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    Predefinito Dall’opposizione mazziniana al PRI di oggi (1984)





    Dall’opposizione mazziniana al PRI di oggi. Il percorso di un partito nella storia d’Italia (1984)


    di Paolo Bonetti – In “Nuova Antologia”, fasc. 2150, aprile-giugno 1984, Le Monnier, Firenze, pp. 401-410.



    1. Dal «non expedit» laico all’avvento del fascismo

    «All’indomani dell’unità – ha scritto Giovanni Spadolini – l’intransigenza dei mazziniani superò quella di Mazzini. Quando, nell’aprile del 1866, si celebrò a Parma il congresso nazionale della Federazione delle associazioni democratiche italiane (embrione e nucleo di quello che sarà il partito dell’edera) la posizione ‘interventista’ e ‘collaborazionista’ del profeta fu messa in minoranza e prevalse la corrente degli intransigenti assoluti e degli astensionisti irriducibili». I gruppi e le società repubblicane del decennio ’60-’70 mantenevano, nei confronti della monarchia, una pregiudiziale assoluta e confidavano soltanto nella iniziativa popolare e nella revisione istituzionale.
    Questo rigido non expedit elettorale, che apparteneva, su sponde opposte, cattolici e repubblicani, se costringeva i seguaci di Mazzini all’isolamento politico, costituiva d’altra parte, come osserva Spadolini, «il fermento e il lievito messianico che non abbandonerà mai le file repubblicane, anche nei momenti di sconforto, di delusione o di sbandamento».
    Fu attraverso le «Società operaie», nate prima dell’Unità per tutelare i lavoratori artigiani, che i repubblicani intransigenti fecero politica, scontrandosi, ben presto, su questo terreno, con il sovversivismo clericale e con l’internazionalismo anarchico di Bakunin.
    Le «Società operaie» si trasformarono, almeno a partire dal XII congresso di Roma del novembre 1871, in strumenti di lotta e di iniziativa politica: il Patto di Fratellanza, che fu votato dall’assemblea romana, ribadiva tutti i grandi temi della dottrina mazziniana: il principio d’associazione fra le classi agricole, la creazione di scuole operaie e l’apertura di biblioteche, l’espansione del credito agrario, la colonizzazione delle terre incolte, la disciplina dell’emigrazione, lo sviluppo dei contratti agrari di tipo mezzadrile, la richiesta di compartecipazione agli utili, derivante dall’associazione di capitale e lavoro, iniziative in materia di assistenza e di legislazione previdenziale; all’impostazione economicistica dell’operaismo e del socialismo, si risponde sottolineando la funzione morale ed educativa dello Stato, la necessità di un riscatto e di una trasformazione delle coscienze.
    In questo modo, «almeno fino al 1893, le sorti del partito repubblicano si identificheranno con quelle società operaie, e la lotta politica in senso antimonarchico si combatterà al coperto delle formule cooperativistiche ed associazionistiche, nel chiuso di quelle sedute che erano volte a discutere problemi di salario e di igiene e di cooperazione, ma guardavano sempre a un obiettivo più lontano e più alto»: tuttavia, la rigida pregiudiziale politica dell’ortodossia repubblicana, l’intransigenza verso le istituzioni monarchico-liberali, finiranno per indebolire, nei confronti del socialismo evoluzionista e riformista, la posizione delle società operaie legate al Patto di Fratellanza, e condurranno i repubblicani alla ricerca di una nuova identità e organizzazione politica.
    All’indomani della morte di Mazzini (1872), le correnti fondamentali del repubblicanesimo sono almeno quattro: accanto ai mazziniani puri, che sfiorano spesso il dogmatismo e il fideismo, ci sono i repubblicani intransigenti alla Alberto Mario, «fedeli ugualmente all’astensionismo mazziniano», ma che «si apriranno via via alla lotta politica, si avvicineranno alla realtà psicologica del paese, agli orientamenti dell’opinione pubblica»; e ci sono anche i «repubblicani transigenti alla Bertani, sollecitati ed attratti dalla partecipazione alle battaglie elettorali, alle competizioni parlamentari, alle lotte organizzate»: e, infine, «i repubblicani alla Garibaldi», che «formano una razza a sé, un mondo tutto particolare, con venature socialiste, indulgenze internazionaliste, professioni pacifiste, con qualche nostalgia della dittatura popolare e molti residui dell’anticlericalismo paesano».
    Neppure l’avvento al potere nel 1876, della Sinistra di Depretis, valse ad ammorbidire l’intransigenza del gruppo repubblicano, mentre la nascita, in alcune regioni italiane, di un proletariato industriale, e il crescente successo della propaganda socialista, ponevano ai seguaci di Mazzini problemi di non facile soluzione all’interno di una dottrina politica che tendeva a sclerotizzarsi; di fronte alla progressiva perdita della vecchia base sociale, corrosa dal progresso economico e dall’avanzata socialista, «indizi e princìpi di vita nuova – sono ancora osservazioni di Giovanni Spadolini – si cominciano a sentire nel partito; accanto a Mazzini, si approfondisce e si allarga l’indagine di Cattaneo; Alberto Mario rappresenta il trait d’union fra la pregiudiziale unitaria e la protesta federalista; il concretismo, l’empirismo e il pragmatismo del lombardo correggono le astrazioni e le impostazioni fideistiche e messianiche del genovese. Nasce nel 1879 la ‘Rivista Repubblicana’ di Arcangelo Ghisleri, il giovane geografo che avrà tanta parte nella ripresa e nella rinnovazione dei temi ideali del mazzinianesimo».
    Ma i pericoli per l’associazionismo mazziniano non venivano solo da sinistra, dal socialismo sempre più legalitario e riformista; a destra, nel 1890, col Patto di Roma, i radicali si costituiscono in gruppo autonomo, e cominciano ad attirare i consensi dei repubblicani più moderati, che non disdegnano il riformismo nell’ambito della legalità statutaria. Il risultato di questa duplice, inesorabile disgregazione dell’antico nucleo repubblicano, è, al congresso di Bologna del 1893, lo scioglimento del Patto di Fratellanza. Ma la ripresa dei repubblicani non tarderà a manifestarsi, anche se su nuove basi sociali e con un diverso impegno programmatico: «non più nel campo del proletariato, della classe operaia, ormai attratta e ancorata al socialismo; non più sul piano del vecchio profetismo e millenarismo mazziniano; non più con le armi del solo cooperativismo e del solo associazionismo; non più con le intolleranze retoriche e le minacce verbali dell’astensionismo. Chi ricostruisce il partito, che, anzi, lo costruisce come tale, è l’ala dei giovani, gli esponenti della nuova generazione, il gruppo degli homines novi, De Andreis e Chiesa e Taroni e Federici e Gustavo Chiesi e Arcangelo Ghisleri e Giuseppe Gaudenzi, che ha assistito al decadere e al corrompersi del ‘Patto di Fratellanza’ e al retoricizzarsi e fossilizzarsi delle ‘Società artigiane’ e alla degenerazione verbalistica, esteriore e ritualistica della democrazia tutta gesti, comizi e cortei. Gente nuova, che viene dalla provincia, dalle piccole città, dai centri silenziosi e appartati (Ghisleri ha fondato a Savona la rivista ‘Cuore e Critica’ che cederà a Filippo Turati), che ha potuto seguire e giudicare gli avvenimenti, formarsi un giudizio, una valutazione propria, soprattutto un abito nuovo, una nuova mentalità. Più che Mazzini, hanno studiato Cattaneo; risentono con un interesse e un’acutezza nuova i problemi della fondazione dello Stato, l’ordinamento regionale, la questione meridionale, la riforma della burocrazia, la ricostituzione della magistratura, la revisione tributaria, la lotta contro il protezionismo e il monopolismo, il rinnovamento degli enti locali, l’ampliamento della vita comunale e municipale» (Spadolini).
    Nei convegni di Milano del 1894 e del 1895 si procede alla riunificazione dei gruppi repubblicani sopravvissuti alla diaspora del 1893, e presenti specialmente in Romagna, nelle Marche, in Toscana, a Genova, a Roma, nella campagna laziale; il settimanale diretto da Gaudenzi, «Il Pensiero romagnolo» (nato l’8 agosto 1894), diviene l’organo ufficiale del partito, mentre il PRI si costituisce ufficialmente il 21 aprile 1895, anniversario della fondazione di Roma; nel secondo convegno di Milano (aprile 1895), quello costitutivo del partito, si decide la partecipazione alle lotte elettorali, che vede contrario solo il gruppo minoritario di Felice Albani, il quale decide di dar vita a un «partito mazziniano».
    Col successivo congresso di Bologna del novembre 1895, i repubblicani definiscono, di fronte a socialisti e radicali, le ragioni della loro peculiare identità politica: ai socialisti vengono rimproverati l’agnosticismo istituzionale e le tendenze economistiche; ai radicali il collaborazionismo con la monarchia. Ma per fronteggiare questi nuovi avversari, l’astensionismo non basta più: a Bologna si delibera la partecipazione condizionata degli iscritti alle lotte amministrative e a quelle politiche, e si dedica attenzione ai problemi della propaganda, della stampa, delle relazioni internazionali.
    Nel secondo congresso nazionale (Firenze, 27-28 maggio 1897), il partito si articola in confederazioni regionali, riconferma la partecipazione alle competizioni elettorali, ma rifiuta ogni blocco con le altre forze dell’Estrema Sinistra, per puntare, invece, sul «salutare risveglio della coscienza pubblica» e sullo «slancio generoso del popolo». Ad evitare confusioni, sempre nel 1897, il gruppo parlamentare repubblicano si organizza da solo, facendo proprio il motto di Bovio: «definirsi o sparire». Il nuovo stile repubblicano, la cultura più moderna e pragmatica, si manifestano nella maggiore incisività dell’azione politica del partito, e in una pubblicistica capace di accogliere voci anticonformiste ed antiretoriche come quelle di Gaetano Salvemini, Vilfredo Pareto, Giuseppe Rensi.
    I fatti del ’98 e la dura repressione monarchica sembrarono confermare l’inconciliabilità fra le istituzioni e una ragionevole politica di riforme; parve tornare d’attualità la tattica dell’intransigenza repubblicana, con i vecchi motivi risorgimentali della cospirazione e della lotta clandestina: a causa delle limitazioni alla libertà di riunione poste dal governo Pelloux, venne convocato, nel ’99, un congresso straordinario a Lugano, in cui «fu deciso all’unanimità di proseguire sulla strada della fermezza ideologica e della lotta a oltranza, combattendo sì in Parlamento la battaglia ostruzionistica ma solo al fine di salvare le garanzie di libertà, e di riaffermare poi il programma massimo».


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    Predefinito Re: Dall’opposizione mazziniana al PRI di oggi (1984)

    Nelle elezioni del giugno 1900, quelle che seppellirono le velleità liberticide di Pelloux, i repubblicani ottennero un clamoroso successo, riuscendo a portare alla Camera 28 deputati, poco meno dei socialisti, e con un’organizzazione assai più labile.
    Nel congresso di Rifredi (Firenze) del 1-3 novembre 1900, si affrettarono nuovamente a proclamare la netta separazione dai radicali, ma, come ha scritto Spadolini, era definitivamente tramontata la mentalità del «tanto peggio tanto meglio», e «i repubblicani si erano convinti che era impossibile affrontare i vari problemi della struttura nazionale con una sola formula onnivalente e generica, che occorreva adattare i princìpi e gli stessi miti d’ieri alla complessità e alla diversità delle situazioni».
    Il PRI – ha scritto Gabriele De Rosa – fu antimilitarista e antigiolittiano insieme. Sebbene, al congresso di Ancona del 1901, Franco Luzzatto avesse invitato il partito, ormai profondamente influenzato dal liberalismo di Cattaneo, «ad abbandonare la tendenza rigidamente individualista» e a sostenere l’intervento dello Stato nelle questioni economiche, «rimaneva tenace nel partito il convincimento, che era un atto di fede, che si dovesse il meno possibile chiedere allo Stato e che ci si dovesse ben guardare dal cedere nell’ ‘errore’ dei socialisti, i quali reputavano che si potesse fare il bene del popolo anche servendosi della monarchia. Da questo convincimento derivava anche la rigorosa difesa della libertà economica (liberismo) e l’opposizione conseguente alla politica protezionista del governo. Liberisti e naturalmente anche antimilitaristi erano dunque i repubblicani, non solo perché il militarismo era una spesa improduttiva per lo Stato (la stessa posizione avevano i radicali), ma perché l’esercito si identificava con la ragion d’essere stessa dell’odiata monarchia. In luogo dell’esercito, i repubblicani volevano una milizia di cittadini, alla maniera svizzera».
    Questa connessione fra «propaganda antimilitarista e pregiudiziale antimonarchica» fu al centro del dibattito nel congresso di Pisa del 6-8 ottobre 1902; ma, come afferma De Rosa, a Pisa riemerse anche «il motivo costante della differenziazione del principio repubblicano da quello socialista. Oramai non si hanno più esitazioni nell’accettare il criterio della resistenza sindacale, ma deve restare per i repubblicani fermo il punto che i socialisti ignorano nella loro pratica riformista, che il problema della disoccupazione è strettamente congiunto al problema politico, vale a dire a quello istituzionale: fino a quando ci fosse stata la monarchia ci sarebbero state le spese militari e il pesante sistema tributario. Era un attacco a fondo contro le illusioni del socialismo filo-giolittiano».
    Fu, tuttavia, nel più disteso clima politico creato dal liberalismo progressista di Giolitti, che si poté compiere, come ha opportunamente rilevato Giovanni Spadolini, la «metamorfosi» del PRI, da «vecchio partito di rivolta, un po’ erede della carboneria romagnola, ad un nuovo partito di democrazia moderna, riflessiva, decentratrice, ancorata ai problemi locali, improntata da una forma conseguente di ‘problemismo’ e di ‘concretismo’ quasi salveminiani».
    Usciti dal voto di castità politica, i repubblicani entrarono, con la crisi di fine secolo e con la svolta giolittiana, «nel vivo della lotta politica, nella battaglia per la creazione di una democrazia industriale moderna al posto dello Stato conventuale e oligarchico ereditato dai notabili del Risorgimento».
    La dura polemica fra neutralisti e interventisti alla vigilia della guerra mondiale sconvolse il panorama politico italiano e ne alterò i confini: la sinistra si divise, e, mentre gran parte del movimento socialista si schierò a favore della neutralità, radicali e repubblicani non ebbero esitazioni a schierarsi a fianco delle potenze liberaldemocratiche dell’Intesa, Francia ed Inghilterra.
    La guerra, sentita dai repubblicani come naturale conclusione del processo risorgimentale, li indusse a superare ogni «astensionismo», fino ad entrare, sia pure a particolari condizioni, nei governi di unità nazionale. L’atteggiamento dei socialisti e della Chiesa cattolica di fronte alla guerra non potrà non far rivivere, in forme più o meno esasperate e legittime, il tradizionale antisocialismo e anticlericalismo del PRI; la polemica coi socialisti proseguirà nel drammatico dopoguerra, «fino al punto che in molte zone i seguaci dell’Edera parteciperanno a movimenti e comitati nei quali la matrice interventista si sovrapporrà a quella nazionalista se non nazionalfascista» (Spadolini).
    Al fondo di alcune posizioni repubblicane, magari ambigue e discutibili, c’erano anche giustificate preoccupazioni (si vedano le analisi di Oliviero Zuccarini) di fronte alla pretesa socialista di imporre all’Italia il modello sovietico, del quale era già possibile scorgere la degenerazione autoritaria: l’avversione repubblicana al bolscevismo – ha scritto Santi Fedele – nasceva non perché questo fosse «troppo rivoluzionario», ma «perché nessuna rivoluzione può dirsi tale se non fondata sui valori essenziali della libertà e dell’autonomia».
    Dopo lo smarrimento del 1919, e nonostante le persistenti simpatie fasciste di alcuni esponenti repubblicani, le strade dei due movimenti tornarono ben presto a divergere, specialmente quando si chiarì l’equivoco della «tendenzialità repubblicana» del fascismo, e ne emersero, invece, in primo piano, i caratteri autoritari e aggressivamente nazionalistici.
    I repubblicani, al contrario, fedeli alla tradizione mazziniana, aderirono con entusiasmo ai quattrodici punti enunciati dal presidente americano Wilson, volti a gettare le basi di una grande comunità internazionale di nazioni libere e uguali.
    Con la segreteria Schiavetti del 1920 e con il congresso di Ancona dello stesso anno, viene superata la polemica fra interventisti e neutralisti, e si ha un riavvicinamento dei repubblicani ai socialisti: il nucleo dirigente del periodo bellico, compromesso con l’interventismo più esasperato, viene sostituito da un nuovo gruppo guidato da Conti, Zuccarini, Schiavetti, Facchinetti, Reale e Bergamo.
    Il superamento della «neutralità» fra socialisti e fascisti, i migliorati rapporti con i primi, l’adesione all’«Alleanza del Lavoro», non possono, tuttavia, significare confusione ideale e perdita dell’identità del partito. Su questo punto insistono efficacemente Conti e Zuccarini: «se Zuccarini, con ‘La Critica Politica’, riapre la polemica contro lo Stato accentrato ed accentratore, Conti, in polemica con quei settori repubblicani che vorrebbero aggiungere l’aggettivo ‘socialista’ alla denominazione del partito, chiarisce la collocazione sociale del PRI: non partito del proletariato ma partito del ceto medio. Quasi un presentimento della futura ‘Unione Democratica Nazionale’ amendoliana.
    Il partito repubblicano deve aprirsi ai ceti intermedi della società italiana, sottolinea Conti. Il PRI ha il compito di confutare quella concezione classista che vorrebbe ridurre la società italiana ad una dicotomia borghesia-proletariato ormai inesistente. Ecco perché Giovanni Conti esclude con accenti netti ed inequivocabili che il partito repubblicano ‘possa accettare il metodo della lotta di classe’» (Spadolini).
    La peculiarità dell’antifascismo repubblicano si rese visibile anche nella lucidità con cui il partito, spinto da Pacciardi, Zuccarini e Reale, seppe denunciare le «illusioni costituzionali» dell’Aventino, recuperando, nel novembre 1925, la propria autonomia, con un ordine del giorno del gruppo parlamentare in cui si proclamava la «necessità di iniziare una lotta di ben diversa natura per il rinnovamento integrale e fondamentale del paese».
    In quel momento – è stato giustamente detto – non erano solo i repubblicani a «ritrovare l’intatta forza della pregiudiziale istituzionale. Al cambio istituzionale comincerà a guardare dopo il giugno ’25, Giovanni Amendola», e con lui «la generazione di Ugo La Malfa, di Luigi Salvatorelli, di Adolfo Omodeo, di Ferruccio Parri, di Adolfo Tino: degli uomini che costituiranno una componente essenziale del partito d’azione destinata a confluire nel partito repubblicano, dopo la diaspora azionista del 1946».

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    Predefinito Re: Dall’opposizione mazziniana al PRI di oggi (1984)

    2. Dalla Resistenza al partito della democrazia

    L’orientamento di sinistra del PRI, manifestatosi nel congresso di Trieste del 1922, dove Schiavetti venne rieletto segretario, si accentuò nel congresso di Milano dell’aprile 1925, in cui Bergamo giunse a parlare di carattere classista del partito. Ma, come abbiamo già avuto modo di vedere, una parte del partito, guidata da Giovanni Conti e dal giovane Oronzo Reale, segretario della Federazione giovanile, si oppose alla perdita del carattere autonomo e distintivo del partito, criticando aspramente la stessa partecipazione all’Aventino.
    Esauritasi questa esperienza, sopraggiunte le leggi eccezionali, iniziò l’esodo degli antifascisti dall’Italia, e si formarono, in Svizzera e in Francia, alcuni nuclei di antifascismo repubblicano.
    I repubblicani parteciparono alla costituzione della Concentrazione di Azione Antifascista, decisa nel secondo convegno di Nerac dell’aprile 1927.
    Nel partito persistevano i contrasti fra la corrente di Schiavetti e Bergamo, che auspicava la formazione di un vero e proprio movimento socialista rinnovato, e il gruppo di maggioranza, che, nei primi congressi del partito repubblicano in esilio (Lione 1928 e Parigi 1929), si manteneva fedele – come ha scritto Elena Aga Rossi - «allo spirito moderato e riformista prevalente nella Concentrazione».
    A rendere più complessa e difficile la situazione del vecchio partito in esilio, contribuì la nascita del movimento di Giustizia e Libertà, fondato a Parigi nel 1929 da Carlo Rosselli e da Emilio Lussu, dopo la loro fuga dal confino di Lipari, e nel quale confluirono anche esponenti repubblicani, come Rossetti e Facchinetti, quest’ultimo tramite tra Giustizia e Libertà da una parte e PRI e Concentrazione dall’altra. Quando, nel gennaio del ’32, GL pubblicò uno «schema di programma», che dava al gruppo di Rosselli un carattere di autonomia politica, sottolineato anche dal suo ingresso nella Concentrazione, aspre polemiche si accesero nel partito repubblicano, che indisse un congresso per deliberare circa la sua permanenza nella Concentrazione.
    Nel congresso di Saint-Louis (marzo 1932), la sinistra di Schiavetti e Volterra ebbe una ristretta maggioranza e decise l’uscita dalla Concentrazione, ma l’opposizione, guidata da Pacciardi, riuscì l’anno dopo a prevalere, e il partito rientrò nella comune organizzazione antifascista; ad uscire dal partito fu, a questo punto, Schiavetti, che dette vita ad una Associazione Repubblicana Socialista.
    Sciolta più tardi la Concentrazione per le divergenze fra il socialismo libertario di Rosselli e quello ufficiale del PSI, che si era legato ai comunisti con un patto di unità d’azione, giellisti e repubblicani si ritrovarono assieme nella guerra di Spagna, preludio alla lotta contro il fascismo italiano ed europeo. Nel 1942 comparve, in Italia, quel «Movimento di rinnovamento politico e sociale italiano», che, all’inizio del 1943, avrebbe assunto il nome di partito d’azione: giustamente Elena Aga Rossi ha sostenuto che «dalla coscienza orgogliosa di essere immuni dalla crisi che aveva travolto lo Stato italiano derivò la forza di persuasione contenuta nella intransigenza repubblicana e nel richiamo all’azione, di suggestione mazziniana: forza di persuasione accentuata dalla ferma fiducia nella creazione di un mondo nuovo e libero».
    La caratterizzazione fortemente antimonarchica del partito d’azione fece sì che molti repubblicani vi aderissero, ritrovando in esso e nella sua ispirazione mazziniana le principali istanze del repubblicanesimo. Il gruppo dirigente romano repubblicano, che faceva capo a Conti e a Reale, più che alla ricostruzione del PRI, era favorevole ad un’opera di educazione politica prepartitica, e, con questo spirito, Giovanni Conti ridette vita, durante l’occupazione tedesca, a «La Voce repubblicana», organo del partito fondato durante il primo dopoguerra e poi soppresso dai fascisti.
    Per cogliere il legame fra partito repubblicano, partito d’azione e la migliore tradizione della cultura liberaldemocratica, ci pare particolarmente incisiva questa pagina della Aga Rossi, dalla quale emerge, con una precisa funzione catalizzatrice di energie e tradizioni diverse, la figura di Ugo La Malfa: nel partito d’azione ci fu «la confluenza di tutto l’antifascismo democratico e radicale, sopravvissuto allo scioglimento dei partiti del ’26 o formatosi durante il fascismo, soprattutto in seguito all’entrata dell’Italia in guerra.
    Esso fu lo sbocco naturale di una serie di esperienza individuali che andavano dal liberalismo progressista di tipo laburista al revisionismo di ascendenza gobettiana, dal repubblicanesimo al liberalismo crociano. Fu soprattutto Ugo La Malfa a dare una forma politica matura alle aspirazioni del neoliberalismo progressista e democratico, chiarificandone le esigenze nei termini di un programma politico.
    Partendo dalla critica salveminiana delle insufficienze dei tradizionali partiti politici italiani egli disegnava un radicale rinnovamento della struttura dello Stato, sostanziato da un programma di riforme newdealistiche, sull’esempio delle grandi comunità democratiche dell’occidente». Dopo che nel congresso nazionale del febbraio 1946 si rivelò impossibile la coesistenza, nel Pd’A, dell’ala liberaldemocratica con quella socialista, La Malfa, Parri, De Ruggiero, Omodeo, Paggi ed altri amici dettero vita al «Movimento Democratico Repubblicano», che, l’anno seguente, confluì nel PRI.
    «La Voce repubblicana», diretta da Conti, si era impegnata a fondo sulla questione dell’abbattimento della monarchia, e il nuovo PRI si era tenuto lontano da ogni compromissione con il Comitato di Liberazione Nazionale e i governi Badoglio e Bonomi, pur partecipando attivamente alla lotta di liberazione. Le elezioni del 2 giugno 1946 per la Costituente premiarono questa coerente intransigenza con un milione di voti e 23 deputati, mentre il partito d’azione sostanzialmente scompariva dalla scena politica.
    Il successo elettorale dimostrò la persistente vitalità della tradizione repubblicana, chiamata ora a misurarsi con i problemi di una situazione storica ed istituzionale radicalmente nuova. In questa nuova fase, fu Randolfo Pacciardi che guidò il partito fuori dalle secche dell’intransigenza, accolse nel suo seno il gruppo lamalfiano, avviò dapprima la collaborazione con gli altri partiti di sinistra, e poi, di fronte al radicalizzarsi della situazione interna e internazionale, collocò risolutamente il partito dell’area del centrismo degasperiano, un «centrismo» dai connotati fortemente riformatori, se è vero che, in quel periodo, si realizzò, fra le altre cose, la riforma agraria, e venne attuata, per merito precipuo di La Malfa, la liberalizzazione degli scambi, che inserì l’industria italiana nel più vasto mercato europeo e pose le premesse del successivo «miracolo economico».
    Questo mutamento d’indirizzo non fu indolore, e comportò crisi e scissioni; molti vecchi militanti, anche di primo piano e di grande autorevolezza politica e morale (basti pensare a Conti e a Zuccarini) stentavano e riconoscersi in un partito alle prese con una situazione politica e sociale assai diversa da quella dell’Italia prefascista.
    Si consumava, intanto, l’esperienza centrista, mentre il paese mutava nella sua struttura economica e nei suoi comportamenti sociali: s’imponeva un cambiamento di alleanze politiche, che fosse anche il riflesso di un profondo rinnovamento culturale del partito. La Malfa, «erede del revisionismo democratico del Novecento», seppe interprete queste esigenze, e, dopo una lunga polemica con l’ala pacciardiana, avviò il partito verso l’esperienza di centro-sinistra.
    Al congresso di Livorno del 1962, egli rivendicava «al patrimonio della scuola democratica italiana» Salvemini e Giustino Fortunato, Guido Dorso e Piero Gobetti, fino ad includere, fra i padri del moderno repubblicanesimo, quel Giovanni Amendola che era stato il suo primo maestro ed ispiratore politico, che era partito da ben altre posizioni, per convertirsi poi all’idea di una moderna democrazia progressiva. Ma non di sole ascendenze italiane si trattava: la più avanzata cultura politica ed economica europea e mondiale, quella di Keynes e del New Deal, del laburismo e delle più coraggiose forme di liberalismo sociale, era inserita del leader repubblicano nella tradizione di un partito che intendeva «sprovincializzarsi», e, con se stesso, «sprovincializzare» l’Italia.
    La battaglia lamalfiana fu allora una battaglia di minoranza, sorretta solo dal consenso di piccole avanguardie intellettuali, come quella raccolta attorno al «Mondo» di Mario Pannunzio; ma la stessa trasformazione sociale del paese, la sua crescita economica e culturale, pur in mezzo a squilibri, ritardi e crisi ricorrenti, preparavano il progressivo emergere di quei ceti che avrebbero potuto costituire un giorno la più vasta base elettorale del «partito della democrazia».

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    Predefinito Re: Dall’opposizione mazziniana al PRI di oggi (1984)

    L’espressione «partito della democrazia» - ha scritto Giovanni Spadolini – è di Luigi Salvatorelli, una formula nata nel 1945, a metà strada fra Giovanni Amendola e Ugo La Malfa, «l’uomo che ha portato nel vivo della lotta politica italiana la posizione di una forza democratica e laica, riformatrice e non socialista, al vertice della responsabilità politica», posizione che si è poi riflessa nell’esperienza della prima alternanza laica alla guida del governo nella storia della Repubblica.
    Nella sua relazione al XXXIV congresso del partito (Roma, maggio 1981), Spadolini presentò il PRI come la formazione politica dei ceti emergenti, «di quei ceti emergenti che frantumano gli schemi e le incrostazioni del vecchio classismo. Una classe-non classe; un ceto che affiora dalla dissoluzione delle antiche contrapposizioni classiste, logorate da una trasformazione sociale che è sfuggita agli stessi protagonisti»: a questi ceti il PRI si offre con una sua precisa identità, non frammento di una indistinta area laico-socialista, ma partito con una sua collocazione di sinistra democratica, «capace di ripensare, e di rivivere, tutta la tematica costituzionale, senza indulgenza alcuna alle facili ingannevoli suggestioni della modellistica o dell'ingegneria costituzionale», partito degno di «rilanciare il patto sociale, la convergenza di lavoratori, imprenditori e Stato» intorno ai problemi di sviluppo di una società ancora gravemente squilibrata, partito, infine, «che può passare attraverso tutte le tempeste della questione morale senza aver niente da temere».
    Da quel maggio del 1981 sono trascorsi tre anni, densi di eventi importanti per l’Italia e decisivi per il partito repubblicano: prima l’esperienza travagliata e feconda dei due governi Spadolini, che hanno mostrato all’opinione pubblica la possibilità di un diverso modo di governare, sottratto alle spire della partitocrazia e della correntocrazia, poi il grande successo elettorale del 26 giugno, non inaspettato per chi aveva saputo adeguatamente valutare i mutamenti culturali di vasti settori dell’opinione pubblica, e l’impatto che su questi ambienti aveva saputo creare il primo governo a guida laica. Norberto Bobbio ha scritto che la grande crescita del PRI fa pensare «che sia in atto una trasformazione del tessuto sociale e culturale italiano, che non si era ancora verificata ai tempi del partito d’azione o a quelli degli appelli di La Malfa per la costituzione di una grande ‘terza forza’».
    È stato il tema dominante del 35° congresso nazionale del PRI, svoltosi a Milanofiori dal 27 al 30 aprile 1984. Spadolini ha individuato nella sua relazione una triplice crisi: la crisi del classismo, la crisi delle ideologie, la crisi del bipolarismo. Su quest’analisi si è articolato un dibattito ampio e articolato, in quello che Leo Valiani ha definito «il più bel congresso del partito repubblicano cui io abbia assistito».
    Il partito repubblicano si è posto, al di là di una soffocante logica di schieramenti, come interprete dell’Italia tecnica e professionale, di quei ceti emergenti che hanno assicurato il maggiore concorso al risultato elettorale del 26 giugno. «È il partito – ha detto Spadolini nella sua relazione – per l’Italia nuova che si delinea all’orizzonte. L’orizzonte degli anni ’90. È il punto di riferimento per tutti coloro che non si riconoscono più nelle etichette confessionali, nelle visioni fideistiche o consolatorie, che guardano a un futuro dell’Italia come grande democrazia dal respiro europeo, una democrazia da pagare col proprio rischio. È l’interlocutore privilegiato di tutti coloro che s’impegnano in proprio, senza l’appoggio delle tessere, di tutti coloro che rifiutano la tangentocrazia, degli imprenditori che in questi anni hanno saputo tenere in vita le aziende senza margini di profitto, erosi dalla crisi, di quanti respingono le logiche livellatrici e gli egualitarismi indiscriminati».
    La conclusione di Spadolini traccia una direttrice di impegno per un PRI negli anni a venire: «Nella ricchezza di apporti, di tradizioni, di contributi che animano il partito repubblicano come partito della democrazia, noi riviviamo intera la complessità, la fecondità della nostra storia. Anche questa complessità è parte integrante, e irrinunciabile, del nostro destino nazionale».

    Paolo Bonetti
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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