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Discussione: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

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    Predefinito Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    https://it.wikipedia.org/wiki/Siddharta_(romanzo)



    Con altri monaci s’indugiava, un giorno, Govinda […] Aveva sentito parlare di un barcaiolo che abitava presso il fiume, a una giornata di cammino, e che da molti era ritenuto un saggio. Quando Govinda riprese il suo cammino, scelse la via che portava al traghetto, curioso di vedere questo barcaiolo. Poichè […] nonostante la sua età, pure non era spenta nel suo cuore l’irrequietezza e l’ansia della ricerca.

    Venne dunque al fiume e pregò il vecchio che lo traghettasse e, quando furono sulla barca, gli disse: […] “Non sei anche tu, o barcaiolo, uno che cerca la retta via?”

    Parlò Siddharta ed i suoi occhi erano tutto un sorriso: “Come… tu ti dici uno che cerca, o venerabile, eppure sei già avanti negli anni e porti l’abito dei monaci di Gotama?”

    “Sono vecchio sì, rispose Govinda, ma di cercare non ho mai tralasciato. E mai cesserò di cercare, questo mi sembra il mio destino. Ma tu pure hai cercato, così mi pare. Vuoi dirmi una parola, o degnissimo?”

    Disse Siddharta: “Che dovrei mai dirti, io, o venerabile? Forse questo… che tu cerchi troppo? Che tu non pervieni a trovare per il troppo cercare?”

    “Come, dunque?” chiese Govinda.

    “Quando qualcuno cerca, rispose Siddharta, allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, all’infuori di quella che cerca e che non gli riesca di trovare nulla, in sè, perchè pensa sempre, unicamente, a ciò che cerca, perchè ha uno scopo, perchè è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Tu, venerabile, sei forse di fatto uno che cerca, poichè perseguendo il tuo scopo, non vedi tante cose che ti stanno davanti agli occhi”. […]

    […] Govinda passò la notte nella capanna e dormì sul giaciglio ch’era stato, un tempo, il giaciglio di Vasudeva.

    […] Il mattino seguente, quando per lui fu ora di riprendere il cammino, Govinda disse, non senza esitazione, queste parole: “Prima che io continui il mio pellegrinaggio, Siddharta, permettimi ancora una domanda. Hai una dottrina? Hai una fede o una scienza che tu segua, che ti aiuti a vivere e a ben fare?”

    Rispose Siddharta: “ Tu sai, amico, che già da giovane, allora, quando vivevamo tra gli asceti del bosco, io ero pervenuto a diffidare delle dottrine e dei maestri e ad allontanarmi da loro. Sono rimasto allo stesso punto. Tuttavia ho avuto, dopo allora, tanti maestri. Una bella cortigiana è stata per lungo tempo mia maestra e un ricco mercante fu mio maestro, nonché alcuni giocatori d’azzardo. […] Ma soprattutto ho imparato qui, da questo fiume e dal mio predecessore, il barcaiolo Vasudeva. Era un uomo semplice, Vasudeva, non era un filosofo: ma sapeva ciò che occorre sapere, tanto bene quanto Gotama, era un perfetto, un santo”.

    Disse Govinda: […] “Ma non hai tu stesso trovato, se non una dottrina, almeno alcuni pensieri, alcuni principi fondamentali che ti sono propri e che ti aiutano a vivere? Se tu mi volessi dire qualcosa di ciò, riempiresti di gioia il mio cuore”.





    Rispose Siddharta: “Ho avuto pensieri, sì e princìpi, eccome! […] Vedi, Govinda, questo è uno dei miei pensieri, di quelli che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto cerca di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. […] La scienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, si può viverla, si può farsene portare, si possono fare miracoli con essa, ma dirla e insegnarla non si può. […] D’ogni verità anche il contrario è vero! In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità. Quando il Sublime Gotama, nel suo insegnamento, parlava del mondo, era costretto a dividerlo in samsara e nirvana, in illusione e verità, sofferenza e liberazione. Non si può fare diversamente, non c’è altra via per chi vuole insegnare. Ma il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi e in noi, non è unilaterale. Mai un uomo, o un atto è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore. Sembra così, perché noi siamo soggetti all’illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda; questo io l’ho appreso ripetutamente, in più di un’occasione. E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l’eternità, tra il male e il bene, è un’illusione”.

    “Ma come?” chiese Govinda ansiosamente.

    “Ascolta, caro, ascolta bene! Il peccatore che io sono e che tu sei è peccatore, sì, ma un giorno sarà di nuovo Brahma, un giorno raggiungerà il nirvana, sarà Buddha. E ora vedi: questo “un giorno” è illusione, è soltanto un modo di dire! Il peccatore non è in cammino per diventare Buddha, non è coinvolto in un processo di svilppo, sebbene il nostro pensiero non sappia rappresentarsi le cose diversamente. No, nel peccatore è, già ora, oggi stesso, il futuro Buddha, il suo avvenire è già tutto presente, tu devi venerare in lui, in te, in ognuno il Buddha potenziale, il Buddha in divenire, il Buddha nascosto. Il mondo, caro Govinda, non è imperfetto o impegnato in una lunga via verso la perfezione: no, è perfetto in ogni istante, ogni peccato porta già in sé la sua grazia, tutti i bambini portano già in sé la vecchiaia, tutti i lattanti la morte, tutti i morenti la vita eterna. Non è concesso all’uomo di scorgere a che punto sia il suo simile, nella propria strada: in briganti e in giocatori d’azzardo si cela il Buddha, nel Brahmino può celarsi il brigante. La meditazione profonda consente la possibilità di abolire il tempo, di vedere in contemporaneità tutto ciò che è stato, ciò che è e che sarà… e allora tutto è bene, tutto è perfetto, tutto è Brahma. Per questo a me par buono tutto ciò che esiste, la vita come la morte, il peccato come la santità, l’intelligenza come la stoltezza, tutto deve essere così, tutto richiede solamente il mio accordo, la mia buona volontà, la mia amorosa comprensione… e così per me tutto è bene, nulla mi può fare male. Ho appreso, nell’anima e nel corpo, che avevo molto bisogno del peccato, avevo bisogno della voluttà, dell’ambizione, della vanità e avevo bisogno della più ignominiosa disperazione, per imparare la rinuncia a resistere, per imparare ad amare il mondo, per smettere di confrontarlo con un certo mondo immaginario, desiderato da me, con una specie di perfezione da me escogitata, per poi lasciarlo, invece, così com’è e amarlo ed appartenergli con gioia. […]



    […] Questa, disse giocherellando, è una pietra e, forse, entro un determinato tempo, sarà terra, e da terra diventerà pianta, o bestia, o uomo. Bene, un tempo io avrei detto: Questa pietra è soltanto una pietra, non vale niente, appartiene al mondo di Maja […] Ma oggi invece penso: questa pietra è pietra, ed è anche animale, è anche Dio, è anche Buddha, io l’amo e l’onoro, non perché un giorno o l’altro possa diventare questo o quello, ma perché essa è, ed è sempre stata, tutto”. […]

    “Perché mi hai detto quella faccenda della pietra?” chiese, dopo una pausa, esitando, Govinda.

    […] “Posso amare una pietra, Govinda, e anche un albero o un pezzo di corteccia. Queste sono cose e le cose si possono amare. Ma le parole non le posso amare. Ecco perché le dottrine non contano nulla per me: non sono ne’ molli ne’ dure, non hanno colore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, non hanno null’altro che parole. Forse è questo che impedisce di trovare la pace: le troppe parole. Poiché anche liberazione e virtù, samsara e nirvana sono mere parole, Govinda. Non c’è nessuna cosa che sia il nirvana, esiste solo la parola nirvana”.

    Disse Govinda: “ Non è una sola parola è il nirvana, amico. E’ un pensiero”.

    Siddharta continuò: “Un pensiero, sia pure. Devo confessarti, mio caro, che non faccio una gran distinzione tra pensieri e parole. Per dirtela schietta, non tengo i pensieri in gran conto. Apprezzo di più le cose. Qui a questo traghetto, per esempio, ci fu, mio predecessore e maestro, un uomo, un santo uomo, che per tanti anni credette semplicemente nel fiume e in nient’altro. Egli aveva notato che la voce del fiume gli parlava e da quella imparava, essa lo educava e lo istruiva, il fiume gli pareva un dio e per tanti anni non seppe che ogni brezza, ogni nuvola, ogni uccello, ogni insetto è altrettanto divino e può essere altrettanto saggio e istruttivo quanto il venerato fiume. Ma quando questo santo se ne andò nella foresta, allora sapeva già tutto, sapeva più di te e di me, senza maestro, senza libri, solo perché aveva avuto fede nel fiume”.

    Govinda disse: “Ma ciò che tu chiami cose è forse qualcosa di reale, di essenziale? Non è soltanto illusione di Maja, soltanto immagine ed apparenza? La tua pietra, il tuo albero, il tuo fiume, sono forse realtà?”

    “Anche questo, disse Siddharta, non mi preoccupa molto. Siano o non siano le cose soltanto apparenza, allora sono apparenza anch’io e quindi esse sono sempre miei simili. Questo è ciò che me le rende così care e rispettabili: sono miei simili. Per questo posso amarle. Ed eccoti ora una dottrina della quale riderai: l’amore, Govinda, mi sembra, di tutte le cose, la principale. Penetrare il mondo, spiegarlo, disprezzarlo, può essere l’opera dei grandi filosofi. Ma a me importa solo di poter amare il mondo, non disprezzarlo, non odiare il mondo e me; a me importa solo di poter considerare il mondo e me e tutti gli esseri con amore, ammirazione e rispetto”. […]

    Tacquero a lungo i due vecchi.

    […] Disse Govinda: “Siddharta, tutti e due siamo diventati vecchi. Difficilmente ci rivedremo ancora in questa forma umana. Vedo, amico, che tu hai trovato la pace. Io riconosco di non averla trovata. Dimmi ancora una parola, o degnissimo amico, dammi qualcosa che io possa afferrare, che io possa comprendere! Dammi qualcosa che mi accompagni nel mio cammino: Spesso è gravoso il mio cammino, è spesso oscuro, Siddharta”.

    Siddharta taceva e lo guardava con quel suo sorriso tranquillo, sempre uguale. Govinda lo guardava fisso in volto, con ansia, con desiderio. La sofferenza d’un eterno cercare era scritta nel suo sguardo, la sofferenza d’un eterno non trovare.

    Siddharta guardava e sorrideva.



    “Chinati verso di me!” sussurrò piano all’orecchio di Govinda. “Chinati verso di me! Così, ancora più vicino! Proprio vicino! Baciami sulla fronte, Govinda!”

    Ma mentre Govinda obbediva alle sue parole, meravigliato, eppure attratto dal grande amore e da una specie di presentimento, e si accostava a lui e gli sfiorava la fronte con le labbra, gli accadde qualcosa di meraviglioso: Mentre i suoi pensieri ancora si occupavano delle meravigliose parole di Siddharta, ancora si sforzava invano e con una certa ripugnanza nel pensare all’abolizione del tempo, di immaginarsi nirvana e samsara come una cosa sola, mentre perfino un certo disprezzo per le parole dell’amico combatteva in lui con l’amore sconfinato e col rispetto, ecco quello che gli accadde: Non vide più il volto del suo amico Siddharta, vedeva invece altri volti, molti, una lunga fila, un fiume di volti, centinaia, migliaia di volti, che tutti venivano e passavano, ma pure apparivano anche tutti insieme e tutti si mutavano e rinnovavano continuamente, eppure erano tutti Siddharta.

    Vide il volto di un pesce, di una carpa, con la bocca spalancata in un dolore infinito, un pesce in agonia, con gli occhi che scoppiavano – vide il volto di un bambino appena nato, rosso e pieno di rughe, contratto nel pianto – vide il volto di un assassino e vide costui piantare un coltello nella pancia di un uomo – vide, nello stesso istante, questo malfattore incatenato e in ginocchio davanti al boia, che gli mozzava la testa con un colpo della mannaia – vide i corpi di uomini e donne nudi, negli atti e nella lotta di frenetico amore – vide cadaveri distesi, tranquilli, freddi, vuoti – vide teste di animali, di cinghiali, di coccodrilli, di elefanti, di tori, di uccelli – vide dèi, vide Krishna, vide Agni – vide queste immagini e questi volti mescolati in mille reciproci rapporti, ognuno aiutare gli altri, amarli, odiarli, distruggerli, rigenerarli, ognuno avviato alla morte, ognuno testimonianza appassionatamente dolorosa della loro caducità, eppure nessuno moriva, ognuno si trasformava soltanto, veniva un’altra volta generato, riceveva un volto sempre nuovo, senza che tuttavia ci fosse un intervallo di tempo tra l’uno e l’altro volto – e tutte queste immagini e questi volti giacevano, fluivano, si generavano, galleggiavano e rifluivano l’uno nell’altro e sopra tutti vi era costantemente qualcosa di sottile, di impalpabile, eppur reale, come un vetro o un ghiaccio sottilissimo, interposto, come una pellicola trasparente, un guscio o una forma o una maschera d’acqua e questa maschera sorrideva e questa maschera era il volto sorridente di Siddharta, che egli, Govinda, proprio in quell’istante sfiorava con le labbra.

    E così parve a Govinda, questo sorriso della maschera, questo sorriso dell’unità sopra il fluttuare delle forme, questo sorriso della contemporaneità sopra le migliaia di nascite e morti, questo sorriso di Siddharta era appunto il medesimo, era esattamente il costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse schernevole, saggio, multi rugoso sorriso di Gotama, il Buddha, quale egli stesso l’aveva visto centinaia di volte con venerazione. Così – Govinda lo sapeva – così sorridono i Perfetti.

    Senza più sapere che cosa fosse il tempo, senza più sapere se questo brivido fosse durato un secondo o un secolo, senza più sapere se esistesse un Siddharta, o un Gotama, o un Io o un Tu, ferito nel più profondo dell’anima, come da una saetta divina, la cui ferita fosse tutta dolcezza, affascinato e sciolto nell’intimo suo, Govinda rimase ancora un pò chinato sul volto tranquillo di Siddharta… […]

    […] Il volto era immutato ed egli sorrideva tranquillo, sorrideva dolce e sommesso, forse molto benignamente, forse molto schernevole, esattamente come il Sublime aveva sorriso.

    Profondamente s’inchinò Govinda, sul suo vecchio viso corsero le lacrime, delle quali egli nulla sapeva, come un fuoco arse nel suo cuore il sentimento del più intimo amore, della più umile venerazione.

    Profondamente egli si inchinò, fino a terra, davanti all’uomo che sedeva immobile e il cui sorriso gli ricordava tutto ciò che egli avesse mai amato in vita sua, tutto ciò che nella sua vita vi fosse mai stato di prezioso e di sacro.
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    Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando alla coscienza l’oscurità.Dentro di noi abbiamo un ombra, un tipo molto cattivo, molto povero che dobbiamo accettare.Tanto più è nascosta tanto più diventa nera e densa.C.G.Jung

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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Questo passo in particolare è l'essenza del dharma di Hesse

    Ma mentre Govinda obbediva alle sue parole, meravigliato, eppure attratto dal grande amore e da una specie di presentimento, e si accostava a lui e gli sfiorava la fronte con le labbra, gli accadde qualcosa di meraviglioso: Mentre i suoi pensieri ancora si occupavano delle meravigliose parole di Siddharta, ancora si sforzava invano e con una certa ripugnanza nel pensare all’abolizione del tempo, di immaginarsi nirvana e samsara come una cosa sola, mentre perfino un certo disprezzo per le parole dell’amico combatteva in lui con l’amore sconfinato e col rispetto, ecco quello che gli accadde: Non vide più il volto del suo amico Siddharta, vedeva invece altri volti, molti, una lunga fila, un fiume di volti, centinaia, migliaia di volti, che tutti venivano e passavano, ma pure apparivano anche tutti insieme e tutti si mutavano e rinnovavano continuamente, eppure erano tutti Siddharta.

    Vide il volto di un pesce, di una carpa, con la bocca spalancata in un dolore infinito, un pesce in agonia, con gli occhi che scoppiavano – vide il volto di un bambino appena nato, rosso e pieno di rughe, contratto nel pianto – vide il volto di un assassino e vide costui piantare un coltello nella pancia di un uomo – vide, nello stesso istante, questo malfattore incatenato e in ginocchio davanti al boia, che gli mozzava la testa con un colpo della mannaia – vide i corpi di uomini e donne nudi, negli atti e nella lotta di frenetico amore – vide cadaveri distesi, tranquilli, freddi, vuoti – vide teste di animali, di cinghiali, di coccodrilli, di elefanti, di tori, di uccelli – vide dèi, vide Krishna, vide Agni – vide queste immagini e questi volti mescolati in mille reciproci rapporti, ognuno aiutare gli altri, amarli, odiarli, distruggerli, rigenerarli, ognuno avviato alla morte, ognuno testimonianza appassionatamente dolorosa della loro caducità, eppure nessuno moriva, ognuno si trasformava soltanto, veniva un’altra volta generato, riceveva un volto sempre nuovo, senza che tuttavia ci fosse un intervallo di tempo tra l’uno e l’altro volto – e tutte queste immagini e questi volti giacevano, fluivano, si generavano, galleggiavano e rifluivano l’uno nell’altro e sopra tutti vi era costantemente qualcosa di sottile, di impalpabile, eppur reale, come un vetro o un ghiaccio sottilissimo, interposto, come una pellicola trasparente, un guscio o una forma o una maschera d’acqua e questa maschera sorrideva e questa maschera era il volto sorridente di Siddharta, che egli, Govinda, proprio in quell’istante sfiorava con le labbra.

    E così parve a Govinda, questo sorriso della maschera, questo sorriso dell’unità sopra il fluttuare delle forme, questo sorriso della contemporaneità sopra le migliaia di nascite e morti, questo sorriso di Siddharta era appunto il medesimo, era esattamente il costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse schernevole, saggio, multi rugoso sorriso di Gotama, il Buddha, quale egli stesso l’aveva visto centinaia di volte con venerazione. Così – Govinda lo sapeva – così sorridono i Perfetti.




    Tecnicamente questo tipo di illuminazione personale è chiamata Pratyekabuddha o Buddha solitario /Buddha-per-sé, l'unica differenza è che Siddhartha ha incontrato il suo omonimo Siddhartha Gautama Buddha Sàkyamuni, il Buddha storico, che anche lui raggiunge almeno nel Theravada, senza maestri illuminati la Bodhi, però è in grado di mettere il suo insegnamento in parole, e in mezzi abili (upaya) del Mahayana, o tecniche tantriche nel Vajrayana

    https://it.wikipedia.org/wiki/Pratyekabuddha


    Con il termine sanscrito Pratyekabuddha (Buddha da sé, pāli pacekkabuddha) si intende nel Buddhismo colui che raggiunge il nirvāṇa, e quindi la bodhi, da solo, senza aver incontrato un buddha o un maestro spirituale. Egli non è tuttavia in grado di insegnare il Dharma agli altri esseri senzienti.
    Per raggiungere il nirvāṇa, il pratyekabuddha deve comprendere profondamente la Coproduzione condizionata che genera la dimensione del saṃsāra. Secondo la tradizione Sarvāstivāda e Mahāyāna il pratyekabuddha, non seguendo un "maestro" realizza la "Coproduzione condizionata" partendo dall'ultimo nidana (jarāmarana, la vecchiaia e la morte) risalendo verso il primo (avidyā, l'ignoranza).
    Nelle altre lingue asiatiche pratyekabuddha viene reso come:







    @ಠ_ಠ
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    Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando alla coscienza l’oscurità.Dentro di noi abbiamo un ombra, un tipo molto cattivo, molto povero che dobbiamo accettare.Tanto più è nascosta tanto più diventa nera e densa.C.G.Jung

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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Citazione Originariamente Scritto da Herr Doktor Visualizza Messaggio
    Tecnicamente questo tipo di illuminazione personale è chiamata Pratyekabuddha o Buddha solitario /Buddha-per-sé, l'unica differenza è che Siddhartha ha incontrato il suo omonimo Siddhartha Gautama Buddha Sàkyamuni, il Buddha storico, che anche lui raggiunge almeno nel Theravada, senza maestri illuminati la Bodhi, però è in grado di mettere il suo insegnamento in parole, e in mezzi abili (upaya) del Mahayana, o tecniche tantriche nel Vajrayana
    Per Grazia posso testimoniare e garantire che si può avere esperienza del Brahman (Vero Sè) e del Nirvana senza bisogno di conoscere il Mahayana ne il Vajrayana ne i Veda e nemmeno il corollario delle Upanishad o gli insegnamenti dell'Advaita Vedanta, basta trovare un semplice Maestro (e non si trova con Wikipedia)
    Senza un Vero Maestro per noi occidentali è impossibile svelare il Brahman, ovvero rimuovere il velo di avidya.
    Pensare a un'illuminazione personale fai da te, è avere una avidya che pensa per noi....

    P.S.
    Non c'è bisogno nemmeno di conoscere il sanscrito.
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  4. #4
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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Citazione Originariamente Scritto da Z4rdoz Visualizza Messaggio
    Per Grazia posso testimoniare e garantire che si può avere esperienza del Brahman (Vero Sè) e del Nirvana senza bisogno di conoscere ne il Mahayana ne il Vajrayana ne i Veda e nemmeno il corollario delle Upanishad o gli insegnamenti dell'Advaita Vedanta, basta trovare un semplice Maestro (e non si trova con Wikipedia)
    Senza un Vero Maestro per noi occidentali è impossibile svelare il Brahman, ovvero rimuovere il velo di avidya.
    Pensare a un'illuminazione personale fai da te, è avere una avidya che pensa per noi....

    P.S.
    Non c'è bisogno nemmeno di conoscere il sanscrito.
    Il mio maestro lo conosco via WhatsApp, al riguardo... è un maestro alla Siddhartha di Hesse
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  5. #5
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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Leggere Siddartha in seconda liceo è stata una palla colossale.

  6. #6
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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Citazione Originariamente Scritto da Saturno Visualizza Messaggio
    Leggere Siddartha in seconda liceo è stata una palla colossale.
    Meglio le porcherie di Friedman
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  7. #7
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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Quando un uomo vede che tutti gli esseri separati esistono nell'Uno, che Si è espanso nei molti, allora si fonde con Brahman. (Krishna nella Bhagavadgita)

    Mi manca un passo....... Magari ci metterò 40 anni ancora

    E' l'attaccamento che mi frega
    @ಠ_ಠ

    Maestro @testadiprazzo
    ಠ_ಠ and Ucci Do like this.
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  8. #8
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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Però mi sei simpatico Z4ardoz
    Non si raggiunge l’illuminazione immaginando figure di luce, ma portando alla coscienza l’oscurità.Dentro di noi abbiamo un ombra, un tipo molto cattivo, molto povero che dobbiamo accettare.Tanto più è nascosta tanto più diventa nera e densa.C.G.Jung

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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Citazione Originariamente Scritto da Herr Doktor Visualizza Messaggio
    Il mio maestro lo conosco via WhatsApp, al riguardo... è un maestro alla Siddhartha di Hesse
    Non conosco le capacità della tecnologia, ma è possibile baciare in fronte un Maestro con WhatsApp ?
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  10. #10
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    Predefinito Re: Siddhartha di Hermann Hesse: il capitolo finale

    Citazione Originariamente Scritto da Z4rdoz Visualizza Messaggio
    Non conosco le capacità della tecnologia, ma è possibile baciare in fronte un Maestro con WhatsApp ?
    in fronte non credo forse sul sedere...

    comunque per la tradizione indiana tre cose il praticante può guardare ma non toccare: Dio, il Guru e le prostitute
    Così lontano mi spinsi che la via del ritorno smarrii.

 

 
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