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    Predefinito Da Sturzo a De Gasperi – Confronto Jemolo-Spadolini (1979)

    In «Nuova Antologia», fasc. 2132, ottobre-dicembre 1979, Le Monnier, Firenze, pp. 6-11.


    Riuniamo, con questo ideale dibattito, due opinioni, di Jemolo e di Spadolini, su Sturzo e De Gasperi, giudicati, rispettivamente, venti e venticinque anni dopo la morte. Sono motivi che riecheggiano in un dibattito sul partito popolare sessant’anni dopo tenuto a Modena l’8 settembre 1979, nel Festival DC dell’amicizia, con l’intervento del nostro direttore insieme a De Rosa, a Valiani e a Spriano.



    1

    Luigi Sturzo nel ventesimo anniversario della sua morte è stato ricordato, a cura dell’Istituto che da lui prende il nome, oggi presieduto da Gabriele De Rosa, con una messa di suffragio. Il miglior modo di ricordarlo; discorsi in sede di partito o in un’aula parlamentare, avrebbero certamente avuto note stonate.
    Se pur fondatore, nel 1919, di un partito, Sturzo sta a sé, non è inquadrabile né tra gli uomini di Stato, né tra coloro che hanno indicato una nuova direttiva politica, fosse pure utopistica, né tra gli agitatori di masse, gli uomini molto popolari in vaste cerchie. L’essere prete, e buon preste, che, maltrattato in altissimo luogo, mai pronunciò una parola, accennò ad un gesto non pur di rivolta, ma di resistenza a chi lo percuoteva, neppur questo segna la caratteristica della sua persona.
    Se mai, la scorgerei nella sua sicilianità. Sarà una mia stramba idea, ma vedo in lui l’antitesi di Pirandello, due opposti che sorgono dalla medesima matrice. Pirandello vede il tragico della vita e lo mostra crudelmente, come una beffa; chiuso nel suo scetticismo intorno alla capacità dell’uomo di conoscere mai cosa sia il vero, costretto a muoversi costantemente nella incertezza, ha anche una radicale sfiducia nella possibilità che gli uomini migliorino, ricevano più luce. Guarda senza pietà le decadenze, le miserie umane, le sconfitte immeritate: non ama il fratello uomo. Sturzo, soprattutto nella prima parte della sua vita, dalla nativa Caltagirone, contempla le medesime miserie, le stesse mediocrità, le piccole invidie paesane; ma crede nell’uomo; dalla povera umanità che ha dinanzi, irretita nelle clientele locali, i poveri soggetti ai potenti, crede si possano trarre quelli che poi chiamerà i «liberi e forti».
    La sua sicilianità appariva in parole, in gesti, in certi richiami di atavica saggezza, nel forte senso della parentela, delle amicizie (vedo ancora Caronia per anni accompagnatore, quasi infermiere dell’amatissimo Sturzo, che lo contraccambia di pari affetto). Ma la sua visione si andrà sempre più allargando, dalla Sicilia al Mezzogiorno, dal Mezzogiorno all’Italia, dall’Italia alla contemplazione di tutto l’Occidente.
    Dell’indipendentismo siciliano che ancora trapela nella giovanile pubblicazione La croce di Costantino, con l’infelice frase (siamo ancora sotto Umberto I) «I cenci tricolori», all’accettazione dello Stato italiano ed alla passione di ripulirlo, di risanarlo. La fiducia che il bene genera bene, che le minuscole organizzazioni economiche di tipo cooperativo da lui suscitate, per sottrarre i più poveri allo strozzinaggio, alle angherie dei ricchi, assurgano attraverso collegamenti, mantenendo i medesimi fini, ad istituzioni che pesino nella vita regionale e nazionale.
    Giacché per ora – i primi anni del secolo – lo Stato non può essere sottratto a governanti irriducibilmente avversi alla Chiesa, si promuovano autonomie locali; che vi sono Comuni e province dove non alligna l’anticlericalismo. Ma poi, quando verranno governi – Luzzatti e Giolitti, per cui Sturzo avrà sempre diffidenza, ricambiata da una invincibile ostilità dell’uomo di Dronero – e lo Stato si preoccuperà sempre più dei problemi del lavoro per avviarsi a divenire poi lo Stato assistenziale, allora anche i cattolici devono militare, partecipare agli organi più importanti di questo nuovo Stato.
    Ora la sicilianità di Sturzo è più di superficie (ma nulla del passato va perduto: nessuna simpatia per i Savoia, mai si sentirà parlare d’intermediari tra Sturzo ed il Quirinale); ora è tra i settentrionali che Sturzo trova i più fidi, i più esperti collaboratori: Meda, Jacini, Longinotti, Mauri, quegli che apparirà poi il maggiore, De Gasperi.
    Non è stato avverso all’interventismo italiano del 1915: all’inizio del ’19, in una Italia che si dibatte fra difficoltà reali – svalutazione della lira, sia pur minima di fronte alla odierna, disoccupazione, indisciplina, violenze -, con politici che non sanno dimenticare i rancori di ieri, ha l’intuito che molti italiani aspirino a qualcosa di nuovo, e lancia l’appello ai «liberi e forti». Prime elezioni con la proporzionale, successo inatteso.
    Ma risveglio di ostilità: dei cattolici intransigenti, che scorgono quasi un tradimento in un partito che non pone nel suo programma la questione romana e l’abolizione in massa di tutte le leggi eversive dell’Ottocento; di tutte le Sinistre; della faziosità fascista; di Giolitti, vecchio uomo di Montecitorio, che non può adattarsi alla idea di un partito capeggiato da chi non siede in Parlamento e per di più veste l’abito talare; di Nitti, che ha ampi progetti che spera di realizzare da solo, tra cui il riavvicinamento col Vaticano.
    E poi… tra i cento deputati del partito popolare ci sono ottimi uomini di governo, colti, lungimiranti; ma anche piccoli uomini, i soliti provinciali preoccupati di raccogliere voti di preferenza, e quindi zelanti nel rendere favori, procurarsi impieghi. Né l’Italia del 1919-20, né quella d’oggi, accetterebbero uomini che avessero la purezza, gli scrupoli morali, di un Minghetti, di un Sella, di un Silvio Spaventa, che poterono rimanere deputati perché c’era l’elettorato ristretto, il prestigio dei grandi nomi (ma pur questi dovettero per restare alla Camera rappresentare, nelle varie legislature, collegi diversi).
    E poi… contro la forza la ragion non vale; il fascismo non vuole riforme, ma il potere, tutto il potere; fare terra bruciata delle leghe, delle cooperative bianche, dalle casse rurali cattoliche, che erano le grosse basi del partito popolare.
    Storia ben nota: il Vaticano vuole l’accordo col fascismo; la sua difesa va solo a quanto dipende dall’Azione Cattolica, strettamente subordinata ai Vescovi ed alla S. Sede. Non resta a Sturzo che l’esilio, ove terrà alta la bandiera della libertà, della dignità della vecchia Italia postrisorgimentale, senza unirsi mai ad altre correnti della resistenza in esilio, accettando la solitudine pur di non venire a compromessi.
    Anche dopo la caduta del fascismo, la sconfitta dell’Italia, l’avvento della Repubblica, la S. Sede gli resta non benevola; gradirà che ritardi il ritorno in patria; Sturzo non avrà mai quella udienza pontificia che pur sarà concessa a gerarchi fascisti, assolti od amnistiati o mai perseguitati.
    Sì, ha piena fiducia in De Gasperi, Scelba è suo conterraneo; ma ormai Sturzo è stanco, malato. Come tutti gli esuli che tornano in patria, trova un’Italia che non è più la sua. Neppure i fedelissimi gli danno quel paese pulito, con le leggi chiare, i conti bene in ordine, ch’egli voleva. Presago, scrive duri articoli contro il disordine amministrativo, le gestioni fuori bilancio, il danaro pubblico speso senza adeguati controlli, senza che risulti dal bilancio statale.
    È un vinto. Chi non fu mai con il suo partito né con quello che credette esserne la continuazione, può ben inchinarsi al ricordo dell’idealista sconfitto.

    Arturo Caro Jemolo


    (...)
    Ultima modifica di Frescobaldi; 13-05-21 alle 19:23
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #2
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    Predefinito Re: Da Sturzo a De Gasperi – Confronto Jemolo-Spadolini (1979)

    2

    Guido Gonella mi ha rimproverato di recente l’uso del termine «egemonia» cui ero ricorso, per indicare la funzione centrale e di guida conservata dalla democrazia cristiana per oltre un trentennio nella vita italiana: forse per il sottinteso gramsciano che quella parola evoca, filtrata com’è nel linguaggio politico italiano attraverso la meditazione del pensatore comunista sardo. Eppure, riflettendo a quello che è stata la DC in Italia in questo dopoguerra, proprio oggi che cadono venticinque anni dalla scomparsa di Alcide De Gasperi, il fondatore della «centralità» democristiana, non riesco a trovarne una migliore e più aderente ad una realtà politica che appare adesso in movimento, rispetto ai codificati equilibri dei primi tre decenni di vita repubblicana, tutti dominati o influenzati dell’ombra degasperiana.
    De Gasperi ha fondato insieme la «centralità» e l’«egemonia» democristiana (due dati che sarebbe impossibile ancora oggi separare). Da solo, o con l’aiuto di pochi amici, quasi tutti provenienti dal partito popolare, interprete di un partito invisibile che faceva fatica a ricostituirsi nella realtà della vita italiana, lontano, nella Roma occupata dai nazisti, dal moto rinnovatore e sconvolgente della resistenza del nord (rinnovatore anche per talune ali del mondo cattolico), De Gasperi riuscì in primo luogo a contenere le tendenze salazariane di una vasta parte dell’episcopato e del clero, a fissare l’innesto fra democrazia e cattolicesimo politico: riprendendo la trama spezzata dell’antico partito di Sturzo, ma su una base allargata agli sviluppi di una società che in vent’anni, in parte a causa del fascismo e in parte malgrado il fascismo, si era profondamente trasformata, e non solo nei rapporti fra Chiesa e Italia.
    All’indomani del 25 luglio Gedda offrì l’intero appoggio dell’Azione Cattolica al maresciallo Badoglio. Dietro Gedda, c’era una larga parte dei sacri palazzi, inclini ad un passaggio indolore dal fascismo al post-fascismo, decisi a puntare sulla Monarchia, in senso conservatore e vorrei dire di restaurazione prefascista. Pio XII non era lontano da quell’impostazione. Nei documenti diplomatici vaticani, Sforza era giudicato quasi un «sovversivo», comunque un «indesiderabile» (proprio lui, il ministro degli Esteri che qualche anno dopo avrebbe perorato presso Papa Pacelli la causa dell’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, di cui si diffidava in tutti quegli ambienti cattolici che lo giudicavano una «rivincita protestante»).
    Il ruolo di De Gasperi nello spezzare i piani di una specie di «clerico-fascismo» mascherato o surrettizio fu decisivo. La ricostituzione della DC (la vecchia insegna di Romolo Murri, meno sgradita oltre Tevere della testata del «partito popolare», legata all’immolazione di Sturzo da parte di Pio XI) costituì lo strumento necessario per fissare un confine fra Chiesa e Stato, per rianimare l’azione autonoma dei cattolici politici, svincolati da ogni suggestione di destra e collocati saldamente sull’area centrale della risorgente vita italiana.
    Come nessun altro De Gasperi difese la presenza e l’influenza della DC nei comitati di liberazione nazionale, che pur riflettevano – almeno come echi della resistenza al nord – una presenza molto più massiccia e incisiva della sinistra laica, sia comunista sia socialista sia azionista. Ministro degli Esteri nel governo Parri, De Gasperi pose la naturale candidatura alla guida del governo successivo. Per un anno e mezzo a partire dalla fine del ’45, e nonostante gli stimoli alla rottura che giungevano da settori cattolici e democristiani ben precisi, difese la collaborazione con le grandi forze popolari, socialisti e comunisti, non ruppe e neanche incrinò il patto del CLN, che poi anticipava lo stesso patto costituzionale.
    Il capolavoro politico di De Gasperi fu l’articolo 7, l’inserimento dei Patti lateranensi nella Costituzione repubblicana con l’aiuto determinante del partito comunista (ma non dei socialisti né dei repubblicani). Era quello il prezzo obbligato per sconfiggere le tendenze integraliste fermentanti nel mondo cattolico, per garantire il lealismo della Chiesa alla Repubblica. De Gasperi pagò a quel prezzo, che non parve caro neanche e Togliatti, fautore convinto e coerente di un minimo di colloquio fra masse comuniste e masse cattoliche al di là delle fluttuazioni governative. La stessa strategia che ha portato trent’anni dopo i suoi successori alla linea del compromesso storico.
    La difesa puntigliosa e aggressiva della «centralità» democristiana, rispetto alla sinistra marxista non meno che alla destra qualunquista o nostalgica, consentì a De Gasperi di gettare le basi per un lungo periodo di leadership o di «egemonia» del suo partito. È la parabola che comincia con l’estromissione di comunisti e socialisti dal governo nel maggio 1947, che tocca il suo apice con la vittoria elettorale del 18 aprile 1948, che si traduce nella feconda esperienza del centrismo, cioè nella stretta alleanza con le forze di destra non commisurato ai ritmi e alle scadenze della guerra fredda (con lo stalinismo imperante ad oriente e Togliatti immobilizzato nella linea cominformista, e per di più un partito socialista che ha commesso lo storico errore del «fronte popolare» del ’48, perdente in partenza nonostante la testa di Garibaldi).
    Il mancato scatto della legge maggioritaria, nel giugno 1953, segna la fine dell’epoca centrista e anticipa l’agonia politica di De Gasperi, tornato eroicamente alla segreteria del partito dopo sette anni di presidenza del Consiglio (quasi a ricominciare da capo). Il 19 agosto 1954, col governo Scelba-Saragat in carica, la morte di De Gasperi accentua i fermenti di insofferenza e di impazienza della DC. Si inizia da allora la ricerca di una formula sostitutiva al centrismo, ma sempre in funzione dell’egemonia democristiana, in qualche modo anticipata dall’ultimo De Gasperi, l’alleanza di centro-sinistra, l’apertura ai socialisti (vivo De Gasperi, si sarebbe chiamata l’operazione Nenni).
    Il centro-sinistra trionferà solo dieci anni dopo la morte di De Gasperi, grazie alla sagace mediazione di Moro. L’unificazione socialista, per un momento, a metà degli anni sessanta, sembrerà porre in pericolo l’egemonia democristiana, e la correlativa «centralità»: presidente della Repubblica Saragat, vice-presidente del Consiglio Nenni, cosegretari De Martino e Tanassi, si delineava una forza socialista autonomista e occidentale capace di richiamare una parte dei consensi moderati sempre affluiti al partito democristiano, in funzione di diga al partito comunista, e quasi in un dialettico rapporto sotterrano con l’antagonista PCI. Ricordo, prima delle elezioni del maggio ’68, una seria preoccupazione, nella dirigenza democristiana del tempo, di uno «scavalcamento», in prospettiva, da parte dei socialisti unificati. Qualcosa di simile ai timori di oggi per la sfida di Craxi.
    Nel ’69, la sciagurata scissione socialista restituì tutte le carte alla DC, quindici anni dopo la morte di De Gasperi. Come la DC, ormai privata della guida di Moro, abbia utilizzate quelle carte fra il ’69 e il ’74, cioè il referendum sul divorzio, è storia che non appartiene più alla prospettiva degasperiana. È storia che ci porta direttamente alle tensioni e alle contraddizioni di oggi, a tutte le incertezze e a tutti gli interrogativi sulla centralità e sull’egemonia di domani.
    E l’ultimo capitolo è quello accidentato e indecifrabile, che parte all’assassinio di Aldo Moro e arriva alla decomposizione attuale. In questo momento ripenso a quanto Moro scriveva, due anni fa esatti, in occasione del ventitreesimo anniversario della scomparsa dello statista trentino: «nessuno potrebbe chiedere al De Gasperi del biennio ’45-’47 di darci consigli per il difficile presente». La DC, adesso, appare veramente sola.

    Giovanni Spadolini


    https://www.facebook.com/notes/giovanni-spadolini/da-sturzo-a-de-gasperi-confronto-jemolo-spadolini-1979/2830416457049941/
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