si sono sprigionate scintille tra la Regione e Consip - centrale acquisti della pubblica amministrazione - oggi più che mai il perno per garantire il reperimento di Dpi e attrezzature in tutta Italia nel pieno dell’emergenza. Stando a indiscrezioni, la società, forte delle sue prerogative, ha dirottato verso altre regioni - in particolare Marche e Lombardia - un considerevole ordine di dispositivi fatto dalla Regione tramite l’Unità di crisi, il suo braccio operativo contro il coronavirus: 5 mila Cpap - così si chiamano i “caschi respiratori” per la cura dei pazienti positivi - strategici nella misura in cui permettono di alleggerire la pressione sulle terapie intensive in fase di saturazione - per un valore di oltre 600 mila euro. In sintesi, i dispositivi, ciascuno dei quali costa un centinaio di euro, permettono di ventilare i malati senza doverli intubare.
Non a caso, le Regioni dove l’epidemia picchia più duro cercano di farne incetta per dotarne i reparti di terapia sub-intensiva. Il numero non deve sostituire, considerato che dopo un certo periodo di tempo i caschi vanno sostituti. Che qualcosa non andasse per il verso giusto lo si era capito venerdì sera da Mario Raviolo, coordinatore Unità di crisi regionale: «Purtroppo un grosso carico di materiale è finito altrove, temo che questo ci creerà enormi problemi». Ma arriva, puntuale, la replica di Consip: «La società non ha alcun potere decisionale né competenze sulla destinazione delle forniture, queste vengono stabilite dalla Protezione Civile, sentite le Regioni, e successivamente comunicata ai fornitori».
Ieri se ne è saputo di più. La mega-fornitura ha preso altre strade, evidentemente sulla base di un ordine partito non certamente dalla Regione Piemonte. Quanto è bastato per mandare su tutte le furie la Regione, pronta a difendere con le unghie e con i denti quanto le spetta: a costo di passare alle vie legali e presentare un esposto in procura.