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    Predefinito Il monte Summano: dimora degli Dei

    Un’oasi montana di sacralità, un centro di ritrovo collettivo per le genti della Padania in epoca romana, tutto questo e altre cose fanno parte della leggenda del Monte Summano, ormai diventato un simbolo per la provincia vicentina. Si aggiunga al tutto il giallo storico dell’esistenza del tempio pagano e dell’idolo d’oro dalla testa di capro e il successo popolare nel tempo è sicuro. L’unico cruccio degli studiosi sono le famose prove certe, ma se ci si mette di mezzo l’archeologia…



    Di ALVARO BONOLLO



    Familiare piramide, il Monte Summano si erge isolato nella piana alto vicentina: si alza pigramente al cielo sdoppiandosi in due gobbe. Lo anima la notte e le sue folgori, le piogge ne alimentano la rara, variegata vegetazione, il sole non trova ostacoli e lo riscalda di petto. Come evitare un pizzico di poesia su questa montagna che ha affascinato gli uomini e gli storici per millenni ed ha scritto una immensa pagina sulla religiosità pagana e cristiana. Il Summano è stato investito, a ragione, od a torto, da uno stratificarsi di culti dedicati vuoi alle divinità indigene, come la dea Reithia, notizia supportata dalle abbondanti prove archeologiche del vicino Monte di Magre, da culti orientali od etruschi (il dio Summano dovrebbe essere di origine etrusca), da culti preromani e romani. Le varie sovrapposizioni portarono ad un “imbrogliato groviglio” religioso, come spiega lo storico Mantese. “Troppo forzato e difficile l’inserimento od agganciamento di una tradizione cristiana nella precedente tradizione pagana; la veneta Reithia svolse così, in epoca romana il ruolo di Diana, mentre il dio etrusco, Summano, dovette assumere le forme di Giove o di Plutone”.

    Generazioni e generazioni di storici, di studiosi e di letterati hanno fantasticato su questa strana cima a due gobbe posta sulle Prealpi, in prossimità di Schio, che sembra un vulcano, ma che non lo è mai stato, e che si offre alla piana alto vicentina come ultimo contrafforte che separa le due importantissime vallate dell’Astice e del Leogra e si pone proprio in mezzo ad esse.

    “Da sempre” gira una circostanziata leggenda che narra come lassù, nella gobba più alta, a 1299 metri di altezza fosse sorto un grandissimo tempio pagano, visibile fino a Vicenza ed oltre. Non solo: dove ora c’è la croce, si stagliava un enorme capro dalle coma d’oro massiccio e dalla forma idolatra. Era metà capro e metà uomo. Il tempio era dedicato a Plutone, summus manium, mentre altri, invece, parlano di un tempio a Giove Sommo, Juppiter Summanus.

    Secondo gli studiosi Kozlovic e De Ruitz, “il dio Summano era una divinità autonoma, infernale, dio della folgore notturna, mentre a Giove erano attribuiti i fulmini diurni. Il dio Summano, divinità resa ancor più affascinante dalle parentele con la religiosità etrusca, sarebbe una potenza fosca e vorace a cui venivano sacrificati montoni neri, a cui si offrivano doni e sacrifìci. Ogni due mesi, in suo onore, venivano celebrate le grandi feste dette Summanalia (Ovidio).

    La leggenda, od una certa mitologia cristiano-popolare, vuole che il grande capro dalle coma d’oro posto di fronte al tempio sia stato derubato dalle truppe se non da Carlo Magno in persona, (”si impossessò dell’idolo d’oro per adornare la sua reggia”, scrisse il Giongo) nella sua campagna bellico-restauratrice.

    Altra “storiografìa” imputa la distruzione dell’idolo e del tempio all’opera evangelizzatrice di San Prosdocimo, nel 77 dopo Cristo. Scrive Francesco Rande nel 1958:” San Prosdocimo, nobile giovane d’Antiochia, seguito da proseliti cristiani, ascese il Summano, diroccò il tempio, ne stritolò il simulacro di Plutone, atterrò l’abitato contiguo e fece nel mezzo di una e dell’altra cima un nuovo tempio in onore della Regina dei Cicli della nostra salute”. Ma anche il Rando si affidava quasi in toto alle suggestioni della leggenda; scarse le prove da lui riferite, a parte l’importantissima cronistoria della deposizione della croce, di cui parleremo. Ma proseguiamo. L’affascinante storia/leggenda del tempio del Summano è vecchia di oltre 2000 anni, ma i primi riferimenti “scritti” si rinvengono solamente attorno al 1300 d.C. Della storia del tempio e del capro d’oro, ne parlano anche storici seri e/o famosi come Macca, il Dal Pozzo, Pigafetta e tant’altri, ma nessuno ha mai tenuto conto delle “prove certe”, quelle archeologiche, nessuno ha mai provato ad “assemblare” le centinaia di notiziole sui rinvenimenti nella cima del monte e nessuno ha affrontato autonomente questo capito per poi reinterpretarlo anche alla luce del “dato scritturale”.



    PER LA CHIESA E’ PURA LEGGENDA



    In realtà sul Monte Summano non s’è mai eseguita una seria campagna di scavo: alla Sovrintendenza mancano soldi ed organico per avventurarsi nelle verifiche di una leggenda. Scavi seri, nel 1912, 1962, sono stati però eseguiti in una famosa grotta alle pendici del monte, di cui parleremo più avanti. Va altresì detto che, campagne di scavo a parte, Ì materiali rinvenuti casualmente in superfìcie, o dopo una aratura, o in seguito ad un lavoro edilizio, sono moltissimi, sia alle pendici del monte, sia sulla cima. Secondo noi, questo eterno dualismo, documento scritto e reperto archeologico, dualismo che pochi portano alla necessaria convergenza, ha prodotto ritardi di secoli nella ricerca della verità storica, o di una via che porti ad essa. E non solo in questo specifico caso del Monte Summano, ovviamente. Pensiamo solo alla pervicace ostinazione di uno studioso come don Simeone Zordan che scrive a chiare lettere che tutta la storia del monte Summano è stata inventata di sana pianta e che qualsiasi prova archeologica non ha valore : “Nè tempio, ne statue agli dei Stigyi, sul Monte Summano, non Ninfe a San Martino, non Diana nella Val Leogra, ma popolazioni pagane di origine germanica che furono evangelizzate da San Prosdocimo”. Con una sola frase ha spazzato via millenni di storiografìa, negando qualsiasi giustificazione a quel discusso Istituto mediterraneo di Studi politeisti che agisce da anni proprio nel vicentino e che ruota attorno alla “paganità” del monte chiedendo che venga ripristinato l’antico tempio a Giove. Non devono stupire simili affermazioni: Zordan è innanzitutto un religioso e la sua fede ha prevaricato il suo essere anche uno studioso: non può certo avallare storie di sacrifici e capri dalle corna d’oro. E’ lo stesso studioso che in barba alla logica ed alla storia, attribuisce l’origine di quasi tutti i comuni vicentini (tra cui Thiene, Santorso, Sarcedo, Schio, Zugliano, Zane, ecc) all’arrivo dei Longobardi.

    Più qualificata, ma troppo sbrigativa, l’affermazione di Lelia Cracco Ruffini (Storia di Vicenza, Neri Pozza, 1987) secondo cui “pura leggenda, non confermata da reperti, è quella del tempio dedicato a Plutone Summano”. Secondo la studiosa la leggenda compare nella tradizione agiografica relativa al vescovo di Padova Prosdocimo e venne divulgata negli ambienti benedettini attorno all’anno mille. Va chiarita comunque una cosa: abbiamo rintracciato molte prove sull’esistenza del cosiddetto tempio del Summano e sull’annesso idolo, ma non siamo in grado di offrire le cosiddette “prove inequivocabili”, o certe. Ma non mancano certo le prove archeologiche sulla diffusa “sacralità” di questa misteriosa piramide montuosa fatta di dura dolomia, molto appetita dai cavatori che hanno “estratto” cucchiaiate di monte.



    Una sacralità antica: le prove archeologiche



    Le pendici del monte, sin dal 2.500 a.C (4.500 anni fa, quindi) vennero frequentate dall’uomo preistorico dell’età tardo Neolitica, che perpetrava antichi riti legati all’incinerazione dei suoi morti; l’uso cultuale dell’antro prosegue fino all’epoca storica. Questo avveniva all’interno della grotta di Bocca Lorenza, nel costone a sud-est del monte, poco sopra Santorso. In queste sepolture, accanto a resti umani “bruciati”, sono stati trovati svariati utensili in selce, frammenti dei rarissimi e spettacolari “vasi a bocca quadrata” (a quattro beccucci e con incisioni) denti di cinghiale e di cervo traforati, per ricavarne degli orecchini, o pendagli. Nella grotta di Bocca Lorenza, vennero scoperte anche due meravigliose asce in purissimo rame, forse di corredo funebre, tra le più belle mai rinvenute nel nord Italia. Già 4500 anni fa il monte era meta di pellegrinaggi preistorici da terre lontane e provenienti dal mare: sempre nella grotta, nella stessa stratigrafia Neolitica, sono state scoperte alcune conchiglie, gasteropodi marini (Columbella rustica), traforate a mò di elementi di collana. Forse frutto di scambi con le lontane popolazioni preistoriche del mare, forse lassù portate da queste genti lontane, attratte dal “sacro” monte. Bocca Lorenza si inserisce nella cultura delle “Grotticelle sepolcrali”. Il Monte Summano, anche in epoca successiva, ossia nell’età del Bronzo medio, attorno al 1400 a.C., mantiene inalterata la sua sacralità.

    Lo storico Leone Fasani, in uno studio del 1966 attesta la presenza, sulle pendici del monte, di un sepolcreto dell’età del Bronzo. Non si trovarono i corpi incinerati dei primi uomini portatori del segreto del bronzo, ma gli ossuari, ossia vasi biconici in cui le cui ceneri erano custodite. E’ la posizione, la sua forma, quel clima vario che può passare incredibilmente dalla mitezza mediterranea delle pendici, all’habitat alpino della cima, ad attrarre le genti nei millenni e nei secoli. E’ un’attrazione che ha del mistico: quel monte apparentemente isolato, che svetta al cielo, tramite tra terra, roccia e ciclo, quelle pendici fertili che si innalzano in dolce forma mammellare, quella cima con due gobbe, tra loro intervallate da una verde conca, è tutto questo insieme mistico-morfologico che ha richiamato da sempre genti e fedeli fin dalla pianura più remota.

    Il Giongo, storico thienese, racconta che le popolazioni antiche raggiungevano il Summano dagli Appennini, sino a Roma, tant’era la fama del “sacro monte”. Dalla “sacralità” preistorica, a quella paleoveneta: sulla cima del monte, vennero ritrovati anche 10 spendidi bronzetti, appartenenti probabilmente alla cultura paleoveneta forse dedicati alla dea Reithia, forse al tenebroso Summano. Alcuni raffinatissimi lavori erano chiaramente “cultuali”: divinità votive (forse Cerere?) che reggono i simboli dell’abbondanza, oranti con le braccia icasticamente protese in segno di offerta, una mutila “virtus” romana.

    Oggi quel patrimonio di preziose statuine non più alte di 10 cm, è stranamente disperso, come spiegano Ruitz, Koziovic e Pirocca; rimangono solo alcune foto, riportate nel testo, redatto dai tre studiosi, “Appunti su Santorso romana”. Tre bronzetti sono però riaffiorati e si possono ammirare nella mostra archeologica didattica di Santorso e, presto, nel Museo di Santorso. Gli autori, dopo avere presentato questi gioielli fotografici, in una nota ammoniscono: “Che questa inedita collezione di foto, serva di stimolo per una ricerca più approfondita sulla veridicità della tradizione secondo cui sulla vetta del monte sarebbe sorto un tempio sacro ad una divinità pagana”.

    Ai piedi del monte, nel 1981, venne scoperto anche un vasto villaggio dell’età del Ferro (attorno al V-II secolo a.C.) con la presenza di casette seminterrate, e la tomba di un infante, a conferma del magnetismo ininterrotto sviluppato dal magico monte. Basta fare pochi km e aggirare il monte verso l’imbocco della Valdastico e, sopra a Piovene, scopriremo altrettanta antica antropizzazione: un castelliere del bronzo medio (1500/1300 a.C), casette seminterrate dell’età del ferro, lance in bronzo, preziose ciotole con le anse ” a coma di bue”, spilloni e fibule in bronzo romane, assi e vittoriati ecc.. Nella preziosa “Carta archeologica del Veneto” ci sono ben 7 pagine di segnalazioni di luoghi archeologici nelle pendici del Summano, per un totale di una cinquantina di siti. Un autentico record da guinnes dei primati.



    Ovunque tombe e lapidi



    II Sommano è una autentica miniera per quanto concerne l’epoca romana: fibule, monete, anche in oro ed argento, crinali in bronzo, spilloni, ciottoli di granito con incisioni votive; lapidi e tombe, scheletri adagiati sulla nuda terra, sono stati rinvenuti ovunque, dagli orti di Santorso, ai campi di Piovene, sino alla ventosa vetta. Solo in parte tali e tanti materiali sono stati segnalati alle autorità, causa l’annosa incomprensione, favorita da una legge del 1939, tra appassionati e Sovrintendenza archeologica.

    Solo a Santorso ricordiamo: le tombe, protette da embrici romani, rinvenute a contrà Leve e già citate in un documento del 1291, una decina di tombe a San Carlo di Lesina, poi quelle in località San Cristoforo, le ossa combuste e frammenti di cranio di una probabile necropoli nel Colle del Castello, le tombe lungo la ex linea Ferroviaria Schio- Santorso-Thiene, il sepolcreto rinvenuto nel 1779 presso Cabrelle, la probabile necropoli in località Stradelle. La sacralità è dunque plateale, certa.

    Ma che prove abbiamo del tempio “che sorse sulla cima del monte” e della immensa statua del capro dalle coma d’oro che probabilmente sorgeva di fronte al tempio? Innanzitutto esistono alcune lapidi, rinvenute proprio sulla cima del Summano che sono di estremo interesse. “In agro vicentino in Monte Summano prope templum S.Mariae, in lapide albo”, venne ritrovata la lapide del famoso grammatico vicentino Remnio Palemone, citato da Svetonio e Giovenale e vissuto attorno al 30 a.C.

    Il Pagello scrisse all’amico Nicolo Volpe asserendo di avere visto con i propri occhi le spoglie di Palemone, rinvenute dai frati Girolimini sulla cima del monte. Il dotto Palemone pare avesse scelto proprio la vetta come luogo eletto per la sua sepoltura; altre lapidi accennerebbero proprio al tempio del Summano che racchiuderebbe l’idolo.

    La nobildonna romana, Argentina, colpita dal dolore ai polmoni (pleurite), volle essere sepolta nella cima del Summano presso il tempio di Giano (ma compaiono molte variazioni attorno a questa lapide ed esiste la possibilità che “arx lani” sia riferito ad Arzignano).

    Ecco il testo più attendibile della famosa lapide di Argentina, moglie di Q. Metello, iscrizione citata da Manuzio, Trinagio, Marzari, Barbarano, sino al Macca: Metelli Argentilla uxor Summanum visum pergens ad sergiam arcem Iani declinavi tibi lanum primum consule-rem sed laterum dolore confossa perij fato fortasse ut neutrum viderem sed arceianum me obreveret solum.

    Sembrano non avere bisogno di tante prove i “politeisti altovicentini”: per loro quella “leggenda” è vera in forma vitale. Non va nemmeno messa in discussione! Parliamo della “setta del Summano” (la gente l’ha conosciuta con questa impropria definizione), un gruppo di “pagani”, rigorosamente anonimi che pubblicano alcune riviste come “Paganitas”, “Luce Politeista”, “Studi politeisti”. Questi neo-pagani, dall’86, ad oggi, hanno innescato una autentica crociata “per restituire il Summano all’antica religiosità pagana ed abbattere l’offesa cruciata, ricostruendo l’antico tempio sacro a Giove”. Hanno scritto ai sindaci di Santorso, Schio, Piovene, al vescovo Nonis: i politeisti chiedono sì l’abbattimento della croce, ma soprattutto vogliono che venga riedificato l’antico tempio sacro a Giove e che vengano tollerati i loro culti pagani.



    Plutoni Summano aliisque Diis Stygis



    Addirittura il nome di Thiene potrebbe derivare dal tempio, sopratutto dall’aureo capro, o toro. “La storia di Thiene ha stretta attinenza con quella del Summano e chi non conosce bene la vera storia del Summano sin dai primi tempi, non può concepire nemmeno l’immagine della vera origine di Thiene” (A. Giongo, “L’origine di Thiene”, 1914).

    Secoli fa, venne recuperata (ma si sono perse le tracce) una lapide con le lettere “T.H.N.”, “scavando le fondamenta di uno di uno dei primi caseggiati della valle del Summano”. Per il Giongo quelle “sacre iniziali” stavano a significare “Taurus honor noster”, ossia “il capro è il nostro dio”. Da quella sigla nacque il nome di Thiene; verrebbe giustificata così anche la presenza dell’h. Questa origine divino-pagana di Thiene e del suo nome è stata fortemente avversata da molti storici, ma della presenza di tale lapide se ne fa accenno, pur con distacco, anche nel qualificato studio di Gabriele De Rosa (Storia di Thiene”, Serenissima editrice 1994) e la teoria viene ripresa in un articolo sul “Giornale di Vicenza” dell’88 dal documentato studioso thienese, Massimo Martini. Padre Macca’ (”Storia del territorio vicentino”, Caldogno 1815), storico e narratore, secondo noi degno di grande rispetto, scrive:”!! cieco gentilesimo, assuefatto già a consacrare le cime dei monti ai falsi suoi numi, consacrò la superiore delle due punte a Plutone, dio dell’Inferno, detto Summan, vale a dire “Summus deorum Manium”, il Sovrano degli dei Mani, ovvero delle ombre. Fu costruito a questa deità un superbissimo tempio, dentro il quale fu eretta la sua statua colla seguente iscrizione: “PLUTONI SUMMANO ALIISQ. DIIS STIGYIS”.

    A riprova che la “leggenda” del tempio è “storicamente” radicata, non solo negli animi pagani, ma anche nella cultura cristiana, basta entrare nella chiesa di Santorso. Nella lapide posta nella sinistra della chiesa di Santorso, si legge:” Summano fu Plutone, dio degli Inferi, secundo idolatrie de’ gentili, il cui simulacro era posto su questo monte, onde prese dall’idolo et il popolo vicentino vi sacrificava, per li suoi peccati et per l’anime”.

    Giongo, sulle ali di una forte suggestione promanata da questo sacro/pagano monte, scrisse :” II Summano presentava l’aspetto di inospiti selve e balze scoscese, servì ai veneri di sicuro asilo e sulla vetta più alta del monte innalzarono il loro idolo”.

    Secondo questo storico dei primi del ‘900, il tempio “adorato in tutta Italia”, da una prima contenuta struttura, venne allargato. Nella porta d’ingresso venne scritto a caratteri cubitali: “Plutoni, Summano, aliisque Diis Stygis” (dedicato a Plutone Summano ed agli dei dello Stige). Tale iscrizione che secondo altri storici ornava invece il basamento della statua dell’idolo, è ritenuta da tutti gli storici vera, autentica. Solamente il Momsen, una autorità in materia di iscrizioni, bollò come falsa tutta la faccenda. Il Barbarano scrisse che il tempio del monte Summano “fu per tutto il mondo celebratissimo e in grande venerazione presso i Gentili, i quali ad esso venivano fino da Roma in pellegrinaggio”.

    Il Da Schio, nel 1850 (Vocabolario vicentino) scrisse:”…! pastori chiamano per anche una delle sue vette l’idolo perché forse ivi eravi il simulacro del dio”.

    Battista Sainiello nel 1760 narra della venerazione del dio Plutone “e del suo enorme tempio”.

    Eusebio Giordano (ristampa del 1626) spiega con precisione :” Il tempio e l’idolo sono posti nel vicentino a 15 miglia lunge dall’antica città, appresso le Alpi”.

    Anche il Pigafetta in una relazione del 1580, conferma ” la presenza dell’idolo che si chiamava idolo del Summano”.

    Il Castellini parlando di questo idolo, dice che “da tutta Italia et altre provincie, vi concorreva gran numero di persone per haver da lui risposta”



    Dal mito alla realtà



    C’è una prova archeologica che da sola potrebbe spazzare via molte delle perplessità : “secoli fa venne rinvenuta, proprio sul Monte Summano, la lapide che avrebbe dovuto ornare il basamento della statua dell’idolo del Summano” (Ruitz, Pirocca, Koziovic, 1978). Recava scritto:” Plutoni Summano”, al dio Fiutone Summano. Secondo altri la scritta era:” Plutoni Summano aliisq. dis Stygiis”.

    L’iscrizione del basamento dell’idolo venne vista da molti ( ma oggi non si sa più nulla), dal Giordani, dal Manuzio, pure dall’esperto d’iscrizioni, il Momsen che però la collocò tra le spurie.

    Chiaro che tale iscrizione “dedicatoria” implicherebbe quantomeno un’ara votiva al dio Summano, od un luogo di culto.

    Importantissima l’iscrizione (riportata nella autorevolissima “Carta archeologica del Veneto” del 1989), rinvenuta a Piovene Rocchette nel 1816, come riferisce il Mozzi. L’iscrizione funeraria, su lapide in pietra locale, “venne reimpiegata nelle fondamenta della torre campanaria” e reca scolpite le lettere “M.D”. L’interpretazione delle due lettere è ancor più stimolante: “la presenza della formula D(is) M(anibus) induce a proporre una datazione posteriore alla metà del I secolo d.C.”, si scrive nella Carta archeologica del Veneto. “Agli dei Mani”, quindi, come avevano scritto molti studiosi; iscrizione chiaramente collegata alla religiosità del Summano e ad una probabile ara o tempio nella vetta. Fa certamente sorridere che tale lapide sia oggi cementata dentro un edificio cristiano, quasi a negarne l’esistenza (era però una pratica perseguita fino a 50anni fa), ma finalmente, per quanto non visibile, l’iscrizione non è andata persa, c’è. Esiste sì, ma non si può abbattere un campanile, o la canonica, come altri sostengono, o, nell’incertezza, entrambi. La lapide, in pietra locale venne rinvenuta in un colle sopra a Piovene, quindi nelle pendici del Summano (Sommo degli dei Mani).

    Nel 1650, Jacopo Giordani, stanco di “leggere leggende”, o mezze verità sul mitico tempio del Summano, decise di fare degli “scavi presso le fondamenta delle antiche rovine”. Non si sa dove abbia scavato e che cosa rimanesse del tempio nella metà del 1600; don Giordani rinvenne “ossa, ceneri, e medaglie (sta per monete antiche, n.d.r.) molte”. Nel 1812, il Mozzi affermò (”Cenni storici”) di avere visto sia le fondamenta, che parte del tempio.

    Il tempio, tutti sono concordi, se mai sia sorto, doveva essere nella gobba di sinistra del monte Summano, la più alta (1299 metri) dove oggi giganteggia la croce. In una antica mappa del 1652 con perizia vengono disegnate le due gobbe del monte e sopra quella di sinistra compare la scritta:” Hic erat olim Summano fanum” (qui un tempo sorgeva il tempio al dio Summano). C’è da dire che proprietario della mappa fu il Giongo che la pubblicò in suo libro. Non si conosce la provenienza. Proprio per installare quel colosso di cemento, nel 1932, in sostituzione di una scrostata croce lignea, si dovette costruire un basamento scavando la cima per ben 6 metri. Il racconto del Rando è preciso ed importantissimo: si tratta della prima vera notizia di uno scavo recente, per quanto non con finalità archeologiche. Questo non inficia le prove in quanto tali, anche se le priva di tutto un “contesto archeologico”: la stra-tigrafia, la profondità, le intrusioni di altre epoche/strati, la posizione. Il mero dato archeologico, però, esiste. Ebbene: “Vennero portate alla luce, ossa di molte varietà di animali, anche ossa combuste (antichi sacrifìci, o meri resti di pasto?) tra cui lupo e cinghiale, medagliette e molti cocci di vaso”, tutto questo nella cima da tutti indicata come “il” sito dell’antico tempio a Zeus. Purtroppo non si sa dove sia finito tale materiale; con le attuali conoscenze archeologiche basterebbe anche un rapido sguardo alla tipologia dei cocci di vaso, per comprenderne l’epoca e forse la destinazione d’uso. Quelli descritti dal Rando probabilmente erano veramente resti di antichi rituali.

    Ancora una volta, un velo d’ombra impone il condizionale: potrebbe trattarsi di reperti legati proprio al tempio del Summano, ma esistono anche altre possibilità. Nella favolosa raccolta (privata) del Cibin di Schio, esistono numerosissimi reperti rinvenuti sulla cima del Summano: monete romane e reperti “premonetali”, un “Filippo l’Arabo” d’argento, denti di cervo e di cinghiale traforati, asce cultuali e d’uso in rame, embrici romani bollati, frammenti fittili con sigle pseudo alfabetiche, e decine di vasi, o cocci di vaso che vanno dal 2500 a.C., sino all’epoca romana. Il Cibin è morto e la collezione è impenetrabile: vani i rapporti tra la Sovrintedenza di Padova e gli eredi, per la vendita. Il Rando nella sua “Storia di Chiuppano” cita anche un “tempietto alle Ninfe Auguste, una iscrizione votiva, ora al lapidario vicentino ed un monumento funerario di Caio Vario Prisco”.



    Conclusione



    Rutz, Pirocca, Koziovic, che non sono certo degli sprovveduti, nel 1978 pubblicarono un testo fondamentale: il già citato “Santorso romana”, l’unico studio che contenesse un capitoletto autonomo, per quanto di due pagine, sul tempio pagano del Summano. Attentissimi al dato documentale ed archeologico, i tre studiosi, per quanto concene “il tempio del Summano”, reputano “che esista una serie cosi numerosa di reperti da non far escludere la presenza di un tempio, od altro edificio pagano, sulla cima del monte Summano”. Questa ci sembra la sintesi più pacata e saggia. E così, a conclusione di questa estenuante ricerca vuoi libresca, vuoi archeologica, siamo tornati al punto di partenza, all’incertezza dell’inizio anche se questo “viaggio” ci ha mostrato molte cose e ci ha notevolmente accresciuti. Nessuna certezza sull’antico tempio e sul capro, o toro dalle coma d’oro massiccio, molti dubbi, ma anche parecchie disarmanti prove. Mai risolutive. Di certo, però, “qualcosa” c’era sulla cima del monte e qualcosa legato al culto, lo si evince dagli scritti, dalle prove e da una millenaria leggenda, stratificata che non può essere sorta così dal nulla. Simeone Zordan (”Da Thiene longobarda, a Padova longobarda”, Duomo ed.) si oppone drasticamente a quasivoglia ipotesi di templi pagani, dei Stigyi & affini, però conclude il suo testo con una riflessione:” E’ pur vero che il Monte Summano è il luogo ove la fantasia popolare si è sbizzarrita più di ogni altra parte”. Chiediamoci il perché di questo primato della leggenda e del Mito, proprio sulla vetta del Summano.

    Certo la leggenda è una rivolta ad una storia spesso piatta, grigia, monotona, ordinaria. Al popolo poco piace la realtà storica, mentre colpiscono molto di più i fatti grandiosi, spettacolari, teatrali ed alcuni storici certamente con questa leggenda hanno giocato, ingigantendo le meraviglie del Summano.

    Qualcuno ha prospettato che nella cima ci fosse semplicemente un luogo di culto, un locus sacer, un punto sommitale che poteva attrarre genti da tutta Italia, non necessariamente fornito di un grande un tempio. Poteva esserci un piccolissimo saccello, od anche una roccia con una certa strana conformazione, od anche una pianta millenaria, perché no (si legga nelle notizie curiose il cipresso di Santorso del 1850)? Di certo la cima del monte fu abitata e per lungo tempo. Lo attestano i soli rinvenimenti numismatici: le innumerevoli monete scoperte che abbracciano un periodo che va dalla metà del II secolo a.C, a tutto il IV secolo d.C. Il De Bon prospetta che nella cima del monte vi fosse una stazione militare alpina romana, strettamente collegata al famoso castrum scoperto ai piedi del monte (ove oggi sorge il centro commerciale Campo romano). Forse per un certo periodo, prima dell’avvento del Cristianesimo e in parte anche dopo, calcolando attardamenti locali, la cima del monte costituì un punto magico/sacro di preghiera per dei soldati. Forse successivamente il culto locale si estese alla popolazione e si allargò fuori dall’Altovicentino..



    E scaviamoci su



    E la dura dolomia trattiene ancora i suoi segreti e non li “molla”, ma anche la dura dolomia non può resistere alla nuova archeologia, ai nuovi sofisticati metodi di ricerca. Perché una volta per tutte, non si effettua una seria campagna di scavi nella cima, o nell’avvallamento tra le due cime, per conoscere finalmente il segreto del Summano? Basterebbe solo la volontà materiale: con le foto dall’aereo, dal satellite, con i raggi infrarossi, foto in possesso della Sovrintendenza Archeologica, dell’Università di Padova, del Centro ricerche archeologiche di Superfice diretto da Armando De Guio, già potremmo avere delle notizie importantissime. La prospezione “aerea” è la prima mossa. Ma nessuno si muove! Solamente uno sponsor potrebbe, di colpo, aprire il discorso-Summano; anche la meravigliosa fiaba del Summano, alla fin fine si riduce ad un mero discorso di soldi.

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    Predefinito Riferimento: Il monte Summano: dimora degli Dei

    Le cime o le alte vette sono da sempre dimora perfetta per le divinità,lo si è riscontrato in quasi tutte le culture mondiali.

 

 

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