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Discussione: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

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    Predefinito Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Con la Pace di Losanna del 18 ottobre 1912, l'Italia ottenne il riconoscimento dell'amministrazione civile sulla Libia in cambio del ritiro delle truppe dal Dodecaneso, arcipelago di dodici isole più grosse (Rodi, Coo, Càlino, Lero, Scarpanto, Patmo, Simi, Stampalia, Caso, Nìsiro, Lisso, Piscopi, e tante altre minori e disabitate) di etnia perlopiù greca di fronte alle coste anatoliche che era precedentemente stato il Vilayet dell'Arcipelago (suddivisione amministrativa ottomana). Tale clausola non fu rispettata perché subordinata alla cessazione di atti di ostilità contro l'amministrazione italiana in Libia, apparentemente fomentati e appoggiati dai turchi; atti che non smisero di verificarsi dando così all'Italia la possibilità di mantenere l'occupazione delle dodici isole per tutto il periodo della Prima guerra mondiale, combattuta nuovamente anche contro l'Impero Ottomano.

    La sconfitta dell'Impero turco nella Grande guerra portò nel frattempo al Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920, che confermò all'Italia il possesso su tutto il Dodecaneso con l'inclusione dell'isola di Castelrosso. Mario Lago si insediò come primo governatore civile e con il Trattato di Losanna del 1923, il nuovo capo politico Kemal Atatürk e la comunità internazionale riconobbero per la prima volta all'Italia la sovranità a titolo definitivo sul Dodecaneso che venne ribattezzato ufficialmente “Isole Italiane dell’Egeo”. Fino all’arrivo degli italiani queste isole non erano più state strategicamente né economicamente importanti per secoli, specialmente sotto il dominio turco, rimanendo desertiche e poco popolate. I nazionalisti greci inizialmente videro positivamente l’arrivo degli italiani, probabilmente per l’avvento di un’altra potenza cristiana con vessilli con croci (lo scudo sabaudo) a scapito di una musulmana.

    Il primo governatore Mario Lago, fu apprezzato dalle comunità greche, turche ed ebraiche dell'isola, dando al Dodecaneso un cosiddetto "periodo d'oro" tra il 1923 ed il 1936. Lago attuò in questi anni una politica lungimirante e rispettosa dell'identità etnica e culturale degli abitanti della colonia, creando anche un grande piano di opere pubbliche a Rodi (divenuta capoluogo di provincia) e nelle altre isole. Le manifestazioni sportive e gli eventi mondani (il cui epicentro era l’Albergo delle Rose di Rodi) arricchirono e risollevarono l’economia e la vita dei dodecasini, tranne la comunità ellenica più ortodossa che perorava la causa del nazionalismo greco, della Chiesa ortodossa e l’annessione ad Atene. In suo onore venne edificata la nuova città di Portolago (base della Regia Marina nell'isola di Lero). Venne intrapreso un programma di italianizzazione, sperando di rendere l'isola di Rodi un centro per la diffusione della cultura italiana in Grecia e nel Levante. L’occupazione italiana ebbe alcuni effetti positivi nei suoi tentativi di modernizzare le isole, con la conseguente eliminazione della malaria, l’introduzione di aerei e automobili, edifici moderni, fabbriche, piantagioni, la costruzione di ospedali, scuole, acquedotti, centrali elettriche e finanche la creazione del catasto del Dodecaneso. Volendo fornire un bilancio complessivo dell’unica “colonia bianca” dell’Italia (cioè abitata da bianchi, a differenza delle colonie africane), le riforme di Lago alterarono in maniera significativa l’economia, la società e le politiche locali, consentendo a Roma di monopolizzare le attività produttive e il commercio e di entrare in possesso delle migliori proprietà. Il Possedimento del Dodecaneso aveva un valore simbolico di “vetrina” verso il Levante. Secondo lo storico greco Nicholas Doumanis i colonizzatori intendevano dimostrare che l’Italia era all’altezza come cultura dominante. Al contrario dei Savoia, che si recarono in visita più volte nelle Isole dell’Egeo, Mussolini non vi si recò mai (come del resto non visitò mai neanche le colonie dell’Africa orientale).

    Nel censimento italiano del 1936, nelle isole del Dodecaneso la popolazione totale era di 140.848 abitanti, di cui 16.711 italiani.

    Successivamente la nomina a nuovo governatore di Cesare Maria De Vecchi, quadriumviro fascista, segnò una svolta nella colonizzazione. De Vecchi promosse un programma più vigoroso ed energico di italianizzazione e di repressione dell’elemento greco, imponendo l'italiano come unica lingua ufficiale in tutte le scuole del Dodecaneso. Lo slogan principale della sua amministrazione fu quello della “romanità fascista”, concetto che emerse nell’estate 1937 durante gli scavi archeologici di Lindo, alla presenza di alcuni docenti universitari, quando si spiegò che Roma dopo aver assorbito l’ellenismo era diventata “l’unica vera creatrice della civiltà attuale”. Alle Isole egee spettava il ruolo di “baluardo dell’impero ieri romano, oggi fascista”. Nonostante i buoni rapporti con la comunità ebraica fino alla guerra d’Etiopia, l’allineamento politico-ideologico con la Germania nazista e le leggi razziali del 1938, De Vecchi emanò un decreto governatoriale che estendeva al Dodecaneso le disposizioni riguardanti l’espulsione di studenti e docenti di religione ebraica e la lotta all’integrità della razza.

    Nei primi anni della Seconda guerra mondiale il Dodecaneso fu importante base navale italiana e circa 40.000 militari italiani erano stanziati nelle isole. Le Isole egee funsero da base aerea per alcune missioni su obiettivi britannici ad Alessandria d’Egitto, Tel Aviv, addirittura Manama, nel Bahrain, e obiettivi petroliferi in Arabia Saudita.

    Dopo l'8 settembre 1943 e l’armistizio di Cassibile, il Dodecaneso venne attaccato dai tedeschi che non volevano fornire agli Alleati una base operativa per l'attacco alla Grecia. Le isole furono teatro di violenti scontri tra italiani e tedeschi, allorquando caddero in mano alle forze armate naziste. La divisione d'assalto Rhodos, comandata dal generale Ulrich Kleemann riuscì a conquistare le isole grazie ad una mescolanza di azioni di forza e tattiche dilatorie, entro pochi giorni. Ciò fu possibile anche grazie alla scarsa iniziativa del Comando italiano, che però era vincolato alle clausole armistiziali ed alla estrema ambiguità delle informazioni inviate dallo Stato Maggiore. L’ultimo governatore precedente l’armistizio, l’ammiraglio Inigo Campioni, rimase in carica fino al 18 settembre 1943, quando fu deportato. Venne sostituito dal vicegovernatore Igino Ugo Faralli, che, avendo aderito alla Repubblica Sociale Italiana. L’ordine pubblico era mantenuto anche dai carabinieri.

    L’intero Dodecaneso venne occupato dalle truppe tedesche tra l’ottobre e il novembre 1943. Le ultime isole ad essere evacuate dalle truppe italiane furono Lisso e Patmo, dopo che era giunta la notizia della caduta di Lero. Gran parte dei soldati italiani fuggiti dalle isole riparò in Turchia, paese neutrale. Chi scelse di rimanere a combattere o venne catturato fu passato per le armi (ad esempio, la strage di Coo) o fatto prigioniero e internato in Germania. I prigionieri italiani dei tedeschi subirono angherie tremende, per certi aspetti peggiori degli ebrei stessi o dei prigionieri britannici, accorsi a difendere le isole dagli sbarchi tedeschi. Dal gennaio 1944 il Führer ordinò l’accelerazione della deportazione dei prigionieri italiani dal mar Egeo attraverso i Balcani, quando si consumarono alcune tragedie come il naufragio del piroscafo Oria, in cui morirono 4mila italiani, rinchiusi nelle stive dai nazisti.

    Andò comunque peggio alla comunità ebraica dodecasina e soprattutto rodiota, che aveva festeggiato nell’antico quartiere giudaico l’armistizio. Circa 800 ebrei erano rientrati nei loro Paesi europei d’origine, i più erano emigrati in Palestina, sfuggendo così all’annientamento; un centinaio con cittadinanza italiana era espatriato in Rhodesia, Congo belga e Sudafrica. Durante le prime angherie e arresti contro gli ebrei, il console turco Selahattin Ülkümen minacciò l’intervento del governo neutrale di Ankara, strappando all’arresto una quarantina di ebrei con passaporto turco e Kleemann non se la sentì di rischiare un intervento aperto della Turchia a fianco degli Alleati. Alla fine del conflitto, prima della ritirata però, i tedeschi si vendicarono lanciando una bomba contro la casa del console e di sua moglie, la quale rimase ferita gravemente. Complessivamente i nazisti deportarono 1.750 ebrei da Rodi, 906 da Coo, per un totale di 1.846 persone condotte ad Atene e da lì verso i lager, ciò significò la distruzione di una delle più antiche comunità ebraiche mediterranee, perché i sopravvissuti furono pochissimi.

    Nell’autunno 1944 le truppe tedesche nelle Sporadi meridionali (l’altro nome del Dodecaneso) restarono tagliate fuori dal conflitto in seguito all’offensiva delle brigate partigiane di Tito in Jugoslavia e dell’Armata Rossa sovietica in Ungheria. Il Comando tedesco si trovò ad affrontare una terribile carestia, frutto di anni di blocco navale inglese, autarchia, che provocò una forte inflazione e un mercato nero incontrollato. Nelle ormai ex Isole Italiane dell’Egeo non si pagava più in lire, ma direttamente col baratto in certi casi. Da questo momento la principale preoccupazione fu proprio la repressione di questi fenomeni per la gendarmeria tedesca e i carabinieri italiani. Nonostante le crescenti difficoltà, i pochi italiani collaborazionisti fedeli a Salò e i nazisti cercarono di mantenere una parvenza di normalità: i funzionari fascisti e i capi della milizia continuarono a frequentare i caffè, l’Albergo delle Rose e il teatro locale “Puccini”. La Wehrmacht cercò di ingraziarsi i greci, costituendo un Consiglio del popolo e i greci apprezzarono la disciplina dei soldati tedeschi, che erano rispettosi delle donne locali, ma non immaginando che dipendesse principalmente dalla volontà di preservare “la salute fisica e la purezza razziale”, come si lesse in un’ordinanza emanata dal generale Otto Wagener, deciso ad evitare relazioni amorose tra uomini tedeschi e donne greche. Dall’altro lato però, Wagener fece requisire gran parte dei prodotti agricoli e del bestiame e gli orti furono recintati e messi in custodia da sentinelle con l’ordine di sparare a vista. Secondo alcune fonti tra il 1944 e il 1945 i decessi per denutrizione nella sola Rodi erano all’ordine di 60-70 al giorno. Il Comando britannico, preoccupato nella prospettiva di trovarsi migliaia di bocche da sfamare, inviò sull’isola forze speciali segrete che discussero coi partigiani greci quali soluzioni adottare. I partigiani erano guidati da George Diamatidis che discussero anche coi funzionari italiani.

    Wagener alla fine acconsentì dopo molte pressioni alleate e il 9 febbraio 1945 la prima nave umanitaria della Croce Rossa internazionale attraccò al porto di Mandracchio carica di cibo. L’8 marzo successivo avvenne l’ultima strage di italiani per mano tedesca: il presidio nazista dell’isola di Lero ordinò la fucilazione di 4 uomini rei di aver rubato una barca per fuggire verso la Turchia.


    Il Comando tedesco aveva già iniziato ad intavolare le trattative di resa, mentre però minava e sabotava altre infrastrutture in vista dello sbarco britannico. Il 7 maggio 1945 Wagener ricevette via radio dall’ammiraglio Karl Doenitz, successore di Hitler, l’ordine di deporre le armi. Due giorni dopo il generale tedesco si recò sull’isola di Simi per firmare la resa alla presenza del collega britannico George Maine Moffat e del colonnello Christodoulos, comandante dello Squadrone sacro ellenico, inquadrato negli Alleati. Nelle stesse ore, l’esercito britannico sbarcò a Rodi, a Coo e a Lero, accolto da grandi festeggiamenti dalla popolazione locale.

    Subito dopo la liberazione delle Sporadi meridionali vennero poste sotto l’Amministrazione militare britannica, affidata a Moffat che fissò il suo quartier generale all’Albergo delle Rose: tra i primi ad essere convocati dal nuovo governatore provvisorio dell’arcipelago fu Iginio Faralli il quale, oltre a sentirsi negare il permesso di lasciare sul palazzo del governo il Tricolore, ricevette la comunicazione di immediato esonero dall’incarico di responsabile dell’amministrazione civile del Dodecaneso. Lui e la sua famiglia vennero subito trasferiti a Scarpanto, dove rimase per un mese e mezzo prima di essere rimpatriato.

    Arrivò dopo poche settimane, in visita a Rodi da Atene, l’arcivescovo ortodosso Damaskinos Papandreou, reggente di Grecia, il quale tenne un’orazione nella piazza del Foro Italico tra due ali di cittadini greci che sventolavano bandiere biancoazzurre: a margine della manifestazione si verificarono i primi episodi di violenza da parte dei gruppi di nazionalisti ellenici contro alcuni cittadini italiani, tollerati dai nuovi occupanti inglesi che si limitarono a suggerire all’ex podestà Macchi di avvertire i suoi compatrioti a non uscire per strada e di chiudersi in casa. Stando ad un rapporto inviato a Londra, gli italiani ancora residenti nelle Isole egee si trovavano “in uno stato di totale terrore. Sono stati perseguitati dai tedeschi, spaventati dai greci e non sanno quale trattamento aspettarsi da noi”. Il governo di Winston Churchill non era interessato a nuove acquisizioni territoriali, dall’altro spinse di applicare il vecchio principio wilsoniano dell’autodeterminazione dei popoli, che nel caso del Dodecaneso avrebbe visto prevalere numericamente l’etnia greca.

    L’incertezza sulla sorte dell’arcipelago ebbe il risultato di accrescere le tensioni che sfociarono in scontri duri a Calino: a testimonianza di suor Teodorina Bonissoni delle missionarie zelatrici, i patrioti greci avevano assalito una caserma dei carabinieri. A Coo insieme ai soldati britannici erano sbarcati anche militari e poliziotti greci che si unirono ai manifestanti che avevano preso d’assalto i palazzi simbolo dell’occupazione italiana, sparando colpi con le armi ottenute dai tedeschi in cambio di cibo. Su invito della suora Tarcisia Boschiero, numerosi civili italiani si rifugiarono nell’ospedale ippocrateo, che venne circondato a scopo protettivo da un cordone di militari di origine indiana della Royal Army. All’interno di questi edifici, qualche italiano nostalgico “di un passato che non sarebbe più tornato” avrebbe voluto reagire con la forza, ma la madre superiora calmò gli animi, nonostante l’ospedale venne fatto oggetto di grida ostili e lanci di pietre, come vendetta contro certi abusi e soprusi degli italiani sui greci. Folco Pandolfi, un civile rimasto sull’isola, uscì dall’ospedale per recarsi con un suo amico greco nella sua casa per prelevare qualche vestito, ma l’impresa non fu facile a causa dell’opposizione dell’ex domestica ellenica, che tutto ciò che si trovava nella sua abitazione ora apparteneva al Dimarchion, cioè al municipio.

    Poche settimane dopo la fine del conflitto in Europa, il Ministero della Guerra britannico inviò un’ordinanza chiamata “No fraternisation”: era l’ordine di non fraternizzare con la popolazione italiana dei territori liberati, come già accaduto nelle ex colonie africane, anche per calmare gli animi delle popolazioni autoctone di vendicarsi delle angherie subite dai fascisti, sia per preservare l’imparzialità degli amministratori inglesi, che non volevano permettere agli italiani di farla franca grazie all’idea che la caduta di Mussolini fosse la “grande espiazione per le loro colpe passate”. Fu invece incomprensibile agli italiani ancora residenti nelle Sporadi meridionali l’ordinanza della British military administration in base alla quale gli ex militari del Regio Esercito, costretti dai nazisti a lavorare come “ausiliari” dopo l’armistizio, andassero considerati prigionieri di guerra al pari dei loro oppressori. A Coo, il tenente Luca Dogliani, che era stato resistente contro i tedeschi, venne costretto a calci da una pattuglia inglese all’internamento con alcuni ex fascisti nell’ex campo di concentramento di Antimachia.

    Gli italiani del Dodecaneso nell’immediato dopoguerra vissero una condizione simile a quelli dell’Istria, restando praticamente abbandonati a loro stessi in territori divenuti improvvisamente ostili: si trovarono ad affrontare nuove vicende complesse senza poter contare sul proprio governo nazionale.

    L’unica figura di riferimento divenne l’ex podestà Macchi, il quale ottenne dai britannici il permesso di riunire in assemblea i rappresentanti della comunità italiana, circa 8mila persone, tra contadini, impiegati pubblici, insegnanti, artigiani e imprenditori. La maggior parte di loro versava in povertà per il conflitto, per le requisizioni tedesche e per le ruberie dei nazionalisti greci. Ne nacque l’idea di fare collette comuni e di dar vita a un’associazione in grado di occuparsi dei problemi più impellenti: la “Commissione per la tutela degli interessi italiani nel Dodecaneso”, che venne guidata dall’ebreo Aldo Levi. Macchi chiese la revoca del divieto di fraternizzazione con gli inglesi e promosse la ripresa delle pubblicazioni de “Il Messaggero di Rodi” che venne ribattezzato “Notizie dall’Italia”. Grazie a fondi di industriali rodioti, la Commissione italiana acquistò un peschereccio, battente bandiera dei cavalieri dell’Ordine di Malta, che salpò per Brindisi trasportando sacchi pieni di corrispondenza e richieste di aiuti al governo di Roma, guidato da Ferruccio Parri. Col passare dei mesi però, nella comunità italiana dell’Egeo si diffuse la consapevolezza che i governi di Roma avrebbero abbandonato ogni pretesa sulle Sporadi meridionali, come in effetti emerse dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri Alcide De Gasperi:


    «Il popolo italiano vedrebbe volentieri il Dodecaneso affidato alla Grecia come compenso e quale pegno di amicizia tra i due popoli mediterranei».

    In cambio però i nostri connazionali ancora ivi residenti avrebbero dovuto ottenere eque garanzie. La speranza di De Gasperi era quella di mantenere in vita una presenza italiana almeno a Rodi, indipendentemente dal destino politico dell’arcipelago. Le posizioni dello statista trentino democristiano contribuirono a placare gli animi, consentendo un ritorno più tranquillo alla quotidianità per gli italiani dell’Egeo. La Commissione presieduta da Macchi organizzò altre raccolte fondi finalizzate all’acquisto di medicine, vestiti, scarpe, eventi culturali, concerti di musica classica, tutti tenuti nel salone delle scuole femminili di Rodi, divenuto il nuovo e provvisorio quartier generale italiano.

    Nel novembre 1945 la British military administration concesse il permesso di rimpatriare a circa 200 ex impiegati statali, che in base a un decreto del governo di Roma erano stati ricollocati. Il 27 dicembre dello stesso anno salpò verso la Puglia un secondo piroscafo con a bordo 500 persone, in gran parte coloni agricoli; nel frattempo coloro che avevano scelto di restare iniziarono a discutere sull’opportunità di riaprire le scuole italiane mantenendo così “una tradizione di cultura”, nonostante i problemi economici dovuti alla perdita dei finanziamenti statali. Tra i pochi a conservare il posto nel settore pubblico vi furono 90 carabinieri e poche decine di finanzieri che vennero posti agli ordini della gendarmeria inglese e impiegati per mantenere l’ordine pubblico nei villaggi di campagna e nelle isole minori.

    Un altro segno del tentativo italiano di tornare alla normalità fu la ripresa della corsa motociclistica tra i monti Fileremo a Paradiso, che era stata uno dei fiori all’occhiello delle manifestazioni sportive di quel tempo. Nel frattempo, numerose famiglie si misero in cerca di notizie dei parenti e degli amici deportati nei campi di concentramento del Terzo Reich, facendo riferimento all’ufficio assistenza della Commissione italiana di Aldo Levi e alla Pontificia opera assistenza del Vaticano. I primi a far avere loro notizie furono i militari italiani che erano fuggiti in Turchia ed erano stati internati in vari campi inglesi in Siria, Palestina ed Egitto. A partire dall’autunno 1945 il quotidiano “Notizie dall’Italia” si occupò di trascrivere i messaggi di sopravvissuti alla deportazione o di congiunti di dispersi, letti dai conduttori di Radio Vaticana.

    L’ex podestà Macchi si preoccupò dell’atteggiamento degli ebrei rodioti sopravvissuti verso gli italiani, che avrebbero potuto influire negativamente sul destino delle Isole egee. Nel maggio 1946 Macchi tornò sulla questione, scrivendo a Roma che i pochi ebrei di Rodi sembrava avessero “completamente dimenticato la loro nazionalità”. La Conferenza di Pace di Parigi dell’estate 1946 confermò le decisioni delle potenze vincitrici di assegnare il Dodecaneso alla Grecia. Entro la fine di quell’anno tornarono appena 55 ebrei dodecanesini delle migliaia di deportati: crearono un proprio comitato per quantificare i danni e raccogliere informazioni sulla sorte dei deportati, potendo contare sul supporto dell’Unione delle comunità ebraiche di Grecia. Il governo monarchico di Atene, ora in lotta contro gli insorti comunisti, inviò migliaia di oppositori catturati al confino nelle Isole egee e li rinchiuse in campi di internamento lontani dal continente.

    Il 1° gennaio 1947 la British military administration annunciò che avrebbe cessato i propri compiti in pochi mesi, cedendo la responsabilità del governo dell’arcipelago a una missione militare ellenica, affidata al colonnello Gigantes. Il 10 febbraio 1947 l’ambasciatore italiano Meli Lupi di Soragna firmò il Trattato di Parigi con le Potenze alleate, che imponeva all’Italia la cessione delle dodici isole del Dodecaneso alla Grecia nonostante fossero state occupate precedentemente al regime fascista. Dopo aver ratificato il trattato, il governo della neonata Repubblica italiana condannò ufficialmente “l’aggressione di cui la Grecia è stata vittima”, dichiarando di confidare che in virtù della “rinnovata collaborazione cordiale” tra Roma e Atene ai circa 15.000 italiani ancora residenti nelle isole sarebbe stato consentito di conservare i propri beni e diritti, e di “godere delle loro istituzioni culturali e di esercitare liberamente il loro culto”.

    Indifferenti agli appelli del governo di Roma, i nuovi amministratori greci decretarono l’immediata sostituzione della lira con la dracma e la requisizione dei beni della curia vescovile cattolica: questo provvedimento era fortemente voluto dal clero ortodosso che sosteneva sin dalla colonizzazione italiana aveva sostenuto le proteste nazionaliste. Gli ospedali e le scuole religiose diventarono quindi proprietà dello Stato ellenico e la cattedrale di San Giovanni venne rapidamente adattata al culto ortodosso: solo i frati francescani, che si erano fatti benvolere dalla popolazione con le loro opere di carità, ottennero di poter continuare a celebrare messa nella chiesa di San Francesco a Rodi. La firma del trattato di pace segnò il definito tramonto del Possedimento del Dodecaneso, tanto che dopo tale data gli italiani ancora residenti si trovarono nella necessità di liquidare frettolosamente tutte le proprietà. A fronte di una situazione che andava deteriorandosi rapidamente, Antonio Macchi decise di recarsi a Roma per incontrare il presidente del Consiglio De Gasperi e perorare la causa della comunità italiana, i cui membri si sentivano “abbandonati alla deriva in una disperata situazione senza scampo”. Grazie alle sue sollecitazioni, il governo italiano dispose l’invio di alcuni piroscafi e mercantili per favorire il rimpatrio di quelle persone e delle loro masserizie, promettendo il suo impegno a far trovare loro un’accoglienza e una sistemazione adeguate in patria. Chi decise di continuare a vivere nelle Isole egee ebbe l’obbligo di scegliere tra la cittadinanza greca e quella italiana, entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato di Parigi.
    Nel settembre 1947, alla vigilia della partenza dell’ultima nave diretta in Italia, il quotidiano “Notizie dall’Italia” prese commiato dai lettori con l’auspicio di un futuro migliore. Tuttavia, dopo lo sbarco nei porti pugliesi gli ultimi 7mila abitanti dell’ex Possedimento furono sistemati nei campi profughi di Aversa, Bari-Palese, Cinecittà e Centocelle, le cui baracche erano ancora abitate da disperati di varia provenienza.

    Il personale medico e i lavoratori coatti rimasti a Lero furono rimpatriati sul piroscafo francese “Ville d’Oran”, i cui membri dell’equipaggio li accolsero a suon di calci e pugni chiamandoli “Mussolini” e “maccaroni” e li rinchiusero in stiva dove restarono tutto il viaggio. Arrivati a Taranto, questi italiani furono presi in consegna dalle truppe marocchine che rinnovarono le percosse e ruberie di oggetti personali.

    A partire da questo momento le Sporadi meridionali si spopolarono di italiani e di turchi, niente affatto desiderosi di restare in un territorio a maggioranza ortodossa. Tra i cattolici, appunto, restarono pochi frati e suore francescani che per diversi mesi continuarono a rappresentare l’unico punto di riferimento per chi cercava notizie su morti e dispersi. I religiosi consegnarono i vessilli dei reggimenti italiani, nascosti dopo gli attacchi tedeschi, all’ex podestà Macchi affinché fossero portate a Roma, al Vittoriano. Il 28 ottobre 1947 la missione militare greca cedette i poteri a un governo politico nominato da Atene: questa particolare data venne scelta dalle autorità elleniche per umiliare gli ex occupanti, per ricordare l’aggressione alla Grecia: il primo governatore greco Periklis Ioannidis assunse i poteri civili.

    Il 7 marzo 1948 le isole si trasformarono da “Governatorato del Dodecaneso” a Prefettura del Dodecaneso, entrando quindi a far parte a tutti gli effetti dell’allora Regno di Grecia.

    Il 31 agosto 1949 fu siglato un accordo tra il governo italiano e quello greco che prevedeva il rimpatrio entro un anno di tutti gli italiani restanti. I profughi dovettero svendere le proprietà, portando con sé solo pochi beni mobili. I pochi italiani rimasti avevano già in precedenza ottenuto la doppia cittadinanza.

    Il 9 settembre 1950 gli ultimi due Fratelli delle Scuole Cristiane lasciarono Rodi e la loro scuola italiana venne chiusa definitivamente.
    Biordo, dedelind and Ivan like this.

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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Citazione Originariamente Scritto da Rotwang Visualizza Messaggio
    Con la Pace di Losanna del 18 ottobre 1912, l'Italia ottenne il riconoscimento dell'amministrazione civile sulla Libia in cambio del ritiro delle truppe dal Dodecaneso, arcipelago di dodici isole più grosse (Rodi, Coo, Càlino, Lero, Scarpanto, Patmo, Simi, Stampalia, Caso, Nìsiro, Lisso, Piscopi, e tante altre minori e disabitate) di etnia perlopiù greca di fronte alle coste anatoliche che era precedentemente stato il Vilayet dell'Arcipelago (suddivisione amministrativa ottomana). Tale clausola non fu rispettata perché subordinata alla cessazione di atti di ostilità contro l'amministrazione italiana in Libia, apparentemente fomentati e appoggiati dai turchi; atti che non smisero di verificarsi dando così all'Italia la possibilità di mantenere l'occupazione delle dodici isole per tutto il periodo della Prima guerra mondiale, combattuta nuovamente anche contro l'Impero Ottomano.

    La sconfitta dell'Impero turco nella Grande guerra portò nel frattempo al Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920, che confermò all'Italia il possesso su tutto il Dodecaneso con l'inclusione dell'isola di Castelrosso. Mario Lago si insediò come primo governatore civile e con il Trattato di Losanna del 1923, il nuovo capo politico Kemal Atatürk e la comunità internazionale riconobbero per la prima volta all'Italia la sovranità a titolo definitivo sul Dodecaneso che venne ribattezzato ufficialmente “Isole Italiane dell’Egeo”. Fino all’arrivo degli italiani queste isole non erano più state strategicamente né economicamente importanti per secoli, specialmente sotto il dominio turco, rimanendo desertiche e poco popolate. I nazionalisti greci inizialmente videro positivamente l’arrivo degli italiani, probabilmente per l’avvento di un’altra potenza cristiana con vessilli con croci (lo scudo sabaudo) a scapito di una musulmana.

    Il primo governatore Mario Lago, fu apprezzato dalle comunità greche, turche ed ebraiche dell'isola, dando al Dodecaneso un cosiddetto "periodo d'oro" tra il 1923 ed il 1936. Lago attuò in questi anni una politica lungimirante e rispettosa dell'identità etnica e culturale degli abitanti della colonia, creando anche un grande piano di opere pubbliche a Rodi (divenuta capoluogo di provincia) e nelle altre isole. Le manifestazioni sportive e gli eventi mondani (il cui epicentro era l’Albergo delle Rose di Rodi) arricchirono e risollevarono l’economia e la vita dei dodecasini, tranne la comunità ellenica più ortodossa che perorava la causa del nazionalismo greco, della Chiesa ortodossa e l’annessione ad Atene. In suo onore venne edificata la nuova città di Portolago (base della Regia Marina nell'isola di Lero). Venne intrapreso un programma di italianizzazione, sperando di rendere l'isola di Rodi un centro per la diffusione della cultura italiana in Grecia e nel Levante. L’occupazione italiana ebbe alcuni effetti positivi nei suoi tentativi di modernizzare le isole, con la conseguente eliminazione della malaria, l’introduzione di aerei e automobili, edifici moderni, fabbriche, piantagioni, la costruzione di ospedali, scuole, acquedotti, centrali elettriche e finanche la creazione del catasto del Dodecaneso. Volendo fornire un bilancio complessivo dell’unica “colonia bianca” dell’Italia (cioè abitata da bianchi, a differenza delle colonie africane), le riforme di Lago alterarono in maniera significativa l’economia, la società e le politiche locali, consentendo a Roma di monopolizzare le attività produttive e il commercio e di entrare in possesso delle migliori proprietà. Il Possedimento del Dodecaneso aveva un valore simbolico di “vetrina” verso il Levante. Secondo lo storico greco Nicholas Doumanis i colonizzatori intendevano dimostrare che l’Italia era all’altezza come cultura dominante. Al contrario dei Savoia, che si recarono in visita più volte nelle Isole dell’Egeo, Mussolini non vi si recò mai (come del resto non visitò mai neanche le colonie dell’Africa orientale).

    Nel censimento italiano del 1936, nelle isole del Dodecaneso la popolazione totale era di 140.848 abitanti, di cui 16.711 italiani.

    Successivamente la nomina a nuovo governatore di Cesare Maria De Vecchi, quadriumviro fascista, segnò una svolta nella colonizzazione. De Vecchi promosse un programma più vigoroso ed energico di italianizzazione e di repressione dell’elemento greco, imponendo l'italiano come unica lingua ufficiale in tutte le scuole del Dodecaneso. Lo slogan principale della sua amministrazione fu quello della “romanità fascista”, concetto che emerse nell’estate 1937 durante gli scavi archeologici di Lindo, alla presenza di alcuni docenti universitari, quando si spiegò che Roma dopo aver assorbito l’ellenismo era diventata “l’unica vera creatrice della civiltà attuale”. Alle Isole egee spettava il ruolo di “baluardo dell’impero ieri romano, oggi fascista”. Nonostante i buoni rapporti con la comunità ebraica fino alla guerra d’Etiopia, l’allineamento politico-ideologico con la Germania nazista e le leggi razziali del 1938, De Vecchi emanò un decreto governatoriale che estendeva al Dodecaneso le disposizioni riguardanti l’espulsione di studenti e docenti di religione ebraica e la lotta all’integrità della razza.

    Nei primi anni della Seconda guerra mondiale il Dodecaneso fu importante base navale italiana e circa 40.000 militari italiani erano stanziati nelle isole. Le Isole egee funsero da base aerea per alcune missioni su obiettivi britannici ad Alessandria d’Egitto, Tel Aviv, addirittura Manama, nel Bahrain, e obiettivi petroliferi in Arabia Saudita.

    Dopo l'8 settembre 1943 e l’armistizio di Cassibile, il Dodecaneso venne attaccato dai tedeschi che non volevano fornire agli Alleati una base operativa per l'attacco alla Grecia. Le isole furono teatro di violenti scontri tra italiani e tedeschi, allorquando caddero in mano alle forze armate naziste. La divisione d'assalto Rhodos, comandata dal generale Ulrich Kleemann riuscì a conquistare le isole grazie ad una mescolanza di azioni di forza e tattiche dilatorie, entro pochi giorni. Ciò fu possibile anche grazie alla scarsa iniziativa del Comando italiano, che però era vincolato alle clausole armistiziali ed alla estrema ambiguità delle informazioni inviate dallo Stato Maggiore. L’ultimo governatore precedente l’armistizio, l’ammiraglio Inigo Campioni, rimase in carica fino al 18 settembre 1943, quando fu deportato. Venne sostituito dal vicegovernatore Igino Ugo Faralli, che, avendo aderito alla Repubblica Sociale Italiana. L’ordine pubblico era mantenuto anche dai carabinieri.

    L’intero Dodecaneso venne occupato dalle truppe tedesche tra l’ottobre e il novembre 1943. Le ultime isole ad essere evacuate dalle truppe italiane furono Lisso e Patmo, dopo che era giunta la notizia della caduta di Lero. Gran parte dei soldati italiani fuggiti dalle isole riparò in Turchia, paese neutrale. Chi scelse di rimanere a combattere o venne catturato fu passato per le armi (ad esempio, la strage di Coo) o fatto prigioniero e internato in Germania. I prigionieri italiani dei tedeschi subirono angherie tremende, per certi aspetti peggiori degli ebrei stessi o dei prigionieri britannici, accorsi a difendere le isole dagli sbarchi tedeschi. Dal gennaio 1944 il Führer ordinò l’accelerazione della deportazione dei prigionieri italiani dal mar Egeo attraverso i Balcani, quando si consumarono alcune tragedie come il naufragio del piroscafo Oria, in cui morirono 4mila italiani, rinchiusi nelle stive dai nazisti.

    Andò comunque peggio alla comunità ebraica dodecasina e soprattutto rodiota, che aveva festeggiato nell’antico quartiere giudaico l’armistizio. Circa 800 ebrei erano rientrati nei loro Paesi europei d’origine, i più erano emigrati in Palestina, sfuggendo così all’annientamento; un centinaio con cittadinanza italiana era espatriato in Rhodesia, Congo belga e Sudafrica. Durante le prime angherie e arresti contro gli ebrei, il console turco Selahattin Ülkümen minacciò l’intervento del governo neutrale di Ankara, strappando all’arresto una quarantina di ebrei con passaporto turco e Kleemann non se la sentì di rischiare un intervento aperto della Turchia a fianco degli Alleati. Alla fine del conflitto, prima della ritirata però, i tedeschi si vendicarono lanciando una bomba contro la casa del console e di sua moglie, la quale rimase ferita gravemente. Complessivamente i nazisti deportarono 1.750 ebrei da Rodi, 906 da Coo, per un totale di 1.846 persone condotte ad Atene e da lì verso i lager, ciò significò la distruzione di una delle più antiche comunità ebraiche mediterranee, perché i sopravvissuti furono pochissimi.

    Nell’autunno 1944 le truppe tedesche nelle Sporadi meridionali (l’altro nome del Dodecaneso) restarono tagliate fuori dal conflitto in seguito all’offensiva delle brigate partigiane di Tito in Jugoslavia e dell’Armata Rossa sovietica in Ungheria. Il Comando tedesco si trovò ad affrontare una terribile carestia, frutto di anni di blocco navale inglese, autarchia, che provocò una forte inflazione e un mercato nero incontrollato. Nelle ormai ex Isole Italiane dell’Egeo non si pagava più in lire, ma direttamente col baratto in certi casi. Da questo momento la principale preoccupazione fu proprio la repressione di questi fenomeni per la gendarmeria tedesca e i carabinieri italiani. Nonostante le crescenti difficoltà, i pochi italiani collaborazionisti fedeli a Salò e i nazisti cercarono di mantenere una parvenza di normalità: i funzionari fascisti e i capi della milizia continuarono a frequentare i caffè, l’Albergo delle Rose e il teatro locale “Puccini”. La Wehrmacht cercò di ingraziarsi i greci, costituendo un Consiglio del popolo e i greci apprezzarono la disciplina dei soldati tedeschi, che erano rispettosi delle donne locali, ma non immaginando che dipendesse principalmente dalla volontà di preservare “la salute fisica e la purezza razziale”, come si lesse in un’ordinanza emanata dal generale Otto Wagener, deciso ad evitare relazioni amorose tra uomini tedeschi e donne greche. Dall’altro lato però, Wagener fece requisire gran parte dei prodotti agricoli e del bestiame e gli orti furono recintati e messi in custodia da sentinelle con l’ordine di sparare a vista. Secondo alcune fonti tra il 1944 e il 1945 i decessi per denutrizione nella sola Rodi erano all’ordine di 60-70 al giorno. Il Comando britannico, preoccupato nella prospettiva di trovarsi migliaia di bocche da sfamare, inviò sull’isola forze speciali segrete che discussero coi partigiani greci quali soluzioni adottare. I partigiani erano guidati da George Diamatidis che discussero anche coi funzionari italiani.

    Wagener alla fine acconsentì dopo molte pressioni alleate e il 9 febbraio 1945 la prima nave umanitaria della Croce Rossa internazionale attraccò al porto di Mandracchio carica di cibo. L’8 marzo successivo avvenne l’ultima strage di italiani per mano tedesca: il presidio nazista dell’isola di Lero ordinò la fucilazione di 4 uomini rei di aver rubato una barca per fuggire verso la Turchia.


    Il Comando tedesco aveva già iniziato ad intavolare le trattative di resa, mentre però minava e sabotava altre infrastrutture in vista dello sbarco britannico. Il 7 maggio 1945 Wagener ricevette via radio dall’ammiraglio Karl Doenitz, successore di Hitler, l’ordine di deporre le armi. Due giorni dopo il generale tedesco si recò sull’isola di Simi per firmare la resa alla presenza del collega britannico George Maine Moffat e del colonnello Christodoulos, comandante dello Squadrone sacro ellenico, inquadrato negli Alleati. Nelle stesse ore, l’esercito britannico sbarcò a Rodi, a Coo e a Lero, accolto da grandi festeggiamenti dalla popolazione locale.

    Subito dopo la liberazione delle Sporadi meridionali vennero poste sotto l’Amministrazione militare britannica, affidata a Moffat che fissò il suo quartier generale all’Albergo delle Rose: tra i primi ad essere convocati dal nuovo governatore provvisorio dell’arcipelago fu Iginio Faralli il quale, oltre a sentirsi negare il permesso di lasciare sul palazzo del governo il Tricolore, ricevette la comunicazione di immediato esonero dall’incarico di responsabile dell’amministrazione civile del Dodecaneso. Lui e la sua famiglia vennero subito trasferiti a Scarpanto, dove rimase per un mese e mezzo prima di essere rimpatriato.

    Arrivò dopo poche settimane, in visita a Rodi da Atene, l’arcivescovo ortodosso Damaskinos Papandreou, reggente di Grecia, il quale tenne un’orazione nella piazza del Foro Italico tra due ali di cittadini greci che sventolavano bandiere biancoazzurre: a margine della manifestazione si verificarono i primi episodi di violenza da parte dei gruppi di nazionalisti ellenici contro alcuni cittadini italiani, tollerati dai nuovi occupanti inglesi che si limitarono a suggerire all’ex podestà Macchi di avvertire i suoi compatrioti a non uscire per strada e di chiudersi in casa. Stando ad un rapporto inviato a Londra, gli italiani ancora residenti nelle Isole egee si trovavano “in uno stato di totale terrore. Sono stati perseguitati dai tedeschi, spaventati dai greci e non sanno quale trattamento aspettarsi da noi”. Il governo di Winston Churchill non era interessato a nuove acquisizioni territoriali, dall’altro spinse di applicare il vecchio principio wilsoniano dell’autodeterminazione dei popoli, che nel caso del Dodecaneso avrebbe visto prevalere numericamente l’etnia greca.

    L’incertezza sulla sorte dell’arcipelago ebbe il risultato di accrescere le tensioni che sfociarono in scontri duri a Calino: a testimonianza di suor Teodorina Bonissoni delle missionarie zelatrici, i patrioti greci avevano assalito una caserma dei carabinieri. A Coo insieme ai soldati britannici erano sbarcati anche militari e poliziotti greci che si unirono ai manifestanti che avevano preso d’assalto i palazzi simbolo dell’occupazione italiana, sparando colpi con le armi ottenute dai tedeschi in cambio di cibo. Su invito della suora Tarcisia Boschiero, numerosi civili italiani si rifugiarono nell’ospedale ippocrateo, che venne circondato a scopo protettivo da un cordone di militari di origine indiana della Royal Army. All’interno di questi edifici, qualche italiano nostalgico “di un passato che non sarebbe più tornato” avrebbe voluto reagire con la forza, ma la madre superiora calmò gli animi, nonostante l’ospedale venne fatto oggetto di grida ostili e lanci di pietre, come vendetta contro certi abusi e soprusi degli italiani sui greci. Folco Pandolfi, un civile rimasto sull’isola, uscì dall’ospedale per recarsi con un suo amico greco nella sua casa per prelevare qualche vestito, ma l’impresa non fu facile a causa dell’opposizione dell’ex domestica ellenica, che tutto ciò che si trovava nella sua abitazione ora apparteneva al Dimarchion, cioè al municipio.

    Poche settimane dopo la fine del conflitto in Europa, il Ministero della Guerra britannico inviò un’ordinanza chiamata “No fraternisation”: era l’ordine di non fraternizzare con la popolazione italiana dei territori liberati, come già accaduto nelle ex colonie africane, anche per calmare gli animi delle popolazioni autoctone di vendicarsi delle angherie subite dai fascisti, sia per preservare l’imparzialità degli amministratori inglesi, che non volevano permettere agli italiani di farla franca grazie all’idea che la caduta di Mussolini fosse la “grande espiazione per le loro colpe passate”. Fu invece incomprensibile agli italiani ancora residenti nelle Sporadi meridionali l’ordinanza della British military administration in base alla quale gli ex militari del Regio Esercito, costretti dai nazisti a lavorare come “ausiliari” dopo l’armistizio, andassero considerati prigionieri di guerra al pari dei loro oppressori. A Coo, il tenente Luca Dogliani, che era stato resistente contro i tedeschi, venne costretto a calci da una pattuglia inglese all’internamento con alcuni ex fascisti nell’ex campo di concentramento di Antimachia.

    Gli italiani del Dodecaneso nell’immediato dopoguerra vissero una condizione simile a quelli dell’Istria, restando praticamente abbandonati a loro stessi in territori divenuti improvvisamente ostili: si trovarono ad affrontare nuove vicende complesse senza poter contare sul proprio governo nazionale.

    L’unica figura di riferimento divenne l’ex podestà Macchi, il quale ottenne dai britannici il permesso di riunire in assemblea i rappresentanti della comunità italiana, circa 8mila persone, tra contadini, impiegati pubblici, insegnanti, artigiani e imprenditori. La maggior parte di loro versava in povertà per il conflitto, per le requisizioni tedesche e per le ruberie dei nazionalisti greci. Ne nacque l’idea di fare collette comuni e di dar vita a un’associazione in grado di occuparsi dei problemi più impellenti: la “Commissione per la tutela degli interessi italiani nel Dodecaneso”, che venne guidata dall’ebreo Aldo Levi. Macchi chiese la revoca del divieto di fraternizzazione con gli inglesi e promosse la ripresa delle pubblicazioni de “Il Messaggero di Rodi” che venne ribattezzato “Notizie dall’Italia”. Grazie a fondi di industriali rodioti, la Commissione italiana acquistò un peschereccio, battente bandiera dei cavalieri dell’Ordine di Malta, che salpò per Brindisi trasportando sacchi pieni di corrispondenza e richieste di aiuti al governo di Roma, guidato da Ferruccio Parri. Col passare dei mesi però, nella comunità italiana dell’Egeo si diffuse la consapevolezza che i governi di Roma avrebbero abbandonato ogni pretesa sulle Sporadi meridionali, come in effetti emerse dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri Alcide De Gasperi:


    «Il popolo italiano vedrebbe volentieri il Dodecaneso affidato alla Grecia come compenso e quale pegno di amicizia tra i due popoli mediterranei».

    In cambio però i nostri connazionali ancora ivi residenti avrebbero dovuto ottenere eque garanzie. La speranza di De Gasperi era quella di mantenere in vita una presenza italiana almeno a Rodi, indipendentemente dal destino politico dell’arcipelago. Le posizioni dello statista trentino democristiano contribuirono a placare gli animi, consentendo un ritorno più tranquillo alla quotidianità per gli italiani dell’Egeo. La Commissione presieduta da Macchi organizzò altre raccolte fondi finalizzate all’acquisto di medicine, vestiti, scarpe, eventi culturali, concerti di musica classica, tutti tenuti nel salone delle scuole femminili di Rodi, divenuto il nuovo e provvisorio quartier generale italiano.

    Nel novembre 1945 la British military administration concesse il permesso di rimpatriare a circa 200 ex impiegati statali, che in base a un decreto del governo di Roma erano stati ricollocati. Il 27 dicembre dello stesso anno salpò verso la Puglia un secondo piroscafo con a bordo 500 persone, in gran parte coloni agricoli; nel frattempo coloro che avevano scelto di restare iniziarono a discutere sull’opportunità di riaprire le scuole italiane mantenendo così “una tradizione di cultura”, nonostante i problemi economici dovuti alla perdita dei finanziamenti statali. Tra i pochi a conservare il posto nel settore pubblico vi furono 90 carabinieri e poche decine di finanzieri che vennero posti agli ordini della gendarmeria inglese e impiegati per mantenere l’ordine pubblico nei villaggi di campagna e nelle isole minori.

    Un altro segno del tentativo italiano di tornare alla normalità fu la ripresa della corsa motociclistica tra i monti Fileremo a Paradiso, che era stata uno dei fiori all’occhiello delle manifestazioni sportive di quel tempo. Nel frattempo, numerose famiglie si misero in cerca di notizie dei parenti e degli amici deportati nei campi di concentramento del Terzo Reich, facendo riferimento all’ufficio assistenza della Commissione italiana di Aldo Levi e alla Pontificia opera assistenza del Vaticano. I primi a far avere loro notizie furono i militari italiani che erano fuggiti in Turchia ed erano stati internati in vari campi inglesi in Siria, Palestina ed Egitto. A partire dall’autunno 1945 il quotidiano “Notizie dall’Italia” si occupò di trascrivere i messaggi di sopravvissuti alla deportazione o di congiunti di dispersi, letti dai conduttori di Radio Vaticana.

    L’ex podestà Macchi si preoccupò dell’atteggiamento degli ebrei rodioti sopravvissuti verso gli italiani, che avrebbero potuto influire negativamente sul destino delle Isole egee. Nel maggio 1946 Macchi tornò sulla questione, scrivendo a Roma che i pochi ebrei di Rodi sembrava avessero “completamente dimenticato la loro nazionalità”. La Conferenza di Pace di Parigi dell’estate 1946 confermò le decisioni delle potenze vincitrici di assegnare il Dodecaneso alla Grecia. Entro la fine di quell’anno tornarono appena 55 ebrei dodecanesini delle migliaia di deportati: crearono un proprio comitato per quantificare i danni e raccogliere informazioni sulla sorte dei deportati, potendo contare sul supporto dell’Unione delle comunità ebraiche di Grecia. Il governo monarchico di Atene, ora in lotta contro gli insorti comunisti, inviò migliaia di oppositori catturati al confino nelle Isole egee e li rinchiuse in campi di internamento lontani dal continente.

    Il 1° gennaio 1947 la British military administration annunciò che avrebbe cessato i propri compiti in pochi mesi, cedendo la responsabilità del governo dell’arcipelago a una missione militare ellenica, affidata al colonnello Gigantes. Il 10 febbraio 1947 l’ambasciatore italiano Meli Lupi di Soragna firmò il Trattato di Parigi con le Potenze alleate, che imponeva all’Italia la cessione delle dodici isole del Dodecaneso alla Grecia nonostante fossero state occupate precedentemente al regime fascista. Dopo aver ratificato il trattato, il governo della neonata Repubblica italiana condannò ufficialmente “l’aggressione di cui la Grecia è stata vittima”, dichiarando di confidare che in virtù della “rinnovata collaborazione cordiale” tra Roma e Atene ai circa 15.000 italiani ancora residenti nelle isole sarebbe stato consentito di conservare i propri beni e diritti, e di “godere delle loro istituzioni culturali e di esercitare liberamente il loro culto”.

    Indifferenti agli appelli del governo di Roma, i nuovi amministratori greci decretarono l’immediata sostituzione della lira con la dracma e la requisizione dei beni della curia vescovile cattolica: questo provvedimento era fortemente voluto dal clero ortodosso che sosteneva sin dalla colonizzazione italiana aveva sostenuto le proteste nazionaliste. Gli ospedali e le scuole religiose diventarono quindi proprietà dello Stato ellenico e la cattedrale di San Giovanni venne rapidamente adattata al culto ortodosso: solo i frati francescani, che si erano fatti benvolere dalla popolazione con le loro opere di carità, ottennero di poter continuare a celebrare messa nella chiesa di San Francesco a Rodi. La firma del trattato di pace segnò il definito tramonto del Possedimento del Dodecaneso, tanto che dopo tale data gli italiani ancora residenti si trovarono nella necessità di liquidare frettolosamente tutte le proprietà. A fronte di una situazione che andava deteriorandosi rapidamente, Antonio Macchi decise di recarsi a Roma per incontrare il presidente del Consiglio De Gasperi e perorare la causa della comunità italiana, i cui membri si sentivano “abbandonati alla deriva in una disperata situazione senza scampo”. Grazie alle sue sollecitazioni, il governo italiano dispose l’invio di alcuni piroscafi e mercantili per favorire il rimpatrio di quelle persone e delle loro masserizie, promettendo il suo impegno a far trovare loro un’accoglienza e una sistemazione adeguate in patria. Chi decise di continuare a vivere nelle Isole egee ebbe l’obbligo di scegliere tra la cittadinanza greca e quella italiana, entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato di Parigi.
    Nel settembre 1947, alla vigilia della partenza dell’ultima nave diretta in Italia, il quotidiano “Notizie dall’Italia” prese commiato dai lettori con l’auspicio di un futuro migliore. Tuttavia, dopo lo sbarco nei porti pugliesi gli ultimi 7mila abitanti dell’ex Possedimento furono sistemati nei campi profughi di Aversa, Bari-Palese, Cinecittà e Centocelle, le cui baracche erano ancora abitate da disperati di varia provenienza.

    Il personale medico e i lavoratori coatti rimasti a Lero furono rimpatriati sul piroscafo francese “Ville d’Oran”, i cui membri dell’equipaggio li accolsero a suon di calci e pugni chiamandoli “Mussolini” e “maccaroni” e li rinchiusero in stiva dove restarono tutto il viaggio. Arrivati a Taranto, questi italiani furono presi in consegna dalle truppe marocchine che rinnovarono le percosse e ruberie di oggetti personali.

    A partire da questo momento le Sporadi meridionali si spopolarono di italiani e di turchi, niente affatto desiderosi di restare in un territorio a maggioranza ortodossa. Tra i cattolici, appunto, restarono pochi frati e suore francescani che per diversi mesi continuarono a rappresentare l’unico punto di riferimento per chi cercava notizie su morti e dispersi. I religiosi consegnarono i vessilli dei reggimenti italiani, nascosti dopo gli attacchi tedeschi, all’ex podestà Macchi affinché fossero portate a Roma, al Vittoriano. Il 28 ottobre 1947 la missione militare greca cedette i poteri a un governo politico nominato da Atene: questa particolare data venne scelta dalle autorità elleniche per umiliare gli ex occupanti, per ricordare l’aggressione alla Grecia: il primo governatore greco Periklis Ioannidis assunse i poteri civili.

    Il 7 marzo 1948 le isole si trasformarono da “Governatorato del Dodecaneso” a Prefettura del Dodecaneso, entrando quindi a far parte a tutti gli effetti dell’allora Regno di Grecia.

    Il 31 agosto 1949 fu siglato un accordo tra il governo italiano e quello greco che prevedeva il rimpatrio entro un anno di tutti gli italiani restanti. I profughi dovettero svendere le proprietà, portando con sé solo pochi beni mobili. I pochi italiani rimasti avevano già in precedenza ottenuto la doppia cittadinanza.

    Il 9 settembre 1950 gli ultimi due Fratelli delle Scuole Cristiane lasciarono Rodi e la loro scuola italiana venne chiusa definitivamente.
    In conclusione, ennesimo esempio dei danni irreparabili del fascismo alla nostra patria italiana.
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  3. #3
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    nel 1947 a taranto c'erano truppe marocchine?

  4. #4
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Citazione Originariamente Scritto da massena Visualizza Messaggio
    nel 1947 a taranto c'erano truppe marocchine?
    a occhio, probabilmente un errore.

  5. #5
    duca di rivoli
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Citazione Originariamente Scritto da Biordo Visualizza Messaggio
    a occhio, probabilmente un errore.
    ci sono persone che a nominare i soldati marocchini si eccitano.
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  6. #6
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Citazione Originariamente Scritto da Biordo Visualizza Messaggio
    a occhio, probabilmente un errore.
    No, non è un errore, erano truppe occupanti di stanza lì, ci sono state fino all'entrata in vigore della Costituzione.
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  7. #7
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Bellissimo racconto

    vorrei aggiungere un aneddoto :

    Estate 1954: il re Paolo e la regina Federica di Grecia organizzano una crociera con un centinaio di aristocratici dell'Europa intera, lo scopo dichiarato è quello di fare incontrare e fraternizzare i loro rispettivi rampolli perchè in seguito possano conoscersi, fidanzarsi e sposarsi: Re Juan Carlos e la principessa Sofia di Grecia si conobbero proprio in questa crociera e come loro ci furono diversi altri incontri che sfociarono in nozze.

    Tra gli invitati naturalmente l'amico di sempre dei reali greci, il Re Umberto II che non poté imbarcarsi a causa dell'esilio a Napoli, come tutti gli altri ma li raggiunse in Grecia,

    Sbarcati a Rodi il re paolo si gira indietro e chiama Umberto II per farlo cmaminare in prima fila assieme a lui:

    l'attuale capo dello stato e il precedente
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  8. #8
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Citazione Originariamente Scritto da Rotwang Visualizza Messaggio
    No, non è un errore, erano truppe occupanti di stanza lì, ci sono state fino all'entrata in vigore della Costituzione.
    ma nel 1947 in Puglia? sinceramente non lo sapevo.

  9. #9
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Citazione Originariamente Scritto da Biordo Visualizza Messaggio
    ma nel 1947 in Puglia? sinceramente non lo sapevo.
    no infatti, non mi sarei sorpreso dei polacchi del generale Anders presenti nel sud Italia fino al 47 ma marocchini pensavo fossero partiti subito dopo la fine della guerra

  10. #10
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    Predefinito Re: Il tramonto del Dodecaneso italiano (1943-1947)

    Citazione Originariamente Scritto da FrancoAntonio Visualizza Messaggio
    Bellissimo racconto

    vorrei aggiungere un aneddoto :

    Estate 1954: il re Paolo e la regina Federica di Grecia organizzano una crociera con un centinaio di aristocratici dell'Europa intera, lo scopo dichiarato è quello di fare incontrare e fraternizzare i loro rispettivi rampolli perchè in seguito possano conoscersi, fidanzarsi e sposarsi: Re Juan Carlos e la principessa Sofia di Grecia si conobbero proprio in questa crociera e come loro ci furono diversi altri incontri che sfociarono in nozze.

    Tra gli invitati naturalmente l'amico di sempre dei reali greci, il Re Umberto II che non poté imbarcarsi a causa dell'esilio a Napoli, come tutti gli altri ma li raggiunse in Grecia,

    Sbarcati a Rodi il re paolo si gira indietro e chiama Umberto II per farlo cmaminare in prima fila assieme a lui:

    l'attuale capo dello stato e il precedente
    Conosco questo aneddoto, però in realtà Umberto II non fu mai re del Dodecaneso, perché prima fu sottoposto all'autorità di Salò e poi direttamente sotto gli inglesi, sì forse formalmente lo fu, ma molto formalmente. Da principe ereditario lo visitò un paio di volte negli anni '20 e '30.

 

 
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