzazione di massa, la diffusione della proprietà edilizia e del risparmio, gli aumenti dei consumi alimentari e non alimentari e così via[4].

    La morte di Togliatti nell’estate 1964 fece ben presto perdere al PCI il suo monolitismo politico e ideologico. Nonostante gli sforzi della segreteria Longo[5], cominciarono a evidenziarsi apertamente sensibilità, idee e progetti diversi in seno al comunismo italiano e il sorgere di una vivace dialettica interna. Galasso seguì con grande interesse il dibattito politico interno al PCI dopo il 1964, cercando di evitare analisi interpretative semplicistiche quali la presunta contrapposizione fra “destra” amendoliana e “sinistra” ingraiana[6]. Egli osservò con perspicacia che nel corso degli anni Sessanta era avvenuto un cambio generazionale nella classe dirigente comunista. Il vecchio gruppo di quadri e militanti che nel secondo dopoguerra sotto la guida di Togliatti aveva ricostruito il partito e lo aveva espanso e radicato nella società italiana, aveva lasciato spazio a un nuovo ceto dirigente selezionato da Togliatti fra le giovani generazioni. Era un ceto politico che Galasso ben conosceva e descriveva in un saggio del 1965 con una certa acida ironia:

    Uomini in genere poco al di là dei 40 anni, quasi sempre con studi universitari di lettere o giurisprudenza, con situazioni personali e familiari per lo meno decorose, residenti quasi sempre nelle zone “bene” delle città italiane in case non di rado assolutamente up to date per arredamento e comfort, solidamente inseriti nella vita sociale e, spesso, mondana delle rispettive città. È il ceto di burocrati e di professionisti della politica educato in giovanissima età alla scuola di Togliatti e del quale Togliatti si servì per sostituire, specialmente negli anni a cavaliere della crisi del 1956, i vecchi quadri operai e intellettuali del partito che, dopo più di un decennio dalla restaurazione delle libertà democratiche in Italia, non si erano adattati alla sua dittatura e mantenevano una concezione del partito o più intransigentemente rivoluzionaria o più modernamente duttile[7].

    Queste nuove gerarchie comuniste non erano staliniane come le precedenti, e non avevano i profondi legami con le masse posseduti dai loro predecessori. Erano un ceto di borghesi, le “cento famiglie” del comunismo italiano, che amministravano con tecnica organizzativa e demagogia le vaste clientele del PCI:

    Questi uomini – scriveva Galasso – non hanno fatto e non faranno la rivoluzione, ma ciò è poco importante. Decisivo è, invece, il fatto che essi non abbiano chiarito a se stessi se la rivoluzione bisogna farla o meno. Sono stati tirati su nella convinzione che c’è una “via italiana” al socialismo, o comunismo che sia; ed essi percorrono questa via, che è poi quella della loro azione nella società italiana (azione in gran parte resa obbligata dalla congiuntura storica), senza sapere dove questa via li porterà. È un ceto di uomini che non ritiene di dover essere moralmente scosso per essere dovuto passare supinamente dallo stalinismo alla destalinizzazione, al krusciovismo e alla dekrusciovizzazione (per ora). […] Il suo modo di procedere non è più quello della irruenta e appassionata tracotanza rivoluzionaria dell’immediato dopoguerra, ma è la saccente e professorale arroganza dei predicatori di virtù e di verità, e in questo è profondamente togliattiano[8].

    Ciò non voleva dire che la forza elettorale del PCI sarebbe diminuita: al contrario, a parere di Galasso, poteva facilmente continuare a crescere. La nuova leadership comunista poteva tenere unite le varie clientele del PCI e contemporaneamente sfruttare la crisi congiunturale e le difficoltà di assestamento che la società italiana stava conoscendo dopo così vasti mutamenti, trasformandosi in una forza politica sempre più populista e protestataria, capace di raccogliere le più svariate manifestazioni di malcontento provenienti dai ceti medi e da quelli popolari[9].
    Nonostante le difficoltà interne che il PCI conosceva dopo la morte di Togliatti, lo storico napoletano notò verso la fine degli anni Sessanta che il fallimento del centro sinistra e la fine del miracolo economico aprivano grandi possibilità politiche ai comunisti, che sembravano con abilità fare proprie le più svariate proteste populistiche con il disegno di occupazione di nuovi spazi sociali e politici. Certamente il PCI aveva conosciuto fra il 1944 e la fine degli anni Sessanta una lenta, a tratti impercettibile, trasformazione da partito di contestazione e di alternativa globale al sistema a movimento politico che voleva “risolvere in prima istanza problemi si ‘sistema’ all’interno del ‘sistema’. Galasso notava acutamente nel 1968 che il dialogo con i cattolici appariva la prospettiva politica più importante che si apriva ai comunisti, che sembravano contemporaneamente volere riaffermare energicamente il loro tradizionale marxismo.
    Solo il tempo però avrebbe potuto dire “se l’importanza del ‘dialogo’ stia nel coprire una effettiva carenza di strategia politica o nel consentire una effettiva immissione del PCI nel governo della società italiana e del suo sviluppo e, quindi, se questa immissione avrà valore di premessa alla piena integrazione del PCI nel sistema o di tappa nel processo di trasformazione socialista, secondo la strategia attuale del partito; e solo il tempo potrà dire se la “naturale riaffermazione della linea ideologico-culturale finora mantenuta possa dare una risposta adeguata ai fermenti e alle esigenze che si avvertono già oggi così vivamente nel dibattito culturale contemporaneo”[10].

    (...)


    [1] ID., PCI 1960, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 13-41, citazione pp. 33-34.

    [2] Ibidem.

    [3] ID., La “Nuova Unità”, cit., p. 104.

    [4] Ivi, p. 97. Utile anche G. GALASSO, Il PCI in una fase di transizione, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 258-301.

    [5] Sulla segreteria Longo: A. HOBEL, Il PCI di Luigi Longo (1964-1969), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2010

    [6] Si veda ad esempio G. GALASSO, Lo stallo, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 164-184.

    [7] ID., Integralisti e innovatori, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., p. 119.

    [8] Ivi, p. 120.

    [9] Ivi, p. 121.

    [10] ID., Il PCI in una fase di transizione, cit., pp. 299-300.
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    Predefinito Re: Giuseppe Galasso e il Partito Comunista Italiano. Appunti e riflessioni

    3. La fase della collaborazione. Giuseppe Galasso e il PCI dell’età berlingueriana

    L’atteggiamento apertamente antagonistico di Galasso verso il PCI ebbe termine nei primi anni Settanta. Lo storico napoletano, segretario regionale del PRI in Campania e consigliere comunale a Napoli, sostenne e condivise la strategia politica di Moro e La Malfa di dialogo e collaborazione con i comunisti, mirante al loro coinvolgimento nell’area di governo, ritenuto scelta necessaria come risposta alla crisi economica e politica della società e dello Stato al fine di rafforzare l’area di consenso verso le istituzioni e facilitare un’incisiva azione riformatrice[1].
    Posteriormente Galasso ha spiegato il suo interesse e il suo spirito collaborativo verso il PCI[2] nel corso degli anni Settanta con la persuasione crescente che dagli sviluppi del comunismo italiano in un senso o nell’altro sarebbe “largamente dipeso l’avvenire della democrazia italiana”:

    Avevo il sentimento, spesso contraddetto, ma sempre rinascente di una potenzialità, la cui piena esplicazione sarebbe stata felicemente risolutiva di molti dei maggiori problemi politici italiani (né solo di quelli politici). La sua mancata esplicazione avrebbe significato, per converso, un progressivo incancrenimento, se non un malaugurato peggioramento, di quei problemi[3].

    Commentando nel 1975 la proposta del segretario del PCI Enrico Berlinguer di “compromesso storico”, Galasso rilevò che la proposta comunista aveva avuto un sostanziale successo conquistando il centro del dibattito politico italiano. La scelta del tempo per il lancio della proposta era stata perfetta, in un momento di grave crisi dello schieramento di maggioranza al potere, profondamente lacerato al suo interno,

    con un profondo deterioramento della sua capacità di sviluppare una sua linea di azione, con una inconfessata rinuncia a dirigere e a governare pur di sopravvivere al potere, con un grado insostenibile di prevalenza delle forze centrifughe sia sul piano politico (correnti, clientele, personalismo etc.) che su quello sociale (corporativismo e settorialismo) e perfino del potere (gruppi di potere nella burocrazia, nella mano pubblica etc.), con un fermento sociale in atto di amplissima portata (dalla contestazione antiregime alla spinta difensiva o offensiva di vecchi o nuovi ceti), con una crisi economica e finanziaria progressivamente dilagante[4].

    Dopo molti anni di isolamento, Berlinguer era riuscito a imporre il PCI come il principale centro di riferimento e di qualificazione delle forze politiche nazionali italiane. Grande interesse Galasso mostrò verso il tentativo di lancio di un movimento eurocomunista da parte di Berlinguer. Lo storico napoletano prese molto seriamente lo sforzo berlingueriano di enucleare una visione diversa e autonoma di comunismo. A suo avviso, piuttosto che di eurocomunismo sarebbe stato corretto parlare di “latinocomunismo”, in quanto era un movimento che si stava sviluppando esclusivamente nei Paesi di tradizione cattolica e di lingua neolatina, aventi alcune caratteristiche comuni (lunga tradizione pluralista e parlamentare, ritardi e particolarità nella maturazione di una struttura economica avanzata e nell’industrializzazione, squilibri e particolarità regionali) appoggiandosi su specifiche tradizioni culturali, il gramscismo italiano e il pensiero dialettico-strutturalistico francese[5]. L’affermazione dell’eurocomunismo mirava al definitivo riconoscimento del pluralismo politico in seno al comunismo internazionale e alla rottura del ruolo dominante dell’Unione Sovietica al suo interno. L’eurocomunismo comportava, secondo Galasso, profondi elementi di revisione ideologica che potevano essere negati solo da chi voleva “chiudere gli occhi alla realtà politica e a quella della logica”:

    Il discorso sul pluralismo; quello sulla rinuncia alla dittatura del proletariato come dogma strategico; quello sul rispetto e la comprensione della fisionomia nazionale assunta anche in tempi recenti dai rispettivi paesi con le loro collocazioni internazionali; quello sulla distinzione (non più identificazione) tra marxismo e leninismo; quello sul recupero dei valori democratici legati alle libere istituzioni rappresentative e sul riconoscimento delle libertà civili come elemento inderogabile in nome di qualsiasi ideologia o esigenza politica; quello sul riconoscimento di una sfera possibile e positiva di libertà anche nella vita economica; quello sulla presa di coscienza della debolezza teorica della riflessione marxistica sullo Stato, e tanti altri, sono discorsi che configurano già una elaborazione ideologica sostanzialmente diversa, se non alternativa, rispetto a quella sovietica. Le lacune di questa elaborazione e molti suoi aspetti di provvisorietà non intaccano la verità di ciò[6].

    Pur estimatore delle qualità politiche di Togliatti e del suo ruolo pragmatico e moderatore nel sorgere dell’Italia repubblicana, secondo Galasso l’eurocomunismo di Berlinguer era qualcosa di nettamente altro rispetto alla togliattiana “via italiana al socialismo”:

    Nella “via italiana” del PCI di Togliatti la questione era, appunto, quella della “via”. Sul modello della società da costruire per quella via di grandi alleanze e di larga unità la posizione rimaneva estremamente defilata. In sostanza, rimaneva una posizione ambigua. Non uno dei cardini della società sovietica veniva veramente messo in discussione. Al termine della “via italiana” nulla impediva di sospettare che si potesse trovare la grande “Piazza Rossa” della “patria del socialismo”, dove era dato per scontato che fosse nato l’ “uomo nuovo” del post-capitalismo. Nel discorso berlingueriano di Mosca la questione non è più di “via”; è questione del tipo stesso di società che si vuole costruire, e a questo riguardo il modello indicato risponde chiaramente a indirizzi non ritrovabili su nessuna “Piazza Rossa”[7].

    Era tattica quella di Berlinguer, un gioco delle parti con i leader sovietici? A parere di Galasso, chi comprendeva la maniera “complessa e faticosa” in cui il gioco politico si svolge nella storia, sapeva che questo tipo di congiure non erano verosimili, in quanto “le parole, nella vita politica, non volano affatto: si accumulano di giorno in giorno e diventano pietre. E poi ci sono gli atti e i fatti che sembrano convalidare il peso delle parole”[8].
    L’apertura e l’atteggiamento benevolo di Galasso verso il comunismo italiano ebbero una forte manifestazione nelle vicende politiche napoletane degli anni Settanta. Da vari anni molto critico verso la Democrazia cristiana napoletana guidata dai Gava[9], Galasso, consigliere comunale repubblicano, assunse un atteggiamento collaborativo verso il PCI che, dopo la grande vittoria alle elezioni comunali nell’estate 1975, formò un’amministrazione di sinistra a Napoli guidata dal sindaco Maurizio Valenzi[10] con il sostegno del PRI. Secondo il politico repubblicano, la vittoria elettorale comunista a Napoli costituiva un’importante svolta nella vita della città e poteva essere una grande occasione per realizzare una positiva “trasformazione nell’essere sociale di Napoli”[11]. Il PCI, dichiarava Galasso nel 1977, era stato capace di conquistare grandi consensi in tutte le classi sociali, dall’alta borghesia ai ceti sottoproletari più consapevoli, a vaste fasce piccolo borghesi e ai gruppi intellettuali; aveva inoltre dimostrato una capacità di dialogo e dialettica con le varie forze politiche, anche se scarsa capacità d’innovazione sul piano della proposta e delle idee rispetto al centro-sinistra precedente. Il PCI napoletano aveva la possibilità di trasformarsi in un blocco storico data l’ampiezza della sua presenza; era un partito solido e compatto, il che gli permetteva di assorbire i contraccolpi di aver assunto il governo della città e di doversi confrontare con delusioni e costi derivanti dalla responsabilità del potere. Ancora alla fine del 1977 Galasso si dichiarava convinto che “la potenzialità di un grande ruolo storico dei comunisti a Napoli” permanesse viva e realizzabile[12]
    La manifestazione più eclatante e clamorosa dell’avvicinamento di Galasso ai comunisti fu la pubblicazione di un libro intervista sulla questione meridionale insieme all’esponente comunista napoletano Gerardo Chiaromonte, L’Italia dimezzata. Dibattito sulla questione meridionale, nel 1980[13]. Il volume costituiva il tentativo di delineare un nuovo meridionalismo che fondesse il pensiero liberale e della sinistra democratica con l’elaborazione socio-politica dei comunisti sul Mezzogiorno. Il tutto finalizzato a porre nuovamente la questione meridionale al centro dell’agenda politica nazionale italiana.
    Lo spirito aperto e la volontà di collaborazione di Galasso verso il PCI nel corso degli anni Settanta suscitarono profondi contrasti e dissidi fra lo storico napoletano e vari esponenti dell’area liberale repubblicana, in primis con il suo grande amico e sorta di fratello maggiore, Rosario Romeo, feroce oppositore della politica morotea della solidarietà nazionale e dell’intesa coi comunisti[14].
    Il fallimento della collaborazione politica con il PCI a livello nazionale con la fine della stagione dei governi della solidarietà nazionale al termine degli anni Settanta e l’inefficacia dell’azione riformatrice delle amministrazioni di sinistra a Napoli furono una grande delusione politica per Giuseppe Galasso.
    Galasso si adeguò alla linea politica messa in atto dal successore di La Malfa alla guida del PRI, il suo amico personale Giovanni Spadolini[15], di adesione all’alleanza anticomunista del Pentapartito. Nel 1983 il PRI ritirò il suo sostegno alla giunta Valenzi[16]. Peraltro fu grazie al sostegno di Spadolini che Galasso compì un salto di carriera politica passando dalla dimensione locale napoletana a quella nazionale nel corso degli anni Ottanta. Galasso fu eletto deputato alla Camera dal 1983 al 1994, e svolse gli incarichi di sottosegretario al Ministero dei Beni culturali e ambientali dal 1983 al 1987 e di sottosegretario al Ministero per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno fra il 1988 e il 1991.
    Ma lo storico napoletano rimase scettico e non condivise la polemica ferocemente anticomunista dei socialisti craxiani. Come ha ricordato lui stesso posteriormente, nel corso degli anni Ottanta, persuaso del carattere decisivo della questione comunista nella vita italiana, “mi ritrovavo assai spesso molto più vicino ai settori della Democrazia Cristiana e di qualche altre parte dello schieramento politico nazionale attenti, nello stesso spirito, ai problemi e agli sviluppi del comunismo italiano anziché alle altre parti delle coalizioni politiche e di governo, nelle quali mi ritrovavo per la mia militanza di partito”[17].
    In un lungo intervento nel corso di un convegno dedicato alla memoria di Francesco Compagna, svoltosi nel 1984, Galasso ribadì in termini netti che la questione comunista rimaneva fondamentale per la vita politica italiana, in particolare per quella meridionale. A suo avviso, il PCI continuava a costituire la formazione politica organizzata più forte del Mezzogiorno e coagulava “pur sempre energie culturali e sociali, che appartengono ai livelli più impegnati e consapevoli della realtà meridionale”[18]. Nel Sud italiano non era certamente il Partito comunista “la forza da battere”:

    La tenuta comunista nel Mezzogiorno – proclamò Galasso nel 1984 – ha costituito e costituisce un dato importante nella resistenza alle infiltrazioni terroristiche e sovversive, come a quelle mafiose e affini; e un crollo comunista nel Mezzogiorno, di cui non fossero beneficiarie altre forze democratiche, sarebbe un dato altamente negativo[19].

    Il PCI, quindi, a parere dell’esponente napoletano del PRI, andava “oggi più che mai” considerato un interlocutore importante dell’azione democratica nel Mezzogiorno.

    (...)


    [1] Sulle vicende politiche italiane negli anni Settanta: P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, Torino, UTET, 1995; G. CRAINZ, Il Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Roma, Donzelli, 2003; S. COLARIZI, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Roma-Bari, Laterza, 1994; S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta, Venezia, Marsilio, 1992; A. LEPRE, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1942 al 1992, Bologna, Il Mulino, 1992, p. 223 e ss.; P. SCOPPOLA, La Repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia (1945-1990), Bologna, Il Mulino, 1991.

    [2] Sul PCI della segreteria Berlinguer: F. BARBAGALLO, Enrico Berlinguer, Roma, 2007; S. PONS, Berlinguer e la fine del comunismo, Torino, Einaudi, 2006.

    [3] G. GALASSO, Introduzione, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. VII-XXXVIII, pp. XVIII.XIX.

    [4] ID., Sul compromesso storico, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 325-328.

    [5] ID., Il fascino discreto del latino-comunismo, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit,. pp. 325-328.

    [6] ID., A proposito di eurocomunismo, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 344-351, p. 350.

    [7] ID., L’eurocomunismo non porta a Mosca, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 394-396, citazione p. 395.

    [8] Ibidem.

    [9] Al riguardo: ID., Intervista sulla storia di Napoli, cit., p. 278 e ss.; ID., Le forze politiche nel Mezzogiorno alla fine degli anni ’60, in ID., Il Mezzogiorno da “questione” a “problema aperto”, Maduria-Bari-Roma, 2005, pp. 299-304.

    [10] Cfr. M. VALENZI, Confesso che mi sono divertito, Napoli, Pironti, 2007; ID., I miei primi giorni da sindaco di Napoli, a cura di L. Valenzi, Roma, Aracne, 2016; Maurizio Valenzi: testimonianze per una vita straordinaria, a cura di L. Valenzi e R. Race, Napoli Pironti, 2009.

    [11] G. GALASSO, Tavola rotonda con Guido De Martino, Giuseppe Galasso, Andrea Geremicca e Ugo Grippo, 3 luglio 1978, in O. CAPPELLI, Governare Napoli. Le sinistre alla prova nella capitale del Mezzogiorno, Bari, De Donato, 1978, pp. 184-189.

    [12] G. GALASSO, Intervista sulla storia di Napoli, cit., p. 281-283.

    [13] Cfr. G. CHIAROMONTE, G. GALASSO, L’Italia dimezzata. Dibattito sulla questione meridionale, Roma-Bari, Laterza, 1980.

    [14] Si vedano anche alcuni articoli di Romeo pubblicati su “Il Giornale Nuova” critici verso Galasso: R. ROMEO, L’Europa si è fermata a Napoli, in “Il Giornale Nuovo”, 10 marzo 1978, riedito in ID., Scritti storici 1951-1987, Milano, Il Saggiatore, 1991, pp. 317-320; ID., Contadini e operai nell’ “eterno Sud”, in “Il Giornale Nuovo”, 17 febbraio 1980, riedito in R. ROMEO, Scritti storici 1951-1987 cit., pp. 174-176. Sulle tensioni esistenti in seno al PRI partito diviso fra favorevoli al compromesso storico e nemici di ogni partecipazione del PCI all’area di governo: P. SODDU, Ugo La Malfa. Il riformista moderno, Roma, Carocci, 2008, p. 317 e ss.

    [15] Sulla figura di Spadolini, non ancora adeguatamente studiata dalla storiografia italiana: C. CECCUTI, Introduzione, in G. SPADOLINI, Discorsi parlamentari, Il Mulino, Bologna, 2002.

    [16] Al riguardo: Maurizio Valenzi: testimonianze per una vita straordinaria, a cura di L. Valenzi, R. Race, cit., testimonianza di Giuseppe Galasso, pp. 71-72. Per Galasso i primi tre anni di giunta Valenzi erano stati fra i migliori della storia amministrativa di Napoli negli ultimi decenni.

    [17] G. GALASSO, Introduzione, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., citazione p. XIX.

    [18] ID., Mezzogiorno anni ’80: un grido d’allarme, in ID., Il Mezzogiorno da “questione” a “problema aperto”, cit., pp. 367-394, citazione p. 387.

    [19] Ibidem.
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    Predefinito Re: Giuseppe Galasso e il Partito Comunista Italiano. Appunti e riflessioni

    4. La fine di una grande storia. Galasso, il tramonto del PCI e l’illusione della nascita di un nuovo partito della sinistra democratica liberale

    Dopo la morte di Berlinguer, il PCI iniziò un lento processo di declino politico, che lo avrebbe portato all’inizio degli anni Novanta alla scelta, difficile e travagliata, della ricostituzione sotto un nuovo nome, Partito Democratico della Sinistra (PDS).
    Galasso seguì con attenzione le vicende della segreteria Natta e poi di quella Occhetto, nonché la dolorosa fase della crisi del PCI, contemporanea a quella di tutti i partiti storici italiani della Prima Repubblica, compreso il PRI di cui Galasso era importante dirigente.
    Nel corso della seconda metà degli anni Ottanta lo storico napoletano, pur simpatetico verso le vicende dei comunisti italiani, non poté non rilevare il fallimento della strategia di Berlinguer di conquistare al PCI una centralità assoluta e duratura nella vita politica italiana e di emancipare il suo partito dall’influenza ideologica e politica dell’Unione Sovietica. Il PCI era rimasto in mezzo al guado fra appartenenza al comunismo internazionale e evoluzione verso la socialdemocrazia. La rottura della politica della solidarietà nazionale aveva sospinto il comunismo italiano ad una sorta di “riva di partenza, sacrificando gli sforzi, i costi e i risultati del lungo impegno che quel mezzo guado aveva fino ad allora richiesto”[1]. A parere di Galasso, molti avevano letto nell’abbandono berlingueriano della politica della solidarietà democratica una scelta difensiva contro la minacciosa concorrenza del socialismo craxiano, “una volontà di arroccare il PCI nei suoi bastioni di egemonia a sinistra prima che un’insidiosa penetrazione socialista ne minasse la solidità”[2]. Ma, secondo lo storico napoletano, un segnale di involuzione politica di Berlinguer era stato pure la scelta di lasciare cadere la linea dell’eurocomunismo e di tornare ad una caratterizzazione strettamente nazionale e italiana dell’azione del PCI[3].
    Di fatto, constatava lo studioso repubblicano con una certa delusione nel 1986, Berlinguer e i suoi successori non erano stati capaci di oltrepassare in maniera definitiva il guado dell’abbandono completo del modello ideologico del comunismo sovietico. D’altronde si è sempre figli della propria storia e “tra il cambiamento delle posizioni e il rinnegamento dei padri rimane sempre […] un ‘salto di qualità’ che può essere anche un salto mortale […]”[4]. Illuminante era, a parere di Galasso, il confronto con la socialdemocrazia tedesca, che con il Congresso di Bad Godesberg si era qualificata come “forza di governo di un grande paese moderno e ha potuto costruire le sue fortune di parte cospicua della democrazia europea post-bellica”. Negli anni Cinquanta i comunisti italiani avevano irriso alle scelte politiche e ideologiche dei socialdemocratici tedeschi, ma Galasso rilevò con realismo e sincerità trent’anni dopo:

    Ma a Bad Godesberg la socialdemocrazia tedesca ebbe il coraggio di dichiarare il proprio divorzio anche da alcuni dei canoni fondamentali del marxismo e di formulare scelte di modelli civili e sociali di netto stampo democratico-occidentale, a cominciare da ciò che riguarda la proprietà e il mercato. In via di fatto può darsi che il PCI non sia troppo lontano oggi da almeno alcuni dei punti stabiliti dai socialisti tedeschi a Bad Godesberg. Fatto sta, però, che a una svolta programmatica così ampia e esplicita fin sul piano dei primi princìpi e degli elementi storico-dottrinali di base esso non è ancora pervenuto[5].

    Altro elemento di debolezza del PCI negli anni Ottanta era, secondo il politico napoletano, la staticità e il carattere datato di molte idee e posizioni del comunismo italiano in un’Italia in rapido mutamento:

    L’evoluzione rapidissima della società italiana verso livelli di reddito più alti – notò Galasso nel 1987 -, verso un’economia più avanzata e più forte, verso comportamenti e mentalità più moderni, verso forme di partecipazione pubblica assai diverse da quelle tradizionali, verso interessi (anche politici) nuovi, come quelli per l’ambiente e il territorio, esponeva l’intero patrimonio di idee e di progetti del PCI ad una usura e ad un invecchiamento ancora più rapidi. La crisi della organizzazione giovanile del partito lo mostrava forse meglio di ogni altro dato di fatto[6].

    Una sorta di breve bilancio sul significato del comunismo nella storia italiana del Novecento, fu quello che lo storico napoletano pubblicò nel gennaio 1990[7], sull’onda emotiva del crollo dei regimi di socialismo reale dell’Europa centrale e orientale. Il crollo di questi regimi sanciva il fallimento del modello ideologico e politico del comunismo sovietico. I comunisti italiani affermavano di essere diversi dai comunismi dell’Europa orientale. Ma, ad avviso di Galasso, ciò era vero per la diversità delle vie che i comunisti italiani si erano proposti di seguire nel realizzare il marxismo, ma non per quanto riguardava gli obiettivi e lo sbocco finale a cui il PCI si proponeva di giungere:

    In caso contrario bisognerebbe pensare che da Gramsci a Togliatti, a Longo (e ci fermiamo qui) nessuno di loro abbia mai avuto alcunché a che fare con la rivoluzione del 1917 e con l’esperienza sovietica. Ma chi è che potrebbe avere il coraggio di affermare questo? Il PCI nacque nel 1921 per realizzare in Italia ciò che i sovietici avevano fatto in Russia. La “via italiana al socialismo” nacque molto più tardi e (come si è detto) prospettava una diversità di vie, appunto, non di obiettivi. Parlamento, mercato, capitalismo, liberaldemocrazia, socialdemocrazia, “libertà borghese” e le altre parole d’ordine che formano l’intelaiatura del pensiero e della prassi di un regime di libertà hanno formato per decenni l’oggetto di una critica asprissima nei giornali e nei discorsi del comunismo italiano come di ogni altro comunismo[8].

    I comunisti italiani, a parere di Galasso, avevano avuto una grande e positiva funzione nella vita nazionale. Ma la loro “secessione dal pensiero democratico occidentale” aveva drammaticamente immobilizzato il gioco politico in Italia per settant’anni:

    Nessuno può negare che, se non fosse stato così, non vi sarebbe stata neppure la vittoria democristiana del 18 aprile 1948 con tutto quello che ne è seguito nello svolgimento della vita politica italiana. C’è, del resto, una controprova di tutto ciò: ed è il costante ritardo col quale il PCI ha assunto le sue posizioni di rottura con l’ortodossia sovietica. Il famoso memoriale di Togliatti da Yalta è venuto dopo di Kruscev, e Occhetto arriva largamente in ritardo non diciamo sulla Polonia o sull’Ungheria, ma sullo stesso Gorbaciov[9].

    La chiarezza delle idee e la verità erano per Galasso il fondamento insostituibile di un regime di libertà. Era tempo che da parte comunista vi fosse il franco riconoscimento che “aver seguito la suggestione della rivoluzione del 1917 è stato un irreparabile errore di dottrina e di politica. La via della democrazia era ed è meno suggestiva, ma più sostanziosa e più sicura”[10].
    La fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta furono un momento difficile della vita politica nazionale, con la prospettiva di divenire ministro, si trovò a confrontarsi con il tracollo dell’alleanza di centro-sinistra del Pentapartito e con la progressiva distruzione politica del Partito Repubblicano, così come degli altri partiti della coalizione. Galasso fu pure coinvolto e sottoposto a inchieste della magistratura sul finanziamento illecito dei partiti, inchieste che terminarono con la sua piena assoluzione dalle accuse, ma che per vari anni ingiustamente macchiarono e incrinarono la sua reputazione personale.
    La fine della Prima Repubblica fu vista da Galasso, a differenza di altri intellettuali e politici dell’area liberaldemocratica[11], in maniera negativa. Lo storico napoletano era ben consapevole che gli anni del secondo dopoguerra avevano costituito una fase di forte e positiva crescita economica, sociale e civile per gli italiani, e in particolare per il Mezzogiorno; e rivendicò sempre l’importante contributo fornito dal mondo politico e culturale liberale e democratica progressista alla vita italiana della seconda metà del Novecento: si pensi solo al ruolo di intellettuali, politici e diplomatici liberaldemocratici, da Einaudi, Sforza e Cattani a La Malfa, Compagna e Malagodi, nella genesi di una politica estera italiana europeista e di un’azione di sviluppo per il Mezzogiorno negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta[12].
    In un contesto politico difficile quale quello della fine della Prima Repubblica, Galasso coltivò la speranza che la crisi del PCI e la sua trasformazione in un Partito che nel suo nuovo nome si rifaceva – verrebbe da dire inconsapevolmente, visti i protagonisti di quella trasformazione politica e il loro background ideologico – alla tradizione democratica italiana, a Mazzini e a Catteneo, potesse realizzare quello che era stato, come rimarcò Galasso stesso in un bel ricordo di Manlio Rossi Doria, l’auspicio di Gaetano Salvemini: l’approdo di molti intellettuali e politici italiani “dalla militanza comunista ai lidi del liberalismo e della democrazia”[13].
    Il sogno della trasformazione dell’ex PCI in un moderno partito democratico liberale di massa, capace d’inglobare molte forze liberali provenienti dall’ex PRI e dall’ex PLI, spiega la simpatia con cui Giuseppe Galasso guardò prima al PDS e poi al Partito democratico. Ma le sue speranze che i vari Occhetto, D’Alema, Veltroni, Fassino, Prodi, Franceschini, Bersani e Renzi dessero vita a un grande movimento liberal-democratico progressista, radicato non solo nell’esperienza socialista e comunista e del cattolicesimo politico, ma anche nella tradizione del liberalismo nazionale risorgimentale e in quella del mazzinianesimo politico, si dimostrarono pure illusioni.
    Giuseppe Galasso passò l’ultima fase della sua vita, terminata nel febbraio 2018, continuando con serietà e intelligenza a essere un protagonista della vita culturale e intellettuale italiana, impegnandosi in particolare in un’intensa attività giornalista e storiografica, che, a nostro avviso, ha avuto il merito di tenere viva l’importante tradizione del liberalismo e della democrazia laica del Mezzogiorno d’Italia in un’epoca difficile d’involuzione e di degrado morale e culturale della Nazione italiana. È dai valori e dalla lezione culturale di uomini come Giuseppe Galasso che dovrà ripartire la rifondazione di una cultura liberale nazionale nell’Italia del XXI secolo, la cultura di coloro che, come lo storico napoletano e i suoi maestri Croce, Mazzini, La Malfa, Compagna e Romeo, credono nell’idea di una Nazione italiana unita, libera e indipendente e sovrana.


    Luciano Monzali – Università degli Studi di Bari


    [1] ID., Berlinguer, una parabola, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 432-435, citazione p. 433.

    [2] Ivi, p. 434.

    [3] Ivi, p. 435.

    [4] ID., La ritualità dell’ortodossia, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 418-423, citazione p. 422.

    [5] Ibidem.

    [6] ID., Berlinguer, una parabola, cit., p. 434.

    [7] Cit. in ID., Comunismo e democrazia: una verità da ristabilire, in ID., Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996), cit., pp. 466-468, citazione pp. 466-467.

    [8] ID., Comunismo e democrazia: una verità da ristabilire, cit., citazione pp. 466-467.

    [9] Ibidem.

    [10] Ivi, p. 468.

    [11] Interessanti, anche se non sempre condivisibili, le riflessioni di Leonardo Paggi sull’atteggiamento del liberalismo italiano verso la crisi del sistema dei partiti della Prima Repubblica: L. PAGGI, La strategia liberale della seconda repubblica. Dalla crisi del PCI alla formazione di una destra di governo, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni settanta, vol. III Partiti e organizzazioni di massa, a cura di F. Malgeri e L. Paggi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, p. 59 e ss.

    [12] Al riguardo: G. GALASSO, La scelta meridionalista di Francesco Compagna, in ID., Il Mezzogiorno da “questione” a “problema aperto”, cit., pp. 255-267.

    [13] Cit. in ID., Profilo di Rossi Doria, in ID., Il Mezzogiorno da “questione” a “problema aperto”, cit., pp. 227-253; p. 239.
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