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  4. #4
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    Brigante per amore!





    di Giancarlo Guzzardi


    Insieme ad altre montagne dell'Appennino abruzzese, la Majella è stata oggetto fino a ieri di vicende tristi e infuocate della storia italiana: il “brigantaggio post-unitario”. Pagine di cronaca che gli uomini hanno seppellito ed il tempo inesorabile non riesce a cancellare.



    Solo il sibilare graffiante degli sci sulla neve dura rompe il silenzio della montagna. Volute di nubi sfilacciate solcano l'aria, mescolandosi al candore della coltre bianca che abbondante ricopre le valli. La pesante cappa grigia incombe bassa sulla terra e rende l'ambiente intorno ancor più selvaggio ed ostile. Sulla cresta che dalla Majelletta sale con un crinale sinuoso e affilato in direzione di monte Focalone, il colpo d'occhio sull'orizzonte è impressionante e immenso, fino alle coste dell'Adriatico. Sugli ampi e incassati valloni che incidono il versante settentrionale della Majella, inutilmente lo sguardo indugia alla ricerca di un passaggio franco tra dirupi rocciosi e boschi fitti. L'atmosfera, cupa e inquietante, è oltremodo melanconica; la stessa che in quel freddo inverno del 1861 pervadeva l'animo di Fabiano Marcucci detto Primiano, ‘brigante per necessità’, che alla macchia si era dato per una contrastata vicenda d'amore di manzoniana memoria.

    In questo luogo inospitale, a 2140 metri di quota, dove le bande brigantesche da tempo si riunivano, per tornare subito dopo a disperdersi nei meandri della grande montagna, il comando generale dell'esercito dell'Abruzzo Citeriore avrebbe disposto negli anni successivi la costruzione di un fortilizio in pietra, il blockhaus, per il ricovero delle truppe che ormai senza quartiere davano la caccia agli ultimi irriducibili appartenuti alla temuta Banda della Majella. Oggi solo poche pietre squadrate, incrostate di ghiaccio, spuntano dalla neve in una forma vaga di antico manufatto: apparentemente è quasi tutto quel che resta a simbolo di una vera e propria guerra civile che subito dopo l'unità d'Italia incendiò queste contrade, all'epoca reame Borbonico in rapido disfacimento.

    Nel lasso di tempo che ci separa da quegli avvenimenti, con molta fatica e una passione indefessa, gli storici hanno ricostruito seppur parzialmente le cronache di quei mesi intensi che abbracciano un arco di dieci anni, dal 1860 al 1870, in cui tutti gli uomini del tempo, di ogni età e ceto sociale, misero in scena la tragedia che regalerà al Risorgimento italiano una delle pagine più amare e sanguinose della sua storia: il “Brigantaggio post-unitario”, a cui fece seguito inesorabile la repressione altrettanto feroce dei “Piemontesi”. Gli atti di archivio, prodotti o acquisiti all'epoca dalla magistratura, dall'esercito e dall'amministrazione pubblica, seppelliti dalla polvere del tempo, nascosti per reticenza o per vergogna, sono tornati così alla luce, grazie alla certosina pazienza con cui alcuni autori illuminati hanno cercato di dare un improbabile ordine ad avvenimenti certamente confusi e difficili da analizzare, ma sicuramente per troppo tempo rimasti occultati. Ne emerge un quadro, se non del tutto nuovo certamente accurato, sulle vicende storiche di una neonata Italia, all'epoca già divisa in due, ove oltre la frontiera dello Stato Pontificio e giù giù, verso le Calabrie, passando per gli Abruzzi, la Campania, la Basilicata e la Terra di Lavoro, il tempo sembrava fosse fermo, in pieno feudalesimo. Il 70 per cento della popolazione, braccianti, contadini, operai, nullatenenti, disoccupati, viveva economicamente e culturalmente soggiogata in una indigenza estrema. I notabili del tempo, i “Galantuomini” di antico retaggio, da secoli si spartivano il controllo della vita sociale ed economica di paesi e borghi arroccati su crinali di monti impervi, condannati ad un isolamento secolare durato fino a tempi recenti. La “jus primae noctis”, la barbara usanza medievale che toglieva al contadino anche l'onore sulla intimità della propria donna, in queste terre aveva attraversato immutabile i secoli e, simbolo estremo di un potere a cui tutto è permesso, rimane forse l'esempio più lampante di una vita sociale estremamente corrotta e decadente, in cui i ceti più umili della popolazione erano costretti a subire soprusi e angherie a dismisura, oltre che a vivere nella miseria più nera.

    In molti si sono provati a dare al brigantaggio - per certi versi endemico in alcune regioni - delle ‘ragioni’ più nobili e razionali di quanto la realtà inconfutabile degli atti di archivio lasci trasparire; ma il periodo a cavallo tra il 1860 e il 1863, noto agli storici come quello della “reazione” al governo piemontese, fomentata dagli esuli Borboni, dalla Chiesa e da una parte della nobiltà, non è altro che una delle tante sfaccettature di un fenomeno in fondo estremamente complesso, le cui cause vanno certamente ricercate nelle profonde differenziazioni economiche e sociali che caratterizzavano la società dell'epoca. In verità il brigantaggio è stato, sin da epoche remote, il frutto di sussulti imprevedibili e incontrollabili di un popolo affamato e diseredato che periodicamente, come un fiume in piena, rompe gli argini e tutto travolge con la sua violenza atavica ed istintiva, salvo poi tornare a sopirsi per subire nuove e più inumane sofferenze.

    “Il brigantaggio - scrive Tommaso Pedío - (...) è l'endemica protesta dell'oppresso e del povero; è la manifestazione di vendetta e di odio contro torti impuniti in una società in cui la Giustizia, ferocemente severa nei confronti del povero, è sempre disposta a minimizzare ed anche ad ignorare gli arbìtri e gli illeciti dei potenti”.



    In fuga dal potere costituito

    Fabiano Marcucci, alla ricerca di un contatto con i temibili capibanda che controllano monti, terre e paesi sul versante settentrionale della Majella, percorre in quell'inverno la montagna in lungo e in largo. Infaticabile attraversa boschi e valloni, supera valichi e cime impervie: come una preda inseguita da presso, non si concede sosta. Quelle offese morali che improvvisamente lo hanno costretto ad abbandonare casa ed affetti, bruciano dentro come aceto sulle ferite, alimentando quel fuoco di vendetta che lo sta divorando giorno dopo giorno. Non è nuovo ai disagi e alla fatica, fin da bambino ha provato sulla sua pelle la vita aspra ed errabonda a contatto con la natura: è cresciuto forte e ribelle. Conosce la grande montagna come le sue tasche, ma così lontano non si era mai spinto. I territori da sempre frequentati erano quelli immediatamente a ridosso del suo paese natale, Campo di Giove, dove il limitrofo Guado di Coccia mette in comunicazione i versanti occidentale e orientale della Majella, costituendo quindi luogo di grande valore strategico, civile e militare. Dal Vallone di Femmina Morta a Tavola Rotonda, dai pascoli alti del Porrara alla Fonte di S. Antonio, conosce ogni sasso, ogni cespuglio; non c'è grotta o dirupo che abbia segreti per lui. Ma questa fuga precipitosa è un'altra faccenda: una porta si è chiusa alle sue spalle e non resta che correre, correre senza voltarsi, per sfuggire a chi gli dà una caccia accanita, come sempre capro espiatorio per le paure ancestrali di una classe sociale pronta a difendere con lo scudiscio il potere acquisito e la ricchezza accumulata.

    Ore e ore trascorse nella solitudine dei pascoli a badare agli armenti, hanno regalato a Primiano lunghi attimi di riflessione e un carattere introverso e taciturno, che lo rendono più simile ad un eremita che ad un uomo destinato a guidare una masnada di fuorilegge. Come le vicende disgraziate di tanti altri briganti, anche quella di Primiano sarà una strada senza ritorno: l'illusione amara di un sogno di riscatto, la cui conclusione era già stata scritta: nel sangue. La voglia di imbracciare il fucile per azzerare quell'eterna diseguaglianza sociale, diventerà ben presto solo una lotta feroce per la sopravvivenza, a cui solo pochi personaggi potranno sottrarsi. I più finiranno cadaveri, esposti nelle piazze a monito di popolazioni irrequiete, esse stesse spesso troppo vicine alle ‘ragioni’ del brigante, un po' meno a quelle di un novello stato estraneo e inflessibile, portatore di nuove tasse e altre gravi imposizioni.

    “(...) i contadini avevano sopportato per anni il fardello della prepotenza e del sopruso - scrive Giovanni Presutti nella biografia romanzata dedicata al Marcucci - con rassegnazione, come un destino fatale: una piaga del mondo rurale. Ma quando, dopo troppe sopportazioni, uno si ergeva e gridava la sua rabbiosa sete di giustizia, essi silenziosamente approvavano, istintivamente innalzavano ad eroe colui che si ribellava all'ingiustizia”. E' la storia di sempre: figure di banditi e proscritti a cui, da memoria d'uomo, l'appoggio della popolazione non venne mai meno. I cosiddetti manutengoli, a cui la Legge Pica, promulgata alla fine del 1863 per la repressione del brigantaggio, prometteva rigore implacabile, furono al pari dei briganti, figure di spicco in queste vicende. Erano essi a volte nobili reazionari, preti, frati, ma soprattutto gente della stessa estrazione sociale del brigante, pastori, braccianti e contadini: “popolazioni rurali che, costrette a esercitare la loro attività agricolo-pastorale, in territori spesso controllati dai briganti, legati ad essi da rapporti di parentela o di amicizia, intimoriti dai loro ricatti o affascinati dalle loro imprese, provvedono a rifornirli di cibo, armi, munizioni, vestiario. Offrono loro sicuri nascondigli e informazioni, recapitano biglietti di ricatto” (M. Ciarma, “Brigantaggio ottocentesco in Abruzzo”, Chieti 1993).

    Quegli stessi conoscenti e simpatizzanti, curiosi e commossi, nello stesso silenzio riservato attesero Primiano al suo ritorno nel 1911 al paese natale, dopo 45 anni di carcere. Sfuggito per miracolo alla morte per mano della fallace giustizia umana, Primiano attese sereno il giudizio finale, quello per cui non vi è appello né per i vinti, né per i vincitori.



    Padrone sulle cose e sugli uomini

    In queste terre aspre adagiate sul versante meridionale della Majella, su un piccolo acrocoro che guarda la Valle Peligna, l'abitato di Campo di Giove, di sicura origine preromana, costituisce l'ultimo insediamento umano, prima che l'ambiente aspro della montagna prenda il sopravvento. Oltre, in un unico balzo, la folta faggeta si trasforma in gariga e pascolo arido. Una cresta netta come il dorso di un capodoglio delimita su questo versante i grandi altipiani cacuminali e le pietraie d'alta quota. La vita in questi tenimenti di montagna è dura, da sempre; gli unici regali concessi all'uomo sono quelli spontanei della natura e del bosco soprattutto. Generazione dopo generazione, gli uomini di queste marche sono ascesi alla montagna, per raccogliere legna, frutti di bosco, funghi, erbe officinali, ma anche per produrre carbone, pascolare gli armenti e soprattutto cacciare, fin dal paleolitico, quando l'uomo raggiungeva su questa montagna stazioni poste a quote veramente elevate.

    Con il passare dei secoli la vita è rimasta sostanzialmente immutata, quasi fino ai nostri giorni; una vita piena di stenti e per molti versi avara di benefici per gran parte della popolazione, come d'altronde in tutti i territori di montagna. Qui, è vero, l'eco delle grandi vicende storiche è sempre arrivata un attimo in ritardo, un po' attutita, ma le leggi non scritte che hanno regolato la vita di ogni borgo, ogni giorno dell'anno, per secoli, sono le stesse che hanno caratterizzato il corso della storia in tutte le terre del meridione d'Italia, dai secoli bui che seguirono alla caduta dell'Impero Romano fino al Medio Evo, dal Rinascimento al secolo dei Lumi. Alla metà del secolo XIX, il fluire delle piccole cose nella vita di ogni giorno restava ancora invariato, scandito da regole severe quantunque anacronistiche, dettate molto tempo prima e fatte rispettare con arroganza da chi nella storia ha sempre rivestito una figura sociale predominante: il notabile di turno, posto dal destino al di sopra di ogni legge e giudizio, in fondo padrone assoluto sulle cose e sugli uomini.

    Tre erano le famiglie patrizie che alla metà dell'800 controllavano la vita sociale di Campo di Giove; tra di esse quella dei Ricciardi, la cui casa nobiliare ancora affaccia le finestre nella piazzetta del municipio, era la più bellicosa e legata a rigide forme di discriminazione sociale. Proprietari di un grosso patrimonio in case, terre ed armenti essi governavano in paese ‘con polso’ ed alterigia. Per molti conterranei i vantaggi che derivavano dalla dipendenza nei confronti di questa famiglia, a volte assumevano il sapore amaro del fiele: nessun prezzo è ben pagato per vedere annullata la propria identità sociale e personale, in un rapporto di subordinazione assoluta.

    Anche Fabiano Marcucci, perduto il padre, è spinto dalle necessità familiari a lottare contro la miseria, fin da bambino. Acquisiti i primi rudimenti del mestiere, entra alle dipendenze di Don Vincenzo, patriarca della famiglia Ricciardi. Come “pecoraio” inizia le peregrinazioni sulla montagna, seguendo le greggi negli spostamenti diurni e dormendo all'addiaccio negli stazzi, insieme agli animali. Da lassù spesso contempla il piccolo campanile svettante sui tetti del paese, ma le vicende della comunità e i problemi della famiglia sembrano adesso così lontani, che la solitudine e i disagi della vita pastorale acquistano ben presto quasi un sapore intimo di distacco dal mondo, in cui trovare una dimensione propria di pensieri e di sguardi che vagano nella contemplazione del paesaggio intorno. Crescendo innocente d'animo e forte di carattere Primiano entra così nelle grazie del suo padrone, al quale non dispiace mostrare generosità nei confronti di un giovinetto che presto potrà rivelarsi uomo di assoluta fiducia. E' questa la magnanimità a doppio taglio di chi, in fondo, conserva verso i propri simili una posizione che lo rende padrone assoluto della vita e della morte! Ma un altro avvenimento si appresta a porre la sua pedina sulla scacchiera del destino, al punto da condizionare il futuro di Primiano fino alla fine dei suoi giorni. Sulla montagna che sovrasta Palena, dove sovente si reca con le greggi, conosce una ragazza che insieme alla famiglia attende ai lavori abituali dello stazzo: mungitura delle pecore e preparazione del formaggio.

    Giovannella è giovane e bella e Primiano, a cui non mancano di certo le attenzione insistenti di altre sue coetanee, se ne innamora in modo dolce e naturale, senza pensieri, in sintonia con la semplicità dell'ambiente e della vita pastorale. Ma come in un romanzo di cappa e spada, il fato ha in serbo qualcos'altro per i due giovani, che non è il semplice frutto di un amore sereno. Lo zampino di alcune virtù umane tra le meno nobili: invidia, malignità, bramosia, iracondia, sono pronte a miscelarsi in una pozione esplosiva che getterà ben presto Primiano nella disperazione, operando in lui quella trasformazione che ne farà negli anni a seguire, uno dei briganti più temuti e crudeli della regione, ricercato dalle polizie di tre province, con una taglia sulla testa di ben 4.250 Lire; all'epoca cifra esorbitante.

    Più volte un'amica di famiglia, per nulla disinteressata al fascino del giovane, cerca di avvicinarlo: è sua intenzione convincerlo ad accettare in sposa sua figlia Lina. Primiano è volitivo ma fermo di carattere e gli oppone un netto rifiuto; ormai si è legato animo e corpo alla sua Giovannella. Dopo qualche tentativo infruttuoso la donna, soprattutto sfruttando al meglio la sottile arte femminile della seduzione, decide di ricorrere all'aiuto di Don Vincenzo, a cui certamente nulla si può rifiutare: la sua parola è legge in paese. Ma le cose non vanno proprio per il verso dovuto: Primiano risponde al suo padrone con un rispettoso ma ugualmente fermo rifiuto.

    Da una parte il carattere forte e indipendente del ragazzo, dall'altra un uomo arrogante, accecato dall'ira nel vedere la sua rispettabilità calpestata. Tra loro, la perfidia di Francesca, madre di Lina che, approfittando delle sue grazie ancora floride, continua ad attizzare il fuoco in Don Vincenzo. Primiano comincia a pagare le spese di questa situazione incresciosa: non è più nelle grazie del padrone, che si fa via via più severo e irascibile, fino al punto da destinarlo esclusivamente ai lavori nel palazzo, per impedirgli di vedere Giovannella. Il furto di un maiale, della cui custodia il giovane avrebbe dovuto rispondere, è la scintilla che accende la tragedia! Don Vincenzo, che nel frattempo aspettava l'esito di un suo ultimatum a proposito di Lina, esasperato e ferito nell'onore, colpisce il ragazzo al viso con uno scudiscio. Primiano a stento si trattiene, ma gridando terribili ingiurie e dando fiato a tutto il suo rancore represso, si allontana giurando vendetta. Quella notte stessa, salito agli stazzi dei Ricciardi, non visto dai mandriani, libera mucche e pecore in gran numero. Cresta su cresta, dal Guado di Coccia sale verso Tavola Rotonda. Qui, raggiunti gli appicchi rocciosi che sovrastano la caratteristica “Pescia dè Baccalà”, con fredda determinazione precipita giù dal dirupo gli animali, uno ad uno. Pur sperando ancora di svegliarsi da un brutto sogno fatto ad occhi aperti, egli vaneggiando si allontana dalla zona, consapevole che qualcosa nella sua vita si è definitivamente lacerato. Si rende conto che la sua libertà è finita e con essa perduti per sempre sono la casa, gli affetti, il lavoro, il sogno di una vita onesta e rispettabile; ma non ha timore, solo per poco ancora dovrà tenere a bada la sua ira. Primiano non ha scelta, come tanti prima di lui - una moltitudine - ormai in fuga dal potere costituito deve darsi alla macchia: “Brigante si dovrà fare...”, diranno i suoi compaesani, sconvolti dalla notizia, ma segretamente solidali con il giovane che, solo fra tanti, è stato capace di reagire ad una ingiustizia che da secoli pesa come un macigno sui loro cuori.



    Triste Epilogo

    Qui termina il racconto della tradizione orale su Fabiano Marcucci: a 21 anni, dopo aver vagato per qualche tempo sulla montagna che sovrasta il paese, si accoda ad una banda brigantesca che agisce tra il Molise e la Puglia. Ben presto, per la sua intraprendenza, ne diventerà il capo indiscusso.
    A questo punto, se proprio si vogliono ignorare le cause che all'epoca portarono a quella che può essere interpretata solo come ribellione di massa ad un sistema sociale basato su leggi ormai anacronistiche, il resto della storia, tratto dai documenti di archivio, può essere solo uno scarno resoconto dei crimini di cui egli si rese protagonista.

    La montagna è grande, nel silenzio dei boschi e nell'omertà dei pastori, un gran numero di uomini, per necessità o per vocazione, qui troverà sicuro rifugio. Almeno fino al giorno in cui, braccati da un esercito (quello piemontese) sempre più forte e spietato, finiranno sgozzati o decapitati e, sul lastricato delle piazze, esposti al pubblico ludibrio. Per la storia saranno marchiati d'infamia in eterno. Nessuno ha voluto distinguere tra di essi il ladro dall'assassino, il politico dal soldato sbandato, il malfattore dal morto di fame. Accomunati sotto un appellativo tra i più spregevoli, migliaia di giovani renitenti alla leva (8 anni durava all'epoca la ferma) di fatto furono tramutati in criminali. Lo stesso avvenne per le decine di migliaia di sbandati che un dì avevano costituito le file dell'esercito garibaldino, come di quello borbonico dopo la presa di Gaeta. Una folla immensa di uomini laceri e denutriti, senza più alcun futuro. Finiranno tutti alla macchia per necessità, consci che un giorno non lontano, senza pietà alcuna, sarebbero stati passati per le armi.

    Il brigantaggio sulle nostre montagne fu una vicenda di inaudite proporzioni di cui, ad un secolo e mezzo dagli accadimenti, solo pochi libri di testo riescono a parlare in nome della verità storica. Una scia di sangue che ha imbrattato monti e valli dell'Abruzzo: non c'è recesso roccioso, sentiero o radura nel bosco che non abbia risuonato per il crepitio dei fucili e le grida di agonia dei moribondi. Tutto il massiccio della Majella, per la sua particolare conformazione e le caratteristiche così peculiari, che ancora oggi ne fanno uno degli angoli più selvaggi dell'intero Appennino, ha costituito dopo l'unità d'Italia, uno dei luoghi dove maggiormente si fece sentire la recrudescenza del fenomeno brigantaggio. Le vicende della famigerata Banda della Majella e di altri famosi capibanda come Nunzio Tamburrini ed Ermenegildo Bucci in particolare, si intrecciano con quelle di Primiano Marcucci che per quasi sei anni porterà scompiglio nei paesi e nelle campagne intorno alla Valle Peligna, all'Alto Sangro, fino al Vastese. Al momento dell'arresto decine di delitti, sequestri, furti e grassazioni innumerevoli, costituiranno i suoi principali capi d'accusa. Tra un'azione e l'altra la sua banda trovò sempre rifugio sui monti della Majella, all'epoca sicuramente meno ‘addomesticati’ e ancor più irraggiungibili di quanto lo siano oggi. Quello che colpisce soprattutto, ricostruendo l'attività di queste bande, è appunto l'incredibile mobilità che le distingueva, con la quale erano capaci di spostarsi velocemente da un territorio ad un altro, superando anche grandi distanze. Cosa notevole questa, tenendo conto dello stato miserevole della viabilità che collegava le diverse province dell'ex Regno di Napoli e del fatto che gli spostamenti avvenivano quasi esclusivamente attraverso sentieri e mulattiere che scavalcavano i passi montani.

    Al termine di quest'‘avventura’, breve ma intensa, un ennesimo colpo di scena suggellerà per sempre il destino di Fabiano Marcucci detto Primiano. Ormai stanco della vita errabonda che stava conducendo, assalito forse dal rimorso per gli innumerevoli atti commessi o, anche, presagendo in qualche modo la fine di quella fortuna sfacciata che lo aiutava a tenere in scacco esercito e polizia, da tempo si nascondeva nella campagna romana, al pari di altri briganti che ivi sfruttavano l'indifferenza o il beneplacito della polizia francese nello Stato Pontificio. Ha in mente qualche ultima azione: un ‘buon colpo’ che gli permetta di raggranellare quanto necessario per emigrare in America, ultimo sogno di libertà.

    Non andrà più da nessuna parte! Per lui si spalancheranno solo le porte del tribunale prima e del carcere poi. “Nannina”, l'amante che Primiano aveva nella campagna di Velletri, ragazza volitiva e spregiudicata, lo aveva tradito, vendendolo alle forze dell'ordine in cambio di una delle tante taglie che pendevano sul suo capo.


    Primiano Marcucci, ripreso nel 1911 dopo il carcere.
    Collezione Fortunato Rossetti, Campo di Giove, per gentile concessione.

    Epilogo meschino questo, ma non fu il primo né l'ultimo: molti dei briganti più irriducibili verranno infatti catturati solo grazie alle confessioni forzate e alle delazioni, finanche dei propri compagni. Ma, come disse Gabriele Aversa, “la storia è il respiro di tutti, dei morti e dei vivi”, mentre a Campo di Giove qualcuno è ancora convinto di poter ritrovare prima o poi uno dei tesori nascosti da Zi' Primiano sulla “sua montagna”.



    Agosto 2000
    Giancarlo Guzzardi



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    N.d.r.

    L'immagine di apertura è una rielaborazione dell'autore di un disegno tratto da una incisione di B. Pinelli, che illustra un'edizione del 1959, per i tipi della Parenti Editore (Firenze), di "Memorie di Gasparoni", un manoscritto redatto nel 1867 da certo Pietro Masi, ufficiale dell'esercito francese di stanza a Roma.






    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
    M. CIARMA, Brigantaggio ottocentesco in Abruzzo, Chieti 1993.

    A. DE JACO, Il Brigantaggio Meridionale, Roma 1976.

    F. D'AMORE, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l'unità, l'Aquila 1994.

    F. MOLFESE, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Milano 1996.

    P. MASI, Memorie di Gasparoni, Parigi 1867.

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  5. #5
    Avamposto
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    CONTRO LA PIEMONTESIZZAZIONE DEL SUD ITALIA RICORDANDO LE INFAMIE DEI "LIBERATORI" VENUTI DAL NORD!
    Ultima modifica di Avamposto; 20-09-10 alle 13:08

  6. #6
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  7. #7
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  8. #8
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  9. #9
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  10. #10
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    Il BRIGANTAGGIO

    Francesco II, Franchini, Pietrarsa, la situazione e la questione meridionale, Mafia Gabelle e Gabellotti

    (definizione da enciclopedia) Ampio fenomeno misto di banditismo e di ribellione politico-sociale nelle campagne del Mezzogiorno. Fece seguito all'unificazione italiana che, con l'imposizione di misure amministrative e fiscali di particolare durezza, ivi comprese la completa abolizione dei secolari usi comuni (civici) delle terre a tutto vantaggio del latifondo, … dando esca, ...alla propaganda filoborbonica e clericale, ostile al nuovo stato liberale, a sua volta incapace di una politica che non fosse di pura repressione ... Le bande di briganti, che già costituivano un male endemico di quelle campagne, si ingrossarono rapidamente, raggiungendo le migliaia di unità e dando vita a episodi di violenza cieca e raccapricciante ma anche all'occupazione temporanea di interi e popolosi centri fino al rischio di unificarsi in un esercito insurrezionale. Contro di esse fu istituito lo stato di guerra (militarizzazione del territorio e pieni poteri legalizzati con la legge Pica nel 1863) affidato ai generali Enrico Cialdini prima e Alfonso La Marmora poi, al comando di 163.000 uomini (20.000 bersaglieri, cavalleria, fanti, 6.900 carabinieri e 84mila militi della guardia nazionale e civica), che eseguirono spietate rappresaglie facendo terra bruciata intorno alle bande per poi annientarle sul campo.


    'espugnazione di Gaeta decreta, se ce ne fosse ancora bisogno, la fine dei Borboni. Il nuovo status nazionale sta mettendo a nudo un'infinità di problemi: primo fra tutti la presenza di un nuovo stato e quindi di un nuovo ordine. Lo stato nazionale fatto di leggi, di diritti ma anche di doveri era per i più incomprensibile. Il clero ricco istigava nei poveri il concetto che lo stato fosse anticlericale (e lo aveva già ampiamente dimostrato), perché voleva la fine del papato e dei benefici della chiesa. Nel mezzogiorno e nelle isole le condizioni di vita, il livello dell'educazione e quello del reddito sono molto bassi, specialmente nelle zone interne scarsamente collegate. Ecco dunque un terreno ideale per la leggenda del fuorilegge, il brigante, il Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Le bande che si costituiscono sono composte in parte da ex soldati borbonici, delinquenti evasi o liberati, e anche da poveri braccianti. Insieme formano bande di varie decine di persone, a volte migliaia, che assaltano e occupano città e comuni. In mancanza di comunicazioni, di un progetto e di una strategia la loro esistenza è a tempo. Francesco II e la moglie Sofia, scappati a Roma, fanno la loro parte con denaro e rifugio per chi varca i confini del papato. Di fronte al ramificarsi del fenomeno, il governo prende adeguate misure, già all'indomani dell'entrata a Napoli di Garibaldi. Lo stesso Garibaldi vi era stato costretto. Erano giunte notizie di bande che operavano nell'Abruzzo, poi in Calabria, ed infine nelle isole. Ventiquattro dei trentasei battaglioni bersaglieri a disposizione vengono dislocati nel Sud. Famosi capibanda furono Crocco, Nanco, il Generale spagnolo Borjes; ecco poi un marchese di Namur, Alberto de Trezegnes agli ordini del brigante Schiavone; Giacomo Giorgi nell'avellinese, i fratelli La Gala evasi da Nisida che si mangiarono un contadino chiacchierone, Tamburini nel Chietino, i fratelli Pomponio, il Tiburzi in Maremma e Musolino nell'impenetrabile Sila. Eserciti-LeggePica

    Giornale “L’Operaio” di Napoli (1861) - Fasti brigantesco-papalini
    Scrivono da Roma, 7 dicembre 1861 alla Nazione:
    Il comando e la polizia francese in Roma non solo non reprime, ma si può anche dire che favorisce il brigantaggio. Prima di tutto non si capisce come il Governo di Francia permette l’opera impunita dei comitati legittimisti di Marsiglia e di Parigi, i quali forniscono alimento al brigantaggio, in uomini, armi o denaro. In seguito posso darvi assicurazione dei seguenti fatti. È stato dato il cambio alle guarnigioni francesi del Frosinonese: nuovi mandati ebbero un’allocuzione del generale De Goyon nella quale disse di non ispiegare soverchio zelo contro i così detti briganti, perchè niuna ricompensa od onorificenza si dovevano aspettare, e non era cosa che riguardava la Francia. I briganti arrestati all’osteria di Alatri sono stati tutti rimessi in libertà, e a piccole squadre son tutti ripartiti per gli antichi covili, rivestiti, pagati a 4 paoli il giorno, e con regolare foglio di via pontificio. L’amministrazione delle strade ferrate si presta anch’essa a quest’opera buona, arruolando come lavoranti questa canaglia, radunandoli poi tutti in certo dato tempo a Ceprano, o in altro punto di confine dove poi al passaggio di Chiavone si trovano belli e uniti, e vanno con esso. Cosi appunto fecero 200 di costoro per la spedizione d’Isoletto e San Giovanni in Carico.
    Il campo Chiavone sta ora nella provincia di Marittima, e da Fossanuova (abbazia) si vedeno i suoi fuochi e le sue tende: i Francesi li vedeno e li lasciano stare. Quattro pezzi da montagna furono condotti nel convento di Scifelli: ne fu dato avviso al comando francese di Veroli, ma questi rifiutossi ostinatamente a far perquisire il convento, e i quattro pezzi vi stanno ancora sicuramente a disposizione del brigantaggio. È falso falsissimo che i Francesi siensi mai affrontati coi briganti, tranne quella spedizione del tenente Antonmarchi, fatta appunto a Scifelli, dove i briganti trassero sui Francesi, e i Francesi risposero e li fugarono. Infine, lo scorso lunedì Chiavone era in Roma, e doveva alla sera alle ore 5 e mezzo pomeridiane avere una conferenza con parecchi capi-squadra di briganti, alla “locanda del sole” sulla piazza della Rotonda, nel centro della città. La polizia francese ne fu avvertita, ma Chiavone conferì sicuramente coi suddetti, concorsi in numero di trenta circa, e solo la seguente mattina, quasi a dileggio, si presentarono alcuni birri papali a domandare se v’era Chiavone. Questa, e non altra, è la cooperazione francese alla repressione del brigantaggio. Vi dissi già che quel Ferdinando Ricci, capo brigante, arrestato dai Francesi, è stato dimesso dal consiglio di guerra; qualche persona, che può essere al caso di saperlo positivamente, mi assicura che i giudici di detto consiglio furono il giorno innanzi, invitati a pranzo da Francesco II (abitava in Roma), e vi andarono. Ne meno sfacciata è la cooperazione del Governo papale in promuovere e fornire il brigantaggio: vi rammentate di quei sessanta briganti arrestati pro forma verso Palombara dai gendarmi papali, e custoditi poi nella stessa caserma dei gendarmi? Or bene, lo stesso giorno del loro arrivo, due uffiziali di gendarmeria si portarono in carrozza chiusa al magazzino d’abbigliamento militare a San Giacomo, e l’ho da persona che li vide cogli occhi propri, là caricarono una quantità di vecchie uniformi e pantaloni, e i briganti cosi rivestiti furono rimandati ad ingrossare la banda di Chiavone: parecchi di costoro colla detta uniforme si trovarono, e furono uccisi a San Giovanni in Carico. Se poi volete sapere come dal Governo papale si alimenti il brigantaggio estero, ecco qual’è la trafila. Il Comitato legittimista di Marsiglia, che fa capo al signor Anatolio Lemercier, finge di arruolare dei Belgi e dei Francesi pel servizio della Santa Sede: a tal fine dà loro una carta con un bollo analogo. Gli arruolati vengono sui postali francesi a Civitaveccchia, donde il monsignor Delegato li spedisce colla ferrovia a Roma. Qui vengono subito presi in consegna dal signor Luzzi segretario particolare di De Merode, i quali hanno la posizione segreta e sono esclusivamente incaricati del servizio militare borbonico. Sopra un semplice ordine di De Merode, vengono forniti dal magazzino militare le vesti, gli armamenti, le cariche, senza sapere a chi, e mettendo solo come documento l’ordine suddetto. I signori Lepri e Luzzi passano immediatamente i detti arruolati nei ruoli borbonici: li fanno dormire alla spicciolata nei quartieri dei battaglioni esteri presso S.Maria Maggiore, e fanno ad essi somministrare il vitto dalla taverna di un certo Rufinoni, presso la detta basilica, in uno stanzone appartato dietro la cucina, ove non entra alcuno. Dopo qualche giorno i detti arruolati o vengono spediti ai confini per Chiavone, o vengono rimandati a Civitavecchia, dove il console napoletano signor Galera tiene in pronto i posti nei vapori postali francesi, e mediante questi li manda a Napoli, se possono andare senza sospetto o più ordinariamente a Malta, Cosi si è formata la banda Boriès e Langlois che ora va desolando la Basilicata. Del resto è continuo l’andirivieni dei legittimisti di tutte le specie. Lo scorso martedì uno di costoro, che si dice gran signore si portò al conte di Trapani e gl’insinuò d’indurre Francesco Il a fare due proclami, uno agli operai, uno alla nobiltà di Francia. Con questo detto il signore sperava far gran concorso nelle file reazionarie ed assicurava più volte che il terreno era stato ben preparato all’uopo. (lbidem; 22 dicembre 1861, n° 7)


    Secondo Gaetano Salvemini: "Contro la duplice oppressione cui li hanno sottoposti in questi cinquant'anni di unità politica i "galantuomini" locali e l'industrialismo settentrionale, i "cafoni" meridionali hanno reagito sempre, come meglio o come peggio potevano. Subito dopo il 1860 si dettero al brigantaggio: sintomo impressionante del malessere profondo che affaticava il Mezzogiorno, e nello stesso tempo indizio caratteristico del vantaggio che si potrebbe ricavare - quando ne fossero bene utilizzate le forze - da questa popolazione campagnola del Sud, che senza organizzazione, senza capi, abbandonata a se stessa, mezzo secolo fa tenne in scacco per alcuni anni tanta parte dell'esercito italiano".
    Il deputato Ferrari, nel novembre 1862 grida in aula: «Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120.000 uomini? Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta e non dai briganti» (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito italiano il 13 agosto 1861). Massimo D’Azeglio nel 1861 si domanda in aula come mai «al sud del Tronto» sono necessari «sessanta battaglioni e sembra non bastino»: «Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate».
    Disraeli ex cancelliere dello Scacchiere (e futuro primo ministro), alla Camera dei Comuni di Londra, nel 1863: «Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle dei Meridione italiano. E’ vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti». Tra il maggio 1861 e il febbraio 1863, l’esercito italiano ha catturato «con le armi» e perciò fucilato 1038 rivoltosi; ne ha uccisi in combattimento 2.413; presi prigionieri a vario titolo 2.768 (ma la stima è 10 volte più alta).L'anno 1863 fu tra i più duri della campagna:Omicidi commessi dai briganti n. 379, Sequestri commessi dai briganti 331, Capi di bestiame uccisi o rubati 1.821, Briganti morti in conflitto 421, Briganti fucilati 322, Briganti arrestati 504, Briganti costituitisi 250, Militari dell'Esercito caduti in conflitto 228, Feriti 94

    Cattura del Borjes da parte del Maggiore Enrico Franchini del XXVIII btg. Rapporto dettagliato.

    Da "Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863" del conte Alessandro Bianco di Saint-Jorioz. ...Tutto in questo paese favorisce il brigantaggio: la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili e dei signori; l'ignoranza turpe in cui è giaciuta questa popolazione: l'influenza deleteria del prete; la superstizione, il fanatismo, l'idolatria fatte religione e santificate; la mancanza del senso morale...... lo spettacolo schifoso della corruttela negli impiegati, nella magistratura, nei pubblici funzionari, la rapina , il malversare....tutti i vizi, come tutte le miserie si sono scagliate sopra questo infelice popolo, si può dire, per servirmi di un vieto e rancido paragone mitologico, che la famosa scatola di Pandora sembra essersi riversata su questa infelice e misera quanto bella e amena terra...la configurazione stessa del paese, coperto di interminabili catene di montagne e vasti dirupi, di macchie foltissime e di oscure, fitte e immense foreste; le idee del governo borbonico che di quelle montagne non davasi cura, non vi tagliava strade, non vi costruiva ponti: la mancanza totale di commercio, di vita sociale, di movimento industriale, di comunicazione qualunque intellettuale e materiale a tal punto che vi sono tutt'ora numerosissimi distretti vedovi di una strada comunale, ignorata la vista di una vettura (a cavalli), sentieri così malagevoli e pericolosi che i muli stessi non si peritano a percorrerli ..... Esercito e burocrazia furono le colonne immutabili d'un edificio di Governo cheraffigurava la negazione d'ogni principio buono ed onesto. L'uomo della campagna è ridotto allo stato d'ilota e di gleba; egli è oppresso dall'usura, male rimunerato, non sfamato. In nessun paese del mondo l'agricoltore è tanto povero ed infelice quanto in queste contrade.... Se una correlazione al mondo moderno può essere fatta, bisogna risalire alla fine del secolo scorso quando le due Germanie si unificarono. Gli intenti e le condizioni qui lasciavano presagire una più breve integrazione, ma fu una generazione intera che pagò con la miseria e l'ignoranza. Una pur tenua luce le nuove generazioni tedesche l'avrebbero vista in un paese da sempre abituato ad essere ligio ed obbediente ed onesto. Quanto invece di questo i nostri relatori (Nigra, capitolo precedente, e Bianco) riuscirono ad infondere nei governi italiani di allora non è dato a sapere, ma certo è il risultato.

    Borjes e gli altri, processati, vengono condannati a morte. La lotta fra briganti da una parte e guardie municipali, civiche, carabinieri e reparti dell'esercito dall'altra, si svolge fra violenze inaudite ed esecuzioni sulle pubbliche piazze nella speranza che il fenomeno regredisca. Soldati e briganti, invece di combattersi apertamente, si cacciavano come selvaggi: nessuna legge, nessun quartiere. Il gen. Pinelli e il magg. Fumel opposero terrore a terrore. I briganti, sorprendendo qualche manipolo di soldati, li martoriavano e mutilavano vivi; scene di cannibalismo desolavano campagne e villaggi; si vendeva sui mercati e si mangiava carne di soldati; mezze compagnie di bersaglieri, accolte a festa in qualche borgo, erano convitate ed avvelenate dalle stesse autorità municipali. Vennero saccheggiati paesi, arse a dozzine le borgate (anche per rappresaglia in seguito alla efferata uccisione di una compagnia di soldati a Pontelandolfo vedi sotto) senza pietà ne per infermi, ne per fanciulli e vecchi; si fucilò a caso per qualunque sospetto; non si vollero prigionieri, ma cadaveri. Accanto alle repressioni legate al brigantaggio si ebbero anche le proteste sorte nei civili consessi, legate spesso alle scelte economiche che vedevano il sud sempre più emarginato come agli stabilimenti ferroviari di Pietrarsa. Il brigantaggio però prosegue ancora per tutti gli anni 60, ed in misura diversa, con bande ridotte, fino alla fine del secolo. Se prima si parlava di "Situazione Meridionale", ora si comincia a parlare di Questione (problema) meridionale sotto tutti gli aspetti. Con l'affermarsi dell'amministrazione centrale e la dislocazione in ogni comune dei Reali Carabinieri (nel corpo entrano anche le guardie meritevoli, dei rispettivi stati accorpati), la lotta prosegue fra alterne vicende finché il fenomeno viene a confondersi con la normale criminalità. E' degli anni 70 la costituzione in Sicilia dei Bersaglieri a cavallo, circoscritti a soli quattro plotoni di circa 100 uomini, coadiuvati per gli animali da personale di cavalleria per combattere il fenomeno mafioso. L'armamento è quello tipico dei cavalleggeri, uno schioppo corto, facilmente maneggiabile una volta appiedati. Non fu mai reparto organico, ma di circostanza giacché faceva montare chi aveva dimestichezza con la sella (cosa che allora erano ancora in molti ad avere). La dislocazione su tutto il territorio del nuovo esercito italiano (130 reggimenti ) e le nuove norme di leva, amalgamarono le varie componenti nazionali. L'erede al Trono, da principe di Carignano, divenne principe di Napoli. A Torino, città ormai periferica rispetto a Roma, stava per nascere la FIAT e il cinema italiano.
    Un altro capitolo si è aggiunto alla terna di sopra MAFIA, GABELLE E GABELLOTTI per meglio comprendere il passato e il presente e il libro "I Lager dei Savoia" nella sezione Free Time dalla pagina iniziale.

    Nota 1- A San Giuseppe Jato, presso Palermo, dei malfattori in pochi mesi avevano commesso numerosi delitti e cinque omicidi per vendetta. I soldati stavano dando loro la caccia. Una sera il carabiniere Nosenza e il bersagliere Mordio, nella stampa sopra, si imbatterono in tre uomini armati; all'intimazione di fermarsi quelli presero a sparare, uccidendo il carabiniere. Il bersagliere a sua volta uccise un malandrino, egli altri due fuggirono; l'indomani uno venne ritrovato morto.

    Nota 2- Il dipinto del 1861 di Francesco Saglieno, in alto a destra nella pagina, conservato a Napoli nel Museo di Capodimonte illustra un episodio realmente accaduto: reparti di bersaglieri e della Guardia Nazionale attaccano una banda di briganti in una impervia zona appenninica nei pressi di Civita Castellana (Vt).

    L'AGGUATO DI PONTELANDOLFO
    Come ogni tanto succede un navigatore mi scrive - Giorgio D'Auria, .... I morti forse superano il migliaio, considerato che solo Pontelandolfo aveva circa 5.000 abitanti (seguono "complimenti immaginabili di prammatica") e mi contesta parte delle affermazioni fatte sopra, che per accessibilità alla rete anche ai più giovani non ho inteso sciorinare nella sua violenza e che ora mi trovo costretto ad accennare. Non sono innamorato dello scoop alla Pansa che fa del singolo il generale (ma quella di Pansa oltre che una provocazione è una questione economica). Nei capitoli già pubblicati ognuno ha avuto i suoi meriti e chi non li ha avuti, c'era a mio modesto avviso il motivo che non li avesse. A Pontelandolfo le cose si spinsero per entrambi gli schieramenti oltre i limiti dello scontro fisico allora imperante. Il "patriottismo" se cosi lo si vuol definire fatto da ex soldati, ufficiali legati alla causa monarchica di Francesco II e del Papa Re ci poteva anche stare, pur non avendo alcun piano politico predeterminato alle spalle. Qualcuno a volte parla di colonialismo da parte dei Piemontesi, ma il colonialismo c'è quando un paese conquistato non ha poi diritto al voto e non fu questo il caso. Colonialismo c'è quando sono gli occupanti a conquistare i gangli vitali della amministrazione, ma anche questo non è vero perché fu il contrario, furono i meridionali ad impossessarsi dello stato. Ma torniamo all'episodio in se che ha corso dai primi giorni di agosto del 1861, con schermaglie violente fra le stesse forze locali contrapposte (reazionari e antireazionari a significati invertiti) che si affrontano aizzate dal clero, la cui funzione non venne mai disconosciuta dai vertici romani e dallo stesso pontefice che ora vorrebbero fare santo. Non ritengo di aggiungere nient'altro lasciando al lettore le conclusioni.

    E la strage ebbe inizio...... parole di Cosimo Giordano il bandito dal carcere al Presidente della Corte d'assise di Benevento il 23 aprile 1884 (Cosimo Giordano nato a Cerreto Sannita ex carabiniere a cavallo dell'esercito borbonico, combatté contro i piemontesi. Catturato nel 1882, morì in carcere nel 1887 )

    "Ill.mo Sig. Presidente, il sottoscritto, nel momento dello esame, mi sono dimenticato di accennarli il caso strano della morte di quarantasei soldati(ndr: piemontesi), che furono trucidati in Pontelandolfo. Io le darò le spiegazioni di come fu successo il fatto. Io mi trovava sulla montagna di Morcone colla mia banda, quando le mie sentinelle mi chiamarono, dicendomi "vediamo venire due a tutta corsa e facendo segni con le mani", e dicevano "sono arrivati quarantasei soldati al paese. "E che cosa l'avete fatto?" "Li siamo ligati, e siamo venuti per sapere cosa volete fare". Io ho risposto: "Andate subito, e ditegli da parte mia che non gli facciate nessun oltraggio, che io sarò subito appresso di voi". Così partirono essi avanti e noi appresso, quando, arrivato a Pontelandolfo, domandò: "Dove sono?". Mi fu risposto che erano stati presi e portati in una grotta distante dal paese, e li hanno fucilati; ed io fu tanto dispiaciuto che li risposi: "Malvagi che site, perché avete fatto questa viltà a que' poveri disgraziati, che quelli erano soldati che avevano preso il giuramento come noialtri, per cui devono servire il comando de' loro superiori: ma è sicuro che un giorno vi pentirete di questo torto che avete fatto ad essi ed a me". Ed io partii con la banda sulla montagna. Dopo qualche giorno fui chiamato che m'avessi portato in Pontelandolfo. Subito discesi con 250 della mia banda, e mi dissero che avevano avuto la spia che venivano 250 soldati da Solopaca. Io mi accampò al di fuori del paese presso le sentinelle, rimasto d'accordo, che quando venivano i soldati, di far suonare le campane all'arma, e così sarebbero accorsi tutti quelli della città e quelli della campagna. All'alba della mattina io feci battere la sveglia dalle mie trombe, perché subito scoprii quattro colonne di soldati, e subito capii che era la vendetta che facevano de' quarantasei soldati, e io, per fare pentire gli uccisori del macello fatto a quei poveri infelici, feci sparare qualche colpo, ma poi feci battere ritirata. I soldati entrarono e cominciarono a bruciare le case, ed io non volli più saperne di quel paese. Poi dopo seppi che si facevano molti arresti di giorno e di notte, e li portavano a Cerreto Sannita, e che subito erano fucilati, e così pagavano la loro pena. Il suo subordinato detenuto Cosimo Giordano"
    "Non tutti sono colpevoli". Ed ecco farsi innanzi al Melegari un vecchio di 80 anni, dignitoso e fiero nell'aspetto. "Maggiore comandante, io ho cercato di distogliere il sindaco e i cittadini dai propositi reazionari, ma mi hanno trattato da vecchio rimbambito rispondendomi che Francesco II sarebbe presto ritornato alla conquista del Regno. Non ho paura per me, sono ad un piede dalla fossa; risparmiate le mie due sorelle". Melegari, commosso acconsente. "Ditemi tuttavia dei 45 (uno si salvò) poveri soldati sopraffatti a tradimento e trucidati barbaramente". Il vecchio racconta, senza nulla tacere. "I soldati opposero bensì una disperata difesa, ma sopraffatti, sfiniti, caddero in mano d'una turba selvaggia e sanguinaria che, non sazia di trucidarli, commetteva su di loro, fra i più atroci tormenti, le più oscene sevizie. I due ufficiali, legati nudi agli alberi, costretti prima ad assistere all'eccidio dei loro soldati, venivano poi torturati in tutti i modi: le donne, furibonde, conficcavano loro ferri negli occhi, e tutte le membra del corpo erano barbaramente flagellate e mozzate (ci furono atti di cannibalismo). Ad un sergente solo fu risparmiata la vita dai briganti, imponendogli il giuramento che egli avrebbe combattuto con loro per la santa causa, e quest'infelice deve ora trovarsi chiuso nella torre di Pontelandolfo".

    Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. - stop- Oggetto: Operazione contro i Briganti: - stop - Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. - stop- Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 46, è con noi. - stop - Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l’una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, - stop- l’altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all’Ovest a Sud di questa Provincia. - stop- Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri (probabilmente Pier Eleonoro).
    Gaetano Negri*, futuro Sindaco di Milano ai genitori (*scrisse anche il libro “Caccia ai Briganti” e fù per molto tempo indicato come l'ufficiale Negri comandante la colonna)
    Napoli, agosto 1861- Carissimo papà, Le notizie delle province continuano a non essere molto liete. Probabilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo. Gli abitanti di questo villaggio commisero il piu' nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara. Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto. La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizzatori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte, le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta. Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe piú giustamente inflitto, e i risultati piú sicuri e piú pronti. - Gaetano Negri

    Per non lasciare nulla di intentato e per verificare al di là della ferocia gli effettivi numeri della strage mi rifaccio a un testo di parte, come direbbe Gaetano Negri, uscito dalle mani dei Preti. Brani tratti dalla ricerca di Luisa Sangiuolo da: "Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880" De Martino, Benevento, 1975 Casalduni #allarme e Davide Fernando Panella da: "Brigante in terra nostra" a cura: Associazione Progetto Domani - Cassa Rurale ed Artigiana del Sannio Calvi (BN) - Stampa Borrelli, San Giorgio del Sannio (BN), 2000 Casalduni5

    ….. Tra i documenti più importanti per conoscere i fatti del 14 agosto vi sono i libri dei morti degli archivi parrocchiali dei due paesi, e una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte. Questi documenti furono redatti da sacerdoti, protagonisti e testimoni oculari di quanto accadde, contemporaneamente ai fatti narrati e sono, quindi, da ritenersi fonti primarie. Nei Registri dei morti di Pontelandolfo e di Casalduni, il 14 agosto 1861 è indicato come il giorno dell'incendio, in quello di Fragneto Monforte, il giorno dell'incendio e del saccheggio. Attraverso la loro lettura diretta cerchiamo di conoscere esattamente il numero delle vittime di quel giorno e quali furono le conseguenze dell'incendio e del saccheggio. Dal progressivo 99 al 110 con un 109 bis del giorno 14 agosto 1861… i morti .. sono 13 (civili), di cui 10 furono uccisi e 3 morirono bruciati. I morti bruciati sono due anziani: di 94 e 89 anni e uno di 55 anni, che morì dopo due giorni.

    e salto direttamente alle conclusioni:

    Il parroco, infatti, stigmatizza tutte le azioni degne di biasimo. Per i fatti dell'11 agosto: ritiene inopportuna e poca saggia la decisione di mandare appena 45 soldati a sedare la rivolta non solo in questi due paesi: fu stupido, ed inetto comando di Superiore . . Furono mandati al macello, mandati ad essere uccisi. Il suo giudizio verso gli autori dell'eccidio è durissimo, soprattutto per le donne: Vergogna eterna di Casalduni! Mi si racconta che molte femmine macchiarono le loro mani di sangue umano! Che colpa eravi di sventurati infelici soldati di leva? Il suo grido di condanna è ancora più forte per le decisioni di Torino perché confondendosi il giusto col reo, con novella barbarie fu decretata la distruzione di due Comuni Pontelandolfo e Casalduni! Lapidario ed esemplare è sicuramente il suo giudizio nei riguardi del decreto di Torino che fu senza riflessione, umanità e giustizia. Questi tre passaggi sono veramente degni di nota, e descrivono molto bene l'agire governativo: fu istintivo, disumano e ingiusto. Quello che era necessario, cioè trovare i responsabili dell'eccidio dei soldati e processarli, non fu fatto. Fu scelta l'unica strada da evitare, la strage indiscriminata. La sua condanna continua perché sono da disprezzare anche gli abitanti di Fragneto Monforte, i quali, dopo che la fiera accozzaglia di soldati, e garibaldesi avidi di bottini ha istituito il mercato del bottino di Pontelandolfo e Casalduni, avidamente e per poco denaro hanno acquistato degli oggetti. Non poteva immaginare l'arciprete che l'avidità e la cattiveria umana non si arrestano neanche di fronte alle disgrazie più grandi, e perciò ne resta scandalizzato. Ma l'arciprete, però, non è solo testimone dei fatti; suo malgrado diventa protagonista, come abbiamo già visto. E' da sottolineare, a questo punto, la facilità con cui in questo periodo si poteva essere considerati reazionari, cioè sostenitori dei Borbone, o rivoluzionari, cioè sostenitori dell'unità nazionale. Infatti, con raffinata ironia, don Mastrogiacomo ci fa sapere che il giorno 10 Agosto era un reazionario, il 15 era un rivoluzionario. Stupisce, inoltre, la sua speranza: altro non restasi che preghiere e pazienza; nella tragedia, il sangue versato da innocenti sarà seme di tempi nuovi!
    La ricerca storiografica deve portare alla conoscenza dei fatti, e su di essi deve ergersi sovrana la verità. Per gli avvenimenti del 14 agosto 1861 si deve dire che oggi il clima di serenità e obiettività ci suggerisce innanzitutto di non giustificare nessun massacro o di fare delle vittime i colpevoli. Alle vittime conosciute del 14 agosto nei due paesi, si devono aggiungere quelle anonime, causate dall'incendio e dal saccheggio, come pure i soldati uccisi nel giorno 11 agosto.. E' lezione storica la constatazione che nel passato sono stati raggiunti obiettivi positivi attraverso fasi dialettiche di contrapposizione, di lotte aspre e violente. Per questo motivo, a tutte le vittime dell'una e dall'altra parte in quegli anni di tragica incomprensione e del mancato e corretto modo di risolvere i difficili problemi politici e sociali, deve andare il nostro onore incondizionato, perché dal loro sacrificio è derivato il Bene dell'Unità Nazionale

    da InStoria - Il brigantaggio politico .... di Ciro Pelliccio - Le forze che si contrapposero furono notevoli. Nel 1862 vi erano nell’ex regno 52 reggimenti per oltre 120.000 uomini, 83.927 uomini della Guardia Nazionale, 7.489 carabinieri che si opponevano a 135-140.000 componenti le varie bande. Il bilancio della “rivoluzione italiana” fu drammatico. Non esistono cifre precise, ma quelle più accreditate danno, dal 1861 al 1870, 123.860 fucilati, 130.364 feriti, 43.629 deportati, 41 paesi completamente distrutti; 10.760 briganti condannati all’ergastolo, 382.637 briganti condannati a pene varie. Da parte piemontese le perdite ammontarono a 21.120 soldati caduti in combattimento, 1.073 morti per malaria o malattie o ferite, 820 dispersi.




    digilander.libero.it/fiammecremisi/briganti.htm

 

 
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