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    Predefinito Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Contro Fini, Ferrara e Montezemolo.

    PERCHÉ BERLUSCONI HA RAGIONE?



    Caro amico, gentile amica, la maggioranza degli Italiani ha sentimenti di Destra, se per Destra intendiamo un sostanziale attaccamento ai fondamenti della nostra Civiltà Cristiana ed al Magistero di Pietro, la cui Cattedra fu dalla Provvidenza incastonata nella nostra terra come un diamante incastonato dal gioielliere su di un anello.

    La Sinistra, preso atto della situazione, ha usato tre tattiche concorrenti: la prima é stata quella di dare alle sue bandiere una riverniciata cristiana, ove il collettivismo diventa un rimedio all’egoismo e l’odio all’autorità invece una difesa della dignità della persona.

    La seconda, quella di far entrare propri elementi nelle fila degli ambienti piú a Destra, per guidarli secondo le convenienze del progressismo.
    La terza, quella di etichettare come “populismo” ogni attenzione alle secolari radici che la Civiltá Cristiana ha impiantato nel nostro Popolo.
    Giuliano Ferrara, ma non solo lui, é un buon esempio di queste scelte tattiche.

    Con viva cordialita',
    Suo
    Fabio Bernabei
    Presidente
    Centro Culturale Lepanto


    Molti osservatori sono rimasti sconcertati dalla reazione scomposta di Giuliano Ferrara in seguito alla decisione di Silvio Berlusconi di mettere Gianfranco Fini di fronte alle conseguenze delle proprie innumerevoli prese di posizione contro la politica del PdL e del suo leader.

    Tale reazione si è soprattutto concretata in una irata intervista concessa al “Corriere della Sera” del 30 luglio c.a., dove il direttore de “il Foglio quotidiano”accusa il Presidente del Consiglio di aver cacciato una persona che voleva “continuare lealmente a collaborare nello stesso partito” (1) [e qui ricordiamo che da mesi autorevoli finiani sostenevano che la frattura fra Fini e Berlusconi era insanabile (2), mentre il Ferrara se la prendeva principalmente con Berlusconi: “Tutto sommato direi che il Cav. dovrebbe preoccuparsi, per una volta, della sua lealtà verso gli altri”, (3)].

    Nella stessa intervista l’”elefantino” afferma che l’immagine del Premier “è brutta” (4), ed è “di forte faziosità” (5).

    Ferrara si domanda inoltre: “L’anomalia Berlusconi ha prodotto delle cose importanti, ma ha ancora delle cose da dire al Paese?” (6) e si risponde: ”L’anomalia berlusconiana oggi produce più che altro instabilità” (7).

    Successivamente, pur avendo ripreso toni più diplomatici, il direttore de “il Foglio quotidiano” non rinunciava ad attribuire ad un “Silvio Berlusconi, sempre più curioso nei suoi comportamenti” (8) una “ricezione follemente provocatoria del suo ruolo” (9).

    Come mai la rottura fra i due cofondatori del PdL ha tanto scosso il Ferrara?

    La risposta è nel fatto che egli ha dovuto constatare l’ennesimo fallimento della linea adottata in Italia dalla Sinistra fin dai tempi di Gramsci e Togliatti, ossia di “modernizzare” l’opinione pubblica italiana tramite l’ausilio di partiti che si presentano con una facciata di CentroDestra ma che di fatto dovrebbero veicolare l’Italia Cattolica, quella stessa che rifiutò la Riforma luterana e calvinista, quella stessa che oppose alla Rivoluzione francese i moti delle Pasque veronesi, dei Viva Maria, dei Sanfedisti e via dicendo, verso il rifiuto della quasi bimillenaria fedeltà alla Cattedra di Pietro.

    Lungi dall’affidarsi esclusivamente alle capacità del Partito Comunista di egemonizzare e dirigere i corpi sociali italiani, un celebre editoriale della rivista “L’Ordine nuovo”, che gli studiosi tendono ad attribuire al Togliatti piuttosto che al direttore Gramsci, esprime chiaramente il calcolo che sia il Partito Popolare di Don Sturzo a dissolvere le resistenze cristiane (10), “modernizzando” infine l’Italia.

    Ricordo che l’ala più “moderna” del capitalismo italiano, ossia la FIAT di Agnelli, chiese al Gramsci di tenere dei corsi alle proprie maestranze (11).

    Tale linea Togliatti la seguì, con l’appoggio del PCUS di Mosca, fino alla sua morte.

    Essa fu ribadita dall’analisi che Enrico Berlinguer fece del fallimento della politica di Salvador Allende in Cile, nel 1973.

    Tuttavia, malgrado le “conquiste” nichiliste dell’introduzione del divorzio e dell’aborto, la Democrazia Cristiana in mezzo secolo di governo si dimostrò incapace di portare al suicidio la Cattolicità italiana.

    La Sinistra volle quindi provare l’esperimento di dare al Partito Socialista, che negli anni di governo del CentroSinistra aveva voluto sottolineare il suo distacco dal PCI, una capacità di conquistare il consenso degli Italiani di Destra.

    Il segretario socialista Bettino Craxi varò quindi il cd. “socialismo tricolore”, e lasciò circolare nell’opinione pubblica voci che lo volevano “figlio segreto” del Duce Benito Mussolini.

    Il fallimento anche di questo tentativo coincise con la fine della cd. I Repubblica.

    Gli stessi ambienti intellettuali che avevano sostenuto il tentativo craxiano convinsero allora un brillante imprenditore di quell’entourage a formare dal nulla un nuovo movimento, denominato dopo accorti sondaggi “Forza Italia”, destinato a conquistare il consenso dell’Italia Cattolica per poi, finalmente, modernizzarla.

    Il caso, o la Provvidenza, volle però che questo imprenditore avesse non solo una grande capacità comunicativa, ma anche una capacità di entrare in sintonia con le aspettative del suo popolo oggettivamente superiore alla media dei nostri contemporanei, e per di più, reso edotto dalla fine che l’establishment aveva riservato al Craxi, fosse deciso a seguire assai più i desideri del Popolo Sovrano piuttosto che quelli degli ingrati Poteri Forti.

    Nasce così l’anomalia Berlusconi, come viene spregiativamente chiamata da quegli intellettuali che trovano assurdo che il rappresentante di un Popolo Sovrano segua le sue indicazioni invece di quelle di un’oligarchia che ha dichiarato guerra alla umana natura ed al suo Creatore.

    Alla Forza Italia del 1994, movimento che nacque anche con l’appoggio ed i consigli di Marco Pannella, si è sostituita quindi la realtà politica che oggi si qualifica come quella parte degli Italiani, tuttora la maggioranza, che sono sostenitori di Silvio Berlusconi e basta.

    Molti degli intellettuali che accompagnavano Berlusconi all’inizio della sua avventura politica si sono quindi scoraggiati; altri invece non demordono, come appunto il nostro Giuliano Ferrara. Giuliano Ferrara, che dal Partito Comunista passò a sostenere il tentativo craxiano e poi la prima Forza Italia, più volte amaramente deluso, ora ha come solo fine la “riduzione del danno”, ossia cercare di limitare quanto più riesce la libertà d’azione di Berlusconi, sempre con l’aria di consigliarlo per il meglio.

    Solo per rimanere a questo ultimo anno, ricordiamo come il Ferrara tentò di convincere il leader del PdL a non tenere, alla fine della campagna per le elezioni regionali, la grande manifestazione del 20 marzo u.s. in Piazza San Giovanni a Roma.

    L’intuizione del Cavaliere di organizzare in appena una settimana un evento che risollevasse l’elettorato del PdL dallo sconcerto provocato dal pasticcio della presentazione delle liste elettorali, fu definita sulla prima pagina del quotidiano diretto dal Ferrara “una tremenda cazzata” (12), e successivamente un articolo apparso sullo stesso quotidiano [oltreché deridere l’organizzazione dell’evento per pretesi trucchi miranti a mimetizzare un possibile fiasco: “Pure a mettere il palco a metà dello sterrato, pure a fare ombra con migliaia di grandi bandiere” (13)] concludeva presagendo il fallimento: “Ma certo, dà un’angoscia, piazza San Giovanni… ’Piazza Grande’, per dirla con Lucio Dalla. Troppo grande. Un San Giovanni Moderato, speriamo non decollato”(14).

    Ovviamente l’intuizione del Cavaliere fu coronata da un inaspettato successo sia di folla che di risultato elettorale.

    Fini era diventato così un elemento indispensabile secondo Ferrara per allontanare Berlusconi dal popolo italiano: “Ma lui ha cercato e cerca di battersi per un partito meno legato al puro gesto populista del capo. Io credo che su questo abbia ragione lui (…) Berlusconi è uno che nei suoi momenti migliori ha tenuto dentro anche Pannella! (…) a Berlusconi torna utile avere dentro Fini, sennò diventa il reuccio populista” (15).

    In effetti le intenzioni programmatiche manifestate dall’ambiente finiano hanno suscitato l’approvazione di un “grande vecchio” del Comunismo italiano come Alberto Asor Rosa: “I think tank della Fondazione Fare Futuro ci avevano promesso (…) una destra liberale moderna, aperta persino alle acquisizioni storiche ideali e al costume di una certa sinistra – la tolleranza, una legalità umanitaria, i diritti dell’uomo e dell’ambiente” (16), come anche dell’autorevole editorialista de “La Stampa” Barbara Spinelli, esponente della Sinistra di establishment, la quale esalta “la cultura della legalità che il Presidente della Camera andava difendendo con forza (…)

    La sinistra non ha avuto né il coraggio né l’anticonformismo del Presidente della Camera” (17).

    Il deputato pidiellino di estrazione radicale Benedetto Della Vedova spiega infatti così la sua decisione di schierarsi con Fini: “E’ l’unico che ha capito che va rilanciato il connotato moderato, liberale ed europeo del PdL. Invece demonizziamo la Ru486, facciamo campagne confessionali e sull’immigrazione stiamo con Le Pen” (18).

    Ma la frustrazione per i continui fallimenti del progetto togliattiano non hanno impedito a Giuliano Ferrara di spingersi anche più in là e di corteggiare la Destra Cattolica, pubblicando articoli di suoi autorevoli esponenti e partecipando a conferenze da questi organizzate.

    Molti di questi esponenti hanno ingenuamente corrisposto al corteggiamento in quanto vittime di una ghettizzazione durata anni ed anni. Tutti comunque sono stati costretti a vedere i loro meritori scritti apparire al fianco, ad esempio, ad una intera pagina dedicata alla parlamentare del Partito Democratico Anna Paola Concia, nota omosessualista, la quale viene appunto esaltata per il suo fascino sessuale (19).

    La visione che l’elefantino ha della sessualità tende infatti a contraddire l’asserzione che “Il Foglio quotidiano” abbia “un impianto filosofico integralmente ratzingeriano” (20).

    Quando SS. Papa Benedetto XVI ha colto l’occasione del pur fazioso e malamente motivato attacco al Vaticano con il pretesto della pedofilia clericale per imporre agli uomini di Chiesa una più decisa difesa della Castità, il “ratzingeriano” quotidiano non si è schierato con il Romano Pontefice ma ha anzi deprecato “la resa senza condizioni alla ossessiva campagna secolarista sulla pedofilia del clero” (21).

    Giuliano Ferrara, d’altronde, già da tempo ha cercato invece di problematizzare la questione, pubblicando diversi articoli pro e contro quello che è stato definito, bestializzando la natura umana, l’educazione sessuale dei cuccioli d’uomo (22).

    E’ facile quindi presagire ulteriori fallimenti per il pur astuto calcolo togliattiano che tuttavia presenta due debolezze di fondo: la prima è di non credere alla Divina promessa fatta a Pietro ed agli Eredi della Sua Cattedra, “Non prevalebunt” (Matteo 16, 18), promessa implicitamente ribadita nell’episodio, così carico di simboli, della camminata sulle acque (Matteo 14, 25-33), ove le debolezze di Pietro non impediscono al Signore di aiutarlo; la seconda è quella di fondarsi sulla duplice oligarchia che ha acquistato il potere in Occidente dopo il 1789.

    L’uso del termine oligarchia non in senso negativo ma in senso abbastanza, non del tutto, neutro, si ritrova nella cd. “teoria delle élites” (23) maturata fra Ottocento e Novecento grazie alle indagini di diversi studiosi sulla natura e le articolazioni del ceto dirigente europeo all’indomani della tempesta rivoluzionaria dell’89 che aveva mirato a scardinare il sistema aristocratico di ancien régime.

    Fra questi Roberto Michels (1876-1936), sociologo tedesco naturalizzato italiano che nella sua opera più celebre, intitolata Sociologia del partito politico, edita in tedesco nel 1911, in italiano nel 1912, in francese nel 1914, e in inglese nel 1915, enunciò la sua cd. Legge ferrea dell’oligarchia.

    Il Michels osservò infatti che un’élite di potere è destinata a nascere dovunque un gruppo di esseri umani costituisca una società, una organizzazione, sia pure essa un partito di impostazione democratica ed egualitaria come il partito socialista nato a fine Ottocento: in Germania nel 1875, in Italia nel 1892, in Inghilterra nel 1900 ed in Francia nel 1905.

    Il partito socialista è stato il modello di tutte le burocrazie di partito, anche di altri orientamenti ed ha costituito, per così dire la “forma partito” moderna, il “partito organizzativo di massa” o “partito di apparato” (24) ed ha conosciuto il suo pieno sviluppo nel Partito Comunista novecentesco, con i suoi quadri dirigenti di politici professionisti.

    Ma i teorici delle élites non hanno limitato alla burocrazia di partito il ruolo di ceto dirigente, anzi uno dei primi studiosi della questione (25) è proprio quel Claude Henri de Saint-Simon (1760-1825) che teorizzò il ruolo di élite dirigente per gli imprenditori ed i manager industriali e finanziari, suscitando con ciò una vivace polemica, all’interno dell’ambiente intellettuale e politico progressista francese del tempo, con lo scrittore Stendhal (pseudonimo di Henri Beyle, 1783-1842), il celebre autore dei romanzi Le Rouge et le Noir (1831) e La Chartreuse de Parme (1839) e con il pensatore politico Benjamin Constant (1767-1830).

    Curiosamente, l’appunto mosso dal rivoluzionario Stendhal alla pretesa del ceto manageriale di essere élite dirigente solo in quanto ha ottenuto grandi profitti, anche facendo sacrifici di fatica e di risparmio, ma senza fare sacrificio di propri legittimi interessi per il bene della comunità nazionale (26), richiama quello mosso dal controrivoluzionario Plinio Corrêa de Oliveira: “In questo elenco di élites, non vanno dimenticate quelle che muovono la vita economica di una nazione, nell’industria e nel commercio. (…) Tuttavia, lo scopo immediato e specifico di queste professioni è l’arricchimento di coloro che l’esercitano, ossia è solo arricchendosi a proprio vantaggio che, ipso facto e per una conseguenza collaterale, arricchiscono la nazione. E questo da solo non basta a conferire alcun carattere di nobiltà a queste professioni. In effetti, è necessaria una speciale consacrazione al bene comune – e soprattutto a ciò che questo ha di più prezioso, ossia la formazione cristiana della civiltà – per conferire un certo splendore nobiliare ad una élite. Tuttavia, quando le circostanze offrono a industriali e commercianti l’occasione di prestare al bene comune notevoli servizi, con rilevante sacrificio di interessi personali, e sempre che questi servizi vengano effettivamente prestati – questo splendore rifulge anche in quanti abbiano svolto con adeguata elevatezza d’animo la propria attività commerciale o industriale” (27).

    Se Stendhal non tollerava nel ceto manageriale la mancanza dello spirito cavalleresco del suo personaggio Fabrizio del Dongo, da parte sua il politico per vocazione, anche se liberale di stampo britannico, Benjamin Constant, temeva invasioni di campo da parte dei manager, e malgrado non avesse simpatia per lo Stendhal, rese pubblico, in una lettera al giornale “L’opinion”, il suo appoggio alle tesi dello scrittore, affermando che la pretesa di dare un ruolo politico dirigente al ceto manageriale si presentava “come un nuovo complotto del materialismo per togliere all’uomo una parte dei suoi attributi e dirigere tutta l’attività degli individui come quella delle società verso un solo scopo, la ricerca degli interessi puramente materiali” (28).

    Malgrado queste polemiche, il ceto manageriale emerse fra Ottocento e Novecento a livello dirigente accanto a quello partitico, come le due diverse gambe di ferro, entrambe però con “i piedi in parte di ferro, in parte di creta” (Daniele, 2, 33), dello Stato moderno.

    Nel corso del Novecento sono stati condotti vari studi sul ceto manageriale come élite dirigente, in particolare, come ovvio, negli Stati Uniti d’America: cito qui i nomi di Lawrence Dennis, James Burnham, detto il”Marx dei managers” (29), Adolf Berle e Gardner Means, Robert Brady, ecc. Cosa hanno in comune le due gambe, le due élites che reggono lo Stato moderno?

    Se in epoca classica greco-romana ed in quella medievale, cioè da sempre, la prosperità economica e la stabilità politica di un paese sono attribuite dalla maggioranza dei pensatori al rispetto dei valori e della virtù, anzitutto da parte dell’élite sociale e poi, per imitazione, da parte delle altre classi (30), la cultura moderna privilegia sui valori morali le conoscenze tecnicoscientifiche, le quali dovrebbero permettere di ottenere il successo indipendentemente dal rispetto della Religione e della buona volontà degli uomini.

    Attenzione, qui non si sta parlando della costruzione di un palazzo, di un ponte o di un acquedotto, e perciò della necessaria conoscenza delle leggi fisiche e delle tecniche costruttive e di manutenzione per farli funzionare: qui si sta parlando della stabilità di una società civile e della sua prosperità.

    Invece il ceto partitico si costituisce classe dirigente grazie al primo “partito d’apparato” burocratico-centralista, quel partito socialista divenuto modello per tutti gli altri, proprio levando la bandiera del “socialismo scientifico” marxista, ove il materialismo storico-dialettico è proclamato, seguendo la vulgata cui accenna nei suoi scritti Eric J. Hobsbawm (31), come fosse “la nuova scienza in grado di spiegare le leggi del movimento reale della Storia, con una precisione simile a quella della fisica, dell’astronomia e delle scienze naturali in genere.” (32).

    Perciò “l’ideale etico non ha niente a che fare con il socialismo scientifico, che è la ricerca scientifica delle leggi di movimento e sviluppo dell’organismo sociale” (33).

    Ancor prima, il ceto manageriale aveva proclamato, dalle pagine del giornale “Le Producteur” la propria conoscenza scientifica in grado di assicurare alla “vecchia Europa il progresso dei lumi e del benessere” (34), potendo “determinare in maniera positiva e dettagliata, tramite la conoscenza e la costituzione in leggi <scientifiche> dei fatti generali del passato, lo scopo dell’azione attuale della società, l’ordine dei rapporti morali e politici corrispondenti e i lavori che devono prepararne la fondazione” (35).

    D’altronde Adam Smith aveva già scritto che “una società umana, se la osserviamo in una luce in qualche modo astratta e filosofica, ci appare come una grande, immensa macchina” (36), ove i valori morali e le virtù non hanno senso: “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione dell’interesse proprio” (37).

    Il benessere della società non richiederebbe che le élites sociali siano di esempio a tutto il popolo di sobrietà e laboriosità ma che conoscano “una scienza completamente nuova: la scienza delle forze economiche analoga alla scienza delle forze astronomiche. Cito l'astronomia che in effetti è il modello cui prima o poi deve avvicinarsi la teoria della ricchezza sociale. Fatti naturali nel senso che sono e restano superiori alle convenzioni sociali [Leggi: religione, N. d. R.], e che si impongono alla volontà umana; leggi anch'esse naturali e quindi necessarie (…) fatti e leggi che richiedono un'ampia e feconda applicazione del calcolo e delle formule matematiche. L'analogia è completa e impressionante" (38).

    Lo stesso discorso si applica ai “mercatisti” apostoli della “scienza del caos” (39).

    Ora entrambe le gambe dello Stato moderno hanno visto frantumarsi la loro credibilità: le cd. infallibili leggi scientifiche che affermavano di padroneggiare hanno provocato solo disastri.

    La pubblica rivelazione del loro fallimento è avvenuta in tempi diversi, la fine del secolo scorso per il ceto partitico, la fine del primo decennio del secolo presente per il ceto manageriale.

    Anche i modi sono diversi, per la loro diversa natura del loro potere sulla società civile: accettando il lessico gramsciano il ceto partitico si può definire “classe dominante”, (40) in quanto attraverso la funzione legislativa e governativa esercita un dominio effettivo, un comando efficace sui cittadini dello Stato.

    Nello Stato-partito per eccellenza, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ove il dominio della burocrazia partitica era arrivato al sommo grado, la crisi del ceto partitico ha avuto caratteri di efficacia fattuale pari all’intensità del dominio, e perciò un crollo materiale, drammatico, che ha visto le strutture sociali andare letteralmente in pezzi.

    Invece, sempre accettando il lessico gramsciano, possiamo definire il ceto manageriale “classe dirigente”, in quanto “si impone attraverso il consenso, ovvero esercita l’egemonia sugli altri gruppi sociali” (41)

    Perciò, nello Stato ove l’élite manageriale, identificata con la mitica Wall Street, ha esercitato la massima influenza, la crisi avrà gravissimi effetti ma una dinamica necessariamente diversa da quella che abbiamo visto scatenarsi nell’URSS.

    Quali sviluppi potrebbe avere questa crisi?

    Innanzitutto precisiamo che frantumazione della credibilità delle élites dello Stato moderno non vuol dire scomparsa di questi ceti o cessazione delle attività di loro competenza, ma una loro mutazione.

    Mutazione vuol dire che i ceti dirigenti non potranno più imporre al popolo sacrifici dei propri diritti naturali e rinunce ai propri valori come avvenne fra il XIX ed il XX secolo, e tutto in nome di perfettissime leggi scientifiche, riguardanti l’economia e la società, le cui sedicenti previsioni senza errore giustificavano la repressione del secolare buon senso popolare.

    Non casualmente in Italia, laboratorio politico dell’Occidente, il crollo del ceto partitico ha visto, nei primi anni 90, l’esplosione del fenomeno Silvio Berlusconi.

    Il suo ormai innegabile senso politico, gli ha suggerito di smarcarsi dalla tutela che i vertici della cupola manageriale italiana volevano imporgli, costringendolo a quelle cd. “misure impopolari” che sono il pane quotidiano di chi ha il dominio delle infallibili leggi scientifiche che dovrebbero regolare la società umana.

    Quel disegno è fallito: quando gli avversari dell’attuale Presidente del Consiglio lo accusano di populismo, non sanno di fargli un complimento.

    I popoli occidentali nel corso dell’Ottocento si sono ritrovati Sovrani ma sotto la reggenza dei due ceti di cui sopra: ora, avendo perso il titolo a questa reggenza, ossia la conoscenza delle infallibili leggi scientifiche della società, l’élite ne deve trovare un altro, che possiamo anche chiamare populismo appunto, ed un populismo cristiano.

    Non è casualmente che Silvio Berlusconi ha portato i suoi figli ad inginocchiarsi di fronte al Pontefice Romano ed ha proclamato il suo massimo rispetto verso la Santa Sede.

    Non casualmente egli ha stretto amicizia personale con quel George W. Bush i cui indubbi slanci personali di populismo cristiano sono stati arrestati dal guinzaglio impostogli dai Cheney e dai Rumsfeld, e da quel gruppo di intellettuali neo-Trotsztkisti che hanno deciso di continuare la loro guerra contro lo Stato con la denominazione di “Neo-Con”.

    Non casualmente Berlusconi ostenta la sua amicizia con quella parte di nomenclatura ex sovietica che ha deciso di lasciar perdere l’instaurazione del Socialismo nel mondo intero per chinare il capo, insieme al suo popolo, di fronte alle sacre Icone di Cristo e di Sua Madre.

    E se il futuro dell’élite politica occidentale non potrà non essere il populismo cristiano, malgrado l’opposizione rancorosa di “logge” e di “salotti buoni” e di marxisti fuori tempo massimo, il futuro della élite finanziaria non potrà che essere, parimenti, populista: grande attenzione agli imprenditori che portano il benessere nel loro territorio, piuttosto che ai lupi della finanza globalizzata; attenzione alle famiglie e così via. Perché, come ci ricorda Plinio Corrêa de Oliveira, “essendo la democrazia il governo del popolo, ed essendo il concetto della dottrina sociale della Chiesa sul popolo profondamente diverso da quello neopagano corrente – nel quale per popolo s’intende solo la massa” (42), il disprezzo che circonda il termine di populismo non solo è infondato, ma nasce dalla malafede.

    Il grande pensatore brasiliano ci ricorda l’inse- gnamento di SS. Pio XII: “Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, massa, sono due concetti diversi.

    1) Il popolo vive e si muove per vita propria: la massa è di per sé inerte, e non può che essere mossa che dal di fuori.

    2) Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali – al proprio posto ed nel proprio modo – è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aspetta l’impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gli istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera.

    3) Dalla esuberanza di vita di un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato ed in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune.” (43).

    Non per caso la parola populismo è considerata una parolaccia su quegli organi di comunicazione che si autodefiniscono orgogliosamente mass media, mezzi di comunicazione di massa. Ruolo delle élites non deve essere quello di legare il popolo su di un letto di Procuste sul quale torturarlo con l’applicazione di cd. infallibili leggi scientifiche, che in realtà sono spesso assurde e contraddittorie.

    Invece, come insegna il Magistero di Pietro che devotamente diffuse il Corrêa de Oliveira: “là ove vige una vera democrazia, la vita del popolo è come impregnata di sane tradizioni, che non è lecito di abbattere” (44) ma che anzi vanno difese e rivitalizzate.

    La cosiddetta “crisi dei mutui subprime” distruggendo la credibilità dell’élite manageriale vent’anni dopo che era caduta la credibilità della burocrazia di partito, offre all’élite imprenditoriale e finanziaria ed all’élite politica l’occasione di rapportarsi al popolo sovrano non in nome di sedicenti infallibili leggi scientifiche della Storia o dell’Economia, ma in nome di quelle che il Romano Pontefice ha definito “Leggi della Vita”.


    NOTE

    1 M.T. Meli, Ferrara: Silvio sbaglia e pagherà un prezzo. Oggi la sua anomalia produce instabilità, in “Corriere della Sera”, 30 luglio 2010.
    2 Cfr. M. Bartocci, Fini è debole, le sue idee no, in “il manifesto”, 23 aprile 2010.
    3 Giuliano Ferrara, Ridateci il Cav. scomparso in questa terra, interminabile litigata, in “Il Foglio quotidiano”, 3 maggio 2010.
    4 Ferrara: Silvio sbaglia, cit.
    5 Ibidem.
    6 Ibidem.
    7 Ibidem.
    8 G. Ferrara, L’arcitaliano, in “Panorama”, 12 agosto 2010.
    9 G. Ferrara, Dare un senso al caos, in “Il Foglio quotidiano”, 31 luglio 2010.
    10 Antonio Gramsci, L’Ordine nuovo. 1919-1920, Torino, Einaudi, 1987, p. 274.
    11 A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1977, p. 125.
    12 Anonimo, Eccesso di legittima piazza. Nel Pdl manifesteranno tutti convinti, ma non capiscono bene perché. Dubbi sul messaggio politico, in “Il Foglio quotidiano”, 12 marzo 2010.
    13 SDM, “Grande è proprio grande, qui non basta il palco in mezzo (vecchi trucchi)”, in “Il Foglio quotidiano”, 17 marzo 2010.
    14 Ibidem.
    15 M.T. Meli, Ferrara: Silvio eviti brutti gesti. Ha tenuto dentro anche Pannella, in “Corriere della Sera”, 22 aprile 2010.
    16 Alberto Asor Rosa, Un governo di ricostruzione democratica, in “il manifesto”, 8 agosto 2010.
    17 Barbara Spinelli, La sinistra non tiene il passo di Fini, in “La Stampa”, 8 agosto 2010.
    18 D. Martirano, A. Trocino, Della Vedova: seguirei Fini. La Mussolini: riconciliazione, in “Corriere della Sera”, 17 aprile 2010.
    19 Cfr. S. Di Michele, Di sinistra, ma sciupafemmine, in “Il Foglio quotidiano”, 10 luglio 2010.
    20 F. Cundari, D’Alema torna al lavoro, in “Il Foglio quotidiano”, 11 giugno 2010.
    21 Editoriale, Chiesa, sventramenti in corso, in “Il Foglio quotidiano”, 26 giugno 2010.
    22 Cfr. G. Ferrara, Che ne facciamo di Polanski? Nel mondo pansessualista muoiono l’eros, la paideia, l’educazione dei cuccioli [SIC! N.d.R.]), in “Il Foglio quotidiano”, 16 ottobre 2009.
    23 Cfr. Giorgio Sola, La teoria delle élites, Bologna, il Mulino, 2000.
    24 Nicola Matteucci, Partiti politici, in N.Bobbio, N.Matteucci, G. Pasquino, Dizionario di politica, Novara, De Agostini, 2006, p.724.
    25 G. Sola, cit., p.47.
    26 Cfr. Stendhal, Di un nuovo complotto contro gli industriali, Palermo, Sellerio, 1988.
    27 Plinio Corrêa de Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, Settimo Milanese, Marzorati, 1993, p.
    28. 28 Marco Diani, Introduzione, in Stendhal, cit., p.17.
    29 G. Sola, cit., p.37.
    30 Plinio Corrêa de Oliveira, cit., p.59.
    31 Nereo Tabaroni, Materialismo storico, in N. Abbagnano, G. Fornero, Dizionario di filosofia, Novara, De Agostini, 2006, p. 597.
    32 Op.cit., p.593.
    33 Ibidem.
    34 Cit. in Stendhal, cit., p.82.
    35 Cit. in op.cit., p. 42.
    36 Cit. in Piero Barucci, Adam Smith e la nascita dell’economia politica, Milano, A. Mondadori, 1991, p.27.
    37 Cit. in op.cit., p. 28.
    38 Paolo Ramaccioni, Lo specchio meccanico dell'economia, Camerino, Università degli Studî, 1990, p. 11.
    39 Cfr. Ferdinando Azzariti, a cura di, Il caos nuova regola di mercato, Milano, FrancoAngeli, 2006.
    40 G. Sola, cit., p.18.
    41 Ibidem.
    42 Plino Corrêa de Oliveira, cit., p.77.
    43 Op. cit., pp. 49-50.
    44 Op. cit., p.78.


    Lepanto Focus n. 10
    Agosto 2010


    http://www.lepanto.org/
    Ultima modifica di Florian; 21-09-10 alle 15:00

  2. #2
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Articolo interessantissimo che merita una bella discussione.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Amici conservatori e reazionari, questo è un articolo che dovete STAMPARE e leggere attentamente sottolineandone i vari punti... Io l'ho fatto e vi devo dire che mi ha davvero schiarito le idee.

    Le linee di dibattito sono molteplici:

    1) Il ruolo ambiguo di Giuliano Ferrara e del Foglio;

    2) Le elites partitiche e manageriali dal positivismo ad oggi;

    3) Il futuro della Destra: un populismo cristiano?
    Ultima modifica di Florian; 21-09-10 alle 16:22

  4. #4
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Chiedo lumi a Codino, a Giò91 o a quant'altri circa il concetto di "Popolo Sovrano" in un'ottica di Destra tradizionalista (De Maistre) e nella Dottrina sociale della Chiesa.

    E' questione che vorrei approfondire.
    Ultima modifica di Florian; 21-09-10 alle 16:21

  5. #5
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione
    Gli Arya seggono ancora al picco dell'avvoltoio.

  6. #6
    Becero Reazionario
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    L'articolo ancora non l'ho letto, ma in un'ottica demaistriana il "popolo sovrano" non esiste!

  7. #7
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Citazione Originariamente Scritto da codino Visualizza Messaggio
    L'articolo ancora non l'ho letto, ma in un'ottica demaistriana il "popolo sovrano" non esiste!
    E' appunto per questo che chiedo lumi, proprio perchè un minimo conosco anch'io De Maistre...

  8. #8
    SMF
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Chiedo lumi a Codino, a Giò91 o a quant'altri circa il concetto di "Popolo Sovrano" in un'ottica di Destra tradizionalista (De Maistre) e nella Dottrina sociale della Chiesa.

    E' questione che vorrei approfondire.
    Sono a tua disposizione

    Allora, innanzitutto dobbiamo fare una precisazione.
    La Chiesa Cattolica - come è noto - ha spesso e volentieri sposato il tomismo come 'filosofia ufficiale' della Chiesa stessa.
    Se oggi c'è crisi nella Chiesa, ciò è dovuto all'allontanarsi dalla chiarezza del tomismo.
    Il tomismo ha ripreso, dal punto di vista politico, la dottrina aristotelica, la quale considera tre forme di governo 'sane' e altrettante 'degeneri'.
    Le tre forme di governo sane sono la monarchia - cioé il governo di uno solo -, l'aristocrazia - cioé il governo dei migliori - e la politeia.
    Le tre forme di governo degeneri sono, rispettivamente, la tirannia, l'oligarchia e la democrazia.
    Il termine politeia spesso è stato tradotto dai moderni con 'democrazia' e la 'democrazia' a cui si riferiva Aristotele viene considerata 'demagogia' (in effetti, Aristotele chiama la forma degenere della politeia sia democrazia che demagogia).
    Politeia, di per sé, significa 'governo' ed ha una valenza abbastanza neutra.
    Per capire che cosa intendeva Aristotele per 'politeia' bisogna dare uno sguardo alla realtà politica ateniese di allora.
    La politeia di cui parla Aristotele "è praticamente una via di mezzo fra l'oligarchia e la democrazia o, come gli studiosi hanno ben notato, una democrazia temperata con l'oligarchia: infatti chi governa è una moltitudine (come nella democrazia) e non una minoranza (come nell'oligarchia), ma non si tratta di una moltitudine povera (diversamente dalla democrazia), bensì di una moltitudine agiata quanto basta per poter servire nell'esercito [...]. Come si vede, la politeia contempera i pregi e i difetti delle due forme degeneri" (cit. Giovanni Reale).
    Va ricordato che allora non tutti i cittadini ateniesi - che già erano una minoranza rispetto all'intera popolazione dell'Attica - potevano servire nell'esercito e che c'erano dei limiti ben precisi che regolavano l'arruolamento.
    La politeia è quindi una forma di governo a metà strada fra democrazia e oligarchia.
    Sia chiaro però che per Aristotele 'ceto abbiente' non va a significare un certo di plutocrati, ma di persone la cui ricchezza risiede nella 'timé' (la timé è l'onore, il quale consisteva materialmente in doni che l'eroe ed il guerriero ricevavano come premio della loro virtù eroica o per particolari meriti verso la cittadinanza).
    Come ricorda don Curzio Nitoglia in questo suo scritto sulla 'sana democrazia' PIO XII* PAPA, la politeia si fonda sulla sanior pars populi e non sulla massa o sulla plebe.
    Si potrebbe fare un parallelo con la struttura politica della Roma repubblicana di Catone il Censore e degli Scipioni o di Silla prima della degenerazione tardo-repubblicana.
    Oppure con i comuni italiani di età medievale.
    Ecco quindi cosa è possibile intendere con 'politeia'.
    San Tommaso d'Aquino riprese esattamente la dottrina aristotelica, indicando però - analogamente ad Aristotele ma con motivazioni leggermente diverse ma in parte convergenti - nella monarchia la forma di governo 'migliore' rispetto alle altre perchè imita il modo in cui Dio regge l'universo. Infatti Gesù Cristo è 'Re dei Re'.
    Ciò non voleva dire che le altre forme di governo fossero sbagliate a prescindere: infatti, l'importante era che tutti i governanti riconoscessero l'autorità del Papa e in Cristo la sola ed unica fonte della sovranità politica.
    Nella lettera enciclica Diuturnum Illud, infatti, l'allora Santo Padre Leone XIII Lettera enciclica di Sua Santità Leone XIII - Diuturnum illud insegnò solennemente che la Chiesa non predilige alcuna forma di governo e che ogni nazione - in base al contesto storico, sociale, culturale e spirituale - ha il diritto di avere la forma di governo più conforme possibile alla propria tradizione storico-spirituale, purché essa abbia per fine il bene comune e riconosca che 'nulla potestas nisi a Deo'.
    Pio XII adottò questa dottrina alle contingenze del tempo in cui viveva: ecco quindi il senso del Radiomessaggio natalizio del 1944.
    Come spiega don Curzio Nitoglia nell'articolo da me già citato in merito, Pio XII non era un Papa sostenitore della democrazia 'moderna', ma, al contrario, auspicava la nascita di una democrazia temperata da una forte autorità e da una classe dirigente sana che riconoscesse in maniera concreta non nel popolo ma in Dio la sola ed unica fonte della sovranità.
    Il popolo non è quindi 'sovrano', ma è Dio che rimane 'sovrano', pur essendo il popolo - inteso come totalità organica e non come 'massa' amorfa - tecnicamente a scegliere chi deve governare.
    Ma questo potere di scelta non è illimitato. Esso infatti è limitato dalle leggi terrene ma anche e soprattutto dalle leggi divine che uno Stato 'democratico' in senso sano deve rispettare perchè deve riconoscere in Dio il Primo e Sommo Legislatore.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    In realtà il Bernabei contrappone il "Popolo Sovrano" alle oligarchie partitiche e manageriali che si sono imposte a guida degli stati moderni dal positivismo ad oggi. E lo fa citando in più punti l'opera di Plinio Correa de Oliveira: "Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana" (1993).

    Penso che la sovranità popolare venga considerata positivamente dal tradizionalista quale freno alle elites finanziarie transnazionali, però mi interessava approfondire come sia avvenuto questo passaggio in relazione all'originaria posizione demaistriana sulla sovranità.
    Ultima modifica di Florian; 21-09-10 alle 18:06

  10. #10
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    Predefinito Rif: Contro Fini, Ferrara e Montezemolo. Perchè Berlusconi ha ragione?

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    In realtà il Bernabei contrappone il "Popolo Sovrano" alle oligarchie partitiche e manageriali che si sono imposte a guida degli stati moderni dal positivismo ad oggi. E lo fa citando in più punti l'opera di Plinio Correa de Oliveira: "Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana" (1993).

    Penso che la sovranità popolare venga considerata positivamente dal tradizionalista quale freno alle elites finanziarie transnazionali, però mi interessava approfondire come sia avvenuto questo passaggio in relazione all'originaria posizione demaistriana sulla sovranità.
    Allora, sono andato a sfogliare il libro del de Oliveira che si trova online (http://www.pliniocorreadeoliveira.it...adizionali.pdf) e non ho trovato riferimenti di segno positivo alla sovranità popolare. Al contrario si parla, più correttamente, di "sovranità delle nazioni", concetto che viene messo accanto a quello di "autonomia delle regioni":



    La formazione delle nazioni e delle regioni

    Quando un insieme di persone fisiche, di gruppi sociali e di persone giuridiche dediti al bene privato - o contemporaneamente al bene privato e a quello comune - giungono a coagularsi in un tutto nettamente distinto da quanto ne rimane estraneo, e giungono a costituire una realtà autonoma di carattere etnico, culturale, sociale, economico e politico; e quando, a sua volta, questo complesso non si lascia assimilare o federare da altri gruppi più ampi, questo tutto costituisce ipso facto una nazione. E il bene comune di questa nazione - che, politicamente organizzata, costituisce uno Stato - aleggia (2) sul bene comune di ciascuno dei gruppi che la costituiscono, come a sua volta il bene di ciascuno di questi aleggia sul bene di ogni individuo.

    Analoga affermazione si potrebbe fare sulla regione. Essa è una realtà territoriale e, allo stesso tempo, un insieme di elementi costitutivi, simili a quelli della nazione. Da questo punto di vista, la differenza tra regione e nazione sta nel fatto che la regione non comprende la globalità degli elementi costitutivi di una nazione, ma solo una importante parte di questi elementi. La differenza tra le varie regioni di una nazione sta nel fatto che tali elementi costitutivi sogliono variare, ora più, ora meno, da una regione all'altra.

    Un paragone può forse contribuire a chiarire l'argomento. Le regioni si differenziano tra loro e dalla Nazione come i bassorilievi si differenziano nel blocco di pietra in cui sono scolpiti. Una nazione si differenzia dall'altra come una statua da un'altra.

    Alle nazioni spetta la sovranità; alle regioni, l'autonomia. Ne sono esempio gli Stati federali che sono sovrani, e si costituiscono in unità federative autonome.

    (Plinio Corrêa de Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana)
    Ultima modifica di Florian; 21-09-10 alle 19:14
    SADNESS IS REBELLION

 

 
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