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Discussione: È morto Giampaolo Pansa

  1. #491
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    Citazione Originariamente Scritto da THE MATRIX Visualizza Messaggio
    Nelle grandi città hanno arruolato perfino i portieri dei condomini per spiare la gente.

    Sapete che per farlo nel 1926 si inventarono un apposito registro al quale dovevano essere iscritti i portieri dei condomini. Una iscrizione che doveva essere rinnovata annualmente.
    Per fortuna che i nazisovranari non ti fanno notare che il TULPS del 1931 (che racchiude anche la normativa che citi e che era in vigore fino al 2000, ovvero l'obbligo per i portieri di essere iscritti ad un apposito albo) è ancora vigente, sennò sai che figura di merda che facevamo?
    Come dice il mio amico Dav: Sono con il Pd ed ero con il Pd. E nel Pd si può stare in maggioranza ed in minoranza a prescindere dai leader. Adesso io sono in minoranza.
    Ma il Pd è sempre il Pd.
    I AM PD

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  2. #492
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    Citazione Originariamente Scritto da THE MATRIX Visualizza Messaggio
    Vi ricordate l'elenco della raggi? E quello di Di Maio con scritto Fatto e il fleg? Ecco, uguale. Stesso identico livello.
    E stesso livello in quanto a gente che lo apprezza: i ridicoli. E gli ignoranti. Ma ci si rende conto quanti volumi ci vorrebbero se oggi si riportassero perfino le conferenze dei governi democratici?
    Certo non con Salvini, con lui oltre al papete bisgona scrivere twitter e facebook. E basta.
    Esattamente e oltre a Di Maio e la Raggi io metterei anche Tony Nulla e pure il maleodiato Salvini.
    Devono capire che siamo intellettualmente superiori.
    Come dice il mio amico Dav: Sono con il Pd ed ero con il Pd. E nel Pd si può stare in maggioranza ed in minoranza a prescindere dai leader. Adesso io sono in minoranza.
    Ma il Pd è sempre il Pd.
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  3. #493
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    di Tomaso Montanari


    La santificazione a testate unificate di Giampaolo Pansa lascia sconcertati.

    È naturalmente comprensibile il lutto degli amici e degli ammiratori, così come è lodevole la gratitudine dei più giovani giornalisti che ripensano ai loro debiti verso quello che fu, fino a un punto preciso della sua vita, un maestro del nostro italianissimo giornalismo. Ma il silenzio sulla scelta revisionista di Pansa (una scelta che assorbe, portandolo di male in peggio, quasi gli ultimi vent’anni della sua vita), o peggio i tentativi di liquidarla con accenni a un suo gusto per le questioni «controverse», al suo essere «bastian contrario» o «sempre contro», sono invece inaccettabili. E nemmeno il combinato disposto dell’intollerabile ipocrisia italica e borghese del «de mortuis nihil nisi bonum» e del corporativismo giornalistico possono giustificare questa corale opera di depistaggio.

    È esattamente questa coltre di silenzio che obbliga a prendere la parola proprio ora, a caldo: perché ci sia almeno qualche voce che contraddica la canonizzazione, e instilli dubbi proprio nel momento in cui il nuovo santo viene innalzato sugli altari, a riflettori ancora accesi.

    E il punto non è solo che Pansa è stato uno dei più efficaci autori dell’equiparazione sostanziale fascismo-antifascismo, cioè uno dei responsabili culturali della deriva che conduce allo sdoganamento dello schieramento che va da Fratelli d’Italia alla Lega di Salvini, passando per Casa Pound. Già, perché con Pansa, «la pubblicistica fascista sulla “guerra civile” italiana e la sterminata memorialistica dei reduci di Salò, che per un cinquantennio non erano riusciti a incrociare la strada del grande pubblico per la loro inconsistenza storiografica, hanno trovato un megafono di successo, uno sbocco nella grande editoria e nel grande schermo» (http://storieinmovimento.org/wp-cont...aAlLavoro2.pdf). E i fascisti ringraziarono, come fece per esempio il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, parlando in tv nel 2008: «in generale l’Italia sta cambiando e sta iniziando a valutare quel periodo in modo più sereno. C’è stato un Pansa di mezzo in questi due anni. C’è stato un sano “revisionismo storico”».

    Basterebbe questo a renderne la memoria esecrabile: almeno per chi crede davvero nei valori della nostra Costituzione. Ma se almeno la qualità giornalistica del lavoro di Pansa fosse indiscutibile, potrei faticosamente arrivare a comprendere (mai ad accettare, né tantomeno ad approvare) la celebrazione corporativa della grande firma. È quello che avvenne per la Fallaci: e se trovo mostruoso che le si dedichino vie o strade, perché oggi sarebbe condannata per istigazione all’odio razziale, posso capire che le si riconoscano qualità di scrittura e di inchiesta (che personalmente, tuttavia, giudico al contrario assai modeste).
    Ma i peana per il giornalismo di Pansa rivelano in chi li eleva una ben curiosa idea di giornalismo. Il punto, infatti, è che i libri di Pansa dal 2003 (l’anno in cui esce il Sangue dei vinti) consistono in una continua, abile, suggestiva manipolazione dei fatti che mira a costruire, nella percezione del pubblico, un sostanziale falso storico. Pansa era stato uno storico: si era laureato in storia con uno dei migliori storici della Resistenza, e aveva praticato egli stesso la ricerca storica con ottimi risultati. Ma quando decise di ribaltare il tavolo e sostenere le tesi opposte a quelle in cui aveva sempre creduto – quando, cioè, decide di costruire l’apologia di chi uccise e morì per la Repubblica di Salò – non adottò il metodo storico, ma scrisse una serie di testi narrativi in cui la memorialistica e il romanzo sfumano l’una nell’altro. Una affabulazione senza nessun apparato di documenti e di note: e dunque inverificabile per il lettore.

    Sono testi, i suoi, che non hanno nulla a che fare con la storiografia: ma nemmeno col giornalismo, per quanto estesa possa essere l’idea di quest’ultimo. Perché sono testi in cui è inutile chiedersi se le cose narrate siano vere o meno: ed è inutile perché è impossibile rispondere. Ciò nonostante, moltissimi storici professionisti (a partire da Giovanni De Luna) hanno chiarito in molte occasioni (si leggano per esempio questo e questo) come si tratti di testi privi di qualunque valore cognitivo, irti di coscienti omissioni, falsificazioni, disonestà intellettuali di ogni tipo. Carta straccia che racconta una storia falsa: fiction ideologica, dalla parte dei fascisti.

    Nonostante questo – e con un metodo ben calcolato – l’abilissimo Pansa e un’ampia corte di giornalisti (quelli fascisti, quelli di destra, quelli che semplicemente non leggevano nulla e quelli troppo ignoranti per porsi il problema) a ogni uscita di libro hanno trasformato la percezione di quei romanzi nel racconto di una nuova storiografia di riscoperta, di revisione, di rovesciamento della verità stabilità dai vincitori antifascisti. Cosicché, nel discorso pubblico, Pansa oggi non è (come dovrebbe) l’autore di romanzetti curiosamente filofascisti, ma è il giornalista antifascista che ha svelato – dimostrando la coraggiosa capacità di andar contro ‘la sua parte’ – il lato oscuro della Resistenza. Una clamorosa distorsione della verità: una lunghissima, perversa ambiguità che non solo ha eroso, di libro in libro, il consenso alla Repubblica antifascista, ma che contestualmente ha mandato in vacca ogni idea di giornalismo, ledendo programmaticamente il primo essenziale patto che lega chi scrive e chi legge, perché «la prima cosa che chiediamo a uno scrittore è che non dica bugie» (George Orwell).

    Una risposta efficace era quella di Giorgio Bocca, un giornalista che aveva eguale udienza presso i media, e che definiva Pansa, semplicemente, «un falsario».

    Invece, contro questa mistificazione gli storici veri hanno avuto più difficoltà a rispondere: perché come disse (con straordinario cinismo) lo stesso Pansa allo storico Angelo D’Orsi, che lo rimproverava di non mettere nessuna nota nei suoi libri: «Tu vendi 2.000 copie e io 400.000… vuoi anche le note?». La stessa situazione, a me ben nota, in cui si trova lo storico dell’arte che voglia smontare le bufale di Dan Brown su Leonardo, o anche solo l’ennesima attribuzione farlocca a Caravaggio sparata in prima pagina dal redattore orbo di turno.

    Come si possa salutare oggi, dando fiato senza risparmio a tutte le trombe della retorica, un ‘maestro di giornalismo’ è veramente un mistero doloroso del rosario di fake news, falsi storici, manipolazioni o semplici sciocchezze che si snocciola ogni santo giorno sui media italiani. Per fortuna, in queste ore non sono mancate lucide voci contro: per esempio quelle del collettivo Nicoletta Bourbaki, rilanciate dai Wu Ming, o quella di Luca Casarotti su Jacobin Italia. Ma sulla carta stampata non si è trovato davvero nessun antidoto (salvo un timido cenno sul Manifesto): e non per caso anche queste righe non appaiono su un giornale, ma su un sito felicemente eretico.

    La triste morale è che è inutile, ipocrita, e in ultima analisi intollerabile, inondarci di retorica sull’insegnamento della storia nelle scuole e difendere sdegnati la libertà di stampa e i giornali indipendenti, se poi è la nostra idea di giornalismo (e dunque di democrazia) a esser così gracile, ipocrita, superficiale.

    (15 gennaio 2020)

    Pansa, la sconcertante santificazione di un falsario - micromega-online - micromega
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    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  4. #494
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    se l'europa non cambia sistema conviene andarsene...altrimenti ci ridurrà come e peggio della grecia.

  5. #495
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio
    di Tomaso Montanari


    La santificazione a testate unificate di Giampaolo Pansa lascia sconcertati.

    È naturalmente comprensibile il lutto degli amici e degli ammiratori, così come è lodevole la gratitudine dei più giovani giornalisti che ripensano ai loro debiti verso quello che fu, fino a un punto preciso della sua vita, un maestro del nostro italianissimo giornalismo. Ma il silenzio sulla scelta revisionista di Pansa (una scelta che assorbe, portandolo di male in peggio, quasi gli ultimi vent’anni della sua vita), o peggio i tentativi di liquidarla con accenni a un suo gusto per le questioni «controverse», al suo essere «bastian contrario» o «sempre contro», sono invece inaccettabili. E nemmeno il combinato disposto dell’intollerabile ipocrisia italica e borghese del «de mortuis nihil nisi bonum» e del corporativismo giornalistico possono giustificare questa corale opera di depistaggio.

    È esattamente questa coltre di silenzio che obbliga a prendere la parola proprio ora, a caldo: perché ci sia almeno qualche voce che contraddica la canonizzazione, e instilli dubbi proprio nel momento in cui il nuovo santo viene innalzato sugli altari, a riflettori ancora accesi.

    E il punto non è solo che Pansa è stato uno dei più efficaci autori dell’equiparazione sostanziale fascismo-antifascismo, cioè uno dei responsabili culturali della deriva che conduce allo sdoganamento dello schieramento che va da Fratelli d’Italia alla Lega di Salvini, passando per Casa Pound. Già, perché con Pansa, «la pubblicistica fascista sulla “guerra civile” italiana e la sterminata memorialistica dei reduci di Salò, che per un cinquantennio non erano riusciti a incrociare la strada del grande pubblico per la loro inconsistenza storiografica, hanno trovato un megafono di successo, uno sbocco nella grande editoria e nel grande schermo» (http://storieinmovimento.org/wp-cont...aAlLavoro2.pdf). E i fascisti ringraziarono, come fece per esempio il leader di Forza Nuova Roberto Fiore, parlando in tv nel 2008: «in generale l’Italia sta cambiando e sta iniziando a valutare quel periodo in modo più sereno. C’è stato un Pansa di mezzo in questi due anni. C’è stato un sano “revisionismo storico”».

    Basterebbe questo a renderne la memoria esecrabile: almeno per chi crede davvero nei valori della nostra Costituzione. Ma se almeno la qualità giornalistica del lavoro di Pansa fosse indiscutibile, potrei faticosamente arrivare a comprendere (mai ad accettare, né tantomeno ad approvare) la celebrazione corporativa della grande firma. È quello che avvenne per la Fallaci: e se trovo mostruoso che le si dedichino vie o strade, perché oggi sarebbe condannata per istigazione all’odio razziale, posso capire che le si riconoscano qualità di scrittura e di inchiesta (che personalmente, tuttavia, giudico al contrario assai modeste).
    Ma i peana per il giornalismo di Pansa rivelano in chi li eleva una ben curiosa idea di giornalismo. Il punto, infatti, è che i libri di Pansa dal 2003 (l’anno in cui esce il Sangue dei vinti) consistono in una continua, abile, suggestiva manipolazione dei fatti che mira a costruire, nella percezione del pubblico, un sostanziale falso storico. Pansa era stato uno storico: si era laureato in storia con uno dei migliori storici della Resistenza, e aveva praticato egli stesso la ricerca storica con ottimi risultati. Ma quando decise di ribaltare il tavolo e sostenere le tesi opposte a quelle in cui aveva sempre creduto – quando, cioè, decide di costruire l’apologia di chi uccise e morì per la Repubblica di Salò – non adottò il metodo storico, ma scrisse una serie di testi narrativi in cui la memorialistica e il romanzo sfumano l’una nell’altro. Una affabulazione senza nessun apparato di documenti e di note: e dunque inverificabile per il lettore.

    Sono testi, i suoi, che non hanno nulla a che fare con la storiografia: ma nemmeno col giornalismo, per quanto estesa possa essere l’idea di quest’ultimo. Perché sono testi in cui è inutile chiedersi se le cose narrate siano vere o meno: ed è inutile perché è impossibile rispondere. Ciò nonostante, moltissimi storici professionisti (a partire da Giovanni De Luna) hanno chiarito in molte occasioni (si leggano per esempio questo e questo) come si tratti di testi privi di qualunque valore cognitivo, irti di coscienti omissioni, falsificazioni, disonestà intellettuali di ogni tipo. Carta straccia che racconta una storia falsa: fiction ideologica, dalla parte dei fascisti.

    Nonostante questo – e con un metodo ben calcolato – l’abilissimo Pansa e un’ampia corte di giornalisti (quelli fascisti, quelli di destra, quelli che semplicemente non leggevano nulla e quelli troppo ignoranti per porsi il problema) a ogni uscita di libro hanno trasformato la percezione di quei romanzi nel racconto di una nuova storiografia di riscoperta, di revisione, di rovesciamento della verità stabilità dai vincitori antifascisti. Cosicché, nel discorso pubblico, Pansa oggi non è (come dovrebbe) l’autore di romanzetti curiosamente filofascisti, ma è il giornalista antifascista che ha svelato – dimostrando la coraggiosa capacità di andar contro ‘la sua parte’ – il lato oscuro della Resistenza. Una clamorosa distorsione della verità: una lunghissima, perversa ambiguità che non solo ha eroso, di libro in libro, il consenso alla Repubblica antifascista, ma che contestualmente ha mandato in vacca ogni idea di giornalismo, ledendo programmaticamente il primo essenziale patto che lega chi scrive e chi legge, perché «la prima cosa che chiediamo a uno scrittore è che non dica bugie» (George Orwell).

    Una risposta efficace era quella di Giorgio Bocca, un giornalista che aveva eguale udienza presso i media, e che definiva Pansa, semplicemente, «un falsario».

    Invece, contro questa mistificazione gli storici veri hanno avuto più difficoltà a rispondere: perché come disse (con straordinario cinismo) lo stesso Pansa allo storico Angelo D’Orsi, che lo rimproverava di non mettere nessuna nota nei suoi libri: «Tu vendi 2.000 copie e io 400.000… vuoi anche le note?». La stessa situazione, a me ben nota, in cui si trova lo storico dell’arte che voglia smontare le bufale di Dan Brown su Leonardo, o anche solo l’ennesima attribuzione farlocca a Caravaggio sparata in prima pagina dal redattore orbo di turno.

    Come si possa salutare oggi, dando fiato senza risparmio a tutte le trombe della retorica, un ‘maestro di giornalismo’ è veramente un mistero doloroso del rosario di fake news, falsi storici, manipolazioni o semplici sciocchezze che si snocciola ogni santo giorno sui media italiani. Per fortuna, in queste ore non sono mancate lucide voci contro: per esempio quelle del collettivo Nicoletta Bourbaki, rilanciate dai Wu Ming, o quella di Luca Casarotti su Jacobin Italia. Ma sulla carta stampata non si è trovato davvero nessun antidoto (salvo un timido cenno sul Manifesto): e non per caso anche queste righe non appaiono su un giornale, ma su un sito felicemente eretico.

    La triste morale è che è inutile, ipocrita, e in ultima analisi intollerabile, inondarci di retorica sull’insegnamento della storia nelle scuole e difendere sdegnati la libertà di stampa e i giornali indipendenti, se poi è la nostra idea di giornalismo (e dunque di democrazia) a esser così gracile, ipocrita, superficiale.

    (15 gennaio 2020)

    Pansa, la sconcertante santificazione di un falsario - micromega-online - micromega
    Montanari faccia lo storico dell'arte.
    In quel campo forse sa quel che dice.
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    CETERUM CENSEO KARLPOPPER BANNANDUM EST

    Possono tenersi il loro paradiso.
    Quando morirò, andrò nella Terra di Mezzo.

  6. #496
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    Citazione Originariamente Scritto da occidentale Visualizza Messaggio
    Montanari faccia lo storico dell'arte.
    In quel campo forse sa quel che dice.
    il commendator Montanari aveva buttato palate di merda addosso anche a Oriana Fallaci... è il tipico accoglione di sinistra... progressista... comunistoide da tartina al caviale... un fautore del "pensiero unico"... per ragioni anagrafiche non ha potuto, ma sarebbe stato di gran buon grado fra la nutrita schiera degli intellettualoidi di sinistra che hanno attaccato Renzo De Felice per aver scritto la storia del fascismo in maniera differente da quella imposta dalla vulgata post-resistenziale... insomma... il tipico radical chic da salotto buono, con la maglietta del Che nel cassetto e il conto in banca bello gonfio.
    'nammerda
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    "....Tutte le decadenze, tutte le epoche putride, abbondano di ebrei, critici ed omosessuali..."
    (Louis Ferdinand Céline - "Bagatelle per un massacro" - ed. Guanda, pag. 91)

  7. #497
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    Citazione Originariamente Scritto da FrancoAntonio Visualizza Messaggio
    Chi e Preiti? Forse Previti?
    Quel tizio che sparò nei pressi di Palazzo Chigi o Montecitorio, non ricordo bene, il giorno dell'insediamento del governo Letta, nel 2013.

    The Matrix andò avanti a parlare di questo tizio per mesi e mesi, in ogni singolo post, usandolo per combattere quelli che secondo lei facevano "antipolitica".
    Ti puoi immaginare lo stile...

  8. #498
    duca di rivoli
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    Montanari dovrebbe occuparsi di cose che riguardano il suo campo di lavoro.
    invece negli ultimi anni si occupa sempre di altro, come se si fosse stufato del barocco romano, di cui ho apprezzato moltissimo la serie di documentari sul Bernini (roba di prima qualità) trasmessa su rai5.

    non che abbia sempre torto, ma perché?

  9. #499
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    Citazione Originariamente Scritto da massena Visualizza Messaggio
    Montanari dovrebbe occuparsi di cose che riguardano il suo campo di lavoro.
    invece negli ultimi anni si occupa sempre di altro, come se si fosse stufato del barocco romano, di cui ho apprezzato moltissimo la serie di documentari sul Bernini (roba di prima qualità) trasmessa su rai5.

    non che abbia sempre torto, ma perché?
    si è votato anima e corpo alla causa antisalvinista\antifascista\antisovranista ... da quando ha scritto la prefazione al libro di Antonello Caporale su Matteo Salvini, gli è partita la brocca e adesso si sente un vero intellettuale antifascista a tutto tondo, quindi strenuo difensore del fanciullesco dogma postresistenziale "partigiani buoni e fascisti cattivi", anzi cattivissimi.... di più... "porchi".
    Ada De Santis likes this.
    "....Tutte le decadenze, tutte le epoche putride, abbondano di ebrei, critici ed omosessuali..."
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  10. #500
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    Predefinito Re: È morto Giampaolo Pansa

    «Renzo De Felice ha il merito di aver avviato una storia di Mussolini e del fascismo sul piano del rigore, della serietà, dell’obbiettività documentata. È il pregio del suo lavoro, e va apprezzato che, avendo cominciato la sua fatica ancora vicino agli eventi, l’abbia condotta non con animo ‘perturbato e commosso’, ma sforzandosi sempre di procedere con ‘mente pura’. Questo però non significa che gli assassini in camicia nera abbiano cessato di essere assassini, come i loro mandanti, organizzatori e finanziatori. Nel 1922 la casa editrice Avanti! pubblicava la seconda edizione di un volume documentario di 500 fitte pagine di elenchi di morti ammazzati, uomini e donne, di feriti, di bastonati, di purgati con olio di ricino, di locali devastati, incendiati, distrutti. Ne ho sfogliato l’esemplare che possiedo. Gli ‘eroi’ di quelle imprese, gli squadristi, presumibilmente sono morti, o lo saranno presto. E i morti – è stato detto assai bene – sono, appunto, ‘al di là’. Ma gli assassini e i loro mandanti restano assassini, e il fascismo resta fascismo: un tentativo riuscito di sopprimere la democrazia in Italia, nato e cresciuto in Italia anche se poi diffuso in Europa, ma fenomeno italiano, ‘prodotto della nostra storia, ci piaccia o meno’, come nel ’65, cominciando, ripeteva De Felice. Capirne le radici, seguirne gli sviluppi, ricordarne le infamie, tutte, fino alle ultime, fino al razzismo, fino agli ebrei mandati al massacro, fino alle prodezze della banda Carità, fa parte dei doveri dello storico, che, come insegna l’ebreo Spinoza, ‘non piange, non ride, ma capisce’, o almeno cerca di capire. […] Di fronte alla dittatura fascista, alle leggi infami che impose, alle vittime innocenti che fece, ogni uomo onesto, di destra o di sinistra che sia, non può che condannare, senza appello, per sempre. […] È dovere dell’uomo ragionevole, sia di destra che si sinistra, rifiutare in partenza la falsificazione sistematica della storia (oggi di moda), distinguendo fra scienza (o cultura) e mediocre propaganda politica».

    Eugenio Garin (Rieti, 1909 – Firenze, 2004) – “Intervista sull’intellettuale”, a cura di Mario Ajello, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 112-113.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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