Nazim Hikmet, il Pound turco

di Luigi G. de Anna - 13/09/2010

Fonte: secolo d'italia





Nazim Hikmet. Un nome che avevo dimenticato. Lo ritrovo in una di quelle notti di Puglia quando il caldo sembra fermare il tempo. Cerco infatti qualcosa da leggere. Trovo dei libri. Ogni ospite ha lasciato un ricordo delle sue letture in questa casa. Il dito li scorre e si ferma su un Oscar Mondadori: Poesie d'amore di Nazim Hikmet. Un nome che avevo quasi dimenticato. Del poeta turco avevo trascritto negli anni del liceo alcune poesie nel mio quaderno dove raccoglievo citazioni, frasi, versi che più mi piacevano. Drieu la Rochelle, Brasillach, d'Annunzio, Ezra Pound, Cardarelli…
E alcune poesie di Nazim Hikmet, che così bene si adattavano all'incongruo romanticismo di un giovane presidente della Giovane Italia fiorentina. L'accostamento tra poesia e militanza politica non è contradditorio, ma la comparsa del nome del poeta turco potrebbe esserlo. In realtà quando avevo raccolto quei versi non sapevo chi fosse Nazim Hikmet, era solo un nome esotico. Poi seppi che era comunista. La mia generazione era cresciuta tracciando uno spartiacque tra ciò che era di destra, e cioè buono, e ciò che era di sinistra, e quindi cattivo. Era un giudizio che non si basava sulla lettura, ma sulla fedeltà all'ideologia. La mia, per la parte culturale, si basava sui dettami del Borghese dei primi anni Sessanta, che mio padre portava regolarmente a casa, e quando il Borghese diceva che uno era comunista o antifascista, non c'era prova d'appello. Veniva subito depennato dalle mie letture. E non ero il solo. Facemmo così con Pasolini, Cesare Pavese, Brancati, e anche con gli stranieri, Malraux, Miller, Majakovski, e così via via discriminando, salvo poi, qualche anno più tardi, riscoprirli e leggerli con avidità.

Quando il Borghese puntualmente mi informò che Nazim Hikmet era comunista, ci rimasi male. Come era possibile che uno che scriveva versi così teneri, così dolci, potesse essere comunista? Però non cancellai le sue poesie dal mio quaderno. E in una notte di caldo pugliese, torno a incontrare Nazim. Era nato nel 1902 nella odierna Salonicco. Fu forse il primo poeta turco a scrivere poesia in versi liberi, anche se da giovane si era esercitato nella antica metrica chiusa arabo-persiana, che si esprimeva in ottomano, una lingua che oramai pochi comprendevano.

Il nonno paterno, Nazim Pascià, era stato governatore di varie province ma anche poeta in lingua ottomana. Il padre, Nazim Hikmet Bey, era un alto funzionario e la madre Aisha Dshalila (aveva sangue polacco), che aveva studiato a Parigi, dipingeva e leggeva Baudelaire al figlio. Nazim appartiene dunque a quella Turchia che stava a mezzo tra l'Europa e l'Asia e che si nutriva dei succhi culturali di ambedue. Uscito dall'Accademia di marina, dovrà presto abbandonare il servizio a causa di una malattia.
Nel 1921, insieme ad alcuni amici, passa in Anatolia per unirsi con Mustafà Kemal, che lo invita a scrivere poesie patriottiche. Lo colpisce il personaggio e il suo messaggio di rinnovamento.
Ma Atatürk, pur abbattendo il vecchio sistema ottomano, non porta il cambiamento che Nazim vorrebbe. Nel 1921 resta affascinato dalla rivoluzione bolscevica. Va prima in Georgia e poi a Mosca nel 1922. Conosce Lenin, frequenta Majakovskij e Esenin e si avvicina al futurismo russo. Nel 1924 torna in Turchia e a Smirne apre una tipografia. Negli anni seguenti entra ed esce clandestinamente dalla Turchia, fino a che, nel 1938, dopo aver subito vari arresti, viene imprigionato. Accusato di propagandare il comunismo viene condannato a ventotto anni di carcere. Nel 1949 un comitato che include Picasso e Sartre ne chiede la liberazione. Nel 1950 è rilasciato dopo aver messo in atto lo sciopero della fame. Abbandona la Turchia e va a vivere a Mosca. Ed è così diventato uno degli intellettuali di punta del comunismo internazionale. Scrive una famosa poesia (La piccola ragazza) per ricordare il massacro compiuto dagli americani a Hiroshima. È contrario all'intervento americano nella guerra di Corea e prende le difese del soldato turco che il ministro degli esteri Usa Foster Dulles aveva sprezzantemente detto valere solo 23 centesimi, espressione che diventerà il titolo di una sua poesia. Vive attraverso gli ultimi anni di Stalin, ma alle sue purghe sopravvive.

Mi sono chiesto perché. Fu certamente grazie alla sua fama di poeta, oramai internazionalmente diffusa. Era insomma un personaggio di cui l'Urss aveva bisogno per la sua immagine, e questo lo salvò. Restò comunque sempre fedele soprattutto a se stesso, al suo amore per la vita e per la moglie Münevvér. Il suo entusiasmo rivoluzionario si rinnovò in occasione del suo viaggio a Cuba nel 1961, che precede di un paio di anni la sua morte. Ne scrisse nel 1962 in una lunga poesia Uno strano viaggio, dove ricorda Batista che «era lo schiavo dell'ambasciatore / degli Stati Uniti a Cuba», massacratore dei cubani. A Cuba sbarca Fidel Castro, che si rifugia nella Sierra, «nel novembre 1956 eran dodici, compreso Fidel / nel dicembre 1956 erano centocinquanta, compreso Fidel / nel febbraio 1957 erano cinquecento, compreso Fidel /poi furono mille, compreso Fidel, cinquemila, compreso Fidel / furono un milione, cento milioni, l'umanità intera…». Avevo scritto anche questi versi nel mio vecchio quaderno. Ma come poterono piacere a un ragazzo che leggeva il Borghese? Forse perché quel ragazzo amava anche altre poesie di Nazim: «Sei la mia patria / tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi / tu, alta e vittoriosa / sei la mia nostalgia / di saperti inaccessibile / nel momento stesso in cui ti afferro» (1949). Molte delle sue poesie furono scritte in carcere, sotto la minaccia di una nuova condanna a morte.
Mi chiedo perché la politica abbia odiato i poeti. I franchisti che uccidono Garcia Lorca e i partigiani che uccidono Robert Brasillach. Che male fanno i poeti? Povere vittime della nostra incapacità di guardare a chi è diverso da noi, e di capirlo. «E così, mia rosa, scrivo quel che mi attraversa / e nessuno legge, nessuno ascolta…».





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