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    Predefinito Bobbio racconta quegli anni bui rischiarati da Croce (1989)

    A colloquio in occasione degli ottant’anni




    a cura di Arturo Colombo – In «Nuova Antologia», a. CXXIV, fasc. 2172, Le Monnier, Firenze, pp. 185-203.


    «Sì, Croce per noi ha avuto un’importanza fondamentale, è stato davvero il nostro maestro, la nostra guida spirituale. Non solo, ti dirò, per mantenere viva la lezione di pensiero liberale antifascista, ma perché con la sua serietà, con il suo rigore, ci ha educati a non essere mai dei dilettanti, prima di tutto culturalmente. Eravamo crociani, perché per noi il crocianesimo costituiva, intimamente, una indispensabile lezione di metodo. Non per nulla, fin dal 1925, Gobetti che aveva capito, o almeno aveva intuito tutto, aveva voluto definire Croce con poche parole, ma infallibili, come ‘il più perfetto tipo europeo della nostra cultura’. Solo più tardi, almeno per noi giovani intellettuali non comunisti, che avremmo aderito al movimento di ‘Giustizia e Libertà’ o al liberalsocialismo o al partito d’azione, l’iniziazione a Croce è stata anche la via maestra dell’antifascismo. Ma solo dopo: perché prioritaria, ti ripeto, per ciascuno di noi è stata la lezione di metodo di Croce, che in un ambiente come quello torinese ha avuto un influsso enorme, e duraturo».
    Così mi risponde Norberto Bobbio, durante un colloquio che ho avuto con lui il pomeriggio di mercoledì 19 luglio. Siamo a Revigliasco, sulle colline intorno a Torino, fra Pecetto e Moncalieri, dove Bobbio sta trascorrendo alcune settimane tranquille in una specie di personalissimo «buen retiro», lontano dal caldo afoso e dalla «persecuzione» (il termine è suo) delle solite telefonate, spesso insistenti e importune. Qui invece, fuori dal traffico e dai rumori, prima di andarsene al Breuil per il consueto «relax» agostano, Bobbio si abbandona al gusto di una conversazione «libera», informale, off limits, dove i ricordi e gli aneddoti si alternano a quel tipo di riflessioni severe, persino pungenti, in cui si riflette tutta la forma mentis del Bobbio «filosofo».
    «Proviamo!» mi aveva risposto, forse con una punta di perplessità, quando gli avevo chiesto che mi sarebbe piaciuto fargli raccontare, attraverso la sua esperienza diretta, almeno qualcuna delle impressioni «dal vivo» su quegli anni bui fra le due guerre, quando il fascismo era in sella, eppure di una vera e propria «cultura fascista» non si poteva affatto parlare. «Reso innocuo Gentile e tenuti a bada i gentiliani – ricordo che ha scritto proprio Bobbio in una pagina del suo Profilo ideologico del Novecento italiano, apparso nel 1969 e riproposto da Einaudi nell’86 – [il fascismo] non ha lasciato tracce, se non di artifici retorici, di gonfiezze letterarie, di improvvisazioni dottrinali, in una storia della cultura italiana».
    È un giudizio duro e drastico; ma dev’essere anche il frutto di chi il ventennio nero l’ha vissuto direttamente, «dal di dentro», e quindi può parlarne con ben maggiore cognizione di causa di certi giovani professorini, sbrigativi e manichei. Un motivo di più, dunque, per raccogliere questa testimonianza bobbiana, quasi alla vigilia dei suoi ottant’anni (che ricorrono il 18 ottobre); e inoltre, un modo per proseguire la serie di incontri-interviste, che ho già avuto con altri testimoni del tempo, da Carlo Bo a Leo Valiani. «Ma Leo ha ben più cose da raccontare, rispetto a quanto posso dirti io» replica secco Bobbio, seduto quasi sullo sfondo di una grande finestra aperta, che lascia intravvedere il profilo di un bel paesaggio, degradante fin giù in fondo, nella pianura che sfuma all’orizzonte lontano.
    L’Italia civile non è solo il titolo di un suo libro, che risale al ’64; è anche l’immagine-simbolo di quei «chierici che non hanno tradito», sui quali Bobbio ritorna spesso, proprio per dimostrare che nonostante certe bassezze, certi compromessi, persino certe viltà, c’è sempre stata «un’altra Italia» (l’espressione l’ha usata anche Gobetti), che non ha tradito; anzi, che ha saputo, e voluto, assolvere il proprio ruolo, magari a costo di sacrifici, ma con coscienza onesta, senza cedere alle lusinghe, o alle furberie, del solito «italico Arlecchino servo di tutti i padroni», come ha detto Bobbio già in un’altra occasione. Ecco perché mi sembra che la sua confessione autobiografica debba cominciare da lontano, dall’ambiente famigliare in cui è vissuto fin dagli anni liceali, quando la «svolta del ‘22» cominciava già a lasciare il segno.
    «Siamo vissuti, a Torino, in un ambiente borghese, direi di borghesia medio-alta. Mio padre era un medico chirurgo, primario all’Ospedale San Giovanni, molto noto in città. Mia mamma, invece, Rosa Caviglia, era di Rivalta Bormida, un paese vicino a Acqui, dove tutt’ora abbiamo una casa. La famiglia paterna era di origine alessandrina, una famiglia di piccola borghesia intellettuale. Mio nonno Antonio era un maestro elementare, poi diventato direttore didattico; e a suo modo aveva dimostrato anche un certo impegno civile, scrivendo su un giornalino alessandrino, che si intitolava ‘La Lega’, di cui conservo le copie coi suoi articoli. Era un cattolico, il nonno Antonio; si era interessato di filosofia, e soprattutto di pedagogia, pubblicando un libro sulla filosofia dell’educazione di Roberto Ardigò, e un altro su Spencer, i due positivisti allora più in voga; anche se mio nonno si trovava, per così dire, sull’altra sponda, perché era un cattolico osservante. Ma ha scritto anche un terzo libro, quello più noto, dedicato a Manzoni, con un titolo che oggi può far sorridere tant’è datato, Il Vero, il Bello e il Buono nei ‘Promessi sposi’».
    È raro che Bobbio rida di gusto; eppure, a ricordare quel libro del nonno, anche il suo profilo da Gufo Saggio di stempera in un sorriso spontaneo, che gli illumina ancor più lo sguardo, sempre severo e indagatore (quasi interrogativo) dietro le folte sopracciglia, ancor più massicce oggi che Bobbio non porta gli occhiali. «Ti dirò anzi – aggiunge in vena di confidenze – che con mio fratello Antonio, di due anni maggiore di me, quand’eravamo studenti al liceo e dovevamo svolgere un componimento manzoniano, saccheggiavamo il libro del nonno, pensando che dopo tutto non si trattava di un plagio, perché apparteneva a uno della famiglia, quanto a dire a uno di noi!».
    Mentre parla, Bobbio dev’essersi accorto che questi frammenti di vita vissuta sollecitano la mia curiosità. Aguzza lo sguardo, quasi a identificare, fra i libri che riempiono uno degli scaffali più bassi della libreria che gli sta davanti, due grossi tomi rilegati; si alza, va a prenderli e si mette a sfogliarli, dicendomi: «Vedi, anche mio fratello ha seguito le orme poterne e è finito professore di clinica chirurgica all’Università di Parma; ma purtroppo si è ammalato e è morto da tempo. Così, quando ha cominciato a non star bene e a non poter più svolgere la sua attività di medico, ha deciso che ogni domenica noi due ci scrivessimo, in forma di lettera, i ricordi di famiglia: una specie di lessico famigliare. Lui è sempre stato puntualissimo nello scrivermi, io molto meno, anche per i miei impegni. Comunque, prima di andarsene, ha voluto raccoglierle tutte, sessantacinque lettere sue, tredici mie; le ha fatte fotocopiare e rilegare in questi due volumi, molto eleganti anche esteticamente, con le incisioni sul dorso, Lettere di un anno: 1963-64, e i nostri due nomi. Ci ha messo anche un indice-sommario e un indice di tutte le persone citate, da quelle più famose, Dante o Alfieri, a quei tipi, magari oscuri, di gente che girava per casa, il professor Camera, per esempio, o Pio Zuccotti, un notaio di Bosco Marengo, che era autore di una specie di componimento di polemica politica, in cui si leggeva, fra l’altro: ‘Su, o Dante e Machiavelli, che dei prenci avete scritto / su, sorgete dagli avelli / e venite qui a conflitto. / Insegnato, forse, avete / che il ben pubblico indietreggi? / Insegnato, forse, avete / l’adozione d’altre leggi?’».

    (...)
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    Predefinito Re: Bobbio racconta quegli anni bui rischiarati da Croce (1989)

    Bobbio ha anche questo di singolare: un atteggiamento costante di understatement. Non è distacco, tutt’altro; è piuttosto, il gusto, quasi il rigore della «pacatezza», tipica del piemontese di razza, che non dimentica di essere figlio di una «città della passione», che è anche «città dell’ironia», come ha fatto Cesare Pavese in una pagina acutissima del Mestiere di vivere. Certo, quello di Pavese è «un Piemonte senza storia»: l’ha sostenuto lo stesso Bobbio in uno dei suoi libri forse più genuinamente autobiografici, Trent’anni di storia della cultura a Torino. L’arco di tempo fra il 1920 e il 1950, proprio quello di cui stiamo parlando, che coincide con i primi studi liceali e universitari, e prosegue poi con la trafila accademica (ma non solo con quella).
    Il nome di Pavese ne richiama subito un altro, che Bobbio ha sempre presente: quello di Leone Ginzburg, «rigido e pacato» lo ha definito tanti anni fa (presentando i suoi Scritti, nell’edizione einaudiana del ’64), per distinguerlo da Gobetti «incandescente», aggiungendo che l’uno (Gobetti) è «lo spirito delle crociate», l’altro (Ginzburg) è «lo spirito delle catacombe». Anche adesso, è da lì che prende il via: «Ero in prima liceo, nella sezione A del D’Azeglio, anno 1924, quando ho conosciuto quello che considero il personaggio più straordinario fra tutti quelli incontrati nella mia vita: appunto, Leone. Veniva da un altro mondo; era nato a Odessa, aveva vissuto a Viareggio ma anche in Germania; parlava venissimo l’italiano, molto più di tanti di noi col solito accento…».
    Gli dico che ho appena finito di leggere un libricino, Da Odessa a Torino, pubblicato da Meyer, con un’intervista alla vecchia sorella e una sorprendente micro-antologia di scritti di Ginzburg giovanissimo, a tredici-quattordici anni. «Sì, Leone è stato di una precocità incredibile – commenta subito Bobbio -; non esagero quando dico che già al liceo lui aveva letto tutto e di tutto. E a esserne sorpresi erano, insieme a noi, i nostri stessi professori; a cominciare dal nostro insegnante d’italiano, che era Umberto Cosmo, notissimo italianista, autore di due opere su Dante pubblicate da Laterza. All’epoca della grande guerra, Cosmo era stato neutralista, e collaborava alla ‘Stampa’ di Alfredo Frassati, che se l’era portato a Berlino come addetto culturale, quando divenne ambasciatore. Era un antifascista aperto, dichiarato; tant’è vero che noi lo avemmo solo i primi due anni come insegnante, perché poi non gli fu più permesso di stare in cattedra. Ma torniamo a Ginzburg. Ogni volta che facevamo un componimento, Cosmo chiamava subito Leone e gli faceva leggere il suo tema, tanto lo teneva in considerazione per la sua maturità, per la ricchezza di pensiero, per lo stile letterario. Tieni presente che già durante il liceo, non solo aiutava Augusto Monti a mandare avanti la biblioteca del D’Azeglio, ma aveva avuto addirittura l’incarico da Alfredo Polledro, che aveva fondato la casa editrice Slavia, di tradurre per la collana ‘Il genio russo’ alcuni testi, a cominciare da Taras Bul’ba di Gogol, che uscirà nel ’27, appunto in terza liceo; capisci? E poi, l’anno dopo, Anna Karenina. Lui era già lanciato, lanciatissimo, nel mondo delle lettere, quando noi eravamo ancora ragazzi, studentelli senz’arte né parte».
    Su quegli anni al D’Azeglio hanno scritto in molti, e pour cause. Lo sottolinea anche Bobbio, precisando: «Per la verità, di gente che si sarebbe fatta un nome ce n’era più nell’altra sezione, la B, dove insegnava Augusto Monti, ‘tronco da cui sono discesi molti rami’, mi è capitato di dire. E a proposito di quei ‘rami’, penso a Massimo Mila, che era il ‘pupillo’ di Monti, a Vittorio Foa, a Pavese, seppure non della stessa classe. Con Sandro Galante Garrone mi son poi legato d’amicizia fin dal primo anno d’università, perché anche lui è del 1909, ma veniva da un altro liceo; e lì, alle lezioni della facoltà di legge, ho avuto compagni tanti altri, poi diventati noti: Guido Astuti, per esempio, il futuro storico del diritto, oppure Eugenio Minoli, che avrebbe insegnato procedura civile, morto molti anni fa in un incidente automobilistico, o Giorgio Agosti, uno dei capi della Resistenza in Piemonte. E ancora, Egidio Ortona, nostro ambasciatore a Washington, tuttora vivente, che veniva dal liceo di Casale».
    Ma la scoperta della politica, l’interesse, se non proprio l’impegno, per la politica, a quando risale? È una domanda-chiave, per riuscire a farsi un’idea meno generica dell’itinerario seguito da tanti dei giovani di allora. La risposta di Bobbio, però, ha qualcosa di sorprendente, almeno per noi, per la nostra sensibilità odierna. «Te lo confesso subito – dice -, da giovane un interesse reale per la politica io non l’avevo, ma come me non l’avevano neppure molti miei compagni. Sì, quegli anni fra il ’24 e il ’27 erano stati anni cruciali, basti pensare al delitto Matteotti e a tutte le conseguenze sul piano delle nostre libertà; anzi, della perdita delle libertà civili e politiche. Eppure, se ci ripenso, di politica non parlavamo molto; i nostri insegnanti tacevano, non so se per prudenza o disinteresse. Pensa, quando nel febbraio ’26 è morto a Parigi, ho sentito per la prima volta il nome di Gobetti. A farlo, è stato Cosmo, che ogni mattina passava il primo quarto d’ora in classe a leggere il giornale; e quella volta, con voce grave, alzando gli occhi dalla pagina che aveva davanti, ci disse che era morto un giovane d’ingegno eccezionale: appunto Gobetti. Ma ce lo disse, sottolineando la bravura intellettuale e culturale di quel giovane, senza però far cenno né alle sue idee politiche, né ai motivi per cui era morto così giovane, e lontano dall’Italia».
    E all’Università, invece? «È stato durante l’esperienza universitaria – continua Bobbio – che mi sono avvicinato ai problemi della politica: senza, però, un impegno diretto, e senza neppure un coinvolgimento personale. Un aiuto prezioso, non solo per me, ce lo diedero alcuni docenti, anche loro notoriamente antifascisti, come Luigi Einaudi, o come Francesco Ruffini, il quale, come sai, nel ’31 doveva addirittura abbandonare l’insegnamento, per essersi rifiutato di giurare fedeltà al fascismo. O come Gioele Solari, che è stato il mio maestro e col quale mi sono laureato proprio nel ’31 con una tesi in filosofia del diritto, che però era di argomento spiccatamente filosofico, secondo i miei interessi di allora, la mia vera passione di allora. Infatti, anche se ho dato, e abbastanza bene, tutti i miei bravi esami di legge, devo confessare che gli studi giuridici non mi hanno mai appassionato molto. Tant’è vero che la mia tesi aveva un carattere molto dottrinale, fin dal titolo, Filosofia e scienza del diritto; come impostazione e come contenuto, poi, era di netta ispirazione gentiliana, secondo quei canoni dell’idealismo di allora, così diversi, così lontani dall’orientamento che io stesso avrei preso in seguito. Forse anche per questo quella tesi non l’ho più ripresa in mano, l’ho addirittura rimossa! E non ti saprei dire neppure dove sia andato a finire quel grosso volume».
    Anche a voler spostare il discorso, e renderlo più circoscritto, più «privato», più intimamente «familiare», il quadro di riferimento non cambia: anzi. Con franchezza Bobbio non si sottrae a una confessione, che serve a descrivere nei termini più autentici il mondo torinese in cui è cresciuto, almeno fino agli anni ’30. «Non no mai nascosto – dice -, di essere vissuto in un ambiente familiare filo-fascista. Mio padre è stato iscritto al partito fascista fin dal 1923, anche se come medico, di politica non ne ha mai fatta. E tutto l’entourage, tutti gli amici che frequentavano la casa paterna, e venivano da noi, dopo cena, a chiacchierare (non direi a discutere!), erano fascisti». Bobbio si interrompe un attimo, quasi gli passassero davanti i volti dei personaggi che animavano quelle lontane serate; poi, alzando il tono della voce, precisa: «Intendiamoci: nessuno era mai stato fascista attivo; erano fascisti di derivazione nazionalistica, fascisti con una forte impronta patriottica, secondo quel vecchio cliché ottocentesco del ‘primato’: il solito mito dell’Italia Italia… E soprattutto, erano fascisti, perché il fascismo aveva reagito al sovversivismo di sinistra, e li aveva salvati dal Pericolo Rosso».
    Anche in queste parole, scandite senza un briciolo di enfasi nella quiete domestica di un qualsiasi pomeriggio, c’è costante la misura, la circospezione, la ponderatezza di chi, come Bobbio, ha sempre rifiutato l’immagine dell’intellettuale «memore e pedagogo», per suggerire ogni volta, insieme al seme del dubbio, il dovere continuo di «capire, e aiutare a capire». Me ne convinco via via che il suo racconto, asciutto, quasi trattenuto (da montanaro «sdegnoso di gesti» avrebbe detto Arrigo Cajumi), si addentra nei particolari, si arricchisce, si completa, all’unico scopo – anche stavolta – di aiutare chi non c’era, a schiarirsi le idee; o meglio, a non lasciarsele confondere da quanti credono di avere la verità già in tasca. Forse proprio per questo mi è capitato di sostenere, già un’altra volta, che a Bobbio si adatta benissimo il titolo di un grande intellettuale tedesco contemporaneo: Compromissione e distacco di Norbert Jonas.
    «Questo, ti ripeto – insiste Bobbio -, era l’ambiente profondamente borghese in cui mi sono trovato a vivere da studente, e poi durante i primi anni della mia carriera universitaria. Sono stato iscritto ai Guf anch’io, come tanti altri; e dal Guf sono passato a avere la tessera. E l’ho sempre conservata, anche quando mi hanno arrestato nel 1935, il 15 maggio. Ma sono stato arrestato proprio perché, fuori della famiglia, l’ambiente che frequentavo, gli amici che avevo, Mila, Foa, Pavese, Antonicelli, Einaudi, erano tutti antifascisti; anzi, tutti, o quasi, facevano parte del fronte interno del movimento di ‘Giustizia e Libertà’. E non dimenticarti che già prima, cioè nel marzo del ’34, Leone Ginzburg era finito in carcere proprio come animatore di GL, e ci sarebbe stato due anni».
    Vorrei che Bobbio si soffermasse un po’ più a fondo nel ricordo di quel suo primo arresto. Glielo chiedo, e pur con moto iniziale di ritrosia («ma a chi vuoi che interessino questi frammenti di vita?»), acconsente: «Dunque, siamo finiti in carcere in una cinquantina, alle Nuove di Torino. Però la polizia, anche attraverso Pitigrilli che faceva da spia, sapeva benissimo distinguere i diversi gradi di responsabilità di ciascuno di noi. Tant’è vero che io in galera ci sono rimasto solo una settimana, per gli interrogatori, mentre gli altri, a cominciare da Mila e da Foa, che dopo l’arresto di Leone Ginzburg era in pratica il capo del gruppo interno di GL, andranno davanti al Tribunale Speciale e finiranno condannati a Regina Coeli, mentre Pavese e Antonicelli si vedranno assegnati entrambi al confino».
    «Del resto, le ragioni per cui anch’io son finito dentro, credo siano state soprattutto altre. Da una parte, perché avevo preso a collaborare a ‘La Cultura’, la rivista fondata, o meglio rifondata da Cesare De Lollis nel ’21, e poi passata a Ferdinando Neri e proprio nel ’35 a Giulio Einaudi. Sul numero 3, quello del marzo, era uscita una mia recensioncina al volume di Rudolf Jhering, La lotta pel diritto, pubblicato da Laterza con la prefazione di Croce, che Ginzburg mi aveva indicato. E dall’altra parte, sempre nel ’35, ero entrato a far parte, immeritatamente, della redazione della ‘Rivista di filosofia’, diretta – seppure in maniera occulta – da Piero Martinetti, un altro dei grandi antifascisti, molto amico di Solari. E infatti non è stato un caso che anche Martinetti venisse arrestato lo stesso giorno, e in casa di Solari. In quel periodo, proprio da Martinetti, che aveva insegnato a Milano ma che era piemontese, del Canavese per l’esattezza, avevo ricevuto una cartolina, che non dev’essere sfuggita alla censura, specie là dove Martinetti si congratulava con me e diceva, forse con un po’ di ingenuità (cito a memoria), che quella era ancora una rivista libera, aggiungendo: poca cosa, ma in questi tempi…».
    Comunque, quali furono per Bobbio, le conseguenze pratiche, di quell’arresto? Mi sembra ovvio chiederglielo, e da parte sua, altrettanto immediata è la risposta: «Allora nessuna. Di conseguenze negative non me ne ha procurata nessuna. Tant’è vero che lo stesso anno ho potuto conseguire la libera docenza, insieme a Renato Treves e a Guido Gonella. Semmai una conseguenza l’ho avuta alcuni anni dopo, quando nel ’38 mi presentai al concorso a cattedra in filosofia del diritto. Allora, avevo un incarico a Camerino. Ho presentato la mia domanda; e di lì a poco ricevetti una lettera dal Ministero, in cui mi si comunicava che (sospetto di appartenenza a ‘Giustizia e Libertà’) per motivi politici venivo escluso dal diritto a partecipare a quel concorso. Ma, aiutato da persone altolocate, fui riammesso. Non è stata una bella pagina della mia vita, che ho sentito, e sento tuttora, come una colpa. Non ho mai sentito come una contraddizione, invece, per quanto mi sia stato rimproverato, l’aver conservato la tessera, pur non essendo mai stato in coscienza un fascista. Praticavamo quel comportamento che veniva chiamato ‘nicodemismo’, per cui l’aver la tessera era un obbligo puramente esterno, non in coscienza. La cattedra, poi, l’ho vinta in quel concorso: unico e senza la pur tradizionale terna. Semmai, con l’amarezza, che mi è rimasta anche attraverso gli anni, per l’esclusione dal concorso dell’amico Renato Treves, col quale ci eravamo battuti per avere il concorso. Il ’38 era stato l’anno del ‘Manifesto della razza’ e delle conseguenti leggi antisemite; per cui Renato sarebbe stato costretto a abbandonare l’Italia e a andarsene in Argentina. Mi interessa, comunque, sottolineare questo punto: allora, almeno nell’ambiente universitario, essere in odore di antifascismo poteva non avere alcuna conseguenza pratica».

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    Predefinito Re: Bobbio racconta quegli anni bui rischiarati da Croce (1989)

    Bobbio si interrompe, forse perché io devo aver fatto una faccia abbastanza sorpresa, appena ho sentito queste sue parole, così nette, così esplicite, in un personaggio come lui, che anche quando parla, soppesa i termini, controlla gli aggettivi. Ma basta un attimo di silenzio, mentre dalle finestre entra l’ultima luce di un tramonto che allunga le ombre: «Lo so – riprende, quasi ragionando fra sé -, adesso è difficile farlo capire a chi non ha vissuto quel periodo. Certo vivevamo in uno Stato totalitario, ma – l’ho già detto altre volte – si è sempre trattato di un totalitarismo blando, in cui ciò che era veramente proibito dire in pubblico, si poteva dire, senza troppi rischi, in privato. Insomma, un certo spazio di libertà ognuno se l’è mantenuto! Mi ricordo, quand’ero a Camerino, che mangiavamo sempre tutti insieme, coi colleghi, nello stesso albergo, allo stesso tavolo. Non ce n’era uno di fascista ortodosso; anzi, tutti parlavamo liberamente di politica, senza la minima preoccupazione di dover controllare quanto dicevamo».
    Ma vorrei riprendere a dipanare il gomitolo dei ricordi autobiografici, per seguire brevemente l’itinerario accademico bobbiano; che mi pare importante, anche per ricostruire la crescita dell’impegno civile attraverso i suoi periodici «spostamenti», i contatti, gli incontri, con quei «maestri e compagni» (per usare il titolo di un altro dei suoi libri-testimonianza, uscito nell’84 da Passigli). Dunque, dopo il ’38 come procede il curriculum? «Vinto il concorso – mi risponde Bobbio -, andai a insegnare a Siena, al posto di Felice Battaglia, appena nominato a Bologna. E più tardi, dal ’40, mi trasferii a Padova, anche per desiderio di Giuseppe Capograssi, che a sua volta lasciava libera quella cattedra, per insegnare a Napoli. Ero poco più che trentenne. Ma non era un grande merito. A Padova, come colleghi e miei coetanei c’erano Trabucchi, Quadri, Guicciardi, oltre a Esposito, che aveva due o tre anni di più. Ti rendi conto? Mi è accaduto di dire spesso ai giovani bravissimi che non riescono a trovare un degno inserimento nell’insegnamento universitario, che allora la carriera accademica era molto più facile di ora».
    A sentir Bobbio che comincia a parlare dell’ambiente padovano, mi tornano a mente certe sue pagine dell’Italia civile: quelle, per esempio, ormai vecchie di più di quarant’anni, che ha dedicato a Luigi Cosattini, dove ci sono alcune riflessioni illuminanti sugli anni bui, con il richiamo al «momento in cui più grave era il turbamento delle coscienze giovanili e della nostra, quando si cominciò a sentire che ‘bisognava fare qualcosa’ se non si voleva che non solo l’Università, ma la cultura stessa, la stessa civiltà, di cui eravamo degnamente o indegnamente portatori e quindi responsabili, andassero in rovina e ci sommergessero con nostra vergogna nella loro rovina». Quando gliele rammento, anche come prezioso «test», per intendere il travaglio, e il riscatto, di un’intera generazione, Bobbio ne prende spunto, non per allargare il discorso, ma per meglio precisarlo, anche in termini cronologici.
    «Vedi – mi spiega -, a diventare antifascista attivo ho cominciato appena mi sono messo in contatto con alcuni esponenti del movimento del liberalsocialismo. Nel ’36, quando insegnavo a Camerino, sono andato a Perugia e ho conosciuto Aldo Capitini. E lì, per così dire, è avvenuta la mia iniziazione all’impegno politico vero e proprio; l’anno prima, dunque, che Capitini pubblicasse da Laterza i suoi Elementi di un’esperienza religiosa, un libro che noi prendemmo subito a considerare come il manifesto del nostro antifascismo giovanile, prima ancora del ‘Manifesto liberalsocialista’ di Guido Calogero, che è dell’aprile del ’40. Del resto, quel clima l’ho rievocato qualche mese fa in un saggio che uscirà per una nuova edizione del libro di Capitini, ormai in bozze di stampa da Cappelli. E naturalmente, insieme a Capitini avevo fatto anche il mio incontro con Guido Calogero, forse la prima volta in uno di quei convegni accademici che già allora erano un’occasione propizia per i giovani aspiranti a una cattedra universitaria».
    E poi? Anche se non guarda di buon’occhio quel marchingegno che sta girando e registra le sue parole, Bobbio non si sottrae a proseguire in un racconto, che sta prendendo i contorni di una spontanea, liberissima confessione. «Da quei contatti – riprende, con riferimento a Capitini e a Calogero – ha preso il via quella che direi, un po’ scherzando, è stata la mia attività di cospiratore dilettante. Qualche poliziotto dovevo averlo alle calcagne, per riferire ‘a li superiori’, visto che Capitini era sempre sorvegliatissimo, come risulta dalle carte della polizia, più tardi rinvenute e pubblicate di recente. Poi, altri contatti coi giovani liberalsocialisti li ho avuti all’Università di Siena, specie con Mario Delle Piane, che si era laureato con Battaglia e era già noto nell’ambiente antifascista senese: per esempio, presso la famiglia Sebastiani, dove ci riunivamo alla sera. Ma non si trattava ancora di attivismo politico, per carità! Se volessi esprimermi con un’immagine icastica, direi che eravamo degli aspiranti congiurati, congiurati senza congiura!».
    È a Padova, che comincia anche per Bobbio il tempo dell’intellettuale impegnato: o mi sbaglio? Bobbio non mi risponde subito; secondo il suo stile, prende l’argomento più alla larga. «Vedi – mi spiega -, per Padova il discorso è diverso, perché diversa, più inquieta, più drammatica era diventata la situazione generale, con l’Italia in piena guerra e con le prospettive di un disastro che ormai incombeva su tutti noi. Lì, allora, abbiamo stretto le fila, per gettare le basi del partito d’azione. Io stesso ho partecipato alla seduta di fondazione, a Treviso, nell’ottobre del ’42, in casa dell’avvocato Leopoldo Ramazzini, poi prefetto della Liberazione. Da Milano venne apposta Ugo La Malfa. Da Padova, insieme a me, c’erano Enrico Opocher, allora mio assistente, e Luigi Cosattini, poi morto in un campo di sterminio in Germania. Da Udine c’era Fermo Solari. No, quel giorno Egidio Meneghetti non c’era, aderì poco dopo. Non sono io a dirtelo adesso, ma chi ha scritto la storia di quel periodo, ha già sottolineato che proprio l’Istituto di Filosofia del diritto dell’Università di Padova, di cui ero direttore, diventò uno dei centri maggiori di raccolta e di riunione degli antifascisti veneti, che circolavano in quei mesi».
    Ma un diario, o almeno una serie di appunti, Bobbio non li ha mai tenuti, almeno per «fermare» qualche episodio, qualche volto, qualche voce di allora? «No, mai! Eppure quante persone abbiamo incontrato durante quei mesi! Se vai a leggere il Lungo viaggio attraverso il fascismo di Zangrandi, trovi una nota che mi riguarda, con la traccia di qualcuno di quegli incontri». Si ferma un attimo, quasi a riannodare il filo di un discorso, che aveva subìto una piccola, momentanea disgressione. «Dunque, è stato, lì, a Padova, che ho avuto il mio pubblico atto di rottura col regime. Eravamo nella primavera del ’43. Nota che durante quell’anno accademico, fin dal novembre del ’42 avevo svolto regolarmente il mio corso di filosofia del diritto, e l’avevo diviso in tre parti, spiegando prima che cos’è la giustizia, poi cos’è la libertà, e infine avrei dovuto affrontare che cos’è la democrazia. Capisci bene, quindi, quando insisto nel dire che a lezione, almeno a lezione, ciascuno di noi poteva affrontare i temi che voleva. E te ne dò una riprova. Molti anni dopo, uno studioso molto noto, che è stato anche ministro, allora mio allievo di quel tempo, mi ha ricordato, quasi scherzando, che a Padova si diceva insegnassi addirittura il programma del partito d’azione».
    Ma torniamo a quello che Bobbio chiama il suo atto pubblico di rottura. Dunque: «nella primavera del ’43 – prende a raccontare -, quando ormai si vedeva che le cose stavano precipitando, e c’era bisogno di ‘chiamare a raccolta’, come allora si diceva, il segretario del fascio, certo non di sua iniziativa ma provocato da Roma, rivolse un invito – che era poi un ordine – a tutti i professori universitari, perché andassero vestiti in orbace a rendere omaggio all’ara dei caduti fascisti, che c’era a Padova come in tutti i cimiteri delle altre città italiane. Io, che ormai ero impegnato nella lotta antifascista e mi consideravo parte attiva del partito d’azione clandestino, ho detto di no, che non ci andavo. Il rettore, a quel punto, non poté non denunciarmi al ministro dell’educazione nazionale, che non era più Bottai, ma da poco era Carlo Alberto Biggini, professore di diritto costituzionale all’Università di Pisa, che, proprio perché collega, anch’io conoscevo assai bene. Biggini non mi ha espulso dall’università, come pure avrebbe potuto; si è limitato a decretare il mio trasferimento da Padova all’Università di Cagliari. Il che, comunque, non sarebbe avvenuto, perché di lì a poco ci fu il 25 luglio. E anche quando, durante la repubblica di Salò, Mussolini mantenne Biggini a capo dello stesso ministero, ricordo che venne a Padova e volle avere un colloquio con me e con gli altri colleghi antifascisti. Intuiva, capiva, che tutto stava precipitando, e occorreva cercare un modus vivendi con gli avversari».
    D’accordo, superato anche questo «incidente», si avvicinavano i mesi ancor più tremendi. Come li ha vissuti Bobbio? «Dopo l’8 settembre – mi risponde -, da Torino, dove mi ero sposato nell’aprile del ’43, alla riapertura dell’anno accademico, come se nulla fosse successo, sono tornato a Padova, stabilendomi, insieme a mia moglie Valeria, in un albergo, e poi nella casa del collega Esposito, che nel frattempo era sfollato. Ormai era venuta l’ora della grandi decisioni, sia contro la guerra fascista, sia contro l’atroce guerra nazista; e naturalmente, l’attività clandestina era diventata molto più intensa, e anche molto più rischiosa. Si erano costituite le prime bande partigiane, e in città toccava a noi di tenere i collegamenti. In più, sin dai primi di dicembre, col rettorato di Concetto Marchesi proprio l’ateneo era diventato una delle roccheforti della resistenza. Non posso non rievocare, tra gli amici di allora, Antonio Giuriolo, un uomo semplice e candido, ma di un coraggio eccezionale, come dimostrerà quando andrà in montagna, a capo della sua banda sull’Altopiano di Asiago, e più tardi sull’Appennino tosco-emiliano, dove nel dicembre del ’44 cadrà ucciso, mentre stava prendendo parte a un attacco contro la piazzaforte tedesca del Monte Belvedere. Aveva solo trentadue anni Toni Giuriolo, e possedeva una piena sanità morale, come ho scritto su di lui in alcune pagine, poi raccolte in Maestri e compagni».
    Ma torniamo alla storia dell’arresto. «È stato il sei dicembre del 1943. Uno studente di lettere, Gianni De Bosio, poi diventato un noto regista teatrale, era venuto da me in Istituto, annunciandomi che erano stati fatti i primi arresti, e che qualcuno aveva confessato anche il mio nome. Io avrei dovuto intuire meglio il pericolo e allontanarmi subito; ma ci pensai su. E così, a mezzogiorno, mentre ero a pranzo con Valeria all’Albergo Regina, ecco presentarsi il nuovo federale, un ufficiale della milizia che veniva dalla Toscana, che mi ordina di seguirlo subito in macchina, a Verona, per un interrogatorio. Lui stesso si mise al volante; prima mi portarono dal prefetto Cosmin, poi in una scuola adibita a caserma, dove c’era una milizia di nuova formazione, che si chiamava (non so perché) Polizia Federale, diretta da un fascista fanatico, che avrebbe avuto il suo quarto d’ora di notorietà come comandante del plotone di esecuzione di Ciano e compagni».
    Lo guardo mentre parla; si vede che quelle immagini, quei nomi, li conserva «dentro», anche dopo tanti anni. Ma li rievoca ormai con distacco. Si limita solo a dire, quasi scandendo parola per parola: «Ti confesso che per alcuni mesi, sino alla fine di febbraio del ’44, anch’io fui costretto a vivere una vicenda abbastanza drammatica agli Scalzi, la prigione dove mi avevano rinchiuso. Nella stessa cella – la cella numero 13 – eravamo in otto, e come compagno avevo anche il giornalista veronese Giuseppe Silvestri, che più tardi avrebbe scritto un libro di memorie, intitolato Albergo agli Scalzi. Anzi, aggiungerò che negli stessi giorni agli Scalzi erano in prigione anche i gerarchi fascisti – compreso Ciano -, fatti arrestare da Mussolini, quelli che poi subiranno il processo di Verona. Mi ricordo ancora che il cappellano, il notissimo don Chiot, passava ogni giorno anche nella nostra cella e ci informava di quanto stava succedendo. Fu da lui che venimmo a sapere della fucilazione di Ciano e degli altri».
    Poi, quasi anticipando una mia domanda, continua: «No, il processo io non l’ho avuto. Di interrogatori, anche durissimi, ne ho subìti parecchi in quel periodo; ma la repubblica di Salò era appena agli inizi, senza un’organizzazione stabile, né efficiente. Così, come fummo tratti in arresto da una milizia sostanzialmente improvvisata, abbiamo avuto anche la fortuna di uscire dagli Scalzi, appena arrivò da Roma un ispettore, che probabilmente era stato anche abbastanza bene ‘preparato’, e ‘orientato’ per così dire, a nostro favore da certi ambienti antifascisti di Padova e di Verona. Così, almeno, ho sempre sospettato».

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    Predefinito Re: Bobbio racconta quegli anni bui rischiarati da Croce (1989)

    All’improvviso, uno squillo del telefono interviene, quasi insolente, a rompere quell’atmosfera «intimistica» che il nostro colloquio stava ormai assumendo. Così, appena Bobbio torna a sedersi davanti al registratore, non è facile riprendere il filo del discorso. Tanto vale cambiare registro; o almeno, spostare in parte la simbolica «messa a fuoco» di alcuni aspetti caratterizzanti della biografia bobbiana, durante quegli anni e anche più oltre. Glielo dico; anzi, cerco di precisargli che se ripenso all’itinerario più propriamente intellettuale di Bobbio, alla sua produzione scientifica, mi pare che cominci negli anni ’30 con una serie di «titoli», di argomenti, di filosofia del diritto (L’analogia nella logica del diritto esce nel ’38), o addirittura prettamente filosofici (i saggi su Husserl o Scheler appaiono fra il ’35 e il ’40). Solo in seguito c’è anche un interesse di tipo storico-politico sempre più sensibile e crescente, che porta Bobbio a affrontare alcuni autori di spicco del pensiero politico, dall’edizione della Città del Sole all’antologia di Cattaneo del ’45, con quel titolo così espressivo, Stati Uniti d’Italia, all’Hobbes del De Cive, che appare nel ’48 presso la Utet, nei Classici politici diretti da Luigi Firpo. Tralascio tutta l’opera bobbiana successiva, da Politica e cultura (che è del ’55) in poi, fino alla più recente antologia di «saggi e discorsi sulla pace e la guerra», curata da Pietro Polito e uscita a Torino nelle Edizioni Sonda con un titolo, a prima vista abbastanza enigmatico, Il terzo assente.
    Questo passaggio, che a me pare non solo evidente ma importante, anche per capire l’ultimo Bobbio, quello più decisamente impegnato a confrontarsi con tanti problemi contemporanei, e così cruciali (quale socialismo? quale futuro della democrazia?), è stato condizionato, almeno per certi versi, o influenzato dalle vicende «esterne», in cui Bobbio si è trovato a essere testimone, o partecipe? «Bisognerebbe che ci pensassi, che ci riflettessi un po’» replica subito; e intanto piega leggermente la testa all’indietro, con lo sguardo in alto, quasi a cercare meglio uno spazio di raccoglimento. «Certo, non solo io quando ho cominciato, mi sono messo a affrontare dei temi, come quello dell’analogia, assolutamente lontani dalla politica: proprio perché così, con simili scritti molto astratti, potevamo sbizzarrirci, approfondire le nostre tesi, sostenere le nostre idee, senza contatti compromettenti o ‘scottanti’! I miei primi studi sono molto astratti, come tu dici. E proprio per questo, ricordo benissimo come fin dal ’40 accolsi molto volentieri la proposta di Leone Ginzburg di preparare un’edizione critica del capolavoro di Campanella per quella ‘Nuova raccolta dei classici italiani annotati’, che Leone dirigeva da Einaudi, e dove Gianfranco Contini pubblicherà le Rime di Dante poco prima del mio Campanella. Che, infatti, porta il numero 2 della collana».
    Adesso non fa una pausa, e prosegue: «Ti confesso che in questo genere di studi una competenza io non l’avevo; ma volevo approfittare di quell’occasione offertami da Leone, per approfondire il mestiere del filologo. E infatti, per un bel po’ di tempo sono andato a scuola da Santorre Debenedetti, che era stato professore di filologia romanza a Torino ma poi, come ebreo, era stato costretto a lasciare la cattedra. Non stava più bene; eppure quel poco di rudimenti filologici che mi son fatto, li ho appresi da lui, nella sua casa di campagna, a Giaveno, dove si era ritirato». Poi, dopo un attimo di silenzio: «Adesso che ci penso, un certo tipo di interessi, o se preferisci di suggestioni su temi storico-politici non mi era mancato fin dagli anni universitari. La mia carriera di studente era cominciata con un’esercitazione sul Guicciardini per l’esame con Solari. Nel ’39, ho pubblicato una recensione, sempre sulla ‘Rivista di filosofia’, al volume su Hobbes che l’anno prima aveva dato alle stampe Carl Schmitt. E il grande Schmitt l’avevo conosciuto nel ’37, quando ero un giovane incaricato a Camerino. Sono andato a casa sua con una lettera di presentazione, non ricordo più di chi. Ma lui, Schmitt, era una persona molto espansiva. Mi ha tenuto a cena coi suoi. Dopo la guerra ho avuto una corrispondenza, che conservo e che ho inviato al curatore del suo epistolario».
    Dopo la digressione su Schmitt, torna subito al problema che più lo interessa: «Sì, Campanella rappresenta l’esigenza di uscire dai binari delle mie ricerche di teoria pura del diritto. I miei veri interessi per così dire di ‘filosofo militante’, come sono stato chiamato, cominciano soltanto qualche anno più tardi, con gli studi su Carlo Cattaneo, che hanno segnato anche l’avvio dei miei studi di storia del pensiero politico, sempre legati all’attualità, alle esigenze cruciali dell’ora, che in quel lontano 1945, all’indomani del crollo del fascismo, erano esigenze ben precise: l’instaurazione della democrazia, prima di tutto, il potere dal basso, i poteri locali».
    Cattaneo è un altro dei temi, da cui Bobbio non si staccherebbe mai. E infatti, anche in chiave autobiografica, la sua testimonianza risulta preziosa. «Mi è già capitato altre volte di dirlo – esordisce, quasi parlando fra sé -, Cattaneo è stato uno dei pochissimi, forse il solo intellettuale del risorgimento che non sia mai stato ‘utilizzato’ dai fascisti. E non poteva esserlo, per un motivo semplicissimo: uno come Cattaneo, che definisce lo Stato con l’immagine della ‘grande transazione’, rappresenta l’antitesi della dottrina fascista dello Stato etico, magari interprete dello Spirito, quello con la esse maiuscola, depositario di chissà quali verità eterne! Fra chi teorizza lo Stato etico e chi parla di grande transazione, in un senso ancora oggi attualissimo, non c’è, non può esserci, affinità né convergenza».
    «Non solo – si affretta a aggiungere, quasi temesse di dover rispondere a un’altra domanda -: il fascismo è stato nazionalista e autarchico, pronto a riempirsi la bocca con l’idea del primato e la mania di grandezza. Cattaneo no; Cattaneo insegna a confrontarsi con gli altri, e ancor prima di andarsene a Castagnola, in Canton Ticino, fa un’opera di sprovincializzazione, che rimane esemplare. Del resto, c’è un altro argomento decisivo, su cui mi sono già soffermato una ventina di anni fa. Nonostante la ‘sfortuna’ del pensiero di Cattaneo nella cultura italiana, una certa rinascita degli studi cattaneani da noi si è avuta intorno al 1940. Ma per opera di chi? Prendi in nomi. Salvatorelli, Einaudi, Cesare Spellanzon, Mario Fubini, Giacomo Perticone: non ce n’è uno, nemmeno uno, sospetto anche soltanto di filo-fascismo!». Anche se volessi interloquire, Bobbio non me ne lascia il tempo, perché si affretta a precisare: «Aggiungi che la mia formazione culturale è avvenuta lentamente, faticosamente, al contrario di quanto, anche di recente, qualcuno ha preteso di sostenere, come se io fossi stato un gobettiano sin dai primi anni. Il nome di Gobetti, come ti ho detto, l’aveva fatto la prima volta Cosmo al liceo. Poi, per consiglio di Augusto Monti mi ero abbonato al ‘Baretti’, negli ultimi anni di vita della rivista. Possedevo nella mia biblioteca qualche libro delle Edizioni Gobetti, ma niente di più».
    E il nome di Gramsci, invece? Alla mia domanda, Bobbio replica: «Ti parrà sorprendente, ma di Gramsci in quegli anni non ho sentito parlare mai, dico mai. E visto che sono in vena di confessioni, ti aggiungo che nemmeno il nome di Marx l’avevo sentito durante gli anni del liceo. Fu solo quand’ero all’università. Alla sera frequentavo la casa di Zino Zini, già mio insegnante di storia e filosofia al D’Azeglio: uno che aveva scritto sull’ ‘Ordine Nuovo’ e aveva aderito al partito comunista fin dal ’21. E Fu Zini a nominare il ‘Manifesto’, quasi scandalizzato perché io non l’avevo ancora letto. Ma la ragione era semplicissima: di cultura politica eravamo digiuni, assolutamente digiuni. Non credo di esagerare se dico che dal punto di vista politico eravamo, almeno per la maggior parte, degli analfabeti».
    Poi, con uno di quei «passaggi» improvvisi che gli sono abituali, Bobbio lascia da parte i ricordi personali, per cercare di «centrare» il problema nei suoi termini più vasti. E precisa: «Non dico che non ci sia stata anche una storia del marxismo italiano fra le due guerre; dico e ripeto che è stata una storia tutta sotterranea, tutta esterna, o meglio estranea a quanto si faceva e si scriveva e si discuteva durante il fascismo. Prendi tre nomi di intellettuali marxisti, anche se diversi fra loro: Antonio Gramsci, Rodolfo Morandi, e Eugenio Curiel. Ma noi, allora, come avremmo potuto accorgercene e averne sentore? Basta pensare che Gramsci dal ’26 rimane chiuso in carcere fino alla morte, nel ’37; Morandi Dall’idealismo al marxismo lo scrive anche lui in una cella della prigione di Saluzzo; e pure Curiel è al confino, all’isola di Ventotene, quando prepara Materialismo dialettico e scientismo.
    È una dichiarazione «forte», anche se storicamente ineccepibile. Ma Bobbio non si tira indietro. Anzi, per spiegarla meglio, aggiunge: «Per questo, poi diventammo così voraci nelle nostre letture, come capita a chi è stato tanto tempo affamato! E del resto, anche la rapidità, quasi la frenesia, con cui tanti esponenti della nuova classe politica, cresciuta magari all’ombra dell’idealismo, si è poi buttata subito sul marxismo, denota una certa immaturità, che porta a diventare imitatori pedissequi, piuttosto che interpreti originali. A riprova che nessuno, o quasi nessuno, aveva avuto una grande dimestichezza coi classici del pensiero politico. Infatti, i nostri ‘testi’, quelli su cui abbiamo costruito la nostra cultura politica, non erano molti. Ricordo la Storia del liberalismo europeo di De Ruggiero e la Storia del pensiero politico italiano di Salvatorelli. Aggiungi il Cavour di Omodeo, e naturalmente le grandi storie di Croce».
    Il nome di Salvatorelli, quasi di colpo, serve a riportare il discorso dove l’avevamo lasciato, prima che «quel benedetto intruso» (come Bobbio chiama il telefono) imponesse una sorta di «interruzione» ai ricordi degli anni di guerra. «Per noi che vivevamo a Torino – riprende Bobbio -, Salvatorelli è stato un punto d riferimento continuo. Ci vedevamo spesso già durante gli anni ’30, ci intrattenevamo con lui, perché il luogo di incontro di noi giovani intellettuali, ancor prima del ’35, era in Corso Galileo Ferrari 7, nella magnifica casa di Germano, il papà di Renata, la moglie di Franco Antonicelli, un altro amico molto caro. Insieme al critico musicale Andrea Della Corte, c’erano spesso scrittori che venivano da fuori, come Carlo Linati e Delio Tessa (te le ricordi le foto che Franco ha fatto loro?). Da Germano Salvatorelli era una specie di ospite fisso, quel Salvatorelli di cui Gobetti, coi suoi occhi di lince, fin dal ’23 aveva pubblicato il Nazionalfascismo. E dieci anni più tardi, nel ’33, sempre Salvatorelli aveva avuto il coraggio di scrivere, senza iattanza ma con grande fermezza: ‘siamo razionalisti, e ce ne teniamo in tempo d’irrazionalismo dilagante’… Germano era molto ospitale. In più, tieni presente che quegli incontri d’estate proseguivano anche nella bella villa di Sordevolo, che è a pochi passi da Pollone, nel Biellese. E a Pollone tutte le estati, dopo aver lasciato Meana di Susa, veniva a villeggiare Croce. Le figlie di Croce erano di casa nella villa Germano. Una sera fu ospite anche il Senatore, come Croce veniva chiamato».

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    Predefinito Re: Bobbio racconta quegli anni bui rischiarati da Croce (1989)

    È tempo di concludere, ormai. I momenti-chiave di un itinerario che ha segnato non solo la sua generazione, mi pare siano emersi senza falsi pudori né silenzi recalcitranti, dagli anni spensierati della prima giovinezza alla dura prova della resistenza, mentre il paese precipitava verso una catastrofe, non solo di ordine materiale. Per completare il quadro, o almeno seguire anche l’ultimo «tratto di strada prima dell’Italia nuova», quando alla «prova decisiva» nessuno ha potuto seriamente sfuggire, c’è solo da rivolgere a Bobbio l’ultima domanda, che parte dal momento in cui esce dal carcere degli Scalzi, nel gelo di quel febbraio del ’44, così carico di violenze e di paure. E il resto?
    Il mio non è neppure un interrogativo; recuperando una scultorea immagine di Cattaneo, «la filosofia è una milizia», il mio vuol essere solo un pretesto, quasi l’occasione per una «chiusa» non banale, all’insegna di quell’understatement, che per Bobbio ha il valore di una regola di vita. «Una volta uscito da galera – mi risponde -, a Padova non potevo più starci. Così tornai subito a Torino, dove ho vissuto clandestinamente, in parte da mio suocero, in parte in una casa abbandonata di miei cugini, in parte in casa di Silvio Romano, un carissimo amico e collega di diritto romano, senza mai tornare a casa mia, che era già in via Sacchi, al 66. Sono entrato subito a far parte dei gruppi attivi del partito d’azione; però sono sempre rimasto in città. Il compito che mi avevano assegnato, era quello di istituire, insieme ai rappresentanti degli altri partiti in seno al CLN, e soprattutto ai comunisti, il cosiddetto ‘fronte degli intellettuali’. C’era già il fronte della gioventù, quello delle donne; bisognava dar vita anche al ‘fronte degli intellettuali’, che poi generò il comitato della scuola».
    Poi, sempre col suo gusto della precisione e della completezza, aggiunge: «Avevamo fondato anche un giornale, si chiamava ‘L’ora dell’azione’. L’articolo di fondo col titolo Chiarimento, sul primo numero del settembre del ’44, l’ho scritto io, anche se è poi uscito naturalmente anonimo». E conclude: «Così ho vissuto per quasi un anno, fino alla Liberazione, fra una quantità di riunioni e incontri e discussioni interminabili sul futuro che ormai vedevamo approssimarsi e in cui mettevamo, insieme all’impegno, tutta la carica del nostro entusiasmo e delle nostre speranze. Sì, sono stati mesi febbrili, non solo per quel senso incombente di ‘tragicità della vita’ di cui parla Pavese nel suo diario; sono stati mesi febbrili, anche perché eravamo alla ricerca della riscossa definitiva, della ‘redenzione’ dopo l’ecatombe che stava schiacciando il nostro paese, devastandolo. La guerra era diventata una guerra politica e ideologica, e bisognava non attendere inerti che la manna venisse dal cielo. Toccava a ciascuno di noi, nell’umile, serio, metodico lavoro di ogni giorno, preparare le basi della nuova società. Nella quale la mia parte, te lo ripeto, è stata di comparsa, o, se vuoi, di uno dei tanti del coro. Ti ho raccontato tutte queste cose, perché mi ci hai trascinato. Ma quello che è accaduto a me non è nulla rispetto alle sofferenze dei deportati, alle torture, alla morte in combattimento di tanti amici e compagni. Il giovane che incontrai i primi giorni in prigione e con cui divisi la cella, Luciano Dal cero, dopo essere stato messo anch’egli in libertà, tornò fra i partigiani e fu ucciso pochi giorni prima della liberazione».
    Anche in queste parole, che rompono il silenzio di una tranquilla sera estive sulle colline di Revigliasco, si sente un certo sapore etico-politico, che nel discorso di Bobbio assume quasi un timbro squisitamente crociano. Quando glielo dico, Bobbio non si scompone. Si limita solo a aggiungere, come di sfuggita: «su Croce, sul Croce di quegli anni, voglio ritornarci; anzi, ci sto già pensando. Sai, è in preparazione un volume per gli ottant’anni di Eugenio Garin. L’argomento l’ho già trovato: il nostro Croce».

    Arturo Colombo

    https://www.facebook.com/notes/norbe...5827230460672/
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