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    Predefinito Giuseppe Mazzini e Gaetano Mosca (1984)

    di Vittorio Frosini – In “Nuova Antologia”, fasc. 2151, luglio-settembre 1984, Le Monnier, Firenze, pp. 93-100.


    1. Cento anni or sono, e precisamente il 17 aprile 1883, un giovanotto palermitano, che aveva da pochi giorni compiuto i suoi venticinque anni, poneva termine alla sua opera intitolata Teorica dei governi e governo parlamentare, che venne stampata a Palermo nello stesso anno, e pubblicata in quello successivo da un editore torinese[1]. L’autore, Gaetano Mosca, raccontava nel Proemio premesso al volume che «negli anni della mia fanciullezza e nei primi dell’adolescenza, fui sempre liberale, democratico e repubblicano»; ma la sua maturità intellettuale aveva coinciso con una sua conversione politica, ed era divenuto monarchico. Il penultimo paragrafo del libro, che è dedicato a «I repubblicani in Italia», chiarisce bene tuttavia, che quel mutamento di opinioni corrispondeva ad uno spostamento di piani: da quello emotivo a quello intellettuale, dall’idealismo morale al realismo politico, dalla poesia alla prosa della vita. Come scrive Mosca, «per noi il re non è che una formula politica, né più né meno come la volontà popolare, un ente, un’idea in nome della quale si esercita il potere della classe politica» (512); e nel tempo in cui scrive, «la prima cosa da fare è il non mettere più in discussione la formula politica in vigore, qualunque essa sia» (515).
    In queste frasi, davvero emblematiche, è compendiata nei suoi elementi essenziali la «scienza politica» di Gaetano Mosca con i richiami alle sue espressioni più nuove e significative. Viene invocata la giustificazione della «formula politica», ossia «di quel principio religioso o semplicemente morale, di quell’insieme di sentimenti, di abitudini mentali e di convinzioni, che forniscono la base morale a tutte le grandi organizzazioni statali, senza che corrispondano ad una verità effettiva» (195). Il termine coniato da Mosca è oggi sostituito da quello corrente di «ideologia politica», ma Mosca pone l’accento sul carattere morale ed anzi religioso, e cioè profondo, sorgivo, e non strumentale e meramente politico della «formula», anche se essa corrisponde ad una falsa coscienza della realtà. Vi è poi l’altra espressione, anch’essa divenuta famosa, quella della «classe politica», così da lui definita: «in ogni tempo e in ogni luogo, tutto ciò che nel governo è parte dispositiva, esercizio d’autorità, ed implica comando e responsabilità, è sempre l’attribuzione di una classe speciale, i cui elementi di formazione, secondo il secolo ed il paese, possono variare, è vero, moltissimo, ma che, in qualunque modo sia composta, sempre forma, davanti alla massa dei governati ai quali s’impone, una sparuta minoranza. Questa classe speciale noi chiameremo classe politica» (207).
    Basterà mettere in rilievo i due punti indicati, per intendere come la dottrina esposta nel libro di Mosca rappresenti una immagine speculare, e cioè perfettamente antitetica, di quella esposta in una operetta pubblicata un quarto di secolo innanzi, nel 1860, intitolata Doveri dell’uomo e scritta da Giuseppe Mazzini, tutta fervorosa di passione morale e animata da un potente soffio di ispirazione democratica. Sembra così ripresentarsi il contrasto fra la predicazione di fra’ Girolamo Savonarola e la parola tagliente di Niccolò Machiavelli, fra il portatore di una profezia politica e il costruttore di una teoria del realismo politico. Nel paragrafo del suo libro dedicato all’esame della dottrina repubblicana nel suo tempo, Gaetano Mosca riconosce infatti ai suoi avversari «una posizione morale superiore e un’influenza materiale ragguardevole»; essi anzi, com’egli precisa, «hanno un’alterigia insolente di linguaggio, una speranza sicura nell’avvenire del partito, che fanno loro acquistare un ascendente grandissimo, molto superiore alle loro forze reali» (507). Ed aggiunge, riferendosi ai vecchi repubblicani, agli antichi discepoli e compagni di Mazzini, che «qualunque idea di propaganda nel loro campo ci pare perciò assurda; e quanto a noi personalmente, se un voto riguardo ad essi facciamo, è che a nessuno di loro capiti in mano questo volume; perché la lettura di esso non sarebbe loro piacevole, e noi non amiamo contristare inutilmente delle persone rispettabili» (510). Sicché anche il contrasto fra Mazzini e Mosca, al pari di quello fra Savonarola e Machiavelli, considerati come pensatori politici, sembra deciso e insuperabile: due figure, due mentalità, due prospettive contrapposte fra loro.

    (...)


    [1] G. MOSCA, Scritti politici, a cura di G. Sola, UTET, Torino, 1982, voll. 2. Le citazioni dalle opere di Mosca (salvo l’indicazione della nota 7) si riferiscono a questa edizione; i numeri delle pagine vengono riportati fra parentesi nel testo. Su Mosca, v. E.A. ALBERTONI, Gaetano Mosca. Storia di una dottrina politica, Giuffrè, Milano, 1978, con bibliografia.
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    Predefinito Re: Giuseppe Mazzini e Gaetano Mosca (1984)

    2. Eppure, all’occhio attento dello studioso dei nostri giorni, le cose non stanno precisamente così. Cominciamo intanto con l’osservare, che nella concezione storica e politica di Giuseppe Mazzini, e soprattutto nell’azione politica da lui intrapresa e poi sviluppata anche da altri repubblicani nel Risorgimento, l’esistenza di una minoranza attiva, a cui tocca una responsabilità di guida e di governo, perché rappresentativa di valori e di interessi ben più vasti della sua consistenza numerica, è una esistenza riconosciuta e testimoniata persino col sangue dei congiurati, degli insorti, dei combattenti nelle spedizioni militari, nella difesa di Roma repubblicana come nell’impresa di Sapri. Proprio nei Doveri dell’uomo si legge che «il semplice voto d’una maggioranza non costituisce sovranità se avversi evidentemente alle norme morali supreme e chiuda deliberatamente la via al Progresso politico»; sicché il mito della democrazia infallibile appare sfatato, e viene affermato il diritto morale delle minoranze. Uno studioso di scienza politica dei nostri giorni, Eugenio Ripepe, ha così commentato: «Pur ritenendo doveroso per la legittimità del potere della minoranza che questa sappia cogliere ed interpretare le esigenze delle masse, il Mazzini le attribuisce dunque un ruolo di filtro ed una possibilità di scelta che ne fanno qualcosa di ben diverso da una mera espressione della volontà generale. Il potere di decidere, in sostanza, dovrà spettare ai più capaci, ai quali non potrà mancare l’investitura popolare, e se altre disuguaglianze andranno via via scomparendo, quella degli intelletti è e resta non solo insopprimibile, ma utile, perché costituisce un elemento di sicuro progresso»[1]. E del resto, tutta la storia della Giovine Italia prima, e del partito repubblicano dopo, è sempre la storia di una minoranza tenace, consapevole delle sue responsabilità di essere una controclasse politica al tempo della monarchia, quando bisognava preparare una successione di regime, e di essere la pattuglia di punta della nuova classe dirigente repubblicana e democratica giunta al potere, nella quale sono confluite anche forze politiche diverse da quelle di tradizione risorgimentale[2].
    Non solo, dunque, la dottrina politica mazziniana si fonda essa stessa sul riconoscimento di essere la «formula politica» di una «classe dirigente»; ma storicamente essa è venuta a congiungersi con l’insegnamento moschiano in una sintesi nuova, che poteva parere paradossale al tempo in cui Mosca scriveva il suo primo libro, ma che divenne attuale più tardi, in circostanze diverse, quando la repubblica per cui combatté Mazzini sostituì la monarchia, con cui si era schierato Mosca.
    Va ricordato che Mosca, in quelle pagine dedicate ai repubblicani e sopra menzionate, distingue fra tre categorie di repubblicani. La prima è quella «delle persone rispettabili», e cioè dei discepoli diretti di Mazzini. La seconda è quella «degli anarchici, degli uomini che fanno la guerra alla monarchia, perché è il governo attuale, e che domani la farebbero alla repubblica se essa diventasse il governo di fatto. Si collegano con i repubblicani tutti coloro che le passioni e i desideri delle plebi accarezzano, ed agognano alla distruzione non già del re, ma di tutta l’organizzazione governativa attuale» (511). Ed è in questa categoria che si possono giustificatamente iscrivere quei pensatori ed agitatori, che formarono le loro personalità politiche nell’Italia meridionale di fine secolo dell’Ottocento, e precisamente coloro che sorsero dalla comune matrice della cultura napoletana che era la scuola di Giovanni Bovio, e che furono chiamati sindacalisti rivoluzionari. Essi furono Arturo Labriola, Enrico Leone ed Ernesto Cesare Longobardi, tutti e tre ascoltatori di Bovio alle sue lezioni universitarie di filosofia del diritto; essi sono stati di recente studiati da Giovanni Cavallari in un suo attento ed importante volume, intitolato significativamente Classe dirigente e minoranze rivoluzionarie[3].
    Quello che emerge da questa indagine è per l’appunto l’influenza determinante esercitata dal pensiero di Mosca, che è considerato tipicamente conservatore, proprio sulle dottrine di quei rivoluzionari. Il terzo di essi, e cioè il Longobardi, rivendicò anzi apertamente l’eredità politica di Mazzini; com’egli scrisse nel suo libro su La conferma del marxismo, apparso nel 1921, bisognava rifarsi come modelli di pensiero e di azione rivoluzionaria a Mazzini e a Lenin, per delineare un modello politico rivoluzionario basato sul potere delle minoranze.
    Accanto alle due categorie di repubblicani, che abbiamo ricordate, Mosca ne indicava ancora una terza: quella «dei giovani colti ed istruiti, che sono suscettibilissimi di formarsi delle idee politiche giuste e mature, che formano parte integrante di quelle forze intellettuali e morali, sulle quali si può contare per uno scioglimento ordinario e pacifico di quella crisi sociale, che attualmente stiamo attraversando. (In essi c’è) la credenza che vi sia qualche cosa a compiere nell’opera di nostri padri, l’illusione che ciò consista nel fare la repubblica» (512). Con questi repubblicani Mosca si diceva disposto a discutere.
    E vi è stato chi ha accettato di fare quella discussione, e ha accolto le idee esposte nella teoria politica di Mosca, e le ha integrate in una visione politica saldamente repubblicana e democratica; anche se tale discussione si è svolta a distanza di molti anni e in forme indirette. Si trattò di Guido Dorso, lo studioso avellinese che nella solitudine imposta dal fascismo meditò l’utopia della Rivoluzione meridionale, il suo libro più noto, che è del 1925. L’ho chiamato utopia, ma nel senso positivo e stimolante, e non già negativo e irridente, che oggi viene attribuito a quel termine; e del resto esso conviene allo spirito di Dorso, che vent’anni dopo quel libro pubblicò il suo saggio intitolato Mazzini e la politica dell’irrealtà, apparso sulla rivista «Acropoli» di Adolfo Omodeo nel 1945. Dorso riprendeva il programma di Mazzini per la costituzione di uno Stato nuovo, uno Stato diverso da quello, che si era realizzato alla fine del moto risorgimentale; e chiamava a realizzare questo nuovo Stato, che era rimasto nel limbo della irrealtà politica, gli intellettuali del Mezzogiorno come classe dirigente: quegli stessi, a cui si erano rivolti prima Mazzini e poi Mosca[4].
    È noto infatti, che Dorso fu uno scrittore, che approfondì ed elaborò la concezione di Mosca della classe politica, distinguendola dalla «classe dirigente» e dalla «controclasse politica». La sua formulazione, come ha scritto Norberto Bobbio, «è la prima testimonianza della avvenuta acclimatazione della teoria della classe politica in campo democratico»[5]; giacché Dorso per regime democratico e liberale intende un regime caratterizzato non già dalla mancanza di una classe politica, ma da un certo modo di formazione e di avvicendamento di essa. Questa nuova concezione rappresenta il nucleo generatore della relazione al convegno sui problemi nel Mezzogiorno, che Dorso svolse a Bari nel dicembre 1944; essa fu altresì la semente di quella nuova visione politica, che dieci anni dopo, nel dicembre del 1954, troverà la sua compiuta espressione nella nuova rivista «Nord e Sud».

    (...)


    [1] E. RIPEPE, Le origini della teoria della classe politica, Giuffrè, Milano, 1971, p. 72.

    [2] Il 7 marzo 1883 si era costituito a Palermo il «Circolo repubblicano Guglielmo Oberdan»: v. S.F. ROMANO, La Sicilia nell’ultimo ventennio del secolo XIX, Industria Grafica Nazionale, Palermo, 1958, p. 193. Per un giudizio complessivo sulla politica dei repubblicani, v. il classico volume di G. SPADOLINI, I repubblicani dopo l’unità (1871-1980), IV ediz., Le Monnier, Firenze, 1980.

    [3] G. CAVALLARI, Classe dirigente e minoranze rivoluzionarie, Jovene, Napoli, 1983.

    [4] G. DORSO, Dittatura, classe politica e classe dirigente, vol. II delle Opere, a cura di C. Muscetta, Einaudi, Torino, 1949. Secondo A. BRIGANTI, Intellettuali e cultura fra Ottocento e Novecento, Liviana, Padova, 1972, anche Mosca aveva considerato gli intellettuali come «classe» (op. cit., pp. 22-24).

    [5] N. BOBBIO, Saggi sulla scienza politica in Italia, Laterza, Bari, 1969, p. 229.
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    Predefinito Re: Giuseppe Mazzini e Gaetano Mosca (1984)

    3. Nell’arco di tempo, che copre gli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e i primi decenni del ventesimo, fu dunque avviato un processo di sintesi fra il pensiero politico mazziniano e la dottrina politica moschiana nella coscienza civile meridionale, di cui furono sintomi annunciatori l’ultimo libro di Longobardi e il primo libro di Dorso. Ma, durante quello stesso periodo di tempo, Gaetano Mosca aveva vissuto una lenta, graduale, ma non perciò meno evidente, trasformazione politica, di cui si può cogliere un illuminante riflesso nelle pagine della Prefazione alla seconda edizione del suo libro Teorica dei governi e governo parlamentare, che è datata da Roma il 6 luglio 1924: a pochi giorni dal delitto Matteotti, quando la nuova classe politica indossa la camicia nera e il regime fascista si è rivelato come l’alternativa al regime parlamentare.
    Mosca, che nel frattempo è stato deputato e uomo di governo parlamentare, conformandosi a quel modello politico da lui così aspramente criticato nell’opera giovanile, ed è divenuto senatore del Regno nel 1919, e professore nell’Università di Roma dall’inizio di quell’anno 1924, ora avverte e scrive che si è «modificata la psicologia dello scrittore e modificata pure quella dell’ambiente, per il quale e nel quale l’opera era stata scritta» (193). Nel 1924 comincia anche a dettare quel corso di lezioni, che uscirà in volume nel 1933 col titolo di Storia delle dottrine politiche: libro destinato a divenire il breviario laico di tanti giovani studiosi della nuova disciplina da lui insegnata. Le pagine, che egli dedica a Giuseppe Mazzini nella sua Storia, sono ancora sottese da una tensione critica, ma prive ormai di ogni animosità polemica, anzi hanno un accenno di condiscendenza politica: «Si può legittimamente dubitare dell’esattezza delle sue affermazioni e delle sue previsioni, ma nello stesso tempo non si può negare che esse sono meno assurde di quelle di coloro che hanno fiducia nelle istituzioni comuniste o nell’anarchia reputandole mezzi sicuri per conseguire l’elevazione morale dell’umanità»[1].
    Questa è una maniera contorta di esprimere un giudizio; ma Gaetano Mosca, secondo l’abitudine di chi parla il dialetto siciliano, parlava a denti stretti, come ricorda un suo antico allievo, Alessandro Passerin d’Entrèves[2], ed anche questa sua ammissione dei meriti relativi di Mazzini è pronunciata a denti stretti. Ma in quelle stesse pagine vi è il riconoscimento, già presente in un passaggio degli Elementi di scienza politica (744), che il «grande apostolo», com’egli lo definisce, fu il fondatore di una nuova visione morale dell’uomo e della società; e che la caratteristica della dottrina politica mazziniana è proprio questa: di unire l’uomo, come persona umana, alla società politica in cui vive con un vincolo di impegno morale, che corrisponde precisamente al suo senso del dovere politico.
    Suona perciò di un accento tipicamente mazziniano l’art.54 della Costituzione repubblicana, il quale dice: «Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica, e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e con onore». È dunque presente, anzi immanente, un principio di carattere morale della Costituzione, che impegna il singolo cittadino o il funzionario al rispetto di una legge di libertà e di giustizia; e questa non è una «formula politica», di quelle che possono giustificare il potere delle minoranze, ma è il principio stesso che tiene uniti fra loro tutti gli uomini partecipi di una società democratica. La Repubblica, come ha insegnato Mazzini, si fonda sui doveri non meno che sui diritti dell’uomo.
    Questo problema di un fondamento etico della società politica, che dà l’impronta alla fisionomia caratteristica della dottrina politica mazziniana, non è però stato trascurato dal Mosca. Ai due concetti basilari, quello della «formula politica» e quello della «classe politica», già enunciati nella sua opera giovanile, egli aggiunse un terzo nei suoi Elementi di scienza politica, di cui il primo volume venne pubblicato nel 1895, ma che trovarono compiutezza nella nuova edizione del 1922. Questo terzo concetto fondamentale, o principio decisivo, è quello della «difesa giuridica», cioè dell’insieme dei meccanismi sociali, che regolano la disciplina del senso morale, e che stabiliscono i rapporti fra governanti e governati, più o meno ispirati ai princìpi di moralità e di giustizia (673).
    Se la «formula politica», secondo la stessa indicazione fornita dal Mosca, può essere definita come un’utile menzogna o illusione, la «difesa giuridica» invece, che risulta da un equilibrio raggiunto fra diritti e doveri dell’una e dell’altra parte, deve corrispondere alla realtà dei fatti; altrimenti, avverte Mosca, la sua corruzione segna la fine della stessa società che essa dovrebbe tutelare. Il «moralismo politico», per cui Mazzini è stato posto spesso in stato d’accusa come un pensatore astratto e un politico inattuale, trova dunque una sua giustificazione e funzione anche nel sistema di scienza politica di Mosca, considerato il realista per eccellenza, il moderno Machiavelli in contrapposizione a quel Savonarola laico, quale è ritenuto Giuseppe Mazzini. Ma in verità, il Mazzini rappresentò un tipo nuovo di italiano, che non si può ricondurre a modelli precedenti di stampo medievale o rinascimentale, giacché egli fu il creatore di una morale laica, che non si innalza sopra la politica, perché in essa vive e si trasfonde. E fu questa la novità di Mazzini, sia nei confronti di Savonarola sia nei confronti di Machiavelli: stabilire un rapporto fra i due termini, in cui nessuno sottomette l’altro, in cui la morale sostiene la politica ed è sostenuta da essa, perché congiunte.

    (...)


    [1] G. MOSCA, Storia delle dottrine politiche, VIII ediz., Laterza, Bari, 1962, p. 241.

    [2] A. P. d’ENTRÈVES, Gaetano Mosca e la libertà, in Obbedienza e resistenza in una società democratica, Comunità, Milano, 1970, p. 145.
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    Predefinito Re: Giuseppe Mazzini e Gaetano Mosca (1984)

    4. Abbiamo rilevato gli episodi salienti del confronto culturale stabilitosi fra la dottrina politica di Mazzini e la scienza politica di Mosca. Se ora guardiamo agli anni a noi più vicini, quelli del secondo dopoguerra, possiamo constatare che nella cultura meridionale si è operata una osmosi intellettuale fra le due, che ha dato luogo ad un movimento di pensiero politico caratterizzato dalla continuità, dalla coerenza, dalla fecondità per tutto l’arco di un trentennio. Mi riferisco alla rivista «Nord e Sud», fondata da Francesco Compagna nel 1954, e durata fino al 1982 sotto la sua direzione (in cui fu coadiuvato per alcuni anni da Giuseppe Galasso). Rivista di cultura politica, rivolta ad una cerchia ristretta ma qualificata di lettori, animata da una grande passione ed energia morale, illuminata da una limpida luce di chiarezza mentale, «Nord e Sud» ha tenuto ferme, dal principio dalla fine, le posizioni del pensiero repubblicano ad opera di una minoranza di studiosi e di scrittori, formatasi alla scuola politica di Ugo La Malfa. L’assimilazione del metodo di analisi moschiano alle esigenze di conservazione e di promozione dell’eredità mazziniana traspare dal linguaggio politico moderno, smaliziato nel suo realismo ma carico di tensione interiore, che caratterizzò gli editoriali di Francesco Compagna. Quella fu d’altronde l’atmosfera culturale comune a tutti i collaboratori della rivista; la quale ha dunque rappresentato, in forma emblematica, la filosofia politica della liberaldemocrazia italiana nella sua forma più avanzata, capace di conciliare dialetticamente in se stessa concezioni di diversa origine, e di esprimere una sua sintesi originale ed aperta alle nuove esperienze. Questa lezione, anche se oggi si è conclusa dopo la scomparsa del suo professore (intesa questa parola nel senso di chi professa una fede), è una lezione che non va trascurata né dimenticata, perché con essa il Mezzogiorno ha colloquiato con l’Europa, come al tempo di Genovesi e di Filangieri.
    La concezione politica a cui ci siamo riferiti rappresenta la sintesi fra la concezione democratica, alla quale il massimo splendore fu conferito da Giuseppe Mazzini, e la scienza politica nella sua formulazione più avanzata, quella di Gaetano Mosca. Essa è divenuta il tema dominante della cultura politologica dell’Occidente ai nostri giorni[1], e perciò i nomi di quei due pensatori possono essere ricordati insieme, per quello che essi hanno rappresentato e rappresentano ancora nella cultura italiana di valore universale.

    Vittorio Frosini



    [1] G. PARRY, Political Elites, 2a ed., London 1970; La dottrina della classe politica di G. Mosca e i suoi sviluppi internazionali, Società Editrice di Storia Patria, Palermo, 1982.
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