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  1. #1
    Avamposto
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    Predefinito Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!













    16 SETTEMBRE 1982: L'INFAMIA DI ISRAELE E DEI SUOI ALLEATI FALANGISTI LIBANESI!

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  2. #2
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!

    PER NON DIMENTICARE SABRA E CHATILA

    GIUSTIZIA PER LE VITTIME DEL MASSACRO DEL 1982 NEI CAMPI PROFUGHI PALESTINESI DI BEIRUT

    PER IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI UMANI E NAZIONALI DEI RIFUGIATI PALESTINESI
    DELEGAZIONI INTERNAZIONALI A SABRA E CHATILA NEL XXESIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE



    Duemila abitanti palestinesi e libanesi dei campi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, vennero massacrati dal 16 al 18 settembre del 1982 da miliziani delle forze filo-israeliane, sotto la supervisione e con il sostegno logistico dell'esercito di Tel Aviv che aveva occupato da poche ore Beirut ovest.
    Pochi giorni prima le forze multinazionali che avrebbero dovuto difendere i campi profughi dopo la partenza da Beirut dei fedayin palestinesi e far rispettare l'impegno israeliano a non entrare nella parte occidentale della citt� assediata dal giugno precedente, si erano prematuramente ritirate.
    A vent'anni di distanza non solamente nessuno ha pagato ma le vittime dell'eccidio ancora non hanno ricevuto una degna sepoltura.
    Di quasi mille corpi non si � saputo pi� nulla. La pi� grande e nota delle fosse comuni, situata all'ingresso del campo di Chatila, a pochi passi dall'ambasciata del Kuwait, � ridotta ad uno squallido campo polveroso.
    Non una lapide che ricordi la presenza delle fosse comuni, che inviti al loro rispetto.
    Il primo ministro israeliano Ariel Sharon, gi� riconosciuto responsabile, anche se indirettamente, di quei tragici fatti dalla commissione di inchiesta israeliana presieduta dal giudica Kahan, � stato accusato davanti ad una corte belga di crimini di guerra e crimini contro l'umanit� ma continua a portare avanti la sua politica di morte anche nei territori occupati.
    Per questo facciamo appello all'opinione pubblica italiana e internazionale, agli uomini di cultura, alla galassia delle Ong, ai politici, ai semplici cittadini:

    Perch� si adoperino per fermare la spirale di sangue in Palestina fermando la politica aggressiva del governo israeliano, chiedendo il rispetto delle risoluzioni dell'Onu e della Convenzione di Ginevra e la fine dell'occupazione israeliana nei territori occupati fonte di tanta violenza.
    Perch� sostengano la formazione della corte penale intenazionale e l'introduzione nelle legislazioni nazionali della "giurisdizione universale" in modo che nessuna immunit� venga pi� riconosciuta ai criminali di guerra, affinch� massacri come quello di Sabra e Chatila non debbano pi� ripetersi.
    Perch� sostengano una commissione di inchiesta internazionale sui tragici fatti di Jenin, di Nablus e pi� in generale sulle violazioni delle convenzioni di Ginevra, del diritto umanitario di guerra, delle risoluzioni delle Nazioni unite nei territori palestinesi.
    Perch� venga resa giustizia alle vittime del massacro di Sabra e Chatila, dando loro una degna sepoltura e processando per crimini di guerra mandanti ed esecutori della strage del 1982.
    Perch� quel sacrificio venga ricordato con una lapide, un monumento, un segno che aiuti a non dimenticare il dramma del popolo palestinese ancora esule dalla propria terra.
    Perch� si trovi una giusta soluzione al problema dei profughi nel rispetto del loro diritto al ritorno e, in attesa che ci� avvenga, perch� questi possano vivere una vita degna di questo nome senza pi� essere soggetti a legislazioni, sul lavoro, sul diritto di propriet�, che li discriminano pesantemente.

    A tal fine una delegazione di parlamentari, uomini di cultura e rappresentanti delle Ong si recher� a Beirut il prossimo 11 settembre in occasione del ventesimo anniversario della strage per portare un fiore sulla fossa comune delle vittime palestinesi e libanesi di Sabra e Chatila ed esprimere la propria solidariet� alle loro famiglie.



    Il comitato "Per non dimenticare Sabra e Chatila" il manifesto
    Per aderire inviare una e-mail a schiarin@il manifesto.it




    TM Crew INTERNAZIONALISMO palestina/sabraechatila.htm

  3. #3
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!


  4. #4
    Avamposto
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  5. #5
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  6. #6
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!


  7. #7
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!

    Nel settembre 1982 le milizie cristiane, con la complicità degli israeliani, uccidono centinaia di palestinesi inermi nei campi profughi di Beirut



    Il 6 giugno 1982 l'esercito israeliano invade il Libano con la cosiddetta “Operazione pace in Galilea”, dando inizio alla quinta guerra arabo-israeliana. Il Libano si trova da anni nel caos. Israele sostiene con armi e addestramenti l'Esercito del Sud-Libano (cristiano-maronita) di Sa'd Haddad in funzione anti palestinese. In Libano si trovano infatti la formazione armata palestinese Settembre nero (1970), e la leadership dell'Olp. Nel Sud la Siria ha inoltre installato dei missili terra aria di fabbricazione sovietica. In poche settimane l'esercito israeliano occupa tutto il Libano meridionale. Il 13 giugno successivo, Beirut è pesantemente bombardata.

    Verso il massacro
    L'Onu invia una forza multinazionale per assicurare la fuga dell'Olp da Beirut. In agosto i miliziani dell'Olp vengono scortati fino in Tunisia, dove insediano il loro nuovo quartier generale. L’1 settembre l’evacuazione è di fatto terminata e le forze israeliane cominciano a cingere d’assedio i campi profughi palestinesi. Il 14 settembre il presidente del Libano Bashir Gemayel (eletto il 23 agosto) viene assassinato in un attentato organizzato dai servi segreti siriani. La situazione precipita. Il 16 settembre, poco prima del tramonto, le truppe israeliane dislocate attorno ai campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Chatilla lasciano entrare nei campi le unità falangiste. Non solo: nella notte sparano anche bengala per illuminare i campi e facilitare il lavoro dei carnefici.

    La mattanza
    Le milizie cristiane rimangono nei campi per due giorni, massacrando uomini, donne e bambini. Molti uomini vengono uccisi sul posto, altri vengono torturati. A molti viene incisa sul petto una croce. Il numero esatto delle vittime è sconosciuto. Il procuratore capo dell'esercito libanese parlò di 460 morti, i servizi segreti israeliani di circa 700-800 morti. David Lamb scrive sul quotidiano Los Angeles Times del 23 settembre 1982: “Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi”. Il 16 dicembre 1982 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro definendolo un “atto di genocidio”.

    L'inchiesta israeliana
    Nel 1983 una Commissione di giustizia israeliane presieduta dal magistrato Itzhak Kahan stabilisce che i diretti responsabili dei massacri sono Elie Hobeika e Fadi Frem. L’allora ministro israeliano della Difesa Ariel Sharon è ritenuto responsabile per non aver né prevenuto né fermato il massacro, pur essendo a conoscenza della situazione. Sono inoltre ritenuti responsabili anche il generale Raphael Eytan, capo di Stato Maggiore, e il generale Amos Yaron, comandante delle forze israeliane a Beirut.

    L’inchiesta belga
    È Il comandante falangista alla guida delle milizie che entrano a Sabra e Chatila. Dopo la fine della guerra civile nel 1990, è più volte deputato e ministro del governo libanese. Nel giugno 2001 la Corte di Cassazione belga apre il processo su Sabra e Chatila in base alla legge del 1993 che assegna competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l'umanità. Il 24 gennaio 2002 un’autobomba uccide Hobeika a Beirut. Il giorno prima aveva detto a due senatori belgi di essere pronto a fare nuove rivelazioni sui rapporti che aveva con i generali israeliani nei giorni del massacro. In seguito a pressioni politiche da parte di Israele e Usa, la Corte di Cassazione del Belgio archivia le posizioni di Sharon. Le inchieste su Sabra e Chatila terminano qui.





    Sull'argomento puoi leggere:
    Sabra e Chatila. Inchiesta su un massacro
    Ammon Kapeliouk
    € 10,00




    La strage di Sabra e Chatila - Il Cassetto

  8. #8
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!

    Sabra e Chatila







    Ricordiamo il percorso che portò al massacro di Sabra e Chatila di cui il 16 settembre ricorrono i venti anni. Riprendere le file di questa vicenda è molto più che un'operazione di memoria storica, in un momento in cui la linea politica di Ariel Sharon, uno dei protagonisti della vicenda, sta conducendo un'offensiva contro il popolo palestinese che per certi versi ricorda molto le dinamiche dell'operazione che portò a Sabra e Chatila.

    La verità su Sabra e Chatila è, a grandi linee, nota da tempo, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti ed al lavoro di giornalisti, storici, associazioni, familiari delle vittime, gruppi pacifisti ecc.. Anche i nomi e le responsabilità sono note, e con tanto di prove. Nonostante questo, nessuno fino ad oggi è mai stato condannato o inquisito per Sabra e Chatila. Anzi, sia Sharon che i capi delle milizie falangiste che perpetuarono materialmente in passato hanno goduto e continuano a godere di fortuna politica, e hanno ricoperto cariche importanti in Libano e Israele.

    un passo indietro.



    La guerra in libano



    Per capire la strage di Sabra e Chatila è necessario fornire alcuni dettagli minimi sulla situazione in libano nel 1982. In quell'anno il Libano è già da sette anni attraversato da una sanguinosissima guerra civile fomentata da interessi geopolitici esterni al paese. In primis, quelli della Siria e di Israele. Sullo sfondo la guerra fredda e il conflitto USA-URSS. Le cause scatenanti della guerra erano sostanzialmente di natura etnico-religiosa; dalla data della sua indipendenza (1943), in Libano vigeva un singolare accordo (il "patto nazionale") che sanciva la divisione dei poteri fra le due comunità principali, quella cristiana maronita e quella musulmana, che storicamente avevano sempre avuto pochi contatti fra di loro - la cosa era evidente anche nella separazione in due della città di Beirut, con ad est il quartiere cristiano, a ovest quello musulmano.

    Il "patto nazionale" prevedeva una formale spartizione delle cariche istituzionali: il presidente dello stato doveva essere un cristiano, il primo ministro un sunnita, il presidente del parlamento uno sciita. Questo equilibrio, già fragile, fu di molto incrinato dall'arrivo in massa di profughi palestinesi, che si stabilirono in Libano sin dal 1948 e, soprattutto, dopo l'annessione della Cisgiordania da parte di Israele nel 1967. In seguito agli avvenimenti di "settembre nero" del 1970 - quando re Hussein cacciò con la forza dalla Giordania tutti i combattenti palestinesi - anche l'OLP trasferì a Beirut le sue sedi logistiche.

    La presenza dell'OLP in territorio Libanese iniziò un'escalation di scontri fra i palestinesi e buona parte della comunità cristiana, organizzatasi nel frattempo in formazioni paramilitari denominate falangi - ora diventate un partito politico. Il conflitto fu subito strumentalizzato da Israele, vide quello scontro come un'occasione per liberarsi dell'OLP, e dalla Siria, che inviò delle truppe in Libano con lo scopo di estendere la sua egemonia su quel paese, cercando di compensare ai danni di quel paese la perdita delle alture del Golan. A complicare la situazione ci si mise anche il conflitto USA - URSS, che iniziarono ad appoggiare rispettivamente le forze militari Siriane ed Israeliane.



    L'intervento di Israele in Libano



    Con questo scenario, nella realtà molto più complicato di quanto descritto sopra, si arriva all'intervento Israeliano in Libano nel 1982. La causa occasionale fu il tentato assassinio dell'ambasciatore Israeliano Argov avvenuto a Londra il 4 giugno 1982. Attribuito dal mossad a un'organizzazione palestinese dissidente, il fatto fornì il pretesto per lanciare la cosiddetta operazione "Pace in Galilea", in realtà già preparata da molto tempo.

    Originariamente, l'operazione prevedeva un incursione in territorio libanese di soli 40 km. Ma Ariel Sharon, attuale primo ministro di Israele e a quel tempo ministro della difesa, decise di continuare l'offensiva fino a Beirut, a quanto pare - ma le circostanze di tutta la vicenda rimangono oscure - senza consultare né il primo ministro Begin né altri membri del governo. Dopo due mesi di assedio Israeliano su Beirut - che costò 18000 morti e 30000 feriti, in maggioranza civili - e la consapevolezza da parte Israeliana che un intervento all'interno della città sarebbe stato un suicidio sia militare che politico, si aprì la strada ad una soluzione negoziale.

    Il 19 agosto il ministro degli esteri libanese richiese ufficialmente l'intervento di una forza multinazionale di interposizione. Secondo il piano messo a punto dal mediatore statunitense Philip Habib, le forze dell'OLP sarebbero state evacuate da Beirut entro il 4 settembre, sotto la protezione di un contingente neutrale composto da 800 soldati americani, 800 francesi e 400 italiani, che sarebbe rimasta in Libano fino al 21. Le operazioni si svolsero senza problemi del previsto, e tutti i componenti dell'OLP avevano già lasciato il Libano per il primo settembre. Il contingente multinazionale lasciò invece il paese il 10, in anticipo rispetto al calendario stabilito.



    Sharon e Gemayel preparano la strage



    La sorte di Sabra e Chatila probabilmente si decide in questi giorni. Giorni prima, per l'esattezza il 23 agosto, il parlamento libanese aveva eletto il nuovo presidente. Si trattava di Beshir Gemayel, cristiano e uno dei leaders delle falangi, uomo forte gradito ad Israele il cui piano, neanche troppo nascosto, era quello di cacciare via dal territorio libanese tutti i palestinesi ed, eventualmente, anche creare un Libano cristiano indipendente sul "modello" della creazione di Israele .In quel periodo, molti cristiani ritenevano la loro situazione uguale a quella degli ebrei nel 1948, e si aspettavano una soluzione del genere, con la creazione di uno stato Libanese cristiano e la cacciata della popolazione araba.

    Nonstante ufficialmente il suo mandato iniziasse il 23, Gemayel aveva già deciso di muoversi; fece pressioni perché la forza multinazionali di interposizione partissero il prima possibile e il 12 settembre incontrò lo stesso Ariel Sharon, che due giorni prima aveva dichiarato che in Libano rimanevano ancora 2000 "terroristi" palestinesi - alludendo agli inermi abitanti di Sabra e Chatila. Negli stessi giorni si assistette ad una grande concentrazione delle milizie cristiane in punti strategici intorno al campo. E anche di Buldoozer, che sarebbero stati usati per demolire le abitazioni e scavare le fosse comuni.

    Il 14 avvenne un altro colpo di scena. Gemayel rimase ucciso in un attentato compiuto da un certo Habib Shartuni, un libanese cristiano collegato con un movimento dissidente che dichiarò di aver agito per vendicare il padre, ucciso dalle milizie di Gemayel. In seguito si tenterà di coprire le responsabilità del massacro facendo passare l'irruzione delle milizie falangiste come un moto di rabbia causato dall'uccisione di Gemayel. In realtà, come mostrano le circostanze riportate sopra, la strage era già stata preparata durante i colloqui che lo stesso Sharon ammise di aver avuto con Gemayel e con altri esponenti dei falangisti.



    L'irruzione dentro Sabra e Chatila



    Il 15 settembre Sharon dette ordine alle truppe israeliane di non entrare nel campo, e contemporaneamente si istallò personalmente assieme ai vertici militari israeliani nel palazzo dell'ambasciata del Kuwait, dalle cui finestre si può osservare chiaramente il campo di Sabra e Chatila. L'esercito Israeliano, inoltre, iniziò a circondare il campo impedendo a chiunque di uscire e prese il controllo di tutti i punti strageci de Beirut ovest (la parte musulmana della città).

    Il 16 alle cinque del pomeriggio le truppe falangiste iniziarono ad entrare nel campo, che per tutta la durata della strage rimase circondato dall'esercito israeliano, perennemente informato della situazione e che dette sostegno logistico alle falangi sparando per tutta la notte granate illuminanti per facilitarne il lavoro. Per 40 ore le truppe falangiste poterono dunque compiere indisturbate la loro missione punitiva nei confronti degli abitanti del campo, completamente abitato da popolazione civile. Alla fine il bilancio sarà pesantissimo: centinaia le abitazioni distrutte e un conto delle vittime oscillante fra 700 (secondo la versione Israeliana) e 3500 (secondo fonti indipendenti), ma molte delle vittime furono deporate e uccise al di fuori del campo, e dunque il bilancio finale è molto incerto.

    Si possono leggere alcune testimonianze del massacro qui: Indict Ariel Sharon - The Sabra & Shatila Massacres



    La reazione in Israele



    La notizia della strage provocò una forte ondata di reazione in tutto il mondo, e provocò in Israele una crisi politica senza precedenti. Fu indetta per il 25 settembre una manifestazione a Tel Aviv, alla quale parteciparono circa 400000 persone. Negli scontri che seguirono, un manifestante rimase ucciso. Dopo vari giorni di proteste continue all'interno del paese, la Knesset dovette nominare una commissione di inchiesta presieduta dal presidente della corte suprema Yzthak Kahan. La commissione, pur riconoscendo le responsabilità morali di Sharon, pubblicò una relazione che tendeva a minimizzare di molto i fatti. L'unica conseguenza fu che Sharon dovette dimettersi dall'incarico di ministro della difesa, ma conservò comunque un posto all'interno del governo come ministro senza portafoglio. La sua carriera politica non ne era uscita più di tanto compromessa. Solo ultimamente una corte belga sta cercando di aprire un procedimento a suo carico per la strage di Sabra e Chatila.

    Puoi trovare qui il testo della relazione della commissione di inchiesta:

    http://www.israelmfa.gov.il/mfa/go.asp?MFAH0ign0

    L'impunità totale continua anche per gli altri protagonisti del massacro. In Libano la vicenda fu subito rimossa dalla memoria collettiva, e nonostante i nomi di chi perpetuò materialmente il massacro siano noti da sempre non fu mai aperta nessun inchiesta. Molti dei capi falangisti godettero anche di una certa fortuna politica dopo la fine della guerra civile. Compreso Elias Hobeika, uno dei comandanti delle milizie più in vista, che divenne ministro in Libano negli anni '90 e che è stato ucciso in un attentato il 24 gennaio scorso. Proprio dopo aver manifestato la sua intenzione di testimoniare contro Sharon nella causa intentata in Belgio proprio per i fatti di Sabra e Shatila. In Israele, l'inchiesta condotta dal procuratore Germanos individuò alcune responsabilità "morali" da parte dell'esercito Israeliano, ma affermò l'impossibilità di distinguere fra azioni di guerra e crimini individuali. Nessuna persona fu dunque inquisita, e l'inchiesta fu archiviata.

    Molti documenti su Sabra e Chatila sono ancora coperti da segreto militare, e Israele si è sempre rifiutata di renderli pubblici. L'ultima richiesta in questo senso è stata respinta dalla corte suprema lo scorso 16 luglio.

    Fonti:

    http://www.geocities.com/indictsharon/Kapeliouk.doc la cronologia del massacro, come ricostruita dal giornalista israeliano Lapeliouk (inglese)
    http://www.sabraandchatila.org.uk comitato inglese per mettere sotto accusa Sharon (inglese)
    Indict Ariel Sharon - Justice for the Victims of Sabra & Shatila indict sharon: sito che dà informazioni sulla causa promossa contro sharon (inglese)
    Ce qui s'est passe a Sabra et Chatila (francese)
    nell'inferno di sabra e chatila nell'inferno di sabra e chatila (da tmcrew)
    Sharon, l'accusato - Sharon, the accused - Recensione - NearDark - Critica e recensioni scheda del film Sharon, l'accusato (italiano)





    Sabra e Chatila

  9. #9
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!

    IL MANIFESTO (14.06.2001)



    APPELLO/SABRA E CHATILA

    Per non dimenticare



    "Duemila abitanti palestinesi e libanesi dei campi di Sabra e Chatila, alla periferia di Beirut, vennero massacrati dal 16 al 18 settembre del 1982 da miliziani delle forze filo-israeliane, sotto la supervisione e con il sostegno logistico dell'esercito di Tel Aviv che aveva occupato da poche ore Beirut ovest. Pochi giorni prima le forze multinazionali che avrebbero potuto difendere i campi profughi dopo la partenza da Beirut dei fedayin palestinesi e far rispettare l'impegno israeliano a non entrare nella parte occidentale della città assediata dal giugno precedente, si erano prematuramente ritirate. Sino ad oggi non solamente nessuno ha pagato ma le vittime dell'eccidio ancora non hanno ricevuto una degna sepoltura. Di quasi mille corpi non si è saputo più nulla. La più grande e nota delle fosse comuni, situata all'ingresso del campo di Chatila, a pochi passi dall'ambasciata del Kuwait, è ridotta ad uno squallido campo polveroso nel quale vengono gettate le immondizie di un vicino mercato e detriti di ogni genere. Non una lapide, un segno che ricordi la presenza delle fosse comuni, che inviti al loro rispetto.

    Per questa ragione facciamo appello all'opinione pubblica italiana e internazionale, agli uomini di cultura, alla galassia delle Ong, ai politici, ai semplici cittadini, perché chiedano alle autorità e alle forze politiche libanesi, con le quali il nostro paese ha ottimi rapporti di cooperazione, che venga resa giustizia alle vittime del massacro dando loro una degna sepoltura. Che il loro sacrificio venga ricordato con una lapide, un monumento, un segno che aiuti a non dimenticare il dramma del popolo palestinese ancora esule dalla propria terra.

    A tal fine, per esprimere alle autorità e alle forze politiche locali tali sentimenti e portare la solidarietà di noi tutti alle famiglie delle vittime palestinesi e libanesi del massacro proponiamo inoltre l'invio nella capitale libanese di una delegazione di parlamentari e uomini di cultura in occasione del prossimo 17 settembre, diciannovesimo anniversario della strage".



    Il comitato "Per non

    dimenticare Sabra e Chatila"



    Prime adesioni internazionali:

    Noam Chomsky - Edward Said - Mem & Malcom Fox, Adelaide (Australia) - Prof. Sonia Dayan Herzbrun, sociologa, Università Paris VII - Jamil Hilal, Palestina - prof. Nassir Aruri, University of Massachussets - Khalil Osman - Barbara E. Harrel-Bond, American University in Cairo -Sue Turrell, Gb - Wafaa Shaheen & Trees Zbidat Kosterman, Al Zahraa Arab Women Organisation in Sakhnin -Dominique Vidal, "Le Monde Diplomatique" - Francis A. Boyle, Professor of International Law, Champaine, Illinois, Usa - R. Khatib - Virginia Lea, Vallejo (California) - Hellen Siegel, Sirid Nolsoe - Tom Francis Ba, Centro per i sopravvissuti alla tortura, Dallas, Usa - Mona Younis PhD, New York - Bassam Marshoud - Murad Abu Khalaf - Davide Barsamian, Direttore "Alternative Radio", Usa - Ronan Bennett, scrittore (Gb); Nabil Mohamed, Washington DC - Angela Formica, Lega Comunista Rivoluzionaria, Parigi - Patrizio Colto, musicista, Locarno; Janet Venn-Brown, pittrice - Gaza Community Mental Health Programme -Same Mahmoud, Gerusalemme - Mohammed Sidati, Ministro Rasd (Repubblica Araba Sahrawi Democratica) -Joseph Halevi, Univ. di Sydney e di Grenoble.



    Prime adesioni italiane

    On. Giorgio Napolitano, Presidente Commissione Affari Costituzionali del Parlamento europeo - On. Franco Angioni - sen. Achille Occhetto - on. Lucio Manisco, Europ. (Pdci) - on. Luisa Morgantini, europ. (Prc) - on. Fausto Bertinotti, Segretario Prc - on. Luigi Vinci Europ. (Prc) - on. Giuseppe Di Lello, Europ. (Prc) - on. Carlo Leoni (Ds) - on. Giuseppe Giulietti Resp. comunicazione Ds - On. Vittorio Sgarbi - on. Giovanni Russo Spena (Prc) - on. Armando Cossutta, Pres. Pdci - on. Oliviero Diliberto, Segr. Pdci -on. Pasqualina Napoletano, Pres. gruppo Ds Parlamento Europeo - on. Fulvia Bandoli (Ds) - on. Ramon Mantovani Resp. Est. Prc - on. Giuliano Pisapia (Prc)-Giorgio Malentacchi (Prc) - on. Franco Giordano (Prc) -Alfio Nicotra, Resp. settore "Pace" Prc - on.Tiziana Valpiana (Prc); Vito Leccese (Verdi) - on. Paolo Cento (Verdi) - Mauro Paissan - Mario Brunetti (Pdci) - on. Rino Piscitello (Margherita)-on. Famiano Crucianelli (Ds) - Alberto Simeone - Giuseppe Chiarante membro Direzione Ds; Fausto Co' (Prc); Alberto Burgio; Vera Pegna, Aurelio Crippa (Prc); Francesco Giuseppe Aloisio (Ds); Fiorella Ghilardotti Europarlamentare Ds; Renzo Imbeni, europarlamentare Ds; Giovanni Saverio Pittella, europarlamentare Ds; Ersilia Salvato; Marco Pezzoni; on. Pino Sgobio (Pdci); Nicola Manca Resp. relazioni internazionali Ds; Vincenzo Vita.

    Per informazioni e adesioni inviare una e-mail alla redazione de il manifesto all'indirizzo schiarin@ilmanifesto.it o un fax allo 0668719573.




    APPELLO/SABRA E CHATILA

  10. #10
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Sabra e Chatila - 16 Settembre 1982/2010: non dimentichiamo!

    Sabra e Chatila: i campi della morte

    di Carl Carlsson
    Diciannove anni fa, a Beirut, avvenne un massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Circa duemila uomini, donne, vecchi e bambini furono vigliaccamente trucidati dalle milizie libanesi asservite a Israele. Di quasi mille corpi non si è saputo più nulla e ancora oggi, a diciannove anni dal massacro, esistono fosse comuni anonime, la principale delle quali è addirittura utilizzata come discarica di rifiuti: le vittime innocenti non hanno mai ricevuto una decorosa sepoltura, mentre i colpevoli non hanno ancora pagato per la strage.

    Il 6 giugno 1982 ebbe inizio l’operazione "pace in Galilea". Obiettivo dichiarato da Israele: una fascia di 45 chilometri oltre il confine libanese. Ma da subito l’ordine all’esercito è di raggiungere Beirut. Dopo tre mesi di combattimenti, e una resistenza senza precedenti opposta sul campo dalle forze palestinesi assediate in Beirut ovest, il rappresentante statunitense Philip Habib inviato da Reagan aveva trovato una mediazione sulla base delle seguenti clausole: abbandono di Beirut da parte dei combattenti palestinesi e siriani, ritiro delle forze israeliane, assunzione del controllo della città da parte dell’esercito libanese. L’accordo garantiva che l’esercito israeliano non sarebbe entrato a Beirut ovest. Il governo israeliano si era anzi espressamente impegnato a rispettare i civili dei campi palestinesi. Una forza di circa 2.000 uomini composta da militari statunitensi, francesi e italiani fu messa a presidio di Beirut a partire dal 25 agosto. L’OLP e i Siriani (circa 15.000 uomini in tutto) si ritirarono ordinatamente, mentre i civili palestinesi, profughi a Beirut, restavano in città. Ecco però che tra il 10 e il 13 settembre la forza multinazionale lascia la città: è la vigilia della tragedia. Martedì 14 settembre alle 16,30 il neoeletto presidente libanese Bechir Gemayel salta in aria con un gruppo di seguaci nell’attentato che distrugge la sede del suo partito, il Kataeb ("Falange"). Qualche giorno prima aveva tenuto consultazioni segrete con il governo israeliano. Alle 19 il primo ministro israeliano Begin e il ministro della difesa Sharon decidono di far entrare il loro esercito a Beirut ovest. Alle 20 Sharon ordina al capo di stato maggiore Raful Eytan di inviare nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila i miliziani collaborazionisti del Kataeb. Nella notte su mercoledì 13 settembre s’incontrano responsabili militari israeliani e libanesi ai massimi livelli. Oggetto della riunione è la "ripulitura" dei campi profughi. Alle 5 del mattino gli aerei Phantom israeliani sorvolano Beirut in isfacciata violazione degli accordi Habib. Alle 7 le forze di terra iniziano a penetrare in Beirut ovest. Alle 18 i carri armati circondano i campi di Sabra e Chatila. Il comando israeliano si installa in un edificio di otto piani a cinquanta metri da questo campo. Giovedì 16 settembre a partire dalle 7 i mezzi corazzati israeliani si addentrano in città e la milizia nasseriana dei Murabitun, che non ha abbandonato il terreno, tenta di contrastarne l’avanzata. Si accendono violenti scontri. Durante la giornata i campi di Sabra e Chatila sono sotto il fuoco dell’artiglieria. Quattro anziani si recano in delegazione dagli Israeliani per confermare che nei campi non vi sono combattenti: i loro corpi saranno ritrovati alcuni giorni dopo presso l’ambasciata del Kuwait. Alle 20 i razzi israeliani illuminano a giorno i campi profughi e i sicari libanesi vi fanno irruzione. Si odono raffiche, ma si uccide anche senza rumore, con armi da taglio di vario genere. All’ospedale di Acca, annesso a Chatila, affluiscono i feriti che hanno potuto fuggire, molti muoiono. Nella notte circa duemila persone in preda al terrore si riversano nell’ospedale. Il massacro prosegue senza sosta. Venerdì 17 settembre alle 8 i medici stranieri sono cacciati dall’ospedale, quelli palestinesi uccisi insieme a numerosi feriti. Nei campi profughi le uccisioni continuano. Intere famiglie sono sterminate. Si stupra. Si saccheggia. Si rubano il denaro e i pochi oggetti preziosi. Ci si accanisce sadicamente sulle vittime indifese. E già entrano in azione i bulldozer: rimuovono mucchi di corpi e li scaraventano in fosse comuni, demoliscono le abitazioni e seppelliscono i morti tra le macerie. Alle 21 i macellai ricevono rinforzi, mentre gli Israeliani riprendono il lancio di razzi illuminanti per agevolarne il lavoro. E’ una seconda notte di orrore. Sabato 18 settembre di prima mattina i massacratori iniziano a lasciare i campi. Dopo qualche ora, quando se ne sono andati tutti, può iniziare la conta dei morti: più di mille sono rimasti sul terreno, a questi si devono aggiungere quelli già seppelliti. Due enormi fosse comuni, infatti, sono state riempite ai due lati della strada che taglia in due il campo di Chatila, vicino all’ambasciata del Kuwait, sotto gli occhi del comando israeliano. Vi è poi un alto numero di scomparsi, che non saranno più ritrovati. Nel pomeriggio arrivano i giornalisti, si svelano mostruosità indicibili: mutilazioni, scotennamenti, accecamenti, cadaveri tumefatti per i pestaggi. Persino i cavalli sono stati uccisi. Un’altra grande fossa comune viene scavata in fretta e i corpi vi sono interrati alla rinfusa.

    Oltre all’ospedale di Acca anche quello di Gaza, che serviva Sabra, è completamente devastato. La strage di Sabra e Shatila provocò un’ondata di orrore e di indignazione. In Israele si svolsero manifestazioni di protesta e il 28 settembre 1982 fu costituita una commissione d’inchiesta governativa ("commissione Kahan"). Tale commissione presentò la propria relazione l’8 febbraio 1983 riconoscendo la determinante copertura logistica fornita dall’esercito ai massacratori e le "indirette" responsabilità di Sharon, oltre che quelle per "negligenza" di Begin, Shamir ed Eytan. Nessuno fu punito, né vi furono arresti, o processi. Sharon ed Eytan dovettero dimettersi dalle rispettive cariche, e fu tutto. Oggi il boia Sharon è capo del governo.

    L’allora primo ministro Menachem Begin (1913-1983) era un terrorista. Non si tratta di un’accusa gratuita, è un dato di fatto. Dal 1943 al 1948 capo della banda Irgun, si macchiò di ignobili violenze e di atti di terrore contro gli occupanti inglesi e la popolazione civile palestinese. Uno tra tutti, l’attentato alla bomba contro l’hotel King David a Gerusalemme (22 luglio 1946): 91 morti e 45 feriti. L’allora ministro degli esteri Yitzhak Shamir (1915-) è un terrorista. Anche qui si tratta di un puro dato di fatto. Capo della banda Stern, detta anche Lehi, fu arrestato dagli Inglesi nel 1941 e nel 1947 per attività terroristiche. Fu protagonista delle molteplici atrocità commesse da estremisti ebrei contro Inglesi e civili palestinesi negli anni quaranta e responsabile dell’assassinio del conte svedese Folke Bernadotte, mediatore dell’ONU nel primo conflitto arabo-israeliano. L’uccisione di Bernadotte, avvenuta a Gerusalemme il 17 settembre 1948, fu premessa alla seconda fase della guerra che gli Israeliani scatenarono nell’ottobre-novembre 1948 per occupare il Negev. Nella storia dello Stato d’Israele vi sono stati comandanti militari valorosi, e leali per quanto sia concepibile esserlo nelle moderne guerre siriache: Moshe Dayan (1915-1981) e Yitzhak Rabin (1922-1995) furono tra questi. Non invece Ariel Sharon, un vecchio malvissuto la cui sola esistenza in vita e in libertà suona come patente insulto alla giustizia di guerra. E che a distanza di quasi vent’anni, coi comportamenti tenuti a partire dalla provocatoria passeggiata davanti alle moschee di Gerusalemme, che affossò il processo di pace allora in corso, prova come il tempo non l’abbia fatto ravvedere, ma incanaglito. Di fronte all’orribile massacro di Sabra e Chatila il primo ministro israeliano Begin dichiarò alla Knesset: "Dei non Ebrei hanno massacrato dei non Ebrei: perché questo dovrebbe riguardarci?" Questo infame intervento è in realtà rivelatore e significativo. Rivelatore, poiché costituisce una sorta di confessione, quasi una rivendicazione della strage. Per quanto si è detto, ciò è in perfetta sintonia col profilo del personaggio. Significativo, poiché è impossibile non tracciare un’analogia con quei componenti delle forze combattenti e di polizia germaniche, che alla fine della guerra 1939-1945 furono processati, e appiccati, non per avere direttamente commesso crimini, ma per avere comandato o consentito ad altri, per esempio ai gruppi speciali formati da ucraini o da lituani, di commettere stragi di civili. Beninteso, se erano colpevoli fu una punizione meritata. Nessuno, però, poté obiettare "Dei non Germani hanno massacrato dei non Germani: perché questo dovrebbe riguardarci?". Per tale genere di delitti sono giudicati solo i vinti: altrimenti sarebbe ben ardua impresa, per Ariel Sharon, quella di scampare alla forca. In quest’epoca pervasivamente e strumentalmente informata dall’ideologia dei "diritti umani" e da quello che Noam Chomsky ha definito "il nuovo umanitarismo militare", nulla è cambiato a tale riguardo. Gli stessi che rapiscono e teatralmente "processano" l’ex-presidente della Federazione jugoslava, sostengono con fervore l’attuale primo ministro dello Stato d’Israele, che diversamente non durerebbe un solo minuto secondo, artatamente tacendo il fatto che si tratta di un macellaio, di un terrorista e di un assassino. In una concione tenuta la sera dell’11 settembre scorso, in occasione dei recenti attentati negli Stati Uniti il Sig. Ariel Sharon ha dichiarato: "La lotta contro il terrorismo è una lotta tra il bene e il male". Molto vero, ed è la sua stessa condanna. Egli è un terrorista, incarna il male, pertanto dev’essere estirpato.

    Jean Genet (1910-1986), scrittore e commediografo francese, uomo discusso dalle esperienze le più varie, omosessuale dichiarato, vagabondo, fuggitivo, più volte carcerato, trasfigurato dall’incontro con Sartre, una specie di poeta scandaloso e maledetto, s’immerse nella vicenda palestinese forse più per attrazione romantica che per consapevole scelta politica. Domenica 19 settembre 1982, a poche ore dal massacro, egli era a Beirut e si recò per alcune ore al campo di Chatila, aggirandosi tra i cadaveri e l’odore di morte. Di quella visita Jean Genet lasciò un memorabile resoconto, pubblicato sulla Revue d’études palestiniennes nel numero sei dell’inverno 1983. Una narrazione senza sbavature, formidabile nella sua essenzialità, in continuo equilibrio tra la poesia e l’orrore, nella quale inevitabilmente prende corpo, pur senza mai involgarire, quella estetica della rivoluzione - e dei rivoluzionari - che Genet coltiva con le inelargibili sensibilità che appartengono al suo modo di essere. I morti di Sabra e Chatila non appartengono al nostro popolo, nondimeno, per ciò che essi rappresentano - ancora di più oggi - nelle circostanze e modalità emblematiche del loro massacro, dedichiamo alla loro memoria la ripubblicazione di questa epigrafe, nella traduzione a suo tempo curata da Paolo Brogi e da noi appena ritoccata.


    Mercoledì, 23 giugno 2004





    Sabra e Chatila: i campi della morte, di Carl Carlsson

 

 
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