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    Predefinito I repubblicani e il monocolore De Gasperi (maggio 1947)

    di Cosimo Ceccuti – In «Nuova Antologia», fasc. 2132, ottobre-dicembre 1979, Le Monnier, Firenze, pp. 301-316.


    Questo testo rappresenta una breve anticipazione del volume dedicato agli scritti a carattere politico di Piero Fossi (con articoli e carteggi inediti conservati nell’archivio della famiglia Fossi), che rientra a sua volta nell’ambito più generale di studi e ricerche che l’autore ha condotto sul movimento repubblicano in Italia nel secondo dopoguerra. Quegli studi che hanno già portato all’ampio saggio sulla Ricostruzione del PRI in Toscana fra 1944 e 1948 in corso di stampa nel volume inerente al Comitato toscano di liberazione nazionale e i partiti in Toscana, nel quadro della ricerca su «Il sistema delle autonomie: rapporti fra Stato e società civile», promossa dal Consiglio regionale della Toscana in occasione del trentennale della Costituzione.


    «Durante il periodo della dominazione fascista e tedesca, anni ’42, ’43, ’44, fra le intraprese di coloro che lottavano per l’avvento di una nuova libertà, vi fu anche quella di preparare un periodico di argomenti sociali e politici, da pubblicarsi a liberazione avvenuta». Così Piero Fossi, spirito critico del movimento repubblicano negli anni del secondo dopoguerra, ricordava in un articolo sul «Corriere del Mattino» dell’11 gennaio 1945 quei primi incontri fra uomini di cultura che cercavano di organizzare e coordinare le forze per un impegno politico e civile da portare avanti una volta caduto il regime: educare ai princìpi di democrazia e di libertà al rinascente nazione.
    Il periodico ipotizzato avrebbe dovuto discutere i maggiori problemi del paese davanti all’opinione pubblica italiana; il titolo era già pronto: «Il Vaglio», cioè scelta fra i problemi da risolvere, costante ricerca di un’equa soluzione. I promotori si riunivano all’ultimo piano di un vecchio palazzo romano, in via del Gesù, in un appartamento «mobiliato ma disabitato, signorile, spirante un’aura di calma grazia settecentesca, sopra i tetti della vecchia città, dove i raggi del sole al tramonto creavano uno strano contrasto con i volti chiusi e severi degli uomini che vi si riunivano; uomini di pensiero, provenienti dalle diverse regioni italiane». Fra questi, Guido De Ruggiero, Carlo Antoni, Umberto Morra, Pietro Pancrazi.
    «Il Vaglio» non uscirà mai. Ma con alcuni di quegli stessi intellettuali e altri giunti più tardi era nato, in Roma liberata, un settimanale politico che faceva proprie non poche delle primitive idee di quel circolo ricordato da Fossi, La Nuova Europa.
    Piero Fossi non ha alle spalle esperienza di militante. È uomo di studi, di profonda meditazione. Negli anni oscuri del fascismo ha approfondito le indagini sul pensiero filosofico di Benedetto Croce e volto l’attenzione di studioso al Risorgimento, al cattolicesimo liberale, o meglio, al «liberalismo cattolico» di Manzoni e Rosmini, di Capponi, di Tommaseo, di Lambruschini. I profili di tali personaggi, presentati in un ciclo di lezioni tenute all’Istituto di Studi Italiani della Facoltà di Lettere della Sorbona, nella primavera del ’38 («Le correnti del pensiero liberale in Italia nel XIX secolo»), verranno poi raccolti in volume[1].
    Sono anni in cui si agitano fra gli studiosi grosse questioni interpretative, si sviluppano polemiche alle quali Piero Fossi intensamente partecipa, col contributo critico del suo pensiero. Il fitto carteggio con Luigi Russo, gli scambi epistolari con Benedetto Croce, i rapporti con Walter Maturi[2] sono un capitolo nella storia della critica ancora da scrivere.
    Stimolato dalla necessità di un’opera di ricostruzione morale del paese, in una visione della politica intesa non come quotidiana, ordinaria routine, ma come superiore interesse della collettività, come indicazione della via della libertà a una nazione giovane, quale nesce da un ventennio di abbrutimento e di totale assenza di esercizio critico del potere, Fossi infrange l’isolamento negli studi, la «torre d’avorio» della propria meditazione e si pone «al servizio dello Stato», con un preciso, vibrante impegno politico e civile.
    Chiamato a dirigere fin dal numero iniziale il «Corriere di Firenze» (poi «Corriere del Mattino» e infine «Nuovo Corriere»), pubblica, il 28 settembre 1944, il suo primo editoriale, Necessità della fiducia: un appello agli italiani – in un paese ancora occupato militarmente e diviso dal protrarsi del conflitto – indicando loro il primo dovere, cioè «la fiducia della ricostruzione politica nella libertà».
    Un grande quotidiano di informazione, «libero, serio, obiettivo, ben fatto, capace di guidare l’opinione pubblica per la difesa dei fondamentali istituti liberali e democratici», portavoce dell’indirizzo liberale, democratico e repubblicano nel quale egli si riconosce, resta a lungo, per Fossi, una delle maggiori preoccupazioni. Gli sono vicini, nella iniziativa, che comincia a delinearsi con contorni più definiti nel 1946, Luigi Salvatorelli e Carlo Ludovico Ragghianti, Alberto Carocci e Mario Vinciguerra, Torraca e Cifarelli. Vinciguerra, nel marzo del ’46, è indicato come più probabile direttore[3].
    È un progetto che si evolve, mano a mano, con l’evolversi del quadro politico in Italia. In quegli anni, Fossi ripete da vicino l’itinerario politico di Ugo La Malfa e di Ferruccio Parri: è nel partito d’azione, quindi nel gruppo di «Democrazia repubblicana», infine confluisce nel partito repubblicano. «Proprio in questi giorni – scrive il 5 ottobre 1946 ad un’amica negli Stati Uniti – il mio gruppo della Democrazia Repubblicana con Salvatorelli, Parri, La Malfa, Vinciguerra ecc. e il gruppo dei liberali di sinistra, con Brosio, Calvi, Granata ecc. si sono fusi con il Partito Repubblicano Italiano di Pacciardi, Facchinetti, Conti, per riunire in una sola formazione politica, in un unico partito (il Partito Repubblicano) tutte le forze democratiche di centro, nello schieramento politico italiano». L’importanza e l’obiettivo di tale posizione politica, precisa nella stessa lettera, una posizione volta a garantire nel paese gli istituti democratici e la vita stessa della Repubblica, è quello di «evitare il cozzo fra le sinistre marxiste e le destre nazionaliste, sempre più inclini ad un risorgente fascismo».
    Proprio allora si fa più presente la necessità di una testata che diffonda le idee del «centro repubblicano e democratico», che appare privo dell’elemento basilare per lo sviluppo, cioè la stampa. Ci sono è vero «La Voce repubblicana» e «La tribuna del popolo», che mantengono «una schietta posizione democratica», ma sono organi privi di mezzi e di bassa tiratura, non in grado di «influire veramente» sulla formazione dell’opinione pubblica[4]. Il modello, nella mente di Fossi e in quella degli amici repubblicani, è «Il Corriere della sera» di Luigi Albertini.
    Il pessimismo di Fossi sulla situazione generale del paese era tutt’altro che isolato. «Ho avuto contatti con gli amici che stanno mettendosi al lavoro per tentar di fondare un giornale: Torraca, Vinciguerra, Cifarelli, ecc. ecc. – gli aveva confidato il 17 settembre Alberto Carocci -. La situazione della stampa è veramente tragica. Non resta più in vita un solo giornale, all’infuori di quelli dei partiti, che sia in mano a uomini della democrazia. Tutta la stampa è tornata in mano ai fascisti. Ora i nostri amici dicono che, se per un giornale democratico non è possibile chieder denaro ai ricchi non c’è che da chiederlo ai poveri. Perciò vorrebbero raccogliere i fondi necessari a piccole quote di 10.000 lire ciascuna, o anche meno (salvo naturalmente che vi sarà qualcuno che sottoscriverà più quote) mobilitando a questo scopo tutti gli amici che sono sulla nostra posizione politica e morale: dai socialisti ai liberali, usciti o ‘uscituri’ dal PLI. Mi han chiesto a chi sarebbe possibile far capo a Firenze, come centro di propaganda e irradiamento per questa raccolta dei capitali. Ho suggerito te, e Ragghianti, e Boniforti».
    Quante figure di azionisti amici di Fossi! C’è Michele Cifarelli, che ha portato lo spirito azionista nel PRI; c’è Vincenzo Torraca, scomparso in questi giorni, fino all’ultimo legato a Ugo La Malfa, ultranovantenne testimone di un’epoca.
    Non è dunque un problema di uomini, ma di mezzi. «Per fare una cosa seria – rileva Fossi in una lettera sollecitante sottoscrittori – occorrono venti milioni in partenza… si propone la formazione di una società finanziatrice, che sia libera da interessi particolari e guidata dal programma politico di difesa delle libertà democratiche».
    È un’impresa che non verrà realizzata, nonostante i tentativi e la ricerca di sottoscrittori fra gli italiani all’estero, e il ricorso al nome pur prestigioso e rassicurante del conte Sforza. «Bisognerebbe parlare attraverso la voce di un gran giornale – scrive lo stesso Sforza a Fossi in una lettera della seconda metà del ’47, qui riportata, fra irritazione e amarezza – ma i milioni necessari vanno solo ai consci (sinistra) o inconsci (destra) fautori di rivoluzioni».

    (...)


    [1] P. FOSSI, Italiani dell’Ottocento, Firenze, 1941.

    [2] A proposito dei limiti dell’influenza del giansenismo in Alessandro Manzoni, così gli scriveva da Napoli Walter Maturi, il 27 dicembre 1931: «Mi sembra che si sia d’accordo nella sostanza e me ne compiaccio. Non si può negare che Manzoni nella rigida coerenza della sua vita morale, nell’intenso raccoglimento religioso interiore conservasse traccia di caratteristici stati d’animo giansenisti, ma queste tracce si fondevano in lui con altri motivi, che gli venivano dalla propria esperienza religiosa e da altri filoni del pensiero cattolico e finirono col trovare un certo appagamento teoretico nella filosofia di Rosmini, che non è riducibile al minimo comune denominatore giansenista, come fa il Ruffini». E con un tono aspramente polemico aggiungeva: «E c’è da mettersi le mani nei capelli, quando si vede Ruffini derivare dal giansenismo tutte o quasi le caratteristiche del Manzoni (l’avversione per gli antichi, l’anti-temporalismo ecc.). Purtroppo, e me ne duole, il Benedetto e l’Omodeo parteggiano risolutamente per il Ruffini, seguendo piuttosto le logica delle passioni che quella della verità. Ma per me amicus Plato, sed magis amica veritas».

    [3] Così scrive Alberto Carocci a Fossi, in data 20 marzo 1946: «Carissimo, né La Malfa né Parri sono a Roma, purtroppo. Forse La Malfa rientra stasera dalla Sicilia.
    Parlerò con ambedue delle nostre faccende, e delle tue in particolare per quanto attiene al lavoro presso l’Ufficio Stampa.
    Ho parlato con Vinciguerra, il quale sarebbe disposto a venire a Firenze a dirigere il ‘Corriere’, o altro giornale che venisse da noi messo in piedi. Naturalmente la cosa non potrebbe entrare in una fase concreta altro che il giorno in cui fosse possibile fargli delle proposte concrete. Ma insomma, egli è molto ben disposto. Dillo anche a Ragghianti, e gli altri».

    [4] «Le sinistre marxiste – scriveva Fossi – hanno i loro grandi quotidiani di partito, l’ ‘Unità’ e l’ ‘Avanti!’, le destre, con i fondi degli industriali e con gli interessi delle vecchie clientele fasciste, hanno ripreso gran parte dei grandi quotidiani di informazione e fra gli altri il ‘Corriere della sera’, nel quale ogni giorno più traspare il rinnovato spirito fascista. (Gran perdita queste del ‘Corriere della sera’ per il nostro indirizzo politico!). Tutti gli altri giornali sono in mani cattoliche e vaticane e guidati ai fini di interessi confessionali».
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: I repubblicani e il monocolore De Gasperi (maggio 1947)

    Il «programma politico di difesa delle libertà democratiche», nella chimerica attesa della grande testata, verrà portato avanti da Piero Fossi sui quotidiani e periodici cui invia alcuni articoli (fra gli altri «L’Italia libera», fra ’45 e ’46, «La Tribuna», «Il mondo europeo») oppure collabora con ben determinato vincolo contrattuale: è il caso di «Momento sera» e del «Momento», diretti da Giulio De Marzio[1].
    Il suo maggiore impegno è volto ad indicare la via agli amici del PRI per una esatta collocazione del partito, nel quadro politico italiano, a chiarire e precisare il ruolo che è chiamato a svolgere nel confronto con gli altri partiti, nell’ambito del nascente ordinamento democratico. Nella primavera e nell’estate del 1947, allorché si chiude il primo «periodo storico» del dopoguerra, contrassegnato dalla conclusione della collaborazione fra i partiti antifascisti, iniziatasi nel 1943 nei CLN e proseguita dopo le elezioni del 1946 con la formula del tripartito, Fossi intravede con chiarezza i contorni e gli spazi che deve occupare il partito di Pacciardi, di Conti, di La Malfa: a quella «svolta» nella storia della Repubblica, rappresentata dal monocolore della fine di maggio del 1947, si riferiscono le lettere pubblicate in appendice.
    Compito del partito repubblicano, secondo quanto espresso dallo stesso La Malfa, era quello di coprire una posizione di «schietta e moderna democrazia», allora scoperta in Italia. Una posizione, cioè, non imperniata sulla lotta di classe e sulla dittatura del proletariato, come quella socialcomunista, ma «sulla lotta e sulla difesa degli interessi reciproci nel rispetto e anzi, nello sviluppo sempre maggiore della libertà individuale e nel regime democratico delle istituzioni parlamentari».
    Nell’ambito della sinistra, a quel momento, si sono create due posizioni nettamente distinte, che hanno in comune la difesa della Repubblica e di una società di lavoratori, ma concepite in uno spirito radicalmente diverso. Da un lato (repubblicani e social democratici) sta la democrazia che difende gli interessi e la libertà dei lavoratori attraverso il metodo e gli istituti democratici, e tende perciò ad esaltare la personalità umana; dall’altro sta il socialcomunismo, che attraverso il metodo della organizzazione gerarchica di partito, la rigida disciplina, la lotta di classe, tende a instaurare la dittatura del proletariato[2].
    Non si trattava soltanto di chiarire le differenze ideologiche, ma di tradurle sul piano concreto della operatività, della tattica, della linea politica da seguire in quella fase inquietante per le istituzioni e per il paese.
    Il 27 aprile, nel discorso alla radio, il presidente del Consiglio De Gasperi aveva accusato socialisti e comunisti di slealtà e invocava una collaborazione concreta e veritiera: invito palesemente rivolto ai partiti democratici minori, in vista di un governo di coalizione privo dei socialcomunisti[3]. Aperta la crisi il 12 maggio, apparse impraticabili nuove vie (Nitti prima, Orlando poi), volte al tentativo di composizione di un ministero di «concentrazione democratica», l’iniziativa tornava di nuovo a De Gasperi.
    Svanita anche l’ipotesi di un ministero di «concentrazione generale», con la presenza di tutti i partiti ma con la sinistra socialcomunista in posizione marginale, il leader democristiano vede infrangersi davanti alle incertezze e alla diffidenze di socialdemocratici, azionisti e repubblicani l’auspicata formazione di un governo di «centro-sinistra»[4]: un governo dove – messi ormai da parte socialisti di Nenni e comunisti di Togliatti – l’orientamento fosse comunque a sinistra grazie alla presenza dei socialdemocratici di Saragat e dei rappresentanti del PdA e del PRI.
    Caduta anche questa prospettiva (e Fossi, che vedeva con favore per il proprio partito una coalizione di centro-sinistra e una partecipazione al governo lamenta nella lettera a Sforza del 6 giugno che «si sono commessi notevoli errori da parte della sinistra ed anche del nostro centro-sinistra durante lo sviluppo della crisi e con un atteggiamento più pacato e chiaroveggente si sarebbe potuto ottenere una composizione ministeriale assai più rispondente alle esigenze nostre e conforme ai risultati delle elezioni del 2 giugno»), ancora prematura dunque la soluzione di «centro-sinistra», a De Gasperi non restava altro che una scelta niente affatto gradita e a lui non congeniale: il monocolore. È il 31 maggio 1947.
    Un governo di minoranza, di soli democristiani, arricchito di alcuni esponenti di area diversa, in grado di assicurare alla compagine l’appoggio esterno di altri partiti. Fra i «tecnici», con Luigi Einaudi e Cesare Merzagora, il repubblicano Carlo Sforza, confermato al ministero degli Affari esteri, dove l’antico ministro di Giolitti era tornato il 2 febbraio di quell’anno, in occasione del terzo gabinetto De Gasperi.
    La presenza di Sforza nella compagine ministeriale (vista con non poche riserve all’interno del partito di La Malfa e di Pacciardi) non è sufficiente a garantire non tanto il voto favorevole, quanto l’astensione dei repubblicani, rifugiatisi in un voto «negativo di riserva» (Fossi avrebbe preferito una «chiara astensione che differenziasse il PRI dalle destre e dalle sinistre»), relegando il monocolore DC al voto favorevole di liberali, qualunquisti e monarchici; vale a dire, al voto determinante della destra.
    La contrapposizione lacerante e rigida fra la DC spostata a destra e le sinistre di ispirazione marxista offre l’«occasione storica» al partito repubblicano: «assumere con chiarezza e vigore – scrive Fossi a La Malfa l’11 giugno – la difesa della democrazia repubblicana». Respingere le lusinghe di un «fronte di sinistra» capeggiato da Togliatti e da Nenni, ai quali soltanto andrebbero i vantaggi. Mantenere una posizione di sinistra democratica autonoma (approfittando anche delle «incertezze» di Saragat, che sembra compromettere la «posizione ottimale» dei socialdemocratici), che non interrompa il dialogo con la DC, ma al contrario tratti col partito di De Gasperi per orientarlo verso un «centro-sinistra» in luogo del «centro-destra» che il leader trentino si è visto costretto a realizzare.
    Tenere una posizione di «benevola attesa» per imporre al partito di maggioranza relativa il rispetto di «sicure garanzie», che altro non sono se non i punti nodali e qualificanti del programma del partito repubblicano, un programma che il PRI, con azione vigile e critica, aliena dal disfattismo e dagli atteggiamenti preconcetti dell’estrema sinistra, è chiamato pur dall’esterno a portare avanti e a carcere di imporre: in vista, appunto, di un prossimo governo di «centro-sinistra». Rispetto del metodo democratico, garanzia delle libertà repubblicane, individuali e collettive, riforma economica e sociale. Giudicare e atteggiarsi in base al programma, ai contenuti. È la linea che caratterizzerà, fino in fondo, l’impegno politico di Ugo La Malfa. «Acquisteremo così fiducia – gli scrive Fossi – in una larga zona d’opinione pubblica che ci individuerebbe in una ferma e serena posizione di democrazia repubblicana quale è la nostra e potremo far convergere verso di noi il consenso di quei ceti medi che altrimenti scivoleranno sempre più verso la destra». «È il momento che tu esca dal tuo lungo riserbo», aggiunge a conclusione della lunga lettera, per assumere la posizione di «imparzialità repubblicana», che «darebbe rilievo alla tua personalità in quell’equilibrio fra sinistra e destra che hai saputo raggiungere».

    (...)


    [1] Quando «Momento sera», quotidiano d’informazione, uscirà al mattino come «Il Momento», giornale del popolo, Fossi sarà fra i possibili direttori. La scelta di Carboni, poi, si orienterà per la conferma di De Marzio, direttore unico dei giornali dell’azienda, e al collaboratore fiorentino verrà assicurato un contratto per 5 articoli mensili di politica interna per un compenso di 5.000 lire ciascuno. Si vedano in merito le due lettere indirizzate dallo stesso De Marzio a Fossi, il 16 settembre 1947 e il 1° marzo 1948. Nella prima scrive: «Ora Carboni è tornato sul mio nome e mi ha pregato di assumere la direzione del giornale del mattino. Gli ho fatto nuovamente il tuo nome ed egli mi ha informato di avere avuto un colloquio non ricordo bene se con te o La Malfa, o con tutti e due insieme e di averti illustrato i suoi propositi sulla riorganizzazione della sua azienda».

    [2] Cfr. P. FOSSI, Democrazia e socialismo, in «Momento sera», 9 aprile 1947. Un atteggiamento risolutamente critico nei confronti di Togliatti e del partito comunista, i repubblicani lo avevano assunto dopo il voto del 24 marzo alla Costituente, per l’articolo 7 della Costituzione relativo ai Patti del Laterano, che aveva visto la collusione fra comunisti e democristiani. Un voto, quello del PCI, che scosse profondamente l’intera sinistra.

    [3] Sul monocolore De Gasperi e in generale sugli anni del dopoguerra è opportuno leggere il volume di A. GAMBINO, Storia del dopoguerra dalla liberazione al potere DC, Bari, 1975. Di N. KOGAN, L’Italia del dopoguerra. Storia politica dal 1945 al 1966, Bari, 1966; di G. MAMMARELLA, L’Italia dopo il fascismo; 1943-1968, Bologna, 1970. Sempre utile F. CHABOD, L’Italia contemporanea (1818-1948), Torino, 1961. Su De Gasperi, a parte il volume di L. VALIANI, L’avvento di De Gasperi, edito a Torino nel lontano 1949, limitiamoci a ricordare il volume di G. BAGET BOZZO, Il partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti 1945-1954, Firenze, 1974, voll. 2, e la testimonianza di G. ANDREOTTI, De Gasperi e il suo tempo, Milano, 1964.

    [4] «Centro-sinistra»: l’espressione, allora, non comprendeva (come invece avverrà negli anni sessanta) i socialisti, vicini ai comunisti di Togliatti, legati dal patto di unità di azione, proiettati verso il «fronte popolare», e perciò relegati all’«estrema sinistra». Nello schieramento parlamentare la destra comprendeva monarchici, qualunquisti, liberali, poi missini (il MSI si era costituito nel dicembre ’46); al centro la DC, quindi i tre partiti laici (repubblicani, socialdemocratici e azionisti) e infine socialisti e comunisti.
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    Predefinito Re: I repubblicani e il monocolore De Gasperi (maggio 1947)

    È lo stesso atteggiamento, le stesse linee programmatiche che Fossi suggerisce a Sforza, a Pacciardi, a Conti. In un ordine non casuale. Primo, fra tutti, Carlo Sforza, l’uomo che nonostante «rivalità personali» nelle correnti repubblicane e nonostante le «perplessità» che la partecipazione al ministero ha sollevato in «un indirizzo politico democratico e repubblicano come il nostro», ha comunque deciso con alto senso di responsabilità di affiancare l’opera di De Gasperi. Sforza gli appare, in sostanza, il «meno colpevole» di quella che oggi diremmo «una cattiva gestione della crisi» da parte del PRI.
    Dopo Sforza, La Malfa, l’uomo in cui intravede maggiore capacità e fiuto politico per l’avvenire.
    La lettera a Pacciardi, di due giorni successiva, è sollecitata da un articolo del leader toscano pubblicato sulla «Voce repubblicana»; il ruolo del partito è sintetizzato da Fossi con assoluta chiarezza: distinguersi dal blocco delle sinistre che «tende a dividere demagogicamente il paese in un fronte del lavoro ed un fronte degli affari, a sconvolgere e giocare gli interessi del paese per gli interessi di parte, a distruggere la possibilità di un centro democratico che stabilizzi la vita politica italiana»; distinguersi, inoltre, dalla democrazia cristiana, dai liberali, dalle destre, fortificando proprio nel partito di De Gasperi, con «fermo e sicuro» atteggiamento, «la corrente di sinistra» militante al suo interno.
    Infine, il 14 giugno, Giovanni Conti, antico democratico e antico studioso, che più di ogni altro esprimeva la continuità storica col repubblicanesimo di origine risorgimentale e mazziniana[1]. Fossi condivide le «influenza sospette» che gravano sul neo-nato ministero, ma ribadisce la necessità di non prestarsi al giuoco dell’estrema, tendente a spaccare il paese in due blocchi contrapposti. C’è forse il timore che la destra proceda a «briglia sciolta»? Ma De Gasperi, «troppo abile manovriero», non si lascerà trascinare in pericolose avventure, verso posizioni retrive e conservatrici. La stessa presenza nel ministero di uomini come Sforza e Einaudi consente «di attendere il gabinetto alla prova dei fatti».
    Fra le lettere indirizzate a Fossi, in quei giorni di giugno, ne troviamo soltanto una puntuale, precisa, in riposta al tema fondamentale da lui affrontato, il ruolo del PRI: è di Pacciardi, del 25 giugno, telegrafica, ma significativa, «Ricevetti la tua lettera. Fai capire agli amici il nostro atteggiamento».
    È un invito certo condiviso, o almeno non ostacolato dagli altri. Il 13 luglio infatti appare su «Momento sera», il quotidiano di De Marzio e di Carboni, un articolo di Fossi dal titolo rivelatore: Imparzialità repubblicana, la stessa espressione che compare due volte nella lettera a Ugo La Malfa e una in quella a Giovanni Conti: «Mi par dunque che il Partito repubblicano trovi oggi l’ora sua, che lo pone nella sua imparzialità repubblicana, arbitra fra le opposte tendenze, alla direzione ideologica della politica italiana».
    «Imparzialità repubblicana». È il primo e solo articolo dedicato da Fossi, in quei mesi, al commento della crisi di maggio e ai compiti che attendono il PRI; il che conferma l’estrema cautela con la quale occorreva muoversi nel momento particolare. Dalle colonne di «Momento sera», Fossi ricorda come durante la crisi sia le sinistre, sia la democrazia cristiana abbiano guardato al partito repubblicano come al «più qualificato mediatore delle forze, capace di esprimere la risultante politica ed evitare la frattura». Rivendica, al PRI, il compito di inserire la vita del paese nella propria tradizione repubblicana, ora che la Repubblica è stata proclamata; illustra il significato della formula Dio e popolo di Mazzini, mai concepita come formula di propaganda elettorale, ma quale «impegno a difendere nella libertà la testimonianza di Dio e la dignità dell’uomo». Popolo voleva dire l’insieme di tutti i cittadini, eguali dinanzi alla legge: di qui l’avversione a impostare la battaglia politica sulla lotta di classe nel senso marxista, l’opposizione a un estremismo che livellasse le classi a scapito della libertà. L’intera opera politica ed economica dei lavoratori. Lo sviluppo della coscienza civile, coscienza dei doveri e dei diritti del singolo, è il motivo ispiratore della sua dottrina, che concepisce l’azione politica come lotta incessante per sollevare coloro che gli «egoismi della società e della ricchezza» tendono ad opprimere. È la difesa della libertà dell’uomo l’intrinseco senso democratico che sta alla radice della tradizione repubblicana.
    L’impegno di Piero Fossi, in quei mesi, ci appare anche un altro: svolgere, all’interno del partito, una funzione mediatrice fra i diversi leaders, le differenti tendenze. «Se il partito è piccolo, è ricco di personalità – ha scritto Conti – ed è necessario che lei, Pacciardi, La Malfa, Facchinetti, Parri, si trovino oggi su questa linea concorde, all’infuori di ogni personale divergenza, per il bene del paese e del partito». È un invito, ma insieme una constatazione e una rivelazione. Ma la storia delle correnti e delle «rivalità personali» all’interno del PRI in quegli anni resta ancora tutta da scrivere.
    Le ultime due lettere qui riportate rappresentano il successo della linea auspicata e suggerita da Fossi. Entrambe indirizzate a Pacciardi prima e dopo il rimpasto ministeriale che porterà (15 dicembre ’47) Saragat e Pacciardi stesso alla vicepresidenza del Consiglio, a sancire la fine del periodo di cauta attesa e di neutralità dei due partiti (PRI e PSLI), inizio di una concreta collaborazione nella formula del quadripartito (con DC e PLI).
    In una traccia di discorso (o articolo) relativa al congresso del partito repubblicano di Napoli, datata 16 gennaio 1948 (giorno di apertura)[2] conservata fra i manoscritti inediti, Fossi rivendica la validità della partecipazione al governo, voluta da Pacciardi e da La Malfa («venuti incontro alla tesi che l’on. Conti aveva giudicato matura già in precedenti occasioni»), con l’adesione finale di Facchinetti, inizialmente favorevole a un governo di «unione nazionale» dimostratosi inattuabile. «Vi è perciò nelle presenti circostanze pieno accordo nella direzione politica e vi è il consenso della base del partito che ha approvato nella sua grandissima maggioranza l’opera della direzione – sono le parole di Fossi -. Il partito repubblicano nell’assumere responsabilità di governo, in questo momento, ha avuto coscienza di adempiere un dovere nazionale, dando opera per la salvaguardia delle libertà democratiche e dalle istituzioni repubblicane, mentre d’altra parte egli ha potuto meglio definire se stesso come partito di centro-sinistra, partito di una moderna e libera democrazia. Un «dovere nazionale». Affiora, fra le righe, il senso della missione da compiere, peculiare del partito repubblicano, che dall’intuizione mazziniana arriva fino a Ugo La Malfa, fino ai nostri giorni.

    Cosimo Ceccuti

    (...)


    [1] «Il repubblicanesimo circola nelle tue vene – gli scriverà nel febbraio del 1950 Fossi – ed è così connaturato alla tua natura che tu sei condannato a vita ad appartenere al partito repubblicano».

    [2] Un commento conclusivo di Fossi sul XX congresso del PRI in «Il Momento», 22 gennaio 1948, Il congresso repubblicano.
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    Predefinito Re: I repubblicani e il monocolore De Gasperi (maggio 1947)

    DOCUMENTI


    1
    Firenze, 6 giugno ‘47

    Carissimo conte[1],

    Sono stato veramente lieto della sua conferma a ministro degli Esteri, non soltanto per le ragioni soggettive che lei può supporre, ma per l’obbiettiva soddisfazione di vedere possibile la continuità di una politica estera saggia e intelligente del nostro paese. Sono persuaso che anche la corrente politica repubblicana deve essere nella sostanza, e salvo le rivalità di persone, soddisfatta.
    La partecipazione a questo ministero – a parte la partecipazione sua che ha molte e importanti giustificazioni – può lasciare qualche perplessità ad un indirizzo politico democratico e repubblicano come il nostro; tuttavia io trovo che si son commessi notevoli errori da parte della sinistra ed anche del nostro centro-sinistra durante lo sviluppo della crisi e che con un atteggiamento più pacato e chiaroveggente si sarebbe potuto ottenere una composizione ministeriale assai più rispondente alle esigenze nostre e conforme ai risultati delle elezioni del 2 giugno. A me pare che nel giuoco delle difficoltà incontrate l’on. De Gasperi si sia condotto con notevole abilità, poiché anche se la sinistra potrà rendere difficile la vita al governo e rovesciarlo lo farà soltanto rendendosi odiosa ad una larga schiera dell’opinione pubblica del paese. È per questo che io stimo che la condotta del Partito Repubblicano debba essere in questo momento molto cauta, e fin che le direttive economiche e politiche siano tali da potere essere accettate dal nostro indirizzo politico, mantenere un atteggiamento di benevola attesa.
    Ho letto in qualche giornale che lei terrebbe prossimamente in Ancona un importante discorso sulla politica estera italiana; le sarei molto grato se lei volesse dire a Caleffi di inviarmi (al mio indirizzo di Firenze – Via Lorenzo Bellini 10) una copia del discorso che sarà certo difficile leggere integralmente sulla stampa.
    Nella seconda quindicina di giugno io verrò a Roma; lei ci sarà o sarà già in Inghilterra? Se lei fosse a Roma le chiederei una breve udienza; perché andando poi in luglio a Selva in Gardena (salvo che lei mi chiami, come spero sempre, a qualche lavoro), sarebbe utile le esponessi una situazione particolare che potrebbe essere sfruttata vantaggiosamente per l’amministrazione dell’Alto Adige.
    Scusi la lunga chiacchierata e mi abbia con molti cordiali saluti suo


    Piero Fossi

    (...)

    [1] Carlo Sforza, ministro degli Affari esteri anche nel V (23 maggio 1948) e VI (27 gennaio 1950) gabinetto De Gasperi.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

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  5. #5
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    Predefinito Re: I repubblicani e il monocolore De Gasperi (maggio 1947)

    2

    (s. d.)
    Caro Fossi,

    Lei ha ben fatto di parlare e agire per che non si deve mai disperare. Credo le masse italiane senza paragone migliori dei dirigenti. Ma chi si avvicina a chi è al di sopra dell’opaca particina delle tessere?
    Stamani, rispondendo a vive istanze, ho promesso dii parlare a Ancona verso la fine dell’anno. Ma bisognerebbe parlare attraverso la voce di un gran giornale. Ma i milioni necessari vanno solo ai consci (sinistra) o inconsci (destra) fautori di rivoluzioni. […]
    La vedrò volentieri al suo ritorno a Roma
    Dev. mo
    Sforza
    3

    Firenze, 11 giugno 1947
    Carissimo Ugo,

    Ricordo che un giorno dicesti che Parri, quando era al governo, non seppe misurare le esatte possibilità della situazione politica del paese, e volendo troppo realizzare mancò il suo compito. Era un giusto giudizio che io apprezzai molto, perché stimo che l’esatta misurazione delle possibilità politiche è un aspetto dei più importanti dell’ingegno politico. Come l’opera del Cavour ampiamente dimostra. Ora io non vorrei che si commettesse da parte nostra, in questo momento, il medesimo errore, e che tu stesso trascinato dalla veduta ideologica e dalla passione e la lotta personale dovessi cadere in una falsa valutazione della situazione.
    Poiché la situazione è questa; che oggi per una posizione politica di centro-sinistra, come la nostra, non si tratta affatto di attaccare e smantellare, sic et simpliciter, la Democr. Crist. Perché così facendo si opera ad esclusivo vantaggio dell’estrema sinistra e della destra, distruggendo le nostre stesse possibilità. Oggi la Democr. Crist. ha bisogno di noi e si dovrebbe essere in buona posizione per ottenere delle sicure garanzie di una direzione di governo di centro-sinistra, così da permetterci di mantenere una posizione di benevola attesa, finché queste garanzie siano operanti. Così acquisteremmo fiducia in una larga zona di opinione pubblica che ci individuerebbe in una ferma e serena posizione di democrazia repubblicana quale è la nostra e potremmo far convergere verso di noi il consenso di quei ceti medi che altrimenti scivoleranno sempre più verso la destra. Anche le reazioni ch’io sento quotidianamente confermano questo mio giudizio. Se invece si crea un fronte di sinistra guidato da Togliatti e da Nenni, ne potrà venire a loro vantaggio, ma non a noi che perdiamo tutti coloro che ci dovrebbero sostenere.
    Oggi Saragat sembra aver perduto e voler continuare a perdere l’ottima situazione politica che gli era offerta e che il paese aspettava da lui. Mi sembra dunque opportuno e per il paese e per il nostro movimento, che assumiamo noi con chiarezza e vigore la difesa della democrazia repubblicana. Il rispetto del metodo democratico, la libertà repubblicana, la riforma economica e sociale, sono i cardini del nostro programma e son tali che una larga corrente di opinione ci segue su quel terreno, e d’altra parte la Democr. Cristiana è costretta ad appoggiare questa posizione politica. Dividere il fronte politico italiano in due campi, uno degli affari ed uno del lavoro, come tentano fare oggi Nenni e Togliatti, è liquidare definitivamente la possibilità di un centro democratico che stabilizzi la situazione, e correre le avventure di destra e di sinistra dirette da Togliatti e dai conservatori. Da parte nostra aiutare a far questo sarebbe sommamente stupido, ed io m’auguro invece che sorgano delle personalità del nostro movimento, e tu primo fra essi, che difendano con vigore la libertà democratica e repubblicana. Forse è il momento che tu esca dal tuo lungo riserbo per assumere questa posizione di imparzialità repubblicana che, ne son sicuro, avrebbe nel paese una grande presa.
    In politica v’è il tempo come maturazione, e il tempo come intervento nel momento giusto; sembra che questo secondo tempo sia già maturato per te e per gli uomini del partito repubblicano. E a me sembra che l’attuale possibilità di agire con vigore in una posizione di imparzialità repubblicana darebbe rilievo alla tua personalità pur mantenendola in quell’equilibrio fra sinistra e destra che hai saputo raggiungere.
    E ora veniamo al pratico e al sodo, come dicono in Toscana. Dunque la «Casa al Monte» a Selva in Val Gardena (Bolzano) è a vostra disposizione dal 20 Giugno al 20 Luglio. La cuoca, locale, sarà disponibile il 25 di Giugno. Per i dettagli tua moglie può scrivere a mia moglie. Io verrò a Roma il giorno 22 Giugno o il 23.
    Scrivimi un rigo subito.
    Cordiali saluti da

    Piero Fossi
    4

    Firenze, 13 giugno ‘47

    Caro Pacciardi,

    ho letto il tuo articolo sulla «Voce», Assumere le responsabilità e sono pienamente d’accordo con te. Come ho scritto a La Malfa questo è il momento per noi di assumere vigorosamente la nostra posizione di imparziale e radicale democrazia repubblicana. Questa deve distinguerci da un blocco delle sinistre che tenda a dividere demagogicamente il paese in un fronte del lavoro ed un fronte degli affari, a sconvolgere e giocare gli interessi del paese per gli interessi di parte, a distruggere la possibilità di un centro democratico che stabilizzi la vita politica italiana. D’altra parte essa deve distinguerci dalla Dem. Cristiana e dalla destra, ed in particolare dalla Democrazia Cristiana in quanto si faccia influenzare dalla destra. Ma la Democrazia Cristiana ha in questo momento necessità del nostro appoggio e noi possiamo col nostro peso e con fermo e sicuro atteggiamento fortificare in essa la corrente di sinistra e far gravitare verso di noi elementi che si sfaldino da essa. Un tale atteggiamento ha oggi nell’opinione pubblica eccezionali possibilità di rispondenza. È necessario che tu, La Malfa, Conti, Facchinetti, siate concordi in questa linea e facendola sentire alta al paese, anche fuori del governo, potrete assumere una sorta di direzione politica. Se saprete far questo renderete un reale servigio alla democrazia italiana e avrete fin d’ora bene impostata e vinta la futura campagna elettorale.
    Credimi con cordiali saluti
    Piero Fossi
    5

    Roma, 25 giugno 1947

    Caro Fossi,

    ricevetti la tua lettera. Fai capire agli amici il nostro atteggiamento.
    Saluti cordiali e grazie
    Randolfo Pacciardi

    (...)
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  6. #6
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    Predefinito Re: I repubblicani e il monocolore De Gasperi (maggio 1947)

    6
    (s. d., ma 15 giugno 1947)

    Caro on. Conti,

    come ho scritto a La Malfa, a me sembra questo un momento particolarmente importante per noi nella vita politica italiana. Dichiarando oggi alto e forte la nostra posizione di imparzialità e radicalità democratica, che si distingue dalla faziosità della sinistra e della destra, noi oggi rispondiamo all’attesa del paese e diamo al partito la sua base presente e futura.
    Tutti d’accordo che nel presente ministero ci sono influenze che sono sospette, ma non per questo noi dobbiamo fare il giuoco dell’estrema sinistra che tende a dividere in due il paese e a distruggere ogni possibilità di una solida formazione di centro-sinistra che stabilizzi la vita e il metodo democratico nel paese. La Democrazia cristiana ha bisogno di noi in questo momento, e in una posizione di attesa, ferma e chiara, noi possiamo col nostro peso fortificare la posizione di centro-sinistra che è in essa, far convergere verso di noi gli elementi oscillanti o che si sfaldino da essa, e pur stando fuori del governo, dare il là della direzione politica. D’altra parte la presenza nel ministero di uomini come Sforza ed Einaudi ci giustifica di attendere il gabinetto alla prova dei fatti. Lo stesso De Gasperi è troppo abile manovriero per lasciare alla destra briglia sciolta; mentre poi egli ha condotto le cose in modo che se la sinistra dovesse rovesciarlo, proprio su di essa ricadrebbe – per una larga parte dell’opinione pubblica – l’odiosità del mettere il paese in gravi difficoltà in una situazione già difficilissima.
    Mi par dunque che il Partito Repubblicano trovi oggi l’ora sua, che lo pone nella sua imparzialità repubblicana, arbitra fra le opposte tendenze, alla direzione ideologica della politica italiana. Se il partito è piccolo, è ricco di personalità, ed è necessario che lei, Pacciardi, La Malfa, Facchinetti, Parri, si trovino oggi su questa linea concorde, all’infuori di ogni personale divergenza, per il bene del paese e del partito. Io spero che sia così.
    Ed è in questa fiducia e in questo augurio che le invio un cordiale saluto
    Piero Fossi


    7
    Roma, 15-7-1947

    Caro Piero,

    Carboni intende tenere il «Momento» in sospeso, nonostante le mie insistenze presso De Marzio. Probabilmente anch’egli tenta di fare un ricatto al governo. Comunque nulla è ancora deciso ma sarebbe necessario prima della tua gita in Alto Adige, una tua scappatina a Roma.
    Nessuno più di te potrebbe, col nostro appoggio, vedere fino a che punto si possono superare certi ostacoli.
    Ti aspetto.
    Affettuosamente tuo


    Ugo La Malfa


    8


    Roma, 16 novembre ‘47

    Caro Pacciardi,

    so che discutete anche del problema d’una eventuale partecipazione al governo; ti dico così il mio parere per quel poco che possa valere.
    A me sembra che si debba chiedere alla Democrazia Cristiana lo scioglimento del MSI ed essere pronti a partecipare al governo coi saragattiani, se si ottiene questo scioglimento. Sarebbero due fatti, che, legati insieme, avrebbero una grande importanza politica, farebbero impressione sull’opinione pubblica del paese e creerebbero una situazione nuova ottima come preparazione per la nostra campagna elettorale.
    La difficoltà sta tutta qui: accetterà la democrazia cristiana? Certo essa considererà che perderebbe così voti della destra che la inflazionano e che i voti del centro-sinistra che stanno ora per forza nella DC verrebbero finalmente a noi.
    Questi conti essa li farà, ma d’altra parte il suo giuoco adesso è molto rischioso e può essere che essa finisca con trovare conveniente una posizione meno estesa, ma più sicura.
    Passa la lettera a La Malfa se ti sembra ch’essa nel valga la pena.
    Cordialmente tuo


    Piero Fossi

    9


    Roma, 19 dicembre ‘47

    Caro Pacciardi,

    permetti che mi rallegri con te per il successo delle tue trattative per il governo e per la nuova situazione politica che siete riusciti a creare in Italia. Tu mi avevi detto: «Fossi tu indichi la via, ma poi riconosci le difficoltà dell’impresa». Sì, la cosa era difficile, ma come vedi era possibile e bisognava raggiungerla perché necessaria alla vita della democrazia in Italia. E mi sembra sia stata raggiunta in modo soddisfacente, anche se la permanenza di Scelba al ministero degli interni può lasciar nascere qualche perplessità. Bisogna che tu continui a essere bravo e a far bene, soprattutto tenendo in briglia quel buggerino dello Scelba.
    Ed ora ti dico che io ho fra le mani una faccenda, relativa ai sudditi Germanici residenti in Italia, che può interessarti e della quale potrai poi eventualmente parlare con Sforza. Bisognerebbe che potessi parlarti un momento; io riparto per Firenze martedì. Penso quanto avrai da fare in questo momento: ti sarà possibile?
    Il mio telefono è 481690, via San Martino della Battaglia 14.
    Cordialmente tuo


    Piero Fossi

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