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    Predefinito La sinistra dopo il diluvio (1979)




    di Giampiero Mughini - «Mondoperaio», marzo 1979, pp. 103-109.

    Un’epoca è finita. Ripensiamola. Perché se i miti della sinistra sono morti, la democrazia invece vive e deve ulteriormente vivere: come obiettivo, come norma, come tipologia della vita sociale. Come fantasia e come sperimentazione. Tutto è aperto perché nell’occhio del tifone che si addensa sulle libertà, le libertà crescano e maturino. Perché nel vivo di una crisi che minaccia di «sciogliere» lo Stato-Italia, quest’Italia si trovi e si definisca. Perché allo zenit dov’è attualmente ubicata la massima distanza tra le generazioni, le generazioni si riavvicinino e si confrontino. Perché da un collettivo «suicidio» dei valori, quale si è realizzato in questi ultimi anni, venga fuori una ricerca originale di etiche al passo col mondo moderno. Perché la politica, scendendo dalle colonne corinzie dove sta morendo assiderata, ritorni agli uomini che si associano e si danno delle leggi.


    Compagni, e se la smettessimo di parlare dei rapporti di produzione? Perché, riconosciamolo lealmente, non è più pioggia, è diluvio. È diluvio sulle cattedrali di cemento erette sulla via percorsa, spesso per scorciatoie fantasmatiche, dalla sinistra. È diluvio sugli archetipi concettuali di cui abbiamo nutrito i nostri discorsi, le nostre speranze, i nostri progetti, il nostro modo di stare al mondo. È diluvio sulle mappe geopolitiche o sociopolitiche su cui commisuravamo la nostra rotta. A valanga si succedono i libri che non parlano più il linguaggio che fece santi i nostri avi[1]. Muoiono a migliaia i fanti del paese, la Cina, che Franco Fortini definì l’unico al mondo in cui non ci si vergognasse di essere uomini: muoiono combattendo contro i contadini dello «zio Ho», miraggio psicodrammatico di una generazione.
    Muta, sta mutando nel concreto della dimensione e della pratica quotidiana degli uomini, il gusto e i modi vissuti della politica, tali da svolgersi sempre più addentro alla società civile, e invece sempre meno recepiti e adeguatamente interpretati da una società politica ormai quasi costantemente sotto accusa. I giovani, tra disperazione e impotenza, chiedono alla politica dei vertici statuali e partitici cose che essa non può dare, ma che non ha l’autorità morale per definire velleitarie o utopiche a paragone di altre, quelle sì realizzabili e realizzande, per forza e normalità di vita democratica. I nostri privati discorsi, da mesi ormai, mirano altre latitudini: ed è chiamato «riflusso», da schizofrenici o da bari, la ripresa del lavoro su se stessi, la decifrazione del tangibile quotidiano, le domande sulla vita e sulla morte. Ha chiesto un quindicenne, lettore di «Lotta continua»: perché non fare un’«assemblea nazionale» sul «cosa si è provato la prima volta che si è fatto l’amore».


    La fine di un’epoca

    Abbiamo abbondonato il «latinorum» delle grandi ascensioni ideologiche per toccare più da vicino i nostri segni e ferite di uomini segnati dal contraddittorio svolgimento di una società industriale a registri complessi. Avevamo recitato litanie sulla lotta di classe, «Agnelli e Pirelli ladri gemelli», e stiamo assistendo alla ridda sfrenata delle corporazioni, stiamo vivendo una lunga ondata inflattiva che ha spianato i redditi della «seconda società», allargando la forbice tra occupati e disoccupati. All’Alfa Sud la classe operaia ha tralasciato di raccogliere l’eredità della filosofia classica tedesca, di imporre l’esito ultimo e coeso alla società in sviluppo, e ha chiesto invece più cottimo, più soldi per più consumi.
    Né la canzone cambia nel resto del pianeta. In Francia la sinistra pesta il mattone, con un PS straziato e immobilizzato dalla sua tentata alleanza con un PCF irreversibilmente staliniano e miserabilista[2]. In Iran è la religione – ma non doveva fungere da «oppio dei popoli»? – a lanciare gli uomini contro i tanks, non i quadri bolscevichi in giaccone di cuoio di un bellissimo romanzo di Pilniak. In Spagna, dopo trent’anni di dittatura sopravvenuta a una guerra civile prolungata e cruenta da entrambe le parti, si svolge un’«aspra campagna d’inverno della democrazia parlamentare», la gente va a votare e sceglie per chi, comunisti compresi. In Russia, primo paese «socialista» del mondo, il comunista Roy Medvedev non riesce a farsi candidare in una lista elettorale. Dubito che più di un manuale di storia e di sociologia politica non ne vengano lievemente stravolti.
    Inutile continuare, per essere un diluvio credo basti. È finita un’epoca. Non c’è che prenderne atto. A differenza di Ruggero Guarini[3], noi non crediamo che le condizioni per «uscire dalla storia» siano agevoli e immediate, quasi soltanto una scelta della volontà e del criterio intellettuale. Ma è la storia stessa, per quel che di nuovo ha configurato e fondato nella società che stiamo vivendo, a imporci di uscire dalla storia precedente della sinistra, che non vuol dire cassarla con un arrogante colpo di penna, dimenticare i nostri morti, Giorgio Labò e Giacomo Matteotti, quelli di Guadalajara e quelli di Modena (1950).
    La teoria, una sua originale ricostruzione, torna al primo posto, ben oltre le dispute scolastiche su quel che c’è di vivo o di morto nel «marxismo» o addirittura nel leninismo. Dov’è inaudito che qualche dirigente comunista sostenga essere illecito mettere Lenin ai voti, come se non ci fosse nulla da dire a proposito della miniera di Kolyma e di quei dieci milioni di assassinati, contraffatti – e per decenni – come il modello della società «migliore», come la garanzia che all’uomo fosse data salvezza in questa terra. Dov’è inaudito sostenere che si tratterebbe semplicemente di «aggiornare» Marx o Lenin, sommando magari, di quest’ultimo, quel che gli appartiene specificamente con quel che appartiene specificamente ai suoi contraddittori[4], ai «rinnegati» che osarono negare l’universale necessità della Rivoluzione d’Ottobre.
    Un’epoca è finita. Ripensiamola. Perché se i miti della sinistra sono morti, la democrazia invece vive e deve ulteriormente vivere: come obiettivo, come norma, come tipologia della vita sociale. Come fantasia e come sperimentazione. Tutto è aperto perché nell’occhio del tifone che si addensa sulle libertà, le libertà crescano e maturino. Perché nel vivo di una crisi che minaccia di «sciogliere» lo Stato-Italia, quest’Italia si trovi e si definisca. Perché allo zenit dov’è attualmente ubicata la massima distanza tra le generazioni, le generazioni si avvicinino e si confrontino. Perché da un collettivo «suicidio»[5] dei valori, quale si è realizzato in questi ultimi anni, schizzi fuori una ricerca originale di etiche al passo col mondo moderno. Perché la politica, scendendo dalle colonne corinzie dove sta morendo assiderata, ritorni agli uomini che si associano e si danno delle leggi[6].

    (...)



    [1] Qualche citazione tra le tante. Il Saggio sui potenti di Piero Melograni (Laterza, 1977) che rovesciava, nei modi eleganti del pamphlet, il criterio secondo cui è la «politica» a comandare la «società». L’Autobiografia de Federico Sanchez di Jorge Semprun (1977), filippica veemente (e distacco psicologico) contro tutto ciò che fu proprio e caratteristico della storia del PCE. Il profeta muto di Joseph Roth, straordinaria antiveggenza (1927) di come la rivoluzione bolscevica avrebbe divorato i suoi figli. Riga su riga di quanto Lucio Colletti sta scrivendo da alcuni anni a questa parte. Fascismo controrivoluzione imperfetta di Domenico Settembrini, coraggioso tentativo di reinterpretazione delle origini del fascismo e di individuazione delle sue parentele con le correnti di sinistra del socialismo, bolscevismo innanzitutto. Singolare quanto ha scritto di recente Sergio Bertelli, a proposito dell’uscita di Cantimori dal PCI: «Fu proprio Cantimori a consigliare tutti noi ad uscire silenziosamente dal Partito, senza più rinnovare la tessera; tuttavia, ad anni di distanza dall’esperienza ungherese, egli amava dire che avrebbe sempre consigliato ai suoi studenti l’iscrizione al partito, perché il comunismo era come il morbillo: andava preso da giovani» (Due recensioni a Banfi e a Berti non ammesse in ‘Società’, «Belfagor» n. 1, gennaio 1979).

    [2] Quest’estate, durante un breve soggiorno a Parigi, leggendo alcuni manifesti murali del PCF ho avuto l’impressione di essere nell’Italia dei primi anni ’50: vi si denunciava il capitalismo rapinatore, che chiude fabbriche e crea disoccupati perché questa è la sua irresistibile inclinazione. Vedi quanto scrive Jean-François Revel (L’honneur et l’argent, «L’Express», n. 1437, 1979) a proposito di una sortita di Georges Marchais che aveva accusato la «quasi totalità» della stampa francese di essere al soldo del governo.

    [3] Se hai qualche problema te lo risolve l’intellettuale collettivo, intervista a Ruggero Guarini di Alberto Santacroce, «Avanti!» del 18 febbraio 1979.

    [4] Rosa Luxemburg, Piero Gobetti, Max Weber, Filippo Turati, Otto Bauer, Gaetano Salvemini, ecc., ecc.

    [5] Un termine che importiamo largamente da Augusto Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, 1978.

    [6] Qui non è fuor di luogo una pagina del capolavoro di Tocqueville, a proposito dei legislatori della Confederazione degli Stati americani: «Erano stati allevati tutti nel mezzo di una crisi sociale, durante la quale lo spirito di libertà aveva dovuto continuamente lottare contro un’autorità forte e dominatrice. Una volta la lotta terminata, mentre, come d’abitudine, le eccitate passioni della folla si davano ancora a combattere pericolo che da lungo tempo non esistevano più, loro si erano fermati: avevano uno sguardo più tranquillo e più penetrante sulla loro patria; avevano visto che una rivoluzione definitiva si era compiuta, e che d’ora innanzi i pericoli che minacciavano il popolo non potevano nascere che dagli abusi della libertà. Quel che pensavano, ebbero il coraggio di dirlo, perché sentivano in fondo al cuore un amore sincero e ardente per questa stessa libertà; osarono parlare di restringerla, perché erano sicuri di non voler distruggerla» (Alexis de Tocqueville, De la Démocratie en Amérique, Librairie de Médicis, Paris, 1951, tome premier).



    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    Alle origini della nostra storia

    All’8 settembre ’43 lo Stato italiano faticosamente e stentatamente costruito nel lasso di anni che vanno dalla breccia di Porta Pia a Vittorio Veneto, si dissolve come panna al sole. Nella realtà improvvida della resa, la Marina, ligia ai comandi del re, è forse l’unica a mantenere compattezza di manovra e certezza di comportamento. Da ispirare una bellissima pagina del libro di Agostino degli Espinosa[1], un antifascista monarchico poi venuto con le sinistre. La flotta alza il drappo della resa e sfila dinnanzi all’ammiraglio britannico, a Malta: «Gli italiani, muti e assorti nell’amarezza e nel lavoro, avrebbero preferito ricevere e dare l’onore di un combattimento mortale, e se i loro visi s’indurivano, e se i loro animi erano tormentati, ciò accadeva appunto per aver perduto quell’onore. Tuttavia il Re aveva ordinato, ed essi non erano liberi di disobbedire, come invece erano liberi di scegliere la vita o la morte per un loro personale problema d’onore […]. Se la macchina della Marina italiana aveva all’improvviso invertito il suo moto e non si era rotta, ciò significava che lo Stato italiano aveva una struttura resistente all’anarchia dei disperati sentimenti individuali, e viveva di energie più profonde ed antiche di quelle operanti nel fascismo».
    Una lunga citazione che abbiamo scelto giusto per quel sovrappiù di immaginazione epica che vi è contenuta; e perché ne condividiamo l’assunto, che una nazione debba essere «grande» per l’apporto dei corpi sociali, politici e militari che tutti la costituiscono. Purtroppo il giudizio di Degli Espinosa, se forse valeva per la Marina, non era assolutamente valido per il complesso del paese, dove «i disperati sentimenti individuali» furono gli unici a far da bussola. Né poteva certamente essere il re, per tutto quello che aveva fatto (e «non fatto») tra ottobre 1922 e fuga a Brindisi, a catalizzare le restanti risorse morali del paese. Al quale, in quelle circostanze, si attaglia invece perfettamente l’immagine conclusiva di un libro di Leo Longanesi[2], di uomini che scappano, «come formiche quando si distrugge il loro nido», l’Italia tornando ad essere nient’altro che «la casa e la pelle». A centinaia di migliaia, per salvare la pelle e tornare a casa, percorreranno a piedi o in vagoni di terza classe, nella più assoluta desolazione morale, migliaia di chilometri. «Addio Italia!».
    A lungo, io lo ricordo bambino, quelli che avevano tra i 35 e i 50 anni non fecero che raccontarlo, nelle povere «serate» dei primi anni ’50. La resa, ad El Alamein o in Grecia o in Sicilia. La fuga o il campo di concentramento. Le rocce d’Albania, le steppe di Russia: e c’è chi scrisse che avrebbero voluto chiederne conto, armati di «lunghi fucili», a chi aveva comandato una guerra impossibile, fatta con scarpe di cartone e fucili dell’ultimo Ottocento[3]. È al limitare di questa pista, di questa umiliazione, di questa disfatta piscologica, che nasce la Resistenza, la scelta di andare su per le montagne.


    La Resistenza controluce

    La Resistenza è scuola politica, morale. Ma resterà sempre atto minoritario. Nell’aprile del ’45, a Torino, a batterci non eravamo più di tremila, ha raccontato Giorgio Amendola, in una delle volte in cui ha giocato sulla carta iconoclasta e «revisionistica»[4].
    Ma il paese nel suo complesso non è segnato dalla Resistenza, malgrado la violenza di quelle immagini e di quelle grida. Nel ’45, racconta Giorgio Bocca, entrammo a Cuneo «con fazzoletti verdi, rossi e azzurri» delle formazioni combattenti azioniste, comuniste e liberali. «Qualche mese dopo si andò alle elezioni, i democristiani presero, se ben ricordo, il 70%, qualcosetta i liberali per via della tradizione giolittiana, gli altri ridotti a poco più di zero». Gli uomini della montagna, dice Bocca, cedettero il passo agli uomini «delle parrocchie»[5]. È un giudizio semplificante.
    Il fatto è che la comunità partigiana è rimasta una comunità della «montagna», non traducibile nei termini della società civile italiana. Non poteva scalfirne le abitudini, le viltà, le credenze, le antropologie decennali o secolari. La società reale, semmai, è segnata da un fenomeno che è altro dalla Resistenza, ed è la guerra civile. Le spaccature attraversano le famiglie, oppongono a morte chi era stato nello stesso liceo o nella stessa scuola militare. Con Salò non c’era soltanto una feccia di sadici e di torturatori, e lo stesso Bocca lo ha ampiamente riconosciuto nel suo bel libro[6], come del resto lo aveva perfettamente individuato Fenoglio nel suo capolavoro. Una guerra civile vuol dire valori che si contrappongono, a ciascuno i suoi morti, ferite e piaghe che restano profonde, linguaggi che si formano fra gli spari e le fucilazioni e dovranno confermarsi per sempre.
    Non è solo questo. La Resistenza è fenomeno che riguarda l’Italia a nord della linea gotica. A sud della linea gotica, i siciliani strappano le cartoline che li invitano a partire per la nuova guerra contro il nazifascismo. Insorgono e sparano[7], e alcuni militanti comunisti, oltre trent’anni prima di Guido Rossa, vengono uccisi perché dicono che quella guerra s’ha da fare, che si deve tornare sul campo di battaglia.
    Il mito della «Resistenza rossa», di un vento del nord che avrebbe potuto scardinare le strutture e i sistemi di valori di una società che aveva proceduto continuativamente dall’inizio del secolo sino alla sconfitta militare, è puramente un mito.

    (...)


    [1] Agostino degli Espinosa, Il Regno del Sud, Migliaresi, 1946.

    [2] Leo Longanesi, In piedi e seduti, Longanesi, 1948.

    [3] Sto pensando ai capitoli II-III-IV di Luciano Della Mea. I senzastoria, Bertani, 1974; Cristoforo M. Negri, I lunghi fucili, Einaudi, 1964. Della Mea aveva combattuto nel Montenegro. Cristoforo M. Negri, commilitone di Rigoni Stern, a Ukranska Builowo, sul Don.

    [4] Il fascismo come e perché, intervista a Giorgio Amendola di Giampiero Mughini, «Mondoperaio», n. 10, 1974.

    [5] Giorgio Bocca, Se vincesse l’Italia di La Malfa…, «La Repubblica» del 24 febbraio 1979.

    [6] Giorgio Bocca, La repubblica di Mussolini, Laterza, 1977.

    [7] Vedi il racconto di Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, con «Introduzione» di Enzo Forcella, Feltrinelli, 1976.
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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    Le scelte del dopoguerra

    Ma non riuscimmo neppure a innovare il codice Rocco, ha lamentato per anni Lelio Basso. L’argomento sarebbe folgorante, a patto di dimenticare la scenografia di quel che effettivamente era lo schieramento riformatore, e la successiva lacerante rottura tra «riformisti» e «rivoluzionari». La classe politica liberaldemocratica prefascista è stata messa fuori gioco dall’avvento del fascismo e dei partiti di massa, oppure semplicemente da quella «cosa banale» che sono le leggi dell’età. Giovanni Amendola è morto. Ivanoe Bonomi, erede del Leonida Bissolati che aveva avuto pienamente ragione contro Giacinto Menotti Serrati o Bordiga, non è più uomo da parlare all’Italia politica del dopoguerra. Don Luigi Sturzo ha vissuto in esilio, non ha più in mano le carte del Partito popolare (poi DC) e invano Guido Dorso lo cerca ad interlocutore. Bruno Buozzi, di cui subito aveva chiesto Giovanni Agnelli al profilarsi dell’armistizio, è stato fatto scendere da un camion nazista a 14 chilometri da Roma, alla Storta, dove è incisa adesso la lapide che ricorda il suo sacrificio.
    Sono in campo nuove miscele ideologiche e nuove generazioni politiche, un arcobaleno che va dagli esiliati parigini ai quadri che vengono dall’Hotel Lux di Mosca ai giovani che avevano riportato la palma della vittoria ai littoriali.
    Nel complesso è una leva politica ignara del paese reale, dei suoi apparati di potere, dei suoi meccanismi amministrativi e istituzionali. Quando Luigi Einaudi prende la parola, alla Costituente, gli uomini della sinistra lo ascoltano a bocca aperta. Gli potrebbe tener testa Franco Modigliani che ha studiato in America, non certo Mauro Scoccimarro o Bruzio Manzocchi. Provate a mettere a confronto, se non ne siete ancora convinti, un’opera come la Introduzione alla politica economica[1] di Costantino Bresciani Turroni (di cui una pagina si ricorderà Ugo La Malfa, molti anni più tardi) con Lineamenti di politica economica in Italia (1945-1959) di Bruzio Manzocchi[2].
    Ma la debolezza non è solo culturale, è anche determinata dalle scelte politiche. Il senso comune delle correnti di maggioranza della sinistra è concorde nel mettere sotto accusa il riformismo classico, nel ritenere di dover spezzare i legami con quella tradizione e con quella cultura. I fatti salienti di questa cronaca rovinosa sono due. La fine di morte propria del Pd’A, lacerato tra chi voleva farne un partito dei ceti medi moderni e chi voleva farne un partito ultrasocialista o, per dirla più schietta, massimalista. La scissione di Palazzo Barberini, dove il PSI si amputa di una corrente e di una cultura, quella riformista appunto, perde via via Saragat, Faravelli, Tasca, Silone, Romita. Di alcuni di essi, e sino all’antevigilia della morte, Lelio Basso continuerà a ripetere che non erano socialisti, salvo poi lamentarsi che dopo il Congresso di Firenze del ’49 verrà ridotto al silenzio dalla maggioranza frontista, proposto per l’espulsione: lo salveranno due comunisti, Amendola e Pajetta. La lettura della tavola rotonda pubblicata da «Mondoperaio» e, segnatamente, delle testimonianze di Basso e Lombardi, lascia senza respiro[3].


    Il mito dell’impegno totale

    In questo contesto sciagurante, dello scontro ideologico senza scampo né margini, dove sono in atto mitragliatrici reali e ideali, e non i «ponti» che tra cultura laica e cultura socialista avrebbe voluto costruire Piero Calamandrei[4], prende corpo il mito dell’attività politica individuale come «impegno totale», come fede ultima. Da cui la concezione del lavoro intellettuale come parte di questo «impegno», come sua manifestazione «organica», una conferma di ragioni e contenuti che sono stati decisi una volta per tutte là dove si puote. O «amici del popolo» o «jene dattilografe». E se nascesse contrasto tra la «verità» e la «rivoluzione», la scelta è ovviamente per quest’ultima, per la promessa escatologica. È una subcultura di granito, una estetica e compatta antropologia, tra populismo e isteria, documentata adesso dal libro di Guarini e Saltini ma prima, in modo più drammatico e approfondito, da libri come Gli eredi di Protopopov di Carlo Muscetta e dalla bellissima Autocritica di Edgar Morin[5].
    Il mito dell’«impegno». Come nasce? Come proiezione della guerra civile divenuta nel frattempo «guerra fredda». È il portato dell’aspettativa di un imminente scontro a morte tra i due «blocchi», non dovendo la sinistra, nel giudizio di Togliatti e Morandi, sganciarsi di un decimetro dal «blocco sovietico», com’era la proposta del Saragat del ’47 e del Lombardi del ’49. Il colpo di stato di Praga, l’impiccagione di Slanskij?, chiesi una volta a Luigi Pintor. «Facevano parte di questo scontro a morte. Non avevamo dubbi che gli imputati fossero colpevoli. Il colpo di stato di Praga fu micidiale ai fini delle elezioni italiane, ma pensammo “intanto abbiamo la Cecoslovacchia”. Le cose stavano così. Chi oggi le racconta diversamente non fa autentica storiografia»[6].
    Ed è Luigi Pintor, segnato oggi dall’amarezza della sconfitta e dell’inanità dell’avventura politica del «Manifesto», a riconoscere oggi che nella figura del fratello c’era una complessità perduta da lui e dagli altri intellettuali che divennero «rivoluzionari di professione». Pintor aspirava a fare il pianista[7], divenne giornalista all’«Unità», un giornale dove Pietro Ingrao controllava accuratamente che non una virgola dei resoconti e dei discorsi che venivano da Est fosse inesatta. Il resto, la «stampa borghese», era ai loro occhi solo menzogna. Ma non aveste alcun dubbio?, chiesi una volta a Giorgio Napolitano, dei più «laici» di quella generazione. No, mi rispose sorridendo. Allevato alla scuola di poeti raffinati e di critici ermetici, aveva scelto di fare il «rivoluzionario di professione» al momento in cui gli dissero che a Roma, immediato dopoguerra, Mario Alicata faceva l’assessore alla nettezza urbana, adeguato sacrificio di un «intellettuale» alle necessità della «prassi»[8].

    (...)


    [1] Costantino Bresciani Turroni, Introduzione alla politica economica, Einaudi, 1942. Ricorda Ugo La Malfa: «Dopo le elezioni del 1972 e dopo l’esperienza del governo Andreotti-Malagodi […] dissi a Fanfani: ‘Se tu accetti la presidenza del Consiglio, io mi impegno a collaborare con te’ [...]. Lui, come me e Carli, sentiva arrivare una crisi economica grave. Ricordo che Carli un giorno ci mandò una pagina di Bresciani Turroni sull’inflazione della Germania di Weimar, e in una delle riunioni del cosiddetto vertice del centro-sinistra notai che Fanfani aveva come me quella pagina fra le carte» (Ugo La Malfa, Intervista sul non-governo, a cura di Alberto Ronchey, Laterza, 1977). Com’è noto, da allora si sono moltiplicati i riferimenti e le supposte analogie tra la crisi della repubblica di Weimar e il «caso italiano». Per parte nostra aspettiamo ancora che qualcuno ci dimostri che l’inflazione, da cui le «classi forti» del Nord erano protette dallo scudo della scala mobile, non sia stata la più selvaggia e iniqua penale a carico del Meridione. In un recente dibattito romano, per la riedizione di Un popolo di formiche magistralmente prefato da Manlio Rossi Doria, il figlio di Tommaso Fiore, Vittore, ammoniva con forza che un conto è riempirsi la bocca di meridionalismo, un’altra è che la classe operaia del Nord accetti una politica conseguente a quella premessa.

    [2] Bruzio Manzocchi, Lineamenti di politica economica in Italia (1945-1959), Editori Riuniti, 1960.

    [3] Il PSI negli anni dello stalinismo, tavola rotonda con P. Amato, Basso, Coen, Lombardi, V. Spini, «Mondoperaio» n. 2, 1979.

    [4] Cfr. Norberto Bobbio, Una casa, un ponte, «Il Ponte», n. 11-12, 1976. Il giudizio che Bobbio dà della rivista e dell’intento intellettuale di Piero Calamandrei: «Lo scopo cui mirava la nuova rivista era quello di diventare non un cenacolo di dottori ma un luogo d’incontro di operai della buona causa, il cui simbolo è l’omino col badile sulla spalla, che sta attraversando il ponte e vuole arrivare dall’altra parte […]. L’omino col badile sulla spalla che sta attraversando il ponte non è ancora riuscito a passare dall’altra parte, ma non è tornato indietro e non è neppure precipitato nel fiume. Continua a camminare. Come lui siamo ancora tutti sul ponte».

    [5] In ordine di citazione: Ruggero Guarini/Giuseppe Saltini, I primi della classe, Sugarco, 1979; Carlo Muscetta, Gli eredi di Protopopov, Lerici, 1977; Edgar Morin, Autocritica, Il Mulino, 1962.

    [6] Un comunista inguaribile, intervista a Luigi Pintor di Giampiero Mughini, «Paese Sera», maggio 1977.

    [7] Stefano Malatesta, E Giaime Pintor ripudiò i falsi maestri, «La Repubblica» del 3 marzo 1979.

    [8] Questi moduli di ragionamento e di racconto ho già impiegato ne Gli intellettuali e il caso Moro, Libreria Feltrinelli, 1978, un libriccino che ha avuto una curiosa vicenda editoriale. Commissionatomi dai redattori della casa editrice milanese in aprile, perché uscisse a «tamburo battente», venne edito sei mesi dopo e successivamente sepolto (né inserito negli inserti pubblicitari, né distribuito nelle librerie, né affidato a recensori). Per essere un libro che così ostentatamente peccava di «liberal-socialismo» è stato un trattamento di terzo grado, forse inedito nella storia dell’editoria italiana.
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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    Gli anni perduti

    In queste condizioni, della politica vissuta come esperienza totalizzante, come campo di valori assoluti, una generazione perde «i migliori anni» della propria vita. E difatti sfugge completamente alla sinistra ciò che sta effettivamente accadendo nel paese. Non si avvede che sono anni di forsennata creatività economica dal basso, che ogni capomastro ha nello zaino il bastone di miliardario, con tutto quel che ne consegue in riflessi di occupazione e di reddito. Non si avvede che modesti artigiani stanno per costruire degli imperi industriali (Borghi e la Ignis) attraendo la manodopera di quelle campagne dove aveva avuto campo l’epica del primo socialismo italiano. Si oppone all’ingresso nostro in Europa, con tutto quel che ne conseguì in fatto di circolazione delle merci e delle opportunità imprenditoriali. Sa fare solo della retorica contadinista contro una selvaggia immigrazione interna, milioni di meridionali che si proiettano verso il settentrione industrializzato abbandonando l’«osso» meridionale, ciò che si rivelerà come l’asso vincente della trasformazione del paese da agricolo a industriale. Si batte allo stremo contro la «legge truffa», termine polemico e abusato[1] con cui si indica il tentativo degasperiano di premiare elettoralmente il partito di maggioranza relativa (rendendo più stabile l’esecutivo e permettendogli di poter agevolmente rinunziare alla «riserva» costituita dai voti di destra): ma poche armi ha nel suo arsenale giuridico e istituzionale per replicare a un manifesto di propaganda della DC dove un omino chiede al gigantesco Malenkov: «Tu con quale criterio di rappresentanza sei stato eletto?»[2]. Continua a far circolare in fabbrica volantini che condannano «l’aggressione» americana in Corea (dove hanno attaccato i nordcoreani) e ne subisce una batosta alle elezioni per le commissioni di fabbrica della Fiat (1955), che premiano il sindacato cislino che nel frattempo ha addestrato i suoi quadri allo studio delle modificazioni subite dalla moderna realtà di fabbrica. Insiste nel recitare che il capitalismo agonizzante sta affamando il paese, e invece sono gli anni in cui vengono gettate le basi di quella ricchezza che è oggi l’effettivo bastione della democrazie, ché altrimenti non ci sarebbero cortei che tengano in una situazione dove ci fosse da dividere due paia di pantaloni tra cinque persone.
    Per chi si muove fuori da questo ghetto è solitudine o impotenza. «Dire qualcosa contro l’URSS? Ma sarebbe stato come uscire dalla politica», testimonia Vittorio Foa. Fernando Santi, uno dei pochi socialisti saldamente ancorato al riformismo, dovrà aspettare l’uscita (post 1956) della Storia dell’Avanti! di Gaetano Arfè, per poter esclamare: «Per anni “quelli” mi hanno fatto sentire figlio di nessuno. Ora sapete che una famiglia l’avevo anch’io»[3]. Valdo Magnani prova a dire che Tito non è un agente dell’imperialismo: troverà tra gli stessi socialisti quel muro di ghiaccio e di calunnie che gli oppongono i comunisti. E Ignazio Silone, «comunista andato a male» nella definizione del Muscetta degli «inverni freddi», viene insultato in termini identici da Carlo Salinari sull’«Unità» e da Giuseppe Petronio sull’«Avanti!». A un congresso socialista Franco Fortini (è il momento di incubazione della rivista «Ragionamenti») difende con accanimento l’autonomia della ricerca intellettuale: Rodolfo Morandi, gelido, non gli rivolge nemmeno lo sguardo. Sono gli anni, ha raccontato Roger Vailland, il «libertino» che al momento dei suo massimo «amore» per il comunismo aveva scritto il bellissimo Drôle de jeu, in cui uscivi dalle riunioni politiche con la sensazione di dover vomitare, per estenuamento e logorio nervoso.
    Quando Enrico Berlinguer o Francesco De Martino rivendicano la «continuità» della presenza comunista e socialista nella società italiana, dovrebbero meglio precisare a quali di queste opache iconografie fanno enfatizzato riferimento.

    (...)


    [1] In tanti oggi, da Giuseppe Galasso e Federico Mancini, ammettono che il termine nacque dall’asprezza dello scontro politico del tempo, ma che è divenuto inutilizzabile in sede storiografica.

    [2] Devo la visione di questo manifesto al garbo di Mapi Maino.

    [3] Gaetano Arfè, «Introduzione» a Storia dell’Avanti!, «Mondoperaio/edizioni Avanti!», 1977. Scrive Arfè: «Il rigetto della tradizione riformista – Matteotti si salvava, ma era considerato un caso a parte – era venuto su in un con la secessione saragattiana, accreditandola peraltro quale legittima erede della grande scuola turatiana, e si era via via venuta caricando di motivi tratti dalla vecchia polemica radical-liberale e radical-socialista e alimentando dei motivi nuovi presi di peso dalla pubblicistica storica e pseudo-storica di parte comunista. Come mi è già capitato più volte di ricordare, i socialisti celebrarono il sessantesimo anniversario del loro partito nel nome, sotto ogni aspetto degnissimo, di Andrea Costa, ma ignorando l’esistenza di un uomo che rispondeva al nome di Filippo Turati». Vedi anche Rosario Romeo, Il sentiero riformatore, «Nord e Sud», n. 5, 1975.
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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    Una tempesta dal basso

    È tempo di chiudere il ragionamento. Di fare i conti con l’ultimo dei miti, il «mito partito» per come esso ha funzionato nella storia ideale ed effettuale della sinistra.
    Diciamo il vero. Dal 1962 in poi nulla di ciò che ha mutato il paese è avvenuto per impulso e invenzione dei partiti di sinistra. Le lotte operaie di massa, il movimento studentesco, la trasformazione del costume e degli standard culturali, la sfida delle donne, le nuove deontologie professionali, il voto sul divorzio, la moltiplicazione (in estensione e in qualità) delle bocche da fuoco dell’informazione scritta e visiva, nulla di tutto questo è stato fondato dai partiti di sinistra. Spesso è avvenuto a loro insaputa. Talvolta contro di essi. Travolti gli steccati ideologici tradizionali, esperienze accelerate che hanno attraversato orizzontalmente gli schieramenti e li hanno destrutturati.
    Dal 1962, ma poi più specificamente e clamorosamente dal 1968, la società italiana resiste alla politica dei partiti o, meglio, fa una sua politica. È una tempesta dal basso durante la quale la nazione-Italia, «ricostruita» e non «restaurata» com’è nel giudizio della storiografia di estrema sinistra, conosce se stessa, si scopre paese industriale, scopre i suoi manicomi e i suoi suburbi, conferisce una rinnovata dignità al lavoro salariato dipendente. È come un gigantesco corso universitario, amplificato dai moderni mezzi di comunicazione di massa, che agiscono «in diretta», a Valle Giulia o alla Mirafiori. È un’esperienza che brucia la pelle viva delle persone, a Milano ma anche a Palermo, non è più la scolastica su un modello che sta altrove o l’epica di un’élite (la Resistenza appunto) o l’ascoltare raccomandazioni tratte da un qualche Corano. È un assieme di sentimenti, di comportamenti, di idee e di consumi che stanno ancora attendendo i loro legislatori.
    Di questa necessaria legislazione abbiamo la presunzione di credere che, dalla stagione aurea del «revisionismo socialista» in poi, esistano frammenti e articoli importanti nella prodizione politico-culturale dell’«area socialista». Dalla visione di una democrazia conflittuale a una moderna progettazione industriale a un’attività culturale intesa come rinunzia laica ai «baricentri», sono temi da cui andrà estratto tutto il loro succo. Questa «egemonia» culturale, com’è noto, è stata contrappesata dall’aggravata debolezza politica del PSI sino al fatidico voto del 20 giugno ’76. I perché di questa debolezza sono innumerevoli. E più volte analizzati, anche su questa pagine. Errori nostri e durezza «delle cose». Perché qualcuno non pianga lacrime di coccodrillo, prima suonando la grancassa nell’attacco al PSI e poi lamentandosi del suo ruolo «ridotto» e della polarizzazione della vita politica italiana.
    Ma i protagonisti stessi del ’68 non intuiscono le valenze più profonde di quella stagione. I beoti del «marxismo-leninismo» pensano invece di dover mimare le forme archeologiche della vita politica, i partiti e i comitati centrali, ed eleggono a divi alcune anticaglie dello stalinismo. Dappertutto, tra coloro che avevano chiesto l’immaginazione «al potere», si sparge la nostalgia e la mania dell’«organizzazione», nuovi steccati e nuove frontiere, anche se di cartapesta e non dell’acciaio degli anni ’50. Esperienze rovinose, anni e talenti sprecati. Al «Manifesto» redigono ad ogni cambiar di stagione le «Tesi» sull’universo e, in un eccesso di concitazione, arrivano a scrivere che il pensiero di Mao ha scalzato quello di Marx, così inguaribilmente «eurocentrico». Ideologemi antichi vengono estratti da marciti imballaggi. Un ricco editore vorrebbe armare del ferro di guerriglie da strapazzo le sue paure e le sue insicurezze. Doveva essere un estremo di fantasia e di tenerezza, e saranno invece ragazzi e ragazze tra i 20 e i 30 anni («sembrano persone normali come mille altre della zona») che vanno a sparare a bruciapelo tra le 8 e le 8.30 del mattino, l’ora in cui il paese si avvia al lavoro.

    (...)
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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    Il mito del partito

    E i grandi partiti? Per un certo periodo stanno a guardare. Il PSI è stato a lungo paralizzato dal trauma del centro-sinistra, un trauma vissuto infinitamente oltre gli effettivi errori e limiti di quell’esperienza. Il PCI ha perso nello spazio di una primavera tutti i suoi iscritti sotto i 25 anni, per la prima volta dal dopoguerra viene messo culturalmente spalle al muro da un vitale «pastiche» ideologico-culturale che mescola Marcuse e Paul Nizan, Guevara e Lacan, Frantz Fanon e Basaglia. Un «pastiche», sì, ma nel quale c’è la sintomatologia della nuova società che si sta formando, l’allusione immediata o metaforica ai suoi nuovi «bisogni». E difatti il PCI recupererà sul piano organizzativo ed elettorale una parte di quel mondo, ma ne verrà chimicamente mutata e alterata la sua circolazione sanguigna. Sarà gravido di ulteriori voti ma anche di ulteriori contraddizioni. E ha cominciato a pagarle. Dubito che il modo di affrontarle siano delle Tesi, di cui è stato tenuto accuratamente segreto il processo genetico, in cui è come se si mescolasse Sacher-Masoch e Santa Maria Goretti, una cosa si dice e subito la si nega nell’affermazione successiva, si condisce un po’ di Lenin con un po’ di Luigi Einaudi.
    Ma resiste, nel PCI, il «mito partito», di un luogo topico e fondamentale per la determinazione della vita civile e spirituale del paese, addirittura, come dicono gli esponenti più caricaturali di questa teoria, per una sua «ricomposizione». Da cui la favola sulla continuità araldica e ideale di questa truppa da combattimento, lo stornello «Gramsci-Togliatti-Longo-Berlinguer». Da cui il disperato «non possiamo non dirci comunisti» dei Napolitano e dei Santoro in visita a esterrefatti banchieri e uomini d’affari americani che si sentivano ripetere le cose imparate nell’infanzia, e cioè che nell’economia i costi vanno raffrontati coi ricavi. Da cui l’inventata promessa (ai propri militanti, schiacciati dalla obiettività dei dati economici) di una «terza via», ultimo ritrovato di una metafisica da rigattieri, con il solo scopo, eminentemente pratico, di misurarsi un domicilio a pari distanza dalle esperienze della socialdemocrazia europea e da quelle del gulag.
    Questo mito, che sia necessario e possibile, in una moderna società industriale, un partito-padre, un partito-principe, si autoalimenta, del resto, anche di anomalie del tutto particolari della politica italiana; dell’esistenza di una miriade di formazioni partitiche, molte delle quali non più rappresentative delle condizioni che ne determinarono la nascita. La politica italiana inciampa in quest’ostacolo, che ostruisce la strada verso una riduzione all’essenziale della progettazione e dell’esecuzione di una politica determinata, e produce il suo esatto contrario: una iperpoliticizzazione e una iperlottizzazione dell’intera vita del paese.
    I discorsi sulla Lockheed, sulla corruzione dei singoli, sono povero e ritardato dossier rispetto a questo stallo in cui è da tempo la politica italiana, a questo ispessito diaframma tra la società reale e le sue rappresentanze politiche. Mille segnali allarmanti ce lo dicono, a cominciare dal voto di Milano e Torino sul finanziamento pubblico dei partiti.
    Su tutto questo la sinistra cos’ha da dire, da proporre, autorevolmente e operativamente? O, come scriveva Raymond Aron, è divenuta a sua volta un mito?

    Giampiero Mughini
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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    La sinistra a due velocità (1979)

    di Ernesto Galli della Loggia - «Mondoperaio», maggio 1979, pp. 101-105.

    A sinistra, in questi anni, mentre gli addetti ai lavori culturali degni di questo nome si sono spogliati abbastanza rapidamente delle vecchie mitologie e delle vecchie formule, hanno importato massicciamente dall’estero e hanno cominciato a discutere in modo spregiudicato ii problemi che il paese si trovava davanti, accedendo a tematiche al passo con una moderna società industriale, viceversa i partiti della sinistra sono rimasti prigionieri di se stessi, incapaci di tradurre tutto ciò in politica.

    Non diluvia, dunque, sulla sinistra in generale, come pensa Mughini. Diluvia sui partiti di sinistra, sulla cultura ufficiale di questi partiti – dei loro quadri dirigenti e dei loro intellettuali di parata – così come diluvia a cataratte sulla cultura di volta in volta stalinista, sindacal-spontaneista, virtuistico-populista o desiderante, dei gruppi extraparlamentari nati dopo il ’68.

    Il saggio di Mughini, citato da Galli della Loggia, è apparso nel n. 3/1979 di «Mondoperaio», con il titolo La sinistra dopo il diluvio.

    In tempi di fantacatastrofi immaginarie che la fanno da padrone sugli schermi di tutto il mondo, e di catastrofi reali che occhieggiano quotidianamente dalle prime pagine dei giornali, il biblico referto stilato da Giampiero Mughini sulla sinistra sembra fatto apposta per conquistarsi immediati consensi. E confesso che anch’io, ad una prima lettura, mi sono trovato d’accordo, se non altro emotivamente d’accordo: soprattutto per quel tono da «Basta con le frottole e diciamocela tutto» che pervadendo il referto in questione dalla prima all’ultima riga gli assicura comunque un benefico lievito di confessione e di catarsi. L’accordo emotivo nasce anche per colpa (se così si può dire) della sapienza retorica con cui l’articolo è intessuto e della raffica di citazioni – tutte in vario senso azzeccate e perciò suadentissime – ma proprio per questo tali da mozzare quasi il respiro e lasciare un po’ frastornati.
    Per vederci dunque un po’ più chiaro, dopo aver letto e riletto: cosa sempre opportuna ma in questo caso addirittura indispensabile. Mughini, infatti, scrive come l’Olanda di un tempo giocava al calcio: fluidifica dalle retrovie e rovescia sull’avversario sciabolate di 30 metri che tagliano fuori la difesa e sulle quali arriva puntuale il passaggio smarcante di Cruyff o la botta micidiale di Neskens. Insomma, guai questi tipi alla Mughini ad aspettarli nella propria area: a quel punto sei già bell’e fritto e di togliergli l’iniziativa, come dicono i cronisti sportivi (e in altri tempi il maresciallo Cadorna), non c’è più verso. Se ci si vuol salvare dai Neskens-Mughini bisogna studiare attentamente il loro gioco-scrittura totale e cercare di colpirne le fonti di rifornimento, è necessario andargli incontro nella loro metà campo e al secondo passaggio al massimo togliergli la palla.
    Si vedrà così, tanto per cominciare, che non proprio tutti i giocatori della squadra che Mughini schiera contro la sinistra possono essere accreditati del valore che viceversa viene loro attribuito. Prendiamo, ad esempio, il Bresciani-Turroni, che Mughini considera rappresentativo della cospicua levatura teorica e culturale di coloro che si opponevano alla sinistra e al paragone dei quali essa sarebbe stata un balbettante nanerottolo. Ma qui deve esserci un errore di persona! Bresciani-Turroni, infatti, fu sì autore di un ottimo studio – che oggi è l’unica cosa sua che ancora si citi – sull’inflazione tedesca del 1923, ma per il resto fu un mediocre economista che ancora negli anni del dopoguerra al solo sentire nominare Keynes e la «politica del moltiplicatore», come lui la chiamava, mancava poco gli venisse un accidenti. E lo stesso livello di aggiornamento culturale e scientifico era comune in quegli anni ai vari Papi, Amoroso, Del Vecchio, e giù giù fino ai Pella e Malvestiti trivialissimi, i quali tutti impiegarono l’intera loro vita e migliaia di pagine ad ammonire, con il loro ditino ortodosso-marginalista – e quando era il caso paretiano-volgare – il gigante di Cambridge: da essi considerato uno scavezzacollo inflazionista, cavallo di Troia del Labour e dunque in odore di eresia «pianista» (tra l’altro, si esprimevano in questo modo, ahimè). Non dubito che Bruzio Manzocchi (di cui pure non conosco una riga) di sciocchezze nei suoi libri ne abbia infilate un bel numero, ma da qui a far passare per genî i suoi antagonisti, eh no!, ce ne corre. Studiosi che in pieno secolo ventesimo concepivano il risparmio ancora come un fondo accumulato ex ante e osannavano al rentier, che levatura culturale possedevano per essere ricordati adesso come dei grandi maestri? E di essi, infatti, più nulla o quasi nulla oggi rimane o si legge.

    (...)
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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    La cultura dell’antifascismo

    Ciò che vale per gli studi economici vale per molti altri campi. Nel 1945, in realtà, l’Italia ebbe la sorte di ritrovarsi con una cultura politica che sebbene per una sua parte fosse (o dicesse di essere) social-comunista, e per un’altra parte liberal-democratica, formava in realtà un tutto unico e può essere definita la cultura politica dell’Antifascismo.
    Dell’Antifascismo e non della Resistenza (faccio mia una magistrale distinzione di Giacomo Noventa). Questa cultura politica dell’Antifascismo mostrò, salvo rare eccezioni, di essere rimasta assolutamente impermeabile a ciò che in Europa si era detto e pensato dopo il 1914. Benedetto Croce s Stalin furono le due terribili muraglie erette contro il nuovo, al riparo delle quali quella cultura politica – al di là di formule d’accatto estranee a mai capite – poté continuare ad affondare le sue radici e a trarre il suo alimento da un comune humus rassicurante e provinciale.
    Perlomeno fino alla fine degli anni ’50 l’establishment politico repubblicano portò il peso di questa zavorra antifascista e lo stesso fu costretta a fare l’Italia intera. Prova ne è che quell’establishment non fu assolutamente in grado di raccogliere in modo vivo e vivificante (e non già mortuario e commemorativo) l’eredità di Gobetti e di Rosselli, vale a dire degli unici che, per l’appunto, concepirono l’opposizione al fascismo principalmente come una rivoluzione, innanzi tutto, delle categorie politico-culturali trasfuse nell’Antifascismo dalla vecchia liberal-democrazia. Allo stesso modo non è forse così azzardato dire che il lascito gramsciano, per quel tanto o quel poco che in esso non era ortodossia leninista o crocianesimo rivisitati, cadde fuori della cultura dell’Antifascismo. Giustizia e Libertà, prima, e il Partito d’Azione, poi, furono i soli nuclei organizzativi dello schieramento antifascista la cui cultura politica, avendo assorbito germi di novità progettuali che risentivano di ciò che nel mondo era successo tra le due guerre, riuscì a muoversi su una linea di frontiera tra Antifascismo e Resistenza. Ma il rapido naufragio del Partito d’Azione fu per l’appunto il prodotto, oltre che di molti altri fattori, anche della sua incompatibilità di fondo con il restante panorama della cultura politica italiana del dopoguerra. (Così come, in tutt’altro campo, un significato identico deve essere attribuito all’esperimento del Politecnico e al suo, pur esso inevitabile, fallimento). Sicché il personale politico di ascendenza gielle-azionista, nella sua maggioranza, si lasciò risucchiare entro il sistema del partito cattolico, non solo perdendo ogni immagine e capacità d’iniziativa proprie, ma – pur tra sussulti culturali talvolta di rilievo – finendo per coonestare obiettivi e strumenti di quel partito medesimo.
    Il dato comune di arretratezza politico-culturale dell’establishment antifascista nel suo complesso non significa, ovviamente, che dal 1947 in poi non ci sia stata all’interno di questo establishment una feroce contrapposizione; significa solo che, a causa di quel dato comune, risulta difficile – anzi meglio, impossibile – assegnare oggi ad uno dei due contendenti la palma del vincitore effettivo: effettivo, voglio dire, in termini di conquista di una egemonia, e quindi della capacità di tradurre la propria cultura in forme concrete di vita sociale e statale dotate di un minimo di «tenuta» storica. Così non è stato, tanto è vero che stando ad autorevoli vaticini l’Italia starebbe addirittura sul punto di «squagliarsi».


    Liberali e cattolici

    Si dice tuttavia della cultura politica liberal-democratica, che insieme a quella cattolica «gestì» tutto il potere «gestibile»: ma perlomeno essa ha mantenuto il paese entro il solco dei liberi ordinamenti, eccetera eccetera. Ma l’argomento, pur ammesso che risponda in tutto al vero, non ha in questo caso alcun valore. Una cultura politica liberal-democratica non può arrogarsi a proprio merito storico di non aver fatto il colpo di Stato o di aver mantenuto i diritti civili dei cittadini; sarebbe la stessa cosa che una cultura politica marxista-leninista si facesse un particolare vanto di non aver concesso la libertà d’opinione o di aver impedito la celebrazione di libere elezioni. Naturalmente proprio per questa sua diversa natura a molti appare preferibile la prima rispetto alla seconda, ma questa è un’altra faccenda.
    Alla cultura politica liberal-democratica, che in stretta simbiosi con il partito cattolico resse l’Italia per un quindicennio intero, incombevano semmai l’obbligo e il compito – del cui assolvimento questa volta sì essa si sarebbe potuto vantare – di costruire una società e uno Stato liberal-democratico, e magari cattolico-democratico (se si sapesse cosa vuol dire), all’altezza dei problemi che la storia del paese poneva. Ma quella cultura, fatte sempre le debite eccezioni (un Bobbio, un Ernesto Rossi per esempio), preferì identificare le sue sorti con i modi e gli usi del potere definiti dal partito cattolico, annullando con ciò anche le sue potenzialità sul terreno propriamente culturale.

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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    La frattura degli anni ‘60

    Pur con tutto l’amore possibile per gli aneddoti edificanti, che Bresciani-Turroni abbia scritto ottime pagine sull’inflazione tedesca del 1923 e che agli inizi degli anni ’70 La Malfa girasse portandosi appresso quelle pagine, conta meno che nulla di fronte al fatto, certo ed inoppugnabile, che la cultura politica di Bresciani-Turroni e di La Malfa, da Mughini giudicata così positivamente, non sia riuscita non dico molto, ma neppure a far pagare le tasse agli italiani. E spero che nessuno osi sostenere che ciò non è accaduto perché c’era il PCI o per sua colpa.
    Per défaillances di questa portata la Storia ha in serbo le sue némesi. Che sempre La Malfa – secondo quanto veniamo a sapere dall’episodio riportato da Mughini – si ritrovasse come interlocutore, anche lui con la sua brava paginetta di Bresciani-Turroni, il senatore Fanfani, ideatore e divulgatore accanito del più cospicuo sciocchezzaio economico di matrice cattolico-spiritual-corporativa, la dice lunga sulla fine pratica della cultura liberal-democratica del notabilato politico antifascista. Non vedo proprio perché solo il socialismo marxista-leninista vada giudicato dalla sua «realtà».
    Del resto anche io come Giampiero Mughini ho ricordi personali da far valere. Sono ricordi di quando facevo l’Università: facoltà di scienza politiche, Roma, primi anni ’60. Gli Annuari dello Studium Urbis possono provare che si concentrava in quella facoltà, come corpo docente, la crema dell’establishment dell’Italia di quegli anni nel settore degli studi economici e politici: gli studiosi più legati al mondo politico, burocratico, alle grandi istituzioni finanziarie, più tenuti in considerazione, più ascoltati. Era una buona immagine della cultura politica che si contrapponeva a quella di sinistra. Ebbene, il contenuto dei corsi e tutta l’atmosfera dell’insegnamento erano di una pochezza e di un grigiore intellettuali, a pensarci oggi, da far rabbrividire.
    Si studiava Economia politica su testi che per capitoli e capitoli andavano avanti con ragionamenti a base di mezza mela, una mela, il primo sorso d’aranciata, due mele, e così via; «il nemico del mio nemico è il mio amico» era la formula magica che racchiudeva tutto l’insegnamento di una materia come Geografia politica ed economica; i nomi di Freud, Marx e Keynes credo di averli letti sì e no quattro o cinque volte sui libri o sulle striminzite dispensucce che avrebbero dovuto servire come testi di base per i futuri «scienziati politici». Naturalmente c’erano anche delle eccezioni, ma in complesso prevale di gran lunga il ricordo di un clima culturale torpido, ammuffito. Ed era – vorrei che si potesse dimostrare il contrario – lo stesso identico clima culturale che regnava nel paese.
    Ma questo torpore e questo vecchiume riguardavano soprattutto le espressioni ufficiali della cultura, la cultura del governo, se così si può dire, comprendente però tutto l’arco politico. C’era però un’altra cultura, che si andava formando nelle sedi più diverse, dall’Università alle case editrici, intorno ad alcune riviste, e che, questa sì, può essere considerata il frutto del rinnovamento morale e intellettuale prodotto dalla Resistenza; frutto del contatto nuovamente possibile con il mondo, delle revisioni che tale contatto dimostrava indispensabili. Fu per l’appunto questa generazione, che nel 1945 aveva tra i venti e i trent’anni e finì di formarsi negli anni ’50-primi anni ’60, ad essere l’autrice e la protagonista di una vera e propria frattura con il passato, grazie alla quale noi siamo oggi culturalmente quello che siamo, lontani anni-luce dalla galassia intellettuale e lessicale della Cultura politica antifascista.
    Ma di che parte erano (e sono) gli uomini cui si deve questa frattura? Per restare nel già citato settore degli studi economici, Sylos-Labini, Caffè, Fuà, Forte, Garegnani, Napoleoni e molti altri, cos’erano? Di destra? Democristiani? Non mi risulta. E, più in generale, le case editrici i cui libri hanno scardinato il quadro culturale dei Manzocchi e dei Bresciani-Turroni vari in ogni campo del sapere, da chi erano e sono guidate se non da uomini che si dichiarano di sinistra?

    (...)
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    Predefinito Re: La sinistra dopo il diluvio (1979)

    La sinistra a due velocità

    Allora diciamo la verità: non diluvia sulla sinistra, diluvia sui partiti di sinistra, sulla cultura ufficiale di questi partiti (dei loro quadri dirigenti e dei loro intellettuali di parata), così come diluvia a cataratte sulla cultura di volta in volta stalinista, sindacal-spontaneista, virtuistico-popolista, o desiderante, dei gruppi extraparlamentari nati dopo il ’68. Se un appunto si può muovere al referto di Giampiero Mughini è precisamente questo, mi pare: di suggerire in modo implicito – e forse contro la volontà stessa dell’autore – un’identificazione tra la cultura del Partito comunista e in genere delle formazioni politiche di sinistra con la cultura della sinistra tout court.
    Questa equivalenza è molto pericolosa: essa infatti contribuisce a celare, anziché a svelare, la sostanza del problema che in questa fase storica (mi si passi l’espressione pomposa) sta dinanzi a noi. A noi come sinistra, voglio dire, se la parola ha ancora un senso.
    Tale sostanza non risiede nella necessità di dimostrare la superficialità o, in molti casi, la delirante infondatezza delle posizioni culturali sostenute per il passato dai partiti della sinistra ed espresse dalla loro cultura complessivamente intesa. Di assolvere questo compito di sono già incaricati i fatti, da un lato, e, dall’altro, ciò che la cultura della società civile di sinistra, chiamiamola così, ha detto e pensato in questi ultimi quindici anni. Il problema bensì, a mio giudizio, è quello di riuscire a trasferire i risultati culturali conquistati da questa società civile entro i partiti della sinistra e, per questa via, di farli diventare «senso comune» politico delle grandi masse di cittadini che in tali partiti si riconoscono.
    Il problema vero, cioè, è parte del più vasto fenomeno di allontanamento dei partiti della società. A sinistra, in questi anni, mentre gli addetti ai lavori culturali degni di questo nome si sono spogliati, tutto sommato rapidamente, delle vecchie mitologie e delle vecchie formule, hanno importato massicciamente dall’estero, e hanno iniziato a discutere in modo spregiudicato e comunque assai libero dei problemi che il paese si trovava davanti, rinnovando il proprio apparato categoriale, accendendo a tematiche al passo con una moderna società industriale, viceversa i partiti della sinistra sono rimasti prigionieri di se stessi, incapaci di tradurre tutto ciò in politica.
    Certo, almeno in linea generale essi si guardano dal continuare a mantenere gli schemi di riferimento culturali di un tempo, fanno anche ogni tanto qualche timida avance in direzione del nuovo, ma in complesso mantengono verso di esso un atteggiamento di ritrosia e di sospetto. Sicché, a conti fatti, oggi come oggi non si può neppure dire che i partiti di sinistra abbiano una cultura arcaica, mitologica o inadeguata; più semplicemente essi non hanno alcuna cultura, vivono alla giornata. Come partiti-organizzazione, come partiti-apparato e come promotori di legislazione, essi sono simili a quei locomotori invecchiati che ormai si limitano a far manovra in stazione ripercorrendo su e giù sempre gli stessi due chilometri. I lunghi percorsi e le alte velocità, prima che essergli preclusi, li spaventano: sanno bene, infatti, che per affrontare gli uni e le altre sarebbe necessario sostituire l’intero apparato motore e magari anche i macchinisti.
    Fuor di metafora: per immaginare ed attuare una soluzione dei problemi del paese è oggi indispensabile ai partiti una buona dose di quell’ardimento e consapevolezza intellettuali che solo potrebbero scaturire dalla frequentazione, dalla compenetrazione, con la cultura della società civile. Questa cultura, infatti, bene o male qualcosa ha pensato, ha discusso, ha cercato d’inventarsi. Ma a tutto ciò le formazioni politiche della sinistra rimangono sostanzialmente impermeabili. La ragione principale sta nella qualità e nei meccanismi di formazione delle leaderships di quei partiti, meccanismi che funzionano in modo perverso in doppio senso: nella misura in cui il gruppo dirigente vuole continuare ad essere sicuro del proprio potere deve cooptare i futuri dirigenti e funzionari selezionando i più torpidi culturalmente e i più pavidi intellettualmente; d’altra parte, nella misura in cui ciò accade, ogni persona desiderosa di preservare ed utilizzare adeguatamente il proprio eventuale elevato livello cultural-intellettuale, rilutta assai ad impegnarsi nella politica di partito, dove sa che nel medio periodo non può aspettarsi nulla di buono.
    L’incapacità – sarebbe meglio dire la non volontà – della sinistra politica di accogliere e fare propria la cultura della società civile di sinistra significa, in poche parole, l’incapacità di controllare e indirizzare la dinamica sociale, da un lato, e, dall’altro, di esercitare persuasione sulla massa dei cittadini. In altri termini, essa produce (beninteso non è l’unica causa) una crescente delegittimazione, prima del «sistema dei partiti» e poi della politica in quanto tale.

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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