Uno studio ebraico che sembra cristiano

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di Giorgio Faro, docente di Etica applicata presso la Pontificia Università della Santa Croce


“Filippo corse innanzi e, udito che stava leggendo il profeta
Isaia, gli chiese: Comprendi quello che leggi?” (Atti 8,30)



Il midrash (ricerca, studio) è il commento alla Bibbia, particolarmente sviluppatosi in epoca rabbinica (dal 70 d.C.), che si propone di metterne in luce insegnamenti giuridici e morali, usando varie tecniche: racconti, parabole, leggende. A lungo ignorata, se non disprezzata ed assimilata al folklore, la lettura midrashica è oggi considerata un’interpretazione creativa ed originale del testo biblico. Anzi, l’interpretazione propriamente ebraica della Torah, che scruta il testo -andando al di là del senso letterale- per trarne applicazioni pratiche e significati nuovi. Tale produzione spazia dalla conquista dell’Oriente -da parte di Alessandro Magno- fino al 200 d.C. Nel XV sec. si completano le raccolte di tutte le antologie midrashiche.

Per gli ebrei ortodossi il Messia è soltanto il re trionfatore

Come noto, gli Ebrei ortodossi respingono la lettura messianica del servo sofferente descritto in Isaia (52,13-53,12). Essi ritengono che la migliore e più antica tradizione messianica preveda solo un Re-Messia, trionfatore politico e militare, nonché discendente di David. Essi, segnalano che, in Isaia, non c’è un esplicito riferimento al Messia, ma ad un “servo sofferente” dell’Altissimo. Per loro, è una metafora del popolo ebraico e della sua storia. Dal loro punto di vista, questa profezia di Isaia si avvera proprio attraverso i tanti pogroms ed angherie subìte, in ultimo l’Olocausto, che contrassegnano la storia del popolo ebreo, raffigurato come singola persona tra gli altri popoli che lo fanno soffrire, ma su cui trionferà e definitivamente: grazie al Messia. La stessa interpretazione metaforica varrebbe anche per il salmo 21 (22), che i cristiani interpretano, invece ed ancora, come messianico e perciò rivolto ad una persona reale. In quest’ultimo caso, tutt’al più, alcuni rabbini scorgono un riferimento profetico alla regina ebrea Ester, sposa del re Assuero, in ansia per il rischio di imminente genocidio del popolo eletto.

Già nel II secolo alcuni studi iniziarono a parlare di due Messia, quello sofferente e quello trionfante

Tuttavia, di fronte ai molteplici fallimenti di rivolte politiche all’insegna del Messia, ultima quella di Bar-Kochba (132 d.C.), ma già quella finita nel sangue -ad opera di Varo- subito dopo la morte di Erode, che sembrerebbe essere il 4 a.C.1, alcuni midrash presero a parlare di due Messia, liberatori di Israele. Un precursore, la cui fine sarà tragica, che è il Messia di Efraim (discendente di Giosué, e/o figlio di Giuseppe, quello venduto in Egitto), con il ruolo di Messia-vittima; mentre quello davidico è un Messia-Re, trionfante. Il testo più antico sul Messia di Efraim fu composto a cavallo delle due grandi rivolte giudaiche (70 e 132 d.C.)2. L’altro messia, a conferma della visione trionfante e definitiva della tradizione più antica è il Messia (discendente) di David. Per spiegare i fallimenti di varie rivolte, cosiddette messianiche, sembrerebbe nascere la letteratura midrashica “del doppio Messia”: quello di David (trionfante), preceduto da quello di Efraim (a fine tragica). I due Messia sono paragonati, per importanza, a Mosè (quello davidico) ed Aronne.

Perché Messia di Efraim?

Perché tale Messia, riprodurrebbe a livello individuale, ciò che sarebbe avvenuto secondo un altro racconto midrashico all’intera tribù di Efraim, la quale -mal interpretando un vaticinio- avrebbe anticipato l’Esodo dall’Egitto, finendo in gran parte sterminata dagli egiziani. Tuttavia, ciò costituì un anticipo, un segnale tragico ma profetico, di quello che sarebbe stato l’esito -felice- dell’Esodo mosaico: la Terra Promessa. Nel Talmud, testo ufficiale dell’ebraismo attuale (completato nel V sec. della nostra era), c’è una sola citazione relativa al doppio messia: vittima e Re3. Sembrerebbe che alcuni Ebrei -forse in difficoltà, anche per l’antagonismo cristiano-, abbiano voluto separare il Messia davidico, trionfante a Gerusalemme, da quello condannato al supplizio.

Un autore ebreo che parla di un Messia come quello cristiano

Malgrado tali doverose precisazioni, l’antologia Pesiqta Rabbati (redatta tra il VI e il VII secolo) contiene un midrash (pisqa 36), sconvolgente ed emozionante, per come evochi subito -ad un cristiano- il Messia in cui egli crede. Eccone il contenuto, che pare sia un’esegesi di alcuni versetti del salmo 21 (22), se non anche del “servo sofferente” di Isaia: in linea, con l’interpretazione messianica di entrambi i testi, che la Chiesa cattolica insegna. L’autore ebreo, dimostrando vita contemplativa e di orazione, si immagina un dialogo tra Dio (il Santo, benedetto Egli sia) ed il Messia, circa la sua futura missione, propria di un Messia sofferente. Inutile notare, come la confidenza, delicatezza ed affetto -espressi in tale dialogo- sembri rinviare al rapporto tra un padre ed un figlio. E come tutta la breve narrazione e filiale contrattazione sulle conseguenze redentive del martirio, che il Messia desidera estendere agli uomini di tutti i tempi, fa trasalire e commuovere un cristiano:

‘Il Santo, benedetto Egli sia, cominciò a discutere con il Messia, dicendo: “Coloro i cui peccati saranno perdonati per te, ti imporranno un giogo di ferro e ti tratteranno come un vitello che viene accecato; essi soffocheranno il tuo respiro sotto il giogo e, a causa dei loro peccati, la tua lingua si incollerà al palato. Accetti ciò?”.
Il Messia rispose innanzi al Santo, benedetto Egli sia: “Questo supplizio durerà parecchi anni?”. Il Santo, benedetto Egli sia, gli rispose: “Sulla tua vita e sulla mia stessa vita, una settimana! Così io ho dichiarato a tuo riguardo. Ma se la tua anima è turbata, io la conforto fin d’ora”.
Il Messia gli disse: “Signore del mondo, con la gioia dell’anima e con la gioia del mio cuore, io prendo ciò su di me a condizione, però, che nessuno dei figli di Israele perisca; e che non solamente i viventi siano salvati nei miei giorni, ma anche coloro che sono nascosti nella polvere; e che non solo i morti siano salvati nei miei giorni, ma anche coloro che sono morti dai giorni del primo uomo, fino ad ora; e che non solamente quelli siano salvati nei miei giorni, ma anche coloro che non sono ancora nati; e non solo quelli, ma anche coloro la cui creazione non esiste, se non nella tua prescienza, e che non sono stati ancora creati. Così io voglio. A questa condizione, io prendo su di me tutto ciò”.’

C’è da restare a bocca aperta… Il legame con il salmo 21 (22), che gli ebrei, pur attribuendolo a David, non interpretano come messianico, sembra riferirsi -in questo midrash- al Messia tragico, di Efraim. Il riferimento risulta da pochi versetti, di cui la risonanza più esplicita -qui emergente- è l’accenno alla lingua che si incollerà al palato del Messia suppliziato (“è arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola”, (21,16). Sembra evocato, a proposito della salvezza per quanti sono già morti, anche questo versetto: “a lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere” (21,30).
Il resto è frutto della vita contemplativa dell’anonimo commentatore ebreo.

Una settimana di Passione

Mi soffermo ora su qualche passo, che può far trasalire il cristiano.
Il supplizio durerà “una settimana”, non anni. D’istinto, e un po’ liberamente, viene da pensare alla “settimana santa”. È anche facile pensare, che il “giogo” finale non può essere che la Croce… L’idea che il supplizio duri 7 giorni, fa pensare che -nella sua ultima settimana di vita- Gesù sia stato privato del lumen gloriae, vedere Dio -faccia a faccia-, privilegio goduto per tutta la vita, quando ogni giorno pregava rivolgendosi al Padre (interpretazione che parrebbe ora esaltata, dalla lettura dei primi versetti del salmo 21, riferentesi ad un abbandono che dura da giorni). La sofferenza è come il travaglio dei 6 giorni per la creazione, in vista del settimo. E Cristo afferma “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap. 21,5).
Nella settimana santa, l’umanità di Cristo è dunque totalmente isolata, come abbandonata dalla sua stessa divinità, in vista della nuova creazione. Le due nature, divina ed umana, sono ora rese -volontariamente- incomunicabili. A ciò seguono tanti altri dolori in crescendo, prima morali, poi anche fisici. Cessata la visione del Padre, muto alle sue preghiere, il Messia arriva a provare l’amarezza del suo isolamento in Cristo-Uomo, culminante nell’attualizzazione sulla croce proprio del salmo 21, che inizia con: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato…”. Salmo che però finisce in gloria, come spesso la gente ignora. Gesù muore infatti pregando, e rendendo lo spirito a quel Padre che, celatosi, non lo ha però mai abbandonato, né cessato di confortarlo, come il suddetto midrash riporta: “se la tua anima è turbata, io la conforto fin d’ora”. Si pensi, ad esempio, all’angelo -inviato dal Padre- a consolare Cristo, nell’orto degli Ulivi.


Un Messia non politico, che espia i peccati degli uomini

Altro aspetto che fa trasalire è la totale mancanza di scopi temporali, di un regno politico, in questo Messia. Obiettivo della sua missione è salvare “coloro i cui peccati saranno perdonati”. E proprio il Padre gli dice “saranno perdonati, per te”: tramite il tuo supplizio. Qual è dunque la causa della Passione? Sono proprio i peccati, come il midrash pisqa 36, attesta: “a causa dei loro peccati”. E qui è inevitabile sottolineare la risonanza col “servo sofferente” di Isaia, a sua volta interpretato ad personam: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe siamo stati guariti” (Is 53,5).

Redenzione del popolo ebraico, ma anche di tutti gli altri uomini di tutti i tempi

Inoltre, la salvezza prospettata è ottenuta per il sacrificio di uno solo ed è universale: ciò che credono i cristiani. Salvezza, nel midrash, innazitutto degli Ebrei, popolo eletto; ma poi di tutti gli altri viventi. E non solo i viventi della generazione del Messia; non solo coloro che sono stati seppelliti al tempo del Messia, ma tutti coloro che sono morti prima del Messia, a partire da Adamo. E questo ci fa pensare al Simbolo apostolico (“discese agli Inferi”): alla discesa del Verbo, unito alla sua anima umana, come giudice della precedente umanità, nell’Ade-Limbo. Il giudizio individuale, che ne segue, avviene nei tre giorni in cui riposa -nella tomba- il cadavere di Cristo.
Lo stesso Vangelo di Giovanni conferma l’estensione della salvezza ai morti, che questo midrash sembra postulare: “Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti hanno fatto il bene, per una resurrezione di vita; quanti il male, per una resurrezione di condanna”(5,28-29). Entrambi, il midrash e il Vangelo, sembrano qui ricollegarsi ad una più antica profezia messianica contenuta nel Libro di Daniele: “Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna” (12,2). Daniele è vissuto all’epoca della formazione dell’impero persiano (VI sec. a.c.).

Redenzione anche per i non ancora nati

Colpisce la richiesta della salvezza oltre ai viventi, contemporanei di Cristo, da estendersi anche a quanti non sono ancora nati. Infatti, nella vulgata impostasi tra gli ebrei, dopo il sinodo di Iamnia del 90 d.C. (nonostante esistano passi biblici, nel canone ebraico, che fanno pensare altrimenti, es. i salmi 2 e 139, Giobbe, ecc., oltre a Sapienza e Maccabei, questi ultimi rigettati come non canonici dopo il 90 d.C.), si considera tuttora vivente un uomo, solo da quando l’anima -creata ad hoc- viene spirata in un corpo umano da Dio. E ciò avviene, per gli odierni Ebrei ortodossi (tranne poche eccezioni), esclusivamente alla nascita. Solo con la nascita il neonato inizia a respirare: Dio gli ha inspirato l’anima. Ciò spiega, come mai, anche l’attuale rabbino di Roma, Di Segni, invitasse i suoi fedeli romani ad abrogare, nel referendum 2005, la legge 40 (che regolava la fecondazione in vitro) per concedere -tra l’altro- la piena disponibilità agli esperimenti su embrioni, giudicati “non persone”, ma grumi di sangue, nulla, perché privi di anima.

Ma continuiamo col nostro midrash.

Incantevole, la richiesta di salvezza per tutti coloro che vivranno dopo il Messia, e che ancora non esistono, se non nella mente del Padre… Coloro che “ancora devono essere creati”. Ricordo comunque che, se i meriti della Passione sono sovrabbondanti a salvare l’umanità, l’uomo (ebreo o meno) può respingerli e dannarsi. Accanto alla misericordia, esiste anche una giustizia di Dio che non può salvare coloro che non si pentono, resistendo anche in punto di morte alla grazia, e disprezzando così il perdono di Cristo. Dio non può salvare una vittima innocente con il suo aguzzino, mai pentitosi -in vita- delle sevizie inflitte. In Isaia, si legge: “il Signore fece ricadere su di lui le iniquità di noi tutti” (53,6); ma anche: “il mio servo giustificherà molti” (53,11), non tutti. Perciò sarà segno di contraddizione: per la salvezza di molti, per la rovina di altri (cfr. Lc 1,34). Come del resto appare nella citazione di Daniele, sopra menzionata.

Un’immagine di Messia familiare ai cristiani


Infine, fa colpo -nel Messia-, l’accettazione “con gioia” della sofferenza che Dio gli propone per una tale salvezza: “con la gioia dell’anima e con la gioia del cuore, io prendo tutto ciò su di me”. Messia di David? Messia di Efraim? Questo è -per un cristiano- l’unico Messia che passa dal trionfo effimero umano -la domenica delle Palme, preludio alla settimana santa- alla morte; e poi, al trionfo definitivo della resurrezione. Un solo Messia, e basta. Lo stesso che, per la maggioranza degli Ebrei ortodossi attuali, deve ancora arrivare.


Quello descritto in pisqa 36, è però un Messia in cui possono riconoscersi i cristiani e, almeno, alcuni ebrei… Tra cui l’anonimo autore ebreo della pisqa 36. Quello che per l’ebreo è il Messia davidico, che deve ancora arrivare, per il cristiano è Cristo nella Parusia (il suo ritorno, per il Giudizio Universale, alla fine dei tempi) e nella gloria: lo stesso Messia davidico (si legge nel Credo: e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti). Per un cristiano, il Messia di David e di Efraim sono un solo Messia. Tanto è vero, che in Isaia si legge: “gli darà in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino”. Ed anche: “Ecco il mio servo prospererà, sará elevato, esaltato, reso sommamente eccelso” (53,13). Ovvero, il Messia “tragico” di Isaia trionfa alla fine -quale Messia davidico- su ogni avversario, morte inclusa. Ad oggi, esiste un gruppo minoritario di rabbini che venera il “nostro” Cristo, come Messia di Efraim (tra l’altro, figlio -discendente- di Giuseppe: entrambi venduti al prezzo di uno schiavo). E attende sempre quello di David.

Il salmo 21

Comunque sia, intanto siamo affratellati noi, Ebrei e Cristiani, nell’attesa comune del Messia davidico, re dei Giudei e dell’universo. Che senso ha disputare se esso sia già apparso, oppure non ancora…? Lasciamo fare alla Provvidenza, che ha concesso a san Paolo una visione profetica sul destino del suo popolo. Per noi cristiani, il Messia è anche Dio, mentre per gli ebrei -almeno attuali- è solo uomo, come Davide. Ma se per il suo sacrificio, per te, per causa tua, saranno perdonati i peccati, come afferma il midrash pisqa 36, allora questo Messia sembra esibire attributi divini: a Dio solo -per ogni ebreo- è lecito perdonare i peccati. Ad ogni buon conto, ripropongo l’intero salmo 21 (22) attribuito -da ebrei e cristiani- a Davide stesso (i salmi più recenti, risultano risalire al 150 a.C.):

1 Al maestro del coro. Sull`aria: "Cerva dell`aurora".
Salmo. Di Davide.
2 Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza":
sono le parole del mio lamento.
3 Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo.
4 Eppure tu abiti la santa dimora,
tu, lode di Israele.
5 In te hanno sperato i nostri padri,
hanno sperato e tu li hai liberati;
6 a te gridarono e furono salvati,
sperando in te non rimasero delusi.
7 Ma io sono verme, non uomo,
infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
8 Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
9 Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico".
10 Sei tu che mi hai tratto dal grembo,
mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
11 Al mio nascere tu mi hai raccolto,
dal grembo di mia madre, sei tu il mio Dio.
12 Da me non stare lontano,
poiché l`angoscia è vicina
e nessuno mi aiuta.
13 Mi circondano tori numerosi,
mi assediano tori di Basan.
14 Spalancano contro di me la loro bocca
come leone che sbrana e ruggisce.
15 Come acqua sono versato,
sono slogate tutte le mie ossa.
Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.
16 E` arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.
17 Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
18 posso contare tutte le mie ossa.
Essi mi guardano, mi osservano:
19 si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
20 Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.
21 Scampami dalla spada,
dalle unghie del cane la mia vita.
22 Salvami dalla bocca del leone
e dalle corna dei bufali.
23 Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all`assemblea.
24 Lodate il Signore, voi che lo temete,
gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe di Israele;
25 perché egli non ha disprezzato
né sdegnato l`afflizione del misero,
non gli ha nascosto il suo volto,
ma, al suo grido d`aiuto, lo ha esaudito.
26 Sei tu la mia lode nella grande assemblea,
scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
27 I poveri mangeranno e saranno saziati,
loderanno il Signore quanti lo cercano:
"Viva il loro cuore per sempre".
28 Ricorderanno e torneranno al Signore
tutti i confini della terra,
si prostreranno davanti a lui
tutte le famiglie dei popoli.
29 Poiché il regno è del Signore,
egli domina su tutte le nazioni.
30 A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra,
davanti a lui si curveranno
quanti discendono nella polvere.
E io vivrò per lui,
31 lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
32 annunzieranno la sua giustizia;
al popolo che nascerà diranno:
"Ecco l`opera del Signore!".

Note relative al numero dei versetti
2. Questo Salmo messianico echeggia la grande profezia di Is 52, 13-53, 12 sul misterioso Servo di Dio che soffre,
innocente, per i peccati di tutti. 2. L'inizio del v. fu recitato da Cristo sulla croce: cfr. Mt 27, 46. cfr. Mc 15, 34.
9. Parole rivolte a Cristo in croce dai Giudei: cfr. Mt 27, 43.
17-18. cfr. Mt 27, 35. ss.; cfr. Lc 23, 33-36. cfr. Gv 19, 23-24.
19. Testo citato in cfr. Mt 27, 35. cfr. Mc 15, 24. cfr. Lc 23, 34. cfr. Gv 19, 24.
23. Il perseguitato ringrazia Dio nel tempio.
24-25. Inno che il giusto salvato si propone di cantare nel tempio.
27. Allusione al convito sacro al quale erano invitati gli amici.
28-30. La morte del Messia sarà la salvezza del mondo.

Ed ecco, l’intero racconto del “servo sofferente” in Isaia: 52,13 - 53,12. L’opera di Isaia descrive un periodo di vari anni, che non si protrae oltre il 510 a.C.:

Isaia 52
13 Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e molto innalzato.
14 Come molti si stupirono di lui
- tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo -
15 così si meraviglieranno di lui molte genti;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Isaia 53
1 Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
2 È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
3 Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
4 Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
5 Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
6 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l'iniquità di noi tutti.
7 Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
8 Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
9 Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
10 Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
11 Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà la loro iniquità.
12 Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha consegnato se stesso alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i peccatori.

Testi messianici

Sembra che nell’ebraismo posteriore a Cristo, gradualmente e da molto tempo, si sia andata affermando l’esclusione della messianicità del Libro di Isaia (e del salmo 21), a proposito del “servo sofferente”. Infatti, se si risale alla più antica antologia di midrash, che precede quella di pisqa 36, ossia il Midrash Rabbah (Grande Midrash), ebbene esistono anche qui commenti rabbinici che addirittura citano esplicitamente come messianico il testo tragico di Isaia. Nel midrash di commento alla Genesi si legge:
“Il Messia-Re… offrirà il suo cuore per implorare delle misericordie a favore di Israele, piangendo e soffrendo per loro, -secondo che è scritto in Isaia 53,5: È stato ferito a causa dei nostri peccati-, quando gli israeliti peccano. Egli invoca su loro la misericordia, secondo che è scritto: “Per i suoi lividi siamo stati guariti; e ugualmente: Egli ha portato i peccati di molti”. È perciò che il Santo, benedetto Egli sia, l’ha così decretato al fine di salvare Israele e di rallegrarsi nel giorno della resurrezione”.4
Si tratta del midrash esegetico più antico che si conosca, a sua volta riferentesi ad insegnamenti orali ben più lontani nel tempo. Un cristiano può non condividerlo?

L’autore, che menziona la suddetta citazione, ricorda che esistono altre interpretazioni rabbiniche -tra le più antiche- favorevoli all’Isaia del servo sofferente dell’Altissimo, come testo messianico. Per lui, esiste un’intera letteratura giudaica antica che opta per tale interpretazione, che è poi quella condivisa -da sempre- nella Chiesa cattolica. Letteratura che distingue bene il Messia, dal popolo di Israele (mentre la vulgata ebrea ortodossa attuale applica la sostituzione: non il Messia, ma il popolo di Israele…). Il fatto notevole è che l’antologia del Midrash Rabbah, composta a partire dal II sec. della nostra éra, contiene la trasmissione per via orale di midrash molto più antichi, rispetto a quelli compilati successivamente alle grandi rivolte giudaiche fallite, dalle quali sembrerebbe nascere l’epopea del “doppio messia”. Infatti, la composizione di midrash inizia almeno dal IV sec. a.C. (epoca ellenistica).

Un Messia di stirpe regale

Ciò significa che, nel Midrash Rabbah, emerge un’antica interpretazione riferita ad un solo Messia, sofferente e figlio di Davide. “Col tempo, riassume J. Doukhan, la letteratura giudaica -nel suo insieme- si è impossessata di questo tema per forgiare la teoria dei due messia. Più si avanza nel tempo, più la distinzione si precisa. Ma all’origine, i testi tradizionali tenderebbero, al contrario, a prevenirsi contro tale duplicità del Messia”5. L’aspetto più significativo che induce a ritenere seria questa affermazione è che la citazione tratta dal midrasch detto Breschit Rabbat, sopra riportata, dovrebbe alludere al Messia di Efraim, quello tragico; ma lo fa con l’appellativo improprio di Messia-Re. Termine utilizzato sempre e solo, nell’epica del doppio messia, per indicare il Messia davidico e mai quello prefigurato dalla tribù di Efraim (discendente di Giosuè e/o di Giuseppe). Il Messia-Re è di discendenza regale: viene da David, dalla tribù di Giuda.

Un antico testo degli esseni orientato verso la figura del Messia trionfante

Tuttavia se la tesi dell’autore citato, circa l’esistenza di un’antica interpretazione messianica di Isaia, sembra dunque documentata, quella per cui la teoria del doppio messia -respinta dall’ebraismo ufficiale- risalga all’epoca rabbinica è stata contraddetta dalla recente scoperta di una più arcaica fonte, reperita nei testi della setta degli esseni (a loro volta, al margine dell’ebraismo ufficiale): i manoscritti rinvenuti a Qumran (Mar Morto). Si tratta della Regola della Comunità (1QS IX, 9-11) che in base a datazione basata sul C14, risale al 90 a.C. (data approssimata: l’errore è di 70 anni in più, o in meno). Interessante che su una più antica redazione di tale Regola (rotolo 4QSe), reperita a Qumran, non appaiono i versetti dedicati al doppio messia. Il testo più recente, precede comunque l’Avvento di Cristo (gli esseni sembrano essere operativi, come setta, dal 150 a.C. circa). Qui si parla dell’attesa di un Messia di Aronne, di stirpe sacerdotale e del Messia di Israele (davidico e trionfante), oltre che di un profeta a ridosso dell’avvento messianico (Elia).

Gli ebrei del tempo di Cristo pensavano ad un Messia-Re

Tutto ciò mostra solo come gli esseni e la maggioranza degli ebrei, non potessero facilmente ammettere che alla figura del Messia-Re fosse destinata una sorte tragica, inclusiva della morte tra supplizi, come appariva da talune profezie. Pertanto, già allora, la maggior parte degli ebrei riteneva che il messia dovesse essere unico e trionfante, cercando altre spiegazioni per le profezie tragiche; o, come gli esseni, cercavano di sceverare nelle profezie, due diversi messia (tragico e trionfante)…
In fondo, Pietro reagisce allo stesso modo -da ebreo- quando Cristo annuncia -per la prima volta- l’esito tragico che lo attende (ma anche la propria resurrezione): “Dio te ne scampi, Signore! Questo non ti accadrà mai!” (Mt 16,22). Eppure, Colui che potrebbe apparire il Messia tragico è quello stesso Cristo che non ricusa l’appellativo, tra coloro che lo invocano, di Figlio di David, attribuito solo al Re-Messia davidico. Come Figlio di Davide sarà salutato la Domenica delle Palme, rifiutandosi -come richiesto dai farisei- di far tacere i bambini che, nel tempio, così lo acclamano.

In Gesù convergono le immagini di Messia trionfante e di Messia sofferente

Inoltre, teniamo in conto che alcuni profeti, come Daniele (in 7,13-14), prefigurano un Messia con i tratti del definitivo trionfatore e re del mondo (le profezie messianiche di quei versetti di Daniele sono riconosciute tali anche dall’ebraismo ufficiale). Orbene, Daniele prefigura il Messia con il titolo di Figlio dell’Uomo (Gesù è nato da donna, Maria; ed è anche chiamato Figlio di David, suo discendente), pur descrivendolo con caratteristiche tendenti al divino. Ebbene c’è un passo singolare (secondo annuncio della passione) in cui Gesù, che spesso si autodefinisce Figlio dell’Uomo, utilizzando proprio il termine messianico di Daniele, ricollega in sé stesso il messia trionfatore e quello tragico, dichiarando che le antiche profezie si rivolgono ad un solo Messia, Lui: “Il Figlio dell’uomo [Messia destinato al trionfo] sta per essere consegnato nelle mani degli uomini che lo uccideranno [Messia tragico di Isaia], ma il terzo giorno risorgerà [un solo Messia, prima tragico, poi trionfante]” (Mt 17,21). Che presuppone due vite: questa e la vita eterna.

La divinità del Messia

Sempre in un’altra antologia, il midrash Tanhuma, completata nel V sec. della nostra éra, leggiamo: “Il Re-Messia, che sarà più grande di Abramo, più elevato di Mosé, esaltato sopra gli angeli”. Questo lo sottoscrive anche un cristiano: l’Uomo-Dio è più grande dei più grandi uomini religiosi. E sopra gli angeli -che mi risulti- c’è solo Dio.
Infine, è chiaro che gli ebrei antichi si attendevano proprio un Re-messia divino, non un semplice uomo. Infatti, nei Profeti, testo canonico per l’ebreo di ogni tempo, è scritto da Osea: “Io sono l’Eterno, non vi è Salvatore all’infuori di me”6. Questa frase, a maggior ragione perché asserita direttamente dall’Altissimo, non dà adito ad alcuna interpretazione alternativa o simbolica. O il Messia-davidico è anche Dio, o nessun messia “solo-uomo” può salvare, tanto meno perdonare i peccati, come si evince dal midarsh, pisqa 36.

Divinità riconosciuta dai magi

Quando i magi si presentarono alla corte di Erode, chiesero dove fosse il re di Israele, che era nato, “per adorarlo” (Mt 2,2). Se il Re-Messia fosse stato atteso da Israele solo come uomo, ciò avrebbe scandalizzato immediatamente i farisei della corte di Erode: l’adorazione spetta a Dio solo. Certo, era usanza orientale -non ebrea- tributare onori divini al proprio re, come rappresentante di Dio presso il popolo (mentre -al contrario- i re giudei sono i rappresentati del popolo davanti a Dio). Quando Alessandro Magno adottò il costume dei re persiani di esigere la prosternazione (proskynesis) dai propri sudditi, taluni Greci si ribellarono (un semplice uomo non può pretendere un atto di adorazione: si tratta di ybris, superbia, che merita un castigo divino).
Se poi dovessimo ipotizzare, tra i magi, la strana usanza -mai riscontrata in alcun popolo antico- di adorare re stranieri, omaggio in tal caso forse gradito se offerto da chi ebreo non è, perché non adorare Erode, re di Giudea in carica?
Quando i magi comparvero davanti al neonato re di Giuda, “si prostrarono e lo adorarono”. Davanti al Bambino. Non, davanti a Erode.

Lo scandalo di Gesù

Inoltre, tanti profeti parlano del Re-Messia come fondatore di un regno eterno. Quando mai un regno, o un impero umano, è capace di durare in eterno e “di non essere mai distrutto”, come predice del regno messianico il profeta Daniele (2,44)? Qualunque atlante storico mostra la relatività dell’umano.
“Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Questa, la replica -a Pilato- del Messia davidico. Che è anche Figlio dell’Uomo, servo sofferente dell’Altissimo. Che chiama Padre quel Dio che, nel salmo 2 -messianico anche per gli attuali ebrei-, dice al Cristo: “Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato”. Il Figlio del Padre (di Dio), è al contempo il Figlio dell’Uomo (discendente di David, in Maria): Vero Dio, Vero Uomo. I capi farisei non esitano infine ad ammettere, davanti a Pilato, che il movente principale per cui vogliono morto Gesù, è quello di “farsi Figlio di Dio” (cfr. Gv 19,7), mentre per loro è un impostore, un semplice uomo.

Barabba, un Gesù politico

Ebbene, un agitatore politico omonimo di Gesù, era soprannominato Barabba (Figlio del Padre, Bar-Abbas): si fregiava di un titolo messianico. Era in carcere per una sommossa, terminata in omicidio. Anch’egli si chiamava Gesù (come attestato da Origene -Gesù era nome molto comune tra gli ebrei-)7; ma era più noto per il nome di battaglia -nome messianico- di Barabba: si presentava come Messia liberatore, politico e futuro trionfatore. Brigante, per i Romani.

Di fronte alla scelta di amnistia che Pilato propone alla folla, se liberare un Gesù-Barabba, il cui regno non è di questo mondo, o un Gesù-Barabba che voleva l’insurrezione politica ed un regno terreno, molti ebrei fecero la scelta più conforme al Messia che si attendevano. Altri furono istigati dai Farisei, sempre pronti ad esigere una prova sperimentale “decisiva”, come anche taluni scienziati in ogni tempo. Proposero alla folla qualcosa del genere: “Appendiamo Gesù, detto il Cristo, alla Croce! Se è davvero Lui, il Messia, Dio suo Padre lo libererà; se poi Lui -che si dice figlio di Dio- è stato capace di salvare altri, certamente salverà sé stesso” (cfr. Sap 2,18, Mt 27,40 ed il salmo 21,9).

Pilato condannò Gesù, detto il Cristo. Il quale fece a noi dono del Suo Corpo e del Suo Sangue: per la salvezza del genere umano. Così credono i cristiani.
Ma così sembra anche alludere un midrash rabbinico: il pisqa 36.

Note
1 I. Knohl, The Messiah before Jesus, University of California Press, 2000, pp. 27-47.
2 J. Heineman, The Messiah of Ephraim and the premature exodus of the tribe of Ephraim, in HTR 68 (1975) 6-7.
3 Cfr. Sukhot, 52a. Ma c’è anche un altro passo che pare, in modo più sfumato, alludere a un doppio messia: “…un secondo re David, chiamato a regnare in gloria ed eternamente; oppure il lebbroso stesso, chiamato ad essere umiliato e caricato delle nostre sofferenze e malattie”(Sanedrin, 98b).
4 Brechit Rabbat di rabbi Moshe Hadarshan, (commento a Genesi 24,67); cit. in J. Doukhan, Boire aux sources, ed. S.d.T, Dammarie-les-Lys 1977, p. 68.
5 Idem, p. 177.
6 Oltre ad Osea 13,4, anche in Isaia 43,14 si trova: “Così dice il Signore, vostro Redentore”; ed in altra profezia messianica (7,4) allude alla divinità del Re-messia: “sarà chiamato Emmanuele”, ossia, Dio con noi. In tutta la S. Scrittura nessun ebreo ha mai osato portare questo nome. Quale ebreo antico avrebbe osato chiamarsi “Dio”?
7 Cfr. V. Messori, Patì sotto Ponzio Pilato, SEI, Torino 2003, pp. 52-62. Cit. in Gesù di Nazareth, da Benedetto XVI.