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    Avamposto
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    Predefinito La caccia agli italiani nell'America di fine Ottocento

    Il linciaggio di nove siciliani nella New Orleans del 1891

    Accusati dell´omicidio di un poliziotto, assolti dai giudici

    di Alberto Bonanno



    Antonio Abbagnato, James Caruso, Rocco Geraci, Antonio Marchesi, Pietro Monasterio, Emanuele Polizzi, Frank Romero, Antonio Scafidi, Charles Traina. Nomi di immigrati siciliani che negli Stati Uniti oggi non direbbero più nulla a nessuno, ma che appartengono a nove vite sacrificate per affermare il mito americano della libertà nella sua proiezione più estrema e violenta.

    Nove siciliani trucidati il 14 marzo 1891 a New Orleans sono caduti nell´oblio riservato a tutte le vittime dei linciaggi, le stragi compiute in nome della giustizia che punteggiano luttuosamente la vicenda americana. Di quel linciaggio, il più grave nella storia degli Usa, c´è traccia ormai solo nella memoria di qualche studioso e nella stampa dell´epoca, che al massacro diede grande rilievo: sebbene le esecuzioni sommarie fossero all´ordine del giorno, quel caso incrinò seriamente, per la prima volta, i rapporti tra l´Italia e l´America. Una crisi risolta qualche anno dopo con un pugno di dollari. E oggi, che i rigurgiti xenofobi fanno la loro ricomparsa anche in Italia, vale la pena riflettere su un episodio che mostra come, poco più di cento anni fa, proprio i siciliani venissero considerati alla stregua dei romeni o dei nordafricani del nostro tempo, come ricorda Gian Antonio Stella nel suo "L´orda" (Rizzoli), unico contributo recente alla memoria di quella strage.

    Nel 1890 New Orleans era la quarta città degli Stati Uniti e la prima al mondo per convivenza di razze: nel melting pot si mischiavano francesi, irlandesi, creoli, caraibici, afroamericani. E tanti italiani, quasi tutti del Sud. La città statunitense era collegata con Palermo dalle navi a vapore, che periodicamente rovesciavano sulle banchine del porto migliaia di migranti: da quando la schiavitù era stata ufficialmente abolita, venticinque anni prima, molti di loro avevano finito per sostituire i neri nel massacrante lavoro di raccolta del cotone. Dalle navi non sbarcava solo manodopera: anche le organizzazioni che facevano capo alla mafia siciliana - Mano Nera e associazione degli Stuppagghieri su tutte - la mafia calabrese e la camorra napoletana, in poco tempo si erano profondamente infiltrate negli interessi economici della città. Lo sapeva bene David C. Hennessey, primo sovrintendente della polizia locale: da oltre due anni il giovane sceriffo teneva a bada le famiglie criminali italiane che a New Orleans si contendevano il controllo degli attracchi nel porto commerciale, il più importante e frequentato degli Stati Uniti del Sud. Hennessey non era uno stinco di santo, e ricalcava la fama della polizia di New Orleans, accusata spesso di corruzione e di connivenze: lui stesso era stato processato per omicidio e banditismo, e «aveva abbracciato la fede della legge per non finire in prigione», ricorda Massimo Di Martino nel suo "Joe Petrosino, detective 285" (Flaccovio).

    La guerra del porto vedeva da un lato i Matranga, famiglia mafiosa egemone alleata all´oscuro imprenditore Joseph Macheca - diventato in poco tempo il re degli agrumi del french market e ritenuto l´uomo più potente del sottobosco neworleansiano - e la famiglia dei Provenzano, successori del clan mafioso degli Esposito. Il 6 aprile 1890 un agguato commesso dai Provenzano a danno dei Matranga, in cui due uomini legati a questa famiglia avevano perso la vita, aveva messo violentemente fine alla tregua. E poco dopo aver arrestato Macheca e Matranga come mandanti di quell´omicidio, Hennessey aveva annunciato la sua testimonianza nel processo a loro carico a favore dei Provenzano, che di Hennessey erano amici personali. Fu molto probabilmente per questa ragione che la notte del 15 ottobre, intorno alle undici e mezza, mentre Hennessey rientrava a casa dopo un banchetto offerto in suo onore da immigrati siciliani, giunto nei pressi di casa, all´angolo tra Girod e Basin Street, venne colpito dalle fucilate esplose da due uomini. Lo sceriffo rispose al fuoco, ma le pallottole di grosso calibro gli avevano devastato l´addome: si trascinò per qualche metro e all´angolo successivo cadde esanime. Poco prima di morire riuscì a sussurrare un´accusa nelle orecchie del capitano O´Connor, accorso dopo avere udito i colpi: «Dagos did it». Sono stati i dagos, i «latini», nel nomignolo che nello slang del Sud indicava genericamente e beffardamente i meridionali italiani. Fu la scintilla che innescò una carica pronta a esplodere da tempo. Perché sebbene New Orleans avesse fama di città multirazziale, i meridionali italiani non erano affatto ben visti dalla popolazione locale. Non solo perché fossero particolarmente invisi alla comunità dominante degli irlandesi (che li avevano ribattezzati guinies whops, miserabili e spilorci).

    Le guerre interne per il dominio avevano minato il campo degli affari ai commercianti e agli imprenditori del luogo, che si ritrovavano a che fare con una «concorrenza» con la quale scendere a patti o ingaggiare lotte armate. Il sindaco di New Orleans, Joseph Shakespeare, dopo l´omicidio Hennessey sparò nel mucchio degli emigrati, additando i meridionali italiani come i responsabili dell´agguato: «Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti - scrisse il primo cittadino sui giornali del luogo - hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigranti appartenenti alla peggiore specie di europei, i meridionali italiani». Genia che Shakespeare definì come formata dagli «individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi». «Dobbiamo dare a questa gente - fu la chiosa - una lezione che dovranno ricordare per sempre». E così fu. La reazione della polizia fu immediata: un massiccio rastrellamento mandò ai ceppi una cinquantina di siciliani, undici dei quali finirono tra i diciannove imputati nel processo per l´omicidio Hennessey. «Tra essi - ricorda Roberto Ciuni nell´Enciclopedia della Sicilia - c´erano il boss della famiglia Matranga, Carmelo, che la sera del 15 ottobre stava giocando a carte, i malavitosi Rocco Geraci e Antonio Scafidi, e tale Emanuele Polizzi, considerato attaccabrighe di professione». Polizzi, si sarebbe scoperto dopo, che in realtà soffriva solo di una precaria salute mentale.

    Ma tra esse c´erano anche Pietro Monasterio, il calzolaio la cui bottega si trovava di fronte al luogo dell´agguato, il latitante Bastiano Incardona e Gaspare, suo figlio quattordicenne, accusato di aver dato ai killer il segnale di arrivo di Hennessey la sera dell´agguato. C´erano i fruttivendoli Antonio Marchesi e Antonio Abbagnato, palermitano, che non aveva mai riportato neppure una contravvenzione, colpevoli di lavorare in un mondo in cui Macheca dettava legge. Ci vollero dieci giorni e ottocento audizioni prima che il tribunale di New Orleans riuscisse a formare la giuria, che alla fine di un dibattimento con prove esili e costruite a tavolino (i giudici ricorsero perfino alle ricostruzioni di un detective privato), e ben sessantasette testimoni d´accusa, nel marzo del 1891 emise un verdetto di non colpevolezza per otto degli undici imputati, e non riuscì a raggiungere un accordo per tutti gli altri. Con una forzatura giuridica tutti gli arrestati vennero riportati in carcere, in attesa di aprire un secondo processo dal quale potessero uscire condannati grazie a prove più solide. Ma quel verdetto non andò giù al popolo di New Orleans, che si sentì tradito dai magistrati.

    Appreso dalla stampa l´esito della sentenza, lo sceriffo Gabriel Villère emise un agghiacciante bando pubblico: «Tutti i bravi cittadini sono invitati a partecipare all´assemblea convocata sabato 14 marzo alle 10 alla Clay Statue, per prendere provvedimenti rispetto al fallimento della giustizia nel caso Hennessy. Arrivare pronti all´azione». Si ritrovarono in tremila - ventimila secondo il settimanale "Harper´s Weekly" - armati di pistole, fucili, asce e bastoni. A guidare la protesta era un influente avvocato, W. S. Parkerson, che dalla statua aveva arringato la folla con frasi come «Quale protezione, quale garanzia di protezione ci viene assicurata quando il vertice della nostra polizia viene assassinato dalla mafia, e i suoi assassini tornano a confondersi nella nostra comunità?» E mentre il console italiano, Pasquale Corte, seguiva la vicenda con il fiato sospeso, la Parish Prison, dove erano rinchiusi i siciliani, venne presa d´assalto. La folla chiese le chiavi al capitano Davis, capo del corpo di guardia, che rifiutò di consegnarle. Allora furono abbattute a colpi d´ascia le porte laterali su Treme Street e i rivoltosi entrarono nel carcere. Il primo a cadere sotto i colpi di fucile fu Scafidi. Poi il branco incontrò il minorenne, che fu graziato solo per la giovane età, ma fu travolto ugualmente dalla folla inferocita. Il gruppo raggiunse il terzo piano, dove i detenuti erano fuggiti nel tentativo di confondersi con le donne. Il secondo a cadere fu Macheca.


    Sei prigionieri che avevano provato a scappare da una scala di servizio furono raggiunti e portati in un cortile interno, dove furono uccisi a fucilate. Tra loro c´era Monasterio, che ferito a morte supplicò i suoi carnefici di sparargli il colpo di grazia. Abbagnato fu impiccato a un albero dopo essere stato ferito. Polizzi fu trovato in un sottoscala a balbettare frasi sconnesse: gli fu passata una corda al collo, e il disgraziato venne issato su un lampione. L´uomo riuscì ad arrampicarsi con le sue mani, ma la folla lo finì a colpi di pistola in un macabro tiro al bersaglio. Si salvarono solo Matranga e Incardona. Secondo l´American Heritage Review, Parkerson alla fine della rivolta congedò il popolo con la frase: «Vi ho chiamato per compiere tutti insieme un dovere, e questo dovere è stato compiuto. Ora tornate a casa e Dio vi benedica». La crisi internazionale tra Italia e Stati Uniti che seguì alla rivolta fu una delle più lunghe e complesse della storia. L´ambasciatore italiano, Francesco Saverio Fava, venne richiamato in patria dal presidente del Consiglio Antonio Starrabba di Rudinì, e il gelo tra i due Paesi durò anni. I processi ai rivoltosi si chiusero senza neppure un colpevole, i commenti della stampa e della politica giustificarono ampiamente il massacro. Il presidente Benjamin Harrison si prese la briga di risolvere personalmente il caso, dichiarando al Congresso che la strage era stata «un´offesa alla legge ed un crimine contro l´umanità», e proponendo di indennizzare le famiglie delle vittime con 2 mila 500 dollari cadauna. La proposta venne accolta a suon di fischi e qualche deputato propose persino di porre Harrison in stato di impeachement perché offendeva l´America. A pagare per quella strage, alla fine, fu solo la Casa Bianca, con i fondi a disposizione del presidente. E il conto non fu neanche troppo salato.




    Il linciaggio di nove siciliani nella New Orleans del 1891 | Palermo la Repubblica.it

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  2. #2
    Avamposto
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    Predefinito Rif: La caccia agli italiani nell'America di fine Ottocento

    ARCHIVI Affiorano documenti sconvolgenti sugli emigrati di un secolo fa
    Italiani d' America, cronaca di un linciaggio annunciato -

    «Per salvare la supremazia dei bianchi bisogna eliminare quei mezzi neri»



    «United States of Lyncherdom». Quel lazzarone di Mark Twain, cui piaceva scandalizzare i benpensanti esercitando il suo feroce sarcasmo anche sulle cose più spinose, lo chiamava proprio così, il suo paese: «Stati Uniti del Linciaggio». Per l' Eco d' Italia di New York, al contrario, era ogni volta un trauma. Basti leggere il commento dopo la strage del 14 marzo 1891 a New Orleans, dove 11 italiani assolti dall' accusa di omicidio erano stati linciati da una folla immensa di ventimila «brave persone» che avevano dato l' assalto al carcere dove le guardie avevano loro aperto le porte: «Siamo convulsi! La penna ci trema in mano! (...) Quei poveri italiani erano innocenti (...) Non rimpianti, ma vendetta!». Furono decine e decine, i nostri emigrati assassinati in America dagli invasati sostenitori della giustizia spiccia che, saltando il processo, metteva mano subito alla corda e al sapone: «Se la legge di Lynch viene applicata contro stranieri - scrisse la Tribuna di Roma dopo l' uccisione di cinque siciliani di Tallulah - su cento casi novanta sono italiani». Una stima forzata. Dovuta alla rabbia contro la tolleranza che certi stati mostravano per quelle mobilitazioni omicide che a volte venivano perfino annunciate prima sui giornali locali come si trattasse di un appuntamento sportivo e celebrate poi in cartoline ricordo come quella che nel 1910 a Tampa, in Florida, mostrava l' impiccagione di due emigrati meridionali ammazzati durante uno sciopero nelle fabbriche di tabacco. E' certo però che, dopo quella nera che pagò l' odio razziale con la morte di 3.220 poveretti, la comunità più linciata (insieme con quella cinese) è stata la nostra. Una classifica non casuale. Ce lo confermano, insieme con una quantità di altri documenti quali il Dictionary of Races and Peoples del 1911 che considerava praticamente dei mezzi neri gli abitanti di tutta la penisola Genova compresa, gli articoli di alcuni importanti giornali dell' epoca. Come il Times-Democrat, che difese il massacro di New Orleans come «l' unica maniera possibile per render sicura la supremazia dei bianchi». O Harper' s Weekly, che tentò di spiegare tanto odio nei confronti dei nostri scrivendo che gli italiani, agli occhi degli americani del Sud, erano come i bats, pipistrelli. Metà uccelli e metà sorci: «Quando i primi italiani giunsero a Madison pochi anni fa, essi costituirono un problema per la popolazione bianca della zona. Come il pipistrello, erano difficili da classificare e ciò fu reso ancora più difficile dal fatto che essi trattavano principalmente coi negri e socializzavano con loro quasi in termini di uguaglianza. Quindi loro potevano difficilmente essere classificati come "bianchi" e tuttavia non erano negri. Come rapportarsi a loro fu un problema difficile".
    La storia di questa sorda ostilità anti-italiana finita troppo spesso in devastanti scoppi di brutalità collettiva, viene finalmente raccontata in un libro in uscita. Si intitola Corda e sapone, è edito da Donzelli ed è stato scritto da Patrizia Salvetti, una storica romana che ha avuto la pazienza di immergersi mesi e mesi negli archivi del nostro Ministero degli Esteri, per ricostruire una serie di linciaggi conclusi con l' assassinio di 34 nostri connazionali. Un libro duro. Documentato. Sconvolgente. Dove puoi avere davvero la misura di quanto gli italiani fossero invisi e di quanto il nostro Stato, i nostri Re, i nostri presidenti del Consiglio fossero spesso incapaci di una reazione all' altezza di tanta brutalità. Fino a scatenare la rabbia di chi viveva al di là dell' Atlantico. Come l' Araldo di New York che dopo la morte a Erwin, nel Mississippi, di Giovanni Serio e di suo figlio Vincenzo, due fruttivendoli ammazzati da un gruppo di teppisti che avevano organizzato una spedizione punitiva e ferito gravemente un terzo immigrato siciliano, scrive che i linciati «dal sepolcro reclamano vendetta e gridano vergogna agl' imbelli ed ai codardi». E' furente, quell' 8 maggio 1903, il giornale italo-americano. E mentre accusa «il selvaggiume della popolazione americana non rinunzierà alla voluttà di assassinare gli italiani», se la prende anche con la mollezza del nostro governo che ha commesso «l' infamia di accettare per la vita di tre connazionali la miseria di cinquemila dollari» mentre «i tribunali americani distribuiscono indennità di cento e cinquanta e trentamila dollari ai disgraziati che capitano a restare uccisi sotto un treno o per un' esplosione impreveduta». Pagava quasi sempre un risarcimento, il governo Usa. Un po' perché si sentiva in imbarazzo («Ogni tanto nel nostro paese, a vergogna del nostro popolo, hanno luogo linciaggi barbari e crudeli», ammise Theodore Roosevelt) per il ripetersi di queste violenze collettive. Un po' perché non sapeva come risolvere un problema: di qua, c' era un trattato con l' Italia che impegnava i due paesi a proteggere l' uno i cittadini dell' altro; di là, la gelosia dei singoli stati confederati per la propria autonomia non permetteva a Washington di intervenire contro questa o quella autorità locale neppure quando gli assassini venivano lasciati in libertà da incredibili sentenze di Giurì che dicevano, come nel caso del massacro di Erwin, che i linciati erano morti «per volontà di Dio». Era chiamato, quell' umiliante risarcimento, «il prezzo del sangue». E fu pagato, talora tra le proteste dell' opposizione o di certi giornali che si lagnavano per come erano spesi «i soldi dei contribuenti», quasi sempre: dopo il linciaggio di New Orleans, quello di Tallulah in Louisiana, quello di Walsenburg in Colorado. Quanto valessero, quei duemila dollari che venivano in genere rimborsati alle famiglie per ognuno dei nostri ammazzato, lo dice una vignetta amarissima pubblicata da un giornale italo-americano: il Segretario di Stato americano porgeva una borsa all' ambasciatore d' Italia e commentava: «Costano tanto poco questi italiani che vale la pena di linciarli tutti quanti». Quale fosse la considerazione che gli americani avevano di noi, del resto, lo dicono brutalmente altre due vignette citate da Patrizia Salvetti, pubblicate dal Philadelphia Enquirer il 12 aprile 1891, dopo che l' Italia, prima e unica volta, aveva duramente reagito al massacro di New Orleans, rompendo le relazioni diplomatiche. Nella prima il presidente del consiglio Antonio di Rudinì è un mendicante con l' organetto, l' ambasciatore a New York Fava è una scimmietta e Re Umberto vende noccioline. Nella seconda, Re Umberto e Rudinì, «considerandosi offesi» (cosi dice la didascalia) affilano lo stiletto, considerata l' arma di tutti gli italiani violenti e mafiosi. Per terra, uno schioppo da briganti. Un po' più in là, assai poco minaccioso, un cannone piccolo piccolo: solo un giocattolo in mano a un paese ridicolo. Sui giornali «Tutti i buoni cittadini sono invitati a partecipare a un raduno di massa, per compiere i passi necessari atti a porre rimedio all' errore giudiziario nel caso Hennessy. Venite e tenetevi pronti ad agire». Così recitava il comunicato, pubblicato il 14 marzo 1891 sui giornali di New Orleans, che dava appuntamento a tutti per dar l' assalto al carcere e uccidere gli italiani appena assolti eppure rimandati in prigione. Sfogata la furia omicida, il «braccio destro» del sindaco salutò i presenti così: «Avete assolto al vostro compito. Adesso tornate a casa». Lo studio «Non abbiamo spazio in questo paese per l' uomo con la zappa»: lo scriveva nel maggio 1922, sulla North American Revue, Arthur Sweeny. Il presunto «scienziato», rivelando il clima di disprezzo in cui poi maturavano i linciaggi anti-italiani, spiegava che «la percentuale degli stranieri con un' età mentale inferiore a quella di un undicenne è del 45,6% e che, in particolare, in fondo alla graduatoria degli immigrati desiderabili per l' intelligenza (guidata da inglesi, olandesi, tedeschi e scandinavi) c' era il nostro paese» VENERDÌ 14 MARZO 2003

    Stella Gian Antonio


    Pagina 37
    (14 marzo 2003) - Corriere della Sera


    Italiani d' America, cronaca di un linciaggio annunciato

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