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  • 1 Post By trash

Discussione: L'acca... non vale un'acca?

  1. #1
    Color d'oriental zaffiro
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    Predefinito L'acca... non vale un'acca?

    E' giunta l'ora del riscatto. Perché non è vero che l'acca non vale un'acca, anzi.
    Quale modo migliore per riscattare la più muta e bistrattata delle lettere dell'alfabeto con una storiella?
    Quella che il poeta-scrittore Gianni Rodari ha dedicato a questa lettera (oltremodo speciale, perché acca è una parola palindroma) mi sembra un buon inizio...


    L'Acca in fuga



    C'era una volta un'Acca.
    Era una povera Acca da poco: valeva un'acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano:
    - "E così, saresti anche tu una lettera dell'alfabeto? Con quella faccia? Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?"

    Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all'estero ci sono Paesi e lingue in cui l'acca ci fa la sua figura.
    - "Voglio andare in Germania", - pensava l'Acca quand'era più triste del solito. - "Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime."
    Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l'autostop.

    Apriti cielo! Quel che successe da un momento all'altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.
    Le chiese, rimaste senz'acca, crollarono come sotto i bombardamenti. I chioschi diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po' dappertutto.
    In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l'acca, era stato come levargli le ali.
    Le chiavi non aprivano più e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all'aperto.
    Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.
    Non vi dico il Chianti, senz'acca, che sapore disgustoso. Del resto, era impossibile berlo perché i bicchieri, diventati " biccieri", schiattavano in mille pezzi.

    Mio zio stava piantando un chiodo nel muro quando le Acca sparirono: il "ciodo" si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.
    La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Jonio, non un solo gallo riuscì a fare "chicchirichì": facevano tutti "cicciricì" e pareva che starnutissero. Si temette un'epidemia.

    Cominciò una gran caccia all'uomo, anzi, scusate, all'Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L'Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: - "Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c'è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capostazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei diventerebbe il capostazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione..."

    L’Acca era di buon cuore, ve l’ho già detto. È rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un'altra volta.
    Per me, che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli "occiali" senz’acca non ci vedo da qui a lì.



    (Gianni Rodari)

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  2. #2
    Color d'oriental zaffiro
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

    L'idea di dedicare un topic sulla lettera H mi è venuta qualche giorno fa, dopo aver letto su alcuni media nazionali la storia di un bambino delle elementari, il quale, non avendo voglia di fare i compiti e temendo l'ira del maestro, si è scritto la giustificazione da solo. Ma è "inciampato" sull'acca (non solo su quella) ed è stato miseramente sgamato. Ecco cosa ha scritto: «Ciao maestro, sono la mamma di XXX. Non a fatto i compiti perché era tornato stanco e non appotuto fare i compiti».





    Pare che, come conseguenza della sua marachella, si sia beccato una nota sul diario e un brutto voto per gli errori di ortografia.
    Maestri senza cuore... di fronte a tale spirito creativo avrebbero potuto chiudere un occhio, no?

  3. #3
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

    Tuttavia, sarebbe quantomeno ingiusto limitare un uso errato dell'acca ai soli bambini un po' lazzaroncelli. Gli adulti non sono affatto da meno, anzi! Il ragazzino qui sopra, al confronto, sembra quasi un letterato...








  4. #4
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

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  5. #5
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

    Questa tazza l'hai creata tu, mago @trash, illusionista d'immagini?
    No, perché se esiste veramente, vorrei sapere dove è possibile comprarla... mi piace troppo!

  6. #6
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?



    Nel mondo delle lettere, essendo muta, è la sola alla quale si possa confidare un segreto.
    Quale parola abissale, incognita, inedita ci direbbe l'H se sapesse parlare?


    (Ramón Gómez de la Serna)




    Storia dell'acca

    La storia dell'acca è antica, ma soprattutto è lunga e travagliata: comincia sulle spiagge fenicie, monta a bordo delle navi dei commercianti libanesi, sbarca in Grecia, di lì a Cuma e poi a Roma, dove indispettisce Catullo e insuperbisce l’Ariosto... per planare, infine, sui banchi di scuola.

    La storia della H inizia con quella dell'alfabeto che, come si sa, fu inventato dai Fenici, l'antico popolo stanziato sulle coste orientali del Mediterraneo. La «het» era l’ottava lettera dell'alfabeto fenicio e si scriveva con un segno a forma di rettangolo con un trattino in mezzo («acca chiusa»). Corrispondeva ad un suono per noi sconosciuto che veniva prodotto con un restringimento della cavità orale all’altezza della faringe e che i linguisti chiamano «spirante faringale»...



    A partire dal IX-VIII secolo a.C. i Greci ebbero contatti sempre più frequenti con i Fenici, abili navigatori e scaltri mercanti, le cui navi solcavano il Mediterraneo da Oriente a Occidente. I Greci non restarono indifferenti ad un'innovazione così vistosa come l'alfabeto. Quei caratteri introducevano un sistema di comunicazione imbattibile, che permetteva di trascrivere transazioni, note e appunti: un supporto che superava di gran lunga i limiti della memoria umana!

    Fu così che le lettere fenicie furono adottate dai Greci... ma il processo, naturalmente, non fu semplice né lineare: il greco antico era una lingua indoeuropea, il fenicio una lingua semitica. Alcune lettere fenicie trascrivevano dei suoni non presenti in greco e, e viceversa, alcuni suoni greci non avevano il loro corrispettivo nell'alfabeto fenicio.

    Per quanto riguarda la lettera ḥet, i Greci la "modificarono" leggermente, assegnandole il suono della loro «spirante laringale», ovvero quella che noi oggi siamo abituati ad identificare come un'aspirazione. In greco antico molte parole iniziavano proprio con vocali aspirate... e fu così che quelle parole furono trascritte con l’antico segno di ḥet davanti alla vocale.



    L'immagine riprodotta qui sopra è la famosa "coppa di Nestore" (l'ho vista, l'ho vista!), una tazza ritrovata in una necropoli di Ischia, all'interno di una tomba dell'VIII secolo a.C.
    Per chi si occupa di epigrafia, cioè studia le iscrizioni antiche, la coppa di Nestore è un reperto molto prezioso, perché rappresenta una delle prime attestazioni dell'alfabeto greco. La scritta riportata sopra la coppa riproduce, appunto, l'iscrizione dipinta sul reperto ed ha un contenuto assai interessante: fa infatti riferimento ad una coppa sontuosa descritta nell'Iliade (XI, 632 ss.), dalla quale beveva Nestore, re di Pilo. L'umile possessore della coppa di Ischia volle prendersi una rivincita sul manufatto omerico: il vino di Nestore sarà pure stato buono, ma la sua semplice tazza aveva un potere afrodisiaco: chi beveva da essa veniva "subito preso dal desiderio di Afrodite".

    Bacco, tabacco e Venere...

  7. #7
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

    I predatori dell'acca perduta

    Ma come è potuto succedere che Dante, Petrarca, Boccaccio e tutti i letterati fino al '600 potessero scrivere "huomo", "honore","herba", "habitare","humile", "humido" e poi qualcuno ha fatto sparire tutte queste acca, tranne quelle del verbo avere?
    Gli "accatori" resistettero per tutto il '500 capitanati da un bellicoso Ludovico Ariosto («Chi leva la h all’huomo non si conosce huomo, e chi la leva all’honore non è degno di honore») ma poi sul finire del '600 l'ebbe vinta la solita malefica Crusca che stabilì la regola di mantenere l’h etimologica soltanto nelle quattro voci ho, hai, ha, hanno del verbo avere, e solo per via di evitare la confusione con termini identici molto comuni.
    Ma anche quelle quattro voci hanno corso il rischio di estinguersi definitivamente: nel 1911 il Congresso della "Società Ortografica Italiana" avanzò la proposta di usare l'accento (anziché l'h) anche su quelle quattro voci verbali. Ancora negli anni '50 e '60, qualche maestra delle scuole elementari (pure la mia...) insegnava agli innocenti scolaretti a sopprimere l'acca ed usare ò, ài, à, ànno.
    Fortunatamente (per l'acca) l'invasione della terminologia anglosassone sta colmando l'handicap con hotel, hardware, hacker, hostess, hobby, ecc...

  8. #8
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

    Citazione Originariamente Scritto da trash Visualizza Messaggio
    ... qualche maestra delle scuole elementari (pure la mia...) insegnava agli innocenti scolaretti a sopprimere l'acca ed usare ò, ài, à, ànno.
    Anche la mia maestra!!!
    Si chiamava Nicolina ed aveva i baffi (giuro!), scurissima di pelle e di capelli, fianchi e gambe decisamente "forti" e dava bacchettate sulle mani che era un piacere... per lei!
    Ricordo che d'inverno, mentre noi bambini eravamo a refezione con un'assitente, lei rimaneva in classe e qui consumava il suo magro pasto; poi si lavava le calze di nylon, rigorosamente scure, e le appendeva al supporto di ferro della lavagna (che si trovava vicino al calorifero) per farle asciugare. L'ho scoperto perché una volta, mentre facevamo ricreazione dopo pranzo, sono tornata in classe per prendere qualcosa dalla mia cartella e l'ho trovata così, a gambe nude e imbarazzatissima, perché non ho potuto non notare le sue calze appese al supporto metallico della lavagna.
    Ma questa è un'altra storia. Torniamo all'acca, va'...

  9. #9
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

    Dallo ḥet (fenicio) alla eta (greca) il passo non fu breve...


    L'alfabeto usato a Ischia e nella vicina Cuma (dove ben presto si spostarono i coloni di Ischia) derivava da quello dell'isola di Eubea, nel mar Egeo. Da lì infatti provenivano i Greci che si stabilirono in Campania. Sia in questo alfabeto che in quello di molte altre città greche, verso la fine del VII secolo a.C. vi fu una semplificazione dell'antico segno ḥet: i due trattini superiore e inferiore vennero tralasciati e la lettera assunse la forma della nostra acca. In realtà non vi fu una vera e propria sostituzione e le due scritture ("acca chiusa" e "acca aperta") convissero per diversi secoli.

    A questo punto, chi conosca il greco antico sarà disorientato. Infatti, qualsiasi grammatica greca spiega che il segno Η (maiuscolo) e η (minuscolo) corrispondono alla lettera eta, da leggere come e (lunga). Ciò si spiega col fatto che in greco antico esistevano molti dialetti e non tutti accolsero la lettera ḥet col valore di aspirata. In particolare la regione della Ionia asiatica, corrispondente alla costa centrale della Turchia, si comportò in modo diverso. Il suo dialetto era definito "psilotico" dagli antichi grammatici, cioè privo di aspirazioni. Quindi, ovviamente, gli abitanti di quelle terre non potevano riservare un posto, nel loro alfabeto, ad una consonante che trascriveva un'aspirazione. Lo ḥet fenicio fu allora usato per la vocale e lunga. Distinzione, questa, inesistente in alfabeti come quello di Cuma, dove lo stesso segno Ε indicava la e breve e la e lunga.
    Questo fatto comportò conseguenze importanti. Infatti, nel 403 a.C. la città di Atene decise con un decreto ufficiale di adottare l'alfabeto di Mileto, centro situato proprio nella Ionia asiatica. Fu così che nei due secoli successivi, quando l'alfabeto ateniese si impose quasi ovunque nel modo greco, si stabilizzò la norma che il segno a forma di "acca" trascrivesse la eta, ovvero la e lunga.



    Ad occidente della Grecia, tuttavia, il segno di acca aveva preso strade diverse. Nel centro dell'Italia si ingrandiva sempre di più l'influenza di Roma, che venne in contatto con le floride città greche del sud Italia, anzitutto con Cuma per la sua vicinanza geografica. A questo, è facile immaginare cosa accadde: i Latini di Roma fecero proprio l'alfabeto dei Cumani, molto prima che l'influenza di Atene imponesse l'uso di "acca" come eta.
    I Latini avevano effettivamente il suono dell'aspirazione all'inizio di molte parole (es. homo, habeo). Si trattava di un'eredità indoeuropea che condividevano con il greco. Pertanto il simbolo usato dai Cumani per l'aspirazione non creava loro nessun problema.

  10. #10
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    Predefinito Re: L'acca... non vale un'acca?

    L'acca nell'antica Roma

    E infine l'acca aprodò a Roma... il verbo avere, in latino, diventò habere. Ma, mentre la nostra acca, nelle voci del verbo avere citate già citate da trash (ho, hai, ha, hanno), non si pronuncia, la acca iniziale dei latini era lì: saltava all'occhio, insomma, ed era logico che venisse pronunciata. Ma non solo nella forma dell'infinito: tutte le forme del verbo avere erano precedute dalla acca.

    Come sia potuto accadere che, da tanta abbondanza, la acca sia quasi sparita, lo si può capire dalle molte testimonianze che ci hanno lasciato gli antichi autori latini, le quali ci aiutano a capire l'evoluzione della lettera muta. Il fenomeno partì dalla cosiddetta lingua rustica, quella parlata dai ceti popolari, dove ben presto l'aspirazione scomparve dal parlato. Si venne così a creare una distinzione fonetica che marcava una differenza sociale: i ricchi (e colti) facevano sentire le acca iniziali, i meno istruiti no.

    Tale differenza dovette tradursi in una vera necessità di stile per i ceti superiori. Sant'Agostino, da vero radicale, polemizzò sul fatto che era più importante far sentire bene la acca all'inizio della parola homo piuttosto che amare l'uomo secondo le leggi di Dio (Confessioni, 1, 29).

    Visto che la pronuncia delle acca era diventata uno status symbol, accadeva non di rado che chi volesse darsi un tono riempisse le proprie frasi di aspirazioni, mettendole a sproposito. Su questo abbiamo una poesia molto spassosa di Catullo, dove il poeta di Sirmione ironizza su un certo Arrio, che piazzava le acca a vanvera:

    Arrio diceva «hommoda» per «commoda»
    e per di più «hinsidia» per «insidia».
    Quando poteva pronunciare «hinsidia»,
    pensava a qualche cosa di sublime.
    Credo che fosse il lessico materno,
    quello dello zio nato in libertà
    del suo nonno materno e della nonna.
    Finì in Siria; le orecchie riposarono,
    riudirono parole lisce e lievi,
    senza temere più le voci orrende,
    quando piombò una nuvola spaventosa:
    lo Ionio da che Arrio ci arrivò
    non fu più Ionio, diventò uno «Hionio».


    Catullo (84). Trad. E. Mandruzzato (Rizzoli)

 

 

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