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    Predefinito Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    Colletti, Galli Della Loggia, Procacci, Romeo, Scoppola

    In «Nuova Antologia», a. CXXI, fasc. 2159, luglio-settembre 1986, Le Monnier, Firenze, pp. 5-29.

    A quarant’anni dalla nascita della Repubblica, possiamo ben dire che l’Italia è «laica»: durante i decenni che hanno visto il predominio (se non l’egemonia) del partito cattolico, si è paradossalmente compiuto il più radicale processo di secolarizzazione che la nostra società abbia mai attraversato.
    L’unica vera «rivoluzione» che l’Italia abbia conosciuto, nel corso ormai ultrasecolare della sua storia unitaria, è quella che abbiamo visto scorrere sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, mentre mutavano strutture produttive e abitudini di vita, si dissolvevano antiche classi e tradizionali rapporti sociali, e il volto naturale e umano del paese cambiava fino a rendersi per tanti aspetti irriconoscibile.
    Da più parti, oggi, si sente dire che questa grande mutazione è il frutto quasi esclusivo della vitalità spontanea della nostra società, che poco o nulla hanno contato le decisioni politiche, e che si è anzi andato sempre più approfondendo, fino forse a diventare incolmabile, il divario fra classe politica e società civile.
    Si tratta, in realtà, di una mezza verità che rischia, se non viene sottoposta ad una più approfondita analisi, di tradursi in un giudizio gravemente ingiusto, privo di quelle necessarie distinzioni che sono sempre parte essenziale di un sereno giudizio storico.
    La «modernizzazione» della società italiana, la sua profonda trasformazione cultura e civile, non sono state il semplice frutto di una mitica spontaneità: sono state assunte, specialmente negli anni del primo dopoguerra, decisioni politiche di vertice (la dura lotta all’inflazione, la scelta dell’alleanza atlantica, la liberalizzazione degli scambi, una certa politica per il Mezzogiorno) che hanno determinato e accompagnato svolte irreversibili nella vita del nostro paese.
    La riprova di questa importanza della politica sta nelle conseguenze negative degli errori compiuti, dei ritardi accumulati, delle occasioni perdute o sprecate.
    Occorre, dunque, saper far storia del presente per individuare le linee lungo le quali bisogna procedere, e per spezzare risolutamente, invece, quei fili che ci legano a un recente passato di confusione e di irrazionalità.
    Esiste una politica della ragione, che non è astratta e vana costruzione ideologica, ma volontà di costruire il futuro tenendo conto concretamente della realtà di fatto nella quale si opera, e valutando lucidamente i costi e i benefici di ogni decisione che si intende prendere.
    In questa lucida concretezza, in questo disincanto senza cinismo, sta il più vero segno della «laicizzazione» della politica. Oggi che tutti si dicono «laici» (e, talvolta, si tratta di «laici» abusivi) non è presuntuoso né arrogante rivendicare la continuità e la coerenza di una tradizione.
    Quelle che quarant’anni fa erano esigue minoranze illuminate sembrano oggi essere diventate sterminate e chiassose maggioranze. Idee e temi a lungo emarginati e perfino derisi sono ora il patrimonio di forze politiche per gran tempo prigioniere dei miti e dei dogmi della società pre-industriale. Tutto bene, purché dietro queste nuove e quasi totalitarie professioni di laicismo, non continuino ad annidarsi i vecchi equivoci di una società che aspira alla «modernità» senza avere il coraggio di accettarne fino in fondo le dure regole economiche e civili.
    Su questo grande tema – Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica – un tema che è etico-culturale prima ancora che politico, «Nuova Antologia» ha voluto sentire l’opinione di alcuni prestigiosi uomini di cultura che sono anche, su diversi fronti e in differenti modi, uomini civilmente impegnati.
    A costoro (Lucio Colletti, Ernesto Galli Della Loggia, Giuliano Procacci, Rosario Romeo, Pietro Scoppola) abbiamo posto le seguenti domande:
    1) In che misura si può parlare di una «laicizzazione» del partito comunista e di un suo pieno inserimento nel sistema politico liberaldemocratico? Il confronto con i comunisti presenta ancora caratteri «ideologici» o si svolge ormai esclusivamente su temi concreti di politica estera, economica, energetica, ecc.?
    2) In che senso va intesa la «laicità» della democrazia cristiana, dopo la svolta impressa al partito da De Mita? Come è possibile conciliare, nel partito cattolico, la nuova cultura liberaldemocratica con l’eredità culturale e politica del «partito cristiano»?
    3) Nella nostra società integralmente secolarizzata, in cui sembra trionfare un’idea del tutto «laica» della politica, quale può essere il ruolo effettivo dei partiti che appartengono storicamente all’area laica? In che modo bisogna operare – sul piano politico, culturale e istituzionale – affinché questo ruolo venga adeguatamente riconosciuto?
    È evidente che la rivista registra tutte le opinioni, anche quelle che non condivide. Interprete da sempre della tradizione laica, la «Nuova Antologia» attribuisce alle forze di democrazia laica un ruolo maggiore e diverso da quello ipotizzato in taluni di questi interventi. La stessa storia della Repubblica, in questo quarantennio, non sarebbe quella che è stata senza l’apporto, decisivo ed essenziale, di partiti come il repubblicano. E non il repubblicano soltanto.


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  2. #2
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    Predefinito Re: Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    LUCIO COLLETTI

    1) È difficile misurare l’esatto tasso di corrispondenza del PCI ai requisiti di un sistema politico liberaldemocratico.
    C’è, indubbiamente, un significativo progresso verso la «laicizzazione» e registriamo lo smantellamento progressivo del centralismo democratico, anche se è prematuro (non saremmo autorizzati a farlo dallo stesso PCI) affermare che il centralismo è del tutto morto e sepolto.
    Lo stesso si può dire per il pieno inserimento del PCI nel sistema politico liberaldemocratico: si può rispondere affermativamente, se si considera la progressiva decantazione di quelli che fino a pochi anni fa erano temi e motivi obiettivamente rivoluzionari, di una rivoluzione non leninista, ma pur sempre intesa come fuoriuscita dal sistema capitalistico.
    Gli osservatori più giudiziosi pensano che il partito comunista non è più rivoluzionario, dal momento che una negazione è un’affermazione contraria implicita; quindi, avremmo un PCI ormai integrato, ma in forma indiretta. Se si spulciano con attenzione le «Tesi» congressuali, si trovano ancora propositi di superamento del capitalismo, e, di conseguenza, del pluralismo economico, che è poi la base di quello politico.
    Ecco, perciò, che potrebbero rinascere i dubbi sulla «democraticità» del PCI; ritengo (senza fare processi alle intenzioni) che una parte consistente dei dirigenti comunisti, e una parte ancora più ampia della base, creda tuttora che non c’è democrazia senza socialismo, mentre il punto di vista occidentale (è questo, ormai, il nucleo del pensiero socialdemocratico) è che non c’è democrazia, e neppure giustizia sociale, senza liberalismo. La democrazia occidentale è per la proporzionalità delle diseguaglianze, non per l’egualitarismo livellatore.
    Esaminiamo gli atti politici concreti dei comunisti italiani: durante tutti gli anni ’70, e ancora all’inizio degli anni ’80, il PCI (in prima persona o attraverso il sindacato) ha lavorato in una direzione diversa da quella della democrazia occidentale, una direzione oggi riconosciuta sbagliata: l’abolizione dei valori e delle ricompense della professionalità spinta fino a raggiungere forme di egualitarismo livellatore che neppure Marx avrebbe approvato. Aspettiamo ancora di vendere, come è accaduto invece nel sindacato, qualche segno di correzione. Complessivamente, senza peccare di eccessiva sospettosità, bisogna dire che nessuno si aspetterebbe oggi, in caso di partecipazione comunista al governo, l’instaurazione di un regime di polizia, ma neppure che venga compiuta, proprio dai comunisti, un’opera di necessaria restaurazione di molti meccanismi liberal-democratici perduti nel corso degli anni ’70, quando, con la modifica dei regolamenti parlamentari, sono stati creati i meccanismi della democrazia consociativa, un regime in cui la minoranza ha diritto di veto, a meno che la maggioranza non s’impegni a concordare tutto.
    Il PCI è, dunque, ancora in mezzo al guado? In realtà, andiamo verso un progressivo, anche se problematico, scioglimento della «questione comunista», ma i tempi restano lentissimi, con improvvise fiammate e illusioni sul regime sovietico.
    Si guardi a come è stata accolta e interpretata l’ascesa di Gorbaciov alla guida del PCUS, all’entusiasmo per «riforme» che non sono state fatte, mentre niente è stato smantellato della dittatura sovietica.
    Non si può considerare «liberale» il nuovo corso sovietico solo perché fa vagamente balenare una riforma di tipo efficientistico, e poco o niente promette in tema di libertà civili e politiche.
    Il PCI è certamente ancora al di qua del guado nel giudizio sulla società uscita dalla rivoluzione d’ottobre, una società che conserva tuttora i caratteri del totalitarismo. A questo giudizio il PCI non è ancora pervenuto; un conto è dire: quella dell’URSS è una politica di potenza, tutt’altra e ben più impegnativa cosa è affermare, a chiare lettere, che l’URSS è un regime totalitario. Si pensi al modo stravagante e assurdo con cui i comunisti italiani hanno rievocato, due anni fa, il 1984 di George Orwell: anche in quella circostanza, aiutati in ciò da intellettuali cortigiani, i comunisti avanzarono la tesi del tutto falsa che Orwell si riferisse, in quel suo libro, alle prospettive di involuzione autoritaria delle società capitalistiche: un assunto, questo, tipicamente staliniano.
    Lo stesso modo in cui il PCI prospetta il rinnovamento del rapporto fra l’Italia e la NATO è quando mai ambiguo: da un lato esso sembra ribadire l’accettazione della presenza italiana nella NATO, ma, dall’altro, fa consistere la «rivitalizzazione» dell’alleanza in atti attraverso i quali l’Italia prende le distanze dall’America, e si avvia, in prospettiva, verso posizioni di tipo neutralistico.
    Il PCI usa sempre argomenti a due facce: è difficile cogliere in esso una posizione univoca. Con tendenze interne assai variegate ed incompatibili fra di loro (Napolitano, Ingrao, magari Cossutta), non si riesce mai a capire la posizione ufficiale del partito, che è poi quella di un gruppo dirigente costretto molto spesso a sterili e confuse mediazioni fra due estremi incompatibili.
    La constatazione conclusiva è questa: dal rapporto Kruscev sono passati ormai trent’anni, il «travaglio» dei comunisti italiani dura da qualche decennio, ma non ha ancora sciolto fino in fondo gli interrogativi fondamentali sulla definitiva e completa «laicizzazione» di questo partito. Anche a voler subire il fascino persuasivo del discorso comunista, non dobbiamo mai dimenticare le radici storiche dei comunisti italiani.
    Si è indotti, perciò, a ragionevolmente dubitare che il PCI possa finalmente passare questo muro del suono e uscire dall’universo originario. Le grandi istituzioni storiche (e il PCI è una di queste) hanno ineludibili limiti di elasticità intellettuale, accompagnati sempre da un forte spirito di conservazione politica.

    2) Anche in questo caso la risposta non può essere univoca e perentoria. Il partito si è «laicizzato» anche perché il Vaticano, nonostante alcuni recenti interventi, ha preso un po’ le distanze dalle vicende della politica italiana. D’altra parte, è azzardato sostenere che ci sono oggi in Italia cattolici liberali della tempra di un De Gasperi.
    In realtà, ci sono nel mondo cattolico italiano due posizioni integraliste: l’integralismo più dichiarato e meno pericoloso è quello di «Comunione e Liberazione». Questo integralismo, se diventasse il cemento della democrazia cristiana, farebbe scendere il partito al 18%.
    Accanto ad esso, meno trasparente e più insidioso, perché insediato ai vertici, c’è l’integralismo dell’area Zac, vale a dire l’integralismo di quella parte della DC che, in fondo, si ispira a un regolamento, contenimento, disciplinamento della democrazia individualistica moderna, della sua mobilità e conflittualità sociale, attraverso un accorso con il partito comunista.
    Non si tratterebbe necessariamente di un accordo di governo, ma piuttosto della distribuzione concordata dei ruoli: alla DC il monopolio del governo e al PCI quello dell’opposizione.
    Questo accordo porterebbe con sé il tentativo di ingabbiare l’economia di mercato con quel tanto di materialismo e di irrazionalismo che essa produce a livello di comportamenti e di costumi: tutto questo si avrebbe attraverso la creazione della società liberal-industriale.
    Tale vocazione anti-capitalistica è sempre stata presente nella storia della DC, fin dai tempi della sinistra dossettiana e fanfaniana, a cui fece seguito la creazione della corrente di Base.
    La più importante ideologia cattolica è un’ideologia anticapitalistica e pre-industriale: la sinistra cattolica ha giocato, nel dopoguerra, la sua carta più autentica, quella di un partito indipendente dal mondo imprenditoriale. Questa carta è stata giocata attraverso la creazione di un potere industriale dello Stato e delle partecipazioni statali, e attraverso l’immissione diretta del personale politico democristiano nella stanza dei bottoni di questi grandi mastodonti dell’economia pubblica.
    Tutto ciò ha significato l’introduzione nel sistema imprenditoriale italiano di una logica ad esso estranea: quella di un partito clientelare, assistenziale, populista, che ha potuto, in questo modo, snaturare alla radice i comportamenti del nostro sistema industriale. Tutta l’operazione compiuta dalla sinistra cattolica si rivela ispirata a una pregiudiziale ideologica anticapitalistica: Fanfani, come ben sappiamo, non ne ha mai fatto mistero.
    L’integralismo non è, dunque, semplicemente Formigoni, anche se molti laici concentrano i loro timori sull’aggressiva presenza nella società civile di questo movimento, che presenta anche caratteristiche di duttile e manovriero pragmatismo.
    Per tornare ora alla politica di De Mita, bisogna osservare che se egli ha realizzato bon gré mal gré la politica del «preambolo» più che quella della sinistra, la sua cultura non ha certamente origini liberaldemocratiche, ma proviene da quel filone di cattolicesimo sociale che ha prodotto innumerevoli guasti nel nostro sistema economico.
    Comunque, a parte De Mita (che sembra ora aver modificato certi suoi atteggiamenti), la quota dell’area Zac nel gruppo dirigente democristiano è ancora assai rilevante. E torno a dire che è azzardato attribuire a questa sinistra caratteri di cattolicesimo liberale. Da questa parte vengono, inoltre, critiche dure alla linea religiosa, culturale e sociale dell’attuale Pontefice: ci sono molti mormorii contro il Papa, e da questo scontro di Karol Wojtyla con i gruppi cattolici più vicini alle posizioni della cosiddetta «teologia della liberazione» il Papa esce rivalutato anche agli occhi di molti laici.

    3) Il destino, o meglio l’avvenire dei partiti «laici» temo proprio che non ci sia. Se continuano su questa strada di divisione corporativa, si tireranno addosso una riforma elettorale concordata tra comunisti e cattolici. Una comune battaglia laica non decolla: ci troviamo spesso di fronte ai rappresentanti di piccole corporazioni, di interessi partitico-burocratici che si misurano tra di loro, invece di affrontare apertamente il confronto cultuale e politico con la democrazia cristiana e il partito comunista: come si può ancora parlare della presenza di forze politiche laiche, quando si stratta semplicemente di «navette» che fanno la spola tra i due massimi partiti?
    Il mio giudizio è tanto più duro in quanto oggi ci sarebbe lo spazio politico, sociale e culturale per una battaglia da condurre in modo radicale; purtroppo, per questa battaglia non ci sono neppure i prerequisiti politici, e tutto si riduce ad inutili e retoriche professioni di «laicismo».
    Chi veramente, oggi, introduce e diffonde, nella società italiana, lo «spirito laico» è il mercato, col suo dinamismo e la sua inventiva, non certo le forze politiche, troppo prudenti e miopi.
    Gli intellettuali che appartengono, come me, alla cosiddetta area laica, vogliono un laicismo militante e coraggioso, non un fantasma che si nutre di parole e di inutili recriminazioni. È giunto, quindi, il momento di procedere a quelle riforme istituzionali ed elettorali che, salvaguardando l’identità storico-politica di ciascuno, consentano però, attraverso una coalizione laica e socialista, di passare, anche in Italia, ad un vero sistema dell’alternanza.

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    Predefinito Re: Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

    1) La svolta di Craxi ha colpito alle sue radici la strategia storica dei comunisti italiani, fondata da sempre (nelle sue varie fasi) su una sostanziale ambiguità: proposta di alleanza palese col PSI ed effettive alleanze occulte con la DC.
    Mi spiego meglio: la politica del PCI ha avuto per anni due livelli di gestione: il primo era quello della ricerca di una piattaforma comune con i socialisti, l’altro consisteva nella prassi quotidiana di una legislazione assistenziale e clientelare varata in sostanziale accordo con la DC, e nella spartizione del potere di sottogoverno, dove questo era conveniente per entrambi i partiti.
    Con Craxi il gioco è saltato. Il compromesso storico non ha pagato, ma è anche vero che non è più possibile riallacciare con i socialisti i grandi discorsi politico-strategici: questi suonano ormai come pura chiacchiera destituita di ogni fondamento.
    D’altra parte, l’identità politico-culturale di un partito non può mutare oltre un certo punto. Il PCI nasce dalla costola del leninismo, rompendo con tutta la tradizione democratica e socialista dell’Occidente. Lo stesso Gramsci che, come uomo di cultura, portava in sé tanti elementi della tradizione liberal-democratica, era poi, sul piano politico, un coerente leninista.
    Ed anche Togliatti e Berlinguer, pur con tutte le novità che hanno introdotto nella strategia del partito, non sono mai stati, né potevano esserlo, dei social-riformisti. Potranno esserlo i loro sbiaditi eredi? Ma non si cambia radicalmente la propria immagine in un momento di declino, se mai in un momento di successo.
    Ora il cambiamento sarebbe pericoloso, comporterebbe gravissime perdite elettorali. Inoltre, non ci sono più nel partito figure carismatiche. I suoi dirigenti temono la sconfitta: nel medio periodo avrebbe un effetto devastante. Per di più, sentono di non aver il partito in pugno, sono figure smorte, e il volto futuro del gruppo dirigente si annuncia, se possibile, peggiore del presente.
    Sempre il PCI, nella sua opera di presenza e di egemonia culturale, ha usato spregiudicatamente i temi della cultura liberale. Pensiamo a Togliatti e ai suoi amori con Voltaire. Poi c’è stata, con il ’68, anche per i comunisti una frattura storica: sono passati, anche loro, dai valori «liberali» a quelli «radicali». Ma questi valori stridono terribilmente con il patrimonio culturale e storico del partito e con la mentalità di molti militanti.
    Ora PCI e FGCI si trovano di fronte la grande novità storica della diffusione in Italia, a livello di massa e non più di gruppi socialmente ristretti, di valori capitalistici moderni: spirito imprenditoriale, efficienza, professionalità, meritocrazia. Si tratta di un grande fatto nuovo, che i media non analizzano con l’attenzione che meriterebbe. Il referendum sulla scala mobile è stata la spia di una profonda trasformazione sociale e culturale, superiore perfino a quella testimoniata dai referendum sul divorzio e sull’aborto.

    2) Chiediamoci, prima di tutto, cosa s’intende per mondo cattolico: non bisogna parlarne in modo generico e, tantomeno, bisogna intendere con esso i soli democristiani. Se si parla dei settori culturalmente e socialmente più attivi della Chiesa cattolica, indubbiamente occorre dire che c’è stato, in questi ultimi anni, un rinvigorimento della tendenza culturale ed etica anti-capitalistica.
    Non parlo solo di Giovanni Paolo II e di «Comunione e Liberazione», ma anche del cardinale Martini (un uomo che ha sulle spalle ben altra storia), il quale si è segnalato per le sue prese di posizione anticapitalistiche.
    L’avversione, più o meno mascherata, nei confronti dei valori capitalistici unifica i diversi settori della Chiesa. Ma nel suo integralismo, anche politico-sociale, il cattolicesimo non è mai settario, non chiede mai, ai suoi fedeli, una coerenza ferrea sul piano dei comportamenti. Accanto a «Comunione e Liberazione», può benissimo vivere e prosperare l’«Opus Dei», che è l’anima paracapitalistica della Chiesa.
    Nessun fatto storico è interamente positivo o negativo: la piccola borghesia italiana è stata trasformata dal processo di radicale modernizzazione produttiva e culturale che il paese ha attraversato. La DC, inevitabilmente, ne ha subìto i contraccolpi, perdendo in buona parte il carattere strutturante che per essa il cattolicesimo aveva rappresentato.
    La DC era, negli anni ’40 e ’50, il partito dei cattolici, l’appeal democristiano è diventato, progressivamente, nei decenni successivi, un appeal schiettamente politico da ideologico-religioso che era prima. Era necessario, se voleva restare, in una mutata situazione sociale e culturale, il partito centrale della democrazia italiana.
    Soprattutto dopo l’ultima segreteria Fanfani e le sue sconfitte del ’74-’75, la DC è stata costretta a diventare un partito «diverso» rispetto alla sua tradizione cattolica. Oggi deve di nuovo conciliare le sue due amine, quella politico-pragmatica e quella più vicina all’insegnamento sociale e culturale della Chiesa.
    Indubbiamente c’è un risveglio di settori radicali del mondo cattolico, animati da un forte impegno ideologico-confessionale. Ma la DC non può sbilanciarsi troppo nella direzione di questi settori, che pure le forniscono nuova linfa e nuove leve. Un’identificazione con essi, nella nostra società integralmente secolarizzata, potrebbe essere pericolosa.
    Nel dopoguerra, la saggezza politica di De Gasperi consisté nel favorire l’incontro degli eredi del partito popolare con alcuni settori della democrazia laica. Anche oggi è questa la scelta maggiormente pagante per la DC.
    Il progetto di una «società cristiana» si è infranto contro la barriera durissima della democrazia di massa nella società capitalistica. Forse non ne siamo pienamente consapevoli, ma la democrazia di massa porta spesso con sé orribili fenomeni etico-politici.
    La sinistra democristiana, guidata da Fanfani, trasformò la DC degasperiana, erede del partito popolare, in un partito di apparato e non più di notabili. Fu un peggioramento sul piano etico-politico, e fu la fine di ogni progetto cattolico di modellare la società su un organico e coerente sistema di valori. Ma i nuovi dirigenti democristiani non avevano nessuna idea precisa dei veri problemi delle società capitalistiche democratiche.
    Il fallimento del progetto di «società cristiana» fu totale: la lezione di Maritain (il Maritain degli anni ’30), patrocinata da Montini, non resse alla prova dei fatti. Non si realizzò il sogno, davvero poco saldo, di una società ispirata ai valori della tradizione religiosa resi compatibili con la civiltà industriale contemporanea. Al suo posto s’impiantò, in simbiosi con la DC, uno Stato assistenziale-clientelare.

    3) Il PCI non mi sembra in grado di far propria la porzione di valori capitalistici che si è andata sviluppando in una società dove fino a qualche tempo fa questi valori ancora mancavano pressoché completamente. Il partito resterà saldamente dominato da una dirigenza «centrista» e burocratica, votata all’immobilismo e alla chiacchiera. La DC cercherà di realizzare un mix di nuovo confessionalismo e di modernità capitalistica, e, soprattutto, cercherà di liberarsi di Craxi.
    La politica italiana è in una fase di grigiore: per cambiare questo scialbo copione, occorrerebbe secondo me una grande iniziativa delle forze democratiche e liberali, che contribuisca non solo a rinnovare radicalmente l’ethos della nostra classe politica, ma soprattutto le regole che da decenni dominano il sistema della rappresentatività politica da un lato ed il modo d’essere e di funzionare del sistema politica nel suo complesso.
    Mi spiego. I laici, le forze che a livello politico rappresentano la cultura liberal-democratica, negli ultimi anni sono sembrate più che mai rassegnate alla parte di comprimari-fornitori di alibi che la struttura del sistema vigente riserva loro ora nei confronti di un protagonista ora dell’altro.
    Ciò appare tanto più grave ed inspiegabile in quanto questa inerzia ha coinciso e coincide con una fase di profonda trasformazione della società italiana, che senza dubbio tende a premiare – addirittura a porre in una situazione di egemonia – i valori a cui quelle forze si richiamano.
    La verità è che tali partiti – io credo – risentano in modo fortissimo di una sorta di complesso d’inferiorità storica verso i «3 grandi» in cui essi vedono gli unici davvero storicamente legittimati a rappresentare il paese.
    In questa timidezza parassitaria dei partiti laici, infine, agisce anche quella che a me sembra la loro incapacità di stabilire veri canali di comunicazione con la società, a causa della loro natura assai più oligarchica-notabilare di quella che domina nei partiti maggiori. Questa incapacità è testimoniata, a mio avviso, dalla scarsa qualità dei quadri al di sotto dei 40 anni. Vorrei sbagliarmi, ma mi pare che i partiti laici sono quelli che si sono dimostrati, salvo eccezioni, capaci meno di tutti gli altri di attrarre forze giovani.
    Tutto ciò potrebbe mutare il giorno che il polo liberal-democratico si decidesse, per esempio, a scendere in campo con una proposta di modifica della legge elettorale che, salvaguardando le caratteristiche di fondo del nostro sistema istituzionale, al tempo stesso lo liberasse dei vincoli partitocratici che lo inceppano sempre di più e che l’opinione pubblica appare sempre meno disposta a sopportare.

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    Predefinito Re: Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    GIULIANO PROCACCI

    1) Cosa si deve intendere per «laicità» del partito comunista? Non può davvero significare rinuncia a certi princìpi, ma piuttosto capacità di aggiornarsi nel solco di una tradizione. Un’affermazione di «laicismo» l’abbiamo avuta, ad esempio, nell’atteggiamento di Gorbaciov, che ha rinunciato alla ormai retorica concezione sovietica di una marcia trionfale verso il comunismo, ed insiste, invece, sui problemi della convivenza fra sistemi politici diversi o sulla necessità di mostrare spirito pragmatico anche per risolvere i problemi interni dell’URSS.
    In questo senso, il «laicismo» dei comunisti italiani è ormai un fatto irreversibile, e l’ultimo congresso del partito non ha fatto che sancire la conclusione di un lungo processo storico, che ha la sua origine nel «partito nuovo» di Palmiro Togliatti.
    Nessun colpo di fulmine, perciò, ma una lunga vicenda durante la quale la cultura politica dei comunisti italiani ha saputo aggiornarsi e prendere realisticamente atto delle novità sociali ed antropologiche emerse nel nostro paese. E certamente il PCI, nel rivedere talune sue posizioni, ha anche imparato dalla cultura laica, di tradizione liberaldemocratica; ma non bisogna dimenticare che c’è stata, per decenni, una discriminazione pesante nei confronti dei comunisti.
    Oggi, la proposta politica comunista è quella del «governo di programma», che presuppone, naturalmente, un programma di governo. Non tutti i nodi sono sciolti per arrivare a questa situazione: ci si deve certamente confrontare non su astratte questioni ideologiche, ma su problemi concreti. In politica estera un fatto nuovo è successo, il fatto di Sigonella, che ha inaugurato un diverso rapporto fra socialisti e comunisti, e ha indicato le linee di una possibile convergenza fra questi due partiti, magari anche su temi più generali. Le forze politiche del pentapartito non sono mai andate molto d’accordo sulle questioni di politica estera: si vedano i problemi del Merio Oriente o il ruolo che deve giocare l’iniziativa europea nelle trattative fra le due superpotenze.
    Se ci sono punti d’incontro fra socialisti e comunisti in politica estera, ci sono state e ci sono tuttora possibilità di convergenza fra comunisti e repubblicani sulla vicenda del terrorismo o sulla questione morale e la lotta ai centri di potere occulti. In questo campo il ruolo del partito repubblicano è stato fondamentale.
    Ma, anche in tema di alleanza atlantica, è possibile realizzare una maggiore convergenza fra comunisti e democrazia laica, se si passa dalla preminenza assegnata al problema dell’equilibrio al riconoscimento che ora l’Italia può svolgere un ruolo positivo e più dinamico in seno all’alleanza, sempre appoggiandosi al pilastro europeo.
    Nell’alleanza atlantica è fuori discussione che ci si deve stare: il problema è come ci si sta. Non è, tanto per dirne una, obbligatorio approvare il progetto americano di difesa strategica, sul quale aumentano le perplessità anche da parte di molti che l’avevano accolto inizialmente con favore.
    Anche in tema di politica energetica, le posizioni dei comunisti non sono poi così lontane da quelle della democrazia laica. Nessuno di noi ha sottovalutato Chernobyl, ma non si può rispondere alle ansie suscitate dai rischi dell’energia nucleare con lo smantellamento unilaterale delle centrali. Il problema non è soltanto italiano, e va affrontato senza cedere a una facile emotività, ma ragionando freddamente sul pro e sul contro. Per quel che mi riguarda, non mi pento di aver votato a Firenze con la maggioranza «nucleare» del mio partito.

    2) Un grande partito è sempre un insieme di «anime» e di sensibilità diverse. Anche la «laicità» della democrazia cristiana si misura sulla sua capacità di fare politica concreta e di aggiornarsi. Nel ’48, dopo la grande vittoria democristiana del 18 aprile, pensavo che avremmo avuto, per molti e molti anni, un’Italia bigotta e clericale. Ci troviamo oggi, invece, di fronte a una società «permissiva», del tutto imprevedibile allora, ma la democrazia cristiana resta sempre il partito di maggioranza relativa. Anche i nuovi movimenti cattolici vanno visti per quello che oggi rappresentano, senza tesi preconcette. Formigoni non è Gedda, non c’è più il sanfedismo delle campagne meridionali o altre zone d’Italia. L’integralismo attuale, che resta sempre pericoloso, è però diverso: è un integralismo con la mentalità e la tecnologia dei nostri tempi.
    Ricordiamoci sempre che la democrazia cristiana non è un partito semplicemente moderato o liberal-conservatore, e neppure un partito che rappresenta tout court il mondo cattolico: è un partito composito, con un elettorato probabilmente più moderato della sua espressione politica. E ci sono anche molti democristiani che non sono cattolici, e appartengono ad una cultura ormai del tutto secolarizzata.
    Questo partito socialmente e culturalmente così differenziato sembra avviato sulla strada del «rigore» e del «rinnovamento», ma io debbo confessare di essere tuttora scettico sul preteso rinnovamento di De Mita: mi ricorda molto quello di Fanfani nel ’54.
    Si limita a un certo ricambio del personale politico, ma non si vedono idee nuove, anzi mi pare di scorgere un passo indietro rispetto a certe posizioni morotee. E Moro resta per me il punto di paragone di ogni seria politica di rinnovamento pratica dalla DC.

    3) Mi pare giusto o non pretestuoso distinguere fra polo laico e polo socialista. Esiste una tradizione politica laica con un maggiore senso dello Stato rispetto a quello dei democristiani o dei socialisti.
    Nella tradizione della democrazia laica c’è un costume severo, che si è sempre opposto alla prassi della lottizzazione partitica e a tutti i processi di disgregazione corporativa che hanno inquinato la nostra società.
    Dall’idea lamalfiana della programmazione all’atteggiamento intransigente del vecchio leader sull’affare Sindona, fino alla lotta di Spadolini contro il terrorismo e le infiltrazioni della P2, bisogna parlare di un apporto decisivo della democrazia laica nella lotta contro la corruzione e la disgregazione dello Stato.
    I socialisti hanno, nel bene e nel male, una storia loro, diversa da quella dei democratici laici. Ricordo che c’è stato, da parte di Craxi, un certo sforzo di innovazione culturale, di cui non bisogna sottovalutare l’importanza. Ma si è trattato spesso di novità più orecchiate che realmente assimilate.
    Craxi, per essere coerente, dovrebbe tirare le conseguenze di questo «rinnovamento»; lo sbocco di questo processo (che deve coinvolgere anche i comunisti) non può essere il pentapartito, ma la prospettiva di una convergenza a sinistra. In realtà, nell’attuale «ideologia» socialista, c’è tutto e il contrario di tutto: si va da una «modernità» reaganiana fino a tendenze neo-keynesiane o a una prospettiva socialdemocratica alla svedese.
    C’è nella tradizione politica e culturale italiana il tipo politico del «socialista», con dei connotati anche discutibili, sui quali occorrerebbe, però, lavorare, per renderli più chiari e coerenti, più adeguati ai problemi del nostro tempo. Queste «novità» dell’attuale PSI debbono uscire dall’equivoco di una generica modernizzazione, debbono vincere le tentazioni semplificatorie della politica-spettacolo. Mi rendo conto del ritardo culturale comunista, ritardo che in parte c’è stato e in parte c’è ancora. Ma questo non giustifica le persistenti ambiguità socialiste. Non sono in grado di parlare, con sufficiente cognizione di causa, della riforma istituzionale e di quella elettorale: certo, talune riforme sono necessarie, come quella dell’adozione del monocameralismo, e noi comunisti le abbiamo proposte per semplificare e rendere più incisivo il lavoro parlamentare.
    Ma debbo aggiungere che siamo per il mantenimento della proporzionale, perché temiamo che, con una legge elettorale maggioritaria, possano andare distrutte tradizioni politiche ancora vitali ed indispensabili per l’equilibrio della nostra democrazia.

    (...)
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    Predefinito Re: Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    ROSARIO ROMEO

    1) Il tentativo di andare al potere ha certamente condotto i comunisti ad una notevole revisione delle loro posizioni ideologiche. Ma non sono, in verità, cose di oggi: il rifiuto del modello sovietico, l’idea che il PCI sia parte integrante della sinistra europea, sono tutte cose maturate sin dai tempi di Berlinguer.
    Che c’è, allora, di nuovo? La novità sta nel fatto che il congresso ha dato a tutte queste idee una veste ufficiale, solenne, e non è cosa da poco. Ma non tutta la realtà si riduce a formule ideologiche. Il personale dirigente del partito – se esaminiamo una questione assai concreta e di grande importanza – non è cambiato in larga misura, non c’è stata per esso una rivoluzione veramente radicale. Bisogna quindi concludere che, a livello organizzativo, il partito comunista è cambiato assai meno che dal punto di vista ideologico.
    La revisione culturale (intendo dire la revisione storica e ideologica) è stata assai profonda e ha messo in discussione la stessa tradizionale identità comunista. Sono in molti ormai a pensare, come Amendola, che la scissione di Livorno fu un errore. A questo cambiamento ideale corrispondono anche cose reali: c’è stata un’evoluzione sincera e sostanziale in buona parte dell’apparato, dei militanti e dell’elettorato comunista. Ma c’è un settore cospicuo dell’apparato che non crede in questa nuova prospettiva, e ciò vale anche per quelle forze che lo seguono. Se così non fosse, il mutamento del personale dirigente sarebbe stato molto più esteso.
    Il partito comunista è sempre meno un partito antisistema, ma le sue reali convergenze con i partiti della maggioranza su specifici temi politici sono ancora piuttosto scarse. Queste mancate possibilità di convergenza sono rese più problematiche dal fatto che non esiste più una posizione unica nel PCI. Siamo in presenza di un calderone di opinioni: l’unico risultato è, per ora, la differenza dei potenziali alleati e un sostanziale immobilismo del partito. Le contraddizioni sono particolarmente evidenti nel campo della politica estera: si critica duramente la società sovietica, si riscoprono valori della tradizione liberale, ma, quando si viene al concreto, su moltissime questioni si assumono posizioni sempre analoghe a quelle dell’URSS. Il partito risulta immobilizzato da un equilibrio di forze, e si avvia così alla sclerosi, a una progressiva decadenza, a una stagnazione da impero turco nei secoli del declino.
    Bisogna porsi spregiudicatamente questa domanda: non è forse interesse della sinistra italiana spingere i conti più avanti fino al punto di provocare una scissione nel PCI? Bisogna costringere questo partito a scegliere in modo non equivoco fra i vecchi miti sempre ritornanti (magari in nuove forme) e una politica riformatrice davvero coerente con il sistema produttivo delle società occidentali. Se si arrivasse a questo (magari al prezzo di una scissione), avremo un partito meno ambiguo e la realistica prospettiva di un’alleanza di sinistra. L’unità del partito non è più un bene da preservare ad ogni costo, se essa deve significare la sua decadenza, la sua inarrestabile senescenza.
    Restare quello che è significa per il PCI restare una piramide di Egitto, imponente ed immobile. Certo, i comunisti possono rimanere all’opposizione per decenni, senza per questo morire. Ma rimarrebbero un elemento puramente esterno al nostro sistema politico; né si venga a dire che, in realtà, il partito comunista conta all’interno di questo sistema. Di quale influenza si tratta? È semplicemente quella concessa da qualunque sistema trasformistico a una forza politica che si limita, appunto, a fare opposizione di tipo trasformistico. Ma può il PCI accontentarsi di questo, essere magari il sostegno esterno di maggioranze altrui, ricevendo in cambio specifiche concessioni corporative?
    I comunisti italiani, se vogliono essere davvero forza di governo, devono mirare alla politica generale del paese. Se restano fermi, prenderanno ancora voti (almeno per un po’), ma perderanno influenza politica. Non riusciranno a monetizzare in termini politici la loro forza elettorale, se non a livello basso, di contrattazione corporativa. Meglio un partito più ridotto, ma con un profilo più alto, con un peso politico maggiore. Un partito che sia perennemente all’opposizione (senza peraltro credere più in un futuro rivoluzionario) finisce per non avere più peso. Il dramma dei comunisti, dopo tante trasformazioni culturali, è di non aver ancora scelto fino in fondo, coerentemente, la linea politica che potrebbe farli uscire dalla sterilità. Ma questa scelta, per essere davvero credibile, non può essere indolore.

    2) A me sembra che De Mita, con le ambiguità della sua politica, faccia a Craxi il più grande regalo. Anche la DC non ha il coraggio, in campo economico e in altri settori, di fare proposte chiare, perché teme di perdere il consenso di alcuni ceti. Inoltre, gli ondeggiamenti di De Mita sulla questione comunista offrono a Craxi la possibilità di dire: io sono il vero, unico anticomunista, socialmente aperto ma anticomunista. Questa, bisogna riconoscerlo, è una posizione che potrebbe richiamare molti elettori.
    Il discorso di De Mita (dopo gli equivoci di tanti anni), un discorso che insiste sulla «diversità» culturale e politica della DC rispetto al PCI, mi sembra onesto e accettabile, ma deve essere sviluppato coerentemente, altrimenti quella democristiana non può essere considerata una moderna politica alternativa, all’altezza dei problemi di una società industriale: troppe cose restano contraddittorie nel campo della spesa pubblica, in quelli della politica sanitaria e previdenziale, nel settore della scuola e in altri ancora. Così si lascia spazio alla spregiudicata iniziativa craxiana. Non vedo, in tutto questo, nessun coerente discorso di democrazia moderna.

    3) Ho l’impressione che il partito socialista non sia in grado di guidare una politica di moderno sviluppo. È compromesso culturalmente e debole organizzativamente. D’altra parte, coi suoi discorsi politicamente vaghi, De Mita non può competere con un Craxi che ama presentarsi nelle vesti di vero modernizzatore.
    Si spiegano così certi insuccessi democristiani, compresa la perdita della presidenza del Consiglio: la DC cerca di ricostituirsi un’identità, ma è Craxi che, in realtà, guida la macchina, è Craxi quello che si vede, che fa colpo sull’opinione pubblica, che dà la sensazione di controllare attualmente il gioco del potere. Che dietro questa politica-spettacolo ci sia, poi, un progetto politico coerente e moderno, è tutt’altra faccenda.
    Una riforma elettorale seria non potrebbe andare disgiunta da una più complessa riforma istituzionale. Debbo dire, a questo proposito, che di riforma istituzionale si è sempre discusso nel partito repubblicano, e che si tratta di un discorso che deve essere sottratto ad ogni facile schematismo.
    Molto dipende, in questa materia, dalla posizione comunista. Se ci troviamo di fronte a un sistema bloccato, che, con certe istituzioni non riesce più a vivere, allora occorre riflettere, come dice Scoppola, sull’opportunità di adottare il sistema elettorale tedesco, magari con qualche modifica. Ma occorre agire, in ogni caso, con molta prudenza, perché si corre il rischio di andare a forme maggioritarie preoccupanti. Se non si sta attenti, se non si opera per salvaguardare un contesto politico che, in nessun caso, può essere ricondotto ai facili schemi del bipolarismo, la situazione può scappare di mano, e diventare pericolosa per l’avvenire della nostra democrazia.
    Torno a dire: molto dipende dalle ipotesi che si fanno. Se il PCI rimane quello di oggi, abbiamo l’immobilità disastrosa del sistema con le sue inevitabili conseguenze: corruzioni, abusi, incapacità di governare seriamente una fase di rinnovato sviluppo economico. Se la prospettiva dell’alternativa non appare reale per la persistente indisponibilità del PCI, allora è necessario introdurre, nella politica italiana, un meccanismo che porti in essa elementi di maggiore democrazia.
    Alludo a un meccanismo che consenta di formare coalizioni di governo più omogenee. Al di là di tutti i moralismi (che pure hanno il loro peso), il vero guaio è il gioco di interdizione reciproca fra i partiti di governo, oltre che con l’opposizione. Tutti si sentono minacciati dalla eccessiva invadenza del vicino, e il reciproco timore finisce col provocare la paralisi. Bisogna pur fare qualcosa per uscire da questa situazione patologica.
    Non bisogna mai dimenticare che, accanto ai pericoli del bipolarismo, ci sono quelli della partitocrazia, e che il cancro partitocratico si moltiplica a livello locale e personale. In tema di riforme istituzionali, il PRI qualcosa ha fatto: si pensi alla riforma della presidenza del Consiglio e a quella dei regolamenti parlamentari. Ma se si dovesse andare a una riforma elettorale, merita di essere ricordata l’osservazione di Spadolini: vale la pena, per un semplice guadagno elettorale, di provocare la sparizione di una tradizione politica? Per noi repubblicani le battaglie politiche si vincono con la validità delle nostre proposte. Il resto può anche essere utile, ma va esaminato attentamente, e sempre in vista degli interessi superiori del paese.

    (...)
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    Predefinito Re: Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    PIETRO SCOPPOLA

    1) Una evoluzione del partito comunista e un suo avvicinamento progressivo alla sinistra europea è innegabile, ma si tratta di un processo ancora in atto e segnato da profonde contraddizioni e forti resistenze interne. Il cambiamento del partito sul piano organizzativo, anch’esso innegabile, non basta a considerare il partito omologato rispetto al sistema politico liberal-democratico.
    La divergenze sul terreno economico, istituzionale, della politica estera o della politica energetica non sono svincolate da una cultura, da una mentalità, da elementi che in senso ampio sono e rimangono ideologici. Insomma, il processo è in atto e nessuno può dire: è compiuto o non è compiuto. Si tratta di seguirlo e sollecitarlo, perché è interesse di tutta la democrazia italiana uno sviluppo del PCI che renda possibile, anche in Italia, una democrazia dell’alternanza.
    Intendo per democrazia dell’alternanza il sistema politico nel quale partiti o schieramenti diversi di partiti si alternano di fatto, sulla base dei risultati delle elezioni, alla guida del governo (e non uno schieramento al cui interno vi è una rotazione per la guida del governo); in un sistema di democrazia dell’alternanza l’alternativa si ha nel momento in cui il ricambio si realizza.
    Ma devo notare che il partito comunista, nel momento in cui enuncia una strategia per l’alternativa, rifiuta di portare un contributo decisivo alla creazione delle condizioni istituzionali perché in Italia possa nascere una democrazia dell’alternanza.
    Il fatto che il partito comunista non colga questo aspetto del problema mentre, ripeto, proclama la strategia dell’alternativa, è uno dei suoi maggiori limiti rispetto alla cultura propria del sistema politico liberaldemocratico, quale la storia lo ha prodotto attraverso l’esperienza delle grandi democrazia dell’Occidente.
    Vi è uno stretto legame fra problema della laicizzazione della politica e crisi istituzionale. Il nostro sistema politico è nato in un clima di profonde differenziazioni ideologiche fra i partiti e di radicata diffidenza reciproca: esistevano fra l’altro, negli anni della Costituente, problemi di legittimazione reciproca fra i partiti italiani e specialmente fra i grandi partiti popolari.
    È comprensibile che in tale contesto storico il nostro sistema politico abbia avuto i caratteri propri di un sistema consociativo. I due elementi essenziali che danno al sistema politico italiano un carattere consociativo sono un forte proporzionalismo nella formazione della rappresentanza e il tradizionale sistema parlamentare per quanto concerne il rapporto fra potere legislativo e potere esecutivo. Si è creato un connubio in Italia fra proporzionalismo e parlamentarismo che è, appunto, il presupposto della spinta consociativa che il sistema esprime.
    Questo sistema ha potuto, bene o male, funzionare per un lungo periodo proprio in ragione dei caratteri non «laici» ma fortemente ideologici della politica italiana: le contrapposizioni ideologiche, il senso delle appartenenze popolari (cattolica, comunista o socialista) hanno per così dire irrigidito il sistema, lo hanno innervato, hanno offerto un correttivo alla sua debolezza istituzionale.
    Ma oggi, nel momento in cui le forti identità ideologiche sono entrate in crisi, nel momento in cui la politica si laicizza nel suo insieme, le debolezze istituzionali appaiono in piena luce ed esigono uno sforzo congiunto di tutti i partiti democratici per una seria riforma. Di questo processo anche il partito comunista può e deve essere partecipe. Non si tratta di tornare alla solidarietà nazionale che non è più, oggi, una formula di governo possibile: proprio perché il partito comunista, sia pure in mezzo a contraddizioni e incertezze, si muove verso la sinistra europea, come il suo ultimo congresso dimostra, la solidarietà nazionale si allontana e svanisce dall’orizzonte degli schieramenti possibili. L’avvicinamento verso il centro di partiti tradizionalmente antagonisti accentua e non frena il processo verso l’alternanza – quella vera, fra schieramenti diversi al governo, non quella fittizia della rotazione nella funzione di guida del pentapartito -: quanto più essi sono vicini, tanto più il sistema della alternanza è possibile: proprio perché possono intendersi su alcune questioni essenziali, sono alternativi nella gestione del governo.
    Noi siamo dunque in una situazione di transizione: una reciproca legittimazione, necessaria al sistema della democrazia dell’alternanza, non è compiutamente realizzata nell’opinione pubblica (e l’esperienza della solidarietà nazionale lo ha messo in evidenza); ma il progressivo avvicinamento dei comunisti alla sinistra europea, in atto, rende più difficile un ritorno alla politica di solidarietà nazionale.
    L’ipotesi su cui ha lavorato la commissione Bozzi, quella dei due tavoli distinti, il tavolo di governo e il tavolo delle riforme istituzionali, non ha dato i frutti sperati; la distinzione fra i due tavoli non è stata di fatto possibile; le tensioni e i problemi esistenti quotidianamente al tavolo del governo si sono ripercossi puntualmente sull’altro tavolo e hanno reso impossibile giungere a conclusioni apprezzabili. Dunque bisogna cercare formule nuove. Penso che la formula del governo programmatico potrebbe e dovrebbe essere approfondita, purché naturalmente un elemento essenziale del programma sia proprio quello di un serio intervento sulle istituzioni che renda possibile lo sviluppo verso la democrazia dell’alternanza.

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    Predefinito Re: Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    2) Dovremmo intenderci su cosa significa laicità della politica. Essa non può essere intesa come politica priva di riferimenti ideali, unicamente finalizzata alla conquista del potere. Ritengo che laicità della politica implichi il superamento di rigidi riferimenti ideologici, di un legame non mediato della politica con una compiuta visione del mondo e, viceversa, la piena coscienza che la politica si muove sul terreno della storia, del contingente e del possibile; ma tutto questo non significa affatto che la politica sia insensibile alle grandi tensioni ideali e morali che la società esprime, che deve anzi sapere accogliere e potenziare nelle forme che le sono proprie.
    Se il senso della laicità è di questo tipo bisogna allora riconoscere che il processo di laicizzazione che il nostro paese ha subìto è ambiguo e contraddittorio: in parte esso si muove nel senso indicato, di una politica non più legata alle ideologie, bensì legata alla storia e alla realtà; ma in parte esprime anche una caduta di valori, un abbassamento della politica a pura lotta di potere. Può essere utile riflettere sotto questo profilo sull’esito dei due referendum sul divorzio e sull’aborto, che sono stati test rivelatori della trasformazione in atto.
    L’esito del referendum del ’74 sul divorzio, e tanto più quello dell’81 sull’aborto, non hanno espresso un’Italia più libera e matura, ma un paese insofferente di vincoli morali e di responsabilità; sono stati il termometro rivelatore di un tipo di secolarizzazione che ha segnato la sconfitta di tutte le tradizioni culturali e il successo di una cultura consumistica estranea ad ogni valore morale.
    Sia ben chiaro: io continuo a pensare che la legge non possa imporre un modello di indissolubilità che è legato ad una visione religiosa della vita, e continuo a pensare, viceversa, che la legge dello Stato possa e debba tutelare, in forme appropriate che non è facile definire, la vita del nascituro, perché il rispetto della vita è un valore fondante della convivenza; ma qui giudico l’esito di quei referendum, da un punto di vista storico, come un test rivelatore di un mutamento che nessuno immaginava così profondo e dirompente. Non sono problemi che possano lasciare indifferente nemmeno la coscienza laica, che sembra invece compiacersi di questo tipo di secolarizzazione come di un suo successo.
    La società della secolarizzazione integrale esprime anche per contraccolpo una forte domanda di valori religiosi e di valori etici. La risposta a questa domanda, in una società secolarizzata ed atomizzata, deve venire da coscienze adulte e responsabili; ma questo non significa che un partito di ispirazione cristiana, legato alla tradizione del cattolicesimo democratico, non abbia più spazio: esso, al di fuori di tutele o garanzie ecclesiastiche, può anzi rappresentare uno strumento efficace. Il nostro paese, come tutte le società industriali, ha bisogno di una costante ricostituzione di riserve morali, che si traducano in senso di responsabilità anche nella vita economica civile e politica.
    Con la crisi della storiografia marxista è tornata molto attuale la lezione di Max Weber sul rapporto fra vita religiosa e dinamiche sociali ed economiche. Io credo che il cattolicesimo del Vaticano II possa dare un contributo decisivo ad una vita civile, economica e politica più responsabile e libera. Un partito che in piena autonomia politica si ispirasse a rinnovati valori religiosi potrebbe certamente dare un grande contributo al risanamento del paese.
    In un libro che ha suscitato qualche polemica in campo cattolico, ho giudicato tramontato il modello della «nuova cristianità», quale Jacques Maritain lo aveva pensato e proposto negli anni trenta; né credo al «partito cristiano» come al moderno principe cristiano. Ma questo non implica la fine della funzione storica di un partito di democrazia cristiana: del resto l’esperienza di molti paesi dell’Europa del Nord dimostra, appunto, che in una società secolarizzata esiste uno spazio ed un ruolo per i partiti nati dalla grande esperienza ottocentesca del movimento cattolico.
    È naturale che un partito di democrazia cristiana abbia nel retroterra cattolico uno dei suoi elementi di forza, ma non più nelle forme del collateralismo di un tempo; non sono più possibili le deleghe in bianco da parte dell’associazionismo cattolico alla democrazia cristiana; ma è possibile un rapporto dialettico soggetto ad una continua verifica.
    Mi sembra che su questa linea – anche se con contraddizioni e oscillazioni del resto inevitabili – si muova oggi la democrazia cristiana italiana.
    Anche per la democrazia cristiana, come, per il partito comunista, il problema della laicizzazione della politica si salda con quello della transizione alla democrazia della alternanza.
    La laicità della politica intesa appunto come superamento di astratte e rigide contrapposizioni ideologiche è una condizione della democrazia dell’alternanza e presuppone in Italia, come ho già detto, opportune riforme istituzionali. Di qui sorge la domanda che la democrazia cristiana e specie le sue componenti di sinistra si sono poste e si pongono con preoccupazione. La democrazia cristiana è destinata ad assumere il ruolo di partito moderato o conservatore in un sistema di democrazia dell’alternanza? A rinunciare perciò alla sua tradizione di partito sociale e riformista? Non credo che questo sia l’esito necessario della democrazia dell’alternanza.
    Questa ipotesi, che giustamente i miei amici della sinistra democratico-cristiana rifiutano, è legata ad una visione ottocentesca della dialettica parlamentare fra partito del movimento e partito della conservazione, quale si esprimeva nel parlamento inglese del secolo scorso. Ma oggi, in una politica che coinvolge, attraverso i grandi partiti popolari, grandi realtà di massa, una democrazia dell’alternanza può e deve realizzarsi fra proposte politiche diverse, che non implicano più la contrapposizione tradizionale fra destra e sinistra, conservazione e movimento.
    È la qualità delle diverse proposte che caratterizzerà in futuro, come già avviene in altri paesi europei, la dialettica fra i diversi schieramenti politici che concorrono alla guida del governo. Esiste un riformismo di tradizione cattolico-democratica che è e rimane diverso da quello socialista: la diversità della tradizioni culturali e storiche dei diversi partiti non potrà non esprimersi in proposte diverse sui grandi temi della politica, da quelli economici a quelli dello stato sociale, della sanità e della scuola.
    Nel formarsi di questi schieramenti un’importanza decisiva, come avviene anche in Germania, avranno le componenti laiche tradizionali ben radicate nella nostra storia e che nessuno immagina di schiacciare o emarginare. Il processo della democrazia italiana verso il sistema dell’alternanza non potrà in nessun caso risolversi in un bipartitismo all’inglese (del resto anche in Gran Bretagna il bipartitismo è in crisi). Ma il pluripartitismo legato alla storia così complessa del nostro paese non è incompatibile con una democrazia dell’alternanza che per sua natura porta al bipolarismo, al confronto elettorale cioè fra due schieramenti diversi, chiaramente definiti di fronte agli elettori, che concorrono alla guida del governo. Su questa linea riemerge necessariamente il problema di una riforma istituzionale che tocchi anche il delicato settore del sistema elettorale.

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    Predefinito Re: Cattolici, laici e comunisti nell’Italia della laicizzazione politica (1986)

    3) Il rischio per chi crede a una politica «laica» nei suoi contenuti specifici, ma sempre ispirata a tensioni ideali, è quello di risultare alla fine tutti sconfitti, laici e cattolici. Quello che sta vincendo, oggi, nella politica italiana, è il modello opposto, di una spregiudicata politica che tende solo al potere, che si affida allo spettacolo, che deresponsabilizza la gente, che punta ai cortocircuiti plebiscitari.
    Abbiamo bisogno, invece, di creare una società responsabile e moderna, e per far questo io non credo che i laici possano far da soli, senza un raccordo stretto con il grande partito che affonda le sue radici nella tradizione popolare cristiana.
    Ho sempre sottolineato, anche sul piano storico, nei miei studi su De Gasperi, il rapporto della DC con i partiti laici risorgimentali e in specie con il partito repubblicano. Ma proprio per tutte le ragioni che ho detto prima, i partiti laici non possono pensare di trasformare l’accordo politico con la DC in una utilizzazione subalterna della DC e della presenza cattolica nel paese.
    Lo dico francamente: vi sono tentazioni striscianti in questa direzione, che la DC stessa ha contribuito a incoraggiare, quando, con il «preambolo» ha creato le condizioni di una rendita di posizione per i partiti minori che, giustamente, non hanno condiviso la sua pregiudiziale anticomunista.
    Ma su questa via, a mio avviso, non si va al successo dei partiti laici, si va alla crisi della democrazia. Mi auguro che si torni a una seria e sana politica di alleanze, e considero l’alleanza DC-PRI un asse portante dello sviluppo democratico del nostro paese, ma in condizioni di chiarezza e di pari dignità.
    D’altra parte, se vogliamo giungere ad un equilibrio politico più stabile ed efficiente, dobbiamo avere il coraggio di affrontare lo spinoso tema della riforma del sistema elettorale. Nessuno pensa a tagliare la rappresentanza laica. Ha ragione Spadolini, quando afferma che le componenti culturali e politiche della nostra storia e della nostra realtà italiana sono quattro (cattolica, laica, socialista e comunista), e che non possono essere artificialmente ridotte; è giusto il suo rifiuto dell’idea di un polo laico-socialista. Ma, ripeto, nessuno ha pensato a questo.
    Si trattava e si tratta di ridurre gli spazi della delega e della mediazione partitica, così ampi, oggi, da portare ad una espropriazione del diritto degli elettori; si tratta di consentire, anche agli elettori italiani, come avviene in tutte le democrazie, di scegliere il governo e non solo di delegare un partito.
    Oggi il tema della riforma istituzionale è bloccato dal nesso troppo stretto e immediato fra le diverse proposte che nel corso dei lavori della commissione Bozzi sono state avanzate e le ipotesi di schieramento politico cui le diverse forze politiche sono legate.
    I partiti minori, per consolidare le rendita di posizione di cui godono per la reciproca esclusione dei due partiti maggiori, avrebbero bisogno di rafforzare il rapporto fra esecutivo e parlamento, così da utilizzare fino in fondo il diritto di accesso, che si sono conquistati, alla presidenza del Consiglio.
    Le loro proposte di riforma sono funzionali a questa esigenza: abolizione del voto segreto, corsie preferenziali per i provvedimenti del governo, rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio: cose giuste ma unilaterali.
    Di fatto queste riforme, da sole, suscitano resistenze e sospetti nei partiti maggiori. Questi ultimi, per far valere il loro peso in una ipotesi di alternanza, avrebbero bisogno di una riforma elettorale che obbligasse i partiti minori a scelte coerenti prima delle elezioni; ma i partiti minori resistono, e poiché la loro alleanza è necessaria, la loro resistenza rappresenta un ostacolo insuperabile.
    In particolare, per quanto concerne la riforma elettorale, le proposte di cui si è discusso e si discute sono strettamente legate a ipotesi di scenario. La proposta De Mita-Ruffilli, avanzata in commissione Bozzi, tendente ad assicurare un premio di maggioranza alla coalizione che superi il 50 per cento dei voti, è funzionale ad un pentapartito in cui la DC possa esercitare il ruolo di guida e suscita per questo le opposizioni dei minori e del PCI che sa di non poter conquistare, neanche in una coalizione, la maggioranza dei voti.
    La proposta Pasquino, che consente l’attribuzione di un premio elettorale nel secondo turno a quella coalizione che al primo turno abbia superato il 40 per cento dei voti, è studiata su misura per l’alternativa di sinistra, ma può servire anche per un ritorno al centrismo. Ma queste due ipotesi non sono gradite a nessuna delle forze politiche, neanche a quelle che dovrebbero beneficiarne. Così le diverse proposte si neutralizzano e si elidono vicendevolmente.
    Eppure una riforma del sistema elettorale rimane un passaggio obbligato – non l’unico certo – di una seria riforma istituzionale: il sistema proporzionale che per molti decenni non ha consentito, in presenza della realtà comunista, il formarsi di una alternativa, da qualche anno non consente nemmeno il formarsi di una maggioranza sufficientemente unita ed organica.
    La via difficile da percorrere è forse quella di un intervento riformatore che agisca contemporaneamente sui due estremi della catena del sistema politico: nel senso cioè di un rafforzamento del rapporto fra esecutivo e maggioranza in parlamento, e, al tempo stesso, nel senso di una disciplina dei partiti e di una revisione dei meccanismi di formazione della rappresentanza politica che, senza essere direttamente finalizzata a formule di schieramento, limiti quanto meno la pressione delle corporazioni (oggi esaltata dal sistema delle preferenze), responsabilizzi i partiti nella scelta delle candidature e riqualifichi nel suo insieme la rappresentanza parlamentare.
    Un’iniziativa riformatrice relativamente neutra rispetto alle scelte di schieramento e diretta esclusivamente ad un migliore funzionamento del sistema politico è forse l’unica che possa consentire il superamento dell’attuale situazione di stallo.
    In materia elettorale, ho sostenuto e sostengo una modifica del nostro sistema nel senso del modello tedesco, che è un misto di uninominale e di proporzionale. Insisto su questo punto perché sono sempre più convinto che è vano cercare una risposta alla crisi del sistema politico italiano in semplici formule di schieramento dentro una logica partitica: ma che occorra, invece, un serio impegno per una riforma istituzionale, superando miopi visioni di interessi partitici.
    Ma non c’è da illudersi che i partiti si muovano, da soli, sulla via delle riforme istituzionali e in particolare della riforma elettorale: oggi qualsiasi riforma seria non può avere altro effetto che quello di ridurre il potere dei partiti, di ridare potere reale agli elettori e alla logica istituzionale.
    Un peso decisivo possono e devono averlo, a mio avviso, una cultura libera, non soggetta agli interessi dei partiti, e l’opinione pubblica. Sotto questo profilo la provocatoria proposta radicale di introdurre in Italia il sistema elettorale inglese, anche se non può essere accolta, è utile come spinta ad uscire dall’immobilismo attuale verso una soluzione equilibrata come quella, appunto, di un sistema misto, proporzionale e uninominale, di tipo tedesco. Ora che si parla di riforme istituzionali mi sembra utile sottolineare un dato di fatto: pochi sanno che nella commissione Bozzi non si è mai votato, se non alla fine, sul documento riassuntivo.
    La commissione Bozzi aveva un compito consultivo e di studio, ma questo non escludeva che essa su alcuni temi specifici potesse pronunciarsi con il voto. Si è avuta assai chiara l’impressione che i partiti presenti nell’ufficio di presidenza (che nel corso dei lavori ha acquistato un compito sproporzionale, che non gli spettava) non abbiano voluto alcun voto. Solo attraverso il voto le posizioni di ogni gruppo sarebbero risultate con chiarezza.
    Faccio solo un esempio: c’era una larga convergenza sulla necessità di ridurre drasticamente il numero dei parlamentari. Perché non si è sottolineata questa convergenza con un voto?
    I partiti hanno controllato la procedura e hanno impedito che la commissione potesse esprimere le sue migliori capacità riformatrici. Occorre che queste cose siano dette e denunciate con forza, se vogliamo uscire da questa situazione in cui tutti invocano pubblicamente riforme che non vogliono realmente. La posta in gioco è assai alta: è quella stessa della credibilità della democrazia. Il paese è stanco e deluso di una politica che non è più rivolta a risolvere i problemi reali, ma che di questi problemi si serve per un gioco rituale, che è poi il gioco di una classe dirigente che molte volte non sembra avere altro obiettivo se non quello della sua sopravvivenza.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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