Riesce a far carriera, in Italia, chi non è massone?
di Francesco Lamendola



La Massoneria è, ed è stata, una potente organizzazione internazionale che ha giocato un ruolo molto importante, ma difficilmente documentabile e quantificabile, in alcuni dei maggiori eventi della storia moderna; e altrettanto si può dire della Massoneria italiana, anche per le particolari circostanze in cui si è verificato il processo di unificazione nazionale.
Massoni erano i maggiori esponenti del nostro Risorgimento; massoni erano anche molti personaggi di primo piano dell’esercito, dell’industria, della finanza, della cultura, delle generazioni post-risorgimentali; mentre il ruolo da essa svolto, anche nelle sue logge fuori controllo dal centro, è apparso in maniera clamorosa allorché, negli anni Ottanta, è esploso il caso della P2 di Licio Gelli (mentre ora si profila all’orizzonte un caso P3).
Precisiamo qui fin da subito, a scanso di equivoci, che la questione che intendiamo porre sul tappeto riguarda la Massoneria non come organizzazione ispirata da ideali filosofici i quali, condivisibili o meno, hanno indubbiamente una loro dignità e possono attirare adepti disinteressati e in perfetta buona fede, bensì come centro di potere occulto, volto a favorire la carriera di quanti vi aderiscono e ad ostacolare, eventualmente, quanti non condividono quegli ideali e, in particolare, quanti si richiamano esplicitamente alla fede e alla pratica cristiane.
Dunque, la domanda - brutale e imbarazzante - può essere formulata, più o meno, nei seguenti termini: riesce a far carriera, in Italia, chi non è massone o, addirittura, chi si professa apertamente cattolico? Perché non ci sembra siano possibili dubbi circa il fatto che aderire alla Massoneria, e specialmente a determinate logge, favorisca la carriera e consenta di sfruttare una corsia preferenziale; e ciò in un Paese ove, purtroppo, è largamente diffusa l’idea che bisogni accaparrarsi amicizie e protezioni per potersi fare strada nell’amministrazione, nel mondo della carta stampata e in quello degli stessi affari, dal momento che il merito non paga.
Il dubbio sorge osservando quanto poco siano rappresentati i cattolici nel mondo della società civile, a paragone del loro numero; non a livello di partiti che ai loro ideali (magari indegnamente) si richiamano, ma a livello individuale, e ciò specialmente nellì’ambito della cultura, dell’arte, del giornalismo e dello spettacolo.
Intendiamoci: anche i cattolici hanno le loro corsie preferenziali; come le hanno, da noi, tutti i gruppi che fanno riferimento a delle organizzazione sufficientemente strutturate ed influenti. Tuttavia, non può non balzare all’occhio dell’osservatore spassionato la sproporzione che esiste, diciamo così, nella sfera dei risultati tangibili, specialmente nell’ambito culturale, fra quanti hanno utilizzato la “corsia” massonica e quanti non ne hanno utilizzata alcuna, o, addirittura, si sono mostrati contrari alla Massoneria, vuoi per ragioni etiche o politiche, vuoi per ragioni di tipo religioso.
Si potrebbe obiettare che tale sproporzione è una conseguenza del fatto, cui sopra abbiamo accennato, che per lunghi decenni i cattolici sin sono rassegnati a consegnare il salotto buono della cultura ai partiti della sinistra e specialmente al Partito comunista, accontentandosi di una cultura “di nicchia” che li tagliava fuori dal grande dibattito sulla contemporaneità; e ciò anche in conseguenza di un tacito, scellerato patto di spartizione, in base al quale la gestione effettiva del potere restava saldamente in mani democristiane, mentre la sfera della cultura veniva abbandonata all’egemonia comunista.
In tale contesto, non fa meraviglia che illustri intellettuali ed artisti di area cattolica siano stati sostanzialmente marginalizzati dalla critica “ufficiale”, a vantaggio di esponenti della cultura di area marxista (Guttuso nelle arti figurative, Moravia nella letteratura, Montale nella poesia; mentre il cinema era zona di caccia dell’ultrasinistra); e non è un caso che il terzo canale della Rai, quello preposto alla cultura, fosse stato appaltato ad uomini del Pci.
Perfino «I promessi sposi» di Manzoni hanno passato il loro brutto quarto d’ora, che poi è durato una cinquantina d’anni; all’epoca del ’68, in particolare, è mancato poco che qualche critico marxista ne proponesse la censura e per le stesse ragioni per le quali, in Unione Sovietica, un capolavoro del calibro de «Il dottor Živago» veniva bollato con l’accusa infamante di “individualismo e narcisismo piccolo borghese” e il suo autore, Boris Pasternak, veniva messo nella impossibilità di ritirare il Premio Nobel per la letteratura.
LO steso discorso vale per gli uomini di scienza.
Se due matematici del calibro di Francesco Severi e Luigi Fantappié non fossero stati cattolici dichiarati, forse oggi il grande pubblico li conoscerebbe un po’ di più; e lo stesso discorso vale per il fisico Enrico Medi, per non parlare del mancato Nobel per la fisica a Nicola Cabibbo, nel 2008.
Tuttavia, c’è da chiedersi se si tratta solo di questo, o se non vi sia dell’altro.
Da quando Mussolini, che ha combattuto energicamente la Massoneria, coniò l’espressione “plutocrazie giudaico-massoniche”, non si può più parlare seriamente dell’occulta influenza esercitata sulla politica, sugli affari e sull’informazione da parte delle Logge, senza venir subito ridicolizzati e accusati di delirio paranoico; eppure, numerosi indizi fanno pensare che sia nei decenni successivi alla nascita dallo Stato italiano, sia in quelli centrali del Novecento, sia - infine - ai nostri giorni, tale influenza sia sempre stata presente e, anzi, non abbia fatto che crescere. La troviamo, come una costante, tanto agli inizi del secolo passato, quanto - cent’anni dopo - nelle convulsioni della cosiddetta Seconda Repubblica, nata male all’epoca di Tangentopoli e proprio sotto l’ombra minacciosa della Loggia P2, uno dei cui affiliati era un certo Silvio Berlusconi, che sfruttando la compiacenza di Craxi riuscì a concentrare nelle proprie mani il monopolio delle reti televisive private e molto altro ancora.
A ciò si aggiunga che, quasi certamente, la Massoneria è riuscita, e da tempo, a piazzare i suoi uomini anche in Vaticano, presso insospettabili cardinali, se non addirittura più in alto ancora; anche di ciò non esistono, ovviamente, prove inconfutabili, ma solo rivelazioni anonime da parte di personaggi ben addentro alle cose della Curia.
Come stupirsi, allora, della carriera folgorante di tanti frammassoni, mentre persone non meno dotate negli svariati campi della vita pubblica rimangono ferme al palo o, addirittura, non riescono a far conoscere il proprio talento?
Prendiamo un esempio a caso: quello del pittore di Castelfranco Veneto Noé Bordignon, un grande artista oggi quasi dimenticato, il cui capolavoro «La pappa al fogo» (premiata con medaglia d’oro all’Esposizione di Parigi, ma rifiutata dalla massonica Biennale di Venezia nel 1895) è un monumento commovente, e ai più sconosciuto, della civiltà contadina.
Scrive in proposito Paolo Rizzi nel suo volume «Noè Bordignon, pittore veneto (1841-1920)» (Treviso, a cura della Provincia e del Comune di San Zenone degli Ezzelini, 1982, p. 9):

«È indubitabile che a stendere l’oblio sulla pittura di Noè Bordignon sono state anche le vicende della sua vita. […] Alcuni episodi sono abbastanza chiari (ad esempio certe vicende familiari, come la morte improvvisa del figlio che pareva il suo erede artistico); altri restano oscuri,. Le fonti parlano insistentemente, anche se vagamente, dell’ostilità che l’ambiente della Biennale, nel 1895, mostrò nei riguardi del pittore: ostilità che si trasformò in ostracismo. Spesso è citato il contrasto tra la massoneria veneziana e il Bordignon, che era invece un fervente cattolico. Sta di fatto che, mentre fin circa al 1895 Bordignon era pittore di una certa notorietà, più volte premiato soprattutto in Esposizioni all’estero, in seguito la sua fama si attenuò, fin quasi a cessare.»

E ancora (Luigi dal Bello, Op. cit., p. 21):

«Durante il periodo veneziano si afferma ulteriormente la fama del pittore. Ma il suo inserimento come artista nel’ambiente accademico non è facile. Incontra l’opposizione dei rappresentati più autorevoli della Biennale, che contestano le sue opere. Respinti i quadri “Pappa al fogo” e “Interno della Chiesa dei Frari”, il pittore li invia all’Esposizione di Parigi, dove vengono premiati con medaglia d’oro. Vari sono i motivi del rifiuto da parte degli esponenti della Biennale, derivanti soprattutto - secondo le testimonianze - dalla personalità dell’artista, che non accetta compromessi con i suoi colleghi. Lui stesso afferma, ormai vecchio, “che il Ciardi lo invitò con insistenza ad affiliarsi ala Massoneria se voleva far strada”; ma non accettò e si oppose in coerenza anche con la sua fede cattolica (Bernardi). […]
Nel frattempo il contrasto col Ciardi si acuisce. A causa di un diverbio con quest’ultimo, l’artista viene accusato di provocazione ed insulti, ma è assolto dal tribunale. Le opposizioni però non terminano, tanto da indurlo ad abbandonare Venezia ed a ritirarsi a San Zenone, terra d’origine della famiglia, che gli riprometteva l’affetto delle persone semplici.»

Venendo ai giorni nostri, anche se non abbiamo alcuna prova materiale, fra i casi un po’ strani che ci vengono in mente vi è quello della cantante Tosca Donati, una artista dotata di una voce semplicemente strepitosa, che avrebbe dovuto essere vezzeggiata e coccolata dalla critica e dall’industria musicali come la pupilla dei loro occhi e che invece, pur avendo vinto alcune prestigiose manifestazioni canore, non ha raggiunto quel livello di notorietà e di successo che le sarebbe pienamente spettato.
Potrebbe avere ciò a che fare con il richiamo esplicitamente religioso del suo primo album musicale, «Cosa farà Dio di me», con le bellissime canzoni scritte da Laurex, nome d’arte di Bruno Incarnato (tra le quali ricordiamo almeno «Allegro non troppo», «Fammi innamorare», «Un uomo silenzioso»), per non parlare del brano mariano «Mater Iubilaei», eseguito in numerose basiliche italiane in occasione del Giubileo del 2000?
Come mai le sono passate avanti delle cantanti senza voce, senza talento, senza fantasia, ma, guarda caso, allineate su tutt’altre posizioni ideologiche? Semplici coincidenze? Eppure, di coincidenze simili, ve ne sono veramente un po’ troppe, nel nostro Paese.
Pochi anni fa un sacerdote, Giorgio Giorgetti, aveva sollevato la questione in termini espliciti, sostenendo che sono molte le persone che si affiliano alla Massoneria per perseguire posizioni di potere.
Rifacendosi alle sue affermazioni, un consigliere regionale delle Marche, Michele Altomeni (di Rifondazione comunista), ha così commentato:

«Ha fatto molto bene don Giorgio Giorgetti a sollevare, durante la messa e sulla stampa, il tema della massoneria. Ha perfettamente ragione quando dice che sono in molti ad affiliarsi per perseguire posizioni di potere. Il tema della massoneria e del modo in cui questa organizzazione influisce sulla politica, la società e l’economia è uno dei grandi rimossi del nostro tempo.
La Regione Marche aveva stabilito una norma che poneva dei limiti agli affiliati alla massoneria rispetto all’assunzione di particolari incarichi. Una sentenza della Corte Europea ha obbligato l’ente a rimuovere quella norma giudicandola lesiva dei diritti dei massoni. La Corte ha sostenuto una tesi che è stata ripetuta da molti consiglieri regionali durante il dibattito: la massoneria è un’associazione come tutte le altre e chi ne fa parte non può essere discriminato. Invito tutti ad andarsi a leggere la trascrizione di quel dibattito sul sito del consiglio regionale o sul mio (Redirect...).
Il problema è esattamente opposto: al di là di quello che si dice e di quanto prevede la legge, la massoneria è ancora oggi una organizzazione per gran parte segreta. Chi si affilia giura fedeltà all’organizzazione qualunque cosa essa gli chieda, e giura di aiutare i propri “fratelli”. Il problema è che questo aiuto è tutt’altro che “fraterna solidarietà”, ma è invece vero e proprio privilegio: chi riveste posizioni di potere ed è nelle condizioni di decidere della carriera di altre persone, tra queste persone favorisce i “fratelli”. Di certo è solo un caso che in alcuni settori chiave, come la sanità, la giustizia, l’università una grande quantità di posti di potere è ricoperto da massoni.
Una associazione come tutte le altre, ci dicono i capi della massoneria. Una associazione trasparente. Ma quando mai? Chi è iscritto ad una “associazione come tante altre” non ha difficoltà a dichiararlo pubblicamente. Non mi pare che questo avvenga per gli iscritti alla massoneria. La verità è quella che ci dice don Giorgio Giorgetti: ci si iscrive alla massoneria perché è il modo più semplice e sicuro per fare carriera, per scalare le postazioni di potere, per risolvere qualche problema giudiziario. Purtroppo, e don Giorgio lo sa, anche il Vaticano è fortemente condizionato da una vasta presenza massonica. Se questo paese avesse memoria ci ricorderemmo le vicende della P2, le inchieste del giudice Cordova che per qualche tempo fece tremare parecchi palazzi del potere, svelando le strette connivenze tra mafia, massoneria e politica. Poi qualcuno pensò bene di promuoverlo a migliore incarico e l’inchiesta fu pian piano insabbiata.
Due proposte: quando il Consiglio Regionale dovette modificare la norma sui massoni votò un impegno a redigere una nuova legge compatibile con la sentenza della Corte, che non discriminasse, ma che almeno obbligasse ogni amministratore a dichiarare pubblicamente la propria affiliazione alla massoneria o a una qualunque associazione (tutte sullo stesso piano). Chi avesse dichiarato il falso e fosse stato scoperto sarebbe stato interdetto dall’incarico assunto. Mi faccio carico io stesso di presentare una proposta di legge, vediamo se potrà seguire il suo iter e chi la voterà.
La seconda è che le logge massoniche del nostro territorio, visto che sono trasparenti e associazioni come tutte le altre, pubblichino l’elenco dei loro affiliati, di tutti i loro affiliati. Questo permetterà ai cittadini di sapere con chi hanno a che fare quando si troveranno di fronte ad una commissione di esame per un concorso, o davanti ad un giudice o un avvocato. Ognuno si assuma le proprie responsabilità, senza discriminazioni, ma anche senza favoritismi.»


Complottismi; assurdità; residui di una mentalità fuori della storia, che vede oscure macchinazioni dappertutto, che cerca un capro espiatorio?
Può darsi.
Tuttavia, ci permettiamo un sola, ma impertinente domanda: come mai, nel Paese della P2 e della P3, nessun partito, nessun governo, nessun parlamentare, sollevano mai la questione della incompatibilità fra l’appartenenza ad una società segreta e quella all’amministrazione statale, né pongono mai interrogazioni sull’entità della presenza massonica nei centri vitali dello Stato e della stessa società civile?


Riesce a far carriera, in Italia, chi non è massone?, Francesco Lamendola