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  1. #1
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    Predefinito AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    Omaggio ad Arturo Reghini

    (1° Luglio 1946-2006) nel 60° anniversario della morte
    "Ma perché piene san tutte le carte" Purgatorio XXXIII, v 139
    Lettera di un tuo "contemporaneo" discepolo


    Carissimo Arturo, che cos'è una lettera, se non l'urgenza di comunicare con chi ci è caro, ma lontano?
    Ti scrivo questa mia perché tante sono le cose che dentro mi urgono e come sai il contatto epistolare tiene legati, annullando qualunque distanza. Per prima cosa vorrei dirti che ho letto con attenzione e commozione tutte le tue missive. È vero; non erano dirette a me, ma da quando ho iniziato ad apprezzare quello che scrivevi, ho preso anche il vizio di impicciarmi degli affari tuoi! Così,
    oltre ai tuoi libri ho conosciuto anche il tuo vivere quotidiano.
    Questa sera, nel giorno del sessantesimo anniversario dalla tua scomparsa, voglio rivolgermi a te direttamente, come si fa con un amico oppure ad un fratello che non si vede da tempo, e per questo sento di essere particolarmente emozionato.

    È come se ora, rivedessi davanti a me la tua imponente figura, mentre da solo — combatti — in piedi ed ad armi pari — l'ultima tua lotta con il dàìmon. Vedendoti, quasi toccandoti, percepisco il tuo spirito che si stacca definitivamente dal tuo corpo, allenato da tempo com'era ad abbandonare le sue vesti corporali, secondo gli antichi e più segreti dettami pitagorici. Mi è capitato di vedere questa immagine con gli occhi della mente per una sola volta, ed inutili sono stati i tentativi di tenerla fissa in me più a lungo, poiché l'immagine come "misticamente" era venuta, svanì furtivamente in evanescenza.
    Col passare del tempo, ho capito che essa era in fondo la stessa scena che gli Aurea Versa, i 72 precetti attribuiti a Pitagora, tratteggiano con lapidaria sapienza quando recitano:
    Così se il corpo lasciando, nell'etere libero andrai spirituo nume immortale, non più vulnerabile tu sarai. (71-72 verso)
    Non è un caso Arturo, se ho scelto per traccia di questo mio intervento, la tua ultima lettera indirizzata al tuo fraterno amico, nonché maestro nella via iniziatica pitagorica, Amedeo Rocco Armentano.
    Credimi, come lui fu per te un Maestro, Tu lo sei stato e lo sei tuttora per me. In anni di studi e di approfondite letture, nei tuoi scritti ho ritrovato quello che da sempre andavo cercando: non le solite esoteriche vuote parole, piene di promesse o di capziose verità. Parole buone per tutte le credenze, per tutti i gusti teologici o per slanci pseudo-mistico emotivi. Spesso ed il più delle volte dietroa quelle dottrine si cela il vuoto più sconvolgente ed il loro vero scopo è di asservire, piuttosto che liberare coloro i quali ad esse si rivolgono per risolvere o lenire magari, i mali di un avverso destino. È merito della tua vasta opera di divulgazione iniziatica e metafisica, se ancora oggi l'equilibrato rigore e l'armonico insegnamento pitagorico sopravvivono come la mitica Fenice in mezzo al frastornante affollarsi di indefinite "dottrine" e "tecniche spirituali", che si presentano come iniziatiche soltanto per chi non conosce il significato della Vera Via iniziatica e per loro tramite quelle ignare vittime sono "sballottate qua e là come su mobili rulir dai loro stessi burattinai, "in mesgp ad interminabili urti" umani, psichici e spirituali (58° verso).

    Come l'uomo antico guardava alle Religioni dei Misteri come ad un faro illuminante la sua desolata e breve esistenza umana, così noi uomini dell'oggi, secolarizzati dall'assenza di valori eterni in cui credere, possiamo avvalerci della ricostruzione sapiente e paziente che tu hai portato avanti a costo d'innumerevoli sacrifici e privazio-ni d'ogni genere, con la restaurazione della Tradizione Iniziatica occidentale, rivivificandone contenuti e significati, all'interno della compagine Liberomuratoria.
    Cercherò ora di dirti con parole semplici, quale è stato l'insegnamento che ho tratto personalmente dalle tue opere e dal tuo esempio di vita.
    La via pitagorica è caratterizzata dall'equilibrato connubio tra le forze impiegate. Non per nulla, l'approfondimento e lo studio dei Versi Aureì, mano a mano che si interiorizzano, danno come risultato una duplice tecnica: morale e comportamentale da una parte, ascetica in senso purificatorio e catartico, dall'altra. La rigorosa disciplina pitagorica prevede tuttavia una rituaria molto semplice, che consiste in due appuntamenti quotidiani, uno non appena svegli e l'altro, prima di andare a dormire. Momenti realizzati entrambi qualunque parola. E la tua pratica, Arturo, è divenuta per me "parola", trascendendola. Il tuo insegnamento, insomma, è il tuo stesso esempio che ha reso vivente e vitale la frase dantesca: "Ma perché piene san tutte le carte".
    Ed è proprio con questa frase che chiudevi l'ultima tua lettera, datata 21 aprile 1946, a soli 70 giorni dalla tua morte, lettera indirizzata ad Armentano che risiedeva ormai definitivamente a S. Paolo del Brasile. Combinazione volle che quell'anno la Domenica di Pasqua coincidesse con il natale di Roma. Questo ti permise di trovare il tempo e forse anche le forze necessarie, per rispondere a tua volta, alla lettera che Armentano ti aveva spedito agli inizi di quello stesso anno.
    In questa tua lunga risposta, facevi un'analisi ad ampio raggio del tuo vissuto, scrivendo praticamente un compendio dei fatti salienti della tua intensa vita. Ma durante la stesura di questo riassunto, man mano che esso procede si avverte che sta assumendo sempre più le forme di un vero e proprio testamento e dal tono s'intuisce che al di là dei fatti contingenti narrati, il motivo evidente era quello di poter inviare un ultimo e personale addio all'amico e maestro Armentano.
    È dalle tue stesse parole che apprendiamo quanto tu fossi consa-pevole della gravita della malattia che ti stava indebolendo, ma soprattutto eri pienamente cosciente che quel 21 aprile era certamente l'ultimo dies natalis di Roma che ti era concesso di vivere su questa terra.
    ''''Frattanto — scrivevi — anche la salute mi desta serie preoccupazioni. Da parecchi mesi si è manifestata una specie di ulcera alla guancia sinistra. Pare, che la cura vada bene, ma non è ancora finita e se dovesse seguitare, non avrei i mezzi finanziari per condurla a termine".
    Si trattava di una tumefazione d'origine tumorale, che portava con sé già i primi segni di un aggravamento, per la comparsa di cellule metastatiche ai danni di altri organi. Ma il rammarico per l'appressarsi della fine della tua esistenza era da Te vissuta come una stoica liberazione, poiché su di essa ti esprimevi scrivendo con pacatezza: "Non pare che la mia vita debba essere lunga; ma è forse meglio così, perché nelle condizioni attuali non posso far nulla e diventa sempre più difficile procurarsi il minimo necessario per l'esistenza, sebbene l'intelligenza, la memoria e la resistenza al lavoro siano quelle di sempre".

    La descrizione degli ultimi attimi della tua vita, ce l'ha trasmessa il tuo amico, discepolo e primo biografo, Giulio Parise che ce la ha comunicata esattamente in questo modo:
    "II primo giorno del mese di Luglio del 1946, lo spirito di Arturo RegMm scioglieva i legami corporei e passava nell'Eterna Luce. Era la quinta ora pomeridiana. Il segno era apparso. Arturo beghini si valse al Sole declinante per l'ultimo saluto, per l'ultimo rito; poi si appoggiò con la destra al vicino scaffale, piegò la gigantesca statura verso la Gran Madre, ed eretto il busto, fu
    In una recente biografia scritta su di Te ed edita dalla storica casa editrice Atanòr, l'Autore assimila questa descrizione della tua morte alla stregua di un "racconto sacro... dal solenne epilogo". Sempre secondo l'Autore, queste notizie sarebbero servite a creare strumentalmente quell'alone di mitizzazione della tua figura che sarebbe dovuta scaturire di lì a poco, fra i tuoi ammiratori ed agiografie! conoscenti, facendoti toccare quasi l'apoteosi di un "eroe greco", con la conseguente tua "trasformazione in un disincarnato semidio".
    Ritengo di poter affermare al contrario, che quella "epica" descrizione di Parise fu determinata da diversi fattori, ma è da escludere in modo categorico che questi siano stati di natura agiografica o di mitopoiesi. Tra l'altro, saresti stato tu stesso il primo — non è vero, Arturo? — a non apprezzare il tentativo di farti passare per un Guru, per un Maestro o per chissà quale altra cosa.

    tratto da AA .VV RITORNO ALLE GIUBBE ROSSE aSSOCIAZIONE CULTURALE IGNIS

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  2. #2
    INVICTIS VICTI VICTURI
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    Thumbs up Riferimento: AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    AVE ARTURO!

    IMMORTALE MAESTRO DELLA TRADIZIONE PITAGORICA!

    Pax Deorum,
    Atlantideo

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    Salutiamo ancora una volta il grande maestro,memore dei suoi antenati Rasna e strenue difensore della Tradizione nostra.

  4. #4
    Baron Samedi
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    Predefinito Riferimento: AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    Onore Eterno ad uno dei personaggi piu importanti della storia del secolo appena trascorso......

  5. #5
    Baron Samedi
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    Predefinito Riferimento: AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    “(…) Il matematico ed erudito fiorentino Arturo Reghini (1878-1946), alto dignitario della Massoneria prima del suo scioglimento ad opera del fascismo, fu il più noto esponente del neo-pitagorismo del XX secolo e teorico dell’ “Imperialismo Pagano”. Fu amico di Giovanni Amendola e di Giuseppe Papini, personaggio di punta della scapigliatura fiorentina all’epoca delle riviste “Leonardo”, “Lacerba” e “La Voce”, fu a sua volta fondatore delle riviste “Atanòr” (1924). “Ignis” (1925) e – con Julis Evola – “Ur” (1927-1928). Alla sua opera sono legate la riproduzione della “magia colta”, neo-platonica e rinascimentale. Che contrappose al Cristianesimo come via d’accesso al divino, ed una critica radicale dell’occultismo e degli pseudo-esoterismi moderni. In collaborazione con René Guénon, auspicò la rinascita spirituale dell’Occidente attraverso la formazione di un’ élite iniziatica nel quadro di un processo di rigenerazione della Massoneria, in cui vedeva un residuo “deviato” di un’antica organizzazione ermetico-pitagorica, d’origine pre-cristiana ed erede degli antichi Mestieri. Già in vita, sul suo conto s’era formata una corposa leggenda di “mago”e di facitore di prodigi, arricchitasi con il tempo di altre fantasiose aggiunte (…)”.



    (da: N. M. di Luca, Arturo Reghini, cit.).

  6. #6
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    Predefinito Riferimento: AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    Racconto minore su Arturo Reghini

    Arturo Reghini nella mia famiglia era chiamato “lo zio Arturo”; essendo fratello del mio nonno paterno non è mai stato per me un parente lontano: tra noi corre del sangue fresco. Dopotutto non siamo così distanti nel tempo. Sono cresciuta tra le sue cose: dai tre ai sei anni ho vissuto in quell’attico fiorentino a Lungarno Acciaioli dove gli oggetti quotidiani erano ancora carichi di una memoria fisica, che ricordo ancora incisa in quelle instabili architetture, buio carcere Mamertino sudato nell’odore del legno, una scala malferma con dei cascami di corda che portava verso l’enorme terrazzo assolato che apriva su Ponte S.Trinita, o quella poltrona lunga, dove un tempo si sdraiava Arturo, di damasco rosa consunto, inesorabilmente macchiata dall’urina di quei trentadue gatti che scorrazzavano liberi per casa. Conservava ai miei occhi una sua sontuosa regalità: trono dismesso dalla Storia, non riusciva trattenere il suo essere sinuosa e sensuale, blasfema forma ellittica, nello spazio si imponeva come un’astrazione neometafisica, comunque un po’ bislacca. Almeno io la vedevo così. Il cestino di vimini scendeva e tornava su carico di roba da mangiare. O quella scala in bilico che dai piani bassi portava fin su, sulla terrazza, dove sdraiati al sole, socchiudevano gli occhi i gatti di zio Ugo, fratello di Arturo. Uomo sicuramente sicuro, quell’Ugo che da buon borghese aveva impalmato la signorina Maria, compiacente bracciante del limitrofo bordello fiorentino. Ricordo ancora che, con infame sterco borghese, mia madre l’ha sempre tenuta a distanza, come fosse un corpo estraneo al rispettabile onore della famiglia Reghini. Poveretta mia madre, pensava di rendersi immune da quel vortice sociale che già da fine del secolo avanzava rivendicando il privilegio di future scalate, una tempesta che l’avrebbe inesorabilmente travolta, visto che - per giusta vendetta della Storia - nel giro di pochi lustri, l’antico blasone Reghini si sarebbe inevitabilmente imbastardito dal contatto con una plebe che socialmente premeva. Sono così entrati nella nostra famiglia, benzinai, ballerini, faccendieri, coatti che avanzavano come un’ onda anomala dalle borgate romane… Comunque, quella di Firenze era la casa di Ugo, uno dei tre fratelli Reghini, zii di mio padre. Forse per un oscuro gioco della natura o molto probabilmente per un sangue non troppo “rinnovato”, dei tre fratelli Reghini - Arturo, il più grande, Ugo e Gino – soltanto quest’ultimo fu dal buon Dio reso fertile, tant’è che nacque mio padre Francesco Giuseppe Ottorino Maria, più comodamente chiamato Franco. A sette anni scrivevo con la vecchia Olivetti di Arturo e quando mi divertivo a scompaginare con le dita quel sottile nastro di inchiostro per metà rosso e metà nero mio padre, nel tentativo di mettermi paura, mi diceva che lo zio Arturo sarebbe venuto quella stessa notte a tirarmi i piedi… E poi ancora Arturo, con il suo dono dell’ubiquità. Sicuramente non mentiva il fratello di mio padre - generale, uomo d’arme notoriamente tutto d’un pezzo - quando mi raccontava di un suo ricordo, quando da bambino vide Arturo contemporaneamente sia nel giardino di casa che nello studio. E chiedendo, come ogni bambino, il perchè ad Arturo questi gli rispose che queste cose ancora non poteva capirle, ma che un giorno le avrebbe comprese. Nel corso della mia vita sono più di una volta sono incappata in fatti, letture, frequentazioni che non hanno fatto altro che confermare la tenuta logica e veritiera di quel che almeno apparentemente poteva sembrare l’allucinazione un po’ tronfia di un’intima esegesi familiare comunque fatalmente affidata all’inattendibilità di un racconto orale. Per caso (o forse no?, dal momento che mi stavo occupando di un artista fiorentino inizi secolo, tale Armando Spadini, intimo della famiglia, legato da una comunione di amorosi sensi ad un’ ennesima Maria Reghini, sorella di Arturo), studiando gli anni del ‘Leonardo’, rivista d’idee, seconda edizione a Palazzo Davanzati, indagando sui frequentatori del ritrovo fiorentino delle Giubbe Rosse (frequentato da Arturo “appassionato giocatore di scacchi sui tavolini delle Giubbe Rosse”) ho ritrovato nel “Diario” di Giovanni Papini il riferimento a quell’Arturo Reghini, “il più grande mago che Firenze abbia mai conosciuto” e le testimonianze di chi, come l’Hermet (1941), lo frequentò a Firenze attorno al 1903, nella Biblioteca Teosofica che ricorda “la presenza di un giovane matematico, mistico e mago. Era Arturo Reghini”. Poi i racconti della mia nonna paterna, cognata di Arturo, che così a lungo l’aveva frequentato soprattutto nel periodo fiorentino. E mi parlava, mi parlava di Arturo come di un essere quasi alieno, costretto a farsi abiti e scarpe su misura per via di quella sua spropositata altezza che sfiorava i due metri; Arturo che doveva chinarsi per varcare porte e soglie. Mia nonna parlava di un Arturo totalmente glabro, ma forse era solo un po’ biondiccio, slavato, come tutti i veri Reghini(“Il candido gigante (…) sopravanzava di molto in statura ogni altro, con la sua breve testa dalla fronte ben costruita sotto una cedua capigliatura bionda (…), bianche erano le sue guance, ancor assai dopo l’adolescenza non conoscevano rasoio”, A.Hermet, cit.), grande matematico, solitario, profeta poliglotta, vicino negli ultimi anni ad una signorina inglese, forse qualche adepta della Golden Dawn in Toscana. Mi parlava dell’eremo di Arturo, eremita segregato dal regime a Budrio, o del giorno della sua morte quando appoggiò la mano su un tavolino, vicino al letto e del segno dell’impronta lasciata come fuoco su legno combusto. Descrizione similare a quella fatta dal Parise che così bene l’aveva conosciuto: “il segno era apparso. Arturo Reghini si volse al Sole declinante per l’ultimo saluto, per l’ultimo rito; poi si appoggiò con la destra al vicino scaffale, piegò la gigantesca statura verso la Grande Madre, eretto il busto; e fu libero”. Allora non capivo, o non sapevo apprezzare quell’esegesi di mia nonna quando mi ripeteva che tra tutti i Reghini solo io avevo preso l’intelligenza di Arturo. Sicuramente esagerava per troppo amore. Forse solo adesso posso misurare il giusto peso di quelle parole, anche se mi schermisco, anche se mi urtano complimenti di qualsiasi genere. Mi ricordo di un sogno fatto da mio padre un paio di giorni prima di morire quando piangendo mi confessò di aver paura. Entrambi ce l’eravamo già detto con gli occhi. Piangeva nel parlarmi di quel sogno in cui c’erano i Reghini defunti al gran completo: Arturo, in prima fila, poi mia nonna, mio nonno, lo chiamavano ad unirsi a loro. Tempo due giorni guardò la mia vita dall’alto. E dopo la sua morte, della famiglia che un tempo m’ ero illusa d’avere, non rimase nulla, forse solo astio, personaggi equivoci destinati sicuramente ad un’imminente morte (dello spirito). Di quell’antica famiglia fiorentina, sfregiata e vilipesa da un repentino raptus cannibale mi è rimasto un libro che ho rapito alle casse, ai vecchi archivi destinati al robivecchi. L’ho rubato con la gioia e l’eccitazione del soppiatto, comunque certa dell’approvazione da parte di quei Reghini non erano più tra noi. D’altra parte chi si sarebbe ricordato di quel vecchio libro?, chi avrebbe saputo dargli il giusto, attendibile, valore?. L’avrebbero sicuramente venduto, come hanno fatto per tutto il resto. Soltanto mio padre sapeva e riconosceva l’importanza simbolica di quel libro “Il Crepuscolo dei Filosofi” regalato dal suo autore Giovanni Papini all’amico Arturo al suo ingresso nella Loggia fiorentina Lucifero (1907). Mi piace pensare che provenga da quello “scaffaletto di libri”, ricordato dal Parise, collocato negli anni ’20 nel suo rifugio, “una modesta stanza” a Roma. Nel frontespizio una dedica ad inchiostro, scolorito dal tempo:“Al nuovo fratello Arturo Reghini il suo GPapini”. E da queste pagine ingiallite io inizierò a ricostruire. Alla faccia di chi mi vuol male. Amen.

    Chi è Arturo Reghini

  7. #7
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    Predefinito Riferimento: AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    E' stato scritto che: "il patriottismo italico di Reghini si presenta più come un prolungamento dell'antico patriottismo romano che come una manifestazione di sciovinismo in senso moderno. Per comprendere il significato profondo del patriottismo reghiniano bisogna capire che egli riteneva romano soltanto il modello di un'Italia unita e governata da Roma, perché tale e non altra fu l'Italia che Roma volle; considerava invece non romano il modello di quell'altra Italia che la politica di una Roma esclusivamente papale, d'intesa con vari potentati stranieri, mantenne sempre disunita e non di rado asservita fino al Risorgimento, che celebrò appunto il riemergere dell'idea di un'Italia romana"(9). Reghini si sentiva quindi anche grato nei confronti di personaggi come Macchiavelli e Napoleone. "Macchiavelli fu infatti il fiero avversario della divisione politica d'Italia, Napoleone risvegliò gli italiani che militarono valorosamente sotto le sue bandiere dalla sonnolenza mediocre nella quale vivacchiava la vecchia Italia, che Metternich considerava, non senza dati i tempi una parte di ragione, una semplice espressione geografica, cioè in altre parole, un oggetto e non un soggetto della grande storia. Per intendere appieno il significato del patriottismo di Reghini occorre inoltre preliminarmente superare il punto di vista secondo il quale le nazioni sarebbero esclusivamente un portato della modernità, al più un'idea ottocentesca. Per Reghini quella ottocentesca non fu che la riscoperta della dignità del principio della nazionalità che anticamente poggiava sopra fondamenti sacri e tradizionali. Essi erano metafisicamente definiti dalla dottrina degli etnarchi, ovvero degli Dei nazionali, così esposta dall'imperatore Giuliano: "Dicono i nostri che il Creatore è comun padre e Re di tutti, ma che per il rimanente ha distribuito le nazioni a Dei nazionali e cittadini, ciascuno dei quali governa la propria parte conformemente alla sua natura"(10)". Col suo patriottismo Reghini poneva anche "un argine all'inveterata tendenza che non esita ad attribuire il carattere romano a qualunque potere purché sia imperiale, anche se sempre più avulso dalle sue radici romane ed italiche e sempre più connesso solamente alla persona degli imperatori, che finisce per seguire ovunque: non solo a Bisanzio, ma anche ad Aquisgrana, ad Arles, a Francoforte, a Ratisbona, a Madrid, a Vienna e persino a Mosca! Inoltre, l'attenzione attirata da Reghini sulla realtà nazionale, che precede logicamente quella imperiale, implica la tendenza positiva, per quanto riguarda il retaggio della Romanità antica, di estendere l'idea di tradizione al periodo repubblicano, superando così la concezione secondo cui l'unica Tradizione Romana da coltivare sarebbe stata quella imperiale". Infatti "quando l'antica Roma si affacciò alle soglie dell'impero aveva già alle sue spalle secoli di vita della più degna compagine statuale che la storia antica ricordi". Reghini fece sua la "visione dell'antica Respublica del glorioso S.P.Q.R. come di un tutto organicamente e gerarchicamente ordinato che aveva la sua maggiore espressione in un corpo politico di ottimati, profondamente radicato nella tradizione nazionale e vigile custode della medesima: il Senato, che ebbe origine come consiglio di Re".

    (9) Dove non espressamente indicato, in diverse voci di questa Crono-biografia ci si rifà all'articolo "Risposta ad un critico di Arturo Reghini" di Piero Fenili, N. 2 della rivista "Ignis", Dicembre 1990, Casa Editrice Ignis.

    (10) "Contro i Cristiani", in A. Rostagni "Giuliano l'apostata, Saggio critico con le operette satiriche tradotte e commentate", Torino, 1920, p. 309.

  8. #8
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    Predefinito Riferimento: AD ARTURO REGHINI CON DEVOZIONE

    In genere si dimentica o si tende a sottovalutare il fatto che Arturo Reghini fu, tra le altre cose, un grande matematico, sia nel senso sapienziale antico che nel senso tecnico e moderno del termine.
    Scrisse un’opera matematica poderosa intitolata “ Dei numeri pitagorici “ in sette volumi più un prologo, in puro spirito pitagorico interamente dedicata ai numeri figurati e all’equazione di tipo Pell ( a valori interi con due incognite ) necessaria a risolvere numerosi problemi matematici ad essi connessi. Di questa opera finora sono stati pubblicati solamente il Prologo ed il Primo Volume.
    Il Prologo di 106 pagine, arricchito da un’appendice contenente molte interessantissime lettere (per un totale di 134 pagine) fu pubblicato già nel 1991 per i tipi della Casa Editrice Ignis, Ancona.
    Il Primo Volume, intitolato “Dell’equazione indeterminata di secondo grado con due incognite”, è stato pubblicato solamente nel 2006 per i tipi di Arché-Edizioni Pizeta, San Donato (MI), e raggiunge le 412 pagine, comprensive delle note e di alcune appendici dei curatori. E’ un libro molto bello ed estremamente interessante che ogni vero appassionato o cultore di matematica, in particolare di aritmetica superiore e di teoria dei numeri, non può non studiare con grande profitto e piacere.
    Ad ogni modo sono convinto che chiunque abbia una preparazione matematica paragonabile a quella che un tempo offrivano i bienni universitari di Fisica, Matematica, ma anche (in misura molto minore) di Ingegneria, possa tranquillamente affrontare lo studio di questo libro. Però chi invece avesse solamente le nozioni tipiche di un buon liceo scientifico non si deve scoraggiare, perché con un po’ di sforzo può tranquillamente afferrare il quadro d’insieme dell’opera. Per capire alcuni dettagli comunque dovrebbe almeno informarsi un po’ sull’equazione di Pell e sulle frazioni continue; insomma, ne consiglio la lettura e soprattutto lo studio.
    Tenete conto che questa fu l’opera a cui Reghini lavorò per circa quindici anni nel periodo della sua piena maturità e vecchiaia, nel grande isolamento in cui lo precipitò prima il clima politico-religioso dell’Italia negli anni ’30 e poi la brutale guerra nella prima metà degli anni ’40. In questo isolamento, in mezzo sofferenze e a difficoltà non piccole, Reghini stoicamente lavorò con genio, passione, competenza ed intuizione a questa bellissima opera, che è giusto ricordare, rispettare e possibilmente studiare.

 

 

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