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    Predefinito I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    Spadolini fra cattedra, giornali e Parlamento



    di Paolo Bonetti – In “Nuova Antologia”, a. CXXVIII, fasc. 2187, luglio-settembre 1993, Le Monnier, Firenze, pp. 319-331.


    Nel presentare l’edizione definitiva de Gli uomini che fecero l’Italia (Longanesi, Milano, 1993), Spadolini ha scritto che il libro «riassume quarantacinque anni fra cattedra, Parlamento e giornali», e si presenta, perciò, con «un carattere autobiografico, nella misura in cui ogni storia è autobiografia». Poiché questa è la natura del volume di cui stiamo parlando, sia consentito anche all’autore di questo articolo fare un po’ di autobiografia. Studente di prima liceo nella provincia marchigiana, e lettore fin dall’infanzia del «Resto del Carlino» (ma bisogna dire che, per alcuni anni dopo la guerra, il quotidiano bolognese aveva assunto il più domestico e meno compromesso nome di «Giornale dell’Emilia»), potei seguire l’esordio direttoriale di Giovanni Spadolini, appena trentenne ma già assai autorevole, come si conveniva, allora, a chi aveva assunto la direzione di un giornale di provincia di nobilissime ascendenze culturali. Nel primo dopoguerra l’aveva diretto Mario Missiroli, fra i collaboratori c’erano stati Benedetto Croce e Giovanni Gentile, per non parlare delle illustri firme fra Ottocento e Novecento. Quando Spadolini assunse la direzione del «Carlino» era già uno storico affermato, e per di più era stato editorialista del «Corriere della Sera» e aveva collaborato al «Mondo» di Pannunzio fin dal primo numero.
    Era soprattutto, per me ragazzo un po’ diffidente verso i giornalisti, un direttore che sapeva scrivere, che curava particolarmente la terza pagina (fra i collaboratori, il più illustre era Giuseppe Prezzolini), e che non dimenticava mai di essere uno storico: i suoi articoli, di politica estera o di politica interna, avevano un’ampiezza di analisi e una varietà di riferimenti piuttosto inconsuete nel mondo giornalistico. Sinceramente non pensavo che potesse diventare anche un uomo politico, capace di districarsi, con abilità, in un mondo che vive troppo spesso alla giornata, e non ha, ovviamente, il passo lungo e lento dello storico. Nella mia inesperienza adolescenziale, non mi rendevo conto che Spadolini era altrettanto giornalista che professore, e del giornalista di qualità aveva la prontezza, l’intuito, la capacità di mettersi in sintonia col presente, di cogliere gli umori mutevoli della gente. E anche per lui, come per altri nella storia d’Italia, il passaggio dal giornalismo alla politica è stato agevole, e direi quasi naturale. A sorreggerlo, in questa nuova attività, è rimasta la solida struttura mentale dello storico, la tendenza a guardare gli eventi dall’alto, anche nel corso della lotta; una qualità che può anche essere un freno, un elemento di eccessiva prudenza per l’uomo politico, una qualità che certamente i politici puri non posseggono, ma che ha consentito a Spadolini di resistere alla grande onda del cambiamento che ha investito l’Italia meglio di quanto non sia capitato a tanti altri più «politici» di lui.
    Perché, dunque, non provare a leggere questi penetranti e vivaci ritratti degli uomini che hanno fatto l’Italia, dal punto di vista di un giornalista (che è anche uomo di cultura e uomo politico) intento a ricostruire la fisionomia di quei giornalisti che sono stati, nella storia italiana degli ultimi due secoli, uomini civilmente impegnati, uomini che spesso «hanno fatto l’Italia» in misura ben superiore a quella dei professionisti della politica? Tralasciamo i grandi esempi di Mazzini e di Cavour, che richiederebbero un discorso ben altrimenti articolato, come pure, da una diversa prospettiva, quelli di un Croce o di un Salvemini, che furono anch’essi, per certi aspetti, uomini del giornalismo, grandi ed efficaci comunicatori di idee in un’Italia dalla vita culturale e politica ancora élitaria e ristretta; ma, a parte costoro, il libro di Spadolini è in larga misura occupato dai ritratti di uomini (e qualche donna) che concepirono e praticarono il giornalismo (di informazione o di cultura) come indispensabile raccordo fra la severità, troppo appartata, dell’alta cultura e un nuovo fermentante mondo sociale che imponeva di uscire da una concezione notabilare del sapere.
    Quando Spadolini parla di questo suo libro come di una autobiografia, credo che intenda anche questo: esso è, per trasposte persone, la vicenda stessa di Giovanni Spadolini, giunto dalla cattedra al Parlamento, passando per quelle stanze redazionali dove ogni giorno il pensiero degli specialisti e il gergo dei tecnici devono tradursi (o tentano di tradursi) in chiare informazioni e riflessioni per i cittadini-lettori.
    Anche il vero uomo di Stato e di governo, come il giornalista di vaglia, deve essere un grande chiarificatore, deve essere l’uomo della sintesi, quello che coglie la complessità dei problemi per tradurla in poche parole efficaci e comprensibili; egli deve essere, insomma, uno che sa semplificare senza banalizzare. In questo senso, soltanto un grande giornalista come Cavour, né intellettuale astratto né politicante spicciolo, poteva fare, come effettivamente fece, l’Italia. Mentre un altro giornalista, Mussolini, dotato di formidabile intuito e vitalità, ma di confusa e approssimativa cultura, contribuì a disfarla fino alla totale catastrofe.


    1. Milano europea: Beccaria e Cattaneo

    La storia del giornalismo italiano moderno, inteso come strumento di cultura e impegno per le riforme, comincia naturalmente da Milano, la «Milano delle aperture europee del riformismo settecentesco», la Milano dell’Accademia dei Pugni e del «Caffè». La celebre opera di Beccaria, Dei delitti e delle pene, è «il libro più europeo del Settecento milanese e italiano»: a Spadolini preme sottolineare la profonda radice umanitaria dell’opera, che apre la strada alla «futura religione della democrazia».
    Lo storico insegue e ricostruisce un particolare ethos milanese nella scelta del giovane patrizio lombardo di una «filosofia del cuore» da contrapporre, come scrisse Pasquale Villari, allo studio della filosofia classica, a «quegli aridi sillogismi adatti a nascondere piuttosto che a svelare il vero»: questa fu la forza di un uomo per tanti aspetti fragile come Cesare Beccaria, che non fu mai un «sovversivo», e che visse con inquietudine le «contraddizioni della sua epoca», così come patì le «antinomie irrisolte della sua classe».
    Dal «Caffè» al «Politecnico», da Beccaria a Carlo Cattaneo: questo è il percorso, sempre europeo e sempre antiretorico, della cultura riformatrice lombarda; in un periodo «imbevuto di miti e di spettri romantici», Cattaneo «guardò unicamente alle esperienze moderne e, nell’epoca moderna, ai paesi dell’Occidente europeo, che soli potevano insegnarci le vie dell’indipendenza e della libertà».
    Il concreto risorgimento degli italiani passava attraverso «l’uso degli strumenti della civiltà moderna, che si riassumevano nelle ferrovie, nelle industrie, nei commerci, nelle borse, in tutte le forme dello spirito di iniziativa e di intrapresa, inseparabile dal capitalismo». Federalista certamente la concezione politica di Cattaneo, ma di un federalismo, come ebbe a dire Salvatorelli, mai scompagnato dalle idee di umanità, progresso, Europa. E il carattere dell’uomo – osserva Spadolini – era all’altezza delle sue idee, senza l’ansia della «poltrona», integralmente impegnato nella sfera delle ideologie, se queste «equivalgono alle idee diventate azione».


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    Predefinito Re: I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    2. Toscana cosmopolita: Vieusseux, Capponi, Tommaseo

    Per rievocare la Firenze di Pietro Vieusseux e dell’«Antologia», Spadolini prende le mosse dalla Firenze della sua adolescenza, quella degli anni Trenta, in bilico fra piccineria autarchica e superstiti nostalgie cosmopolitiche, la Firenze che era ancora «tra le grandi città italiane quella con maggior numero di targhe francesi e inglesi – targhe di negozi, insegne di alberghi, intestazioni di strade e di piazze». Erano gli ultimi segni del «grande commercio culturale d’oltralpe», che aveva finito per fare del capoluogo toscano, fra Risorgimento e post-Risorgimento, «il cuore di un certo internazionalismo ammiccante e scettico, riflessosi sul costume della città».
    Ma Vieusseux, nato ad Oneglia da una famiglia svizzera di antico ceppo ginevrino, cosmopolita lo era stato davvero, oltre che creatore della prima imprenditoria culturale in Italia, una editoria «fondata insieme sui dati del profitto economico e sugli obiettivi del riscatto nazionale». Questo fiorentino d’adozione è estraneo, come il lombardo Cattaneo, ad ogni «residuo paralizzante dell’Arcadia o del classicismo»: è stato viaggiatore e commerciante nell’Europa napoleonica, attento ai nuovi fenomeni economici e mercantili, consapevole che, nell’epoca dell’industria culturale che già si annuncia, «si deve pagare per leggere, ma si deve pagare chi scrive». Spadolini, con un accostamento che scavalca i decenni e unisce due realtà regionali e culturali assai diverse, lo collega a Gobetti, per la «fede illimitata» di entrambi nella carta stampata, per l’editoria concepita come «veicolo dell’illuminismo».
    Accanto a Vieusseux c’era Gino Capponi, anche lui instancabile viaggiatore, «rampollo inquieto e scontento di un ceto che egli seppe interpretare come classe dirigente» di un problematico futuro che non poté vedere. Nell’ispiratore dell’«Antologia» e nel fondatore della «Nuova Antologia», nonché animatore di tante iniziative culturali ed economiche, Spadolini apprezza soprattutto il rifiuto della fiorentinità folcloristica e becera, compiaciuta di se stessa: Capponi fu «uno dei fiorentini più antivernacolari e antidialettali di tutti i tempi. Sentì come nessuno, e auspicò come nessuno, la morte di ‘Firenzina’ e della ‘Toscanina’.
    Da Capponi a Tommaseo, dal cattolico onorato dai laici al cattolico vittima di radicate antipatie ed ostracismi, che non si sono placati neppure in tempi recenti. Eppure, per il laico Spadolini, il collaboratore dell’«Antologia» pagato da Vieusseux a cottimo e invitato, perciò, a frenare una certa incontinenza scrittoria, ha rappresentato, assai più di Gioberti, «il punto d’incontro fra il cattolicesimo tradizionale e la cultura moderna». Lo storico fiorentino scrive, in proposito, pagine assai fini ed anticonformiste: anche se suscitava la ripulsa sarcastica di Manzoni, l’innesto, in Tommaseo, di «sensualità e misticismo», di «erotismo e ascetismo», finiva col riflettere e con l’anticipare quelle inquietudini della coscienza cattolica, che «avrebbero dominato tutti o quasi gli indirizzi della letteratura cattolica del nostro secolo (da Claudel fino a Green)».
    Spadolini sa riconoscere, oltre le ambiguità e le tortuosità dello scrittore dalmata, la sua «coerenza a un ideale di cattolicesimo sociale e repubblicano, di lontane scaturigini popolari; in cui il neoguelfismo perdeva la sua carica di utopia e di astrazione, calandosi quasi nelle profondità insondabili della storia d’Italia»; a questo neoguelfismo «pertinace e irritante», dobbiamo anche noi laici il salutare e ritornante dubbio «sulla capacità del liberalismo e del laicismo a rinnovare l’Italia». Contro ogni orgoglio ideologico e ogni presunzione moralistica.

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    Predefinito Re: I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    3. «Femministe» della nazione: Pimentel e Belgioioso

    Spadolini, storico del Risorgimento e del post-Risorgimento, affonda, però, le sue radici ideali nell’età dell’illuminismo, in una certa idea d’Europa propria della cultura settecentesca, che egli si sforza di ritrovare anche nel secolo dei nazionalismi. La Repubblica partenopea del 1799 è, in questo senso, il suggello del razionalismo illuminista e la prima apertura verso il mondo del Risorgimento. Nel cuore della rivoluzione napoletana sta Eleonora de Fonseca Pimentel, con i suoi articoli pubblicati su «Il Monitore Napoletano», da lei creato e da lei quasi interamente composto nei cinque mesi della Repubblica.
    Esponente dell’aristocrazia colta, la Pimentel incarna con particolare vigore il passaggio, che fu di molti uomini e donne della sua classe, dal mondo dell’Arcadia a quello dell’Enciclopedia: sul «Monitore», Eleonora, che pure aveva alle spalle una carriera di poetessa in versi italiani e latini (tale da meritarle l’elogio di Metastasio, che la definì l’«amabilissima musa del Tago»), rifiutò, come scrive Spadolini, le «evasioni letterarie» e gli «abbandoni retorici», per dedicarsi tutta alla trattazione dei «problemi concreti». Il giornalismo della Pimentel si distaccava risolutamente da un mondo e da un costume ormai esauriti, nonostante la vittoria e la vendetta della reazione, che condusse sul patibolo anche colei che era stata, un tempo, la «raffinata animatrice delle accademie».
    Contro antichi pregiudizi combatteva anche Cristina di Belgioioso, quando nel primo fascicolo della «Nuova Antologia», che nasce a Firenze agli inizi del 1866, affronta il tema, certamente scabroso per la mentalità del tempo, della «presente condizione delle donne e del loro avvenire». Ma il femminismo ante litteram dell’aristocratica lombarda è intimamente legato alla questione nazionale, a un’idea di eguaglianza non puramente rivendicativa, perché sorretta dalla consapevolezza dei «doveri faticosi e gravi» che, nella nuova società, sarebbero toccati alle donne. Quella di Cristina – osserva Spadolini – fu «una vita rocambolesca, degna di un romanzo di Dumas», ma in ogni avventura ed eccentricità mantenne, sempre, «un’idea dell’Italia coltivata con fermezza», nella quale trovò posto anche la generosa battaglia a favore dei coloni contro lo sfruttamento dei fittavoli: ne sono testimonianza le pagine dell’«Ausonio», il giornale fondato a Parigi nel 1846, e più tardi, nel 1869, quando si era ormai ritirata dalle scene del mondo culturale e politico e viveva appartata nella sua campagna di Locate, l’opuscolo su Gli affittaiuoli della Bassa Lombardia. Spadolini giustamente chiude il profilo di questa donna straordinaria con il richiamo alla definizione di Carlo Cattaneo: «la prima donna d’Italia».

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    Predefinito Re: I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    4. Educatori dell’Italietta: De Amicis, Collodi, Martini e Salgari

    Questi profili dedicati a scrittori e giornalisti che non appartengono di pieno diritto al Pantheon nazionale (anche se qualcuno, come Collodi, ha una celebrità mondiale) sono i più belli del libro, quelli che scavano più a fondo, con simpatia e con nostalgia, nell’ethos e nella psicologia di un’Italia che non c’è più, ma che gli uomini della generazione di Spadolini hanno fatto a tempo a conoscere negli anni della loro adolescenza, oltre i fumi della retorica fascista, e che anche chi è nato verso la fine degli anni trenta ha potuto intravedere nel volto di un nonno mazziniano o nelle parole di un maestro elementare che sapeva leggere De Amicis con semplicità.
    Lo scrittore di Oneglia, che giunge giovanissimo a Firenze, dopo aver partecipato alla battaglia di Custoza, per dirigere «l’Italia militare», è colui che più tardi farà protagonisti del Cuore «l’esercito e i maestri di scuola, la classe militare e la classe insegnante, il clero secolare e il clero regolare del nuovo Stato italiano». In questo libro, sul quale si esercita oggi l’ironia scanzonata e crudele di tanti intellettuali raffinati, è, in realtà, compendiata «una concezione consapevole della vita dal punto di vista di un laico illuminato: è la beneficenza che sostituisce la carità, il maestro che prende il posto del prete, la scuola che si sovrappone al seminario, l’ospedale che si contrappone all’ospizio, il servizio militare che surroga la preparazione religiosa, la ginnastica che assume l’importanza degli antichi ‘esercizi spirituali’».
    Se il «socialista» De Amicis seppe dare un’anima ai «conservatori», a Carlo Lorenzini, all’«impiegatuccio» della prefettura di Firenze collaboratore del «Giornale dei bambini» e «frequentatore spiantato o ubriaco del Caffè Michelangelo», toccò il singolare destino, come dice Spadolini, di essere uno dei più consapevoli ed autentici «filosofi» della nuova Italia borghese.
    Oltre ogni convenzionale interpretazione, il «sottinteso più profondo» di Pinocchio sta «nell’esaltazione del lavoro, nella consacrazione della fedeltà, nel premio alla virtù»: l’antico rivoluzionario del ’48, il «mazziniano a riposo» che arriverà a sentire «i primi brividi di operaismo e socialismo», offrirà ai ragazzi italiani (ma non solo ad essi), attraverso il fascino di una fiaba, la scelta «fra la dedizione a una regola ordinata e operosa di vita e la tendenza all’evasione alla dissipazione e all’inerzia».
    Accanto al realismo amaro dell’umorista Collodi, possiamo collocare il «buonsenso» del suo direttore Ferdinando Martini, il creatore di quel «Fanfulla della domenica», sulle cui pagine Croce confessa di aver imparato a scrivere con disinvolta secchezza e senza ombra di retorica. Spadolini osserva che i libri di questo giornalista e uomo politico, che ha creato i primi settimanali culturali del secondo Ottocento, vivono di «quella capacità di osservazione del reale che non è mai annebbiata da pregiudiziali ideologiche, che ha un fondo nativo, quasi guicciardiniano».
    Dalla realtà prosaica e borghese si allontanò Emilio Salgari, che seppe, però, cogliere la segreta smania di grandezza delle generazioni post-risorgimentali, ormai sul punto di cedere ai miti dell’imperialismo. Lo sfortunato Salgari fu il D’Annunzio popolare di un’adolescenza inquieta, non più capace di ascoltare i savi ammonimenti della Fata turchina giolittiana; giustamente Spadolini lamenta che pochi si siano accorti della «rivoluzione pedagogica» operata dal creatore di Sandokan nella letteratura giovanile italiana.
    Eppure Salgari fu «uno dei profeti più lucidi e arditi del gusto contemporaneo, e gran parte della cinematografia d’avventure si ricollega, consapevolmente o no, alle ispirazioni e alle suggestioni dei suoi romanzi». Forse converrebbe che la storiografia alta, quella «togata», che tanto si affanna per interpretare l’irrazionalismo di inizio secolo, indugiasse con più attenzione e comprensione sull’uomo che scrisse «il Corsaro nero, apparso nel 1899, quasi a consacrare le glorie di un secolo, ultima chanson de geste dell’Italia umbertina», un’Italia che «era ormai arrivata alla fine e alla consumazione dei miti nazionali e romantici».

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    Predefinito Re: I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    5. Socialisti della buona vita: Bissolati e Turati

    C’era fino a qualche anno fa, nel linguaggio politico italiano, una parola tabù: riformismo. Anche i riformisti per tradizione e per temperamento non osavano pronunciarla. Se qualcuno, un po’ più coraggioso degli altri, si azzardava a farlo, aggiungeva immediatamente, per non essere lapidato, che il suo era un riformismo «globale» o, meglio ancora, «strutturale».
    Poi, verso la fine degli anni Settanta, il riformismo venne di moda anche in Italia, e tutti lo coniugavano con altre due parole magiche, «pragmatismo» e «modernità». Oggi che quella breve stagione è già tramontata e molti si atteggiano a «riformatori», ma non più a «riformisti», può essere utile ricordare, come fa Spadolini, che «chi ha inventato la parola, chi l’ha introdotta con orgoglio e senza burbanza nella storia del socialismo italiano è stato Leonida Bissolati. Un socialista che giungeva da esperienze repubblicane, connotate da una forte influenza carducciana». Collaboratore di «Critica Sociale», Bissolati fu, nel 1896, il fondatore e primo direttore dell’«Avanti!», al quale «impresse un segno indelebile di vigore polemico, di passione civile, di confronto aperto fra opposte filosofie della vita».
    Era uomo, come si diceva una volta, tutto d’un pezzo: Spadolini racconta che, nelle elezioni politiche del 1895, rifiutò il mandato parlamentare che gli era stato attribuito per un errore nel conteggio dei voti. Entrò in Parlamento due anni dopo, e «il suo primo discorso, nell’aprile di quell’anno, dedicato alla rivolta di Candia, era ricco di accenti libertari e compenetrato dagli ideali risorgimentali, che resteranno determinanti per tutta una vita».
    Quando nel congresso socialista di Reggio Emilia (1912) venne espulso dal partito per volontà di Mussolini, fondò con Bonomi il partito socialista riformista, che non ebbe mai grande fortuna e si estinse nel dopoguerra: era un partito con «più generali che masse». Restò fino all’ultimo, nell’antico direttore dell’«Avanti!», la passione patriottica risorgimentale, senza concessioni al nazionalismo. Un atteggiamento dignitoso e coerente, che gli valse, nel ’19, alla Scala, gli insulti del primo squadrismo fascista.
    Filippo Turati era rimasto, invece, anche dopo la vittoria dei massimalisti, all’interno di quel partito che aveva fondato vent’anni prima, separando il movimento socialista dalla confusa e sterile protesta degli anarchici. E certamente – osserva Spadolini – nessuno aveva tanto combattuto contro il massimalismo, malattia eterna del socialismo italiano, quanto il fondatore di «Critica Sociale», erede di «Cuore e Critica» del repubblicano Ghisleri. Ma la sorte del riformismo fu irreparabilmente segnata dalla partecipazione dell’Italia alla guerra europea e dalla definitiva rottura degli equilibri giolittiani. In realtà, «il successo del socialismo riformista era condizionato alla sopravvivenza di una borghesia prospera, ordinata, intraprendente e laboriosa», una borghesia che la guerra rimescolò e sconvolse nei suoi assetti produttivi e nei suoi costumi.
    Alla nascita e allo sviluppo di questa borghesia anche il socialista Turati aveva dato un effettivo contributo, seppure con risultati assai incerti: Spadolini ricorda opportunamente l’appoggio alla battaglia combattuta dai liberisti della Lega antiprotezionista e «le pagine di schietto liberismo sulla ‘Critica Sociale’, a cominciare da quelle di Einaudi».
    Fino all’ultimo, anche negli anni della sconfitta, Turati rimase «una erede del vecchio spirito riformista e progressivo della Lombardia ottocentesca, un lontano discepolo di Carlo Cattaneo». Il suo socialismo, di ascendenza assai più risorgimentale che marxista, nasceva «dalla coscienza dei limiti storici della nazione, dalla esigenza di risolvere i problemi insoluti dell’unità».

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    Predefinito Re: I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    6. I grandi direttori: Albertini, Bergamini, Malagodi, Frassati, Burzio

    Si discute molto, ai giorni nostri, sulla legittimità o meno dei cosiddetti giornali-partito, vale a dire dei giornali che propugnano animosamente una certa linea politica e si oppongono decisamente a quei partiti e a quegli uomini politici che agiscono secondo princìpi e strategie non condivise dal giornale. In realtà, non si tratta di una novità nella storia del nostro paese: l’età giolittiana presenta un ampio ventaglio di grandi giornali («Il Corriere della Sera», «Io Giornale d’Italia», «La Tribuna», «La Stampa») che svolsero un ruolo che travalicava i confini dell’informazione e della critica, per inserirsi direttamente nella lotta politica in funzione di organizzatori del consenso attorno a certi programmi e a taluni grandi leader nazionali. Probabilmente lo scarso collegamento fra società civile e società politica, la debolezza delle strutture politiche allora, la loro sclerosi oggi, fanno sì che in Italia il giornalismo assuma spesso una funzione surrogatoria della lotta politica, perlomeno quando le sedi istituzionali non sono o non appaiono più in grado di elaborare adeguatamente i grandi temi che appassionano l’opinione pubblica.
    Perché certi fenomeni si verifichino, occorrono grandi personalità di direttori, uomini che posseggano qualità che appartengono solitamente a professioni differenti, quella del manager, del politico e dell’intellettuale. L’età giolittiana fu particolarmente ricca di queste personalità, e la concorrenza fra i grandi giornali assunse il carattere di una vera e propria contrapposizione politica attorno alle strategie e alla prassi del giolittismo.
    Si trattava di scegliere fra l’arroccamento all’interno del vecchio Stato risorgimentale o l’apertura di questo Stato ai nuovi ceti sociali generati dai processi di modernizzazione. Il compromesso giolittiano, pur con molti limiti e deficienze morali, fu il tentativo di riformare il vecchio sistema politico senza lacerarlo irreparabilmente, ma questo non venne capito e tanto meno sostenuto dalla maggior parte della cultura italiana del tempo: il risultato, davvero pernicioso per la società italiana, fu il mancato incontro fra riformismo e cultura e la successiva disgregazione del sistema liberale.
    Il ritratto di Luigi Albertini è quello di un giornalista-imprenditore-politico che univa «criteri di efficienza industriale a fermi princìpi di guida politica». Nell’Italia giolittiana, l’uomo di Ancona imboccò «non senza asprezze e ingiustizie, la via della lotta senza quartiere a Giolitti». Pur sentendosi erede della Destra storica, non mancò di civettare con D’Annunzio e col nazionalismo; fu, poi, in prima linea nella battaglia per l’intervento, fino a diventare «l’uomo che indirizzerà la condotta politica della guerra, il neosenatore che unirà la milizia politica alla difesa e al potenziamento ulteriore della sua azienda». Anch’egli, dopo la guerra, sarà travolto dal crollo dello Stato liberale, nonostante la dignitosa e coraggiosa resistenza a Mussolini. La lunga lotta contro Giolitti si concludeva nella catastrofe del mondo col quale Albertini si era identificato.
    L’altro grande direttore, nemico acerrimo di Giolitti e amico di Sonnino, fu Alberto Bergamini, fondatore e direttore del «Giornale d’Italia»: anch’egli legato «a quella élite aristocratica e solitaria del liberalismo di destra che rappresentava l’ultima ‘isola’ di intransigenza risorgimentale in una società in trasformazione e in sviluppo, nella società che aveva trovato in Giolitti il suo ‘demiurgo’ incomparabile».
    Al «Giornale d’Italia» faceva da contrappeso, nella capitale, la giolittiana «Tribuna» diretta da Olindo Malagodi, «un uomo che ebbe una doppia, invincibile passione: il giornalismo e la politica». La sua confidenza con Giolitti divenne, a un certo punto, così forte «da portarlo a essere in qualche modo il suggeritore e il complice della scarna ed essenziale ‘memorialistica’ giolittiana», quelle Memorie che Nino Valeri ha giustamente accostato alla limpida prosa crociana, per assoluta mancanza di orpelli ideologici e vanità retoriche.
    L’altro grande direttore giolittiano, contraltare di Albertini, fu Alfredo Frassati della «Stampa», che, nei drammatici mesi che precedettero l’intervento, contrappose, sul suo giornale, «l’Italia prudente e accorta a un’Italia che si è abbeverata, nella terza pagina del ‘Corriere’, già tre anni prima, alle dannunziane Canzoni d’oltremare ed è percorsa dai brividi di un nazionalismo irresistibile e a più facce, cui concorre tanta parte della sinistra democratica e repubblicana (e uno spezzone socialista, che avrà lunga storia)».
    Quasi trent’anni dopo, in un altro drammatico frangente della vita nazionale, nei quarantacinque giorni del governo Badoglio, fu chiamato a dirigere «La Stampa» quel Filippo Burzio che, nel 1923, aveva pubblicato Politica demiurgica, un libro nel quale Giolitti appare come il «baluardo di quelle classi medie che devono costituire il fondamento della democrazia». Spadolini osserva che «solo attraverso l’esperienza della guerra e del dopoguerra, rinverdita dalla battaglia antifascista, la visione di un liberalismo dei notabili propria di Burzio si arricchirà di un ‘pathos’ democratico, destinato a compenetrare le estreme pagine del ’45 su Essenza ed attualità del liberalismo».
    In questo modo, la teoria delle élites si conciliava con la democrazia, attraverso la superiore sintesi del liberalismo, e il popolo diventava davvero, giolittianamente, «perenne vivaio delle élites».

    (...)
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    Predefinito Re: I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    7. Per un’altra Italia: Amendola, Gramsci, Einaudi

    Abbiamo voluto raggruppare questi tre uomini, per tanti aspetti così diversi, perché ci pare che Spadolini non soltanto abbia inteso sottolineare in essi il nesso strettissimo di politica, cultura e giornalismo, ma abbia anche cercato di cogliere, tracciandone il profilo, gli elementi di una loro permanente validità in questa fase così confusa e, tuttavia, così creativa della vita italiana.
    Di Giovanni Amendola, del direttore del «Mondo» che proveniva dagli studi filosofici, il politico Spadolini non si stanca di ricordare, in molteplici occasioni, il monito sulla necessità di preservare lo Stato unitario nazionale, «la sola vera e grande scoperta politica della storia del nostro popolo»; quello Stato – aggiungeva Amendola nel marzo del 1924 (e sono parole purtroppo pienamente attuali) – che «deve faticosamente conquistarsi il proprio diritto di vita contro i ritorni offensivi dell’arbitrio individuale e della passione faziosa, che per secoli hanno impedito il suo sorgere».
    Di Gramsci varrà la pena riportare le dure parole contro D’Annunzio, simbolo e metafora di un certo costume nazionale: «In Italia è il pullulare sempiterno dei ‘D’Annunzio’. È ‘D’Annunzio’ il viaggiatore che cerca di frodare il biglietto ferroviario, l’industriale che nasconde i profitti, il commerciante che compila bilanci falsi, per frodare il fisco». Gramsci, che Spadolini strappa decisamente alla diade con Togliatti, una diade che «non regge al confronto con la storia». In questo necessario distacco, il fondatore dell’«Ordine Nuovo» appare «nella sua amara, e ancora in parte inesplorata, solitudine».
    Infine, Luigi Einaudi, giovane «redattore di cucina» nella «Stampa» di Roux, collaboratore di «Critica Sociale», poi «educatore» e «predicatore», prima sulla «Stampa» di Frassati e, quindi, sul «Corriere» di Albertini. Nel ritratto di Einaudi non c’è solo venerazione per l’uomo e ammirazione per lo studioso, c’è psicologicamente qualcosa di più, quasi una sorta di identificazione morale e culturale che diventa, alla fine, programma politico nel significato più alto che è possibile dare a questa ambigua espressione.
    In Einaudi, «il moralista prevaleva sull’economista. Diversamente dagli scienziati dell’epoca positivistica, che inquadravano tutti i problemi del mondo nelle leggi dell’utilitarismo, egli obbediva a una sua concezione religiosa del mondo, che assegnava un significato altissimo ai princìpi dell’economia da lui incarnata e difesa». Questo particolare ethos che sta al fondo della concezione economica einaudiana spiega perché «il seguace di Smith e di Stuart Mill si batté coerentemente e instancabilmente per conciliare le regole del liberalismo classico con le esigenze della legislazione sociale, coi doveri dell’assistenza e delle previdenza estesa alle più vaste categorie».

    (...)
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    Predefinito Re: I giornalisti che fecero l’Italia (1993)

    8. I due volti eterni dello spirito italiano: Prezzolini e Gobetti

    Negli anni trenta, il ragazzo Spadolini scendeva nell’umida cantina della libreria Giorni, come nel ventre oscuro della recente storia italiana, per ricondurre alla vita e alla luce gli embrioni di un mondo che il fascismo aveva soffocato, quel fermento confuso di idee, di speranze e di utopie che si erano rapidamente consumate nella prima metà degli anni Venti. In quel ventre buio e umido, Spadolini scoprì Prezzolini e Gobetti, uniti in un singolare connubio, quello rappresentato dal libro Io credo, autore l’antico fondatore della «Voce», editore, assieme al tipografo Pittavino, il giovane direttore della «Rivoluzione liberale».
    Prezzolini aveva scritto a Gobetti il 26 dicembre del 1922: «sento che per venti, venticinque anni la vita politica italiana è finita e che non c’è nulla da fare, altro che ritirarsi a guardare». Il ragazzo Spadolini è colpito dallo spirito di Prezzolini, «tagliente nel suo scetticismo, categorico nella sua problematica, assertorio nella sua fondamentale incertezza».
    Solo più tardi, il ragazzo diventato storico «poté cogliere tutte le sfumature di quella relazione Gobetti-Prezzolini», ricostruirne le radici storiche oltre ogni moralistica condanna o moralistica esaltazione, scoprire, nei due protagonisti, i volti eterni, complementari e confliggenti, dello spirito italiano. Ma lasciamo la parola allo storico, perché in queste frasi ci pare di cogliere il fondo più vero della sua personalità di uomo politico e di studioso, fedele a Gobetti, eppure non ignaro delle ragioni di Prezzolini: «E il dramma dell’Accademia degli Apoti gli apparve con estrema chiarezza: la divisione fra Gobetti, che impegnava la sua religione nell’azione, e Prezzolini, che raccomandava di non scegliere, di difendere i valori della cultura in una specie di turris eburnea inaccessibile alle passioni e agli sconvolgimenti dell’ora, appunto la torre di coloro che non bevono, che non subiscono le opposte intransigenze, che si rifiutano di cedere ai miti comunque deformati, che quasi identificano l’azione con l’errore, e quindi si mettono in condizione di non opporre resistenza alla dittatura, al male, alla violenza. Torino contro Firenze, un residuo protestantico contro lo scetticismo raffinato dell’umanesimo; la ‘rivoluzione liberale’ come tensione suprema dell’anima e scelta definitiva della coscienza morale, che è già azione civile, opposta alla versione pragmatica dell’idealismo che cercava di trarre, dalla confusa e limacciosa storia in corso, quanto potesse riuscire a preservare i valori della dignità intellettuale non meno che della comprensione razionale, anche sub hostili dominatione».

    Paolo Bonetti


    https://www.facebook.com/notes/giova...4628438295411/
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