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  • 1 Post By Rotwang

Discussione: 6 febbraio 1853: i moti di Milano

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    Predefinito 6 febbraio 1853: i moti di Milano

    Milano, 6 febbraio 1853. Dal suo esilio londinese Giuseppe Mazzini continua nella sua instancabile opera di animatore della causa italiana. Ha infatti allacciato contatti con altri rivoluzionari europei arrivando a fondare il “Comitato centrale democratico europeo” che sarebbe dovuto servire a coordinare l’attività rivoluzionaria nei diversi paesi. L’esule italiano è anche entrato in polemica con Karl Marx e Friedrich Engels che lo accusano di negare l’esistenza di classe. Nel Regno Lombardo-Veneto l’attività di propaganda portata avanti con tenacia da Giuseppe Mazzini trova terreno particolarmente fertile. I patrioti, dopo aver assaporato nel 1848, anche se per poco, la libertà dal giogo austriaco con la Prima guerra d'indipendenza, non vogliono rassegnarsi a vedere soffocata ogni loro aspirazione dall’opprimente apparato poliziesco rimesso in piedi dal generale austriaco Radetzky. Il 27 gennaio 1852 era stato arrestato il dirigente del comitato rivoluzionario mantovano, il sacerdote Enrico Tazzoli; sulla base delle carte sequestrate a quest’ultimo si era proceduto con l’arresto di un centinaio di persone nelle principali città del Lombardo-Veneto. I sovversivi erano stati tutti portati a Mantova dove erano stati sottoposti a una serie di processi davanti al tribunale militare. Dieci persone erano state poi condannate a morte e tra questi vi era anche Tazzoli.

    In questa data, circa un migliaio di uomini, tra artigiani ed operai milanesi, armati solo di coltelli e pugnali assaltano i posti di guardia e le caserme austriache, sperando anche in un improbabile ammutinamento dei soldati ungheresi dell'Impero asburgico. Le forze scese in campo, però, male armate e organizzate, falliscono miseramente nell’impresa; inoltre, la borghesia, che aveva partecipato pochi anni prima alle “Cinque Giornate”, questa volta rimane del tutto indifferente al moto, forse ben consapevole delle conseguenze.

    Dopo il fallimento si mette come sempre in moto la macchina repressiva austriaca; centinaia di rivoltosi vengono imprigionati e quindici di loro impiccati.

    In seguito all’ennesimo fallimento piovono su Mazzini una valanga di critiche non solo dallo schieramento dei moderati ma dai suoi stessi seguaci. A tutte le accuse Mazzini reagisce riaffermando la sua fede nei metodi insurrezionali e cospirativi; egli annuncia inoltre la nascita del Partito d’Azione, un movimento che avrebbe dovuto raccogliere, secondo le sue speranze, tutti quelli disposti ancora a lottare per raggiungere gli obiettivi dell’unità e dell’indipendenza italiana. In un articolo sul New York Daily Tribune dell’8 marzo 1853, intitolato I moti di Milano, Karl Marx rimprovera a Mazzini e ai suoi seguaci l’eccessiva sicurezza nelle rivoluzioni spontanee, senza un’adeguata organizzazione.
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    Quando Garibaldi è giunto nel Regno borbonico, questi era già finito. Se Garibaldi non fosse arrivato, Franceschiello invece di scappare da Gaeta rischiava di finire al patibolo, e nessuno l'avrebbe salvato. (Marc Monnier)

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  2. #2
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    Predefinito Re: 6 febbraio 1853: i moti di Milano

    Interessante.
    La religione di Cristo è troppo sottile per gli Orientali, a loro servono più principi politici. Ai loro occhi Maometto è superiore a Gesù, perché lo vedono agire.
    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

 

 

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