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Discussione: Focus Cina

  1. #61
    Tringeadeuroppa
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    Predefinito Rif: focus Cina

    La strategia win-win secondo la Cina

    FONTE: PeaceReporter PeaceReporter - La strategia win-win secondo la Cina

    Il modello economico di Pechino crea alternative per il Sud del mondo. Ma il Dragone deve ancora imparare molto

    La Cina punta all'America Latina come nuovo orizzonte commerciale. La chiamano "strategia win-win" o anche "sud-sud": gli Emergenti creano relazioni indipendenti dal Nord del mondo e il più emergente tra loro tira il gruppo.
    Le implicazioni politiche sono evidenti ma per Marco Wong - direttore editoriale della rivista "It's China" e un passato da dirigente per aziende cinesi ed italiane che operano in Sud America - la ragione economica è preponderante.

    "La Cina ripete in Sud America lo stesso schema applicato in Africa. Dato il rapporto qualità-prezzo dei prodotti cinesi, è più facile entrare nei mercati sudamericani rispetto a quelli evoluti, dove ci sono strutture locali ben presidiate e difese. Inoltre, per i cinesi è anche una questione psicologica".
    C'è poi l'interesse strategico della Cina, intesa come sistema-Paese, per le materie prime delle economie dove esporta.
    "La Cina non è né comunista né capitalista, ma la partecipazione dello Stato è comunque molto forte anche nel privato. Il supporto dello Stato avviene soprattutto nell'accesso al credito. Le grandi banche hanno la mission, praticamente l'obbligo, di accompagnare all'estero i clienti cinesi.
    A questo contribuisce anche il fatto che il sistema bancario cinese non è ancora evoluto, per cui i suoi clienti sono esclusivamente i cinesi stessi".

    Rispetto ai propositi rivelati dal ministero delle Ferrovie cinese di sbarcare anche in Europa e Nord America, Wong rivela alcune perplessità:
    "Chi ha già un sistema industriale avanzato di solito è anche più protezionista. Facciamo l'esempio dell'Italia. Trenitalia è un quasi monopolio che ha i propri centri di eccellenza, crea know-how e quando si tratta di comprare preferisce industrie italiane". Quindi per la Cina entrare in questi mercati richiederà molto più tempo.

    La grande accelerazione cinese è avvenuta grazie a una strategia vincente: "E' stato favorito l'investimento dall'estero e si sono creati centri di competenza locali che hanno accompagnato i partner stranieri. Così si è acquisita tecnologia".
    Adesso il processo si è invertito e grazie alla grande spinta del sistema Paese sulle infrastrutture (leggi finanziamenti abbondanti attraverso il pacchetto di stimoli varato da Pechino all'indomani della crisi globale) la bilancia comincia a pendere lentamente dalla parte della Cina.

    "La Cina crea alternative, offre una scelta in più".
    D'altra parte non esiste una vera e propria concorrenza su scala globale, perché le aziende cinesi sono posizionate diversamente da quelle occidentali.

    Quanto alle implicazioni politiche, "le aziende cinesi non sono molto internazionali e commettono spesso ingenuità. La stessa Cina è una potenza globale solo da poco tempo e non ha un personale diplomatico all'altezza".
    Scambi poco limpidi, tentativi di corruzione, incidenti diplomatici e accuse di "intromettersi nelle questioni interne" altrui, come nel recente caso del Costa Rica, hanno a che fare con un personale manageriale-politico non ancora all'altezza.
    "Probabilmente una ex potenza coloniale avrebbe saputo gestire molto meglio una situazione come quella del Costa Rica. In Cina, spesso, si creano manager d'esportazione solo perché conoscono un po' la lingua di un dato Paese.
    Il punto è che tutto avviene così rapidamente che non c'è tempo di creare una classe dirigente adeguata.
    Prendiamo l'esempio dei diplomatici. Un tempo andava per la maggiore lo stile burocratico. Adesso bisogna fare politiche assertive e non tutti ne sono capaci."

    E quindi i cinesi ricorrono ai loro metodi millenari, come il ricorso al "guanxi", la rete relazionale che è anche alla base del business. Non è un mistero che in Cina molti affari si fanno a tavola, dove si crea fiducia reciproca. Ma i contatti che nascono davanti a un piatto di tagliatelle possono facilmente trasformarsi in rapporti poco limpidi, corruzione, fraintendimenti.
    "Quando lavoravo in Italia per un'azienda cinese, il mio capo mi chiedeva di continuo se avevo portato un regalo a un certo cliente. Per lui era incomprensibile che si potesse fare business senza aver prima invitato qualcuno a cena dodici volte".

    Il nesso stretto tra economia e politica è poi dovuto anche a un'altra peculiarità cinese.
    "In Cina c'è un forte senso della gerarchia dal punto di vista culturale. Inoltre, per la stessa natura del Paese, l'economia gestisce sempre grandi volumi, il che impone un certo controllo centralizzato. Visto che ha funzionato, i cinesi cercano di fare lo stesso all'estero. Esportano ciò che è grosso".
    Ad esempio, reti ferroviarie prêt-à-porter per un intero Paese sudamericano.

    Gabriele Battaglia

  2. #62
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    Predefinito Rif: focus Cina

    questi focus perché non li mettiamo in rilievo?

  3. #63
    Tringeadeuroppa
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    Citazione Originariamente Scritto da JnanaTapas Visualizza Messaggio
    questi focus perché non li mettiamo in rilievo?
    In effetti! :gluglu:

  4. #64
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    Citazione Originariamente Scritto da Spetaktor Visualizza Messaggio
    In effetti! :gluglu:
    anche focus Iran prego! :-)
    Ultima modifica di José Frasquelo; 25-07-10 alle 11:12

  5. #65
    Tringeadeuroppa
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  6. #66
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    Predefinito Rif: Focus Cina


    CINA: L’ISOLA TERRESTRE

    analisi / LA CINA… STRATEGICA «
    di Andrea Fais

    La storia della Cina è profondamente segnata dalla geopolitica, in ognuna delle sue fasi. Ogni tattica, ogni strategia, pur caduca, sembra costituire il tassello di un lungo mosaico che il gigante d’Asia va a comporre con pazienza. La guerra nazionale contro l’invasione nipponica, la comune strategia tra comunisti e nazionalisti, la rottura con il Kuomintang, la Guerra Civile, la Guerra di Liberazione, i rapporti controversi e contrastanti con l’Unione Sovietica, la trasformazione riformista: tutte queste, ed altre ancora, sono fasi storiche fondamentali che comprendono oltre un secolo di vicende e avvenimenti di portata internazionale, lungo un ritmo storico senza precedenti nella storia del Paese asiatico.

    Ad oggi, gli esperti sono soliti dividere la Cina geografica in due aree primarie, in virtù di due criteri specifici: uno di carattere storico, relativamente alle vicende millenarie e recenti che hanno coinvolto il Paese, e uno di carattere etnico-geografico, relativamente ai territori implicati e alle tradizioni linguistiche e letterarie che li contraddistinguono:

    1) La Cina Han, stanziata nella parte orientale del Paese, considerata ancora oggi la Cina profonda e più interiore, compresa lungo una fertile e favorevole fascia di territorio che giunge grossomodo dalla zona di confine con la Corea, sino alle coste meridionali

    2) La Cina espansa, frammentato insieme di territori secchi e demograficamente discontinui, comprendenti una parte della Manciuria, la Mongolia Interna, il Tibet e lo Xinjiang, che si adagiano come un involucro terrestre intorno ai confini della Cina Han

    Mentre la prima zona del territorio nazionale, si affaccia direttamente sull’Oceano Pacifico, in prossimità della acque del Mar Giallo, la seconda porzione costituisce una specie di naturale cuscinetto, contrassegnato dalle diverse catene montuose e dai fiumi che ne segnano i confini, naturali oltre che politici, con l’India, il Nepal e il Myanmar a sud-ovest, con la Russia e la Corea del Nord, a nord-est, con il Kirghizistan, il Tagikistan e il Kazakistan, a nord-ovest.

    Secondo questa schematizzazione, che riassume vari settori di fondamentale importanza economica (agricoltura, industria, sviluppo, commerci e vie di trasporto), il percorso politico della Cina, non sembra essere affatto casuale e dettato dalla frammentazione degli eventi, bensì pare rispondere ad una sempre più centrale consapevolezza logistica e strategica, che impone la vicenda comunista rivoluzionaria sul solco della storia nazionale, lungo un cammino di crescita che ricorda molto da vicino le super-potenze di un tempo.

    Cosa significa il Comunismo in Cina, oggi? Questa parola resta un termine centrale nella vicenda del Paese, secondo quel concetto di crescita e “sovranizzazione nazionale” che viene spesso sintetizzato nel motto “Mao ci ha reso liberi, Deng ci ha fatto felici”. La Lunga Marcia del Rivoluzionario Mao Zedong, alla guida del grande Esercito di Liberazione del Popolo, continua oggi nel cammino impressionante di una nazione dalle vastissime possibilità di crescita. Inarrestabile, e sostanzialmente incontrovertibile, lo sviluppo vissuto dal popolo Han, sembra oggi poter seriamente recitare il ruolo del protagonista assoluto all’interno della partita mondiale tra le nazioni più avanzate del pianeta.

    Il ruolo di Mao nella riunificazione nazionale delle masse, nell’espulsione degli invasori e nella titanica opera (tutt’ora in via di definizione) di risoluzione del conflitto tra città e campagna, emblematicamente riassunto nel diacronico sviluppo tra la fascia costiera dell’Oceano Pacifico e la parte interna del Paese, ha avuto un’importanza strategica di primo piano dalla triplice valenza:

    1) Sul piano etnico (1936-1948): la definitiva edificazione dell’integrità nazionale e culturale della Cina, sotto le insegne della tradizione Han

    2) Sul piano geografico (1949-1950): l’espansione della Cina Han sino alle catene montuose, attraverso la ricomprensione del Tibet, liberato dalla teocrazia lamaista, e dello Xinjiang, annesso dopo la breve ma fondamentale esperienza della Repubblica Democratica del Turkestan Orientale

    3) Sul piano economico: la progressiva opera di cancellazione delle contraddizioni sociali e commerciali, tra la fascia costiera e le zone interne, innescate dal colonialismo britannico nel XIX secolo e dalla conseguente apertura della Cina ai traffici marittimi mondiali

    Malgrado gli storici tendano a ricondurre i momenti principali di questa strategia a precise date e a precisi periodi di tempo, appare sempre più evidente che, come ogni processo di trasformazione epocale, i cambiamenti e l’evoluzione generale della Cina abbiano ricoperto interi decenni, e ricoprano tutt’ora la nostra epoca. Dalla reazione alle famose 21 domande del Giappone[1], molta acqua è passata proverbialmente sotto i ponti, ma il cammino intrapreso dal Partito Comunista Cinese sembra proseguire spedito nella sua arguta strategia, capace di riferirsi alle necessità storiche, dunque in sostanza ai ritmi economici, secondo una capacità pratica di adattamento assolutamente ineguagliabile, almeno in questi termini.

    Se la guerra di liberazione, portata avanti assieme ai nazionalisti, sino alla presa di potere di Jiang Jieshi all’interno del partito di destra, veniva inquadrata già all’epoca nella pragmatica ottica di una rivoluzione democratica, come fase transitoria verso la rivoluzione socialista, comunque avviata per forza di cose, a partire dall’inizio della guerra civile (1927), la stessa strategia seguita alla proclamazione della Repubblica Popolare (1949), sembra essere costantemente inquadrata lungo delle direttive storiche, non certo scevre da contraddizioni[2], ma unicamente incentrate su un solo obiettivo: trasformare la Cina in una potenza mondiale, e proiettarne l’evoluzione lungo un futuro prospero e grandioso.

    Lo studio, l’incessante studio della realtà nella sua molteplice varietà, come base fondamentale ai fini dell’apprendimento di quella capacità di adattamento, ancora oggi vera arma vincente del Paese, era l’elemento su cui Deng Xiaoping fondava la nuova strategia cinese, alla base della Teoria dei Quattro Settori (agricoltura, industria, tecnologia, esercito), al momento della salita ai vertici del Partito. Nel 1978, la Cina non comincia in alcun caso un nuovo corso, né tanto meno torna velocemente ad un sistema capitalistico[3], ma prosegue il suo autonomo percorso storico lungo quella modernità del tutto peculiare alla nazione asiatica, indirettamente avviata a partire dalla metà del XIX secolo, per mano coloniale.

    L’obiettivo era chiaro, e seguiva un doppio binario: sul piano strettamente interno, la progressiva eliminazione dei due più forti divari del Paese (quello tra Est e Ovest e quello tra Città e Campagna), sul piano dei rapporti con l’estero, il progressivo raggiungimento degli standard tecnologici e sociali occidentali. Un ritardo così importante, di oltre tre secoli, nei confronti dei paesi più industrializzati, è stato sostanzialmente bruciato in appena trenta anni, grazie a massicce dosi di riforme e investimenti sul mercato, che hanno toccato il loro culmine durante la cosiddetta Terza Generazione di Jiang Zemin, che, sulla scorta teorica delle Tre Rappresentanze[4], avviò una vasta opera di ulteriore modernizzazione del Paese, aprendo il mercato cinese a sempre maggiori investimenti stranieri sotto il controllo statale. Giunti alla Quarta Generazione con Hu Jintao, la Cina sembra essere oggi il simbolo sempre più splendente, di una sintesi storica, che in questo primo scorcio di Terzo Millennio, agisce nel nome della ponderazione, forte della posizione quasi emblematica di chi, dopo aver seminato per decenni, può cominciare a raccogliere in maniera abbondante i suoi primi frutti. È partita dunque la fase della strategia globale della Cina, anticipata da Deng Xiaoping e Jiang Zemin, ma imposta da Hu Jintao come una vera e propria fisiologica novità, intrinseca alle dinamiche dell’odierna fase multipolare.

    È così che, sulla base del Gruppo di Shangai nato nel 1996, sorge l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, fondata nel 2001 in via ufficiale, come il più importante istituto inter-governativo di tutto il Continente Asiatico, pensato e costruito principalmente dalla Russia e dalla Cina, per salvaguardare e concertare le rispettive trame cooperative, economiche e militari, all’interno della ricchissima regione dell’Asia Centrale, con particolare riferimento alle Repubbliche del Kazakistan, dell’Uzbekistan, del Kirghizistan e del Tagikistan. La Cina, ancora in piena evoluzione interna ed in rapida ascesa lungo un progressivo livellamento verso l’alto degli standard di vita[5], ha cominciato dunque a muovere i suoi primi imponenti passi nello scacchiere mondiale, come fisiologico contraltare alla crescita interna. I meccanismi delle cause alla base delle contraddizioni sociali, che un tempo potevano essere individuati e circoscritti esclusivamente all’interno della Cina, oggi si ripercuotono nell’intero pianeta, ed un miliardo e trecento milioni di potenziali nuovi consumatori sui livelli dell’Occidente, impongono una strategia a 360 gradi che sia in grado di farsi interprete della nuova realtà economica globale.

    Tuttavia, come la storia mette in evidenza, la dimensione interna e la dimensione estera della Cina non sono mai state essenzialmente separate e distinte. È più realistico ritenere che la dimensione dei rapporti di forza internazionali, abbia semplicemente acquisito un maggior peso specifico del passato in relazione allo sviluppo economico interno, ampliando una prospettiva già ben presente in epoca maoista. L’espansione di quella che viene spesso considerata una vera e propria Isola Terrestre, fu, sin dall’annessione delle due importantissime regioni del Tibet e del Xinjiang, un atto strategico fondamentale di primaria importanza, sia per quanto riguarda la difesa interna, sia per le relazioni commerciali.

    Quella che un tempo era la Via della Seta, lo sbocco verso le più trafficate vie dell’Asia Centrale (Samarcanda, Bukhara, Almaty, Khiva e così via…), oggi è una delle più imponenti vie di comunicazione e cooperazione strategica tra la Cina, il Medio Oriente e l’Europa, e le impressionanti catene montuose dell’Himalaya a sud e del Tien Shan ad ovest, come del resto i freddi ed impervi alto-piani della Mongolia Interna, costituiscono dei passaggi invalicabili e dei veri e propri ostacoli naturali contro qualunque eventuale attacco terrestre al cuore della Cina.

    Unico punto debole nella tradizione cinese resta il Mare. Sebbene sia affacciata per migliaia di chilometri sulle acque dell’enorme Oceano Pacifico, le caratteristiche interne del Paese e la morfologia peculiare dell’area del cosiddetto Mar Giallo, non hanno mai permesso alla Cina di diventare una vera e propria potenza organica. Furono proprio l’eccessiva impostazione tellurocratica e la scarsa propensione allo sviluppo via mare, dei più imponenti Imperi asiatici continentali, i principali presupposti sui quali il Giappone riuscì per quasi tutto il XIX secolo a porre le basi della sua tattica imperialista, tanto in Russia, quanto in Cina e in Corea. Dopo tutto questo tempo, la lezione è stata recepita in maniera profonda. Il rapido sviluppo recente di poli come Shanghai e Fuzhou, direttamente rivolti verso la costa marittima, e la riannessione di Hong Kong, ottenuta in via ufficiale nel 1997, in seguito ai precedenti trattati bilaterali con la Gran Bretagna, hanno consentito al Paese di potenziare in modo decisivo il fronte navale, costituendo pesanti barriere difensive di carattere commerciale e militare. Nessuno, oggi, potrebbe attaccare la Cina su questo versante, senza che importanti ripercussioni globali si riversino sul resto del pianeta in termini più strettamente economici. Da due anni oramai, l’8 giungo ricorre la Giornata Nazionale della Pubblicità Oceanica della Cina, per favorire e corroborare il concetto del “mare del popolo”. In occasione dell’ultimo appuntamento, il direttore dell’Amministrazione Oceanica statale cinese, Sun Zhihui, ha ricordato la grande importanza di queste attività. “Tutto questo dimostra – ha sostenuto l’illustre oceanografo – che la Cina, maggiore potenza marittima in via di sviluppo del mondo, si sta dedicando con incessante impegno alla promozione dello sviluppo sostenibile degli oceani, attraverso l’elevamento del concetto di mare del popolo, e chiedendo alla gente di amare, proteggere e usufruire in modo ragionevole dei mari”[6].

    È dunque la Cina, un blocco compatto, pur denso di contraddizioni politiche e sociali interne, che sembra non piegarsi dinnanzi ad alcuna crisi globale, potendo contare su una linea costituzionale che pone lo Stato, dunque il pubblico interesse, al centro del suo sistema economico e strategico. Ma è ancor prima, la geografia, e dunque anche la particolare storia geopolitica del Paese, a determinarne il carattere vincente sullo scenario mondiale, ed i quadri dirigenti del Partito Comunista sembrano averlo compreso prima di molti altri pur attenti osservatori, giocando d’anticipo su tutti. Perché, come affermava Sun Tzu, l’arte della guerra consiste nello sconfiggere il nemico senza doverlo affrontare.

    [1] Le 21 domande alla Cina restano ancora oggi una delle più grandi provocazioni e minacce imperialiste mai subite dal Paese, che alla soglia degli Anni Venti, rischiava seriamente di diventare una colonia periferica dell’Impero Nipponico.

    [2] La categoria della contraddizione, già secondo quanto teorizzato da Mao negli Anni Trenta, sarebbe comunque rimasta presente all’interno del Socialismo, in base al carattere fondamentale che essa rivestiva già nell’analisi marxista-leninista della società.

    [3] Cosa fra l’altro impossibile, dal momento che il Capitalismo, nel senso tecnicamente profondo del termine, in Cina non è mai esistito.

    [4] La Teoria delle Tre Rappresentanze elaborata da Jiang Zemin negli anni Novanta, considerava il Partito come l’avanguardia non soltanto delle masse operaie e dei contadini, ma anche delle intere forze produttive nazionali e delle accademie culturali in genere.

    [5] Il dato stimato da Cia – World Factbook nel maggio 2008, relativo all’anno in corso, registra una speranza di vita che per i maschi è 71,37 anni, mentre per le femmine è di 75,18 anni.

    [6] CRI ITALIA, Cina: rafforzamento del concetto di “mare del popolo”, 6 Giugno 2010
    Ultima modifica di Spetaktor; 13-08-10 alle 19:52

  7. #67
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    Predefinito Rif: Focus Cina

    Il confucianesimo sfida l’individualismo occidentale

    Autore: Agostino
    La superpotenza cinese ha cominciato a rivalutare agli inizi degli anni novanta ( quando si e’ aperta la sfida lanciata dalla globalizzazione) il pensiero culturale e filosofico del grande Maestro Kong (551 A.C.-479 A.C.) o Kongzi meglio noto nell’accezione europea come Confucio. Fu anzi lui stesso a gettare il seme per un nuovo ed originale sistema di pensiero, senza per questo si voglia negare una vitalita’ della cultura cinese che preesistesse rispetto alla nascita del Maestro stesso.

    Confucio in verita’ dichiaro’ espressamente di non aver creato alcunche’ ma di aver semplicemente trasmesso. Cosi’ disse apertamente nei Dialoghi ( Lun yu) , aggiungendovi di “amare e credere nell’antico” (Lun yu, VII)..

    Nato da una famigli aristocratica nello stato di Lu nella Cina Sud orientale affronto’ gia’ la primissima giovinezza in un contesto di decadimento economico della famiglia originaria e costretto a trasferirsi nello Stato di Song ( ove si sposo’ giovanissimo ed ebbe due figli) e poi in vari altri stati per intraprendere, quale unica possibilita’ di sostentamento personale, quella di offrire i propri preziosi consigli ai duchi e signori.

    Fu infatti Primo ministro, Ministro di giustizia, Governatore della prefettura di Zhongdu. La sua fortuna fu dovuta pero’ all’incontro con il Maestro Laozi (Lao Dan), , archivista della dinastia Zhou e fondatore del taoismo o daoismo ( corrente di pensiero che pone al centro dell’attenzione il dao, cioe’ la via, in grado di indicare quella direzione, che, se seguita, ci garantisce lei unica, l’armonia celeste).

    Quando il Maestro Kongzi incomincio’ ad offrire i propri insegnamenti e donare i propri consigli ai governanti dei vari Stati autonomi della Cina di allora, va detto che la dinastia Zhou era in profondo decadimento e vi erano parecchi contrasti tra i vari stati.

    La leggenda narra che proprio la solidita’ e la forza acquisita dallo stato di Lu all’epoca amministrato dal Duca Ding diede fastidio agli stati confinanti che provarono ad indebolirne l’ordine interno anche attraverso raggiri. Tra questi quello di inviare dei cavalli e delle graziose danzatrici alla corte del duca stesso per distoglierne l’attenzione. Intenzione che in effetti colse nel segno contribuendo a determinarne lo smembramento. Confucio, che fu un profondo conoscitore dell’animo umano, ne rimase amareggiato e lascio’ ogni incarico, invitando i suioi discepoli a seguirlo. I testi classici dell confucianesimo furono: il Classico dei mutamenti (Yi Jing), il classico della Storia (Shu Jing), il classico delle odi (Shi Jing) il Classico dei riti (Li Jing) e gli annali delle primavere e degli autunni (Linjing). A Confucio puo’ senz’altro attribuirsi l’elaborazione e composizione di quest’ultimo, mente non e’ certa l’attribuzione degli altri, anche se pressoché con certezza gli studiosi contemporanei ne hanno atrributo a Confucio solo alcune correzioni successiva, ma non la preparazione e iniziale. L’insegnamento confuciano poneva al centro del proprio pensiero l’acquisizione di una serie di virtu’ e Confucio si sforzo’ comunque di ricordare che “la virtu’ perfetta e’ quella del giusto mezzo”. Tra le diverse virtu’ una rilevanza aveva certamente la benevolenza (ren)intesa come la pratica dell’altruismo e della bonta’. Tutti gli uomini possono amare o odiare, ma coltivando la pratica della benevolenza, anche quando sussistono ragioni per odiare, l’uomo dotato di questa virtu’ si tratterra’ dal farlo. Benevolenza infatti e’ dominare se stessi e tornare alla Tradizione (li). Inoltre tale termine sta ad indicare che occorrera’ preferire le difficolta’ che la strada del profitto.. Confucio sintetizzo’ il significato di benevolenza in un aforisma dei Dialogni in cui si sosteneva “Cio’ che non desideri per te stesso non farlo agli altri”(Lunyu, XV, 23). Un’altra virtu’ e’ certamente quella del senso di giustizia. Della presenza di essa nell’uomo e’ facile distinguere l’uomo nobile d’animo da chi invece insegue il profitto, perche’ esso ha in se’ la sete di giustizia. Tale caratteristica non corrisponde pero’ alla ricerca dello “Jus Romano”, ma l’osservanza di una legge morale. Infine per Confucio e’ importante seguire sempre la tradizione. Confucio infatti nei Dialoghi esorta a “ non ascoltare, non leggere, non scrivere, se non secondo Tradizione”. Tradizione per lui non era solo l’accettazione supina della verita’ , ma partecipare alle cerimonie ed interrogarsi sulle problematiche connesse in esse. Lo studio infatti era parte fondamentale di un uomo che si ispiri ai principi di Tradizione.

    Sebbene Confucio avesse piu’ volte ripetuto ai propri discepoli di concentrasi sulla vita terrena e non si fosse esposto su eventi sovrannaturale non puo’ certo dirsi che Confucio fosse ateo. Per la cultura cinese infatti, su non cui e’ evidente l’impianto del sistema filosofico confuciano, non esiste frattura tra una dimensione trascendente e l’altra materiale, legata alla vita terrena, in quanto ogni cinese si sente parte integrante del cosmo..

    Confucio credeva all’esistenza di un Essere superiore che identificava il Cielo ( Tien). Ed anzi per lui la vita e’ un dono del cielo. E’ infatti il Cielo ad emanare un proprio decreto cui l’uomo dovra’ conformarsi se vorra’ raggiungere l’armonia celeste, mentre e’ preclusa per lui tale possibilita’ se non si segue la giusta via (cioe’ il dao).

    Il Cielo e’ anche fonte di autorita’ politica e generatore di fenomeni che vanno al di la’ di ogni umana comprensione. Tuttavia il Cielo Non deve confondersi con il Supremo Dominatore (Shang di). Per Confucio inoltre “chi pecca contro il Cielo non ha a chi pregare” e lui stesso affermo’ “ se ho peccato contro il Cielo che esso mi odi”.. Il Cielo in ogni caso nelle visione confuciana e’ solo la sede delle divinita’, al cui vertice appunto vi e’ Shang Di (Sovrano dall’alto) colui che sa ascoltare, parlare e consigliare in nome dell’armonia con il Creato. . Al di sotto vi stanno invece i re saggi. I riti e le cerimonie avevano enorme importanza per Confucio tanto da prendervi parte e rendersi partecipe delle offerte che venivano fatte al Cielo . Si espresse sempre duramente invece nei confronti dei sacrifici umani, mentre sulla presenza di spiriti e demoni iun noto discepolo( Kong Metzi) affermo’ con certezza come essi non fossero presenti, ma un vero uomo superiore dovra’ onorare il cielo e le cerimonie.

    Altro valore fondamentale nell’insegnamento confuciano era la pieta’ filiale, cioe’ la massima devozione che era dovuta ai propri genitori e ai fratelli superiori. Per quanto Confucio auspicasse il ritorno ad una societa’ perfettamente organizzata , ispirata a principi etici eterni ed in grado di garantire la prosperita’ sociale, non va pero’ dimenticato che le dinamiche sociali da lui sviluppate erano chiaramente inserite in uno schema gerarchico.. Possiamo affermare con certezza dunque che il Maestro Kong propugnasse i uno Stato etico in cui fossero stabilite precise gerarchie ma senza alcuna discriminazione fondata sull’appartenenza a classi sociali determinate. Confucio comunque pur sostenendo l’armonia universale non ne condivideva certamente il principio di uguaglianza universale tra gli uomini che anzi avverso’ duramente.

    Fu proprio lui a stabilire che al mondo esistano uomini superiori (Junzi) ed altri inferiori (xiao ren). Lo Junzi e’ persona composta e non orgogliosa ed inoltre nel periodo di difficolta’ e’ fermo, mentre l’inferiore eccede.

    Lo Junzi inoltre e’ persona tranquilla e modesta, inoltre e’ comprensivo verso gli altri ma non verso se stesso. Nella dottrina confuciana “il superiore e’ facile a servire ma difficile a contentarsi perche’ non si contenta di mezzi illeciti, l’essere inferiore e’ difficile a servire, ma e’ facile a contentarsi perche’ e’ disposto a farlo anche con mezzi illeciti (Lunyu XIII, 25. Infine non puo’ dimenticarsi come lo Junzi sia “lecito nel parlare e rapido nell’agire”(Lunyu IV, 24).

    Notevole importanza Confucio aveva dato alla saggezza. Tanto che, in base a tale caratteristica gli uomini possono appartenere a quattro distinte categorie: coloro che sono saggi dalla nascita, coloro che acquistono saggezza attraverso lo studio, gli uomini che sono sostanzialmente nella mediocrita’ ma temprata dalla volonta’ di studiare e gli stupidi. Gli Junzi appartengono alla seconda categoria, mentre solo coloro che sono veramente saggi alla prima come i sovrani dell’anrica civilta’ cinese . Infine va detto che i saggi non appaiono ogni momento sulla terra.. Confucio in verita’ non si consideratava appartenere alla schiera degli Junzi. Fedele alla sua modestia defini’ se stesso in questo modo. “ nelle lettere io sono come gli altri uomini, ma ancora non sono riuscito a comportarmi come uno Junzi”(lunyu VII, 32)..

    Nei Dialoghi esiste un altro aforisma confuciano in grado di indicarci la sua visione gerarchica della vita, ispirata tuttavia sempre ai criteri di benevolenza e rettitudine. Il Maestro ricorda infatti di “agire e con la massima lealta’e di non imporre agli altri quello che non si desidera per se stesso”(lunyu XV, 24).

    Possiamo affermare anche che il primo insegnamento e’ quello che un suddito dovra’ applicare ai suoi superiori e dunque al Sovrano, mentre il scondo al contrario sta ad indicare la comprensione e la magnanimita’ che un superiore dovra’ avere nei confronti dei suoi sottoposti.

    Una manifestazione importante per Confucio per lla piena realizzazione neello studio e neella cultura era data dall’ascolto della musica, l’osservanza delle norme rituali e le danze. Per Confucio la musica non era quella delle campane e dei tamburi, ma il complesso delle melodie strumentali e dei versi cantati durante le danze ancestrali. Essa serviva a garantire l’armonia con le divinita’. Non tutta la musica era bella e buona per Confucio, ma il Maestro ascoltava con particolare interessa quella degli antichi. Affermo’ anche che la “musica puo’ essere compresa. All’inizio e’ armoniosa , poi concorde o distinta, ma essa e’ sempre continua” (Lunyu III, 22). Diverse sono le motivazioni per cui viene ascoltata, praticandone simultaneamente i riti: puo’ essere sia legata a partecipazioni superarie e porre degli interrogativi sul futuro agli antenati o ringraziare gli avi per aver donato la vita. I confuciani diedero comunque una dimensione etica e spirituale all’ascolto della musica e l’osservanza delle musiche rituali. Anzi l’ossrvanza dei riti divenne una vera regola di condotta sociale. Musica e riti contribuiscono a donare quella raffinatezza spirituale che contraddistingue le persone nobili d’animo. La musica inoltre appaga l’uomo, contribuendo ad arricchirne e vivificarne l’animo, donandone la serenita’.

    Musica e riti venivano codificati dagli antenati e trasmessi alle dinastie che si susseguivano nel tempo, Ma Confucio ammise anche delle modifiche e degli adattamenti agli usi contemporanei.

    Si ricorda anche l’estrema importanza data all’osservanza delle norma rituali e all’ascolto della musica da parete del confuciano eterosso Xunzi. Nella sua visione l’ascolto della musica equivaleva a gioia. Infatti questa e’ un’emozione e la musica contribuisce a dare voce a questa emozione . Essa done una pace interiore, condizione necessaria per assicurare l’armonia con il cielo. L’oosservanza delle norme rituali conduce all’uonione con il Cielo e la terra.

    Un filosofo contemporaneo del Mestro Confucio, Mozi fu invece critico nei confronti di queste pratiche. L’ascolto della musica per lui e i suoi seguaci fu considerato un’inutile e dannosa perdita di tempo.

    Quanto al senso di giustizia gia’ si e’accennato quanto esso fosse posto in considerazione dal Maestro Kong. Anzi la presenza di un senso di giustizia e’ proprio che contraddistingue la persona nobile d’animo da colui che invece non lo e’ e persegua unicamente il profitto. Confucio tuttavia avversava il sistema delle sanzioni e delle punizioni in quanto incompatibili con l’osservanza delle norme rituali e la pratica della benevolenza. Infatti nei dialoghi e’ riportato espressamente come “ se si governa con le leggi e si mantiene l’ordine con le punizioniil popolo tendera’ ad evitarle , ma non si incutera’ in eso alcun senso di vergogna, mentre se si governa con eccellenza morale, si radicano nel popolo senso di vergogna e disciplina (Lunyu II, 3).

    Il pensiero del Maestro Kong fu ovviamente ripreso da diversi discepoli del confucianesimo. I principali furono senz’altro Meng ke o menzi (370 A.C.-289 A.C.) meglio noto come Mencio, che segui’ una linea di pensiero del tutto in line a con gli oreientamenti del Maestro e Xunzi (312 A.C._215 A.C.) che fu invece un confuciano eterodosso. In particolare le differenze fondamentali riguardavano la natura dell’animo umano e quali fossero le pratiche di virtu’ cui attribuire maggior importanza per realizzare l’armonia sociale e verso il cosmo.

    Mencio sosteneva come la natura umana dalla mia nascita fosse buona ma occorresse ro dei germogli per coltivarla in modo tale da raggiungere il perfezionamento interiore. I quattro germogli sono : della compassione e della vicinanza al prossimo in caso di disgrazie altri da cui deriva la pratica della bevolenza, il senso di vergogna e indignazione da cui scaturisce la rettitudine, la devozione e il rispetto nei confronti dei superiori da cui nasce l’osservanza delle norme rituali e il senso di discernimento da cui sviluppare in seguito la saggezza.

    Xunzi invece sosteneva la malvagita’ della natura umana, sebbene fosse poi possibile indirizzarla verso il perfezionamento e l’eccellenza morale coltivandone le virtu’. Qui nasce anche la seconda differenza fondamentale. Mentre Mencio dava un’importanza primaria alla pratica della benevolenza e del senso di giustizia ( da cui come logica conseguenza anche la rettitudine) per Xunzi erano lo studio e l’osservanza delle norme rituali a consentire all’uomo di acquisire la necessaria armonia con il Creato e realizzare la pace interiore.

    La dottrina confuciana ovviamente non ebbe solo estimatori, ma ebbe anche diversi critici. Tra essi in particolare i discepoli del Maestro Mozi, il quale proveniente dalla scuola confuciana in seguito se ne distacco’ per approdare su posizione pacifiste e di totale opposizione alla guerra. I moisti accusarono i sostenitori del confucianesimo di infantilismo ed in particolre lo stesso Confucio fu accusato anche di ateismo.. Un’altra critica che veniva mossa era la contraddizione in cui ( secondo le loro teorie) i confuciani ricedevano nel momento in cui non esprimendosi su eventi sovrannaturali, davano importanza ai riti e alla musica, nonche’ ai culti religiosi e alle cerimonie. Kong Metzi, discepolo confuciano, cerco allora di ribadire alla critiche , sostenendo in verita’ che pur negando la presenzza di spiriti e demoni, l’Uomo superiore dovrai invece onorare il culto e le cerimonie..

    Ugualmente critici furono i discepoli della scuola legalista, tutti formatisi presso il discepolo confuciano eterodosso Xunzi. Tra questi vi fu anche Primo Augusto Imperatore che ordino’ in seguito il rogo dei testi classici del confucianesimo nel 213 A.C. durante la dinastia Qin e ne perseguito’ i letterari conficiani accusando la dottrina cui essi si ispirarono lo studio quale fonte di autorita’ e dunque “magister vitae”, negando alla radice il valore della legge. E’ pero’ opportuno ricordare come questa distruzione totale dei testi confuciani non si realizzo’ compiutamente, ed anzi solo pochi anni dopo, durante la dinastia Han, si ebbe il riordino dei testi classici ed il confucianesimo assunse a ruolo di dottrina di stato.

    Il confucianesimo ebbe pero’ anche diversi estimatori in occidente avendo al seguito uomini religiosi, economisti e uomini di cultura.

    In particolare il gesuita Matteo ricci (1552-1610) fu un grande estimatore del Maestro Kong ed anzi contribui’ a farne conoscere la sua opera presso altri religiosi del suo ordine, tanto che alla fine del milleseicento furono editi alle stampe, soprattutto in francia, i testi del confucianesimo tradotti in francese, latino ed inglese. Il testo piu’ importante fu il Confucius Sinarum Philosophus.

    Anche la dottrina politica applicata nel campo delle scienze economiche suscito’ l’ammirazione di diversi studiosi di questo campo. Tra questi si ricorda il fondatore della scuola fisiocratica francese, François Quesnay (1694-1774) che nel Tableau economique del 1758 mise a compimento un proprio progetto di produzione e consumo. .

    Anche il noto filosofo Voltaire (1694-1778) apprezzo’ molto Confucio. In particolare ne condivideva l’impostazione razionalista e la tolleranza nel pensiero sintetizzabile nella massima secondo cui la virtu’ si esercita’ nel ” non fare agli altri quello che non si desidera sia fatto a se stesso”

    Ammise inoltre come a quell’epoca Confucio fu il solo legislatore al mondo, senza ergersi a profeta o adulare l’imperatore del momento a “ non cercare il seguito presso le donne”.

    Quali sono ste ora le tappe del pensiero di Confucio nella Cina del ventesimo secolo. Un contributo importante originale fu senz’altro quello dato da Kong Youwei (1858-1927) che formatosi presso la scuola di Canton identifico’ il pensiero e l’etica confuciana con il progresso e defini’ percio’ il pensiero del Maestro di Lu ( definito quale re saggio, re senza corona o re della cultura) come perfettamente compatibile con i valori di democrazia , emancipazione femminile ed eliminazione di qualsiasi uguaglianza sociale.

    In verita’ le teorie di Kong Youwei non potevano ascriversi ad un confucianesimo autentico essendo il sistema di pensiero confuciano imperniato su una logica relazionale di natura gerarchica ed e’ noto come la donna fosse concepita di proprieta’ del padre prima del matrimonio e del marito dopo.

    Cio’ nonostante Kong Ypuwei durante il periodo dei cento giorni nel 1898 riusci’ afar approvare, con il contributo di altri intellettuali dell’epoca riforma radicali e sostenere una monarchia di tipo costituzionale.

    Questi tentativi furono pero’ bloccati dalla pronta reazione dei sostenitori dell’imperatrice Cixi allora al potere.

    Il confucianesimo attraverso’ un periodo molto difficile durante l’instaurazione della Repubblica popolare cinese, avvenuta nel 1949 in seguito alla vittoria del Partito comunista cinese nei confronti dei nazionalisti. I testi classici del confucianesimo non furono messi all’indeice, ma se ne impose una chiave di lettura sulla base di un’interpretazione marxista-leninista. Quanto al pensiero di Confucio, esso fu considerato un “veleno del feudalesimo” soprattutto per la sua forte connotazione gerarchica e la dottrina espressa dal Maestro come un vero e proprio esempio di arretratezza culturale, ovviamente da non considerare quale modello ideale.

    Il culmine di tale oscuramento avvenne durante la rivoluzione culturale imposta da Mao tze dong nel 1966, quando fu proibita la diffusione del confucianesimo e coloro che lo profesarono vennero condannati ai lavori forzati, se non alla morte. Per molti intellettuali si aprirono le porte dell’esilio, mentre altri furono necessariamente costretti a lasciare la Cina per diffondere il verbo confuciano altrove.

    Ad Hong Kong fu infatti istituito l’Istituto Nuova Asia cui aderirono diversi diversi intellettuali confuciani dissenti al regime di Mao tze Dong e che diedero luogo ad una corrente di pensiero nota come “ Nuovi studi confuciani dell’era contemporanea”.

    Tra questi intellettuali il piu’ noto fu senz’altro Khuong Shili (1885-1968) che sviluppo’ una teoria dell’animo umano riprendendo gli antichi precetticonfuciani riguardo il perfezionamento interiore.

    L’animo umano e’ considerato dal pensatore confuciano come origine dell’attivita’ cognitiva e fonte di ogni comportamento umano. Esso e’ in grado di incidere sulle trasformazioni sociali. Cio’ significa che nessuna trasformazione potra’ essere mai approvata se non e’ stata raggiunta la piena consapevolezza dell’animo umano attraverso un’intrinseca benevolenza.

    I nuovi confuciani elaborarono un nuovo manifesto ad Hong Kong noto come “Manifesto della cultura cinese per gli intellettuali di tutto il mondo” (1958) in cui si riaffermo’ la centralita’ della cultura cinese e si riaffermarono i valori confuciani.

    Pur in un contesto di apertura nei confronti dell’occidente fu comunque condannato l’asservimento totale nei suoi confronti e il tentativo di distruggere la cultura autocna della Cina, in particolare i testi classici dell’antica Cina che raggiunsero il massimo splendore durante la dinastia Han. Essi dovevano invece rappresentare una fonte di conoscenza indispensabile per ogni cinese cinese. Per quanto fu attuata una critica al pensiero del Maestro fu affermato senza remore come i valori confuciani fossero pienamente compatibili con la democrazia, la scienza ed il progresso. Anche rispetto al cristianesimo si trovo’ un punto di convergenza tra l’amore cristiano e la virtu’ della benevolenza quale antica pratica confuciana. Questo ricordando come in ogni caso nell’etica confuciana non esista la dimensione di un unico Dio trascendente e alla concezione cristiana di peccato originale il confucianesimo abbia opposto l’innata virtu’ della bonta umana ( ovviamente trascurando la versione del confuciano eterodosso Xunzi).

    La sviluppo di tale teorie che possiamo definire di “Nuovo confucianesimo” e che ebbero anche contaminazioni buddhiste non ebbero molto seguito nella Cina marxista e ovviamente nel periodo della Rivoluzione culturale, mentre un nuovo filone di pensiero ebbe seguito qualche decennio piu’ tardi. Fu nel 1994 infatti che sorse un “Nuovo post confucianesimo” secondo l’interpretazione dell’intellettuale Lin Anwu. Un filone di pensiero in cui i confuciani dovevano essere il giusto contrappeso all’esasperato individualismo dell’occidente, al decadimento delle relazioni famigliari e alla mancanza di umanita’, altri fenomeni tipici dell’occidente capitalistico..

    Questa nuova corrente di pensiero ha sempre cercato una terza via che superasse il materialismo di stampo marxista quanto l’individualismo occidentale.

    Guo qi Yong in particolare elaboro’ una propria teoria secondo cui i valori confuciani di senso dell’umanita’ e giustizia, benevolenza ed osservanza delle norma rituali dovevavo essere trasformati in principi normativi per curare i mali della societa’ contemporanea..

    Non estraneo a questo filone di pensiero anche un intellettuale di formazione marxista quale Li Zehou che riaffermo’ la compatibilita’ tra valori confuciani e la necessita’ di democrazia. modernizzazione, scienza e progresso tecnologico, tanto da considerare il confucianesimo non un mero sistema filosofico ma una vera e propria etica.

    A ben vedere questo “nuovo post confucianesimo” riprese i valori confuciani attuando alcune correzioni quali la maggior attenzione portata all’etica sociale rispetto al perfezionamento interiore ed il passaggio da una metafisica sull’animo umano ad un’autentica elaborazione dottrinaria su un modello di Stato ideale.

    In epoca di globalizzazione finanziaria e decadenza morale dell’occidente questo filone di pensiero si e’ rivelato particolarmente seguito e considerato nella Cina odierna. Ogni giorno un famoso docente dellUniversita’ di Pechino quale Yu Dan puo’ liberamente leggere e commentare passi dei Dialoghi sulla rete televisiva di Stato senza alcun scandalo ed anzi in memoria a Confucio oggiAggiungi un appuntamento per oggi sono eretti numerosi templi in ogni angolo della Cina

    Nessun cittadino della Cina attuale si vergognerebbe di affermare liberamente, come invece poteva essere un tempo, che “se occidentale e’ la pratica, cinese e’ la sostanza”

    Il confucianesimo sfida l’individualismo occidentale

  8. #68
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    Predefinito Rif: focus Cina

    Citazione Originariamente Scritto da Manfr Visualizza Messaggio
    Fantastico !

    Ti consiglio anche la Nuova Economia del Terrorismo
    Ma in fondo chi era Mao rispetto a un craxi? o Deng xiaoping rispetto ad Amato? :sofico:
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  9. #69
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    Predefinito Contributo

    CINA, STATI UNITI: IL SORPASSO

    Nel corso del 2009 la Cina Popolare è diventata la più grande potenza economica mondiale ed il suo prodotto interno lordo (PNL) reale ha superato quello degli Stati Uniti. C’è ormai un nuovo “numero uno” a livello mondiale, in altri termini, dato che la Cina socialista ha scavalcato senza alcun dubbio gli USA per massa di ricchezze reali prodotte, anche se è ancora molto indietro per livelli di produttività pro-capite: i mass-media occidentali che straparlano di un futuro sorpasso economico della Cina sugli USA nel 2025, 2035 o 2050, semplicemente (e strumentalmente)… straparlano.

    Passiamo ai dati di fatto: nel 2008 il PNL degli Stati Uniti era pari, a valori nominali e di mercato, a 14204 miliardi di dollari secondo la Banca Mondiale, mentre anche i dati della Cia e del FMI su questo tema variano di pochissimo.

    Sempre nel 2008 l’ufficio Nazionale di statistica della Cina ha rilevato che il PNL della Cina risultava invece pari a 4590 miliardi di dollari in base ai valori nominali e di mercato. (1)

    Nel 2009 il PNL degli USA nel migliore dei casi vedrà una caduta dell’1,5%: PNL USA, pari quindi a 14000 miliardi di dollari a fine anno.

    Sempre nel 2009 il PNL della Cina è aumentato dell’8,7%: il PNL è pari quindi a 5000 miliardi di dollari (4560 miliardi + 8,7%).

    E allora, si potrebbe subito replicare? 14000 miliardi di dollari sono sempre 2,8 volte più di 5000, il dislivello tra i due stati in esame rimane ancora enorme, seppur in diminuzione: bel segreto, che ci avete propinato!

    Fino ad ora abbiamo parlato di prodotti nazionali lordi ai valori nominali, ma il punto essenziale è che tutti gli economisti, ivi compresi quelli occidentali e statunitensi, sono d’accordo da molti decenni sul fatto che il processo di comparazione della potenza economica reale/PNL reale tra due o più stati deve sempre tener conto del criterio della parità di potere d’acquisto (PPA), con il suo effetto moltiplicatore/divisore sul PNL delle nazioni che vengono esaminate in modo combinato.

    Il criterio della parità di potere d’acquisto riequilibra infatti il valore reale del PNL dei vari stati rispetto al valori nominali dei loro PNL, in base appunto all’eventuale diversità dei prezzi nominali, (e dei rispettivi poteri d’acquisto nominali) degli stessi beni/servizi prodotti dalle diverse nazioni: se un bene X costa ad esempio un dollaro nel paese A, e lo stesso bene X costa quattro dollari nel paese B, si deve riequilibrare lo scarto fasullo e fittizio di 4:1 tra la ricchezza prodotta dalle nazioni A e B.

    Astraendo da mille fattori, supponiamo per assurdo che sia gli Stati Uniti che la Cina producano entrambi nello stesso anno solo ed esclusivamente un chilo di riso della stessa qualità, ma che negli Stati Uniti l’isolato chilo di riso venga venduto a 3,9 dollari, ed in Cina invece a un dollaro.Ai valori nominali, il PNL degli USA (che in tutto l’anno, nel caso assurdo ed esemplificativo proposto, è composto da un solo chilo di riso) risulterebbe maggiore di 3,9 volte rispetto a quello cinese, ma ai valori reali ( anche la Cina produce nello stesso anno 1 chilo di riso, della stessa qualità) tale superiorità nominale risulta fittizia e deve essere annullata e sostituita appunto con la parità del potere d’acquisto reale.

    Ora, tra il PNL degli USA e quello della Cina Popolare., il coefficiente di riequilibrio utilizzato dalla CIA (si, proprio dalla CIA di Langley nel suo World Factbook) e dal FMI/Banca Mondiale, per misurare il potenziale economico globale cinese a parità di potere d’acquisto, risultava pari a 4,1 fino al 2002, e poi a 3,94 fino al 2005*. Con quest’ultimo moltiplicatore, ad esempio, il PNL nominale cinese del 2005 veniva moltiplicato x 3,94: visto che a livello nominale il PNL cinese risultava pari a 2680 miliardi di dollari, quest’ultima cifra moltiplicata per 3,94 portava il PNL reale, calcolato dalla CIA in termini di parità di potere d’acquisto diventava l’equivalente a circa 10500 miliardi di dollari. (2)

    Prendendo una calcolatrice si verifica facilmente che, se moltiplichiamo i 5000 miliardi di dollari del PNL cinese 2009 (nominale) per il coefficiente di 3,94 (utilizzato dalla CIA, dal FMI e dalla Banca Mondiale fino al 2005, per il PNL cinese), otteniamo inevitabilmente la notevole cifra di 19700 miliardi di dollari nel 2009: e 19700 miliardi di dollari sono sicuramente una cifra molto più alta di quei 14000 miliardi di dollari che esprimono la ricchezza globale ed il PNL statunitense nel 2009.

    19700 miliardi (Cina Popolare)contro 14000 (Stati Uniti):nel 2009 il sorpasso su scala mondiale è avvenuto senza alcun ombra di dubbio, utilizzando proprio il coefficiente di moltiplicazione -targato CIA, lo ripetiamo volutamente- pari a 3,94.

    Non solo: la Cina avrebbe scavalcato nel 2009 gli Stati Uniti, per quanto riguarda il PNL a parità di potere d’acquisto, anche utilizzando un moltiplicatore pari a 2,81 (5000 x 2,81 = 14050).

    Certo, si potrà obiettare, i calcoli numerici sembrano inequivocabili : ma allora perché nessuno parla di questo “super segreto” in giro per il mondo?

    Per una semplice ragione: a partire dal 2006, CIA, FMI e Banca Mondiale hanno fatto crollare senza alcuna spiegazione il coefficiente usato per il PNL cinese ed il suo calcolo a PPA dal 3,94 sopracitato fino a …1,85, dimezzandolo senza alcun motivo plausibile.

    Con il nuovo coefficiente creato dalla CIA dopo il 2006, il PNL cinese del 2009 risulta pertanto pari a “soli” 9250 miliardi di dollari, cifra ancora sensibilmente inferiore ai 14000 del PNL USA.

    Secondo il coefficiente 3,94 utilizzato dalla CIA, FMI e Banca Mondiale fino al 2006, pertanto, lo storico sorpasso cinese si sarebbe, verificato sicuramente nel 2009 (ed anche nel 2008…); invece, secondo il nuovo coefficiente di 1,850 nessun sorpasso di Pechino su Washington nel 2009 e per quasi un altro decennio, con tutta probabilità .

    “D’accordo: ma perché ritenere valido il criterio della Cia del 2004/2006, e non invece il nuovo criterio adottato da Longley nel 2007/2009?”

    Per molti e validi motivi.
    - Nel 2006/2007 non è successo niente di sconvolgente, sia nell’economia cinese sia in quella statunitense: nessun nuovo (e grave) fenomeno oggettivo che spiegasse l’enorme riduzione del coefficiente da 3,94 a 1,85.

    - La CIA, il FMI e la Banca Mondiale non hanno inoltre fornito alcun elemento concreto per giustificare la legittimità del passaggio del coefficiente da 3,94 a 1′85.

    - Un chilo di riso, una macchina, un elettrodomestico non costano in Cina due volte meno che negli Stati Uniti, anche a Shangai o Pechino. E il riso cinese equivale di regola a quello statunitense, gli elettrodomestici di Pechino sono di regola come quelli di New York (e spesso vengono esportati a New York , Los Angeles, ecc.): pertanto il coefficiente di 3,94, anche a prima vista è più credibile del “nuovo” 1,85. Nel 2005 T. Fishman notava che secondo gli esperti statunitensi “in Cina, con un dollaro si compra all’incirca quello che a Indianapolis si acquista con 4,70 dollari” (3)

    - Nel 2005 in Cina venivano immatricolati solo sei milioni di veicoli, contro i circa 12 milioni degli Stati Uniti. Nel 2009 gli USA hanno immatricolato , nel migliore dei casi 10 milioni di veicoli, la Cina invece ha raggiunto quota 13 milioni di veicoli. Nelle vendite di auto il sorpasso cinese c’è stato sicuramente, rispetto all’ex numero uno americano. (4)

    - Già nel 2008, secondo i dati di Wikipedia, la Cina aveva sorpassato gli USA per autoveicoli prodotti (9345000 Pechino, 8705000 Washington); nel 2009, la Cina raggiungerà almeno quota 13 milioni di veicoli prodotti, e gli USA rimarranno al massimo attorno a quota nove milioni. (5)

    - Ogni anno in Cina vengono costruiti due miliardi di metri quadrati di nuove abitazioni, metà circa dell’intera produzione mondiale e molto più che negli Stati Uniti anche in termini di indotto di impianti elettrici ed idraulici, piastrellature, ecc. (6)

    - Già nel 2003 la Cina deteneva il primato mondiale nella produzione mondiale di acciaio, cemento, articoli di abbigliamento, cotone, carbone e oro.

    - Nel 2008 la Cina Popolare aveva prodotto 528,5 milioni di tonnellate di cereali, mentre gli USA erano rimasti a circa tre quarti di tale cifra.

    - Nel 2009 la capacità energetica globale installata in Cina toccava 860 GW e si avvicinava al dato USA, a dispetto del pauroso spreco di benzina/energia che avviene in America ogni anno.

    - Già nel 2004 la Cina era leader mondiale nella produzione di TV, computer, lettori CD e DVD, condizionatori e piccoli elettrodomestici. (7)

    - Secondo le proiezioni contenute nel rapporto del 2007 del World Energy Outlook, era già previsto il sorpasso della Cina sugli USA entro il 2010 in termini di consumi di energia primaria. (8)

    - Già nel 2004, secondo Lester Brown, vi erano in Cina una volta e mezza più televisori che nel “concorrente” americano e quasi tre volte più cellulari. (9)

    - Nel giugno 2009 gli utenti di Internet in Cina erano pari a 338 milioni, molto più dei circa 240 milioni di internauti statunitensi: nelle aree rurali, più di 155 milioni di contadini cinesi ormai usano Internet grazie al telefonino. Alla fine del 2009 gli internauti cinesi erano saliti a quota 384 milioni. (10)

    - Nel 2009 la Cina è diventata il leader delle esportazioni mondiali, scavalcando (di poco) la Germania e di molto gli USA.

    IL sorpasso, lo storico sorpasso della Cina (prevalentemente) socialista rispetto al capitalismo di stato degli USA costituisce ormai una realtà attuale, molto sgradevole sotto tutti gli aspetti per la borghesia mondiale; diversa è invece la situazione nella produttività pro-capite della forza-lavoro cinese, ancora inferiore di circa quattro volte a quella statunitense anche a causa della gigantesca popolazione rurale tuttora esistente in Cina.

    Il segreto sta nel fatto che il sorpasso non avverrà tra due o tre decenni, come prevedono con spudorata falsa coscienza i mass-media occidentali e la CIA, ma che esso si è invece trasformato in un pesante dato di fatto del presente e dei nostri giorni, con evidente ricaduta sui rapporti di forza mondiali sia a livello economico che politico.

    Proprio in tale sottoprodotto politico-economico sta la ragione del cambiamento radicale nel coefficiente di riequilibrio, operato nel 2006: anche a Langley sanno contare (e modificare i calcoli…), sanno prevedere le dinamiche economiche almeno nel breve termine, sanno da sempre come “cambiare le carte in tavola” quando fa loro comodo.

    NOTE
    1 ) “China GDP growt revised upwards “, 26 dicembre 2009, in nextbigfuture.com
    2 ) List of countries by GDP (nominal)”, 2006 in en.wikipedia.org;
    John Tkacik junior, Questioning the CIA’s claim of a drop in China’s military spending”, 31 agosto 2007, in www.heritage.org;
    T. Fishman, ” Cina SPA”, pag 20, ed Nuovi Mondi Media
    3 ) T. Fishman, op. cit., pag. 20
    4 ) “Cina primo produttore mondiale di auto”, 8 gennaio 2010, in AGI China 24 - Home ;
    “Automobile industry in China”, in en.wikipedia.org
    5 ) “Cina primo produttore mondiale di auto”, op. cit.
    6 ) “E’ il terremoto edilizio cinese”, 3 marzo 2007, in eddyburg.it
    7 ) A. Blua, “Report says China overtakes U. S. as World’s leading consumer”, 18 febbraio 2005, in wwwvferl.org
    8 ) A. Pascucci, “La lunga marcia della Cina. I. La politica energetica”, 19 novembre 2008, in www.cartogeafareilpresente.org
    9 ) A. Blua, “Report says China overtakes U. S.
    10 ) C. Buckley, “China Internet population hits 384 million”, 15 gennaio 2010, in Business & Financial News, Breaking US & International News | Reuters.com

    * Dati da verificare(nota mia)
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  10. #70
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    Predefinito Rif: Focus Cina

    Un istruttivo viaggio in Cina. Riflessioni di un filosofo



    di Domenico Losurdo

    Dal 3 al 16 luglio ho avuto il privilegio di visitare alcune città e realtà della Cina, nell’ambito di una delegazione invitata dal Partito comunista cinese, della quale facevano parte altresì esponenti dei partiti comunisti del Portogallo, della Grecia e della Francia e della Linke tedesca; per l’Italia, oltre al sottoscritto, hanno partecipato al viaggio Vladimiro Giacché e Francesco Maringiò. Il testo che segue non è un diario o una cronaca; si tratta di riflessioni stimolate da un’esperienza straordinaria.



    1. La prima cosa che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati è l’accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori. Su questo punto, netta è la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi non si stancano di sottolineare che lungo è il cammino da percorrere e numerosi e giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro paese è ancora parte integrante del Terzo Mondo.

    Per la verità, nel corso del nostro viaggio il Terzo Mondo non l’abbiamo mai incontrato. Non certo a Pechino, che affascina già con il suo aeroporto modernissimo e luccicante, e tanto meno a Qingdao, dove si sono svolte le regate delle Olimpiadi 2008 e che fa pensare ad una città occidentale di particolare bellezza ed eleganza e con un elevato tenore di vita. Il Terzo Mondo non l’abbiamo incontrato neppure allontanandoci di 1500 chilometri dalle regioni orientali e costiere, quelle più sviluppate, e atterrando a Chongqing, l’enorme megalopoli che complessivamente conta 32 milioni di abitanti e che sino a qualche anno fa sembrava inseguire faticosamente il miracolo economico. Non c’è dubbio che il Terzo Mondo ancora esiste nell’immenso paese asiatico, ma il mancato incontro con esso è il risultato non della volontà di nascondere i punti deboli della Cina di oggi, ma del fatto che l’impetuosa crescita economica ormai in corso da oltre tre decenni sta riducendo, assottigliando e spezzettando a ritmo accelerato l’area del sottosviluppo, che sfuma così in una lontananza sempre più remota.

    In Occidente non mancheranno certo coloro che a questo punto storceranno la bocca: sviluppo, crescita, industrializzazione, urbanizzazione, miracolo economico di ampiezza e durata senza precedenti nella storia, che volgarità! Questo snobismo da gran signore sembra considerare irrilevante il fatto che centinaia di milioni di persone siano sfuggite ad un destino che le condannava alla denutrizione, alla fame e persino alla morte per inedia. Quanti poi ritengono che lo sviluppo delle forze produttive sia solo una questione di benessere economico e di consumismo farebbero bene a rileggere (o a leggere) le pagine del Manifesto del partito comunista che mettono in evidenza l’idiotismo di una vita rurale circoscritta nella miseria anche culturale di confini ristretti e invalicabili. Visitando oggi le meraviglie della Città imperiale a Pechino e, a pochi chilometri di distanza, la Grande muraglia, ci si imbatte in un fenomeno assente non solo nel lontano 1973 ma anche nel 2000, negli anni cioè dei due miei precedenti viaggi in Cina. Ai giorni nostri balza subito agli occhi la presenza massiccia di visitatori cinesi: sono turisti dalle caratteristiche particolari; spesso vengono da un angolo remoto dell’immenso paese; forse è la prima volta che ne visitano la capitale; sul piano culturale cominciano ad appropriarsi in qualche modo della nazione di antichissima civiltà di cui fanno parte; cessano di essere dei semplici contadini legati alla zolla da essi coltivata come ad una prigione e diventano realmente cittadini di un paese sempre più aperto al mondo.

    Ancora oltre l’orario previsto per la visita ai monumenti e ai musei, piazza Tienanmen continua a brulicare di gente: sono in molti ad attendere e ad osservare con orgoglio l’alzabandiera della Repubblica popolare cinese. No, non si tratta di sciovinismo: i cinesi amano farsi fotografare assieme ai visitatori occidentali (anche chi scrive ha ricevuto e accolto con piacere richieste del genere); è come se essi invitassero il resto del mondo a festeggiare il ritorno di un’antichissima civiltà a lungo oppressa e umiliata dall’imperialismo. Non c’è dubbio: il prodigioso sviluppo delle forze produttive non si è limitato a strappare dalla miseria e dagli stenti centinaia di milioni di uomini, ha assicurato loro dignità individuale e nazionale, ha consentito loro di allargare enormemente il proprio orizzonte guardando al grande paese di cui fanno parte e, al di là di esso, al mondo intero.



    2. Ma lo sviluppo delle forze produttive non è sinonimo di degradazione e distruzione della natura? Siamo in presenza di una preoccupazione, anzi di una certezza spesso strombazzata in modo particolarmente stridente dalla sinistra occidentale. Affiora qui una strana visione della natura, che risulta malata se le piante intristiscono e rinseccano ma che, a quanto pare, è da considerare perfettamente sana, se a deperire e a morire in massa sono le donne e gli uomini. Un certo ecologismo finisce con lo scavare ancora di più il solco tra mondo umano e mondo naturale che pure dice di voler criticare. Ma concentriamoci pure sulla natura intesa in senso stretto. Qualche tempo fa uno storico assai famoso (Niall Ferguson) ha scritto un articolo, pubblicato anche sul «Corriere della Sera», che a partire dal titolo denunciava «la guerra della Cina alla natura». In realtà, già nel lungo tratto che dall’aeroporto di Pechino ci conduce alla Grande muraglia e nel lungo tratto che, seguendo un percorso diverso, dal centro della città ci riconduce all’aeroporto, notiamo una quantità impressionante di alberi chiaramente piantati di recente, nell’ambito di un progetto assai ambizioso di rimboschimento e di estensione della superficie forestale che investe l’intero paese. Qualche giorno prima della conclusione del nostro viaggio abbiamo la possibilità di visitare un’area ecologica di 10 chilometri quadrati collocata nelle vicinanze di Weifang, una città del Nord-Est in rapida espansione, impegnata nello sviluppo dell’alta tecnologia ma che al tempo stesso vuole distinguersi per la sua vivibilità. L’area ecologica, il cui accesso è libero e gratuito per tutti e che può essere visitata solo a piedi o facendo ricorso a un minuscolo pulmino aperto e a trazione elettrica, è stata ricavata recuperando un territorio sino a qualche tempo fa fortemente degradato e che ora invece risplende nella sua incantevole bellezza e serenità. Lo sviluppo industriale e economico non è in contraddizione con la tutela dell’ambiente. Certo, l’equilibrio tra queste due esigenze risulta particolarmente difficile in un paese come la Cina, che deve nutrire un quinto della popolazione mondiale pur avendo a disposizione solo un settimo della superficie coltivabile: in questo quadro vanno collocati gli errori commessi e i danni gravi inferti all’ambiente negli anni in cui la priorità assoluta era costituita da un decollo economico chiamato a porre fine il più rapidamente possibile alla denutrizione e alla miseria di massa. Ma questa fase è per fortuna superata: ora è possibile promuovere un ecologismo che, assieme alla vita e alla salute delle piante e dei fiori, sappia garantire la vita e la salute delle donne e degli uomini.



    3. Ho già detto della passione autocritica che sembra caratterizzare i comunisti cinesi. Sono a essi a insistere sull’intollerabilità in particolare del crescente divario tra città e campagna, tra zone costiere da un lato e il centro e l’Ovest del paese dall’altro. Tali fenomeni non sono la dimostrazione della deriva capitalistica della Cina? E’ una tesi che è largamente diffusa nella sinistra occidentale e che sembra trovare un’eco in alcuni membri della nostra delegazione multipartitica. Nel dibattito franco e vivace che si sviluppa intervengo con una puntualizzazione per così dire «filosofica». E’ possibile procedere a due confronti tra loro assai diversi. Possiamo paragonare il «socialismo di mercato» con il socialismo da noi auspicato, con il socialismo in qualche modo maturo, e quindi mettere in evidenza i limiti, le contraddizioni, le disarmonie, le diseguaglianze che caratterizzano il primo: sono gli stessi comunisti cinesi a insistere sul fatto che il paese da loro da loro diretto è soltanto nello «stadio primario del socialismo», uno stadio destinato a durare sino alla metà di questo secolo, a conferma della lunghezza e complessità del processo di transizione chiamato a sfociare nell’edificazione di una nuova società. Ma non per questo è lecito confondere il «socialismo di mercato» con il capitalismo. A illustrazione della radicale differenza che sussiste tra i due possiamo far ricorso a una metafora. In Cina siamo in presenza di due treni che si allontanano dalla stazione chiamata «Sottosviluppo» per avanzare in direzione della stazione chiamata «Sviluppo». Sì, uno dei due treni è superveloce, l’altro è di velocità più ridotta: per questo la distanza tra i due aumenta progressivamente, ma non bisogna dimenticare che entrambi avanzano verso il medesimo traguardo e occorre altresì tener presente che non mancano certo gli sforzi per accrescere la velocità del treno relativamente meno veloce e che comunque, in seguito al processo di urbanizzazione, i passeggeri del treno superveloce diventano sempre più numerosi. Nell’ambito del capitalismo, invece, i due treni in questione marciano in direzione contrapposta. L’ultima crisi ha messo sotto gli occhi di tutti un processo in atto da alcuni decenni: l’immiserimento delle masse popolari e lo smantellamento dello Stato sociale vanno di pari passo con la concentrazione della ricchezza sociale nelle mani di una ristretta oligarchia parassitaria.



    4. E, tuttavia, tra i comunisti cinesi cresce l’insofferenza per il divario tra zone costiere e aree centro-occidentali, tra città e campagna e nell’ambito stesso della città. E’ un atteggiamento recepito con sorpresa e con compiacimento dall’intera delegazione dell’Europa occidentale. Questa insofferenza si avverte in modo acuto a Chongqing, la metropoli collocata a 1500 chilometri di distanza dalla costa. La parola d’ordine (Go West!), che chiama a estendere al centro e all’Ovest dell’immenso paese il prodigioso sviluppo dell’Est, è stato lanciata già dieci anni fa. I primi risultati si vedono: ad esempio, il Tibet e la Mongolia interiore vantano negli ultimi anni un tasso di sviluppo superiore alla media nazionale. Non è il caso del Xinjiang dove nel 2009 (l’anno della crisi), rispetto a una media nazionale dell’8, 7%, il Pil è cresciuto «solo» dell’8, 1%. E proprio sul Xinjiang si è rovesciata nelle settimane e nei mesi scorsi una nuova ondata di finanziamenti e di incentivi. Ma ora, al di là delle regioni abitate da minoranze nazionali, alle quali il governo centrale riserva ovviamente un’attenzione particolare, si tratta di imprimere a livello generale un’accelerazione decisiva e un significato nuovo e più radicale alla politica del Go West!

    Divenuta una municipalità autonoma alle dirette dipendenze del governo centrale (in questa situazione si trovano anche Pechino, Shanghai e Tianjin) e potendo così usufruire di incentivi e sostegni di ogni genere, Chongqing aspira a divenire la nuova Shanghai, aspira cioè non solo a superare l’arretratezza ma a raggiungere il livello della Cina più avanzata e a costituire un punto di riferimento anche sul piano mondiale. La megalopoli collocata all’interno del grande paese asiatico si rivela ai nostri occhi come un enorme cantiere: fervono i lavori per il potenziamento delle infrastrutture, per la costruzione di fabbriche, di uffici, di civili abitazioni; balzano agli occhi le file di alberi piantati di recente e gelosamente custoditi, le siepi verdi che fiancheggiano e talvolta dividono anche strade e autostrade. Sì, perché al di là del miracolo economico Chongqing insegue un obiettivo ancora più ambizioso: intende proporsi all’intera nazione come «nuovo modello» di sviluppo, regolando meglio e in modo più «armonico» i rapporti all’interno della città, tra città e campagna e tra uomo e natura. In quella che dovrebbe divenire la nuova Shanghai, costante è il riferimento a Mao Zedong, e non si tratta solo del doveroso omaggio al grande protagonista della lotta di liberazione nazionale del popolo cinese, al padre della patria che non a caso campeggia in piazza Tienanmen così come nelle banconote; si tratta di prendere sul serio il rinvio al «pensiero di Mao Zedong», sancito nello Statuto del Partito comunista cinese. A Chongqing si ha la netta impressione che siano già iniziati il dibattito e, presumibilmente, la lotta politica in preparazione del Congresso previsto tra due anni.

    A questo punto, occorre subito sgomberare il campo da un possibile equivoco: non è in discussione la politica di riforma e di apertura sancita oltre trent’anni fa dalla Terza sessione plenaria dell’XI Comitato centrale (18-22 dicembre 1978): nello Statuto del Pcc è sancito anche il rinvio alla «teoria di Deng Xiaoping» e all’«importante idea delle tre rappresentanze», anche se la categoria di «pensiero» vuole avere una rilevanza strategica maggiore della categoria di «teoria» (che fa riferimento a una congiuntura e sia pure a una congiuntura di lungo periodo) e della categoria di «idea» (la quale ultima, per «importante» che sia, sta a designare un contributo su un aspetto determinato). Soprattutto, nessuno vuole ritornare alla situazione in cui in Cina c’era più «eguaglianza» solo nel senso che i due treni della metafora da me più volte utilizzata erano entrambi fermi alla stazione «Sottosviluppo» o da essa si allontanavano con lentezza. No, ormai si può considerare definitivamente acquisita la consapevolezza per cui il socialismo non è la distribuzione eguale della miseria. Tanto più che tale «eguaglianza» è del tutto illusoria e anzi può rovesciarsi nel suo contrario. Allorché la miseria raggiunge un certo livello, essa può comportare il pericolo della morte per inedia. In tal caso, il pezzo di pane che garantisce ai più fortunati la sopravvivenza, per modesto e ridotto che esso sia, sancisce pur sempre una diseguaglianza assoluta, la diseguaglianza assoluta che sussiste tra la vita e la morte. E’ quello che, prima dell’introduzione della politica di riforma e di apertura, si è verificato negli anni più tragici della Repubblica Popolare Cinese, in conseguenza sia del retaggio catastrofico consegnato dal saccheggio e dall’oppressione imperialista, sia dell’impietoso embargo imposto dall’Occidente, sia dei gravi errori commessi dalla nuova dirigenza politica. Resta ferma dunque la centralità del compito dello sviluppo delle forze produttive, ma tale centralità può essere interpretata in modo sensibilmente diverso…



    5. A dirigere Chongqing è stato chiamato Bo Xilai, già brillante ministro del commercio estero. E’ una circostanza che ci consente di riflettere sul processo di formazione del gruppo dirigente in Cina. Un esponente del governo centrale, che nello svolgimento del suo compito, si è distinto e ha acquisito prestigio anche sul piano internazionale, è inviato in provincia per affrontare un compito di diversa natura e di proporzioni gigantesche. Colpendo in modo capillare e radicale la corruzione, e proponendo nella teoria e nella pratica reale di governo un «nuovo modello», impegnato a bruciare le tappe nella liquidazione delle diseguaglianze divenute intollerabili e nella realizzazione della «società armoniosa», Bo Xilai ha suscitato un dibattito nazionale: è facile prevedere la sua presenza in posizione eminente nel gruppo dirigente che scaturirà dal XVIII Congresso del Pcc, anche se sarebbe un errore dare per scontato il risultato del dibattito (e della lotta politica) in corso. E così: a conclusione di un periodo di incertezze, conflitti e lacerazioni, alla prima generazione di rivoluzionari con al centro Mao Zedong ha fatto seguito la seconda generazione di rivoluzionari con al centro Deng Xiaoping. Hanno fatto poi seguito la terza e la quarta generazione di rivoluzionari con al centro rispettivamente Jiang Zemin e Hu Jintao. Dal prossimo Congresso del Partito scaturirà la quinta generazione di rivoluzionari. E’ un’impostazione data a suo tempo da Deng Xiaoping, che ha confermato così la sua lungimiranza e la sua lucidità nella costruzione del Partito e dello Stato: superati sono la personalizzazione del potere e il culto della personalità; si è posto fine all’occupazione vita natural durante delle cariche politiche; si è affermato un processo di formazione e selezione dei gruppi dirigenti che ha dato sinora ottimi risultati.



    6. Ma sino a che punto si può considerare socialista il «socialismo di mercato» teorizzato e praticato dal Partito comunista cinese? Nella variegata delegazione che arriva dall’Occidente non mancano i dubbi, le perplessità, le critiche aperte. Si sviluppa un dibattito aperto e vivace, ancora una volta incoraggiato dai nostri interlocutori e ospiti. Non c’è dubbio che, con l’affermarsi della politica di riforma e di apertura, si è ristretta l’area dell’economia statale e si è allargata l’area dell’economia privata: siamo in presenza di un processo di restaurazione del capitalismo? I comunisti cinesi fanno notare che resta fermo il ruolo centrale e dirigente dello Stato (e del Partito comunista): è così?

    Il panorama economico e sociale della Cina di oggi è caratterizzato dalla compresenza delle più diverse forme di proprietà: proprietà statale; proprietà pubblica (in questo caso il proprietario è costituto non dallo Stato centrale bensì, ad esempio, da una municipalità); società per azioni nell’ambito delle quali la proprietà statale o la proprietà pubblica detiene la maggioranza assoluta, ovvero la maggioranza relativa o una quota significativa del pacchetto azionario; proprietà cooperativa; proprietà privata. In tali condizioni, risulta ben difficile calcolare con precisione la percentuale dell’economia statale e pubblica. Di ritorno a casa, trovo un numero particolarmente interessante dell’«International Herald Tribune»: vi leggo un calcolo effettuato da un professore della prestigiosa università di Yale, per l’esattezza da Chen Zhiwu (dunque un americano di origine cinese, in condizioni forse privilegiate per orientarsi nella lettura dell’economia del grande paese asiatico), in base al quale «lo Stato controlla tre quarti della ricchezza della Cina» (7 luglio 2010, p. 18). A ciò bisogna aggiungere un dato generalmente trascurato: in Cina la proprietà del suolo è interamente nelle mani dello Stato; della terra da essi coltivata i contadini detengono l’usufrutto, che possono anche vendere, ma non la proprietà. Per quanto riguarda l’industria, altri calcoli attribuiscono un peso più ridotto allo Stato. In ogni caso, chi pensasse ad un processo graduale e irreversibile di ritiro dello Stato dall’economia sarebbe del tutto fuori strada. Su «Newsweek» del 12 luglio un articolo di Isaac Stone Fish richiama l’attenzione sulle «imprese di proprietà statale che dominano in modo crescente l’economia cinese». In ogni caso - ribadisce il settimanale statunitense - nello sviluppo dell’Ovest (che ormai si delinea in tutta la sua ampiezza e profondità) il ruolo dell’impresa privata sarà ben più ridotto di quello a suo tempo svolto nello sviluppo dell’Est.

    I compagni cinesi ci fanno notare che, introducendo forti elementi di concorrenza, l’area economica privata ha contribuito in ultima analisi al rafforzamento dell’area statale e pubblica, che è stata costretta a scuotersi di dosso il burocratismo, il disimpegno, l’inefficienza, il clientelismo. In effetti, proprio grazie alle riforme di Deng Xiaoping, le aziende statali o controllate dallo Stato godono ai giorni nostri di una solidità e di una competitività internazionali senza precedenti nella storia del socialismo. E’ un punto che può essere chiarito a partire da un numero dell’«Economist» (10-16 luglio 2010) che acquisto e leggo nel confortevole aeroporto di Pechino, in attesa di ripartire per l’Italia: l’articolo di fondo sottolinea che quattro tra le più importanti dieci banche mondiali sono ora cinesi. Esse, al contrario delle banche occidentali, sono in ottima salute, «guadagnano soldi», ma «lo Stato detiene il pacchetto di maggioranza e il Partito comunista nomina i massimi dirigenti, la cui retribuzione è una frazione di quella dei loro omologhi occidentali». Per di più, questi dirigenti «devono rispondere a un’autorità superiore a quella della borsa», e cioè alle autorità di uno Stato diretto dal Partito comunista. Il prestigioso settimanale finanziario inglese non riesce a capacitarsi di queste novità inaudite; spera e scommette che le cose cambieranno in futuro. Resta per ora un fatto che è sotto gli occhi tutti: l’economia statale e pubblica non è sinonimo di inefficienza, come pretendono i paladini del neoliberismo, né le banche devono pagare i loro dirigenti come nababbi per essere competitive sul mercato interno e internazionale.



    7. E’ probabile che l’area economica privata soddisfi ulteriori esigenze. Intanto essa rende più agevole l’introduzione della tecnologia più avanzata dei paesi capitalistici: non dimentichiamo che su questo punto gli Usa cercano ancora di imporre un embargo ai danni della Cina. Ma c’è un altro punto, di cui mi rendo conto visitando l’avanzatissimo parco industriale di Weifang. In alcuni casi a fondare le aziende private sono stati cinesi d’oltremare: hanno studiato all’estero (soprattutto negli Usa), conseguendo altissimi risultati e accumulando talvolta un certo capitale. Ora ritornano in patria, con una decisione che suscita sgomento nei paesi in cui si erano stabiliti: com’è possibile che intellettuali di primissimo piano abbandonino la «democrazia» per ritornare alla «dittatura»? Oltre che dal richiamo patriottico, che li invita a partecipare allo sforzo corale di tutto un popolo perché la Cina raggiunga i livelli più avanzati di sviluppo, di tecnologia e di civiltà, questi cinesi d’oltremare sono attratti anche dalla prospettiva di far valere il loro talento e la loro esperienza nelle Università come anche nelle aziende private ad alta tecnologia che essi aprono. In altre parole, siamo in presenza della continuazione della politica di fronte unito teorizzata e praticata da Mao non solo nel corso della lotta rivoluzionaria ma anche per diversi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

    Ma entriamo finalmente in queste aziende di proprietà privata. Con o senza cinesi d’oltremare, esse ci riservano grandi sorprese. A venirci incontro sono in primo luogo membri del Comitato di Partito, le cui foto sono bene in evidenza nei diversi reparti. Dal loro racconto emergono quasi casualmente i condizionamenti che pesano sulla proprietà. Essa è stimolata o pressata a reinvestire una parte consistente dei profitti (talvolta sino al 40%) nello sviluppo tecnologico dell’impresa; un’altra parte dei profitti, la cui percentuale è difficile da calcolare, è utilizzata per interventi di carattere sociale (ad esempio la costruzione di scuole professionali successivamente donate allo Stato o a una municipalità, ovvero il soccorso alle vittime di una catastrofe naturale). Se si tiene presente che queste aziende private dipendono largamente dal credito erogato da un sistema bancario controllato dallo Stato e se si riflette altresì sulla presenza al loro interno di Partito e sindacato, una conclusione s’impone: nelle stesse aziende private il potere della proprietà privata è bilanciato e limitato da una sorta di contropotere.

    Ma qual è il ruolo svolto dal Partito e dal sindacato? Le risposte che riceviamo non soddisfano tutti i membri della nostra delegazione. Alcuni, riecheggiando una tendenza assai diffusa nella sinistra occidentale, concentrano la loro attenzione esclusivamente sul livello dei salari. Gli interlocutori cinesi, invece, fanno capire che, al di là del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle maestranze, essi si preoccupano del contributo che le loro aziende possono fornire allo sviluppo dell’economia e della tecnologia dell’intera nazione. Da questo scambio di idee vediamo riemergere la contrapposizione tra le due figure su cui insiste il Che fare? di Lenin. L’esponente della sinistra occidentale, che chiama gli operai cinesi a respingere ogni compromesso col potere statale nella loro lotta per più alti salari, crede di essere radicale e persino rivoluzionario. In realtà, egli si colloca sulla scia del riformista o, peggio, del corporativo «segretario di una qualunque trade-union» al quale Lenin rimprovera di perdere di vista la lotta di emancipazione nei suoi diversi aspetti nazionali e internazionali, divenendo così talvolta il puntello di «una nazione che sfrutta tutto il mondo» (a quei tempi l’Inghilterra). Ben diversamente si atteggia il rivoluzionario «tribuno popolare». Certo, rispetto al 1902 (l’anno di pubblicazione del Che fare?), la situazione è radicalmente cambiata. Nel frattempo in Cina il «tribuno popolare» può contare sul sostegno del potere politico; resta il fatto che, per essere rivoluzionario, egli, facendo tesoro dell’insegnamento di Lenin, deve saper guardare l’insieme dei rapporti politici e sociali a livello nazionale e a livello internazionale. Un consistente aumento dei salari si impone ed è già in atto, favorito o promosso dallo stesso potere centrale (come riconosce la grande stampa internazionale) ma esso, al di là del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle maestranze, mira ad accrescere il contenuto tecnologico dei prodotti industriali e quindi a consolidare l’economia cinese nel suo complesso, rendendola altresì meno dipendente dalle esportazioni. Le (giuste) rivendicazioni salariali immediate non devono compromettere il conseguimento dell’obiettivo strategico del rafforzamento di un paese che sempre più, già col suo sviluppo economico, imbriglia i piani dell’imperialismo ovvero dell’«egemonismo», come più diplomaticamente preferiscono dire gli interlocutori cinesi.



    8. Infine, l’ultima pietra dello scandalo: da qualche anno, in omaggio all’«importante idea delle tre rappresentanze», anche gli imprenditori sono ammessi nelle file del Partito comunista cinese. E di nuovo emergono le preoccupazioni e le angosce di alcuni membri della delegazione europea: è in atto l’imborghesimento del Partito che dovrebbe garantire il senso di marcia socialista dell’economia di mercato? In via preliminare gli interlocutori cinesi fanno notare che il numero degli imprenditori ammessi nelle file del Partito (a conclusione di un processo rigoroso di verifica e selezione) è del tutto insignificante se messo a confronto con una massa di militanti che ammonta a poco meno di 80 milioni; in altre parole, si tratta di una presenza simbolica. Ma tale spiegazione è insufficiente. Abbiamo visto che alcuni di questi imprenditori svolgono una funzione nazionale: in alcuni settori dell’economia hanno cancellato o ridotto la dipendenza tecnologica della Cina dall’estero; talvolta, non solo sul piano oggettivo ma in modo consapevole qualcuno tra di loro si è collocato in prima fila nella lotta ingaggiata dal Partito comunista già nel 1949, la lotta per dare scacco all’imperialismo passando dalla conquista dell’indipendenza sul piano politico alla conquista dell’indipendenza anche sul piano economico e tecnologico. In un mondo sempre più caratterizzato dalla knowledge economy, cioè da un’economia basata sulla conoscenza, può accadere che lo stakhanovista eroe del lavoro dell’Urss di Stalin assuma le sembianze del tutto nuove di un tecnico superspecializzato che, aprendo un’azienda ad alto valore tecnologico, fornisce un importante contributo alla difesa e al rafforzamento della patria socialista.

    Si può fare un’ulteriore considerazione. Sull’onda del «socialismo di mercato» si è venuto a costituire un nuovo strato borghese in rapida espansione. La cooptazione di alcuni suoi membri nell’ambito del Partito comunista comporta una decapitazione politica di questo nuovo strato, allo stesso modo in cui in una società borghese la cooptazione da parte della classe dominante di alcuni personalità di estrazione operaia o popolare stimola la decapitazione politica delle classi subalterne.



    9. E’ venuto il momento di trarre le conclusioni. Nel mio inglese claudicante le espongo in occasione di alcuni banchetti e, soprattutto, della cena che precede il viaggio di ritorno e che vede la presenza fra gli altri di Huang Huaguang, Direttore generale dell’Ufficio per l’Europa occidentale del Dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Pcc. Tutti i partecipanti al viaggio sono chiamati a esprimersi con grande franchezza. Nei miei interventi cerco di interloquire anche con gli altri membri della delegazione dell’Europa occidentale e forse soprattutto con loro.

    Allorché dichiarano di trovarsi solo allo stadio primario del socialismo e prevedono che questo stadio duri sino alla metà del XXI secolo, i comunisti cinesi riconoscono indirettamente il peso che i rapporti capitalistici continuano a esercitare nel loro immenso e variegato paese. D’altro canto, è sotto gli occhi di tutti il monopolio del potere politico detenuto dal Partito comunista (e dagli 8 Partiti minori che riconoscono la sua direzione). All’osservatore attento non dovrebbe neppure sfuggire il fatto che, collocate come sono in una posizione di subalternità sul piano economico, politico e sociale, le stesse aziende private, più che la logica del massimo profitto, sono stimolate, spinte e pressate a rispettare una logica diversa e superiore: quella dello sviluppo sempre più generalizzato e sempre più capillarmente diffuso dell’economia nonché del potenziamento della tecnologia nazionale. In ultima analisi, attraverso una serie di mediazioni, le stesse aziende private risultano assoggettate o subordinate al «socialismo di mercato». E, dunque, le prediche moraleggianti che una certa sinistra occidentale non si stanca di fare al Partito comunista cinese sono per un verso ridondanti e superflue, per un altro verso infondate e inconsistenti. Ovviamente, è del tutto legittimo formulare dubbi e critiche sul «socialismo di mercato». Ma almeno su un punto ritengo che a sinistra dovrebbe essere possibile pervenire a un consenso. La politica di riforma e di apertura introdotta da Deng Xiaoping non ha significato affatto l’omologazione della Cina all’Occidente capitalistico come se tutto il mondo fosse ormai caratterizzato da una calma piatta. In realtà, proprio a partire dal 1979 si è sviluppata una lotta che è sfuggita agli osservatori più superficiali ma la cui importanza si manifesta con sempre maggiore evidenza. Gli Usa e i loro alleati speravano di ribadire una divisione internazionale del lavoro, in base alla quale la Cina avrebbe dovuto limitarsi alla produzione, a basso prezzo, di merci prive di reale contenuto tecnologico. In altre parole speravano di conservare e accentuare il monopolio occidentale della tecnologia: su questo piano la Cina, come tutto il Terzo Mondo, avrebbe dovuto continuare a subire un rapporto di dipendenza rispetto alla metropoli capitalistica. Ben si comprende che i comunisti cinesi abbiano interpretato e vissuto la lotta per far fallire tale progetto neocolonialista come la continuazione della lotta di liberazione nazionale: non c’è reale indipendenza politica senza indipendenza economica; almeno coloro che si richiamano al marxismo dovrebbero aver chiara tale verità! Grazie all’agognato mantenimento del monopolio della tecnologia, gli Usa e i loro alleati intendevano continuare a dettare i termini delle relazioni internazionali. Col suo straordinario sviluppo economico e tecnologico, la Cina ha aperto la strada alla democratizzazione dei rapporti internazionali. Di questo risultato dovrebbero essere lieti non solo i comunisti ma anche ogni autentico democratico: ci sono ora condizioni migliori per l’emancipazione politica e economica del Terzo Mondo.

    A questo punto conviene sgomberare il campo da un equivoco che rende difficile la comunicazione tra Pcc e sinistra occidentale nel suo complesso. Sia pure tra oscillazioni e contraddizioni di vario genere, sin dalla sua fondazione la Repubblica Popolare Cinese si è impegnata a lottare contro non una ma due diseguaglianze, l’una di carattere interno, l’altra di carattere internazionale. Nell’argomentare la necessità della politica di riforma e di apertura da lui auspicata, in una conversazione del 10 ottobre 1978, Deng Xiaoping richiamava l’attenzione sul fatto che si stava allargando il «gap» tecnologico rispetto ai paesi più avanzati. Questi si stavano sviluppando «con una velocità tremenda», mentre la Cina rischiava di restare sempre più indietro (Selected Works, vol. 3, p. 143). Ma se avesse mancato l’appuntamento con la nuova rivoluzione tecnologica, essa si sarebbe venuta a trovare in una situazione di debolezza simile a quella che l’aveva consegnata inerme alle guerre dell’oppio e all’aggressione dell’imperialismo. Se avesse mancato questo appuntamento, oltre che a se stessa, la Cina avrebbe arrecato un danno enorme alla causa dell’emancipazione del Terzo mondo nel suo complesso. E’ da aggiungere che, proprio per il fatto che ha saputo ridurre drasticamente la diseguaglianza (economica e tecnologica) sul piano internazionale, la Cina è oggi in condizioni migliori, grazie alle risorse economiche e tecnologiche nel frattempo accumulate, per affrontare il problema della lotta contro la diseguaglianze sul piano interno.

    Il «secolo delle umiliazioni» della Cina (il periodo che va dal 1840 al 1949, e cioè dalla prima guerra dell’oppio alla conquista del potere da parte del Pcc) ha coinciso storicamente col secolo di più profonda depravazione morale dell’Occidente: guerre dell’oppio con lo scempio inflitto a Pechino al Palazzo d’Estate e con la distruzione e il saccheggio delle opere d’arte in esso contenute, espansionismo coloniale e ricorso a pratiche schiavistiche o genocide a danno delle «razze inferiori», guerre imperialiste, fascismo e nazismo, con la barbarie capitalista, colonialista e razzista che raggiunge il suo apice. Dal modo in cui l’Occidente saprà guardare alla rinascita e al ritorno della Cina, si potrà valutare se esso è deciso a fare realmente i conti col secolo della sua più profonda depravazione morale. Che almeno la sinistra sappia farsi interprete della cultura più avanzata e più progressista dell’Occidente!

 

 
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