Stefano Fabei

LA LEGIONE STRANIERA DI MUSSOLINI

© 2008 Casa Editrice Mursia

376 pagine; € 22,00





Recensione inviataci dall'autore


LA LEGIONE STRANIERA DEL DUCE

È da qualche settimana in libreria La «Legione straniera» di Mussolini, ultimo libro di Stefano Fabei (Mursia, Milano, 2008, € 22.00) che costituisce la prima storia del collaborazionismo di cui l’Italia fascista poté avvalersi durante la Seconda guerra mondiale. C’erano cosacchi, croati e sloveni che lottavano contro il comunismo, serbi ortodossi che dovevano difendersi dai croati cattolici, dalmati e maltesi che volevano scrivere un’altra pagina del Risorgimento italiano. C’erano poi gli indiani che speravano di raggiungere l’indipendenza, così come gli arabi, cui l’autore ha dedicato tre approfondite ricerche che Mursia ha iniziato a pubblicare nel 2002, quando, un anno prima che l’intellettuale «neoliberal» Paul Berman, autore di Terrore e liberalismo, denunciasse la parentela tra estremismo islamico, fascismo, nazionalsocialismo e franchismo, dette alle stampe Il fascio, la svastica e la mezzaluna, un’opera in cui Fabei racconta i rapporti che, negli anni Trenta-Quaranta del XX secolo, l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler instaurarono con alcuni movimenti di liberazione arabi e islamici del Terzo Mondo, rivelando a un pubblico non più soltanto specialistico, come molti esponenti nazionalisti nordafricani e mediorientali si fossero schierati al fianco dell'Asse sia per una sorta di «simpatia» ideologica – che pure in certi casi fu effettivamente riscontrabile – sia allo scopo di ricevere concreti aiuti, finanziari e militari, per la lotta di liberazione dai colonialismi francese e britannico.
Dopo questo primo libro, tradotto e diffuso in Francia (Le faisceau, la croix gammée et le croissant, Édition Akribeia, Saint-Genis-Laval, 2006), con Una vita per la Palestina, storia del Gran Mufti di Gerusalemme, (Mursia, 2003) e Mussolini e la resistenza palestinese, (Mursia, 2005) – opere che hanno la presentazione di storici del colonialismo e dell’Islam come Angelo Del Boca e il recentemente scomparso Sergio Noja Noseda – Fabei, attingendo alla documentazione conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato, quelli del ministero degli Affari Esteri e dello Stato Maggiore dell’Esercito, nonché ad altre fonti italiane e straniere, ha acquisito una solida reputazione di acuto e attento studioso dei fatti accaduti nel Vicino e Medio Oriente nel corso del Novecento.
La trilogia ha il merito di offrirci un quadro vasto, preciso e dettagliato, delle «relazioni pericolose» tra i regimi totalitari e gli ambienti nazionalisti e musulmani dell’araba, dal Marocco fino all’Iraq e alla Palestina. Grande regista di quest’alleanza il Gran Mufti di Gerusalemme.
Nel primo volume lo storico umbro indaga sulla formazione e sull’ideologia degli alleati arabi dell’Asse prima e durante la Seconda guerra mondiale, sulle loro relazioni con l’Italia e la Germania; ci informa sul fascino che l’Islam esercitava su Hitler e Mussolini, sul sostegno di Roma e Berlino alla causa araba, sulle migliaia di volontari musulmani delle repubbliche islamiche dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Jugoslavia che si arruolarono nella Wehrmacht e nelle Waffen SS per combattere le forze comuniste agli ordini di Stalin e di Tito. Una particolare attenzione è rivolta, in questo volume, oltre che al Gran Mufti di Gerusalemme, ad altri leader arabi fra i quali l’iracheno Rashid Alì al-Kaylani, il tunisino Habib Bourguiba, gli egiziani Abdel Nasser e Anwar Sadat, i siriani Shakib Arslan, Antun Saadeh e Michel Aflaq, fondatore quest’ultimo del partito Baath.
Con Una vita per la Palestina Fabei ci ha proposto un’opera sul padre fondatore del movimento nazionale palestinese, Amin al-Husayni, argomento del testo recensito da Ennio Caretto: un uomo dalla forte personalità e, proprio per questo, soggetto a contrastanti giudizi storici, prima e dopo la sua morte (Beirut, 4 luglio 1974). In questa biografia l’autore ricostruisce anno dopo anno – con molti curiosi particolari e contestualizzando sempre i fatti – la vita e l’opera del Gran Mufti di Gerusalemme: un’esistenza densa di avvenimenti e contatti diplomatici a tutti i livelli. Fabei porta all’attenzione del lettore, anche quello poco smaliziato sull'argomento, le lotte sempre attuali per l'indipendenza della Palestina, con il tragico corollario di contrasti, sangue e stragi tipiche dei nostri giorni, oltre che di quelli passati.
Leader quasi incontrastato, ma certo discusso, nel bene e nel male, dei palestinesi prima dell’emergere di Yasser Arafat, il Gran Mufti emerge come un uomo dai mille volti, spregiudicato nelle varie fasi della sua vita tanto da cercarsi alleati in tutte le direzioni a seconda del momento: da Mussolini a Hitler, da Nasser a re Hussein di Giordania, da Malcom X a Chou En-Lai.
Il Mufti viene rappresentato da Fabei anche come simbolo di una stagione molto più lunga della sua esistenza terrena; l’autore infatti afferma che «non c'è quasi nulla della dottrina dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e nella Carta del Consiglio Nazionale Palestinese che non sia stato già concepito da lui o da lui, indirettamente, ispirato».
Questo capo politico e religioso – alcune posizioni del quale erano per molti aspetti simili a quelle dei Fratelli Musulmani, di Hamas e dell’Hezbollah, dello sceicco Ahmed Yassin e di Hassan Nasrallah – è, insieme al Duce, anche il personaggio centrale del terzo volume della trilogia, Mussolini e la resistenza palestinese, in cui, dopo aver ricostruito la nascita e lo sviluppo del nazionalismo arabo, di questo palestinese e del sionismo, Fabei ci informa – abbattendo un pregiudizio politico consolidato, quello per cui sarebbero state sempre e soltanto le forze «di sinistra» ad appoggiare la causa palestinese – come tra il 1936 e il 1938 l’Italia versasse al Mufti, leader della rivolta contro la Gran Bretagna e i sionisti, oltre 138.000 sterline (ai valori attuali circa 10 milioni di euro)..
Veniamo così a conoscenza di come questo contributo fosse stato deciso dal Duce non solo a sostegno del nazionalismo arabo e in funzione antibritannica, ma anche in omaggio all’anticolonialismo del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo, e per non farsi scavalcare da Hitler nella solidarietà agli arabi. Scopriamo inoltre che il nostro ministero degli Esteri decise anche l’invio ai mujâhidîn della prima grande intifâda di armi e munizioni in principio destinate al Negus ma acquistate in Belgio dal Servizio Informazioni Militari; la consegna, cui avrebbero dovuto provvedere i sauditi dopo il loro prelevamento dagli italiani, non ebbe tuttavia mai luogo.
In questa terza parte della sua ricerca Fabei ricostruisce così una pagina spesso volutamente ignorata della nostra politica mediorientale negli Anni Trenta, quando «l'Italia fu il primo Stato europeo a sostenere in modo concreto la lotta di liberazione del popolo palestinese dal mandato britannico e dal progetto sionista in Terrasanta».
L’appoggio fascista alla grande rivolta palestinese fu offerto anche in vista di obiettivi geopolitici difficilmente comprensibili senza far riferimento al contesto storico: la lotta nazionale degli arabi di Palestina, la massiccia immigrazione ebraica, determinata dall'avvento al potere di Hitler in Germania ma anche rispondente ai progetti sionisti, l'equivoca azione della potenza mandataria in Terrasanta, la volontà italiana di ricorrere a ogni mezzo per esercitare pressioni sull'Inghilterra e giungere con essa a un accordo generale.
L’opera di Fabei – scrupolosamente annotata, dotata di un utile glossario di termini arabi e di una copiosa bibliografia di riferimento – è utile non solo per conoscere un particolare aspetto del fascismo, del nazismo e della loro politica estera, ma anche per comprendere l’attualità del Medio Oriente e le radici dell’attuale scontro tra una parte dell’Islam e l’Occidente.
Tornando a La «Legione straniera» di Mussolini, ne riportiamo qui di seguito l’Introduzione, in cui l’autore illustra in modo sintetico l’opera:

«Durante la Seconda guerra mondiale, come altre potenze belligeranti, a cominciare dalla Germania, pur se non nella stessa misura dell'alleata, anche l'Italia dispose di una sua «Legione straniera», ovvero di un certo numero di uomini di diverse nazionalità che accettarono di essere inquadrati in vario modo nelle FF. AA. italiane.
Le circostanze e gli obiettivi che indussero costoro a schierarsi e molto spesso a combattere con, per e al fianco degli italiani furono diversi. Per alcuni si trattò di passare dalla triste condizione di prigionieri di guerra a quella di membri del primo nucleo dell'esercito di liberazione del proprio Paese: è il caso dei volontari arabi e indiani inquadrati nell'ambito del Raggruppamento Centri Militari. Sarebbero stati loro, avanguardia dei propri popoli, a guidare la marcia delle forze del Tripartito alla liberazione del mondo arabo e del subcontinente indiano.
Per altri, è il caso dei serbi ortodossi, schierarsi al fianco del Regio esercito fu una scelta imposta dalla nuova realtà determinatasi con lo smembramento della Jugoslavia, dalla necessità di difendere se stessi dalla politica persecutoria messa in atto dai croati cattolici, ma anche da ragioni ideologiche come la lotta al comunismo e in difesa dell'ortodossia, dell'idea di una «più grande Serbia».
L'opposizione al movimento partigiano di Tito fu l'elemento decisivo che indusse dalmati, sloveni e croati a inquadrarsi nei ranghi degli italiani. Ci fu chi combatté per garantirsi la sussistenza, chi ritenne la collaborazione una necessità imposta dagli eventi e chi fece la propria scelta in base a ragioni ideologiche. In qualche caso determinante fu l'adesione agli ideali del fascismo, di un fascismo localmente declinato secondo specifiche esigenze nazionali e quindi portato spesso a scontrarsi con altri nazionalismi dell'area balcanica. Qui per le forze di occupazione italiane la situazione si presentò, fin dai primi mesi del 1942, piuttosto difficile e la necessità di contrastare la resistenza – le cui forze negli ultimi tempi si erano riorganizzate per scatenare un'offensiva nei distretti meridionali della Slovenia e nelle regioni della Bosnia-Erzegovina – li portò a cercare la collaborazione delle forze anticomuniste, sia per stroncare le formazioni partigiane, sia per creare un consenso popolare all'occupazione. Gli italiani cercarono quindi di inserirsi nella polveriera balcanica e di aprirsi a quelle forze autoctone, civili e militari, con cui era possibile cooperare in funzione antipartigiana.
In un contesto completamente diverso, del tutto ideali furono le ragioni che indussero qualche decina di maltesi presenti nel nostro Paese ad arruolarsi sotto la bandiera di un'Italia che sentivano essere la loro patria e a cui Malta avrebbe dovuto essere unita una volta cacciati gli inglesi, scrivendo in tal modo un'altra, ultima pagina, del processo risorgimentale.
Non ideali infine furono le ragioni per le quali alcuni tedeschi, volontari di nome più che di fatto, costituirono in Africa Orientale la Deutsche Motorisierte Kompanie».





Stefano Fabei - La Legione straniera di Mussolini