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    Avamposto
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    Predefinito Augusto Cèsar Sandino - Patria libre o Morte!






    Augusto César Sandino, abbreviazione di Augusto Nicolás Calderón Sandino, chiamato anche il generale degli uomini liberi (Niquinohomo, 18 maggio 1895 – Managua, 21 febbraio 1934), è stato un rivoluzionario nicaraguense, nonché uno dei conduttori della resistenza rivoluzionaria alla presenza militare statunitense in Nicaragua tra il 1927 e il 1933. Fu un leader della resistenza nicaraguese contro l'esercito d'occupazione degli Stati Uniti e un dei precursori della guerriglia contro gli eserciti professionali.[1] Dopo la ritirata delle forze armate statunitensi, dovrà affrontare la ferrea opposizione del Generale Anastasio Somoza García, capo della guardia Nacional, il nuovo dittatore del paese. Fu ucciso insieme a suo fratello da dei membri della Guardia Nacional il 21 febbraio del 1934 a Managua.




    Biografia

    Primi anni

    Augusto Nicolás Sandino Calderón nacque nella città di Niquinohomo, figlio illegittimo di Gregorio Sandino, un ricco coltivatore di caffè e di Margarita Calderon, un'impiegata della piantagione del padre. All'età di 9 anni fu abbandonato dalla madre e andò a vivere con la nonna materna. Più tardi andò a vivere con la famiglia del padre, dove era costretto a lavorare per poter guadagnarsi da vivere. Nel luglio del 1912, all'età di 17 anni, assiste al sanguinoso intervento delle truppe statunitensi in Nicaragua che repressero una rivolta contro il Presidente Adolfo Diaz, da loro appoggiato. Il Generale liberale Benjamin Zeledon morì il 4 ottobre dello stesso anno difendendo le colline Coyotepe e La Barranca situate strategicamente all'entrata della città di Masaya. Il giovane Sandino rimane impressionato dall'immagine del patriota, il cui cadavere era portato in un carro dai Marines per essere sepolto nella città di Catarina.



    Uscita del Nicaragua -

    Sandino (al centro) in direzione del Messico.

    Nel 1921 ferì con un colpo di pistola Dagoberto Rivas, figlio d'un simpatizzante conservatore del paese, a causa di alcuni commenti di Dagoberto su sua madre. Fuggendo dalla legge e da una possibile vendetta della famiglia di Dagoberto, Sandino viaggia per la costa atlantica del Nicaragua, e più tardi dell'Honduras, impiegato in una fabbrica di trasformazione dello zucchero. Nel 1923 viaggia fino al Guatemala, dove lavora nelle piantagioni dell'United Fruit, e finalmente giunge a colle Azzurro (che si trova nella città messicana di Veracruz) dove lavora come impiegato in un'impresa petrolifera. Durante il suo soggiorno in Messico comincia a prendere parte a diversi gruppi organizzati d'antimperialisti, anarchici e di comunisti rivoluzionari. Perciò riceve una notevole influenza dall'anarco-sindacalismo messicano. Sandino si converte dunque a difensore della nazionalizzazione e soprattutto dell'antimperialismo, particolarmente della resistenza nicaguarese all'occupazione americana, attuata in quegli anni soprattutto per le incessanti richieste di poter costruire un canale di collegamento fra l'Atlantico e il Pacifico.[1]




    Inizio della lotta armata -

    Sandino torna in Nicaragua il 10 giugno 1926. Si dirige dapprima verso il suo paese natale con l'intenzione di iniziare delle trattative, ma verrà ostacolato da Dagoberto Rivas, divenuto nel frattempo il sindaco di Niquinohomo. Sandino sarà quindi costretto ad abbandonare nuovamente il suo paese per dirigersi verso il nord, verso Las Segovias.

    In questo contesto il dirigente conservatore Emiliano Chamorro da inizio ad un golpe contro il presidente Carlos Solorzano (partito conservatore), che lascia il potere al vicepresidente costituzionale Juan Batista Sacasa (partito liberale). Chamorro obbliga Sacasa a dimettersi e prende il potere. A loro volta gli U.S.A. non lo riconoscono come legittimo e lo sostituiscono con Adolfo Diaz. I liberali non accettano la violazione costituzionale dei conservatori e degli U.S.A. e danno inizio ad una nuova guerra chiamata la “guerra costituzionalista”, vogliono il ritorno di Sacasa al potere e usano come base Puerto Cabezas.

    Visto che il Presidente è in pericolo e con il pretesto di proteggere “le vite e le proprietà degli Statunitensi” la Marina Americana prende il controllo delle coste, dichiarando zone neutrali alcuni punti strategici d'importanza fondamentale per le forze governative ( se i liberali le avessero attaccate gli USA avrebbero dichiarato guerra) Il caso più importante sarà la dichiarazione di Puerto Cabezas, la capitale dei liberali, come zona neutrale: i marines catturarono Sacaza e lo obbligarono ad uscire dalla zona.

    In questa situazione Sandino entra a far parte delle truppe liberali. In un primo momento si mette in contatto con il capo dei liberali José María Moncada, però questi, geloso di Sandino, gli nega le armi. Quindi Sandino e i suoi uomini, aiutati dalle prostitute di Puerto Cabezas, raccolgono dall'acqua un buon lotto d'armi e munizioni che sono state rubate a Sacasa ( i marines non le distrussero, si limitarono a buttarle in mare). Fatto ciò riprendono il viaggio a Las Segovias (il suo centro operativo) viaggiando in piroga per le acque agitate del Rio Coco.

    Nei primi combattimenti Sandino è sconfitto; istruito in tattiche di guerriglia decide quindi di cominciare a metterle in pratica. Questo lo portò ad una marea di trionfi sui conservatori, e quindi la sua colonna chiamata la “colonna segoviana” iniziò a contare nelle sue fila 800 uomini di cavalleria. In parte grazie ai successi di Sandino, le truppe liberali iniziano a prendere iniziative nella guerra e iniziarono l' avanzata verso il Pacifico. Vedendo l'intervento diretto degli USA contro i liberali come un pericolo imminente il capo José Maria Moncada decide di patteggiare. Gli statunitensi inviano un rappresentate, Henry L. Stimson, (in seguito diventato il Segretario di Stato del presidente Herbert Hoover) e Moncada, che già aveva controllo sulla gran parte del paese, si arrende alle porte di Managua. Accetta la continuità del governo conservatore fino le elezioni del 1928, nelle quali Moncada sarà candidato liberale. Sandino non accetta il patto e si ritira a El Chipote dove risiederà la sua base principale.

    Durante questa fase della guerra sandino si sposa a San Rafael del Norte con la telegrafista del paese, Blanca Arauz, che aveva 14 meno di lui. Da questo marimonio nascerà nel 1932 l' unica figlia di Sandino: Blanca Segovia, che è ancora viva. Sua madre spirò poco dopo averla data alla luce per complicazioni durante il parto.





    La guerra di Sandino contro l'occupazione statunitense -

    Marines con una bandiera sottratta ai sandinisti.

    Il 2 settembre 1927 Sandino, per mezzo di un manifesto, diede una svolta alla sua lotta: non si tratta più di una guerra civile, bensì di una lotta tra patrioti e invasori; infatti tanto i conservatori quanto i liberali avevano ostacolato l'intervento dei marines nordamericani. Con un pugno di non più di 30 uomini e con l'appoggio di alcune contadine si muovono verso le montagne del Nicaragua per lottare contro l'intervento dei Marines. Poco a poco Sandino incrementò il suo esercito fino ad arrivare a circa 6000 uomini, comprendente molti volontari provenienti da altri Paesi americani, che formavano un fronte chiamato Esercito difensore della sovranità nazionale, ciò è dovuto in parte alle violenze che i marines commettevano contro la popolazione locale, come ad esempio atti di violenza nei confronti delle contadine dei luoghi che occupavano e in parte all'ideale di resistenza alle invasioni e alle ingerenze statunitensi.[1] Anche se Sandino perse alcuni combattimenti (come il combattimento di El Chipote che lo obbligò a lasciare il suo quartier generale) Sandino infliggeva sanguinose sconfitte ai militari americani che incontrava, visto che questi non erano abituati ad avanzare nella fitta foresta tropicale. Una delle più memorabili battaglie fu quella di El Bramadero (1929) dove le truppe di Sandino sconfissero clamorosamente i marines, utilizzando tra l' altro terribili machetes, armi bianche capaci di decapitare un uomo in un colpo solo. Da questo momento i marines, che chiamavano banditi i sandinisti, iniziano a chiamarli guerriglieri. Un altro memorabile combattimento fu quello di Ocotal, dove Sandino, dopo aver preso quasi tutto il paese e aver obbligato i marines a trincerarsi nell'isolato centrale, lo saccheggiò. I marines si videro costretti ad usare l'aviazione per rompere l'assedio. Sandino si ritirò senza problemi mentre Ocotal subì il primo bombrdamento aereo della storia dell'America centrale.




    Formazione della guardia nazionale -

    Gli ufficiali statunitensi notarono che i marines non riuscivano a sconfiggere la guerriglia, decisero di ricorrere alla tattica di mettere le diverse etnie native l'una contro l' altra. Per questo diedero inizio alla formazione del nuovo esercito nicaraguese, allenato, equipaggiato e finanziato dagli USA: era la cosiddetta Guardia Nazionale del Nicaragua. Sebbene la formazione del nuovo esercito significò un aumento nelle truppe che combattevano Sandino, non ebbe una particolare influenza nel corso della guerra. Lontani da loro, i sandinisti estesero le loro zone di operazione più in là di Las Segovias arrivando fino a Jinoteca, Matagalpa, Chontales, Boaco, Chinandega Leon, la costa caraibica e includendo Managua, la capitale. Le proprietà statunitensi furono distrutte dai sandinisti (anche se non si liberarono dalle piantagioni United Fruit), e i collaborazionisti erano sommariamente giustiziati perché consideravano Sandino “traditore della patria”.





    La ritirata statunitense -

    Negli USA Frank Delano Roosvelt arriva al potere. Obbligato dai problemi della grande depressione in America, proclama "la politica di buon vicinato", che prevede la ritirata delle truppe USA dai peasi caraibici, Nicaragua compreso. Tuttavia, coscienti della sconfitta, già da qualche tempo i marines preparavano la loro ritirata: progressivamente smisero di partecipare ai combattimenti, e non solo i soldati ma anche i generali capirono che erano destinati alla sconfitta. Il 1º gennaio del 1933 le forze statunitensi abbandonarono ufficialmente il territorio del Nicaragua, senza essere riusciti a catturare o uccidere Sandino.





    La pace -

    Una volta ritiratosi l'esercito statunitense, Sandino propone al nuovo presidente liberale Juan Batista Sacasa una proposta di pace, che viene accettata. Il 2 febbraio del 1933 termina ufficialmente la guerra; l'esercito di Sandino è ufficialmente disarmato. La Guardia Nacional, che non è ancora un'autorità militare ufficialmente riconosciuta dalla costituzione, è incaricata della sicurezza nel paese, il che provoca abusi da parte dei militari sui vecchi nemici sandinisti.

    Sandino effettua dei viaggi a Managua per far notare il mancato compimento degli accordi da parte della Guardia Nacional. In questo periodo il capo della Guardia Anastasio Somoza, desideroso di prendere il potere, decide che per poter conseguire i suoi obbiettivi deve uccidere Sandino.





    L'assassinio -

    Il 21 febbraio 1934 Sandino è in compagnia di suo padre, Gregorio, dello scrittore Sofonias Salvatierra (ministro dell'Agricoltura), e i generali Estrada e Umanzor e prendono parte a una cena a La Loma (palazzo Presidenziale), invitati da Sacasa. All'uscita dal palazzo la macchina nella quale viaggiavano fu fermata a lato di Campo de Marte, in un punto ubicato a sud della Stampa Nazionale (dove si stampa il giornale ufficiale La Gaeta.) La guardia che li fermò non era altro che un Maggiore retrocesso, un tale Delgadillo, che li condusse al carcere El Hormiguero (distrutto da un terremoto che nel 1972 rase al suolo Managua). I detenuti volevano parlare con Somoza, però gli fu detto che non sapevano dove si trovasse. D'altro canto la figlia di Sacasa avvertì il padre del pericolo, e cercò di contattare l'ambasciata statunitense per evitare l'assassinio. Sandino, Estrada e Umanzon furono portati su di un monte chiamato La Calavera e lì, al segnale di Degadillo, il battaglione che custodiva i prigionieri aprì il fuoco freddando i 3 generali. La stessa notte il fratellastro minore di Sandino, Socrate muore ucciso dalla Guardia Nazionale. Il giorno dopo la Guardia Nacional distrusse la cooperativa che Sandino fondò nel paese di Wiwilì, uccidendo i lavoratori.

    Molte persone attribuiscono a Sandino idee di sinistra (più o meno radicali) soprattutto per le sue relazioni con il comunista salvadoregno Farabundo Martí o con i suoi contatti con altri movimenti e partiti sudamericani. Definire oggi a quale corrente ideologica appartenesse Sandino è abbastanza complesso. È certo che el General si formò nella rivoluzione liberale (in contrapposizione al conservatorismo di Moncada), assorbendo gli ideali delle correnti più progressiste inneggianti alla giustizia sociale, alla autodeterminazione, alla libertà dal potere imperialista statunitense. Sandino non propugnò mai la teoria marxista-leninista.

    Secondo molti studiosi dei processi storici latino-americani, Sandino, non incarnò tanto il leader politico imbevuto di una ideologia di un determinato colore, e anzi il suo limite fu proprio la mancanza di un progetto di rifondazione della società su basi nuove, quanto il capo ancestrale, difensore dell'etnia locale, della lingua locale, degli usi, costumi e tradizioni locali, e per questo motivo si garantì soprattutto l'appoggio delle masse rurali.[1]



    Note -

    ^ a b c d "Le Americhe e le civiltà", di Darcy Ribeiro, ed. Einaudi, Torino, 1975, pag.164-165





    http://it.wikipedia.org/wiki/Augusto_César_Sandino
    Ultima modifica di Avamposto; 15-09-10 alle 18:12

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Augusto Cèsar Sandino - Patria o Morte!


  3. #3
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    Predefinito Rif: Augusto Cèsar Sandino - Patria o Morte!

    Augusto “César” Sandino: fra spiritismo e Rivoluzione
    Nota su Augusto “César” Sandino. Messiah of Light and Truth di Marco Aurelio Navarro-Génie
    di Massimo Introvigne

    Nel 1986, coltivando un interesse personale e grazie a una serie di contatti locali, avevo occasione di visitare esponenti nicaraguesi in esilio in Honduras e in Costarica – insieme ad altri che vivevano in una zona del Nicaragua non controllata dal governo filo-sovietico “sandinista” al potere a Managua – allo scopo di indagare sulle dimensioni religiose di una resistenza che gran parte dei media internazionali presentavano come esclusivamente politica, e come incarnazione centro-americana di quella dialettica fra Stati Uniti e Unione Sovietica che allora sembrava ancora destinata a durare per sempre. In quell’occasione, intervistavo sia vescovi cattolici, sia pastori protestanti ostili al regime “sandinista”, nonché i principali dirigenti dell’opposizione politica (fra cui Violeta Barrios de Chamorro, che sarebbe poi diventata presidente del Nicaragua nell’aprile 1990, dopo la caduta dei “sandinisti”). Curiosamente – pur trovandosi di fronte a pressanti urgenze politiche e militari – molti dei miei interlocutori ritornavano con insistenza su un problema storico: i dirigenti marxisti (e quelli catto-comunisti) al potere a Managua avevano veramente diritto di chiamarsi “sandinisti” o sfruttavano abusivamente il nome e la figura di Augusto C. Sandino (1895-1934)? La risposta di tutti gli oppositori del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), il partito allora al potere in Nicaragua, era negativa: Sandino, a differenza del FSLN, non era mai stato comunista. Divergenti erano tuttavia le valutazioni su Sandino: i dirigenti politici dell’opposizione ne parlavano in modo sostanzialmente positivo, i leader religiosi ne criticavano l’anticristianesimo con grande circospezione, quasi temessero – come si sarebbe detto in Italia – di “parlare male di Garibaldi”. Né l’esempio è scelto a caso: una serie di letture di e su Sandino mi avevano convinto rapidamente che il paragone più adeguato è appunto quello con Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Come il rivoluzionario italiano, anche quello nicaraguense era caratterizzato da un virulento anti-cristianesimo di marca massonica e nascondeva, dietro l’apparente razionalismo, un vivace interesse per l’occultismo e lo spiritismo. Giacché nel mondo dei “rivoluzionari di professione” questi esempi continuavano a ripetersi, nel 1990 citavo brevemente Sandino nel mio Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo (SugarCo, Milano: cfr. p. 60), segnalando la sua affiliazione a un movimento spiritista. Nel 1992, maggiori dettagli sarebbero stati pubblicati da Donald C. Hodges nel suo Sandino’s Communism. Spiritual Politics for the Twenty-First Century (University of Texas Press, Austin), peraltro assai timoroso di turbare una certa immagine agiografica del rivoluzionario. Ora – dopo avere dedicato al tema un corposo articolo nel 2000 (“’Augusto ‘César’ Sandino: Prophet of the Segovias”, in Martha F. Lee [a cura di], Millennial Visions. Essays in Twentieth-Century Millenarianism, Praeger, New York, pp. 147-171) – Marco Aurelio Navarro-Génie, nicaraguense e professore di scienza politica al St. Mary’s College e al Mount Royal College di Calgary (nell’Alberta, in Canada), pubblica un’opera tendenzialmente definitiva sull’argomento: Augusto “César” Sandino. Messiah of Light and Truth (Syracuse University Press, Syracuse [New York] 2002).



    Appassionato da anni alla figura di Sandino, cui ha dedicato anche un interessante sito Internet (Augusto César Sandino Web Site), Navarro-Génie è – a differenza di molti che si sono interessati precedentemente al tema – completamente libero da timori reverenziali nei confronti di un personaggio che appartiene al mito quanto alla storia. In effetti, il politologo nicaraguense sfata numerosi miti riguardo al suo rivoluzionario connazionale, a cominciare da quello relativo al nome. Sandino nasce il 18 maggio 1895 a Niquinohomo, a trenta chilometri dalla capitale del Nicaragua, Managua, dalla relazione fra un proprietario terriero e una sua cameriera. Benché il padre acconsenta (solo qualche anno dopo la nascita) a riconoscerlo, della nascita del futuro rivoluzionario come figlio illegittimo rimane traccia all’anagrafe, dove resta registrato con il cognome della madre (Calderón) precedente e non successivo (come avviene in Nicaragua per i figli legittimi) a quello del padre: dunque “Augusto Calderón Sandino”. Solo da adulto, trascriverà la C. di Augusto C. Sandino non come Calderón ma come “César”, per sottolineare l’alta consapevolezza (secondo Navarro-Génie, spesso tale da sconfinare nella megalomania) delle sue capacità militari, paragonate a quelle di Giulio Cesare (100 a.C. – 44 a.C.). La condizione di figlio illegittimo è causa di sofferenza per il giovane Sandino, che trascorre un’infanzia difficile; a diciotto anni va a lavorare in Costarica come apprendista meccanico, e – tornato a Niquinohomo, dove comincia a interessarsi di politica, militando nel Partito Liberale (tradizionalmente anti-clericale e filo-massonico) – nel 1921 deve lasciare precipitosamente il Nicaragua dopo avere sparato a un compaesano nel corso di una rissa, pare scoppiata per questioni di donne. Dopo avere cercato fortuna senza esito in Honduras e in Guatemala, nel 1923 va a lavorare come magazziniere per una società petrolifera a Cerro Azul, in Messico.



    L’esperienza messicana è decisiva per gli interessi politici e religiosi di Sandino: già formato all’anticlericalismo negli ambienti della sinistra liberale in Nicaragua, si entusiasma per le idee politiche di Plutarco Elias Calles (1878-1945), che diventa presidente del Messico nel 1924. L’anti-cattolicesimo di Calles è tanto estremo da essere stato spesso descritto come patologico, e poco dopo la partenza di Sandino dal Messico (1926) inizia la guerra fra le truppe di Calles e il movimento di resistenza cattolico dei cristeros. Sandino partecipa con entusiasmo al movimento anticlericale, ma non è tentato dalle sue propaggini esplicitamente atee e marxiste: al contrario, aderisce brevemente agli Avventisti del Settimo Giorno, che abbandona per un altrettanto effimero passaggio in una scuola yoga (da cui trae un interesse, che gli rimarrà, per la dottrina della reincarnazione); nel frattempo, è iniziato nella massoneria messicana e comincia a interessarsi allo spiritismo. La data del suo ritorno in Nicaragua nel 1926, secondo Navarro-Génie, non è dovuta – come più tardi il rivoluzionario sosterrà, e molti biografi riporteranno – al precipitare dello scontro in patria fra liberali e conservatori (“Guerra Costituzionalista”), ma più semplicemente alla puntuale scadenza dei cinque anni di prescrizione che mettevano Sandino al sicuro dalle conseguenze penali della sparatoria del 1921.



    All’inizio dell’insurrezione costituzionalista contro il governo conservatore del presidente Adolfo Díaz (1877-1964), Sandino lavora come minatore in una zona remota del Nicaragua: qui, si distingue come agitatore sindacale e dopo pochi mesi con una ventina di compagni si ribella ai suoi datori di lavoro, li deruba, acquista armi con il ricavato e il 2 novembre 1926 attacca le truppe governative nel villaggio di El Jicaro. Benché si tratti di scaramucce del tutto secondarie, queste attività attirano le attenzioni del comandante militare liberale, il futuro presidente del Nicaragua José María Moncada Tapia (1871-1945), i cui aiuti permettono a Sandino di reclutare qualche centinaio di uomini. Moncada rimpiangerà in seguito di avere contribuito a creare un pericoloso rivale: quando, dopo che l’intervento dei marines statunitensi lo avrà convinto dell’impossibilità di vincere la guerra, Moncada firmerà nel 1927 il trattato di pace di Espino Negro alla presenza del mediatore statunitense Henry L. Stimson (1867-1950), Sandino lo tratterà da traditore e si ritirerà nella regione montuosa delle Segovias, dove ribattezzerà Ciudad Sandino il villaggio di El Jicaro. Inizia qui un circolo paradossale che è uno dei temi centrali del libro di Navarro-Génie: più le cose vanno male per Sandino, i cui vantati successi militari in realtà sono di rado significativi, più egli rilancia il suo personaggio proclamandosi erede di Giulio Cesare, unica autorità politica e morale del Nicaragua, anzi di tutta l’America Centrale (di cui domanda l’unione politica), quindi dell’intera America Latina. All’indubbia megalomania corrisponde una sapiente coltivazione della stampa non solo nazionale e della propria immagine, che fa sì che il mito di Sandino viva ancora oggi.

    Nel 1929 il suo nemico (benché, almeno sulla carta, compagno di partito) Moncada è eletto presidente del Nicaragua in elezioni la cui correttezza è controllata da inviati statunitensi. Sandino sceglie nuovamente la via dell’esilio in Messico. Qui è diventato presidente l’ex-Ministro dell’Interno di Calles, Emilio Portes Gil (1890-1978), impegnato dopo la fine della guerra dei cristeros in una cauta politica di conciliazione con la Santa Sede e con gli Stati Uniti. I tempi non sono più quelli di Calles: a Sandino il governo riserva una sistemazione confortevole ma lontana dal centro della politica a Mérida, nello Yucatan. Il rivoluzionario nicaraguense si trova così diviso fra lealtà al governo messicano – che non solo rappresenta l’eredità massonica e rivoluzionaria di Calles, ma gli paga un congruo stipendio – e il Partito Comunista del Messico (PCM), che è oggetto della repressione di Portes Gil e cerca di sfruttare la popolarità di Sandino facendogli balenare la possibilità di una tournée in Europa (dove potrà dare una dimensione mondiale al suo personaggio e alle sue idee) finanziata dall’Unione Sovietica. I comunisti, tuttavia, pongono come condizione una pubblica condanna del governo Portes Gil da parte di Sandino: questi tergiversa, rimanda e infine rifiuta, rompendo così con quello che era stato in guerra e in pace il suo fidato luogotenente, il rivoluzionario di professione salvadoregno Augustín Farabundo Martí (1893-1932), dal canto suo fermamente legato al comunismo di obbedienza sovietica. Del resto, se Farabundo Martí professa l’ateismo comunista, Sandino – mentre scala i gradi più alti della massoneria messicana – compie nel secondo soggiorno messicano la sua scelta religiosa finale e decisiva (che autori diversi da Navarro-Génie vorrebbero peraltro retrodatare al soggiorno precedente): l’adesione alla EMECU, la Escuela Magnético Espiritual de la Comuna Universal, un’organizzazione spiritista tuttora esistente e fondata nel 1911 in Argentina dall’elettricista spagnolo Joaquín Trincado (1866-1935). Navarro-Génie analizza il pensiero di Trincado come combinazione dello spiritismo francese di Allan Kardec (pseudonimo di Hippolyte Denizard Léon Rivail, 1804-1869) e della Teosofia di Madame Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), e come opposizione ideologica e magica da una parte al cristianesimo (in quanto religione organizzata, mentre Gesù Cristo è considerato un grande iniziato e un medium) e dall’altra al comunismo. Ne mette anche in luce il millenarismo e l’utopismo politico, che culmina nell’idea di una federazione transatlantica fra la Spagna (dove Trincado era nato) e i paesi dell’America Latina, la Unión Hispano-América-Oceánica, sola realtà in tesi capace di resistere all’imperialismo americano. Sandino accetta con difficoltà la presenza spagnola (in precedenza, aveva vantato la superiorità della razza india), ma a poco a poco si convince di poter diventare egli stesso il leader politico e militare del grandioso progetto politico trincadista.



    Non si sa con quanta approvazione da parte di Trincado – certo lusingato di potere avere nelle sue fila un personaggio così noto –, Sandino inizia a firmare i suoi manifesti politici a nome della EMECU e si presenta come il “messia di luce e verità” preconizzato da Trincado, nonché come incarnazione della Giustizia Divina (la figlia di Dio) e reincarnazione dell’iniziato Gesù Cristo. Dopo il tremendo terremoto di Managua del 1931, inizierà anche a profetizzare la fine del mondo così come lo conosciamo: una guerra mondiale con epicentro in Nicaragua, la distruzione di due terzi dell’umanità, e l’instaurazione di un regno della Giustizia presumibilmente presieduto dalla sua incarnazione divina, Augusto César (che firma ormai César Augusto, equiparandosi al primo imperatore romano) Sandino. Come sempre, il tono roboante dei proclami è in stridente contrasto con la realtà: Sandino torna in Nicaragua nel 1930 (anche perché il governo messicano, a fronte di proclami sempre più bizzarri, gli ha tagliato i fondi) e riesce a controllare solo la consueta zona delle Segovias, considerata strategicamente irrilevante dal governo di Moncada. Piuttosto, nota Navarro-Génie, il carattere messianico di Sandino lo induce a considerarsi svincolato dalla morale e a tollerare che i suoi uomini commettano atrocità inaudite, spesso neppure per ragioni politiche ma a semplici fini di banditismo. Né in questi episodi, secondo Navarro-Génie, si deve vedere solo una caratteristica tristemente consueta nelle guerre civili latino-americane: per Sandino, “messia della luce”, si tratta letteralmente dello “sradicamento delle tenebre” (p. 113), per cui nessun mezzo è troppo violento.



    Il 1° gennaio 1933 un nuovo presidente, il dottor Juan Bautista Sacasa (1874-1946), succede a Moncada, e i marines statunitensi lasciano il paese. Si tratta di due sviluppi che Sandino – nemico acerrimo degli Stati Uniti, e che rispetta Sacasa come il capo storico del liberalismo nicaraguense fin dai suoi primi passi politici – non può non salutare con favore. Meno positivo per Sandino è l’arrivo a Managua, come nuovo responsabile della Guardia Nazionale, dell’ambizioso nipote di Sacasa, Anastasio Somoza García (1896-1956): ma, dopo tutto, si tratta sempre di un membro del Partito Liberale. Sandino pensa alla pace, e riorganizza i suoi guerriglieri in una comune spiritista ispirata agli ideali dell’EMECU, per cui chiede lo statuto di regione speciale che intende chiamare “Luce e Verità”. Sacasa, il cui ideale è quello di una pacificazione nazionale, accetta. La pace, tuttavia, è di breve durata. Sandino continua a lanciare proclami da cui emerge che si considera sempre la vera autorità suprema del Nicaragua, se non di tutta l’America Centrale (per non parlare del mondo intero, in tesi tutto sottoposto al suo regno messianico di incarnazione della Giustizia Divina). La Guardia Nazionale di Somoza non sopporta l’esistenza nel paese di un’organizzazione militare concorrente e impegna i seguaci di Sandino in frequenti scaramucce. Quando, il 21 febbraio 1934, Sandino scende a Managua per risolvere amichevolmente i problemi pendenti con il presidente Sacasa, Somoza lo fa rapire all’uscita dal palazzo presidenziale e assassinare insieme con due compagni. Il giorno seguente la Guardia Nazionale attacca la comune di Sandino e ne uccide la maggioranza dei membri; gli ultimi superstiti continueranno una disperata resistenza sulle montagne fino al 1936. Dopo averli sconfitti, Somoza diventerà presidente del Nicaragua a partire dal 1° gennaio 1937 e rimarrà nella sostanza, con qualche intervallo, il padrone del paese fino alla sua morte nel 1956, quando gli succederà il figlio Anastasio Somoza Debayle (1925-1980). A sua volta, nel luglio 1979, Somoza Debayle è rovesciato da una rivoluzione cui avevano inizialmente partecipato anche esponenti democratici, ma di cui si era finalmente impadronito un gruppo chiamato Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), guidato da comunisti di osservanza sovietica e da catto-comunisti ispirati dalla “teologia della liberazione” di impronta marxista.



    Da molti punti di vista, gli oppositori del FSLN da me intervistati nel 1986 avevano ragione. I “sandinisti degli ultimi giorni” del FSLN (un gioco di parole riferito a movimenti millenaristi statunitensi, fra cui i mormoni, il cui nome “ufficiale” è “Santi degli Ultimi Giorni”, che Navarro-Génie prende a prestito dallo storico e politologo Michael Barkun), in effetti, non sarebbero piaciuti a Sandino, nonostante la vendetta postuma sulla famiglia Somoza. Il FSLN metteva insieme due elementi incompatibili con Sandino: il comunismo, con cui il rivoluzionario nicaraguense aveva a lungo discusso e trattato senza tuttavia mai riuscire a intendersi; e una forma comunisteggiante di quel cattolicesimo di cui Sandino era sempre stato, alla scuola del suo eroe Calles, implacabile e anzi fanatico avversario. Il volume di Navarro-Génie mostra qualche ingenuità nell’analisi metodologica del millenarismo: l’autore, per esempio, sembra non sapere (cfr. p. 164) che nel classico studio di Leon Festinger, Henry W. Riecken e Stanley Schachter, When Prophecy Fails (University of Minnesota Press, Minneapolis 1956) il nome del gruppo millenarista descritto, “The Seekers”, e quello della sua fondatrice, “Madame Keech”, sono pseudonimi, e celano il noto culto dei dischi volanti di Dorothy Martin (1900-1992); né tiene conto della numerosa lettura critica che ha messo in dubbio le conclusioni di quello studio. A prescindere da questi difetti secondari, l’opera offre un importante contributo non solo agli studi sul Nicaragua ma a quelli sul millenarismo rivoluzionario in generale e sullo spiritismo e l’occultismo come faccia nascosta del Giano bifronte del pensiero rivoluzionario moderno, solo apparentemente laico e razionalista.




    Sandino tra spiritismo e Rivoluzione

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