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    Predefinito 20 Settembre 1870/2010: 140 anni di potere massonico in Italia

    Il Grande Oriente Italiano (GOI) nacque a Torino alla fine del 1859, come diretta emanazione della loggia «Ausonia».
    Parlare di una nuova obbedienza non è del tutto esatto poiché, come si è visto, era già sorto, nel 1805, un Grande Oriente d'Italia il cui centro era Milano. Le due organizzazioni presentavano tuttavia un'importante affinità concettuale, al punto che l'idea secondo cui l'obbedienza nata in epoca napoleonica costituisse l'origine dell'attuale Grande Oriente d'Italia, inteso come obbedienza che esercita regolarmente la propria autorità massonica sul territorio della penisola, è ormai generalmente accettata. Fu Napoleone, infatti, a voler far sì che si costituisse – come era accaduto in Francia – un Grande Oriente d'Italia, poiché aveva voluto far esistere un Regno d'Italia stimando che a tale nome dovesse corrispondere una realtà politica e statuale.
    Nel panorama delle officine che alla fine degli anni cinquanta dell'Ottocento erano sorte nei diversi stati italiani la loggia subalpina si differenziava per il suo proposito, enunciato nel 'cappello' introduttivo al primo verbale, di costituire al più presto un organismo massonico in un'Italia unita sotto il nome dei Savoia, così come le vicende belliche verificatesi tra l'aprile e il luglio del 1859 avevano chiaramente indicato.
    La scelta del nome «Ausonia» – antico nome dell'Italia più volte utilizzato nei documenti carbonari – e quella di appellarsi al Grande Oriente d'Italia del 1805 da parte dei sette «fratelli» torinesi ci conferma non solo la comune frequentazione dei fondatori nelle organizzazioni settarie risorgimentali e l'iniziazione in logge massoniche, ma anche la volontà di considerare l'evento, come ha efficacemente sottolineato Fulvio Conti, una «rifondazione nella continuità»: rifondazione perché tale fu quella fase, non a caso scandita da numerose assemblee costituenti, che prese avvio soltanto allora e che fu contraddistinta dall'imponente diffusione delle logge e dalla creazione di un centro direttivo, vero e proprio strumento di raccordo ed espressione unitaria della volontà dell'Ordine del quale si era soprattutto avvertita la mancanza nel periodo precedente; ma anche continuità, poiché non si verificò una cesura troppo netta con il passato, col quale sopravvissero non pochi legami, sia pur labili, di natura organizzativa e ideologica, come testimoniano le tracce di un'attività oscura ma talora non priva di ambiziosi programmi lasciate da alcune logge o da singoli esponenti del mondo massonico.
    In base a una serie di testimonianze nel loro complesso attendibili, l'iniziativa torinese ottenne l'appoggio del conte Camillo Benso di Cavour – del quale non è a tutt'oggi stata ancora provata l'iniziazione –, che consentì ai propri collaboratori di aderire alla nuova loggia e di fare della capitale sabauda il centro di aggregazione della futura massoneria nazionale italiana.
    Tale intento era in primo luogo destinato a soddisfare una diffusa esigenza di unificazione massonica, ma rispondeva tuttavia anche a un'altra finalità implicita nell'iniziativa dell'ambiente cavouriano: quella di imitare la Francia napoleonica sottraendo preventivamente ai repubblicani e ai democratici lo strumento politico, assai efficace a quell'epoca, della strutturazione unitaria di un'organizzazione massonica, collocando alla sua testa un gruppo fidato di moderati e facendone in tal modo un instrumentum regni.
    Fin dai suoi primi atti, il GOI dichiarò di volersi strutturare nei tre soli gradi di apprendista, compagno (o «lavorante», secondo la dizione utilizzata nell'articolo 5 delle Costituzioni) e maestro, facendo propria la struttura organizzativa del Grande Oriente di Francia, composta da logge che praticavano i primi tre gradi simbolici ed erano riunite in un organismo nazionale denominato Grande Oriente, retto da un Gran Maestro e da una Giunta direttiva o Supremo Consiglio, a sua volta nominato da un'Assemblea generale (Gran Loggia).
    La scelta di adottare la struttura della più importante obbedienza dei paesi latini assume una valenza di notevole importanza che evidenzia la volontà specifica dei fondatori di costituire non soltanto un organismo ispirato ad alcune loro reminiscenze settarie giovanili e, proprio per la sua struttura 'riservata', utile alla lotta per l'indipendenza italiana, ma idealmente e organizzativamente ispirato ai principi della tradizione liberamuratoria. Questi principi, ribaditi in seguito nel corso della Prima assemblea costituente del 1861, erano: la credenza in un Essere Supremo denominato «Grande Architetto dell'Universo» (GADU); la struttura democratica dell'Obbedienza; il rispetto delle leggi dello Stato; la solidarietà; la tolleranza e la non ingerenza dei Riti nella vita dell'Ordine. Sarà proprio quest'ultimo punto, come si vedrà in seguito, a rappresentare una concausa che determinerà la frattura tra le due anime politiche del GOI, rappresentate dai «cavouriani» e dai «democratici». Ciò dimostra quanto fosse strategico per i membri iniziali del Grande Oriente d'Italia imprimere una politica moderata al risveglio latomistico italiano, ancorandolo alla tradizione liberamuratoria e difendendolo da un utilizzo che potesse avere finalità rivoluzionarie.





    Costantino Nigra



    Nel biennio 1860-61 la stragrande maggioranza degli aspiranti massoni apparteneva al milieu politicamente impegnato nella Società Nazionale. Se da un lato la comune provenienza culturale e l'attaccamento a un progetto politico liberale moderato consentì – grazie all'omogeneità del suo gruppo dirigente – un lavoro di rafforzamento ed espansione che mise al riparo la nascente organizzazione liberomuratoria da involuzioni rivoluzionarie di matrice repubblicano-mazziniana, dall'altro pose le basi per le contestazioni e la successiva opposizione di quanti, vicini alle correnti democratiche, erano propensi a una organizzazione svincolata da protezioni politiche troppo ingombranti.
    Il punto di riferimento dei democratici era rappresentato dal Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato (RSAA) che nello stesso periodo operava a Palermo, retto da un sistema rituale antagonista a quello dei moderati cavouriani.
    Questa difformità di interessi e di obiettivi generò tra i due gruppi un'autentica lotta per ottenere l'egemonia sul movimento massonico nazionale, combattuta rivendicavano la 'primogenitura' e avanzando reciproche richieste di sottomissione. La vera causa del dissidio fu tuttavia la diversità ideologica, nonostante la reiterata enunciazione di un totale agnosticismo nelle questioni politiche, e la scelta del rituale fu operata non in base a considerazioni esoteriche ma in base al perseguimento di strategie profane. L'utilizzo del Rito Scozzese da parte dei democratici, noto per la rigidità con cui si accedeva ai gradi superiori e per il diverso coinvolgimento operativo a seconda del grado acquisito, rispondeva inizialmente alla necessità di poter contare su una struttura organizzativa simile a quella delle organizzazioni settarie e quindi di tipo 'oppositivo', essendo ancora indefinito il futuro dell'Italia dal punto di vista istituzionale. Viceversa, la struttura a tre gradi (apprendista, compagno, maestro) adottata dai moderati era funzionale a un progetto totalmente incentrato sullo sviluppo degli elementi di mediazione, una sorta di «camera di compensazione» in cui le diverse tendenze politiche potessero agire nella legalità e, pur conservando una loro autonomia d'azione e di giudizio, potessero dimostrare piena adesione alla corona e alle istituzioni.
    Il GOI, consapevole del pericolo rappresentato dal Supremo Consiglio di Palermo – rafforzatosi con la prestigiosa adesione di Giuseppe Garibaldi –, decise all'inizio del 1861 (anno denso di eventi storici per il neonato regno unitario e per la fragile massoneria) di imprimere una forte accelerazione ai propri programmi, stringendo maggiormente i rapporti con la Società Nazionale e creando, nei nuovi territori annessi al Regno d'Italia, logge che avessero come scopo «la beneficenza e la completa adesione al governo costituzionale di Vittorio Emanuele II».
    Ciò che non si poteva realizzare politicamente con la Società Nazionale si poteva tentare grazie alla mediazione della massoneria, e cioè unificare sotto un unico progetto formazioni e partiti programmaticamente distanti ma uniti da una comune aspirazione all'indipendenza nazionale e all'emancipazione del popolo italiano. Esisteva un forte parallelismo tra il processo di unificazione del Paese e lo sviluppo della massoneria italiana nel periodo compreso tra la metà del 1859, quando l'Italia era considerata solo un'«entità geografica» composta da sette stati sovrani e la liberamuratoria era praticamente inesistente, e la fine del 1861, quando Vittorio Emanuele II regnava su uno stato ormai unificato e le officine torinesi organizzavano la «prima costituente massonica», cui presero parte i rappresentanti di 21 logge italiane.
    Confortati dal pieno successo della politica di Cavour, confermata dalla vittoria elettorale del dicembre 1861, i massoni del GOI presero ad accarezzare l'idea di poter legare completamente i propri destini con quello dello statista piemontese, offrendo a questi la suprema carica di Gran Maestro. Il momento era particolarmente propizio, poiché sul piano organizzativo il Grande Oriente italiano si stava ramificando sul territorio nazionale attraverso la creazione di nuove logge o in virtù dell'adesione di logge già esistenti, ma poste all'obbedienza di corpi massonici stranieri. Tuttavia la morte improvvisa di Cavour – avvenuta il 6 giugno del 1861 – fece naufragare il progetto, creando gravi problemi alla nuova Italia e, allo stesso tempo, alla neonata massoneria.
    Questo improvviso lutto diede ai vertici del GOI una scossa che li rese più attivi nello sforzo di dare alla massoneria una dimensione veramente nazionale e di mantenere la dirigenza nelle mani di uomini dell'ambiente moderato, ma al contempo pose uno spinoso quesito: a chi offrire il «Supremo Maglietto»? Che caratteristiche doveva avere il sostituto di Cavour?
    Sulla seconda domanda esistevano pochi dubbi: doveva essere prima di tutto un massone, un «cavouriano di ferro», godere di prestigio nazionale (per opporsi efficacemente ai «democratici» riuniti nel centro massonico palermitano) e internazionale (per stringere rapporti con l'estero e ottenere riconoscimenti dalle altre obbedienze massoniche). Per ultimo la sua elezione doveva avvenire al più presto perché la crescita numerica delle logge affiliate al GOI e la concorrenza del gruppo palermitano rendeva pressante la creazione di un organo direttivo nazionale, svolto fino a quel momento dall'«Ausonia».
    Quella che toccava ai vertici delle logge torinesi non era una scelta facile. Pochi erano i massoni che riassumevano in sé queste caratteristiche e soprattutto pochi erano coloro che avevano intenzione di assumere una tale carica.
    In questo caso e in altri, come vedremo in seguito, l'influenza di Felice Govean – l'esponente più prestigioso fino a quel momento espresso dalla massoneria torinese – risultò determinante.
    Govean non aveva dubbi: colui che disponeva di tutti i requisiti era il suo vecchio amico Costantino Nigra, ambasciatore a Parigi[1]. Oltre ai requisiti richiesti la candidatura Nigra godeva di un altro aspetto interessante, agli occhi di Govean: la sua lontananza da Torino avrebbe permesso al gruppo dirigente dell'«Ausonia» di svolgere un ruolo guida nel movimento massonico nazionale senza interferenze. Esisteva solo un piccolo particolare: Nigra era all'oscuro dei progetti di Govean e sicuramente, conoscendo perfettamente le vicende massoniche francesi, nutriva non poche preoccupazioni sulle possibili conseguenze che avrebbe avuto sulla sua carriera l'elezione a Gran Maestro, considerando anche che era venuta meno la protezione cavouriana.
    Conscio di questi problemi Govean convinse dapprima Livio Zambeccari e David Levi, noti per le loro simpatie democratiche, a sponsorizzare la candidatura di Nigra, e nella circolare del 12 giugno invitò i Maestri Venerabili delle logge italiane a convocare una seduta dei soli Maestri e votare per corrispondenza il Gran Maestro, aggiungendo in appendice il seguente consiglio, strettamente personale e da non divulgare agli altri membri della loggia:

    Ora sentiteci, o Fratello: Voi siete pienamente libero nel vostro voto, ma a noi che siamo sul luogo, che vediamo i bisogni ed i pericoli, permetterete un consiglio: La Massoneria Italiana non può procedere avversa al Governo anzi essa debba avere da lui, se non palese, almeno una tacita tolleranza. Ciò dipenderà in massima parte dalla scelta che noi faremo della persona del Gran Maestro. La morte avendo prematuramente rapito all'Italia S.E. il conte Cavour al quale senza dubbio tutti le Logge avrebbero offerto il martello di Gran Maestro noi e molte altre Logge con noi, abbiamo intenzione di offrirlo al suo discepolo S.E. il Commendatore Costantino Nigra.
    Egli è molto ben visto da S.M. l'Imperatore Napoleone III; egli è l'amico del principe Napoleone; soldato dell'Indipendenza Italiana, versò il suo sangue per questa causa; la servì con immensi servigi in parte a voi noti, e che la storia a suo tempo registrerà.
    Notate bene, e quello che vi diciamo abbiatelo in tutta schiettezza: noi ignoriamo ancora s'egli accetterà nulla perciò debba da noi tralasciarsi per indurlo all'accettazione, mostrandogli l'unanimità dei nostri suffragi.
    Credetelo: altra persona non crediamo più opportuna. Accogliete il nostro fraterno saluto»[2].

    L'intento di Govean, assecondato da Zambeccari e Levi, era chiaro: mettere davanti al fatto compiuto Nigra in modo che non potesse rifiutare.
    I dirigenti torinesi – per assicurarsi che le altre logge non avrebbero ostacolato il progetto – decisero che l'articolo 32[3] delle Costituzioni Generali, al centro di forti contestazioni e approvato alla fine del 1859 quando il GOI era solo la loggia «Ausonia», non venisse modificato e pertanto il Gran Maestro venne votato dai deputati delle logge italiane a cui si sommarono i voti dei Maestri della Loggia Centrale (ossia l'«Ausonia») .
    A questo punto la votazione assumeva un significato simbolico essendo scontato il risultato.
    Infatti, a eccezione delle Logge «Progresso» di Torino e «Pompeja» di Alessandria d'Egitto che si astennero e «Azione e Fede» che votò contro, tutte le altre diedero il loro assenso a Nigra, elezione confermata il 31 agosto dal voto dei Maestri dell'«Ausonia»[4].
    Nigra accettò la carica, seppur sottolineando che avrebbe avuto piacere di essere preventivamente avvertito, e annunciò una sorta di programma che avrebbe dovuto caratterizzare il suo mandato: impegno politico per realizzare l'unità d'Italia; fedeltà al governo e alla monarchia; creazione di logge a Roma e nelle terre irredente; riconoscimento da parte delle altre obbedienze massoniche; vigorosa disciplina interna e costituzione di un patrimonio economico attraverso il regolare pagamento delle quote associative:





    Camillo Benso Conte di Cavour



    Agli Onorevoli Dignitari del Grande Oriente d'Italia.

    Mi pregio d'accusar ricevuta della lettera direttami a nome vostro dal Tesoriere del Grande Oriente provvisorio, alla quale era annessa la mia nomina a Gran Maestro, nonché il processo verbale della seduta tenuta il 10 del mese 11 settimo l'anno della Vera Luce 1861. Avrei desiderato che gli Onorevoli Dignitari prima di fare questa nomina, avessero atteso il mio consenso e il risultato della conferenza che debbo avere col Principe Napoleone subito dopo il suo ritorno in Francia, cioè verso la metà del corrente mese. Io credeva difatti importante pigliare consiglio in cosa di così grave momento dall'illustre personaggio che i voti delle Logge francesi chiamano alla suprema loro direzione. Ma il Grande Oriente provvisorio avendo stimato di procedere senza dilazione alla nomina, non mi rimane che di fare atto di obbedienza, accettando e ringraziando della fiducia in me posta. Il mio soggiorno in Francia, se da una lato mi dà occasione di mettermi in rapporto col Grande Oriente francese e di rendere per tal modo qualche servizio, d'altro lato mi mette nell'impossibilità di esercitare effettivamente l'alta carica affidatami. Quindi ben pensarono i dignitari del Grande Oriente provvisorio proponendo la nomina di un Gran Maestro aggiunto, il quale sia in misura di surrogarmi in tutto e per ogni occasione.
    Per la nomina del Gran Maestro aggiunto, e quello del Consiglio di Reggenza, io mi rimetto interamente a quello che sarà deliberato dalla Signoria Vostra in regolare adunanza presieduta dall'attuale Gran Maestro provvisorio e coll'intervento degli attuali Rispettabilissimi Fratelli componenti il Gran Consiglio. Attenderò solamente che queste nomine mi siano regolarmente partecipate dal Segretario. È intanto necessario, parmi, che la mia nomina sia annunziata alle Logge estere e massime al Grande Oriente di Francia, affinché io possa essere accreditato presso il medesimo. Valendomi del diritto conferitomi dalla vostra benevolenza e dalla vostra fiducia, sottopongo alla considerazione vostra le seguenti cose, a guisa di generali istruzioni:
    1. Chiamo fin d'ora l'attenzione delle Signorie Vostre intorno al modo di procurare all'associazione i fondi che le occorrono perché possa adempiere all'alta sua missione. È importantissimo che l'Ordine Massonico italiano possa disporre di Mezzi sufficienti somministrati in via di regolare quotizzazione di tutti i membri.
    2. È egualmente importante che il numero delle Logge si accresca quanto è possibile e che se ne creino specialmente a Roma e nelle città del Veneto del Friuli e del Tirolo.
    3. Non bisogna dimenticare che l'Associazione oltre il generale suo scopo, deve avere quello di aiutare il Movimento politico dell'Italia e di ogni altro paese tendente da un lato all'unità e indipendenza nazionale e dall'altro lato all'eguaglianza ed alla libertà degli ordini politici, religiosi e sociali.
    Bisogna quindi appoggiare francamente e con tutti i mezzi di cui la società dispone, il Governo del Re finché esso cammina, come fa nella via dell'unificazione e della libertà.
    5. È indispensabile che la più stretta disciplina sia osservata in tutta la gerarchia Massonica. Senza questa disciplina, universalmente osservata, nulla d'importante può esser fatto o tentato. Conseguentemente ogni ordine, ogni direzione che parta dal Grande Oriente, deve essere eseguito con quella obbedienza che genera la fiducia nei capi, la purità delle intenzioni e la bontà dell'istituzione.
    Pregando le Signorie Vostre di annunziarmi a suo tempo le nomine fatte e di mandarmi l'elenco di tutti le Logge italiane, vi offro l'espressione della mia più distinta considerazione. Parigi, li 3 ottobre 1861. Costantino Nigra[5].





    Vittorio Emanuele II



    L'accettazione da parte di Nigra venne ratificata nella riunione del GOI provvisorio dell'8 ottobre 1861 e comunicata ufficialmente a tutte le logge il 15 ottobre.
    Nella medesima seduta venne creato un Consiglio di Reggenza e Govean fu eletto Reggente facente funzioni di Gran Maestro[6].
    Forte dell'accettazione di Nigra e dell'incarico ricevuto, Govean s'adoperò affinché la contestazione della «Progresso» rientrasse, fatto che si concretizzò nella seduta del 19 novembre, quando venne votata una mozione in cui accettava lo status quo in attesa di una Assemblea costituente; concetto ribadito in una lettera inviata all'altra loggia dissidente «Azione e Fede» di Pisa il 22 novembre, in cui si comunicava che «per ragioni di concordia e d'unione» si riconoscesse la nomina di Nigra alla Gran maestranza.
    A seguito di questa delibera il Consiglio cooptò il Maestro Venerabile della «Progresso» Carlo Masmejan e comunicò al Gran Maestro la felice conclusione della vicenda[7].
    Benché ufficialmente regnasse la più ampia concordia sul nome di Nigra, le cose non si svolsero secondo i piani di Govean. La loggia «Azione e Fede» di Pisa, malgrado la lettera conciliante della loggia «Progresso», scrisse a Torino e a Parigi, contestando la regolarità dell'elezione[8].
    I travagli che accompagnarono la comunicazione ufficiale della nomina del nuovo Gran Maestro e la violenta polemica sviluppatasi attraverso i giornali clericali – che contribuì di lì a poco in modo determinante alla rinuncia di Nigra – dimostrano quanto l'intera operazione fosse frutto di una scelta frettolosa e soprattutto non concordata tra Govean e Nigra. Prima che venisse diramata la notizia alla stampa alcuni giornali, tra cui «L'Eco di Bologna», avevano diffuso la voce, che Giuseppe Garibaldi era stato nominato Gran Maestro del Grande Oriente Italiano. La notizia venne smentita da Giuseppe Pansa, Oratore della loggia «Ausonia», sulla «Gazzetta del Popolo»[9], senza precisare chi fosse stato veramente eletto. Su richiesta della loggia «Ausonia» il Consiglio del GOI l'8 novembre diramò un comunicato ufficiale che scatenò la reazione dei giornali cattolici «Il Campanile» di Firenze e «L'Armonia» di Torino.
    La stampa clericale insinuò che la rapida carriera diplomatica del giovane torinese fosse dovuta solo ed esclusivamente a «meriti massonici».
    Il 9 novembre «L'Armonia», in un articolo dal titolo L'antico e il nuovo Gran Maestro della Frammassoneria Italiana, dava notizia dell'avvenuta elezione di Costantino Nigra:





    Napoleone III



    Abbiamo in Torino il Grande Oriente della Framassoneria Italiana. Questo Grande Oriente aveva un Gran Maestro, e noi siamo accertati che questo Gran Maestro era il Conte di Cavour. Egli godeva di tutta la confidenza di tutti i Frammassoni di Europa: di Lord Palmerston Gran Maestro Generale, e del principe Napoleone, che fu proposto teste alla Grande Maestranza di Parigi.
    Morto il Conte di Cavour la frammassoneria Italiana andò in cerca di un nuova Gran Maestro, e un bel giorno la «Gazzetta del Popolo» ci annunziò che l'aveva trovato ed eletto, astenendosi però dal dircene il nome.
    «L'Ami de la Rèligion» e «L'Eco di Bologna» affermarono che il Gran Maestro era Giuseppe Garibaldi. La «Gazzetta del Popolo» negò; ma generalmente non credevasi alla negativa. Laonde il Grande Oriente di Torino divisò di spedire ai suoi giornali il seguente avviso pubblicato da «L'Opinione», «Gazzetta del Popolo», «Gazzetta di Torino» e «Monarchia» dell' 8 novembre [... vedi nota 28] e insinuava gravi dubbi sulle capacità politiche e professionali dell'ambasciatore a Parigi: «Costantino Nigra è un giovinetto di primo pelo che entrò nelle grazie di Camillo Cavour che portavagli una speciale affezione, e l'incamminò per la carriera diplomatica, e lo volle depositario dei suoi segreti. Era ben naturale che egli dovesse succedere nella Grande Maestranza della Frammassoneria. Il Nigra non ha niente di straordinario, e ci sono migliaia di giovani che valgono in Piemonte quanto egli può valere. Ma egli era un buon, e caldo, e zelantissimo frammassone, e la frammassoneria italiana e francese lo portò ai primi onori. Pochi anni fa Costantino Nigra passava il suo tempo con la Donna Lombarda con Clotilde e con L'Assedio di Verona commentando le canzoni popolari. All'improvviso eccolo diventare gran diplomatico, e poi Ministro del Regno d'Italia a Parigi.
    Era un mistero: un mistero che egli progredisse così rapidamente; un mistero che trovasse così buona accoglienza presso il Bonaparte; un mistero che avesse libero ingresso nel suo palazzo e fumasse con lui i sigari nel più segreto di tutti i suoi gabinetti; un mistero che lo mandassero a Napoli col principe di Carignano per portare la parola d'ordine ai Carbonari (sic) di quelle contrade; un mistero che, reduce da Napoli, partisse subito per Parigi. Ma tutti questi misteri si rivelano colla nomina del sig. Nigra a Gran Maestro della Frammassoneria Italiana. Da questo punto molte cose passate si intendono facilmente, e molte altre avvenire saranno di facilissima spiegazione. Già Marco Minghetti ci disse che nella Camera dei Deputati tutti erano rivoluzionari e il Conte di Cavour pel primo. Lo stesso Conte di Cavour ci confessò di avere cospirato per dodici anni. Ora il Grande Oriente ci dice che l'Italia è rappresentata a Parigi dal Gran Maestro della Frammassoneria Italiana. Benissimo: è questo un fatto che non dimenticheremo mai più, e di cui parleremo soventissime volte»[10].





    Comunicato del Grande Orienta d'Italia



    Il GOI, per mettere a tacere la campagna stampa messa in piedi dalla stampa clericale[11] diramò un comunicato pubblicato dai quotidiani torinesi «Gazzetta del Popolo» e «Gazzetta di Torino»: «Il Grande Oriente d'Italia. Riceviamo dal Grande Oriente d'Italia, sedente in Torino, la seguente comunicazione: Alcuni giornali essendosi occupati della nomina del Gran Maestro, il Grande Oriente non può lasciare che la pubblica opinione vaghi in proposito. Egli perciò annunzia che a Gran Maestro della Massoneria Italiana fu nominato S.E. il Comm. COSTANTINO NIGRA, Ambasciatore a Parigi per S.M. il Re d'Italia».
    Contemporaneamente alla difficoltà in campo massonico Nigra dovette affrontare alcuni contrattempi in campo politico. Spaventato dagli attacchi dei giornali clericali citati, pensò che la sua carriera fosse anche in pericolo per colpa di un dissidio, che a partire dal novembre 1861 sorse con Urbano Rattazzi.
    Questo dissidio si produsse a causa della spiccata tendenza di Vittorio Emanuele II a svolgere una politica personale, indipendente e spesso divergente da quella dei suoi ministri. Ostile a Ricasoli e specialmente alla sua politica nei riguardi della questione romana, il Re ispirò nell'ottobre 1861 una missione di Rattazzi (che aspirava a soppiantare Ricasoli) presso Napoleone III, per riferirgli segretamente certi suoi progetti di politica estera. Nigra, messo in estremo imbarazzo da tale situazione, nell'alternativa di subire la sfiducia del Re o di Ricasoli, ritenne assolutamente indispensabile tutelare la sua posizione a Parigi e di astenersi da qualsiasi decisione tale da provocare discussioni sulla sua persona. Nigra per evitare di trovarsi in mezzo a un conflitto politico tra Rattazzi e Ricasoli venne tentato dall'idea di chiedere un congedo per il periodo in cui il presidente del Parlamento italiano soggiornò a Parigi. Sconsigliato dal suo amico e massone Alessandro Bixio rinunciò all'idea scrivendo immediatamente a Ricasoli, conoscendone il carattere, per rassicurarlo sulla sua lealtà. Le voci di una presunta intesa tra Nigra e Rattazzi, diffuse dalla stampa francese, furono smentite dallo stesso Rattazzi[12].
    Pensando che i tentennamenti di Nigra fossero dovuti solo per questioni massoniche i dignitari del GOI, nelle sedute del 12 e 15 novembre, decisero di regolarizzare la situazione convocando un'assemblea costituente. Nigra colse l'occasione per uscire dal gioco, annunciando che, essendo una assemblea costituente, tutte la cariche compresa la sua dovevano essere azzerate. La lettera di Nigra colse di sorpresa il Gran Consiglio che, in una «concitata» seduta tenutasi il 25 novembre respinse le dimissioni ribadite immediatamente da Nigra.[13]
    Finì, dopo neanche due mesi, la prima Gran Maestranza del Grande Oriente Italiano e iniziò il declino della componente moderata cavouriana torinese, che si concluse definitivamente con il trasferimento della capitale a Firenze nel 1865.
    Curiosamente Nigra rimosse dalla sua memoria questa esperienza, tanto che, circa trent'anni dopo, egli negò la sua appartenenza alla massoneria. Infatti nell'aprile del 1899 il Gran Maestro Ernesto Nathan invitò Nigra, ambasciatore a Vienna, a spedirgli una sua fotografia per farne un ritratto che avrebbe adornato la sala dei Gran Maestri a Palazzo Giustiniani.
    Con immenso stupore, il Gran Maestro ricevette la seguente risposta: «Stimatissimo Signore, mi pregio dare riscontro alla sua lettera del 26 corrente. Ricordo benissimo che il mio compianto amico Felice Govean aveva proposto la mia nomina a Gran Maestro della Massoneria, dopo la morte del conte di Cavour, a cui gli aveva avuto il pensiero di conferire quella carica. Ma io non accettai l'incarico e non ebbi mai l'onore che ella mi attribuisce di aver diretto in qualsiasi momento la Massoneria italiana, né feci mai la professione di Massone. La fotografia della mia modesta persona non ha perciò alcun titolo per figurare nel salone del Consiglio che Ella presiede»[14].
    Si ignorano i motivi che lo spinsero a negare la realtà. Sicuramente questo episodio come innumerevoli altri, per esempio la distruzione sistematica, da lui stesso operata negli ultimi anni della sua vita, del suo archivio e di tutto quello che poteva metterlo in relazione con altre persone che aveva frequentato durante la sua esistenza, era il frutto dello stato d'animo di un uomo solo, abbandonato e depresso che non accettava, dopo essere stato uno dei più affascinanti e influenti uomini pubblici del Regno d'Italia, la vecchiaia e l'isolamento.




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    [1] Su Costantino Nigra cfr. F. Curato, Costantino Nigra, in Il Parlamento Italiano, Nuova CEI, Milano 1987, pp. 277-79; P. Borelli, Costantino Nigra: il diplomatico del risorgimento, Gribaudo, Cavallermaggiore 1992 e C. Nigra, Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, Zanichelli, Bologna 1926-29, 4 voll.

    [2] Archivio Storico del Grande Oriente d'Italia (ASGOI), Circolare del G.O.I. a tutti i FF. Maestri della Comunione (12 giugno 1861), Sc. 2, busta 2.

    [3] L'art. 32 prevedeva che il voto dei Maestri della Loggia Centrale (ossia l'«Ausonia») avesse lo stesso valore di quello dei Venerabili delle logge all'obbedienza del GOI.

    [4] «A Gloria del Grande Architetto dell'Universo. Il Rispettabile apre i lavori al 3° grado Massonico. Si dà lettura dei verbali delle precedenti tenute e riunioni che vengono approvati. Il Rispettabile pone all'ordine del giorno la nomina del Gran Maestro dell'Ordine. Da ragguaglio che le Logge sotto gli auspici del Grande Oriente d'Italia provvisorio hanno già trasmessi i verbali delle loro tenute, nelle quali si votò parte a grandissima maggioranza e parte per acclamazione a Gran Maestro il Commendatore Costantino Nigra, ora ambasciatore del Re d'Italia a Parigi. Descrive ed enumera i meriti ed il passato di questo distinto soldato, cittadino e diplomatico; la sua amicizia coll'Imperatore dei Francesi, col principe Napoleone, e la benevolenza particolare di cui gode dello stesso nostro Sovrano. Dà poscia lettura della Circolare spedita alle Logge su tale argomento dietro giudiziosa domanda del Fratello Laffond, e dopo alcuni cenni in merito dei Fratelli Elena, Gallinati, Piazza e Arnaudon, Laffond e Bruno, posto ai voti dal Venerabile se si debba votare a schede segrete o per alzata e seduta, quest'ultimo sistema venne ad unanimità approvato. Il Rispettabile con chiara ed intelligibile voce invita coloro che vogliono sia creato Gran Maestro dell'Ordine Sua Eccellenza il Commendatore Costantino Nigra Ambasciatore del Re d'Italia presso l'Imperatore dei Francesi. I Fratelli si alzano tutti come un sol uomo, e per acclamazione votano in favore del nostro Illustre Candidato. Habemus Pontificem gridano i Cardinali in Conclave quando hanno votato il successore al defunto Papa. Nella speranza che Roma non abbia mai più ad udire questo infausto grido che acclamava a sempre nuovi tiranni, facciamo che al regno delle tenebre, del gesuitismo e della schiavitù dei popoli, succeda ora in Italia il grido degli apostoli della Libertà e della Vera Luce. Abbiamo il nostro Gran Maestro, la Massoneria in Italia è costituita sulle rovine della esecrate signoria temporale dei preti. Il Rispettabile fa circolare il tronco di beneficenza che produce lire 39. Il Rispettabile chiude i lavori con Rituale al 3° grado. I Fratelli soddisfatti di tanta solenne tenuta si ritirano in silenzio» (in archivio privato Augusto Comba, Verbali della Loggia Centrale «Ausonia», Tenuta dei Maestri del 31 agosto 1861 - Era volgare).

    [5]« ». Lettera riportata in P. Buscalioni, La loggia Ausonia e il primo Grande Oriente d'Italia, Roma , s.e., s.d., pp. 114-16 e A. Colombo, Per la storia della massoneria nel Risorgimento italiano, in «Rassegna storica del Risorgimento», 1914, fasc. I, pp. 70-72.

    [6] Il Consiglio interinale di reggenza era composto da:

    Gran Reggente: Felice Govean
    1° Gran Maestro Aggiunto: Livio Zambeccari.
    2° Gran Maestro Aggiunto: Non Nominato.
    1° Gran Sorvegliante: Carlo Flori.
    2° Gran Sorvegliante: Non Nominato
    Gran Segretario: David Levi.
    Grande Oratore: Carlo Elena.
    Grande Esperto: Giovanni Gallinati.
    Gran Cerimoniere: Federico Gallo.
    Gran Tesoriere: Carlo Borani.
    Gran Controllore: Casimiro Teja.
    Gran Archivista: Angelo Piazza.
    Gran Guardasigilli: Celestino Peroglio
    Gran Portastendardo: Francesco Cordey
    Gran Ospitaliere: Sisto Anfossi
    Ivi.

    [7] Archivio del Museo Centrale del Risorgimento – Roma (MCRR), Raccolta Nelson Gay, b. 721/22(3) - 721/22(5).

    [8]ASGOI, Copialettere del Grande Oriente d'Italia, Lettere alla loggia «Azione e Fede» di Pisa datata 15 novembre 1861(firmata da Govean, Zambeccari e Levi).

    [9] «Gazzetta del Popolo», 23 ottobre 1861.

    [10] «L'Armonia», 9 dicembre 1861, p. 1116.

    [11] Nel mese di ottobre e nei primi giorni di novembre la «Perseveranza» e in particolare «L'Armonia» scatenarono una campagna giornalistica contro l'ambasciatore a Parigi giungendo ad affermare che «Non si è molto contenti a Parigi del modo come si conducono gli affari di quella nostra ambasciata. Nigra sembra scapitato di molto nella stessa opinione dell'Imperatore» (in «Armonia» del 8 novembre 1861).

    [12] U. Rattazzi, Urbain Rattazzi par un témoin des dix dernières années de sa vie, Duganie, Paris 1902, p. 117. Sul momento estremamente delicato attraversato da Nigra cfr. P. De La Gorce, Histoire de second empire, IV, Paris, 1898-1906, pp. 166-67.

    [13] A. Colombo, Per la storia della massoneria, cit., pp. 70-75. Il testo delle due lettere venne citato da Felice Govean nel discorso d'apertura della Prima Costituente riportato in U. Bacci, Libro del massone italiano, Roma, 1911 ( rist. anast., Forni, Bologna 1972) II, pp. 119-21, e A. Luzio, La massoneria italiana e il Risorgimento italiano, I, Zanichelli, Bologna 1925, pp. 344-47.

    [14] Riportata in P. Borelli, Costantino Nigra, cit., p. 186.





    Storia della Massoneria in Italia - Gran Maestri - Costantino Nigra
    Ultima modifica di Avamposto; 20-09-10 alle 10:54

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  2. #2
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: 20 Settembre 1870/2010: 150 anni di potere massonico in Italia

    QUELLA CELEBRAZIONE “NON S’HA DA FARE”


    La Redazione della rivista specializzata Due Sicilie, guidata da compatriota Antonio Pagano, ha oggi segnalato un
    articolo apparso su L'Eco di Bergamo, con cui è stato preannunziato che l'8 giugno, in quella città, verrà ricordato
    Giuseppe Garibaldi.
    All'articolo stesso è annessa una nota che riferisce anche di un "invito" rivolto, da un tale Valter Grossi, ai candidati
    Sindaci per quel Comune, affinché "Bergamo celebri adeguatamente, nel 2011, il 150° dell'Unità diItalia".



    Il compatriota Ubaldo Sterlicchio, sempre sul chi va là, ha prontamente inviato una e-mail alla redazione di quella
    testata giornalistica il cui indirizzo è: redazioneweb@eco.bg.it , evidenziando l'inopportunità di tali indegne
    celebrazioni.
    In allegato i documenti, nonché una foto riportata sulla pagina de L'Eco di Bergamo,
    contenente l'articolo in questione.
    L’8 giugno si ricorda Giuseppe Garibaldi
    L'8 giugno 1859 i Cacciatori delle Alpi guidati da Giuseppe Garibaldi entrarono in Bergamo, abbandonata dagli austriaci in
    fuga. Al comando del generale militavano numerosi volontari bergamaschi, tra cui alcuni nomi noti del patriottismo
    risorgimentale come Francesco Cucchi, Gabriele Camozzi, Francesco Nullo, Luigi Dall'Ovo e Daniele Piccinini. Da quel giorno
    la città e la provincia entrarono a far parte del costituendo Regno d'Italia.
    Per ricordare il 150esimo anniversario della liberazione di Bergamo dal dominio austriaco, lunedì 8 giugno l’amministrazione
    comunale invita la cittadinanza ad una cerimonia commemorativa.
    Questo il programma:
    - ore 11,45: Porta San Lorenzo - Deposizione corona d'alloro
    - ore 12,15: Rocca, cortile di Sant'Eufemia. Inaugurazione e visita della sezione ristrutturata del Museo, dedicata al
    Risorgimento.
    Il Museo storico, in collaborazione con il locale comitato dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, propone un parziale
    riallestimento della sezione ottocentesca presso il complesso della Rocca, che non ne altera l'impostazione, attenta alla storia
    politica, urbanistica, culturale e socio-economica del territorio e della popolazione in rapporto con le vicende di respiro
    nazionale, ma introduce approfondimenti iconografici e documentari dedicati in prevalenza al volto della città e ai volti che
    all'epoca la animano oltre a tematiche politiche e militari.
    Il Museo espone per la prima volta alcuni pezzi delle sue collezioni, alcuni dei quali sono stati oggetto di recenti interventi di
    restauro: tre proclami nella sezione dell'età napoleonica restituiscono traccia dei disordini conseguenti l'occupazione francese
    e della repressione durante la breve presenza austro-russa del 1799; un paesaggio lunare ligure su tela, restaurato,
    testimonia l'impegno pittorico di Massimo d'Azeglio; dagli archivi del Museo Donizettiano proviene lo spartito originale di una
    terzina dantesca - le parole d'amore di Francesca da Rimini - musicata da Donizetti per la contessa Rota Basoni; una teca,
    con un piccolo dipinto del combattimento a Villa Spada e diverse pregiate medaglie della raccolta Camozzi, ricorda l'impegno
    dei volontari bergamaschi per la difesa di Roma e Venezia nel biennio 1848-1849; un quadro di grande impatto visivo e diforte espressività del pittore Gaudenzi ritrae un volontario garibaldino ferito durante uno scontro; una bandiera tricolore in
    seta, restaurata, raffigura Garibaldi in divisa da generale dell'esercito sabaudo; quattro piccoli dipinti, anch'essi restaurati,
    tratteggiano scene della campagna garibaldina in Trentino durante la terza guerra d'indipendenza. Due donazioni, da poco
    acquisite dal Museo, permettono di esporre una pistola ad avancarica a due canne sovrapposte (famiglia Donizetti) e una
    sciarpa tricolore in seta (Antonio Aldeghi), entrambe relative all'impegno volontaristico militare nel biennio 1848-1849.
    Nell'ultima parte del percorso sono state inserite riproduzioni di grande formato relative a vedute di Bergamo nella seconda
    metà dell'Ottocento, provenienti dall'Archivio fotografico Sestini in deposito presso il Museo: esse esemplificano le
    trasformazioni in corso nel tessuto urbano e sociale, dai simboli e luoghi istituzionali alle attività lavorative, dai trasporti alla
    monumentalistica, dai personaggi politici ai volti anonimi dei ceti meno abbienti.
    Proprio in occasione dell'anniversario dell'8 giugno 1859, all'interno di un progetto regionale che coinvolge altre istituzioni,
    verrà avviato lo studio dei documenti di arruolamento dei volontari lombardi nel corpo dei cacciatori delle Alpi, attualmente
    conservati a Torino. Gli esiti della ricerca saranno restituiti alla sua conclusione anche all'interno del percorso espositivo
    dedicato all'Ottocento.
    «Bergamo si impegni per festeggiare
    il 150° anniversario dell'Unità d’Italia»
    Appassionato delle vicende risorgimentali, Valter Grossi chiede ai candidati sindaci di impegnarsi affinché Bergamo celebri
    adeguatamente, nel 2011, il 150° dell'Unità di Ital ia.
    «Ho appreso con entusiasmo - scrive Grossi in una lettera - che il nostro Sindaco Roberto Bruni ha promosso per lunedì 8
    giugno 2009 le celebrazioni del 150° anniversario d ella liberazione di Bergamo dal dominio austriaco, da parte dei Cacciatori
    delle Alpi. Con questa iniziativa Bergamo onora i tanti patrioti che presero parte alle imprese garibaldine insieme agli illustri
    concittadini Francesco Cucchi, Gabriele Camozzi, Francecso Nullo, Luigi Dall' Ovo, Daniele Piccinini, che svolsero ruoli di
    rilievo nelle vicende risorgimentali e post-unitarie».
    «Nel ricordare questi eventi e queste figure, che tanto hanno inciso nella formazione della cultura e della coscienza civile della
    nostra città, possiamo ritrovare un significato attuale con il rilancio della genuina vocazione bergamasca alla difesa della
    libertà, all' emancipazione dei popoli e al dialogo interculturale. Per queste ragioni, chiedo ai candidati sindaci Roberto Bruni e
    Franco Tentorio di impegnarsi per l'anno prossimo nel 2011 (centocinquantesimo dell' Unità d' Italia) di organizzare
    celebrazioni e manifestazioni all'altezza dell' importante contributo svolto da Bergamo nella costruzione dell' Unità Nazionale.
    In questa speciale occasione, le date dell' 8 giugno e il 5 maggio (data dell' imbarco dallo scoglio di Quarto avvenuta nel 1860)
    meritano adeguate celebrazioni (Consigli Comunali aperti, mostre, concerti) che sappiano coinvolgere la cittadinanza e in
    particolare le nuove generazioni nel far rivivere e diffondere valori e principi che restano di straordinaria attualità».


    PERCHÉ NON BISOGNA CELEBRARE GARIBALDI
    Egregi Signori che vi apprestate a celebrare come “eroe” Giuseppe Garibaldi, lo sapete che questo personaggio tutto
    era, tranne che un eroe?
    Sapete, infatti, che:
    - nel 1834, il governo piemontese, con il quale egli collaborerà (spedizione dei mille) per l’invasione del Regno delle
    Due Sicilie, lo aveva dichiarato “bandito di primo catalogo” con la condanna morte in contumacia come “nemico
    della Patria e dello Stato”?
    - era un “pezzo grosso” della massoneria: la sua carriera di “frammassone” iniziò nel 1844, a Montevideo, laddove ne
    ricevette l’iniziazione e culminò nel 1862, a Torino, con il raggiungimento del 33° grado (il più elevato!)?
    - era un avventuriero, con tanto di “patente da corsaro”, dedito ad atti di pirateria, e che in Sud America non
    combatté per la libertà delle popolazioni del Rio de la Plata, ma per favorire gli interessi commerciali inglesi: assaliva le navi e le depredava. I suoi marinai si abbandonavano a razzie e violenze (memorabile fu il saccheggio
    della città fluviale argentina di Colonia), suscitando un risentimento che dura ancora oggi. L’indignazione dei popoli
    dell’America del Sud, viva ancora al giorno d’oggi, è racchiusa in un emblematico articolo apparso su Il Pais (un
    quotidiano argentino che, giornalmente, vende 300.000 copie circa), alla pagina 6 del numero pubblicato il 27 luglio
    1995, in occasione della visita in Argentina del Presidente italiano Oscar Luigi Scalfaro: “Il presidente d’Italia è stato
    nostro illustre visitante… Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla
    presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte
    del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dottor Scalfaro che il suo
    compatriota (Garibaldi) non ha lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma. Piuttosto il
    contrario”?
    - è stato un mercante di schiavi cinesi tra Macao ed il Cile? (il suo armatore Pietro De Negri diceva che glieli potava
    “belli grassi”)?
    - aveva un orecchio mozzato? pena questa che in Sud America veniva inflitta ai ladri di cavalli ed agli stupratori?
    - commissionò l’assassinio di Manuel Duarte, suo rivale in amore, perché legittimo marito di Anita? e che, con
    qualche rimorso postumo, il “generalissimo” nelle sue memorie sentenziò al riguardo: “Se vi fu colpa, io l’ebbi
    intera, e vi fu colpa!”?
    - il 7 agosto 1847 scrisse di essere disposto a “… servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano e ci
    dasse (sic!) del pane”; ma che la sua istanza di arruolamento nell’esercito pontificio fu rigettata, perché giudicato
    non idoneo al comando di truppe regolari?
    - sembra che abbia “aiutato” Anita, febbricitante ed in avanzato stato di gravidanza, a lasciare questo mondo; infatti,
    permangono forti sospetti (nutriti dalla polizia papalina, che intervenne sul posto) che sia stato proprio Garibaldi a
    strangolare la donna e ad abbandonarla nelle paludi romagnole, per poter scappare più celermente, in quanto
    inseguito dalle truppe austriache e dalla polizia pontificia?
    - lo sbarco a Marsala e la conseguente invasione del Regno delle Due Sicilie può, a pieno titolo, definirsi come un
    “gravissimo atto di pirateria internazionale”, in quanto perpetrato nel totale dispregio di ogni più elementare norma
    di Diritto Internazionale, prima fra tutte, quella che garantisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli?
    - fu il mandante dell’eccidio di Bronte, dove fece fucilare, per mano di Nino Bixio, i contadini che avevano osato
    “usurpare” le terre (da lui stesso promesse a quei disgraziati) che erano di proprietà degli inglesi? (l’eccidio di Bronte
    è stato narrato, con dovizia di particolari, dal garibaldino Cesare Abba, nel suo libro Da Quarto al Volturno)
    - l’arrivo di Garibaldi nel Sud d’Italia costituisce il vero spartiacque nell’evoluzione e nella storia della Mafia e della
    Camorra? e che le organizzazioni criminali meridionali, nel 1860-61 grazie a lui, entrarono a pieno titolo nella
    vita sociale, economica e politica dello Stato, mutando la loro caratteristica: da parassitarie, diventarono
    imprenditoriali e politiche?
    - la c.d. vittoria di Calatafimi non fu conseguita sul campo, bensì fu letteralmente “comprata” da Giuseppe Garibaldi,
    il quale aveva già provveduto a corrompere il generale borbonico Francesco Landi? Questo non trascurabile particolare spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore», in
    quanto il c.d. eroe dei due mondi era ben sicuro di... non morire!
    - quando Garibaldi entrò a Palermo, saccheggiò il Banco di Sicilia, appropriandosi di ben cinque milioni di ducati,
    come fece saccheggiare tutte le chiese e tutto quanto trovava sulla sua strada?
    - la stagione garibaldina a Napoli può essere considerata come “la più grande rapina della storia italiana moderna”,
    che vide coinvolte le ricchezze contenute nelle banche, nei musei, nelle regge, negli arsenali e anche nelle casse
    private di molti cittadini?
    - lo stesso Vittorio Emanuele II, dopo l’incontro di Teano, così scrisse al Cavour: “...come avrete visto, ho
    liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo
    personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo
    talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato
    commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente
    a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice
    paese in una situazione spaventosa”?
    - Francesco Guglianetti, segretario generale agli interni del governo sabaudo scrisse di aver saputo “da persona
    autorevole che parecchi, partiti miserabili, sono ritornati colla camicia rossa e colle tasche piene di biglietti di
    mille lire”?
    - Garibaldi stesso, il giorno 5 dicembre 1861, in pieno Parlamento a Torino, definì i suoi famigerati «Mille»: “Tutti
    generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici
    genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”?
    - il massone Pietro Borrelli, firmandosi con lo pseudonimo di Flaminio, nell’ottobre 1882, sulla rivista tedesca
    Deutsche Rundschau, scrisse: «Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per
    realizzarsi, avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la
    rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi,
    percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti»?
    - lo stesso Garibaldi, in un momento di sincerità, nel 1868, scrisse all’attrice Adelaide Cairoli: “Gli oltraggi subiti
    dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non
    rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo
    squallore e suscitato solo odio”?
    - infine, deluso e disgustato da quelli che erano stati i risultati della cosiddetta unità d’Italia nel 1880, così disse:
    “Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla
    parte peggiore della nazione”?
    - coloro che celebrano Giuseppe Garibaldi sono nemici del Sud d’Italia e del suo Popolo?
    A questo punto, non pensate che le Vostre programmate celebrazioni siano quanto mai inopportune ed antistoriche?
    E’ vero che lo Stato italiano ha stanziato fiumi di denaro per la realizzazione di avvenimenti simili, ma mi permetto di darVi un consiglio spassionato: le cospicue somme che dovreste spendere per queste indegne celebrazioni,
    devolvetele per opere di beneficenza in favore di persone bisognose di Bergamo che, credo, siano tante!

    Distinti saluti,
    Ubaldo Sterlicchio




    http://www.brigantaggio.net/Briganta...2009_06_06.pdf

  3. #3
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: 20 Settembre 1870/2010: 150 anni di potere massonico in Italia

    Mito Risorgimentale e Risorgimento: articolo di Marco Invernizzi
    Category: impressioni personali — vietato parlare @ 16 am
    fonte: Marco Invernizzi su Storia ed Idendità



    Parto da un dato di fatto che per certi versi è all’origine del problema dell’identità degl’italiani nel nostro tempo, a centocinquant’anni dalla formazione dello Stato unitario.

    Quando parliamo di Risorgimento e di Resistenza indubbiamente ci troviamo di fronte ai due eventi storici che vengono...Continue on to identitanazionale.it Quando parliamo di Risorgimento e di Resistenza indubbiamente ci troviamo di fronte ai due eventi storici che vengono evocati dalle istituzioni dello Stato — il 15 aprile 2010 Giorgio Napolitano ha parlato dell’unità del 1861 come “una grande stella polare” (1), che guidato il cambiamento nel Paese — e dalla maggior parte degli storici accademici come punti di riferimento imprescindibili per determinare il sentimento di appartenenza nazionale.

    Ma è altrettanto vero che questi due “pilastri”, nonostante le massicce dosi di “educazione civica” impartita obbligatoriamente in tutte le scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, non sono considerati del tutto tali dalla comunità nazionale. Ciò si verifica naturalmente in grado diverso a misura dell’istruzione, dell’ideologizzazione e del vissuto di ciascuno, ma in misura sufficiente per poter affermare che entrambi gli eventi non riescono a svolgere il ruolo esemplare che è stato loro assegnato.

    Il motivo di questa insufficiente adesione credo sia da ricercare nel carattere mitologico, ergo ideologico, che accomuna i due momenti della storia italiana, cioè nella loro sostanziale astrattezza e non rispondenza ai sentimenti e — perché no? — agl’interessi concreti della maggioranza dei cittadini. Infatti sia il Risorgimento sia la Resistenza hanno contribuito in maniera cospicua al venir meno di una concezione della vita condivisa perché fondata su principi e su esperienze universali — quello che alcuni studiosi hanno sintetizzato con il termine “senso comune” — diffondendo, spesso con l’uso della violenza, visioni del mondo e della società lontane e mutuate da filosofie sociali utopistiche.

    Provo a esaminare le due questioni, separandole anche per cercare di mostrare le similitudini e le differenze.

    1. Il Risorgimento

    Il Risorgimento aveva alle spalle, in senso cronologico, e davanti a sé, almeno come punto di riferimento ideale, la madre di tutte le rivoluzioni, almeno nella modernità, la Rivoluzione francese. Non tutti gli studiosi concordano nel fare in qualche modo dipendere il Risorgimento dalla Rivoluzione francese e, soprattutto i sostenitori di un’interpretazione moderata, nazionalista e sabauda del processo di unificazione politica dell’Italia, tendono a privilegiare le radici e i protagonisti autoctoni del moto risorgimentale. Queste radici indubbiamente vi furono e possono essere racchiuse in uno dei termini con cui si definisce, a torto, il Risorgimento, ossia l’unità. L’unificazione della Penisola, prima divisa in diversi Stati regionali, alcuni plurisecolari, in un unico organismo politico fu certamente uno dei due motivi che hanno dominato la nascita dell’Italia moderna ed è una caratteristica assente nella Rivoluzione del 1789 in Francia.

    Ma l’unificazione sarebbe potuta avvenire in modi diversi, per esempio secondo lo schema federalistico del movimento neo-guelfo, che non voleva contrapporsi alla Chiesa, oppure, al contrario, seguendo la prospettiva repubblicana, sostenuta dalle forze che si ispiravano a Giuseppe Mazzini e a Carlo Cattaneo. Invece venne attuata in obbedienza ai teoremi della prospettiva ispirata a una forma temperata di liberalismo e a un forte nazionalismo, che si intrecciavano e si mescolavano agl’interessi geo-politici del Regno di Sardegna. Che tale prospettiva ideologica avesse un debito evidente nei confronti della Rivoluzione francese e in particolare del ventennio della dominazione napoleonica in Italia (1796-1815), mi sembra evidente.

    L’unificazione, fatto in sé positivo, venne attuata in maniera inseparabile da un progetto di rinnovamento degli assetti culturali e politici, che ebbe modalità ed effetti dirompenti nei confronti di un passato plurisecolare comune dei popoli italiani.

    Il Ri-sorgimento dell’Italia, quello che avvenne nella realtà, si tradusse invece in emarginazione completa delle classi politiche preunitarie, in mortificazione delle antiche capitali, in esproprio totale delle risorse materiali e immateriali — pensiamo ai codici, agli statuti delle autonomie, alle opere di carità — dei vari regni e principati soppressi, in dispersione totale dei patrimoni di esperienza accumulati in secoli di unità culturale, in eversione radicale dei cicli economico-sociali — incluse le migrazioni — regionali e interregionali. A vantaggio di un forte accentramento politico e di una pesante uniformità amministrativa, attuando una secolarizzazione esasperata e combattendo con l’esercito ogni conato di resistenza.

    Il che portava inevitabilmente a uno scontro diretto con la Chiesa cattolica, non soltanto a causa del potere temporale che il Pontefice esercitava su una parte del territorio italiano, ma anche e soprattutto perché l’ideologia risorgimentale prevedeva che il Paese attuasse uno stacco più o meno radicale dalle sue radici cristiane.

    Si aprì così una serie di questioni, meglio, di ferite, che la comunità nazionale non ha ancora risolto centocinquant’anni dopo la sua unificazione politica.

    Nacque allora — certamente almeno a partire dal 1848, dopo il rifiuto di Papa Pio IX (1846-1878) di muovere guerra a fianco dei sardi contro l’Impero austriaco — una “questione cattolica”, questione più ampia di quella che verrà chiamata “questione romana” nata a seguito della conquista militare di Roma nel 1870 da parte dell’esercito italiano. La “questione romana” non è stata risolta compiutamente dai Patti Lateranensi del 1929, che hanno sanato gli aspetti giuridici e politici, accettando con l’esistenza di un minuscolo ma reale Stato vaticano e regolamentando, con il Concordato, i rapporti nelle materie miste fra Stato italiano e Santa Sede. La “questione cattolica” è più ampia perché affonda nel corpo sociale italiano e si esplica non solo nella separazione fra Stato e Chiesa, ma anche nella scristianizzazione della sfera pubblica e nel ridimensionamento della presenza organizzata dei cattolici — che in buona parte rappresentano, almeno fino alla fine del XIX secolo, il “Paese reale”— che lo Stato, il Paese legale, attua nei decenni successivi all’unificazione e poi, ancor di più, dopo il 1870. Questa deriva non si è estinta dal punto di vista culturale né durante il fascismo, né nei regimi cosiddetti democratico-cristiani della Prima Repubblica, dove il cattolicesimo venne indubbiamente rispettato — anzi, la sfera religioso-clericale ottenne appoggi prima insperabili —, ma mai effettivamente ripreso come fondamento delle origini della nazione e quale componente vitale della vita pubblica.

    Nacque allora anche una “questione meridionale”, a causa della guerra civile che sconvolse il Mezzogiorno nel decennio 1860-1870 e che costò almeno diecimila morti, quasi tutti fra i contadini ribelli, e uno strascico di rancori etnico-classisti ancora oggi percepibile nelle viscere del Sud, per esempio nell’insofferenza popolare verso lo Stato, nella sensazione di persecuzione ed esclusione che affligge la popolazione e nel ricorso alla protezione delle organizzazioni criminali di tipo mafioso.

    Si creò inoltre — e forse si tratta della questione meno nota o, comunque, affiorata più tardi — una “questione federalista”, relativa alla forma dello Stato che i primi governi italiani vollero centralizzata, sulla base del modello francese, quando invece il “vestito” politico adatto al Paese-Italia avrebbe palesemente dovuto essere di carattere federale, nel rispetto delle profonde diversità delle popolazioni, delle loro varie storie e dei rispettivi governi pre-unitari. Una questione che l’istituzione delle regioni nel 1970 non ha affatto risolto, visto l’impronta verticistica, astratta — il ritaglio del territorio fatto nel 1861 andava ancora bene un secolo dopo? —, burocratica e pleonastica — perché mantenere le province? — che l’ha accompagnata.

    Queste tre “questioni” hanno prodotto altrettante ferite che non si sono mai del tutto rimarginate nel corso della storia unitaria del Paese, si sono impresse nella memoria collettiva e nella tradizione familiare, anche se hanno assunto diverse espressioni nelle successive epoche storiche. E qui sta la radice della freddezza e dell’indifferenza agli appelli patriottistici delle autorità, che ignorano imperterrite questi spessi “rovesci di medaglia” e continuano a propagandare una mitologia oleografica e inverificata — anzi, verificandola, si vanifica ancor di più — e che puzza sempre più di falso ideologico.

    2. La Resistenza

    È significativo che le diverse famiglie ideologiche riaffiorate dopo il fascismo abbiano letto la Resistenza come “secondo Risorgimento”.

    Questo vale per il radicalismo liberale del Partito d’Azione — che nella Resistenza assume lo stesso nome dell’aggregazione che nel Risorgimento unì Casa Savoia a Camillo di Cavour (1810-1861) e a Giuseppe Garibaldi (1807-1885) —, che voleva portare a termine il processo risorgimentale attraverso una radicale riforma della cultura del Paese che lo allontanasse definitivamente dalle sue radici cattoliche e “controriformistiche”, ritenute il principale ostacolo al suo processo di modernizzazione.

    Vale anche per gli stessi comunisti, che faranno propria la lettura rivoluzionaria del Risorgimento proposta da Antonio Gramsci (1891-1937), e vedranno nella Resistenza l’occasione per fare quella rivoluzione sociale mai definitivamente attuatasi nel Paese.

    Lo stesso fascismo, pure essendo un “fascio” appunto di diverse ideologie e correnti politiche, si considerò sempre, almeno attraverso il pensiero di Giovanni Gentile (1875-1944) e dei principali intellettuali nazionalisti, in virtù della “nazionalizzazione delle masse” da esso attuata, come erede, continuatore e ultimatore del Risorgimento.

    Un discorso diverso, molto più complesso e difficile da riassumere, riguarda il mondo cattolico. Indubbiamente il partito della Democrazia Cristiana e i suoi principali intellettuali di riferimento non enfatizzarono mai le posizioni contrarie al Risorgimento assunte a suo tempo dalla Chiesa, in primis dal beato Papa Pio IX, poi dal movimento cattolico intransigente, che lo storico liberale Giovanni Spadolini (1925-1994) ha chiamato l’”opposizione cattolica”, perché i democratici cristiani temevano che ciò lasciasse credere che il partito di maggioranza relativa, ormai stabilmente alla direzione dello Stato, avesse nostalgie temporalistiche e nutrisse la stessa diffidenza verso le istituzioni statali liberali che aveva sempre contraddistinto il movimento cattolico. I cattolici insomma erano entrati ai vertici dello Stato dopo il 1945 e non avevano nessuna intenzione di andarsene, anche se questo comportò sorvolare su una ferita nazionale profonda e importante.

    Oltre a essere stata una guerra fra il fascismo e le forze che, dopo l’8 settembre 1943, diedero vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nell’Italia occupata dai tedeschi e governata dalla Repubblica Sociale Italiana, la Resistenza ha assunto anche il carattere di uno scontro ideologico-politico fra le diverse forze del CLN vittorioso, ognuna delle quali, peraltro, si riteneva degna erede e continuatrice del Risorgimento e dello Stato prefascista — con le riserve cui ho accennato riguardo al mondo cattolico — e voleva cogliere l’opportunità della sconfitta militare del Paese e delle drammatiche sofferenze che la guerra aveva inflitto alle popolazioni al fine di conquistarvi l’egemonia politica.

    La lotta antifascista e antitedesca, lungi dall’essere quel moto corale di liberazione e quel generale anelito di democrazia che ne sostanziano la mitologizzazione, ha coinvolto solo una parte della nazione. Ne sono rimasti ovviamente esclusi i fascisti e chi prestava loro consenso, cioè molti ben pensanti, le centinaia di migliaia di sodati italiani rinchiusi nei campi di prigionia in India, in Sudafrica, in Inghilterra, negli Stati Uniti —molti di meno, per ovvi motivi quelli prigionieri in Russia —, gl’italiani che vivevano nella zona di occupazione alleata e, nel resto d’Italia, quella maggioranza “grigia” e attendista della popolazione, presente anche fra chi scelse di rifugiarsi sulle montagne per sfuggire alla deportazione in Germania o alla coscrizione fascista.

    Ma, soprattutto, per come è stata condotta, ha prodotto gravi lacerazioni e lasciato ingenti strascichi nel dopoguerra.

    Anzitutto una grande ferita si è formata a seguito della guerra scatenata dalle formazioni terroristiche e partigiane comuniste nel Nord del Paese, un conflitto feroce, che ha coinvolto italiani quartiere per quartiere, caseggiato per caseggiato — soprattutto gli alloggi popolari delle grandi città come Milano, Torino e Roma. Una guerra fatta di omicidi politici, di attentati terroristici — da via Rasella a Roma in poi — e rinfocolata dalle rappresaglie provocate. Una guerra che aggravava lo scontro bellico fra i due eserciti stranieri, quello a guida nazionalsocialista al nord e quello alleato che risaliva dalla Sicilia — ciascuno con la sua “appendice” di formazioni italiane — che si combattevano lungo la Penisola. Una guerra che macchiava lo sforzo reale di liberare il Paese che tanti militari e civili nelle formazioni partigiane disinteressatamente perseguivano. Una guerra civile che la parte vittoriosa ha continuato anche dopo la fine delle ostilità, proseguendo con omicidi e “pulizie di classe”, umiliazioni e minacce per i vinti, fino almeno al 1948: i molti volumi di Giampaolo Pansa ne sono la più recente e sensazionale riscoperta.

    La grave lacerazione non deve fare tuttavia dimenticare la parentela che esiste fra le diverse ideologie che hanno operato durante la guerra civile e che operativamente le assocerà all’interno del Cln e poi nell’Assemblea Costituente e nei governi nazionali e locali: l’espulsione dei comunisti per ragioni internazionali dal governo dello Stato nel 1947 sarà alla lunga “ricuperata” per iniziativa del partito democristiano e sarà del tutto dimenticata nei governi “di unità nazionale” della fine degli anni 1970.

    La stessa ideologia del regime sconfitto, il fascismo, nasce dal socialismo, si unisce al nazionalismo dopo la Grande Guerra e soltanto durante il ventennio assume posizioni conservatrici — per interesse o per convinzione è difficile da valutare —, ostili al processo di ideologizzazione sviluppatosi nel Paese appunto a partire dal Risorgimento.

    Forse questo — una rivalità fra “cugini” — può spiegare meglio la ferocia della guerra civile su un piano strettamente umano, anche perché coloro che cambiano partito devono assumere velocemente credibilità nella nuova formazione partitica che hanno sposato. Tuttavia anche questo merita una ulteriore riflessione: il via vai di socialisti diventati interventisti, nazionalisti e poi fascisti negli anni attorno alla Grande Guerra, così come gli intellettuali fascisti diventati, senza grandi traumi, antifascisti o di diverso orientamento ideologico o persino comunisti, durante e dopo la seconda guerra mondiale, dovrebbe favorire una riflessione sul fatto che tutte le diverse ideologie moderne che hanno attraversato la storia italiana facevano tutte riferimento al ceppo risorgimentale, sì che il passaggio da una all’altra non ha mai implicato radicali conversioni, cambiamenti nella vita e nel modo di pensare paragonabili alle grandi conversioni religiose, per esempio a quelle celebri di sant’Agostino e san Paolo, ma anche a quelle moderne, di quegli stessi anni, penso per esempio a Giovanni Papini (1881-1956).

    Naturalmente questa considerazione non diminuisce il grande trauma della guerra civile ma, in un certo senso, lo rende ancora più incomprensibile, proprio per il fatto che gli attori di questa ferita inferta al corpo della nazione nella realtà, nel loro modo di pensare e di vivere, si distinguevano fra loro molto meno di quanto si creda.

    Indicazioni bibliografiche

    Su entrambi i temi la bibliografia è sterminata. Mi limito a segnalare i testi che hanno ispirato queste note e quelli che mi paiono utili a “introdursi” nel problema del rapporto fra Risorgimento e Resistenza.

    Sulla “questione romana”, cfr. Renato Cirelli, La Questione romana (1860-1929) in Voci per un Dizionario del Pensiero Forte. (Alleanza Cattolica - Cristianita' __________), e Idem, La Questione Romana. Il compimento dell’unificazione che ha diviso l’Italia, Mimep-Docete, Pessano (Milano) 1997. Sulla “questione meridionale” cfr. Francesco Pappalardo, La questione meridionale in Voci per un Dizionario del Pensiero Forte (Alleanza Cattolica - Cristianita' __________), e Idem, Giuseppe Garibaldi, Sugarco, Milano 2010. Una cronaca scritta da un contemporaneo e critica del Risorgimento è quella di Patrick Keyes O’ Clery, La Rivoluzione italiana. Come fu fatta l’unità della nazione, trad. it., Ares, Milano 2000. Di F. Pappalardo sarà disponibile dal mese di giugno Il Risorgimento, Quaderni del Timone, Milano 2010, una introduzione accessibile al tema con bibliografia. Molto utile, per le recensioni di opere sul Risorgimento e per altri articoli sul tema, il sito dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale Storia&Identità. Annali Italiani online (Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identità Nazionale)

    Uso il termine “senso comune” nel significato esposto nelle opere di mons. Antonio Livi, sintetizzate nella voce senso comune, redatta da Giovanni Cantoni in Voci per un Dizionario del Pensiero Forte (Alleanza Cattolica - Cristianita' __________).

    Sulla Resistenza una introduzione importante e accessibile anche al non specialista è l’opera di Renzo De Felice (1929-1996), Rosso e Nero, a cura di Pasquale Chessa, Baldini & Castoldi, Milano 1995. Più complessa ma di grande importanza per chi volesse approfondire è l’opera dello stesso De Felice, Mussolini l’alleato, vol. II, La guerra civile (1943-1945), Einaudi, Torino 1997.

    Marco Invernizzi

    (1) Cfr. Giorgio Napolitano, Allocuzione rivolta al Ministro per lo Sviluppo Economico e ai componenti della Consulta per l’emissione di Carte Valori Postali e la Filatelia e della Commissione per lo Studio e l’Elaborazione delle Carte Valori Postali, in occasione della presentazione dei quattro francobolli celebrativi del 150° anniversario della Spedizione dei Mille, Roma, 15 aprile 2010, in http:// Il sito ufficiale della Presidenza della Repubblica qrnw/ statico/ eventi/ 150italia-unita/ documenti/ quirinale15aprile2010.htm, consultato il 4-5-2010.





    Vietato Parlare

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: 20 Settembre 1870/2010: 150 anni di potere massonico in Italia

    I Papi e la Massoneria

    Posted on 15/07/2010

    Recensione libraria del testo di Angela Pellicciari
    “I Papi e la Massoneria”, Edizioni Ares, Milano




    “La massoneria e’ un nemico della Chiesa; nasce con questa inimicizia e persegue la realizzazione di questa inimicizia con la distruzione della Chiesa e della civilta’ cristiana e con la sostituzione a esse di una cultura e di una societa’ sostanzialmente ateistiche, anche quando si fa riferimento all’architetto dell’universo. (…) …non e’ la Chiesa ad essere antimoderna, ma che e’ la modernita’ a essere antiecclesiale. La modernita’ e’ antiecclesiale, e il punto di attacco massimo all’ecclesialita’ e’ proprio rappresentato dalla massoneria che, in quanto elemento segretamente connotato e dinamicamente lanciato alla creazione di una civilta’ alternativa a quella che nasce dalla fede, rappresenta, a mio modo di vedere, l’elemento radicale della modernita’.”

    ( dalla prefazione – Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro)

    “La grand’arte di rendere infallibile una rivoluzione qualunque, si e’ d’illuminare i popoli, conducendo insensibilmente l’opinione pubblica a desiderare dei cangiamenti, che sono l’oggetto indeterminate di una rivoluzione meditata. (…) Quando l’oggetto di questo desiderio e’ una rivoluzione universale, tutti i membri di queste societa’, tendendo allo stesso scopo, appoggiandosi gli uni agli altri, devono cercare di dominare invisibilmente e senza apparenza di mezzi violenti, non sulla parte piu’ alta o meno ragguardevole di un solo popolo, ma sugli uomini di ogni Stato, di ogni nazione, di ogni religione, soffiando da per tutto lo stesso spirito nel piu’ gran silenzio, e con tutta l’attivita’ possibile, dirigendo tutti gli uomini sparsi sulla superficie della terra verso lo stesso obbietto…”

    ( Adam Weishaupt – Scritti Originali – Discorso sopra i misteri” in “La Civilta’ Cattolica – Le societa’ segrete” – 1852, IX, pp 24-25 )

    Che cos’e’ la Massoneria? L’autrice di questo interessante saggio, uscito per le edizioni “Ares” di Milano tra anni fa, incomincia con questo interrogativo la sua ricognizione d’analisi relativa al ruolo, alla funzione ed alla minaccia rappresentata per la Tradizione Cattolica dalla setta occulta denominata Frammassoneria.

    Abbiamo avuto occasione sovente di parlare di alcuni tra gli aspetti principali dell’organizzazione massonica, dei suoi rituali, della sua gerarchia segreta, dei suoi fini ed obiettivi fondamentalmente diretti alla sovversione generale di tutte le strutture delle societa’ europee (ed anche extra-europee) ed al rovesciamento dei valori che, in ambito cristiano, sono quelli rappresentati dalla dottrina dell’autentica Tradizione Cattolica pre-conciliare, anti-modernista ed in ordine con i principii della fede, gli Evangeli, gli scritti dei Padri della Chiesa sempre riaffermati dall’azione pontificale almeno fino alla grande abiura seguente il Concilio Vaticano II degli anni 1958-63.

    Indipendentemente dalla realta’ attuale – che vede l’autorita’ ecclesiastica ridotta ai minimi termini, l’influenza vaticana sostanzialmente ridimensionata e l’azione formatrice ed educatrice proprie della Chiesa fondamentalmente negate da un sistema che ha costruito un vero e proprio regno d’iniquita’ attorno ai falsi miti sui quali si fonda la nostra cosiddetta modernita’: il progresso, lo sviluppo industriale, la tecnica e la scienza, la cieca e spesso assoluta fede nella ragione, quale unico faro illuminante l’umanita’; una umanita’ che vive materialisticamente il quotidiano innalzando la razionalita’ e osannando la sperimentazione quale esclusivo veicolo per dimostrare la validita’ di un evoluzionismo che si pretende infallibile e inarrestabile e, come tale, sola ed essenziale verita’ tangibile, manifesta e indistruttibile.

    Ai dogmi della fede si e’ progressivamente andato sostituendo il mito del progresso risolutore con tutto l’insieme contrastante di ideologie e superstizioni che anche in ambito spirituale (con la sostituzione del religioso con il magico e l’affermazione del sincretismo sull’assolutismo dogmatico) hanno determinato la catastrofe modernista: all’ordine si e’ sostituito il caos, alla fede lo scetticismo portabandiera e alfiere di ogni sorta di agnosticismo e infine di laicismo e ateismo; alla visione lineare, organica e tradizionale di una dottrina canonica che rappresentava la continuita’ nella Tradizione della scuola patristica sono subentrate la moltitudine di idee che hanno realmente portato fumo e puzza di zolfo fin dentro le segrete vaticane… L’antitradizione in marcia ha scardinato le porte della basilica di San Pietro e San Paolo per continuare l’opera sua: l’edificazione di una contro-chiesa demoniaca, fondata sui controvalori della materia, della mercificazione dell’uomo, del sincretismo religioso che tutto mischia e tutto tende ad unire in nome di un’idealismo universalista astratto che tende a mascherare, occultandone il senso profondo e le radici antiche, l’azione profondamente satanica di quelle forze anti-tradizionali che riconosciamo come le multiformi espressioni della Sovversione.

    Questo, in estrema sintesi, il piano, il progetto illuministico-massonico della Setta contro-tradizionale meglio nota come Frammassoneria o alleanza di tutti gli agnostici, gli atei, i bestemmiatori ed i nemici della Fede (di quella cristiano-cattolica in principio, di tutte le fedi in ordine con una Tradizione osserviamo nel corso della sua storia devastatrice e disintegratrice di universalita’ teologicamente concepite quali vettori di idealita’ ascendenti e vie di realizzazione secondo i piani del Divino, in breve contro tutto cio’ che di sacro e trascendente e’ stato concepito dall’uomo).

    Frammassoneria che si autocelebra come sorta di Grande Restauratrice di confuse mitologie universalistico-umanitarie raccattate alla rinfusa nelle diverse dottrine tradizionali e miscelate in una formula superconciliante che ha fatto del sincretismo generale il proprio programma di infiltrazione nelle gerarchie e nei vertici delle distinte autorita’ religiose per dividere e sviluppare il proprio progetto sedizioso di negazionismo di ogni valore spirituale ovvero l’affermazione di una contro-ascesi modernista che aborrisce tutta la storia e qualunque fondamento dottrinario per ricomprendere qualunque esperienza religioso-spirituale nel grande piano del cosiddetto Architetto Universale alias il Grande Tentatore (“al shaytan al akbar” secondo l’Islam – il Grande Satana) colui il quale gli uomini hanno cominciato a conoscere fin dalle origini della loro storia come il sigillo d’Iniquita’ e di perdizione.

    “La letteratura sulla massoneria – scrive l’autrice del saggio – e’ sterminata. Non e’ facile orientarsi perche’ non e’ facile distinguere il vero dal falso; la leggenda dalla realta’. (…) La massoneria moderna, di questa ci occuperemo, nasce a Londra il 24 giugno 1717, festa di San Giovanni Battista. La prima condanna pontificia e’ solo di qualche anno posteriore: Clemente XII pubblica l’enciclica “In eminenti” il 28 aprile 1738, ventun anni dopo la formazione della Gran Loggia di Londra. Da allora i pronunciamenti pontifici antimassonici non si contano.(1)”.

    La genesi, gli obiettivi, la volonta’ distruttiva nei confronti della Chiesa cattolica e le trame, i programmi ed i progetti messi in atto nel corso degli ultimi tre secoli dalla Libera Muratoria ne dimostrano inequivocabilmente il suo ruolo di vettore anti-tradizionale per eccellenza, quinta colonna in seno alle societa’ moderne – occidentali prima e mondiali successivamente una volta affermatasi in Occidente – ‘puntata’ contro il Soglio Pontificio e la struttura gerarchica tradizionale cristiano-latina del Vaticano percepito quale nemico assoluto dai fratelli “tre puntini” liberi muratori e da avvelenare, infiltrare, dividere e possibilmente distruggere attraverso un’attivita’ di erosione delle sue strutture, dei suoi uomini, della dottrina tradizionale che, dagli Evangeli fino ai Padri della Chiesa, doveva essere modificata, resa inservibile e inutilizzabile quale “kathekon” (…funzione suprema del Pontefice = pontifix , costruttore di ponti tra regno terrestre e materialita’ e regno celeste e spiritualita’, al quale viene affidata legittimamente la ‘vocatio’ di estrema difesa della fede ovvero di rappresentare simbolicamente e fattualmente “colui che trattiene” l’avvento di un regno dell’anticristo e delle sue legioni infernali…) contro la modernita’ e le forze agenti della sovversione (delle quali, come ricordera’ lo stesso Rene’ Guenon – studioso tradizionalista francese noto per i suoi trascorsi all’interno della setta ma anche per le opere, pregevoli,, con le quali si dedico’ allo studio di questa organizzazione segreta ed alla divulgazione di alcuni dei suoi misteri -, la Massoneria sara’ solamente uno, probabilmente tra i piu’ influenti ma anche tra i piu’ conosciuti e noti, vettori …altri, magari meno visibili e piu’ occulti, potrebbero essere alacremente al lavoro per edificare questa Contro-Chiesa di Satana).

    “La massoneria moderna – prosegue la Pellicciari – nasce a Londra nel 1717 come frutto dell’unione di quattro logge preesistenti confluite nella Gran Loggia di Londra. All’inizio i fratelli sono divisi in due gradi, “apprendista” e “compagno”, che diventano tre qualche anno piu’ tardi con l’aggiunta del grado di “maestro”. Dissensi, divisioni, scismi, accompagnano la libera muratoria moderna dall’inizio: nel 1725 si forma a York la massoneria degli antichi che introduce il grado dell’Arco Reale (lo scisma si ricompone nel 1813 quando massoni antichi e moderni confluiscono nella Gran Loggia Unita di Inghilterra). I gradi si moltiplicano con la diffusione dell’ordine in Francia dove, alla fine degli anni Trenta, il cavaliere Andre’ Michel de Ramsay, di origine scozzese, fonda la massoneria degli alti gradi (2). La lettera di Clemente XII e’ del 1738 quando la massoneria si e’ gia’ diffusa e ramificata con grande velocita’: “Nel 1728 il duca di Wharton – scrive lo storico Bernard Fay – fonda a Madrid una loggia che dipende da quella di Londra; nel 1729 si costituiscono nel Bengala e a Gibilterra due logge azzurre. In tutti gli angoli d’Europa e del mondo i viaggiatori inglesi – si tratta di ambasciatori, di mercanti di stoffe o di ufficiali – fanno a gara a creare logge (…) Mons ne possiede una fin dal 1721, Gand dal 1722, Parigi dal 1726, Firenze dal 1733 (fondata da sir Charles Sackville) (*), la Russia dal 1731, la Polonia dal 1735, Amburgo dal 1737. Mannheim nello stesso anno e cosi’ anche Ginevra, la Svezia un po’ prima, Lisbona dal 1735. Copenaghen dal 1743. La lontana America, dove gia’ lavoravano dei massoni, ebbe una loggia regolare nel 1731. Dovunque vengano fondate, queste logge si pongono sotto l’egida della grande nobilta’ inglese ligia agli Hannover, protestante e liberale” (3). E’ anche grazie alla rete delle logge che l’Inghilterra impone i suoi interessi economici e il suo stile di vita in tutto il mondo: “Dopo aver assicurato l’unita’ politica dell’Inghilterra – prosegue Fay -, la massoneria lavoro’ per diffondere nel mondo intero l’unita’ dei principi e delle pratiche politiche preparando dappertutto la via al parlamentarismo. Nelle sue logge si insegno’ ai nobili e ai borghesi a discutere ogni genere di problema e ad addestrarsi nei metodi parlamentari; negli animi si diffuse il culto del parlamento inglese e il sogno di un parlamento universale.” (4) Entrano nella massoneria non solo esponenti del mondo del lavoro, della borghesia, della piccola e grande nobilta’. Fanno il loro ingresso in loggia gli stessi membri delle famiglie reali: nel 1731 viene iniziato in Olanda Francesco D’Asburgo Lorena (futuro granduca di Toscana e imperatore del Sacro Romano Impero, in quanto marito di Maria Teresa d’Asburgo) e nel 1737 e’ la volta di Federico II di Prussia. Come mai diventano massoniche le massime cariche dello Stato, compreso chi ricopre la piu’ alta e nobile funzione dell’Occidente, quella di sacro romano imperatore? La domanda e’ pertinente perche’ il quarto titolo delle “Costituzioni dei Liberi Muratori”, il testo fondante della massoneria moderna redatto dal pastore presbiteriano James Anderson nel 1723, prescrive: “Tutte le preferenze fra i Muratori sono fondate soltanto sul valore reale e sul merito personale”. (…) Parziale risposta a questo interrogativo si puo’ cercare nel terzo punto del sesto titolo delle “Costituzioni”, che recita: “Per quanto tutti i Muratori siano, come Fratelli, allo stesso livello, pure la Massoneria non toglie a un uomo quell’onore di cui godeva prima…”. (…) Se si tiene conto che il re di Francia Luigi XVI, ghigliottinato nel 1793, e’ massone (5), il problema resta in tutta la sua drammaticita’. Piu’ delle “Costituzioni” puo’ aiutarci a rispondere a questo interrogativo uno scritto del socialista francese Louis Blanc. Nella sua “Storia della Rivoluzione Francese”, Blanc scrive: “Grazie all’abilita’ dell’istituzione, la Massoneria seppe conquistarsi fra principi e nobili piu’ protettori che nemici (…) E perche’ no? Dal momento che l’esistenza degli alti gradi era loro scrupolosamente celata, tutto quello che sapevano della Massoneria era cosa che si poteva mostrare senza pericolo; non avevano di che preoccuparsi dal momento che li si faceva restare nei gradi inferiori, dove la verita’ delle dottrine non traspariva che confusamente attraverso l’allegoria e dove molti non vedevano che un’occasione di divertimento…” (6).

    Allegorici i massoni lo saranno: rubacchiando a destra e a manca simbologie e miti da tutte le forme religiose andranno a creare i contorni di quella che sara’ la loro “filosofia” umanistico-progressista valida per farsi “pescatori” di “ghiozzi”: la stupidita’ umana non ha limiti ma, soprattutto non ne hanno l’ambizione e il prestigio che la Frammassoneria riserva ai suoi affiliati da sempre. Ed e’ appunto puntando le sue carte su questi bassi istinti che i fratelli massoni accresceranno il loro potere in tutto il continente europeo e poi nel mondo ergendosi a confraternita multipotente e multiforme onnicomprendente e onnicomprensiva con ramificazioni in tutti i gangli delle societa’ a formare quella piramide massonica – dalla base al vertice – attorno alla quale convogliare qualunque elemento utile al grande progetto sincretistico-laicista che si ammanta di ideali d’uguaglianza e tolleranza, di democraticismo e universalismo, che paventa il parlamentarismo quale forma d’ordinamento da estendere a tutte le nazioni del globo in vista di quell Governo Unico Mondiale autentica simia Dei dell’Universalita’ Tradizionale e contro-chiesa dai tratti satanico-discendenti che gia’ nei progetti della Societa’ delle Nazioni e, dopo la seconda guerra d’aggressione ebraico-massonica contro l’Europa (1939-45), soprattutto con la costituzione di quell’ONU che rappresentano gli embrionali tentativi di dare vita alla “comunita’ internazionale” illuminata dalla Dea Ragione e dal verbo del sincretismo dissolutore e negatore di tutte quelle forme (ideologiche, politiche, spirituali, religiose, etnico-razziali) contro le quali la Libera Muratoria scaglia i suoi strali e organizza le proprie strategie in vista dell’One World, mondo rovesciato unidimensionale dove all’individualita’ costruttrice dell’Uomo pensante si sostituira’ il deambulamento pascolante dell’individuo amorfo e castrato idealmente contemporaneo ed il trionfo di un potere satanico che esigera’ il dissanguamento di Stati e popoli in nome di un’idea (quella progressista, democratica, universalistico-internazionalista) gia’ cara alle culture della liberaldemocrazia, del socialcomunismo e naturalmente di tutti i loro derivati ideologici che, nel corso degli ultimi due secoli di storia, hanno contaminato e disintegrato identita’ e tradizioni.

    “Anderson – scrive la Pellicciari – scrive che i massoni sono obbligati ad obbedire solo “a quella religione nella quale tutti gli uomini convengono”, mentre vieta di affrontare in loggia l’argomento religioso dal momento che, chiarisce, “come Muratori” noi siamo soltanto “della summenzionata Religione Universale”. Ma che cosa intende significare l’ordine quando parla di “religione universale”? Possiamo tentare di chiarire questo concetto dai contorni sfumati prendendo in considerazione i rituali di iniziazione dell’Arco Reale. In questa occasione vengono rivelati ai fratelli i due nomi di Dio: il primo e’ Jehovah, il secondo e’ Jahbulon. Jahbulon assomma in se’ le caratteristiche del Dio degli ebrei (Iah-Jahveh), dei Dio dei caldei (Bul-Baal) e del Dio degli egiziani (On-Osiride): Jah-bul-on (7). Clemente XII invita a vigilare perche’ “questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri”, ne’ “corrompa il cuore dei semplici, ne’ ferisca occultamente gli innocenti”: il pontefice denuncia l’incompatibilita’ fra sincretismo massonico e Chiesa cattolica.”

    La legge che difatti seguira’ la Confraternita massonica sara’ denominata Legge Morale che si addice – scrive l’autrice citando Jean Marie Ragon, luminare della massoneria di Francia che cosi’ scriveva a meta’ Ottocento – “agli uomini di tutti i climi e di tutti i culti. Proprio come i vari culti, la Massoneria non riceve la legge, e’ lei stessa a stabilirla, dal momento che la sua morale, una e immutabile, e’ piu’ estesa e piu’ universale di quelle delle religioni dei vari Paesi, sempre particolari.” (8)

    L’azione frammassonica iniziera’ a svilupparsi e definirsi a partire dalla seconda meta’ del XVIIImo secolo muovendosi immediatamente contro l’ordine costituito e contro l’autorita’ tradizionale del Vecchio Continente: l’attivita’ dei fratelli “tre puntini” in seno alle cospirazioni che porteranno alla vittoria le forze “rivoluzionarie” in Francia e negli Stati Uniti (con le dichiarazioni dei “diritti universali dell’uomo”, l’indipendenza americana e la fine del regno per diritto divino dei Capeto) saranno tutte – da quell momento – eterodirette dalla loggia.

    Lo storico Perrone scrive in proposito: “Il percorso che in poco piu’ di un decennio condusse prima alle congiure e quindi alla repubblica, aveva preso dunque avvio dalla trasformazione di alcune logge massoniche. Dopo il 1789, questo processo si fece piu’ ampio. Le vecchie logge (…) cessarono di dare segni di vita, a al loro posto operarono queste nuove, illuminate, eclettiche e cosi’ via, e alla fine i club giacobini” sottolineando il ruolo pro-rivoluzionario svolto nella preparazione della cosiddetta rivoluzione illuminista che, sul finire del secolo, dara’ una “repubblica liberale” alla citta’ di Napoli, del massone Gaetano Filangeri e dei suoi scritti: “Un aperto riconoscimento dell’azione dei Filangeri e della massoneria nella genesi della Repubblica, si trova nelle parole pronunciate da Vincenzo Russo dinanzi al Governo Provvisionale della Repubblica Napoletana (26 febbraio 1799): “I suoi volumi furono considerati come uno di que’ vessilli alzati alla rivoluzione nell’assemblea immensa del genere umano; e sotto ai quali milioni di uomini vennero a giurare in faccia all’Universo di voler vivere liberi, o morire.” (9)

    In questo periodo Frammassoneria, liberalismo e illuminismo sono praticamente sinonimi cosi’ come saranno sinergiche le azioni svolte nei circoli rivoluzionari francesi e poi europei dai fratelli “tre puntini” sempre attivi per il rovesciamento dell’ordine e l’instaurazione di repubbliche ispirate al modello francese.

    “La Chiesa cattolica – scrive l’autrice – con le sue reiterate condanne mette in guardia i sovrani dal pericolo settario, ma non e’ ascoltata. Ricorriamo ancora una volta agli scritti dello storico La Farina per constatare con quanta capillarita’ lo spirito rivoluzionario si sia diffuse nelle corti europee: “In Ispagna i duchi di Aranda, d’Alba e di Villa Hermosa, ministri del Re, in Portogallo il ministro Pombal, in Danimarca il re Cristiano VII, in Svezia la regina Ulrica e suo figlio Gustavo III, in Polonia il re Stanislao Poniatowski, in Prussia Federico II, in Austria Maria Teresa e Giuseppe II, in altri luoghi altri principi e autorevoli personaggi piu’ o meno seguivano le nuove dottrine ed onoravansi dell’amista’ di Voltaire, di Diderot, di D’Alembert e di altri filosofi, e allo gloria di essere da loro onorati aspiravano.” (10).

    L’Europa tradizionale andra’ presto in frantumi sotto i colpi portati dalla Rivoluzione e gli ideali illuministici che seguiranno in tutto il continente le armate del frammassone “imperatore” di Francia Napoleone Bonaparte: repubbliche giacobine, idee anti-ecclesiastiche ed anti-aristocratiche andranno a diffondersi tra le plebi aizzate a dovere da agitatori intellettuali e dalla nuova classe al potere (la borghesia “illuminata”) ossia la casta dei mercanti, degli usurai, dei commercianti e dell’oro che avrebbe progressivamente scalzato dal suo ruolo e sostituito ai vertici delle societa’ europee l’aristocrazia d’epoca medioevale.

    Plebeizzazione e ateizzazione delle societa’ assieme all’odio e alla violenza, instillati ad arte da agit-prop professionisti ed esercitati sconsideratamente dal popolino contro i nobili e il clero, si diffonderanno in tutte le nazioni d’Europa: la cosiddetta “restaurazione monarchica” del 1815 con il Congresso di Vienna sara’ soltanto uno specchietto per le allodole (anche perche’ buona parte dei convenuti saranno anch’essi fratelli della setta attivi e pronti a sferrare i nuovi colpi che, di li’ a pochi anni, non tarderanno ad arrivare con le agitazioni liberali di Grecia e Russia e successivamente i moti liberali italiani e spagnoli). Questa in sintesi la situazione nella quale ando’ a trovarsi l’Europa agli inizi dell’Ottocento e contro la quale inutilmente lanceranno le loro scomuniche i pontefici e le massime autorita’ vaticane.

    “Quando Napoleone conquista l’Italia centrale non lo fa solo per sete di potere. – ha scritto la Pellicciari – La fine dello Stato Pontificio obbedisce al desiderio massonico di vedere scomparire “la stessa Chiesa” come afferma Pio VII. A riprova che la guerra scatenata contro i papi ha di mira il loro potere spirituale, non tanto e non solo quello temporale, citiamo una lettera di Federico II di Prussia (1712-1786) a Voltaire e un testo del carbonaro Giuseppe Mazzini (1805-1872), protagonista delle lotte risorgimentali. Scrive Federico II: “Si pensera’ alla facile conquista dello Stato del Papa per supplire alle spese straordinarie e allora il pallio e’ nostro e la scena e’ finita. Tutti i potentati di Europa non volendo riconoscere un Vicario di Gesu’ Cristo soggetto ad un altro Sovrano, si creeranno un Patriarca ciascuno nel proprio Stato (…) Cosi’ poco a poco ognuno si allontanera’ dall’unita’ della Chiesa, e finira’ con l’avere nel suo regno una religione come una lingua a parte.”. Mazzini e’ dello stesso avviso: “L’abolizione del potere temporale evidentemente portava seco l’emancipazione delle menti degli uomini dall’autorita’ spirituale.” (11). Le ragioni anticristiane della rivoluzione francese e di Napoleone sono raccolte, in Italia, dalla carboneria. I propositi di questa societa’ segreta sono noti perche’ la corrispondenza privata fra i suoi membri, detti cugini, e i documenti dell’Alta Vendita (**) sono pubblicati dallo storico Cretineau Joly che li divulga per volonta’ di Gregorio XVI. Papa Cappellari vuole fare chiarezza sulla carboneria, ma impedisce di pubblicizzare il nome dei congiurati che sono cosi’ noti con il solo nome di battaglia. Gli intenti dell’Alta Vendita, vale a dire della direzione strategica della rivoluzione in quel periodo, sono chiaramente enunciate in un documento noto col nome di “Istruzione permanente” , redatto nel 1819. La carboneria si prefigge una “rigenerazione universale”, inconciliabile con la sopravvivenza del cristianesimo. “Il nostro scopo finale – scrive l’”Istruzione” – e’ quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioe’ l’annichilimento complete del cattolicismo e perfino dell’idea cristiana.”

    La setta carbonara sara’ attivissima in tutta Italia: nel 1817 organizza i moti di Macerata, tre anni dopo le agitazioni che interesseranno Nola, Avellino, Napoli e Milano, nel 1821 quelle di Torino e dieci anni piu’ tardi sara’ la volta del ducato di Modena e della rivolta delle Legazioni.

    I carbonari saranno la punta avanzata delle forze rivoluzionarie, l’ala radicale pre-socialista ma egualitarista e formatasi repubblicana in odio all’autorita’ dei monarchi di tutta Europa. E’ dalla setta carbonara che Mazzini preparera’ quell’organizzazione rivoluzionaria nota come Giovane Europa diffusasi in tutti i principali paesi continentali con il solo obiettivo di instaurare repubbliche anti-totalitarie e anti-clericali.

    Lo storico Farina definisce chiaramente la Carboneria “figliuola della Frammassoneria” scrivendo a proposito del Grande Oriente Napoletano che “il novilunio trascorso dal Luglio 1820 al Marzo 1821 presenta alla storia della liberta’ dei popoli il piu’ generoso pensiero, concepito dalla mente dei liberi muratori, e attuato dai loro adepti sotto l’affettuoso e precipuo attributo di “Buoni Cugini o Carbonari”.”.

    Lo storico Adolfo Colombo riporta le parole pronunciate da David Levi nel 1861 all’apertura della Costituente Massonica: “Nel 1815 malgrado le molte sconfitte, tutti i F.F. sentivano che i tempi erano mature, che era vicino il giorno dell’azione. La Mass. abbandono’ allora il campo religioso e filosofico per entrare nel campo politico e dell’azione. Essa si organizzo’ in Vendite e fondo’ la Societa’ dei Carbonari.” (12)

    E, dulcis in fondo, ecco cosa scrive il gesuita Pietro Pirri che ritiene la setta carbonara “una emanazione almeno indiretta della massoneria specialmente inglese” (13) creata dalla Gran Loggia d’Inghilterra per frenare l’influenza francese e modificare il corso degli eventi soprattutto nel Regno delle Due Sicilie.

    Occorre altro per considerare l’opera “rivoluzionaria” e il cosiddetto “risorgimento” italiano (ma identico discorso sarebbe applicabile ai “risorgimenti” d’Ungheria e Germania, ai moti d’indipendenza della Grecia, alle agitazioni che si manifesteranno dalla Spagna alla Russia ritornando infine sempre laddove erano nate ossia nella Francia dei Lumi che, nel 1870-71, conoscera’ il primo tentative egualitarista radicale e comunista della storia con l’esperimento della Comune di Parigi) nient’altro piu’ che l’azione sovversiva della setta massonica eterodiretta dai nemici implacabili ed eterni della Chiesa (ovvero gli ebrei) e condotta con spietata e lucida coscienza per disintegrare sia il potere temporale che, soprattutto, l’influenza spirituale della Santa Sede nella penisola italiana?

    Noi consigliamo vivamente la lettura del saggio della dr.ssa Angela Pellicciari, storica “revisionista” del Risorgimento delle coccarde massonico-tricolori dei quali sono peraltro usciti anche i volumi “Risorgimento da riscrivere – Liberali&massoni contro la Chiesa” (Ediz. “Ares” – 2007) , “I panni sporchi dei Mille” (Ediz. “Fondazione Liberal” – 2003) e “Risorgimento anticattolico” ( Ediz. “Piemme” – 2004)…..

    La Massoneria: lo strumento di dominio e di controllo utilizzato dall’Internazionale Ebraica per sottomettere ai propri programmi ed alle sue volonta’ i belanti stupidi “goyim”….

    Ovviamente questo l’autrice non lo dice….

    Non importa….lo affermiamo Noi!

    “Uomini siate e non pecore matte….” (Dante Alighieri)

    Au revoir….

    DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

    15 Luglio 2010

    Note –

    1 – Nel 1983 il religioso paolino Rosario Esposito calcola che le condanne antimassoniche della Chiesa cattolica sono 586 (cfr R. Esposito – “Abolita la scomunica contro la massoneria”, in “Vita pastorale”, anno 71, n 4, aprile 1983, p.66). In un lavoro di qualche anno posteriore lo stesso Esposito scrive che i pronunciamenti antimassonici del solo Leone XIII sono 2.032 (cfr R. Esposito – “Il 1.o Congresso Anti-Massonico Internazionale nei documenti Pontifici”, in “Palestra del clero”, anno 76, n. 5-6. , maggio-giugno 1997, p. 338). Esposito fa riferimento ad un suo testo inedito dal titolo “I documenti antimassonici di Leone XIII”. Si tratta in ogni caso in un numero straordinariamente elevato di condanne;

    2 – cfr Ricardo de la Cierva – “La Masoneria invisible” – Madrid 2002; cfr anche G.M. Cazzaniga – “Nascita della massoneria nell’Europa moderna”, in “Storia d’Italia – Annali 21 – La Massoneria”, Torino 2006, pp. 8-13;

    (*) Secondo quanto riportato da C. Francovich nel suo “Storia della Massoneria in Italia dalle origini alla Rivoluzione Francese” il primo italiano iniziato nella loggia fiorentina degli inglesi sara’, il 4 agosto 1732 tal Antonio Cocchi, primo italiano di cui sia documentata l’iniziazione massonica. Se cio’ fosse vero conferma la presenza attiva in Firenze di una loggia “inglese” prima della data ufficiale nella quale probabilmente la loggia italiana sara’ “accettata” e ufficialmente riconosciuta dalla Casa-madre britannica;

    3 – cfr B. Fay – “La Massoneria e la rivoluzione intellettuale del Settecento” – Padova 1999;

    4 – cfr B. Fay – op. cit.;

    5 – cfr la voce “Massoneria” a cura di P. Pirri in “Enciclopedia Cattolica” – Firenze 1952;

    6 – traduz. a cura dell’autrice. Citato in A. Neut – “La Franc-Maconnerie” – Gand 1864 – p. 82;

    7 – cfr Ricardo de la Cierva – op. cit. , pp. 276-281; cfr anche M. Introvigne – “La Massoneria” – Torino 1999, pp. 26-28;

    8 – J. M Ragon – “Cours Philosophique et Interpretatif des Initiations Anciennes et Modernes” – Parigi 1853, p. 38;

    9 – N. Perrone – “La Loggia della Philantropia” – Palermo 2006;

    10 – G. La Farina – “Storia d’Italia dal 1815 al 1850″ – Torino 1851, Tomo I, pp 42-43;

    11 – I due documenti in questione sono citati dal Cardinale Pecci, futuro Leone XIII, in una “Lettera Pastorale” inviata agli abitanti di Perugia nel 1860. Cfr Giocchino Pecci – “Il dominio temporale della S. Sede” – Perugia 1860, in “Scelta di atti episcopali” – Roma 1879, p. 52;

    (**) – all’interno della Carboneria non si parla di “logge” ma di “vendite”;

    12 – G. La Farina – “Epistolario” – Milano 1869 – tomo I, p. 373;

    13 – P. Pirri – “La Massoneria e il Risorgimento Italiano” – in “La Civilta’ Cattolica” – 1926 – tomo II, pp.113-117;





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    L'Accademia e la Loggia, Rivoluzione e massoneria alle origini dell'Italia moderna
    Paolo Mariani - L'Accademia e la Loggia, Rivoluzione e massoneria alle origini dell'Italia moderna - Ed. Il Cerchio, 2007 - pagg. 122, euro 14,00

    Risorgimento italiano e risorgimento massonico


    Di Piero Vassallo

    La necessità inderogabile di attuare l’unità politica sul fondamento dall’unità spirituale degli italiani, si manifestò alla fine del XVIII secolo, quando gli antichi stati della penisola si dimostrarono incapaci di opporre un’efficace resistenza militare all’armata dei cleptomani discesi, sotto il vessillo della fellonia giacobina, dalla Francia affamata dalla rivoluzione.
    La strutturale impotenza dei poteri politici fu compensata dalla spontanea, eroica insorgenza dei popoli italiani, i quali, con armi di fortuna e tattiche improvvisate, ostacolarono duramente l’azione dei saccheggiatori francesi.
    La funzione provvidenziale degli insorgenti – i Viva Maria – commosse Vittorio Alfieri prima di essere nobilmente esaltata da Giovanni Gentile, il quale, senza esitazione, attribuì alla rivolta popolare il merito di aver destato la consapevolezza dell’obbligo di unificare la politica italiana in vista della resistenza all’invasore.
    Le insorgenze antigiacobine hanno rappresentato il cuore antico del futuro italiano. Sono state il primo, nobile atto del vero e purtroppo incompiuto risorgimento italiano.
    Una risma di letterati di scuola massonica, Ugo Foscolo, Vincenzo Cuoco, Pietro Colletta, Goffredo Mameli, Luigi Mercantini, Giuseppe Garibaldi, Mario Rapisardi, Giovanni Verga, Luigi Settembrini ecc., quasi anticipando l’azione gramsciana, si affrettò a produrre e diffondere dozzinali poesie, memoriali grondanti, pistolotti retorici, romanzi inverosimili e storie disinformanti, riuscendo nell’impresa di usare la letteratura quale vettore del progetto liberale finalizzato allo snaturamento del patriottismo.
    La cattiva letteratura fu l’antefatto e la musica di fondo del risorgimento liberal-massonico, che ebbe il sopravvento sul risorgimento italiano. Gli scritti degli autori di loggia, opere per lo più di bassa qualità, erano tuttavia adatte ad innestare sul corpo sano e ingenuo del patriottismo l’artificiale ostilità verso la fede cristiana, che fu infatti sostituita dalla passione per quella libertà tiranna, che pretendeva di rifondare, sulla base avventizia dell’ideologia democratista, i corpi sociali nati e viventi da secoli senza necessità di suffragi universali e di grotteschi plebisciti.
    Gli studiosi di scuola tradizionalista hanno trascurato l’apporto dei poeti e dei narratori al risorgimento massonico, con il risultato di restringere l’indagine storiografica di orientamento revisionista all’esame delle filosofie, dei filosofemi (ad esempio la grottesca produzione del Mazzini) e degli intrighi di palazzo, trascurando lo studio di quella strategia anticattolica e antitaliana che fu attuata dai letterati di servizio.
    Uno studioso specializzato in studi letterari, Paolo Mariani, ha finalmente colmato una lacuna proponendo, nel saggio “L’accademia e la loggia”, edito dal Il Cerchio di Rimini, il profilo degli autori che produssero gli inni, le canzonette e le leggende che esaltavano il falso patriottismo ed esaltandolo lo facevano salire sul carro della rivoluzione massonica. Carro di cui il card. Giacomo Biffi ha rivelato la somiglianza con quello condotto dal favoloso Mangiafuoco, ingannatore degli ingenui in cammino verso il paese dei balocchi.
    Mariani ricostruisce il progresso compiuto dall’errore massonico attraverso la letteratura affabulatoria prodotta dagli apologeti del falso risorgimento. E opportunamente ha messo descritto i mostriciattoli anticristiani e antitaliani striscianti sotto la pelle del finto patriottismo.
    Ad esempio, lo sgangherato delirio gnostico, che strappava all’insicura penna di Giuseppe Garibaldi la definizione della propria anima quale “scintilla vicinissima al nulla, ma pur parte di quel tutto supremo Oh! Si di Dio! Sì! Particella dell’eterno”.
    Analogo il grido comicamente panteista ed escatologico alzato dall’infelice Goffredo Mameli: “L’uom si confonde con Dio, e indiato al gran tutto si unisce, si fa l’uom una sola famiglia perché è giunta l’età dell’amor”.
    Oggi possiamo dire che Marrazzo ha svelato la natura dell’ecumenico amore raccomandato dalla famiglia letteraria asservita al progressisti del XIX secolo.
    Non convincente è invece l’analisi compiuta da Mariani dell’opera di Carlo Goldoni, scrittore che intitolò la propria vita al conformismo ma non fu ossessionato dalle passioni sacrileghe e demenziali nutrite dai protagonisti della letteratura liberal-massonica. Vero è che le sue opere fecero storcere la bocca dei massoni.
    La critica di Mariani a un’opera goldoniana quale il “Feudatario”, pungente ma onesta satira del potere esorbitante, sembra addirittura suggerita dagli umori codini di un esteta sudamericano, Gomez Dàvila, che, in ristretti circoli di destra rovente, suscita astratti furori oligarchici.
    Salva la riserva sugli sporadici eccessi reazionari, il saggio di Mariani si raccomanda agli studiosi e ai politici intesi ad approfondire le meccaniche della sovversione e dello stordimento mediatico.

    Il libro può essere richiesto direttamente alle Edizioni Il Cerchio, Rimini




    http://www.riscossacristiana.it/inde...bri&Itemid=125

  9. #9
    Avamposto
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    Non mi arrendo - "Cominciava l'arte del boia".
    Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour

    Di Ubaldo Sterlicchio


    Cavour fu un ambiziosissimo personaggio, amico di tutti i più influenti
    uomini della massoneria europea, frammassone egli stesso, che cominciò
    a farsi conoscere sulla scena politica con una decisione cinica:
    mandò incontro alla morte 15 mila soldati piemontesi in Crimea,
    al fianco di Francia, Inghilterra, Austria e Turchia contro i Russi,
    solamente per poter sedere al tavolo della pace e "guadagnarsi"
    l'alleanza della Francia e dell'Inghilterra.
    Per le spese avrebbe provveduto il governo inglese. con un prestito
    di un milione di sterline; questo prestito verrà in massima parte
    rimborsato dal Regno d'Italia, che lo estinguerà solo nel 1902.
    In Crimea, i Piemontesi dovettero vedersela soprattutto con il colera,
    che ne fece morire 1300, fra cui il generale Alessandro La Marmora,
    fratello del comandante in capo, Alfonso: nel tanto esaltato
    combattimento alla Cernaia (agosto 1855), i Piemontesi ebbero
    appena 14 morti e 170 feriti. Al termine delle operazioni di guerra,
    furono tuttavia contati complessivi 5.000 morti: un terzo dell'intero
    contingente di spedizione.
    Ma in Crimea, oltre allo scandalo di nazioni cristiane che combatterono
    contro la cristiana Russia in favore dei Turchi, nello specifico caso
    del coinvolgimento del Piemonte, si arrivò addirittura al paradosso:
    il Regno di Sardegna, che si stava preparando ad una guerra
    di "liberazione nazionale" contro l'Austria, al momento sua alleata,
    combatteva per difendere le ragioni dell'impero ottomano, per secoli
    nemico storico della cristianità e "conculcatore dell'indipendenza
    e della libertà" degli stati della penisola balcanica.
    Camillo, all'età di nove anni, fu rinchiuso all'Accademia Militare,
    all'epoca considerata il rifugio dei somari.
    La terminò a sedici anni, con esami splendidi in tutte le materie,
    meno che. in italiano. Lo parlava male e lo scriveva peggio,
    perché la lingua di casa Cavour era il francese. Per tutta la vita,
    parlò e scrisse in italiano traducendo dal francese, mentre,
    in privato continuò a parlare e scrivere in francese.
    Dovevano correggergli i discorsi, che pronunciava
    con voce stridula e cercando le parole.
    Secondogenito e, quindi, non erede del patrimonio paterno,
    in pochi anni riuscì, con attività senza scrupoli, a diventare
    milionario (di quei tempi); analogamente si comportò in politica,
    fino ad essere nominato capo del governo.
    Speculava in Borsa, anche se, almeno una volta, le cose
    gli andarono male. Infatti, nell'agosto 1840, fiutando una guerra
    tra la Francia e l'Inghilterra nel Medioriente, giocò al ribasso;
    ma la guerra non scoppiò, i titoli rialzarono e fu il disastro.
    "Ciò che avevo guadagnato in tre anni, - scrisse - l'ho perso
    in un giorno, e ora mi trovo debitore di 45.000 scudi: o pagarli,
    o farsi saltare le cervella".
    Sfortunatamente per noi, non se le fece saltare: i debiti li pagò il padre.
    Purtroppo, invece, ebbe molta fortuna quando giocava d'azzardo
    in politica: quante somiglianze fra la sua e la "carriera"
    del piccolo Piemonte!
    I Cavour erano considerati abilissimi "nel far quattrini":
    quando in Piemonte fu istituita una tariffa doganale con dazi
    elevatissimi per l'importazione del fosforo, questo provvedimento
    sembrò, contemporaneamente, ingiustificato ed inspiegabile.
    In seguito, si seppe che il conte era cointeressato in un'azienda
    (che, nel giro di qualche anno andò in liquidazione) di prodotti
    chimici e farmaceutici che produceva quella sostanza.
    E durante una carestia, quando il costo del pane era salito alle stelle,
    una folla inferocita assaltò il palazzo della famiglia Cavour,
    che rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini
    di Collegno, incettatori di farina e di grano; polizia e soldati
    riportarono l'ordine, spedendo alcuni manifestanti in ospedale
    ed altri in prigione.
    Nel 1848, i Gesuiti erano stati espulsi dal Piemonte; nel 1849,
    Cavour fu eletto al Parlamento piemontese (la prima volta
    che si era presentato alle elezioni, a Torino, era stato "trombato"
    prendendo solo 11 voti!).
    Nel 1850, in Piemonte, fu approvata la legge Siccardi, che colpiva
    il clero, aboliva alcune festività religiose e toglieva ai preti e agli
    Ordini religiosi la facoltà di acquisire proprietà senza autorizzazione
    governativa. In agosto, un padre servita negò gli ultimi sacramenti al
    ministro dell'Agricoltura e Commercio, Pietro Derossi di Santarosa,
    a causa della sua adesione alla legge Siccardi.
    Per rappresaglia, l'Arcivescovo fu condannato all'esilio perpetuo.
    Cavour prese tranquillamente il portafoglio divenuto vacante
    per la morte del Derossi: il governo d'Azeglio perseverò
    nella sua azione contro la Chiesa.
    Nel novembre 1852, Cavour fu incaricato di formare un nuovo
    governo e si alleò con Urbano Rattazzi, capo del Centro-Sinistra,
    per sviluppare il suo programma di opposizione alla Santa Sede,
    con l'assenso del re Vittorio Emanuele II.
    Il 10 marzo 1845, i beni del seminario vescovile furono confiscati.
    Nel gennaio 1855, Rattazzi, come ministro dell'Interno, presentò
    alla Camera dei deputati (adducendo ragioni finanziarie) una legge
    per la soppressione di tutti i conventi e monasteri negli Stati
    piemontesi e per il sequestro delle loro proprietà: una legge
    chiaramente "anticostituzionale", atteso che l'allora vigente
    "Statuto Albertino" garantiva l'inviolabilità della proprietà privata.
    Nonostante che i Vescovi avessero offerto, nell'aprile successivo,
    una somma equivalente a 900 mila franchi, la legge fu imposta
    al Parlamento e divenne esecutiva il 25 maggio 1855.
    Dopo quelli operati dai rivoluzionari francesi, fu il primo colossale
    furto di beni della collettività, svenduti ai privati o mal amministrati
    e dilapidati dallo Stato: un furto in danno dei poveri, assistiti
    dalla Chiesa.
    La celeberrima: "Libera Chiesa in libero Stato" fu
    una gigantesca truffa.
    Questa formuletta è stata sempre presentata come la dimostrazione
    del "genio" e della grandezza di Cavour.
    Ma è così?
    A parte che nessuno sapeva cosa volesse significare, veniva intesa
    da ognuno a modo suo. Secondo la concezione di Cavour, la Chiesa
    semplicemente non contava e non doveva contare niente nella sfera sociale.
    La Chiesa come istituzione, come "corpo di Cristo", come "popolo
    di Dio", veniva cancellata.
    Con questa espressione, si intendeva semplicemente che la Chiesa
    doveva essere annullata, inglobata nello Stato: se i sacerdoti
    ed i vescovi ostacolavano la sua politica, venivano perseguitati
    senza pietà.
    Nel corso del 1861, nell'ex Regno delle Due Sicilie, 71 vescovi
    su 89 finirono in prigione od in esilio (alcuni vi restarono per molti
    anni). Nel 1850, come già detto, lo stesso Arcivescovo di Torino,
    monsignor Luigi Franzoni, per essersi opposto alla legge Siccardi,
    era stato prima rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle
    e poi mandato in esilio a Lione, dove rimase fino alla morte,
    avvenuta nel 1862.
    In nome della libertà e della costituzione, i governi "liberali"
    decisero la soppressione di tutti gli Ordini religiosi della Chiesa
    cattolica e l'incameramento, cioè il furto, di tutti i loro beni.
    Ben 57.492 persone vennero messe sul lastrico, cacciate
    dalle proprie case, private del lavoro, dei libri, degli arredi sacri,
    degli archivi, della stessa vita che avevano scelto.
    Il risorgimento di Cavour è stato anche una guerra di religione,
    una guerra contro la religione, una guerra condotta dai liberal-massoni
    contro la Chiesa cattolica e contro lo stesso popolo italiano; è stato sì
    un "risorgimento", ma del paganesimo e della barbarie, realizzato
    attraverso corruzione, tradimenti, violenze, devastazioni, massacri,
    profanazioni, saccheggi, ruberie, intrallazzi e nefandezze d'ogni sorta.
    Cavour avrebbe almeno - dicono i suoi ammiratori - assicurato
    ai popoli italiani un regime di libera rappresentanza: un'altra menzogna!
    Nel Regno di Sardegna avevano diritto al voto 90.839 persone
    (appena il 2%), su di una popolazione di 4.325.666 abitanti.
    Quando il maresciallo Vittorio Della Torre gli fece notare
    che la legge per l'espropriazione dei beni della Chiesa
    era "impopolare", Cavour rispose che, se gran parte della popolazione
    era avversa a questa legge, non gliene importava niente: "Io, in verità,
    non mi sarei mai aspettato di vedere invocata dall'onorevole
    maresciallo l'opinione di persone, di masse, che non sono
    e non possono essere legalmente rappresentate".
    Per questo grande liberalone "padre della patria", le masse
    popolari, in realtà, non contavano nulla!
    Tanto è vero che, nello Stato di Cavour, il 98 per cento
    della popolazione era escluso dalla vita politica.
    Questo "padre della patria", per preparare l'alleanza con la Francia,
    ricorse ad ogni mezzo: usò perfino sua nipote, la contessa Virginia
    di Castiglione (la quale, a giusta ragione, per i servigi resi in alcova,
    potrebbe essere qualificata come "madre della patria"), per far
    invaghire l'imperatore Napoleone III e convincerlo ad appoggiare
    la politica espansionistica e aggressiva del Piemonte!
    E convinse lo stesso re Vittorio Emanuele II a sacrificare
    sua figlia Maria Clotilde, dandola in sposa al nipote
    di Napoleone III, il depravato principe Girolamo Napoleone.
    Nel 1857 ci fu la "spedizione di Sapri", organizzata da Carlo Pisacane
    e Carlo Nicotera (i quali si prefiggevano di promuovere un'insurrezione
    nel Regno delle Due Sicilie, simultaneamente ad un'insurrezione
    mazziniana a Genova: di qui l'ostilità di Cavour al progetto
    ed ai suoi autori). In quell'occasione, Cavour scrisse: "I fatti
    di Ponza e di Sapri hanno costituito un delitto di ribellione
    e di latrocinio, punibile colle leggi penali ordinarie".
    Se fosse stato coerente, avrebbe dovuto condannare
    allo stesso modo anche la spedizione di Garibaldi del 1860,
    da lui voluta e organizzata!
    Contrariamente a quello che si pensa, Cavour rovinò l'economia
    del Piemonte con il libero scambio, adottato per compiacere
    gli alleati inglesi e francesi e che, scrive Cesare Cantù, "sacrificò
    all'Inghilterra tutte le manifatture italiane, e punì i più animosi
    imprenditori. Destro negli affari di Borsa, concluse prestiti
    vantaggiosi, ma i suoi stessi panegiristi l'accusano della leggerezza
    con cui trattava le finanze: gravò la proprietà, ruppe l'equilibrio
    fra l'agricoltura e le industrie.
    Come disse Ottavio Thaon, conte di Revel, il suo trattato commerciale
    con l'Inghilterra, "più politico che commerciale", aveva messo
    il Piemonte sotto la tutela mercantile inglese; il suo trattato
    con la Francia fu ugualmente rovinoso per l'agricoltura piemontese.
    Commissionò a Garibaldi la criminale aggressione al Sud,
    detta "spedizione dei Mille", fornendogli i due battelli Lombardo
    e Piemonte, i finanziamenti necessari (nel bilancio del Regno
    d'Italia, presentato nel 1864 da Quintino Sella al suo successore
    Marco Minghetti, figuravano 7.905.607 lire, pari a circa 31 milioni
    di euro, attribuite a "spese per la spedizione di Garibaldi")
    ed i rifornimenti (a Talamone).
    Nell'ottobre, con il ridicolo pretesto di difenderli, invase
    i territori dello Stato della Chiesa e strappò le Marche
    e l'Umbria al Papa; subito dopo, invase il Sud senza dichiarazione
    di guerra, per difenderlo dall'anarchia e dalla rivoluzione,
    che proprio lui, con la complicità sfacciata dell'Inghilterra,
    aveva organizzato, favorito e finanziato!
    Il conte, il 25 aprile 1860, pochi giorni prima della partenza
    delle camicie rosse, ebbe addirittura la sfacciataggine di chiedere
    al proprio ambasciatore a Napoli l'invio sollecito di "10 o 12
    esemplari della carta topografica della Sicilia in 4 fogli",
    di una copia della carta del Regno di Napoli dello Zanoni
    o, in mancanza di questa, di altre "rinomatissime carte del Regno
    delle Due Sicilie".
    L'ambasciatore Villamarina provvide immediatamente,
    inoltrandole a Genova tramite il piroscafo Lombardo della
    (manco a dirlo!) Società Rubattino!
    L'ammiraglio Carlo Pellion, conte di Persano, nel suo Diario racconta
    gli sforzi economici profusi da Cavour per "comprare" gli ufficiali
    della marina borbonica; in una lettera assicura al conte: "Possiamo
    ormai far conto sulla maggior parte dell'officialità della regia marina
    napoletana" ed, in un'altra, egli scrive: "Noi continuiamo, colla
    massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo
    delle truppe napoletane che sono a Salerno".
    Fu un feroce nemico del Sud ed, insieme a Vittorio Emanuele II,
    definì "canaglia" i soldati napoletani prigionieri di guerra;
    proprio loro che, canagliescamente, avevano favorito
    e completato l'invasione del Regno delle Due Sicilie,
    mentre si proclamavano amici del Re di Napoli, Francesco II.

    La Monarchia Tradizionale-Il "mondo nuovo" - it.cultura.cattolica | Google Gruppi


    Si favoleggia circa la "umanità" di Cavour, ma in una lettera
    del 25 ottobre 1860, indirizzata a Persano, chiedeva di "inviare
    i prigionieri napoletani a Genova" (in condizioni igieniche
    vergognose), da dove avrebbero proseguito per i "campi
    di concentramento" in Lombardia, Piemonte, Val d'Aosta.
    Grande dovette essere la meraviglia di questo losco figuro,
    quando venne a sapere dal generale La Marmora, incaricato
    di un'ispezione nei campi di prigionia, che quel "branco di carogne"
    rifiutava di arruolarsi tra le truppe sarde e "non voleva prestare
    un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II".
    Migliaia di ufficiali e decine di migliaia di soldati semplici
    furono imprigionate, con infiniti patimenti ed un alto numero
    di morti per malattie, per fame, per freddo.
    Coloro che riuscirono a sopravvivere, odiati come ex nemici
    in armi, derisi come soldati di Franceschiello, disprezzati
    come cafoni meridionali, rientrati nei loro paesi d'origine,
    molto spesso, andarono ad ingrossare le file della rivolta contadina
    (dai piemontesi chiamata "brigantaggio").
    Nell'ottobre 1860, Cavour aveva fatto organizzare la farsa
    dei plebisciti (in cui vi furono solamente intimidazioni, violenze
    e brogli elettorali), che sancirono l'annessione del Regno di Napoli
    al Piemonte.
    Alcuni anni fa fu rinvenuto il manoscritto-confessione
    di una "spia"(agente segreto) che aveva operato per conto
    del governo piemontese, Filippo Curletti.
    Da quelle pagine ingiallite dal tempo emergeva, in tutto
    il suo tragico squallore, l'incredibile perversione del conte
    di Cavour; una schiavitù psicologica, una malefica schizofrenia
    che condizionò fortemente la vita politica dello statista piemontese.
    Egli, infatti, non esitò a tramare con diabolica e, spesso, gratuita
    ferocia contro le istituzioni degli altri Stati sovrani della penisola
    e contro la stessa gente del popolo.
    Quelle confessioni, scritte sul letto di morte da uno dei principali
    testimoni di quelle nefandezze, sono servite a diradare quel misticismo
    storico menzognero, che ha fatto del Cavour un simbolo sacro
    ed intoccabile di una nazione nata male e sviluppata peggio,
    dove una parte di essa, il Sud, dopo quasi un secolo e mezzo,
    ancora langue in una condizione di sottosviluppo economico
    e di abbandono politico e sociale.
    Nella sua qualità di agente, Curletti venne messo al corrente
    dei numerosi segreti e complotti, che erano stati alla base
    degli avvenimenti sfociati, poi, nell'unificazione della penisola
    italiana e nella vittoria definitiva dei liberali.
    Tali segreti lasciano emergere finalmente come il risorgimento,
    ben lungi dal poter essere definito un movimento popolare, voluto
    dalla gente e realizzato da eroi disposti a sacrificarsi in nome
    della libertà, fu invece in realtà un'azione lungamente programmata
    e pianificata da alcune élites borghesi che, machiavellicamente,
    non esitarono ad adottare stratagemmi tutt'altro che onesti
    o eticamente ortodossi, per giungere allo scopo.
    Leggere i carteggi riguardanti i cosiddetti "padri della patria"
    lascia sgomenti, in quanto il loro contenuto è rivelatore
    di una vicendevole ostilità che contraddice drammaticamente
    l'idea scolastica di una reciproca stima ed affezione.
    Come siamo lontani, anni luce, da quella oleografia risorgimentale,
    così bene presentataci e fattaci studiare sui libri di scuola!
    E, purtroppo, vuoi per disinformazione, vuoi per pigrizia mentale,
    vuoi per malafede, vuoi per disinteresse verso tali argomenti,
    ancora oggi, sono moltissimi gli Italiani ad essere convinti
    che gli avvenimenti storici in questione si siano svolti proprio
    come è stato loro "dato a bere" e che i protagonisti degli stessi
    siano stati dei "grandi uomini", piuttosto che individui loschi,
    spregevoli, disonesti e mascalzoni.
    Il 17 marzo 1861, grazie agli intrighi di Cavour, alle sue invasioni
    banditesche, ai suoi bugiardi dispacci ed ai suoi plebisciti-truffa,
    veniva proclamato il Regno d'Italia. Cavour, in Parlamento,
    sentenziò che bisognava "imporre l'unità alla parte più corrotta (sic!).
    Sui mezzi non vi è dubbiezza: la forza morale e, se questa
    non bastasse, quella fisica".
    Della forza morale non fu possibile scorgere alcuna traccia.
    La forza fisica, invece, fu assicurata da una siepe di baionette
    che risultarono assai affilate.
    Giacinto de' Sivo commentò: "Cominciava l'arte del boia".
    Ecco chi era Camillo Benso, conte Cavour!


    Il falso mito del risorgimento-Il liberalismo è l'anticamera del comunismo - it.cultura.cattolica | Google Gruppi




    Cavour canaglia-Il falso risorgimento liberal-massonico:terroristi, malfattori e ladri - it.cultura.cattolica | Google Groups
    Ultima modifica di Avamposto; 20-09-10 alle 17:31

  10. #10
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: 20 Settembre 1870/2010: 150 anni di potere massonico in Italia

    Risorgimento anticattolico
    In apertura delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, il presidente Napolitano ha detto “basta alle volgarità sulla Storia del Risorgimento”. Detta da un non cattolico, l’accusa ha una sua ragion d’essere. Peccato che da una prospettiva cattolica il processo storico di unificazione dal 1848 al '61 si svolse in una vera e propria guerra di religione anticattolica condotta nel Parlamento di Torino dai liberali e dai massoni. Benché sui testi di storia scolastici (scritti dai vincitori) non se ne trovi traccia, va ricordato che i liberali abolirono tutti gli ordini religiosi della Chiesa di Stato, spogliarono di ogni avere le 57.492 persone che li componevano, soppressero le 24.166 opere pie, lasciarono più di 100 diocesi senza vescovo, imposero al clero l'obbligo di cantare il Te Deum per l'ordine morale raggiunto, vietarono la pubblicazione delle encicliche pontificie, pretesero fossero loro somministrati i sacramenti nonostante la scomunica, e, come se nulla fosse, si proclamarono cattolici. E allora, diciamola una volta per tutte: Il Risorgimento fu il più grande e spietato attacco al cattolicesimo e alla società cristiana mai avvenuto nel corso della storia italiana. I fatti che non si vogliono ricordare di una vicenda tutta da riscrivere. Altro che volgarità!

    Gianni Toffali

    Caro Gianni Toffali,
    Lei ha ragione da vendere. Per fortuna dopo oltre sessantanni di monopolio della cultura da parte della sinistra si può cominciare a scoprire la verità grazie a pubblicazioni che, pur essendo semiclandestine, si diffondono di mano in mano, come il testo della coraggiosa Angela Pellicciari "Risorgimento ed Europa" che consiglio a tutti per far chiarezza su quello scempio che fu il risorgimento. Come al solito i nemici di Cristo e della Chiesa - e perciò dell'umanità - usano una parola per dire l'esatto contrario, l'inverso. Risorgimento per dire la demolizione dell'Italia cattolica, cioè l'unica che c'era. L'unico Risorgimento possibile è tornare a Cristo, alla Sua regalità riconosciuta da tutti senza mezze misure e in tutti i campi.

    Prof. Giovanni Zenone Ph.D.
    Direttore
    Fede & Cultura




    La Voce di don Camillo: Risorgimento anticattolico

 

 
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