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Discussione: La Grecia democratica (1974-1996)

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    Predefinito La Grecia democratica (1974-1996)

    Nell'estate 1974, dopo che la giunta dei Colonnelli aveva rovesciato l'arcivescovo e presidente cipriota Makàrios, la Turchia invase Cipro e il regime militare greco si dissolse. Il 23 luglio 1974 i colonnelli consegnarono il potere nelle mani dei politici che chiamarono il moderato Konstantinos Karamanlìs dall'esilio a Parigi, perché assumesse le redini del governo civile. Nonostante la resa incondizionata, il nuovo Stato democratico funzionava, all'inizio, in un meccanismo statale completamente controllato dagli strumenti dell'ex giunta. Oltre a doversi occupare di questioni di politica estera della massima urgenza, Karamanlìs era chiamato a sostituire in tutta fretta gli alti ufficiali con persone di sua scelta. Il suo governo però venne accusato di non aver accelerato il processo di "degiuntizzazione", e quando il Consiglio dei ministri fissò le prime elezioni democratiche il 17 novembre 1974, l'opposizione sostenne che i servizi statali e i poteri locali, infestati dagli agenti della dittatura, avrebbero condizionato i risultati delle urne. Nonostante queste critiche avessero basi di fondamento, le elezioni si svolsero in modo esemplare. Il sistema proporzionale rinforzato, che aveva determinato l'esito della maggior parte delle consultazioni post-belliche in Grecia, fu applicato ancora una volta. Il risultato - un trionfo per Karamanlìs e per il suo partito di nuova fondazione, Nuova Democrazia, che ottenne il 54% dei suffragi e 220 seggi in Parlamento - fu in alto grado emblematico dell'approvazione dei suoi sforzi per assicurare un cambio della guardia ordinato. L'Unione di Centro-Nuove Forze (centrista liberale) ottenne il 20,4% dei voti e 60 seggi. Non vi era una grande differenza nella base sociale e professionale fra i deputati liberali e quelli conservatori - in entrambi i gruppi parlamentari prevalevano gli avvocati -, mentre erano del tutto assenti stavolta dai due partiti sia gli operai sia i contadini. Nel 1974 il centro rifornì Nuova Democrazia e il Movimento Socialista Panellenico di alcuni ex membri.

    L'8 dicembre 1974 si tenne poi il referendum istituzionale, il sesto sul futuro della Corona nel XX secolo (1920, 1924, 1935, 1946, 1973), che si accordava con la voglia di cambiamento dell'opinione pubblica, dato l'annullamento di tutti gli atti politici dei colonnelli che l'avevano abolita l'anno precedente. Benché Karamanlìs mantenesse una posizione neutrale di fronte alla questione, il suo silenzio fu ampiamente interpretato come una condanna dell'istituzione che aveva destabilizzato la politica greca in molti momenti cruciali, specialmente negli anni '60, quando ci furono tentativi liberali di allontanare funzionari statali come poliziotti, personale militare e altri garanti dell'ordine che avevano una relativa libertà dal controllo pubblico, suscitando l'ira del Palazzo Reale e incoraggiando gli alti gradi dell'esercito a bloccare le riforme democratiche dello Stato. Il referendum quindi segnò il destino della monarchia col 69,2% dei voti contrari, a Creta votarono a favore della Repubblica oltre il 90% degli elettori. La redazione di una nuova Costituzione dopo il ritorno della democrazia, così come i sogni riformatori del premier, cominciarono dopo il referendum. Con un'ampia maggioranza di due terzi, venne presentato al voto in Parlamento un progetto costituzionale che prevedeva un forte potere al capo dello Stato secondo il modello gollista francese. Il piano ottenne forti critiche da quanti erano contrari alla limitazione dei poteri parlamentari.

    La Costituzione del 1975 sostituì quella del 1952 (che era stata provvisoriamente ripristinata) e fu l'esito di un compromesso fra il tentativo del governo di creare uno Stato presidenziale e quello di coloro che difendevano i privilegi parlamentari. Fra gli altri cambiamenti vi fu la sistemazione del quadro legale dei rapporti fra Stato e Chiesa. Era abolita la clausola che il presidente fosse ortodosso e che giurasse che avrebbe difeso la religione ortodossa. L'articolo 3 riconobbe l'ortodossia come fede dominante, ma il 13 garantiva libertà religiose, di coscienza e di culto. I salari e le pensioni del clero ortodosso greco erano versati dallo Stato. La nuova Costituzione rese più forte il ruolo del potere esecutivo rispetto a quello legislativo e dotò il capo dello Stato di poteri che altre democrazie parlamentari non avevano. Il presidente era eletto dal Parlamento per cinque anni e aveva il potere di dichiarare guerra e sottoscrivere accordi internazionali. Ebbe anche il diritto di veto su promulgazioni di leggi anche con una maggioranza di tre quinti in Parlamento. Il presidente aveva anche il potere di sciogliere il Parlamento se riteneva che esso non esprimesse più la volontà popolare o se non fosse riuscito a garantire un governo stabile. Nonostante le divergenze sulle competenze presidenziali, questa Costituzione raccolse un ampio consenso, perché tentava di superare le vecchie inerzie e sventure, coniugando la tradizione parlamentare greca con la civiltà costituzionale europea. Konstandìnos Tsànos, noto intellettuale e amico intimo di Karamanlìs, venne eletto dal Parlamento il 19 luglio 1975 come nuovo presidente della Repubblica. Karamanlìs dovette fronteggiare molte questioni legate alla politica estera. Il suo governo rifiutò reiteratamente di aderire ai paesi non allineati e, dopo la normalizzazione interna, espresse il desiderio che il paese fosse reintegrato nelle strutture della NATO. I tentativi di reintegrazione furono intralciati dalla Turchia, che poneva il veto e che, pretendeva la ridistribuzione di zone di controllo operativo nell'Egeo. Durante i suoi premierati post-dittatura, Karamanlìs si trasformò in un politico liberale e affrancò il suo schieramento dall'incondizionato sostegno agli USA e alla NATO. C'era voluto un disastro di proporzioni tali come quello di Cipro, perché si scatenasse l'ira dei conservatori greci verso i tradizionali sentimenti di devozione all'alleanza occidentale. Il ruolo della Grecia come interlocutore fra gli Stati balcanici, sempre sospettosi l'uno dell'altro, si giovò notevolmente alla Conferenza di Helsinki nell'estate 1975. Qui Karamanlìs si assicurò l'accordo della Romania, della Bulgaria e della Jugoslavia per un incontro fra viceministri ad Atene nel 1976 come cooperazione politica bilaterale. La visita di Karamanlìs a Mosca, nel 1979, giunse al momento opportuno per un significativo approccio della Grecia all'URSS sia per l'impostazione sovietica alla prosecuzione degli accordi bilaterali balcanici. Karamanlìs non si perse d'animo nonostante l'Europa sud-orientale divisa in schieramenti e continuò a ricercare un'immediata collaborazione politica, costruendo relazioni di fiducia.

    Oltre ai cambiamenti politici e costituzionali, dopo la caduta della dittatura avvenne un significativo mutamento del clima culturale. L'interesse, quasi esclusivo, per la nebulosa idea della "grecità" che aveva dominato gli intellettuali della vecchia generazione, quella di Pikiònis e Konstandìnis, dei pittori Chatzikyriàkos-Ghìkas, Tsarùchis e del Premi Nobel Sefèris e altri, a poco a poco aprì la strada a un'influenza più cosmopolita. Una nuova generazione di artisti, letterati, compositori e registi (Tàkis, Tsoklìs, Kunèllis, Savvòpulos, Anghelòpulos, ecc.) assorbirono in modo molto più deciso le forme espressive occidentali. L'emancipazione sociale e politica divenne una questione molto importante negli anni '70, dal momento che il vecchio spirito della guerra civile (1946-1949) si era affievolito e l'incubo della giunta si era allontanato, e le attese sempre maggiori del popolo greco, soffocate sul piano politico dalla giunta, erano tornate a galla con slancio. Lefthèris Pùlios e Vasìlis Steriàdis introdussero in Grecia, con ritardo, la Beat generation americana come forma di opposizione occulta al regime militare, ma persero la loro voce dopo la dittatura.

    Il trionfo di Karamanlìs durante le prime elezioni post-dittatura avevano segnato il desiderio popolare di vedere la stabilizzazione della democrazia, l'esigenza di un cambiamento prese nuovo impulso nelle successive elezioni del 1977, nelle quali Nuova Democrazia vide la sua quota di voti scendere al 41,8% e quasi dimezzarsi i seggi in Parlamento. In queste elezioni il Movimento Socialista Panellenico, sotto la guida di Andrèas Papandrèu, si assicurò il 25,3% dei suffragi, aumentando la sua consistenza parlamentare fino a 93 seggi e relegando l'Unione centrista, dalla quale proveniva, dal terzo posto con l'11,9% dei voti. Un'evoluzione positiva fu che le libertà politiche senza precedenti di cui godevano i greci, dal 1974 in poi, affrancarono la politica dei partiti dall'intransigenza e dal fanatismo degli anni precedenti.

    Fin dalla dittatura, il protagonista moderato della ricostruzione democratica greca aveva fatto riferimento all'orientamento europeo del paese come nuova "Grande Idea". La piena integrazione nella Comunità economica europea, coronata dal successo nel maggio 1979, dopo complicati negoziati, fu il sigillo della perseverante ricerca di una “organica presenza greca in Occidente”. La discussione all’interno del paese sui vantaggi e gli svantaggi dell’integrazione, fra il 1975 e il 1981, si focalizzava soprattutto su questioni ideologiche. Karamanlìs doveva, in primo luogo, occuparsi dell’economia. L’eredità della giunta era stata un’inflazione, un deficit enorme nella bilancia dei pagamenti e la recessione economica. Applicando una mite politica di sviluppo, il governo procedette all’adozione di una serie di misure economiche che avrebbero portato immediato sollievo, per conservare la pace sociale durante la difficile transizione. Queste misure comprendevano un adeguamento verso l’alto dei salari più bassi, l’aumento dello stipendio base dei dipendenti pubblici, l’imposizione di una tassa ai redditi più alti, una diminuzione progressiva del controllo dei crediti concessi, la ristrutturazione degli investimenti pubblici e interventi rapidi per il ristabilimento delle relazioni con la Comunità europea. Gli indicatori economici diventarono positivi, ma il capo del governo greco ammonì i datori di lavoro quanto i lavoratori dei nuovi pericoli: l’aumento del prezzo del petrolio, i gravami della difesa e pretese irrazionali. Nel maggio 1976 il direttore della Banca di Grecia, Xenofòn Zolòtas, descrisse come soddisfacenti gli sviluppi economici del paese e il progresso stabile. Il PIL aumentò del 5% e gli investimenti aumentarono soprattutto grazie al settore pubblico e all’edilizia e il paese superò l’Irlanda per reddito pro capite. I negoziati ufficiali cominciarono il 27 luglio 1976, nonostante la CEE avesse suggerito un periodo propedeutico decennale prima di diventare membro a pieno titolo. Papandrèu minacciò che un suo governo sarebbe uscito dalla Comunità europea, nei suoi discorsi infuocati in campagna elettorale, nel novembre 1977, continuò a ripetere che l’ingresso della Grecia nella CEE avrebbe consolidato il suo ruolo marginale come satellite del sistema capitalistico, avrebbe reso impossibile un piano nazionale, avrebbe minacciato gravemente l’industria greca e avrebbe portato alla scomparsa dei contadini. Secondo lui la Grecia doveva costruire relazioni come la Norvegia, permettendole di mantenere il controllo totale sulla sua economia e sui movimenti di beni e capitali.

    Benché i negoziati proseguissero speditamente, nel gennaio e nel marzo 1978 Karamanlìs visitò Londra, Parigi, Bruxelles, Copenhagen, Lussemburgo, L’Aja e Roma per chiederne il sostegno. Quando tornò ad Atene, dichiarò che c’era la reale certezza che la Grecia sarebbe stata un nuovo membro della CEE. L’accordo di adesione fu sottoscritto ad Atene il 28 maggio e poi ratificato dal Parlamento greco il 28 giugno 1979. Gli oppositori all’integrazione europea, cioè il Movimento Socialista Panellenico e il Partito Comunista Greco si ritirarono dal Parlamento e Karamanlìs si ritrovò a discutere con “assenti” e il 1° gennaio 1981 la Grecia entrò a far parte della CEE come decimo membro effettivo.

    Il premier si ritenne soddisfatto del suo operato, era consapevole di non essere un leader popolare né un oratore in pubblico e sapeva che il ritorno alla normalità significava che i suoi servigi non sarebbero più stati necessari, poiché il dilemma “Karamanlìs o i carri armati” era stato superato coi carri armati ormai innocui nelle caserme. Karamanlìs rivelò al Consiglio dei ministri la sua volontà di rivendicare la presidenza della Repubblica. Il Parlamento lo elesse il 5 maggio 1980 con 183 voti e come leader di Nuova Democrazia gli succedette Gheòrghios Ràllis. Mentre le elezioni generali del 18 ottobre 1981 portarono ad una strepitosa vittoria del socialista Papandrèu. In due interviste rilasciate alla rete televisiva americana ABC e al programma tv Panorama della BBC, il nuovo premier greco dichiarò che il suo governo avrebbe chiesto al nuovo presidente della Repubblica di far svolgere un referendum sull’adesione della Grecia alla CEE. Poiché i punti di vista erano cambiati, la pace era assunta come situazione fisiologica, poiché la democrazia era diventata uno stile di vita più che un desiderio vano, poiché il dissenso su temi nazionali era diventato lecito, poiché l’economia migliorava e i greci si sentivano sicuri nei loro confini, cominciarono a cambiare le opinioni degli occidentali sulla Grecia. I socialisti greci ottennero il 48% dei voti e 172 seggi. Nuova Democrazia passò all’opposizione col 35,8% e 118 seggi. Papandrèu stregò il corpo elettorale diffidente alle politiche precedenti, cioè il rigore fiscale e l’aumento della competitività. I festeggiamenti del trionfo del “cambiamento” (per la prima volta nella storia greca vinceva un partito socialista) alludevano che la Grecia si era spostata a sinistra. La “destra” era stata esorcizzata come forza demoniaca che aveva perseguitato il paese per decenni e non doveva esserle permesso di rifarlo e s’insinuò una decisa retorica anti-americana. Lo stesso Papandrèu era professore di un’università americana, sposato con un’americana ed era stato liberato dalla giunta militare per intervento del presidente USA Lyndon Johnson.

    Papandrèu disse che avrebbe rappresentato “il movimento dei non privilegiati” e, in effetti, pochissimi greci erano tra i “privilegiati”, attingendo quindi da tutti i gruppi sociali. La logica impossibilità di qualunque formazione politica di rendere qualcuno “un privilegiato” non aveva alcuna importanza per il premier. Ciò che fecero i socialisti fu sviluppare un metodo populista di arroccamento delle masse scontente intorno a un piano volutamente vago di “cambiamento”. La Grecia contemporanea era governata da élite filo-occidentali che attingevano le loro ispirazioni dall’Illuminismo, ponendo l’accento sullo sforzo personale e favorendo la competitività insita nel libero mercato, ma conobbe anche l’opposto di questa tendenza: uno Stato paternalistico che estendeva la sua protezione a quelli che si sentivano “non privilegiati” e serbavano rancore verso le élite tradizionali. La proclamata teoria dell’uguaglianza e il modello di potere privo di mediazioni attraverso la leadership carismatica ebbero una potente eco fra tutti quelli che cercavano un risarcimento per le sofferenze del passato.

    Karamanlìs vedeva l’Europa come un baluardo contro la progressiva deriva del paese verso l’isolamento. Il paradosso fu che questo ingresso nella CEE avvenne quando al governo arrivò la cultura trionfante dei “disprezzati”. Il vecchio zelo socialista euroscettico nel dipingere Bruxelles come centro di potere occulto rese difficile il dietrofront politico di Papandrèu davanti ai suoi sostenitori. Il suo partito attuò un diversivo tra il 1982 e il 1983, inventando una rinegoziazione dell’adesione greca alla CEE che, invece, altro non era che un memorandum di misure di sostegno desiderate, che chiedeva una gestione particolare a causa di “difetti strutturali” della Grecia. Il paese rifiutò un trattamento speciale ed era ormai tardi per uscire dalla Comunità e la sua classe dirigente non lo voleva. Come promesso comunque, la Grecia ottenne un particolare finanziamento che equivalse ad una vittoria politica per Papandrèu e pose enfasi sulla ridistribuzione delle risorse all’interno dei paesi membri. Poi, in ogni caso, non fece più parola sull’uscita del paese dalla CEE e col tempo, la Grecia divenne sempre più dipendente dalla Comunità e poiché i capitali cominciavano a scorrere al suo interno, persino i socialisti dovettero accettare l’inevitabile e finalmente, nel 1985, lo stesso Papandrèu annunciò che non sarebbero usciti perché sarebbe costato molto di più che rimanere.

    Negli anni ‘80, con l’aumento del prezzo del petrolio, uno sviluppo contenuto e il precipitare dei salari, la Grecia incontrò le prime difficoltà. I socialisti, dopo la vittoria elettorale, presero in prestito denaro da ogni parte per finanziare spese consumistiche e un ipertrofico, inefficiente, settore pubblico, così come un sistema di previdenza sociale che, ben presto, portò il paese sull’orlo del fallimento, con contributi previdenziali artificiosamente mantenuti su livelli bassi, mentre le retribuzioni diventavano sempre più generose. L’indice di prestito richiesto nel settore pubblico salì dall’8,1% nel 1980 al 17% nel 1985. Questa non era una politica redistributiva che prendeva ai ricchi per dare ai poveri, ma una politica che caricava tutti di debiti. Si crearono clientele politiche tra partito e la macchina statale, che portò all’ininterrotta elefantiasi di quest’ultima per soddisfare la bulimia delle prime. La produttività pro capite cadde al 3% e furono colpite le esportazioni. Come accadeva in analoghe circostanze, la via d’uscita durevole, semplice sulla quale cadde la scelta fu la svalutazione della Dracma del 15% nel gennaio 1983. Questa misura si rivelò un totale fallimento, poiché il governo aveva introdotto la scala mobile sui salari e qualunque eventuale vantaggio della competitività fu immediatamente vanificata per l’aumento dei prezzi causa svalutazione e dei costi di produzione. Papandrèu dovette ammettere che i greci consumavano più di quanto producessero e l’economia greca era ritornata al punto di partenza. Alcune aziende riuscirono a sopravvivere, mantenendo guadagni bassi e infimi investimenti. Altre imprese continuarono ad ottenere prestiti dalle banche greche fino a trovarsi al fallimento. Le difficoltà si moltiplicavano, ma il premier socialista non modificò la sua politica.

    I socialisti si rifiutarono di sostenere Karamanlìs per il secondo mandato di presidente e alle nuove elezioni del 2 giugno 1985 lo slogan di Papandrèu fu la promessa di “giorni ancora migliori” e di una lotta fra luce e tenebre. Nel suo programma si rivendicava di aver liberato la Grecia dalle forze straniere e promise di opporsi a eventuali pressioni per dialogare con la Turchia, di combattere l’inflazione, il passaggio nel pubblico della produzione, l’aumento delle pensioni, un miglioramento della previdenza sociale e investimenti alle cooperative agricole. Il Movimento Socialista Panellenico ottenne una facile vittoria col 45,8% e 172 deputati, permettendogli di seguire tale programma senza intralci tra destra e sinistra radicale. L’introduzione della scala mobile consentì alle persone con redditi medi e bassi di vincere il ritmo dell’inflazione. Il controllo dei prezzi e la protezione dei lavoratori dai licenziamenti ebbero una ricaduta negativa sulle imprese, ma facevano guadagnare consenso tra i greci. Gli imprenditori, la classe dirigente e gruppi di professionisti optavano per Nuova Democrazia (con la nuova leadership di Konstandìnos Mitsotàkis) col 40,8% e 126 deputati, mentre il Partito Comunista ebbe il 9,8% e 12 deputati. Il centrodestra adottò la ricetta liberista, promettendo di diminuire il ruolo dello Stato e di fornire incentivi per la rinascita del settore privato. I continui riferimenti di Mitsotàkis alla crescente dipendenza dai prestiti esteri, per finanziare uno Stato caro e inefficiente, toccavano il nervo scoperto della lotta elettorale.

    Dall’ottobre 1985 ci fu una maggiore stabilizzazione economica, inaugurata sempre dai socialisti che si erano assicurati un prestito di 1,75 miliardi di dollari da parte della CEE e tale pacchetto conteneva: la svalutazione della dracma del 15%, la diminuzione del prestito e una restrittiva politica monetaria. I salari caddero sensibilmente, mentre i guadagni degli imprenditori aumentarono per la prima volta dopo anni. Tuttavia, il tentativo del Movimento Socialista di moderare il suo populismo economico non durò a lungo. Nel 1987, presagendo che il suo ascendente elettorale stava scemando, Papandrèu congedò il professor Kòstas Simìtis, ministro dell’Economia e artefice di quel programma. Così, i socialisti si concessero un incremento delle spese in vista delle elezioni del 1989.

    Nel febbraio 1988 avvenne l’incontro a Davos dei rispettivi primi ministri di Grecia e Turchia, segnando un allentamento della tensione tra i due paesi. Papandrèu prese coscienza del fatto che i reiterati e pressanti appelli al popolo greco avrebbero intorpidito la sensibilità sulle controversie con la Turchia. L’aggravio delle spese militari sulla problematica bilancia dei pagamenti e il prolungato servizio militare, che minava l’immagine filo-popolare del governo, convinsero il premier a prendere l’iniziativa di innalzare la crisi tra le due nazioni. Nella primavera 1988, il ministro degli Esteri turco, Mesut Yilmaz pose la questione della minoranza turca nella Tracia greca e negò che i soldati turchi potessero ritirarsi da Cipro. Benché si segnalasse un certo progresso in direzione dello sviluppo di un rapporto di fiducia per evitare incidenti nelle acque dell’Egeo, lo spirito degli incontri persero le loro energie. La Grecia “socialista” in questi anni cercò di esercitare una politica estera “indipendente” nel periodo in cui il Movimento dei non allineati era in declino e Papandrèu optò per stringere legami con alcuni paesi neutrali ai due blocchi, fondamentalmente anti-occidentali, del Nord Africa e del Medio Oriente. Il leader socialista si coalizzò con altri cinque Stati, quali Messico, Argentina, Svezia, India e Tanzania, per promuovere un mondo denuclearizzato e continuò ad esercitare pressioni per la creazione di zone senza armi nucleari nei Balcani. Si inimicò l’Europa occidentale e gli USA quando si trattò di condannare l’Unione Sovietica, accattivandosi le simpatie di Mosca, ma provocò il disappunto di Washington, il cui sostegno era molto più importante per la sicurezza della Grecia.

    Nel 1986, mentre calava il carisma del premier socialista, venne cambiata la Costituzione, per limitare significativamente i poteri del presidente della Repubblica, trasformandolo in un elemento decorativo che non aveva più la facoltà di sciogliere il Parlamento, di licenziare il governo, di indire le elezioni, di sospendere determinati articoli costituzionali o di proclamare lo stato d’assedio. I socialisti si assicurarono che in futuro nessun capo dello Stato, indipendentemente dal suo orientamento politico, sarebbe stato in grado di minacciare un governo socialista, benché Karamanlìs, ad esempio, non si fosse mai opposto a qualsiasi atto del governo né avesse mai fatto uso dei poteri dei quali disponeva. La versione greca della “coabitazione” si rivelò tanto tranquilla per Papandrèu che lo riconobbe lui stesso. Alla fine degli anni ‘80, la Grecia era rimasta dietro persino al Portogallo e all’Irlanda nel tentativo di agganciare la media europea del PIL, mentre il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (OCSE) e la Commissione europea pubblicavano relazioni inquietanti sulla Grecia. Tutti segnalavano come la sua economia fosse inchiodata ad un circolo vizioso di bassi investimenti e di lento sviluppo, di deficit, di alta inflazione e di una rigida politica di credito. Sempre alla fine del decennio, il capo di governo socialista si ritrovò impelagato in uno scandalo di corruzione molto grave. Koskotàs, proprietario della Banca di Creta e accusato di aver sottratto grandi quantità di denaro ai clienti della banca, fuggì negli Stati Uniti dove fu arrestato l’11 novembre 1988. In seguito qui fu incarcerato ed estradato in Grecia solo successivamente. Koskotàs affermò che Papandrèu aveva ordinato alle aziende cretesi di depositare i capitali nella sua Banca e che era stato corrotto con il denaro rubato, ma questi venne poi assolto da tutte le accuse, mentre due suoi ex ministri furono condannati.

    Le affermazioni di Koskotàs erano state troppo circostanziate per essere ignorate, alcuni ministri si dimisero e furono indette le elezioni nel giugno 1989. Il sistema introdotto dai socialisti, che attendevano la sconfitta, diminuì drasticamente il numero dei seggi destinati come premio di maggioranza al primo partito. I socialisti scesero al 40%, Nuova Democrazia col 45% non poté formare un nuovo governo e prese parte ad una coalizione insieme ai comunisti, per un mandato a termine. Alle nuove elezioni del novembre 1989, Nuova Democrazia prese il 46% dei voti e non riuscì di nuovo a formare un governo monocolore e poiché i comunisti erano riluttanti ad andare al governo con Papandrèu prima che si concludessero gli scandali, i tre partiti maggiori del Parlamento formarono un governo di unità nazionale con a capo l’anziano banchiere Xenofòn Zolòtas. Il peggioramento della situazione economica portò anche lui a rassegnare le dimissioni e allo svolgimento di nuove elezioni nell’aprile 1990. Mitsotàkis riuscì a ottenere la maggioranza necessaria per formare il governo con l’aiuto di un piccolo partito: Rinnovamento democratico. Il Movimento Socialista ottenne il 39% dei voti e Synaspismòs (Coalizione della Sinistra, dei Movimenti e dell’Ecologia) l’11% dei voti. Arrivò la fine della prima epoca dei socialisti al governo del paese. Il metodo populista di partecipazione alla politica ebbe un lato positivo, poiché incorporò nel sistema politico vari strati di sinistra che ne erano stati esclusi all’epoca della guerra civile. Alcune importanti conquiste civili si ebbero coi socialisti: la riforma dell’antiquato diritto di famiglia, l’introduzione del matrimonio civile, l’abolizione dell’istituto della dote, l’uguale protezione dei figli nati fuori dal matrimonio e il divorzio consensuale.

    Il primo ministro Mitsotàkis si prodigò per migliorare le relazioni con gli USA attraverso un accordo di cooperazione difensiva nel luglio 1990, che regolasse il funzionamento delle basi e delle installazioni americane sul suolo greco per i successivi anni. Il sostegno della marina militare all’Alleanza atlantica durante la Prima guerra del Golfo, contribuì a rasserenare le relazioni greco-americane e Mitsotàkis fu il primo capo di governo ellenico a visitare Washington dopo un trentennio. La Grecia mise il proprio spazio aereo e le basi militari a disposizione delle forze della coalizione NATO. L’isola di Creta costituì una base importante per le operazioni americane durante il conflitto. Ma la questione di politica estera più importante che Nuova Democrazia si trovò ad affrontare quella che riguardava il paese posto ai suoi confini settentrionali, che si era autodefinito “Macedonia”. La questione del nome del nuovo Stato provocò fermenti in Grecia e, da allora, ne segnò la politica estera.

    Nel gennaio 1992 sorse una complicazione nelle relazioni greco-bulgare, quando la Bulgaria riconobbe l’ex Repubblica socialista jugoslava come Stato indipendente col nome di Macedonia. Il ministro degli Esteri bulgaro, Stojan Ganev, rese chiaro che quella decisione non comportava il riconoscimento di uno Stato macedone distinto nato da un referendum di autodeterminazione dell’8 settembre 1991. La sensibilità della Macedonia greca era sollecitata dai ricordi degli scontri e delle rivendicazioni del passato, specialmente quando l’uso di quel nome era accompagnato da pretese sulle omonime regioni greche e bulgare. Il premier Mitsotàkis mostrò diplomazia riguardo l’onomastica dello Stato slavo nascente. Il ministro degli Esteri greco Andònis Samaràs riconobbe la Slovenia e la Croazia indipendenti, e riuscì a far adottare alla CEE una mozione che poneva dei presupposti per il riconoscimento. La mozione conteneva il divieto di mire territoriali ai vicini Stati membri della Comunità o alla propaganda ostile. Tuttavia, con scarso contributo dei politici, fuorché del Partito comunista, si creò il delirio nei mezzi d’informazione greci con la paura che Skopje monopolizzasse il termine “Macedonia”, che assunse il nome internazionale di FYROM (Former Yugoslavian Republic of Macedonia). Anche quando Samaràs venne licenziato e Mitsotàkis assunse per sé la carica di ministro degli Esteri, dovette conservare le tesi fondamentali a causa delle pressioni interne.

    Mentre i legami tra Grecia e Albania si estesero con un accordo commerciale frontaliero, firmato nell’aprile 1988, quando la prima aveva rinunciato alle sue pretese territoriali nel sud del paese. Il destino della minoranza greca nella seconda rimaneva un tema scottante, rappresentata poi da alcuni deputati nel Parlamento albanese. La caduta del comunismo albanese e il peggioramento socio-economico del paese portò in Grecia 500mila immigrati clandestini all’inizio degli anni ‘90. Con la Romania, invece la Grecia non ebbe mai questioni in sospeso e, anzi, l’aiutò nell’integrazione europea e nella NATO.

    La Grecia svolse il ruolo di mediatore internazionale per i Balcani in questo decennio, contribuendo alla liberazione del presidente bosniaco Alija Izetbegović dalla prigione serba di Sarajevo nella primavera 1992 e al mantenimento dei contatti fra Ibrahim Rugova, il leader dei kosovari albanesi, e il governo di Belgrado in quell’anno. Mitsotàkis recitò un ruolo chiave per l’accordo di Atene per la Bosnia nel maggio 1993 e si adoperò per migliorare le relazioni con Ankara, ma il suo tentativo di promuovere un trattato di non aggressione non diede frutti, perché la questione cipriota rimaneva in sospeso e il governo turco non faceva concessioni.

    Frattanto, sul piano economico si segnalarono alcuni sviluppi cruciali. La necessità di fronteggiare i gravi problemi interni si rivelò urgente per il governo di centrodestra; Mitsotàkis affrontò le prospettive del pareggio di bilancio, della chiusura delle aziende statali in crisi e della contrazione del settore pubblico. All’inizio degli anni ‘90, nonostante una serie di scioperi, Nuova Democrazia riuscì ad eleggere i sindaci di Atene e Salonicco. Però l’inflazione galoppava, il costo del lavoro aumentava, le ricchezze nazionali erano prosciugate dal debito pubblico e le entrate fiscali diminuivano mentre l’evasione trionfava quanto mai. Col settore privato sul punto di crollare dopo un decennio di cattiva gestione socialista, il sistema della previdenza sociale sostanzialmente fallito, lo sviluppo intorno all’1%, la disoccupazione in crescita e il settore pubblico più bulimico che mai, la credibilità greca era nel suo punto più basso. Bruxelles era infuriata per la pessima gestione dei fondi comunitari, speso soprattutto nel consumismo, mentre l’opinione pubblica si estraniava in un modo pericoloso dalle istituzioni politiche. I problemi erano spaventosi, ma persino così Nuova Democrazia doveva procedere lentamente, a causa della maggioranza risicata. Il governo di Mitsotàkis abolì la scala mobile, popolare tra i salariati e questi s’infuriarono non appena la persero. Tra il 1990 e il 1993 i salari scesero del 13%. Come ministro dell’Economia giunse Stèfanos Mànos, professore ad Harvard, che volò a Bruxelles per calmare l’ira della Commissione. Al suo ritorno, la sua cruda schiettezza scioccò i colleghi. Chiese una completa revisione della politica economica, un radicale cambiamento di tattica, in piena trasparenza con l’Unione europea e un serio tentativo di privatizzazioni. Una riforma molto efficace fu quella bancaria, che fino ad allora subiva ingerenze statali. La legislazione fece comprendere al diritto greco la gran parte delle linee guida europee sui servizi bancari, cosa che segnò un progresso significativo. Il credito di consumo fu liberalizzato e fu consentito ai greci di aprire presso le banche greche conti con valuta straniera. Venne pianificata la progressiva abolizione dell’obbligo delle banche di finanziare il deficit fiscale. Lo Stato si appoggiava storicamente sul sistema bancario per finanziare i suoi deficit. Fu la cosiddetta deregulation ellenica che lasciò maggiore libertà alle aziende di rinnovarsi, il governo chiuse i servizi che erano stati creati dai socialisti e che erano state progettate per risanare le aziende fallite. Il finanziamento di 200 miliardi di dollari all’Organizzazione per la ricostruzione, sostegno meccanico ad aziende moribonde, fu abolito.

    Dal 1° gennaio 1992 le pensioni e i salari sostanzialmente si stabilizzarono. Il settore privato non ne fu influenzato. Il governo imponeva semplicemente misure di austerità ai suoi lavoratori, come ogni datore di lavoro aveva diritto a fare, quando si trovava di fronte allo spettro del fallimento. La legge emanata nell’aprile 1992 dette la possibilità al ministro di imporre limiti ai conti per il pagamento dei salari di tutte le imprese pubbliche. Nel paese ci furono ondate di proteste e scioperi. L’aumento delle aliquote sugli interessi dei depositi bancari e del 40% sul diesel, così da adeguarsi ai livelli europei, si rivelò impopolare. Mànos, tuttavia, non si lasciò spaventare e spiegò che potevano aumentare le tasse o tagliare gli investimenti, “come avevano fatto i socialisti”. Queste posizioni ricevettero encomi da Bruxelles, per il tentativo del governo ellenico di razionalizzare la politica economica. Le elezioni, comunque, non si vincevano ristabilendo una rigorosa disciplina fiscale, né coi commenti entusiasti degli stranieri. Riduzione del deficit, di solito, significava contrazione delle spese statali e quindi un’importante fonte di reddito per molti. Il disappunto per le misure di austerità rese probabile la rinascita dei socialisti. Così, quando Papandrèu promise che il voto socialista avrebbe avuto il ritorno degli anni ‘80, molti elettori greci abboccarono. Nuova Democrazia pagò lo scotto nel tentativo di fermare la decadenza economica.

    Dopo il rigettato tentativo di far chiamare lo Stato di Skopje “Slavomacedonia”, il 9 settembre 1993 due deputati defezionarono da Nuova Democrazia e costrinsero il governo a indire nuove elezioni, che si svolsero il 10 ottobre 1993 e diedero ai socialisti il 47% dei voti e 170 seggi, mentre il centrodestra fu sconfitto col 39,3% e 111 seggi. Mitsotàkis si dimise da leader del partito e Miltiàdis Èvert ne assunse le redini. Il periodo radicale di Papandrèu era finito, nel suo discorso in Parlamento pronunciò appena la parola “socialismo” e rinviò a tre priorità strategiche per la nazione: sviluppo, stabilità e stato previdenziale. Nominò Alèkos Papadòpulos come ministro delle Finanze, col mandato di agevolare l’ingresso del paese all’Unione economica e monetaria europea. Ciò lasciò al Movimento Socialista, quale scelta pressoché unica, quella di seguire più o meno lo stesso sentiero di Nuova Democrazia.

    Il 16 febbraio 1994, il primo ministro greco sospese il trasporto delle merci da e verso Skopje, con l’eccezione di beni di prima necessità, per motivi umanitari. Con quest’azione sperò di accrescere il riconoscimento, così come di ravvivare l’interesse dell’ONU, della UE e degli USA intorno alla questione macedone. L’embargo greco provocò una tempesta di proteste, ma risvegliò l’attenzione internazionale nell’inverno 1995 e peggiorò la posizione greca e accattivando simpatie alla Macedonia ex jugoslava. Le gravi condizioni di salute del primo ministro greco lo confinarono poi in casa, da dove impartiva istruzioni ai suoi ministri e dove la giovane consorte Dìmitra Liàni, un’ex hostess della linea aerea Olimpic, accrebbe, poco per volta, la sua influenza, decidendo addirittura chi dovesse incontrare il marito. Benché non fosse più in grado di governare, Papandrèu resistette ancora per poco e il 17 gennaio 1996 si piegò alle richieste del quadro dirigente di partito e rassegnò le dimissioni. Il gruppo parlamentare scelse Kòstas Simìtis come nuovo leader. I deputati avevano capito che l’epoca del populismo era passata e che l’unico modo di mantenere il potere era dare a un moderato filoeuropeo un’occasione per dimostrare il suo valore. Il nuovo primo ministro socialista rassicurò la UE che i fondi per il paese non sarebbero stati sperperati, mantenendo l’economia ad un ritmo basso. Nella metà di questo decennio la Grecia distese dunque i propri rapporti con tutti gli Stati balcanici, compresa la Macedonia, anche se quest’azione passò inosservata. Polo d’attrazione di un milione circa di profughi per motivi economici e immigrati clandestini dagli Stati ex comunisti, la Grecia divenne una fonte vivente di sostegno per l’Europa sud-orientale e gli imprenditori greci estesero le loro attività a Tirana, Sofia, Belgrado e Skopje.

    Il 23 giugno 1996 morì Papandrèu e il sociologo Nìkos Muzèlis procedette nell’analisi del populismo greco, presentando il fenomeno come un metodo di mobilitazione e di integrazione trasversale di massa, così come uno spazio di rinnovamento degli attori politici. Il tradizionale sistema clientelare era un processo molto più lento per ottenere la mobilitazione e più conservatore per mantenere l’ordine costituito. Queste relazioni clientelari tra deputati e un numero di elettori furono esercitate estesamente dai politici socialisti. Durante i loro governi si verificò la rinascita della società “segmentata” greca, che si opponeva alla modernizzazione e allo sviluppo. La società borghese era un concetto estraneo per il greco medio e la borghesia stessa soffriva degli assalti populisti. Simìtis era immacolato dalla corruzione e insolitamente non carismatico, un mite docente universitario che si mostrò più intelligente del suo apparato burocratico di partito. Separò l’esercizio della politica dalle influenze della vecchia guardia, libera di saccheggiare impunemente lo Stato.

    Fonte: Thanos Veremis e Ioannis Koliopulos
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    Quando Garibaldi è giunto nel Regno borbonico, questi era già finito. Se Garibaldi non fosse arrivato, Franceschiello invece di scappare da Gaeta rischiava di finire al patibolo, e nessuno l'avrebbe salvato. (Marc Monnier)

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    Predefinito Re: La Grecia democratica (1974-1996)

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    Quando Garibaldi è giunto nel Regno borbonico, questi era già finito. Se Garibaldi non fosse arrivato, Franceschiello invece di scappare da Gaeta rischiava di finire al patibolo, e nessuno l'avrebbe salvato. (Marc Monnier)

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    Predefinito Re: La Grecia democratica (1974-1996)

    quando in grecia c'erano i colonnelli molti personaggi di sinistra sono scappati in italia.
    con mia madre lavorava una biologa greca che era stata assunta con un contratto di tipo speciale (era straniera, non poteva aver fatto un concorso). si diceva che era stato il PCI a dare una mano per l'assunzione in un ente pubblico e che la spacciassero per sarda (il cognome finiva con la lettera "U"). il marito era uno del P. comunista greco, credo che rischiasse la vita ad atene. lui, per lavorare, aveva messo su una ditta di import-export di prodotti ellenici tipo olive e olio. mi ricordo che da bambino ero andato una volta a cena a casa loro e che avevano un figlio più piccolo di me. poi sono tornati in grecia quando la dittatura è caduta, o poco dopo, perché per ricordarmi quel giorno doveva essere almeno il 1976 (sono del 1972). molti anni dopo sono tornai in vacanza dalle nostre parti e li ho rivisti con piacere. forse facevano tutti e due i docenti universitari.

 

 

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