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    Predefinito Mazzini, dall’Italia all’Europa (1986)

    In Giovanni Spadolini, “Autunno del Risorgimento. Miti e contraddizioni dell’unità”, Edizioni della Cassa di Risparmio di Firenze, 1986, pp. 171-186.


    1. Un partito per la democrazia italiana

    Un ricordo. A Savona il 27 settembre 1981, celebro insieme con Sandro Pertini presidente della Repubblica, un socialista che non ha mai dimenticato Mazzini, i centocinquant’anni della «ideazione» della «Giovine Italia», la nuova associazione mazziniana destinata a chiudere all’inizio degli anni trenta dell’altro secolo l’epoca delle sette, ed aprire la stagione dei partiti moderni.
    L’omaggio di Savona alla memoria di Mazzini costituisce, in un giorno così inconsueto, così sottratto ai riflettori della retorica, l’omaggio di una città sempre consapevole di una storia complessa in cui si intrecciano repubblicanesimo e socialismo: una storia in cui la polemica Marx-Mazzini non appare separabile dai momenti di innesto o di congiunzione fra i due massimi filoni del movimento operaio nella storia dell’Ottocento italiano, appunto il filone mazziniano e quello socialista.
    «Ideazione», non fondazione della «Giovine Italia». È nei quattro mesi che trascorre nel forte savonese di Priamar, fra novembre 1830 e febbraio 1831, che Mazzini elabora la sua teoria politica, concepisce e definisce l’associazione politica che sarà lanciata qualche mese più tardi, da Marsiglia.
    Fra quelle mura si rafforza, nel cuore del profeta, il principio che è alla base della sua predicazione, che spiegherà l’influenza religiosa del suo messaggio, la necessità di educare gli italiani per portarli a comprendere la missione che da Dio è stata loro affidata: l’unità nazionale come momento preparatorio di un’unità universale nel segno della democrazia. Patria e umanità. Dio e popolo.
    «Giovine Italia». Già il nome da solo basta ad evocare la distanza enorme che separa il movimento di Mazzini – balenato in quel carcere savonese, prima della scelta consapevole della via dell’esilio, in alternativa al domicilio coatto – dalle angustie della cospirazione carbonara (un abito troppo stretto per Mazzini), dal viluppo e dall’intrico delle sette, in cui si era mosso per pochi anni, e con crescente disagio.
    I vecchi schemi, falliti alla prova, non bastano più. «Coi moti italiani del 1831 – scrive Mazzini nel Manifesto della Giovine Italia – s’è consumato il divorzio fra la Giovine Italia e gli uomini del passato». Ecco l’impegno costante di tutta una vita che colloca Mazzini, anche con quella sua carica utopica e mistica, fra i grandi animatori del progresso storico, fra i creatori di una storia vivente, tale da rivivere ancora un secolo dopo: con la sua potenza educatrice e fascinatrice (ed ecco la Mazzini Society nella seconda guerra mondiale, ecco l’influenza del mazzinianesimo su «Giustizia e libertà» e sul partito d’azione).
    Giunto a Marsiglia dopo la breve sosta a Ginevra e quella che il mio amico Galante Garrone ha definito il «vano accorrere» prima a Lione e poi in Corsica in vista di una spedizione insurrezionale presto fallita, Mazzini si pone alacremente all’opera. La forza di espansione della «Giovine Italia» ha del prodigioso. Costituita nel giugno del ’31, il mese successivo ha già consegnato una prima consistenza organizzativa, embrione di ciò che sarebbe presto diventato il primo partito politico italiano in senso moderno.
    Partito di «quadri» certamente, come è stato osservato, ma pur sempre partito, con una rete organizzativa capillare, con un sistema meticoloso, di iscrizioni e di finanziamenti, anzi di autofinanziamenti, un’opera intensa di propaganda, di proselitismo, di «apostolato», come si diceva nel linguaggio del tempo, carico di alte motivazioni etiche e civili. E soprattutto con un programma politico ben definito, contenente in nuce tutti i capisaldi del pensiero e dell’azione del grande ligure.
    Primo. «La Giovine Italia» è «la fratellanza degli italiani credenti in una legge di progresso e di dovere», recita il primo paragrafo dell’Istruzione generale per gli affratellati nella «Giovine Italia»: dove il concetto di dovere già si affianca a quello di progresso, nella indeclinabile convinzione che quest’ultimo non sia ipotizzabile, che nessun avanzamento civile sia realizzabile, qualora non sia corretto da un profondo sentimento dei doveri che legano ciascuno alla propria comunità nazionale e, per quella via, all’umanità intera.
    Secondo. «La Giovine Italia» è «associazione tendente anzitutto a scopo d’insurrezione, ma essenzialmente educatrice fino a quel giorno e dopo quel giorno». Educazione: ecco un termine che tante polemiche e tante riserve susciterà fra quanti vi hanno scorto, noi crediamo a torto, un principio illiberale o di autoritarismo paternalistico, in realtà educazione contestuale all’azione, la «rivoluzione incivilitrice» in cui brillano un po’ Saint-Simon e un po’ di Buonarroti.
    Terzo. «La Giovine Italia» è «repubblicana e unitaria». Repubblica e unità: un binomio inscindibile, nel disegno di Mazzini, che prenderà forma secondo tempi e modalità ben diversi da quelli prefigurati dal grande rivoluzionario, ma con uno sbocco finale, dal primo al secondo Risorgimento, che riporterà all’intuizione originaria di Mazzini.
    «Mazzini possedeva la fede che muove le montagne. Mazzini fu un mistico. Ma sono i mistici e non gli scettici, che muovono il mondo». Sono alcuni dei bellissimi frammenti di argomento mazziniano che Galante Garrone ha raccolto dalle carte salveminiane in materia, a lui tutte donate.
    Ricordo un giudizio che Salvemini dette di Mazzini all’università di Firenze a fine novembre 1949 quando tenne la prima lezione post-liberazione nella vecchia facoltà di Lettere di Piazza San Marco. «Mazzini non fu né un uomo di Stato né un filosofo. Fu un mistico. Chiunque vive non per se stesso ma per gli altri è un mistico anche se è un ateo».
    E quella «terra promessa», cui alludeva Francesco De Sanctis (quando parlava del «Mosè dell’unità») costituiva solo il punto di partenza per incontrare l’Europa. Il patriota ligure l’aveva compreso fin dal primo momento.
    Dalla Giovine Italia alla Giovine Europa: il nesso non è solo cronologico, è spirituale. Ed è un nesso intimo. «Il concetto della Giovine Europa – sono parole di Mazzini, raccolte nell’Epistolario – io l’avevo già da gran tempo: da quando io cacciavo le basi della Giovine Italia».
    Nel corso di quell’itinerario che dalla «Giovine Italia» condurrà alla «Giovine Europa» il movimento democratico e repubblicano non ha mai separato il patriottismo dall’europeismo rifiutando costantemente ogni suggestione autoctona nazionale, o peggio ancora di enfasi o di boria nazionalista.
    Il futuro della «nuova Italia», dell’autodeterminazione politica e della solidarietà sociale, nasce tutto nel quadro di quella «nuova Europa» di cui Mazzini è stato definito, e non solo in Italia, il «profeta».

    (...)
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Mazzini, dall’Italia all’Europa (1986)

    2. L’europeismo nasce a Berna

    «La bandiera repubblicana della Svizzera, che garriva al vento sopra le vette delle Alpi, era qualcosa di unico che sfidava le dinastie europee…». Sono parole di Gwilym D. Griffith, il grande storico inglese che a Giuseppe Mazzini aveva dedicato una indimenticabile biografia la cui traduzione era apparsa in Italia nel 1935, pubblicata da Laterza – la casa editrice tanto cara a Benedetto Croce – quando il fascismo accentuava la sua sfida anti-Europa. E proprio con quella formula affascinante quanto inattuale in quegli anni: «profeta della nuova Europa».
    Con quell’intreccio fra democrazia europea e democrazia elvetica, che accompagna il Risorgimento italiano fin dalle sue origini, proprio a Berna, il 15 aprile del 1834, tre anni dopo la «Giovine Italia», nasce la «Giovine Europa». Nuovo essenziale contributo di Mazzini ad una battaglia democratica che unisce sempre più patria ed umanità: due grandi princìpi irrinunciabili del repubblicanesimo e dell’intera scuola democratica.
    Il patriota genovese è appena uscito dal fallimento di quella esperienza conturbante e atroce che per lui avrebbe corrisposto alla spedizione di Savoia. Colpito da una nuova condanna a morte, ha scelto come luogo d’esilio la Confederazione che, quasi in sfida alla Santa Alleanza di Metternich, aveva serbata intatta l’eredità della rivoluzione francese e dei diritti umani brillati nel moto rivoluzionario. Un’eredità che consentirà la nascita di un forte movimento democratico e riformatore, da cui trarrà alimento tutto il pensiero democratico dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale fino a noi.
    «È certo… che lo spirito generale dei suoi scritti – sono ancora parole di Griffith – era… sempre lo stesso. Rappresentava l’idea del Progresso, l’impulso dello spirito universale tramandato dalla religione nella coscienza, dalla filosofia nei concetti, dalla storia nei fatti, dall’arte nelle immagini. Comprendano gli Italiani che il Progresso è in un periodo di nuovo sviluppo. Dovunque si notava il risorgere di una consapevolezza europea, le nazioni si avviavano a un trapasso dal quale avrebbero soltanto potuto portarsi innanzi se fossero state unite; ed in questo movimento propulsorio verso l’associazione nazionale, la missione dell’Italia era ben definitivamente segnata». E come mai – sembra chiedersi Mazzini – si poteva dubitare che la missione delle nazionalità fosse non di opporsi all’internazionalismo, all’idea di Europa, ma di cooperare a compierla?
    Una nuova Europa. Ecco il grande obiettivo dell’esule genovese che dopo aver fondato, nel 1831, a Savona, la «Giovine Italia», si spinse verso un’alleanza dei popoli europei tale da costituire la più efficace e tempestiva risposta a quella «Santa Alleanza» che la diplomazia austriaca aveva messo in opera, con l’illusione di soffocare, sul nascere, un’Europa fondata sugli ideali di libertà e di umanità. Non meno che su un amore per la patria, vissuto come amore per tutte le patrie: secondo quel fervore nazionale che, nell’intero Risorgimento, mai sarebbe degenerato in fervore nazionalista o in delirio sciovinista.
    Se furono la terra e il cielo della riviera ligure a suggerire a Mazzini, come egli stesso raccontò, l’idea di quella «Giovine Italia» che tanta parte ebbe nel compimento del nostro riscatto nazionale, fu un’«anonima camera» di Berna – secondo la rievocazione storica compiuta da Griffith – a costituire lo sfondo, forse meno suggestivo, della fondazione della «Giovine Europa». Insieme con il patriota c’erano sedici democratici che rappresentavano la «Giovine Germania» e la «Giovine Polonia»: le due associazioni che stipularono con la «Giovine Italia» quel patto di «fratellanza» da cui sarebbe dovuto scaturire il nuovo movimento europeista, cui non erano certo estranei i trasalimenti di Saint-Simon e le intenzioni dell’utopismo umanitario esploso con la rivoluzione del 1830.
    A Berna, Giuseppe Mazzini era giunto all’inizio dell’aprile 1834, dopo aver attraversato larga parte della Svizzera: da Ginevra a Berna. Sempre con lo stesso programma, volto ad associare i numerosi esuli che, provenienti dall’intera Europa, erano confluiti in Svizzera: una grande occasione per costituire una ramificata serie di associazioni nazionali suscettibili poi di federarsi attraverso un patto europeista.
    Ecco perché Mazzini favorì la nascita di una «Giovine Germania» e di una «Giovine Polonia»: secondo il convincimento che l’Europa fosse composta da tre grandi «famiglie»: l’Elleno-latina, rappresentata dall’Italia, la Germania, fondata su quel popolo tedesco che ancora attendeva il suo Stato unitario, e la Slava, che era la Polonia. Una nazione sempre contesa fra le potenze europee, e sempre alla ricerca della sua indipendenza, soffocata dalle «ragioni di Stato» oppressive e soffocatrici.
    Si giungeva ormai al 15 aprile: il giorno in cui, insieme alla «Giovine Italia», le due nuove associazioni nazionali costituirono la «Giovine Europa». Firmatari del patto di «fratellanza»: sette rappresentanti dell’Italia, fra cui Giuseppe Mazzini e Luigi Amedeo Melegari, cinque rappresentanti della Germania e cinque della Polonia. Con il sostegno finanziario di non più di sette franchi!
    L’obiettivo della prima associazione europeista era stato illustrato da Mazzini nell’appello «ai patrioti svizzeri», primo atto della «Giovine Europa». «Dove s’incammina nel secolo XIX il mondo europeo? Cosa ci porterà l’avvenire? Il presente lavora a creare, e l’avvenire ci recherà una Giovine Europa. È la Giovine Europa dei Popoli che si sovrapporrà alla Vecchia Europa dei re. È la lotta della Giovine Eguaglianza contro gli antichi privilegi; la vittoria delle Giovani idee contro le vecchie credenze».
    E subito dopo egli sottolineava che la nuova Europa sarebbe stata una «Confederazione repubblicana» dei popoli europei. Ecco. Da quell’appello nasce l’«Atto di fratellanza»: preceduto da un preambolo, otto punti programmatici che fissano il vincolo federativo fra le tre associazioni nazionali. Li vogliamo ricordare?
    Primo. La «Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Italia» sono «associazioni repubblicane» che tendono «ad un fine identico che abbraccia l’Umanità». Dal binomio «Patria e Repubblica», che aveva scavato l’esperienza della «Giovine Italia», Mazzini giunge quindi ad un altro fondamentale binomio, la grande svolta all’interno del movimento democratico: Umanità e Repubblica. Dove l’Umanità comprendeva gli uomini di tutte le patrie, dissolveva gli steccati dei futuri sciovinismi e degli incombenti razzismi.
    Secondo. «Una dichiarazione dei Princìpi» costituirà «la legge morale universale» che dovrà essere rispettata dalle «tre congreghe nazionali». Ancora una volta l’associazionismo mazziniano si lega ad un fondamento morale.
    Terzo. Libertà e indipendenza delle tre associazioni «per tutto ciò che esce dalla sfera degli interessi generali e della dichiarazione dei Princìpi». L’atto di fratellanza non deve in nessun modo cancellare l’individualità delle associazioni nazionali.
    Quarto. «La lega d’offesa e di difesa solidaria dei Popoli che si riconoscono è statuita fra le tre associazioni. Tutt’e tre lavorano concordemente ad emanciparsi. Ciascuna avrà diritto al soccorso delle altre per ogni manifestazione solenne ed importante che avrà luogo per essa». Ecco il principio della solidarietà fra i popoli che si intreccia con un altro fondamentale principio: quello dell’interventismo, dell’aiuto dell’uno per l’altro. Soccorso ad ogni popolo in lotta per la sua indipendenza e per la sua libertà. In una linea direttrice che un secolo dopo avrebbe condotto i repubblicani italiani sui campi d’occidente: quando il mito della «grande guerra» nascerà anche dall’oltraggiosa violazione dell’indipendenza e della neutralità del Belgio. Negazione dei più elementari princìpi del diritto internazionale.
    Quinto. «La riunione delle congreghe nazionali, o dei delegati d’ogni congrega costituirà la congrega della Giovine Europa». È il momento in cui il patriottismo diventa europeismo.
    Sesto. «Gli individui che compongono le tre associazioni sono Fratelli. Ognuno di essi adempirà con l’altro ai doveri di fratellanza». Torna la mazziniana religione del dovere.
    Settimo. Un «simbolo comune» e un «motto comune» avrebbero caratterizzato l’associazione europeista. Il simbolo sarà quello dell’edera, che ancora oggi racchiude in un’immagine inconfondibile l’idea repubblicana.
    Ottavo. «Qualunque popolo vorrà partecipare ai diritti ed ai doveri della fratellanza stabilita fra i tre Popoli collegati in quest’atto, aderirà formalmente all’atto medesimo firmandolo per mezzo della propria congrega nazionale». E Mazzini, dopo quel 15 aprile, tanto si prodigò per la nascita di una «Giovine Svizzera» che si unisse alla «Giovine Europa».
    In particolare, la nascita, anche in Svizzera, di un movimento patriottico avrebbe rafforzato i democratici italiani nei loro ricorrenti tentativi insurrezionali: con un legame che sarà sottolineato dal fondatore della «Giovine Europa» in una lettera inviata, il 24 settembre 1834, al suo collaboratore Luigi Amedeo Melegari, firmata «Strozzi».
    «Una cosa darebbe ardire all’altra. La manifestazione per la Costituente Svizzera – scrisse Mazzini – trascinerebbe le potenze, ossia l’Austria, a intervento diplomatico o materiale. Di mezzo a questo trambusto sorgerebbe l’Italia. Non ho bisogno di dirti l’immenso vantaggio che recherebbe all’Italia un fermento, un moto svizzero, all’epoca del suo moto. L’Austria posta in un terribile imbarazzato, il moto svizzero catena di connessione fra la Germania e l’Italia, facilità di trarre elementi anche d’uomini della Svizzera, il moto acquistante colore europeo sbalordendo i padroni e incorando i servi».
    E senza la Svizzera democratica non sarebbe mai potuta nascere la nuova Europa: secondo il progetto mazziniano, la Confederazione elvetica, che era ancora una semplice sommatoria dei singoli cantoni, senza un ero governo centrale ed unitario, doveva trasformarsi in una «Federazione delle Alpi». Una Federazione che, insieme con la Savoia e il Tirolo tedesco, avrebbe dovuto anche proteggere l’Italia dalla Francia e dalla Germania.
    Solo negli ultimi mesi del 1834 nascerà la «Giovine Svizzera»: con la formazione di comitati cantonali a Berna, a Vaud, nel Vallese, a Neuchatel, a Ginevra. Un fondamentale traguardo che premierà la tenacia e la costanza di Mazzini. Un fondamentale traguardo che sarà seguito, l’1 luglio 1835, dalla nascita di Jeune Suisse: il periodico che, legato all’omonima associazione, iniziò le sue pubblicazioni sotto la guida del grande esule.
    «Tendevamo a formare una scuola – racconterà Mazzini – e richiamare la politica dalle gare meschine delle fazioni e dal culto esclusivo degli interessi materiali agli alti princìpi di moralità religiosa senza i quali i mutamenti non durano e volgono a liti d’individui o sette anelanti il potere. E il nostro linguaggio era pacifico, grave, filosofico».
    La politica separata dal potere. La politica come superamento degli interessi particolari nell’interesse generale, non senza un profondo fervore morale. Sono i princìpi mazziniani di sempre, che segnano, anche nel periodo svizzero, l’apostolato civile dell’uomo che suggellò i Doveri dell’uomo. Quei princìpi erano nati sull’Antologia di Vieusseux.

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    Predefinito Re: Mazzini, dall’Italia all’Europa (1986)

    3. Mazzini e l’«Antologia» di Vieusseux

    È all’Antologia, non ancora ventiduenne, che Mazzini invia alla fine del 1826 le pagine Dell’amor patrio di Dante: inserendosi in un dibattito aperto nella rivista fiorentina, fin dal 1822, dall’articolo di Urbano Lampredi sulla Necessità dello studio sul poema di Dante, autentica rivendicazione dell’ispirazione etico-civile della poesia dantesca, come prefigurazione di una certa idea dell’Italia, della grandezza del sommo poeta, «venerabile Patriarca della sapienza europea».
    In Dante si trova per la prima volta, specie nel De vulgari eloquentia, l’intuizione di raggruppamenti di popoli europei su basi etnografiche, di comune cultura, di comuni interessi politici, intuizione che poi lo stesso Mazzini avrebbe articolato in un preciso disegno, cioè la distinzione dei «nuclei» che avrebbero dovuto formare gli Stati Uniti d’Europa.
    In quei mesi del 1826 è la passione politica e civile che divora il giovane Mazzini. È quella passione che lo spinge alla lettura e allo studio di Dante, che lo smuove a cogliere illuminanti analogie fra l’Italia di allora e l’Italia della restaurazione. Dante – scrive Mazzini nell’articolo inviato a Vieusseux - «mirò a congiungere in un sol corpo l’Italia piena di divisioni, e sottrarla al servaggio, che allora minacciavala più che mai».
    Dante «inveisce agramente contro le colpe, onde l’itala terra era lorda; ma non è scoppio di furore irragionevole, o d’offeso orgoglio: è suo d’alta mestizia, come d’uomo, che scriva piangendo; è il genio della libertà patria che geme sulla sua statua rovesciata, e freme contro coloro, che la travolser nel fango». In tutti i suoi scritti, conclude Mazzini, di qualunque genere essi siano «traluce sempre sotto forme diverse l’amore immenso, ch’ei portava alla patria».
    Sull’esempio del Foscolo, Mazzini vede in Dante l’autentico padre della nazione. Da qui l’appello finale: «O Italiani! Studiate Dante; non su’ commenti, non sulle glosse; ma nella storia del secolo, in ch’egli visse, nella sua vita, e nelle sue opere… Apprendete da lui, come si serva alla terra natia, finché l’oprare non è vietato; come si viva nella sciagura».
    Sono sufficienti queste citazioni per farci comprendere il rifiuto di pubblicazione, per paura di veti o d’interdetti dell’occhiuta censura granducale, da parte di Vieusseux, consenziente Tommaseo, che pure conserverà quello scritto per stamparlo più tardi, nel 1838, nel Subalpino: anonimo, ma immediatamente riconosciuto dagli amici del futuro «Mosè dell’unità».
    È quasi una prima fase della vita, una prima stagione che si chiude, per Mazzini, quella della mancata pubblicazione del saggio nell’Antologia. Il 10 maggio 1828 esce l’Indicatore genovese, il settimanale di quattro pagine impresso dal tipografo Ponthenier, ed è a quel giornale che Mazzini indirizzerà i propri scritti. E dagli scritti apparsi sotto quella testata che riprenderà il dialogo – e con maggiore fortuna – con Vieusseux, col gruppo dell’Antologia.
    Vieusseux, che aveva scoperto Tommaseo dagli articoli nel Ricoglitore, che aveva apprezzato Montani leggendolo, prima ancora di conoscerlo, rimane colpito dagli articoli quasi anonimi (siglati da una «M») che davano anima e corpo a un foglio commerciale altrimenti modesto.
    Lo impressionerà, soprattutto, la nota critica a Carlo Botta che immediatamente il direttore dell’Antologia riprodurrà nella sua rivista: nel fascicolo di luglio di quell’anno, 1828, una nota anonima siglata con una «x» annuncerà ai lettori la nascita del periodico genovese e formulerà l’augurio di una periodicità più frequente del solo numero settimanale programmato.
    Tale annuncio sarà accompagnato dalla riproduzione dello scritto di Giuseppe Mazzini appena ricordato (siglato con una lettera «X»). Motivo della polemica con Botta la pubblicazione di una lettera dell’autore della Storia d’Italia nel Giornale Arcadico, diretta al barone Ferdinando Malvica, fautore di aspri attacchi alla letteratura romantica, giudicata del tutto estranea alla grande tradizione classica. In quella lettera, accusava Mazzini, «una classe intera di letterati è maledetta con parole più gravi, e ingiuriose, che non comporta la dignità di un tanto uomo» cioè Botta: nella linea seguita anche da Montani e da Tommaseo, l’intervento mazziniano tendeva a ribattere le accuse di esterofilia e di sudditanza rivolte ai romantici italici, rivendicandone la matrice e l’animus nazionale.
    Ancora una volta si torna, nello scritto di Mazzini, a Dante Alighieri. I veri romantici italiani – conclude nel secco e incisivo intervento, rilevante contributo alla disputa fra classici e romantici – non sono «né boreali, né scozzesi; sono italiani, come Dante quando fondava una letteratura, a cui non mancava di romantico, che il nome; ma sanno che i nomi non sono di alcun paese, e che il genio è europeo, e che gli scrittori, che lo possiedono sono benefattori della razza, sotto qualunque grado di latitudine abbia sortita la scintilla che li anima».
    È noto come Vieusseux cercasse di essere meglio informato sull’autore che si nascondeva sotto la «M» e ne chiedesse ragguagli all’amico Lambruschini.
    Ed è con Tommaseo, piuttosto che con Lambruschini, che Mazzini instaura un legame ideale di qualche solidità.
    Ben diversa accoglienza rispetto all’Amor patrio di Dante, riceverà il saggio D’una letteratura europea. Non che il linguaggio fosse meno vivace e perfino veemente, non che la passione, il pathos in quelle pagine si fossero affievoliti. Tanto che Vieusseux, per poter presentare il testo alla censura, ne affiderà preventivamente la revisione e la lettura a Tommaseo, al fine di espungerne i brani politicamente e ideologicamente più avanzati. E non sarà sufficiente: per poter apparire nella rivista, il testo sarà ulteriormente tagliato dal censore, padre Bernardini, nei passi più significativi sotto il profilo politico e religioso.
    L’influenza di Goethe è presente nel giovane Mazzini, fin dalle prime parole, fin dall’epigrafe che sovrasta lo scritto: «Io intravedo l’aurora d’una letteratura europea – sono le parole di Goethe -: nessuno fra i popoli potrà dirla propria; tutti avranno contribuito a fondarla».
    Goehte, certo, presente in Mazzini. Ma non solo Goethe. «Erano tempi – ricorderà più tardi, nel 1861, lo stesso Mazzini nelle Note Autobiografiche a proposito di quegli anni, fra ’29 e ’31, fra “Letteratura europea” e “Giovine Italia”, e poi “Giovine Europa” – nei quali ci venivano, aspettate con ansia, dalla Francia, le lezioni storiche di Guizot e le orazioni filosofiche di Cousin, fondate su quella dottrina del Progresso che contiene in sé la religione dell’avvenire, che splendeva, rinata da poco, nei discorsi eloquenti di quei due e che non prevedevano dovesse miseramente arrestarsi un anno dopo all’ordinamento della borghesia e alla Carta di Luigi Filippo. Io l’aveva attinta da Dante nel Trattato della Monarchia pochissimo letto e sempre frainteso. Ed io parlava con calore dei due Corsi, della Legge, del futuro che doveva presto o tardi irrevocabilmente escirne».
    Goethe, Guizot, Cousin, ma anche Jouffroy, ma anche Saint-Simone. Nel rifiuto di antichi dogmi, nell’intuizione di un’epoca nuova fondata su nuovi e diversi equilibri, su un nuovo e diverso ordine politico e sociale.
    «Un italiano». Quella firma torna ancora nelle pagine della Antologia di Vieusseux, in calce alle due puntate Del dramma storico pubblicate rispettivamente nei fascicoli del luglio 1830 e dell’ottobre 1831. Un saggio scritto in tempi diversi, come ha dimostrato solo di recente Alessandro Galante Garrone, la prima parte a Genova nel 1830, nella fase che precede l’arresto e la prigionia nel carcere di Savona, provvidenziale per la ideazione della «Giovine Italia», la seconda a Marsiglia, nei mesi di intensa attività politica, culminanti nella «lettera a Carlo Alberto» e nella fondazione della «Giovine Italia».
    Il «dramma storico» continua e in un certo senso completa la «letteratura europea». Lo stesso spirito, la stessa passione, le stesse idee-forza, le stesse difficoltà, anzi ancora maggiori per l’editore nel confronto con la censura. Ancora revisioni, ancora tagli: questa volta autorizzati da Mazzini. «L’autore si confida a me per la censura, e mi lascia ogni facoltà, purché non sia svisato il suo concetto letterario-morale»: scrive Vieusseux a Montani, in occasione della pubblicazione della seconda parte.
    Nell’elogio di Vittorio Alfieri («Alfieri formò un monumento dei pugnali, de’ ceppi, e de’ roghi che, tormentarono per secoli la razza umana, e la sua mano potente v’incise a caratteri di fuoco: libertà») e di Manzoni, nella esaltazione del pensiero moderno del progresso. «Il pensiero, la legge morale dell’universo è: progresso: qualunque generazione d’uomini passa sulla terra oziosa, senza promuovere d’un grado il perfezionamento, non ha vita né registri dell’umanità: la generazione che sottentra la calpesta, come il viandante la polvere. Ogni tempo ha il suo ministero: il particolare ha schiuso tra noi la via al generale, al generale ch’è solo importante, uniforme, europeo».
    La civiltà procedeva, si legge in un successivo passo, nella seconda parte. «Le condizioni non procedevano; peggioravano; ma le opinioni s’erano convertite in potenze, e gli animi anelavano indipendenza».


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    Predefinito Re: Mazzini, dall’Italia all’Europa (1986)

    È l’uomo, senza aggettivi, l’autentico protagonista del «dramma sociale moderno», col quale Mazzini chiude il suo intervento nelle pagine dell’Antologia. «Aprite le storie: - tuona il profeta dell’unità – eccovi l’uomo del paganesimo, l’uomo del feudalesimo, l’uomo del secolo XVII – eccovi l’uomo del nord, l’uomo del mezzogiorno: ma, superiore a tutti questi uomini, che sono la rappresentazione d’un grado di sviluppo intellettuale, il prodotto di tutte le cause fisiche e morali, particolari ad una nazione o ad un dato tempo, sta l’uomo di tutti i tempi, di tutti i luoghi: l’uomo, primogenito della natura, immagine di Dio, creato al progresso del perfezionamento indefinito: l’uomo, centro dell’universo, considerato nella sua parte immortale, nella pienezza delle sue potenze morali: l’uomo insomma, non Inglese, non Francese, non Italiano, ma cittadino della vasta terra, miniatura di tutte le leggi eterne, universe, invariabili: l’Uomo».
    «Là è il perno del dramma sociale moderno, che noi abbiam finora chiamato romantico – conclude Mazzini – per farci intendere in sulle prime da chi si è avvezzato a non riconoscere nel campo delle lettere che due bandiere! Là è d’uopo risalga il genio che vorrà darci il Dramma, che l’epoca invoca! Il diametro della nuova sfera drammatica tocchi il passato con una delle sue estremità, l’avvenire coll’altra: a questi segni la giovine Europa riconoscerà il suo poeta: il poeta al quale i romantici hanno sgombrata e preparata la via».
    La «Giovine Europa» e il suo poeta: parole straordinariamente premonitrici. L’idea di Europa, della «Giovine Europa», esce per Mazzini dal campo letterario, dalle pagine dell’Antologia, dove ha assunto forma e contenuto e si accinge a divenire realtà.
    Non si dimentichi che Mazzini aveva tratto da Dante lo stimolo fondamentale per la sua visione divinatrice dell’unità politica della penisola, proprio in quanto identificava la comunità di cultura col destino di un popolo, ispirazione che apparve follia o utopia agli uomini della sua generazione.
    Letteratura e vita nazionale si identificano (ci tornano in mente i titoli di Gramsci). «Chi cerca spiegazioni agli elementi, ai caratteri, e al progresso d’una Letteratura altrove che nella storia della nazione – sono parole di Mazzini – va dietro a fantasmi. Tutto è successivo e connesso nella vita dei popoli, come nella vita degli individui. La Letteratura, dove emerge libera e spontanea dal pensiero comune, rappresenta lo stato morale; dov’è compra o inceppata, lo stato politico».
    È l’idea d’Europa, di un’Europa diversa, cementata attraverso il ricupero armonioso delle varie culture, quella che brilla nelle pagine della rivista fiorentina, o meglio elvetico-fiorentina, negli anni estenuanti e ormai esausti della Restaurazione.
    Un’idea che nasce dal superamento dell’esaltazione della ragione pura propria dell’illuminismo, da un eguale rifiuto degli antichi dogmi, dal rinsaldarsi di una fede laica, imperniata sulla libertà, tale da ispirare le nuove generazioni verso una diversa e superiore civiltà sentita appunto come civiltà europea.
    Una civiltà che si fondi sul dialogo, sul colloquio, sul riconoscimento dei confini, delle aspirazioni, delle identità nazionali, senza ombre né di separatismi, né di egemonie, ma capace di nutrirsi del contributo di tutti, ancorata allo spirito di collaborazione, di integrazione, di comunione fra i popoli. C’è, in nuce, lo spirito della «Giovine Europa» di Mazzini come traguardo successivo e finale rispetto alla «Giovine Italia».
    «Mentre i principi stringevano patti e trattati (spiega ancora Mazzini nelle pagine della rivista di quel lontano progenitore) i popoli giuravano sull’altare della libertà un’altra alleanza inviolabile, eterna. Essi gettarono uno sguardo ne’ secoli addietro: le nazioni si erano divorate a vicenda: fiumi di sangue avean bagnata la terra, madre comune; perché?».
    È da quel «perché?» che muove l’europeismo di Mazzini. Si discute ancora se si possa parlare integralmente di federalismo. Il problema, per la verità, è tuttora aperto rispetto ai tre momenti della stagione mazziniana. Ma è poi un problema? La verità è che quando si parla di europeismo politico si parla già delle forme di federazioni possibili secondo lo svolgersi della storia e secondo la stessa prova dell’evoluzione federale della Svizzera. Attraverso fasi diverse e non sempre omogenee, l’esperienza svizzera conferma che questi processi hanno valore nella misura in cui riescono a prescindere da quei timbri giuridici, dai quali Mazzini era alieno, non meno di Cattaneo; secondo un’acuta osservazione di Bobbio.
    È da quel «perché?» che partirà il «manifesto di Ventotene», quando, nell’Europa del 1941 sconvolta dalla guerra, un gruppo di confinati antifascisti di estrazione democratica – Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli – identificheranno la «nuova Europa» col federalismo europeo. Nel ricordo del primo Risorgimento, incompiuto nella sua dimensione europeistica: quella che conferma oggi l’intera attualità del messaggio mazziniano. Per una patria più grande, che ancora cerchiamo.

    Giovanni Spadolini

    https://www.facebook.com/notes/giova...0487664709487/
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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