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    Predefinito Fra storiografia e politica (1980)

    di Giovanni Spadolini – In «Nuova Antologia», fasc. 2133, gennaio-marzo 1980, Le Monnier, Firenze, pp. 29-59.


    1. Garosci fra storia e politica

    La generazione che aveva sì e no vent’anni nel 1945 si imbatté nel nome di Aldo Garosci per la prima volta con l’uscita della Vita di Carlo Rosselli, un’opera in due volumi che stava fra la memorialistica e la storiografia, fra la testimonianza del combattente e l’inquadramento dello storico. Editore: una testata che quasi nessuno ricorda, sullo sfondo della Firenze da pochi mesi liberata ma con qualche orgoglio e ambizioni nazionali che trascendevano le rive dell’Arno, che abbracciavano Roma e Milano, in uno sforzo di solidarietà collettiva che negli stessi mesi si rispecchiava nella rivista di Calamandrei, «Il Ponte». «Edizioni U»: una sigla insieme misteriosa e stimolante alimentata da Dino Gentili ma animata e lanciata da Carlo Ludovico Ragghianti, presidente del comitato toscano di liberazione e grande promotore e suscitatore di cultura, con scarse o almeno alterne fortune: fino al finale ripiegamento sotto l’ombrellone della vecchia casa editrice Vallecchi, in quel lontano ’45 in situazione commissariale per le implicazioni di corresponsabilità col precedente regime.
    Ramo, e frammento più tardo della Vallecchi stessa: ma fuori dalla testata, pur gloriosa, nella quale le origini codignolane e gentiliane prima-maniera si sfumavano e dissolvevano in atti di più stretta cooperazione culturale col fascismo al suo acme. La collezione, promossa e diretta dallo stesso Garosci, si chiamava «giustizia e libertà», e il futuro storico del partito d’azione dovrà riconsiderarla tutta, nelle opere realizzate e anche in quelle solo programmate.
    Si era aperta con La catena di Emilio Lussu; si sarebbe imposta all’attenzione di tutto il paese con la ristampa discreta, quasi dimessa, del Socialismo liberale di Carlo Rosselli. Copertine bianche, di un rigore e di una castità più vicini alla Le Monnier di una volta che alla Vallecchi più tardiva (oppure evocanti il vecchio Attilio Vallecchi delle prime edizioni nitide, quasi spoglie della «Voce»): in mezzo due righe rosse arieggianti un fregio architettonico, ma contenuto e senza enfasi.
    Prevalentemente saggi politici; ma non tutti politici. Un classico sconosciuto alla impigrita cultura italiana, uscita dai campi di serra del fascismo autarchico, come la Storia della critica d’arte di Lionello Venturi, sarebbe apparso in questa collana, tanto effimera e suggestiva quanto effimera e suggestiva sarà la parabola del partito d’azione, negli stessi mesi dall’aprile ’45 al marzo ’46.
    Il libro di Garosci, scoperta di Carlo Rosselli ma anche scoperta dell’autore, protagonista che si metteva in ombra, per quel senso di misura e di ritrosia che sempre lo caratterizzerà, ma non tanto, al lettore avvertito, da non cogliere il peso decisivo di quell’esperienza, quasi il ponte che il torinese gobettiano Garosci avrebbe finito per esercitare fra Gobetti e Rosselli (molto prima che nei vecchi documentari cinematografici delle commosse onoranze funebri di Parigi ai due fratelli assassinati dai cagoulards fascisti affiorasse anche plasticamente il ruolo di Aldo, l’esule antifascista che era stato allievo di Gioele Solari). Uno stile non sempre facile, spezzato e tormentato.
    Qualcosa della diaristica risorgimentale, nella ricostruzione scheggiata dei fatti, nella rianimazione drammatica dei personaggi di una storia multiforme, e non priva di contraddizioni: la resistenza dei vecchi partiti emigrati sulla Senna, il sogno di un nuovo movimento che superasse le barriere e le lacerazioni di repubblicani e socialisti e democratici avanzati, l’oscillazione fra i residui mazziniani e le influenze marxiste.
    Non credo che l’opera di Rosselli, pure essenziale per la storia dell’antifascismo vivente, abbia avuto in quella lontana stagione un grande successo di pubblico: un po’ per la cattiva distribuzione della neonata casa editrice (il copyright la segnala nel cuore di Firenze, nella orgogliosa via Tornabuoni), un po’ per la rispondenza distratta e svogliata di un pubblico, cui l’azionismo, con la sua vena protestante e riformatrice, apparve subito troppo esigente, quasi «minoranza di stranieri in patria» (un motivo che si ripete ancora oggi). Per anni ricordo di aver trovato, sulle bancarelle fiorentine, a prezzo di macero o giù di lì, il secondo volume, spaiato dal primo (che era stato certamente venduto di più) e orfano nel quadro dell’opera complessiva, ma pure drammaticamente autonomo in quella sequenza di fatti che partiva col capitolo sull’«Europa sconvolta».
    Garosci, un po’ come Salvatorelli: uno storico in cui impegno civile e meditazione storiografica si mescolano fino quasi a identificarsi. Una bibliografia che è lo specchio di una vita: dal lontano saggio su Jean Bodin del 1934, rielaborazione semiclandestina della tesi di laurea sulle origini del principio di sovranità nello Stato accentrato moderno (e monito sulle sue deviazioni e degenerazioni) alle pagine sulla vita di Rosselli non meno che a quelle sulla «storia dei fuorusciti», il libro laterziano del ’53, o a quel singolare affresco einaudiano di storia della terza e in parte quarta Repubblica francese, o più tardi alla riscoperta del filone del «Federalist» nel pensiero politico americano. Nulla, nell’opera di questo storico militante, senza inibizioni accademiche, che prescinda mai dagli stimoli della vita reale, dall’impatto col mondo che ci circonda. Storia in questo senso, crocianamente, contemporanea e partecipe.
    Com’è che Garosci ha dedicato oggi un’opera di ottocento pagine, due volumi più grossi di quelli riservati a Carlo Rosselli, alla storia di Antonio Gallenga, un emigrato di origine mazziniana ma di approdi moderati e quasi reazionari nel Risorgimento, un nome da quasi tutti dimenticato? È un interrogativo che lo stesso Garosci si pone all’inizio della nuova opera che esce, in un’edizione vecchio stile, elegante, ariosa e preziosa, presso il «Centro di studi piemontesi» di Torino (e va ricercata nelle librerie, tanto limitata, e aristocratica, è la tiratura che l’ha accompagnata).
    Un’opera cui l’autore confessa di aver lavorato trent’anni; primo corso di dispense presso l’università di Torino (dove Garosci, mio «coevo» nella cattedra universitaria, assunse la disciplina di storia del Risorgimento nel 1961) e poi via via, con pazienza certosina, telaio di una ricostruzione che potrebbe essere paragonata – per ricchezza di riferimenti filologici, per scavo di fonti, e salva la lontananza e proporzione dei protagonisti – al Cavour di Rosario Romeo.
    Certo Garosci, uomo tutto d’un pezzo, democratico e intellettuale di esemplare coerenza, non è stato attirato dalle contorsioni e dalle contraddizioni di Gallenga, un parmense implicato nei moti del 1831 e poi folgorato dalla parola fascinatrice della «Giovine Italia» e poi famoso, cent’anni fa, soprattutto per il mancato attentato a Carlo Alberto nel Piemonte del 1833. No: non è il romantico e anche un po’ retorico erede di Lorenzino de’ Medici – che cerca invano un pugnale per l’attentato al Re sabaudo nella Torino del settembre 1833, quasi estrema vendetta contro l’uccisione di Jacopo Ruffini – a richiamare l’attenzione prevalente di Garosci.
    È vero che lo storico ricorda con puntigliosità perfino sconcertante tutti i particolari di quei mesi dal luglio ’33 ai primi del ’34 in cui si snoda il «mistero» - che tale rimane – del mancato attentato al Re Carignano: compreso «il pugnaletto dal manico di lapislazzuli» che Mazzini avrebbe inviato a Gallenga tramite un intermediario, ai fini del regicidio, ma che si sarebbe smarrito per istrada. Su questi e su altri particolari del Risorgimento minore e segreto l’opera è ricca di rivelazioni, talora anche inquietanti, mai limitate da complessi di liturgia o di ortodossia «risorgimentistica» (data l’assoluta libertà intellettuale dell’autore, che non confonde mai la storia coi miti).
    Ma l’innesto più vero fra il Gallenga e il suo «ritrattista» di oggi – un ritrattista un po’ all’Annigoni, nella cura anche esasperata dei particolari – va ricercata a mio giudizio nella riscoperta di quello che Garosci chiama «il grande giornalista moderno». Mancato come attentatore, fallito come cospiratore, oscillante come politico, sospeso fra Mazzini e poi Gioberti e poi ancora D’Azeglio, carico di risentimenti e di rancori verso gli antichi maestri, Gallenga ha una sola e intramontabile coerenza, l’impegno nella carta stampata, la curiosità di tutto osservare e di tutto descrivere, quasi un fondo di Baretti ottocentesco, e non senza gli stessi accigliati conservatorismi. E non tanto nei pigri o assonnati giornali della penisola quanto nella grande stampa inglese ed europea.
    Come corrispondente del «Times», ormai cittadino britannico d’elezione, segue la campagna del 1859, la spedizione dei Mille, la guerra di secessione americana e le due grandi guerre civili europee prefiguratrici del conflitto del 1914-18 quella fra Austria e Prussia del 1866 e quella fra Francia e Prussia del 1870, con l’epilogo comunardo. Descrittore pungente e vivace, non gli sfugge nulla: né le miserie dei Mille (ama Garibaldi ma detesta i garibaldini che chiama «mazziniani indegni di profanare il nome dell’eroe di Caprera») né il dramma dello scontro al Parlamento subalpino fra Cavour e Garibaldi, l’uno Agamennone e l’altro Achille, con Bixio che funge da Ajace e Ricasoli da Ulisse.
    Gallenga perderà il posto al «Times» molti anni più tardi, nel 1884, solo perché aveva rivelato, violando «un irrinunciabile segreto», che i fondi anonimi del grande giornale inglese erano suoi. Vincolo, per il «Times» di allora come per l’Albertini di poi, da non rompere mai.
    E la grandezza del Gallenga giornalista, accanto alle infinite e spesso irritanti ambiguità del Gallenga politico, si identifica in un punto solo: la sua incapacità di conservare segreti, emblematica della vocazione giornalistica, non certo dell’attitudine politica. Tanto è vero che nel 1855 dovette rinunciare al seggio alla Camera subalpina per aver rivelato, nella sua History of Piedmont, la parte avuta nel tentato, e neanche tentato, regicidio del 1833. Garosci ha ragione: il «girellismo» politico di Gallenga si riscatta nella fedeltà alla pagina bianca, che fu poi la sua sola fedeltà.

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

  2. #2
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    Predefinito Re: Fra storiografia e politica (1980)

    2. La riscoperta di Giustino Fortunato

    Chi abbia letto Una scelta di vita di Giorgio Amendola non può aver dimenticato le pagine sulla casa di Giustino Fortunato. Siamo nella Napoli del 1927-28, pullulante di antifascisti che trovano nella biblioteca di Croce un riparo e una qualche forma di protezione e di asilo: antifascisti soprattutto giovani, oscillanti fra liberalismo e democrazia e socialismo, delusi dalle esperienze recenti, compresa quella aventiniana, ansiosi di nuovi sbocchi, talora inseguitori di nuovi fantasmi.
    Nella casa di via Vittoria Colonna, Giustino Fortunato, il grande meridionalista che aveva conosciuto dopo il ’60 la ferocia della guerra fra briganti e borghesi – la vera «guerra civile» del Sud – riceve tutti i giorni dalle 16 alle 19: seduto in una maestosa poltrona con le gambe coperte da un plaid. Nel 1928 Fortunato ha già compiuto ottant’anni, ma la sua parabola intellettuale e politica gli ha consentito di vivere, intero e senza illusioni, il dramma del «suo» Mezzogiorno, con un pessimismo solcato da note di «Ecclesiaste».
    Il giovane Amendola, non ancora passato al comunismo ma già distaccato dal filone paterno, incontra in quelle stanze severe personaggi di contrastante rilievo, quasi a rispecchiare la complessa e frastagliata vita del protagonista al tramonto: vecchi principi napoletani (uno si proclamava figlio naturale dell’ultimo dei Borboni) ma anche democratici di schietta tempra come Umberto Zanotti Bianco (che un giorno portò a Fortunato un pezzo di pane acquistato da Affrico, presso Reggio Calabria, il giorno prima, che sembrava diventato una pietra scura) o scintillanti giornalisti di un filone liberale che aveva risentito Oriani, come Floriano Del Secolo.
    «Conversatore infaticabile»: lo descrive Amendola. Prodigo di notizie sul Mezzogiorno, instancabile nel descrivere le miserie e le insufficienze di quelle terre del Sud, su cui gravava una maledizione divina, rivissuta con trasalimenti laici. Ma avverso, come il suo amico Croce, come tutti i veri bibliofili, ad ogni prestito di libri. Al giovane impertinente e intemperante, che aveva chiesto in prestito la Storia dei moti di Basilicata del 1860 di Giacomo Raccioppi nella ristampa laterziana del 1909 (quasi frammento della tormentata adolescenza del padrone di casa), Fortunato opporrà un secco rifiuto. Ma il giorno successivo farà recapitare a casa di Amendola, dal suo cameriere, un altro esemplare del libro dei Raccioppi. Segno di stile, e insieme – come tutti i bibliofili sanno – garanzia sicura per evitare ulteriori richieste di prestiti.
    Uomo di un rigore formale ineccepibile, sempre, Giustino Fortunato. Con qualcosa della delicatezza e della suscettibilità che caratterizzeranno un altro notabile meridionale un po’ più giovane di lui, Enrico De Nicola. Chi sosti sulle pagine del secondo Carteggio – 1912-1922, curato come il precedente, da Emilio Gentile, accorto e amaro studioso dell’epoca giolittiana, nel quadro dell’iniziativa laterziana promossa da Rosario Romeo, non potrà non restare colpito da certi dati di carattere, che si indentificano con elementi di costume, che finiscono per delineare, attraverso i particolari, un’intera concezione della vita.
    Fortunato, uomo del profondo Sud, originario di Rionero nel Vulture, fra Melfi e Potenza, non è mai stato un giolittiano. Piuttosto vicino a Sonnino, il dirimpettaio conservatore del progressista Giolitti fin dalla fine del secolo: ansioso e curioso del Mezzogiorno, e dei suoi problemi, e delle sue tragedie, il barone toscano, quanto lo statista piemontese faceva il possibile per sembrarne lontano, alteramente distaccato. Ha votato due volte a favore di governi – lo raccontava al giovane Amendola -: una volta per Depretis, l’altra per Zanardelli. In un arco di vita parlamentare quasi trentennale, prima dell’ingresso in Senato, nel 1909.
    Gli attacchi a Giolitti non si contano. L’incontro con Salvemini – un incontro importante nella vita di Fortunato – ha accentuato le vene di quell’antigiolittismo di fondo, con qualche radice di risentimento meridionale, di orgoglio ferito ed offeso. Il «ministro della malavita» è formula che raccoglie, pur nella sua ingiustizia, il consenso del grande conservatore-liberale lucano. O almeno, la comprensione. Oppositore di Giolitti, certo, ma senza il livore personale di Salvemini, senza rinunce aprioristiche a capire, a penetrare il personaggio. «Io che lo conosco, e che ho per lui tutte quelle indulgenze che tu non hai…», scrive Fortunato a Salvemini nell’aprile del 1911, allorché in tutta Italia si dibatte sulla introduzione, o meno, del suffragio universale. Ed aggiunge, Giustino, un giudizio lapidario: «Io temo grandemente di due cose: dell’assoluta sua [di Giolitti] ingenua ignoranza della questione meridionale e della strana sua confusione mentale in fatto di riforma tributaria».
    Eppure… Eppure Fortunato aveva all’inizio pubblicamente apprezzato il giovane Giolitti, ministro del Tesoro nel governo Crispi dal marzo 1889 al dicembre 1890. Ne aveva elogiato la competenza e l’abilità di gestione: «Io ho fede nella parola del governo, che sia cioè possibile ottenere il pareggio – aveva detto nel discorso elettorale del 5 dicembre 1890 – poiché due fatti sono accaduti, i quali mai più per lo innanzi pareva si potessero avverare: ossia che un ministro del Tesoro italiano [è Giolitti] abbia potuto nell’ultimo biennio far punto con l’incremento delle spese e scemare a un tempo, di più decine di milioni, gli stati della competenza di una volta».
    Di Giolitti, Fortunato ammira e ammirerà durante i lunghi anni di governo, nell’Italietta del primo Novecento, un’altra dote, come confiderà ancora a Salvemini in una lettera del 6 dicembre 1911: l’essere in grado, come pochi, di dominare la burocrazia, «unica, vera forza politica… in Italia, così povera di classi politiche». «Buona parte della fortuna del Giolitti dipende da ciò, che egli solo, venuto su dalla burocrazia, ha saputo e sa, in qualche modo, dominarla. Guarda i suoi ministeri – aggiunge ancora a Salvemini – in maggioranza sono composti di uomini politici addetti alle amministrazioni dello Stato», e ne ricorda uno dove, su 11 ministri, 9 erano stipendiati dello Stato.
    Fortunato è ancora vicino a Giolitti, nella crisi di fine secolo, la crisi tempestosa e nevrotica che prepara la svolta liberale. «Sono venuto in campagna nauseato del modo come si svolgevano gli avvenimenti politici a Roma – gli confida lo statista piemontese il 18 maggio 1899 – e davvero cresce ogni giorno più la voglia di levarsi definitivamente da quel pantano. Ma penso che sia nostro preciso dovere combattere per salvare quel più che sia possibile». «Quale influenza ho io? – gli risponde Giustino – Noi [meridionali] siamo le ‘comparse’ del Parlamento. E già è molto se non ci tocca di peggio».
    Ma negli anni della lunga gestione del potere, molte attese di Fortunato restano deluse, dal Mezzogiorno ai metodi elettorali, dai criteri di gestione del bilancio alla scarsa chiarezza dei ruoli fra maggioranza e opposizione. «Mi resta sempre il gran timore che il Giolitti per aggraziarsi radicali e socialisti, non sapendo resistere alle maggiori spese, mediti nuove e maggiori imposte»: confida ancora a Salvemini il 25 marzo 1911.
    Giolitti è consapevole del giudizio contrario di Fortunato. Un episodio rivelatore: quando si tratta di farlo senatore, nel 1909, ha il timore che Fortunato rifiuti l’investitura offertagli da lui. È Luigi Roux che rivela l’episodio al diretto interessato, il 28 febbraio: «Stamane parlando dei nuovi senatori, parlammo di te. Giolitti mi interruppe: Sicuro, Fortunato, lo farei anche prima del 24 marzo. Ma dimmi: non rifiuterà mica? Giurai di no – aggiunge Roux – E non smentirmi».
    Fortunato non lo smentisce, ma continua la linea di opposizione. Giudica l’impresa di Libia una follia: «Ho paventato e pavento l’impresa di Tripoli», scrive a Salvemini, il 18 novembre 1911. La conquista, anche più tardi, gli apparirà inutile. «Il paese non vale economicamente. E militarmente vale anche meno»: meglio, se inevitabile, andarci prima. E quando il professore amico obietta che «con in se non si scrive la storia», Fortunato è pronto a replicare, «È vero. Ma i se servono pure a giudicarla».
    La guerra del ’15, la «guerra sovvertitrice», come la chiamerà Fortunato in pagine indimenticabili, cambia tutto. Il notabile meridionale è per la neutralità, come l’ex-presidente del Consiglio di Dronero. Intuisce tutti i rischi di una conflagrazione devastatrice per l’Italia, non fa fatica ad immaginare le conseguenze sconvolgenti per il mezzogiorno, serbatoio delle fanterie che saranno mandate al massacro sul Grappa e sull’Isonzo.
    Lo spartiacque fra giolittiani e antigiolittiani si spezza col nostro intervento nella prima guerra mondiale, il 24 maggio. Alla fine di quell’anno fatale, Fortunato invia gli auguri di Natale a Giolitti: abbiamo perduto il biglietto, ma non la risposta dello statista piemontese. «Mi associo ai tuoi voti che il nuovo anno veda una fine vittoriosa di questa guerra che insanguina il mondo e minaccia la civiltà».
    Il maggiore motivo di malinconia, per Fortunato, sarà l’incidente del 2 agosto 1917, nella nativa Rionero. Sospettato di essere latore di una petizione da fare firmare in giro affinché la guerra non durasse «meno di altri due anni», viene assalito e colpito al femore da un energumeno. Riesce a far tacere i giornali, a non rendere noto l’episodio, ma è moralmente distrutto. «La gravità del fatto – scrive a Salandra il 21 settembre, da Napoli – è nella clinica acquiescenza di tutto quanto il contadiname, che mi accusa «di averlo tradito», non degno figlio ‘dei Fortunato’, perché il contadiname io ho sacrificato alle ‘mezze giamberghe’ e al loro governo, il governo che ha voluto e che vuole la interminabile guerra…». Non sa darsi pace. E si sfoga con Croce, con Cefaly, con Rigillo. Giolitti apprende l’accaduto da Cefaly, e invia il suo solidale pensiero. «Ben dici che il disgraziato caso rivela pur troppo un pericoloso stato d’animo del nostro contadiname – gli risponde Fortunato, ringraziandolo – tanto più grave quanto notoriamente il contadiname della mia regione è, da due secoli ormai, devoto alla mia famiglia, costantemente buona con esso». E aggiunge, tratteggiando un quadro d’insoddisfazione del Mezzogiorno: «Da un anno in qua, col prolungarsi delle sofferenze, qui, ove son tutte le sofferenze della immane guerra senza non uno degli occasionali e improvvisati suoi benefici, il mal’animo si fa sempre più vivo, e, direi, minaccioso… Io mentirei se ti nascondessi d’avere riportato un sì profondo sentimento di amarezza, che certo non mi abbandonerà mai più».
    È una guerra che attenta alla civiltà. È lo stesso linguaggio di Croce. E quando Croce diventerà, proprio col Giolitti avversato o almeno non amato, ministro della Pubblica Istruzione nel governo del giugno 1920, Fortunato traverserà – lo rivelano le pagine di questo carteggio – uno dei momenti più dolorosi nei suoi rapporti, ormai pacificati e distesi, con Giolitti. È Salvemini a provocare l’incidente, con la sua veemenza. Salvemini deputato contro-voglia; parlamentare, eletto dai combattenti, non privo di bizze e di asperità. Anti-crociano sempre. E quindi avverso a quel tandem Giolitti-Croce.
    In piena Camera, lo storico pugliese, intervenendo sulla fiducia al governo, ricorda che nel 1905 «un vecchio uomo politico si recò da Giolitti a proporgli la nomina a senatore di Croce. ‘Croce, mai sentito nominare’: rispose Giolitti. E l’altro: ‘ma è un filosofo’, ‘Un filosofo: assumerò informazioni’».
    Giolitti, dai banchi del governo, nega con una punta di sdegno. Salvemini insiste: alle strette fa il nome dell’informatore di allora, Giustino Fortunato. Don Giustino è sconvolto. «Salvemini ha abusato indegnamente di me, suo amico»: scrive il 6 luglio 1920 a Zanotti Bianco. Non ricorda neanche la confidenza, forse un aneddoto: comunque fatta in via riservata. Telegrafa a Croce e a Giolitti: «non ho parole per deplorare l’abuso fatto alla Camera del povero mio nome». «Non so darmene pace»: incalza. Esige una spiegazione da Salvemini, che gli risponde con irritazione fra candida e stupita: «solo il padreterno aveva ordinato dal Monte Sinai di non fare il suo nome… Dopo il padreterno ci sei tu…».
    Affronto ancora più grave e doloroso, per Fortunato, proprio in quanto gli proviene da Salvemini, il «fratello di elezione», che ha occupato così a lungo il primo posto nei suoi affetti. In Salvemini, nel suo giovanile e battagliero vigore, nella intransigenza morale a tutta prova, il vecchio parlamentare aveva visto il riformatore severo, in grado di far sentire la propria voce, di formulare denunce non accademiche ma penetranti e incisive. «Facciamo che la denuncia del male sia eccitamento al lavoro – gli aveva scritto nel febbraio 1910 – non pretesto a non lavorare». E gli aveva augurato, solo pochi mesi più tardi, di «essere il Mazzini della nuova generazione».
    Al «Mazzini della nuova generazione» Fortunato darà un sostanzioso aiuto nella fase di decollo dell’«Unità», allorché lo appoggerà contro la ribellione dei «giovani», il comitato di redazione che dà le dimissioni il 30 dicembre 1910 accusando il direttore di mantenere legami col partito socialista. E lo appoggia scrivendo articoli, garantendo col proprio nome il valore e il significato della rivista. «L’articolo tuo su Parlamento e paese piacque assai – gli confida Salvemini – salvò il giornale, poiché venne dopo la crisi di stupidità dei sedicenti redattori. Credo che sarà utilizzato dall’Einaudi sulla ‘Riforma sociale’». E nella stessa lettera, del 20 gennaio 1912, traccia un bilancio del suo giornale, dal quale emerge l’aiuto – anche nel settore abbonamenti – ricevuto dal «carissimo Giustino»: «Il giornale va bene al Nord e al Centro: già 40 abbonati; ma nel Sud, un guaio! La sola Basilicata, grazie a te, mi ha dato una dozzina di abbonati. Il resto, zero o quasi. Le Puglie sono un disastro. Lecce, nulla; Bari quasi nulla; Foggia assai meno». Egualmente risoluto, più tardi, il sostegno nella candidatura elettorale del 1913, nel collegio di Molfetta.
    Dopo la grave ferita ricevuta nel 1920, Fortunato è tranquillo solo quando Giolitti lo rassicura. E la lettera del settantanovenne presidente del Consiglio, datata 10 luglio, riassume interi lo stile di un uomo, l’orgoglio di una vita. «Posso assicurarti – scrive Giolitti – che alle parole di costui [costui sarebbe Salvemini] la camera non diede importanza alcuna, e io appena me ne accorsi, e certamente non mi passò per la mente di dubitare che tu avessi parlato men che amichevolmente di me».
    Lo screzio su Giolitti non sarà mai del tutto risanato, fra Fortunato e Salvemini, nonostante le imminenti convergenze politiche nella lotta alla dittatura. Sul fronte variegato e composito del liberalismo meridionale, Fortunato sarà il solo che coglierà fin dall’inizio l’essenza autoritaria e reazionaria del fascismo, il solo che non conoscerà, nel suo sterminato pessimismo, neanche un momento di illusione sul moto delle Camicie nere. «Quaggiù tutti ‘delirano’ dalla gioia – scrive da Napoli ad Antonio Cefaly, il 6 novembre, all’indomani della marcia su Roma – ‘plaudenti’ a tutto quello che è accaduto e accade. Come le tante volte in mia vita, son solo a pensare, a dolermi in opposizione alla quasi unanimità». L’«ultima follia post-bellica», definirà il fascismo l’8 novembre 1922, consentendo con la «Rivoluzione liberale» e criticando Croce, che «ha plaudito e plaude a Mussolino».
    Fortunato deforma ad arte la grafia del nome del futuro duce del fascismo, quasi per non cadere in nessuna di quelle infatuazioni, comuni a vecchi amici suoi come Salandra, sul fascismo come forma anomala e paradossale di «restaurazione liberale». Con cinquant’anni di più sul piano dell’anagrafe, Fortunato sarà per il Sud quello che Gobetti rappresenterà per il Piemonte e per l’Italia padana. Fedele allo stesso insegnamento gobettiano: «La sicurezza di essere condannati – la crudeltà inesorabile del peccato originale, volendo usare forme mitiche di espressione – è la sola che possa dare l’entusiasmo dell’azione, con la responsabilità, con il disinteresse».

    (...)
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    Predefinito Re: Fra storiografia e politica (1980)

    3. Per una storia del movimento radicale

    È solo nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quello che parte dal 1890, che si definiscono in Italia i partiti politici in senso moderno. Nel 1890 sorge il partito radicale, col battesimo un po’ pomposo, molto classicheggiante e plutarchesco, del «patto di Roma»; nel 1892 segue a Genova la costituzione ufficiale del partito socialista, che si separa dall’involucro anarchico; nel 1895 si definisce formalmente, nel triangolo fra Forlì Firenze e Milano, il partito repubblicano italiano, che era il più antico di tutti ma si era espresso dopo Roma capitale attraverso il movimento sindacale, i patti di fratellanza, precedente e quasi condizionatamente il movimento politico (un po’ come i laboristi inglesi).
    Tutto sulla sinistra, e anzi per i tempi sull’estrema sinistra. A destra e al centro la struttura dei partiti politici sembra incompatibile col collegio uninominale, cui si torna nel 1892 dopo una breve e non felice esperienza di scrutinio di lista; collegio uninominale che rende tutto personalistico, frammentario, casuale ed episodico, nel magma di posizioni municipali o clientelari che da sole paralizzano ogni disegno di più largo respiro, ogni aggregazione che guardi lontano. Perché in Italia nasca un partito liberale definito come tale, occorrerà aspettare il crollo dello Stato liberale, cioè la marcia su Roma: in altre parole, la dissociazione definitiva, nel sonno di tanti liberali di quel tempo.
    Ecco perché la battaglia per la definizione del partito politico, sue regole, suoi strumenti di azione, è tutta una battaglia di sinistra in Italia: o socialista o repubblicana o, sempre meno col tempo, radicale. La disciplina di partito, inconcepibile nelle spezzettate schiere di liberali, è tutta di sinistra: la fissazione dei rapporti fra partiti e gruppi parlamentari è rimessa a quel fronte dello schieramento politico; e dai socialisti partirà non a caso il principio della «delegazione» al governo, quasi per separare la dottrina immacolata del partito dalle contingenti proiezioni ministeriali, cui poi non si arriverà neanche, con l’eccezione dell’ala di Bissolati.
    Ed ecco perché la lotta a favore dell’indennità parlamentare, cioè di un minimo di compenso ai deputati (i senatori erano vitalizi, non elettivi, e fra le categorie degli aventi diritto c’erano gli alti reddituari per censo: così entrò Croce) sarà tutta combattuta dalle sponde dell’estrema sinistra. E sarà vinta solo nell’età giolittiana.
    L’epistolario di Felice Cavallotti, il «bardo della democrazia» com’era chiamato con retorica immaginifica ai suoi tempi, costituisce una preziosa miniera di notazioni illuminanti sulla genesi dei partiti politici nell’Italia contemporanea (ci riferiamo alla raccolta accurata di lettere inedite curata da Cristina Vernizzi nell’arco degli anni che va dal 1860 al 1895, arricchita da una prefazione del massimo biografo di Cavallotti e storico del radicalismo, l’amico Alessandro Galante Garrone, incline quasi, nelle pagine introduttive, a un ripensamento «limitativo» del proprio slancio filo-cavallottiano della monumentale vita di qualche anno fa).
    Chi si dedica alla lotta politica, dai banchi dell’opposizione democratica, in quegli anni successivi alla liberazione di Roma, affronta un destino di miseria o almeno di affliggenti difficoltà economiche. Cavallotti non è uomo di redditi fissi, vive alla giornata, da quel grande «bohém» figlio della scapigliatura lombarda da cui ha ripreso umori, vibrazioni, inclinazioni spesso incorreggibili. Ha un certo successo con le opere di teatro, tutte oggi e giustamente dimenticate; ma i compensi dei diritti d’autore arrivano solo per metà nelle tasche del vate radicale, decurtati un po’ dai suoi segretari e un po’ dai suoi impresari.
    Quando fonda nel 1875 un giornale che nel titolo è tutto un programma, «La Ragione» (la stessa testata la riprenderà trent’anni più tardi Arcangelo Ghisleri per il primo organo ufficiale del partito repubblicano, progenitore della «Voce Repubblicana») riceve uno stipendio che per i tempi non è neanche trascurabile, 400 lire. Ma la direzione non sopravviverà per più di due anni, il giornale avrà vita gracile e stentata. Cavallotti, che è entrato alla Camera, poco più che trentenne, nel 1873 (e quasi per caso: muore il deputato «radicale» ante litteram di Corteolona, si impongono elezioni suppletive, egli le affronta e le vince), deve porsi da quel momento il problema di attività integrative volte ad assicurare il minimo per vivere.
    Tutti i costi del collegio gravano sui deputati stessi; non ci sono casse di partito, né direzioni amministrative, né rimborsi pubblici. Cavallotti ha molte spese, molte amanti, un po’ di figli naturali da mantenere, una vita movimentata con qualche trasalimento o balenio dannunziano, da belle époque. È troppo orgoglioso e altero per accettare l’offerta del ministro della Pubblica Istruzione di assumere la cattedra di letteratura italiana (fino alla fine del secolo i professori universitari erano nominati dal ministro, per le benemerenze civili molto più che per quelle scientifiche, ed era sconosciuto il sistema del concorso). Batte alle porte dei quotidiani per collaborazioni anche letterarie, svincolate dalla sua prepotente e preminente attività politica; ma non sono porte facili ad aprirsi, neanche per l’uomo che pur riunirà, già intorno all’80, una specie di opera omnia di se stesso, tanto è il consenso che drammi, poesie, opere letterarie suscitano in una crescente fascia della borghesia italiana ipnotizzata dal suo nome.
    Come si sorreggono, i nascenti partiti politici, nell’Italia dell’ultimo ventennio dell’Ottocento? Mi pare che il termine «partito politico» compaia per la prima volta nell’epistolario cavallottiano, in una lettera a Luigi Ferrari del 3 gennaio 1888: felice, il leader radicale, del prestigio che l’estrema sinistra ha goduto nella 14a legislatura, pur «composta di 20 gatti», «come partito politico nel disinteresse della sua tradizione». «Partito delle mani nette»: è l’ideale di Cavallotti e dei democratici di estrazione garibaldina che a lui si riallacciano (Cavallotti ha rotto presto col mazzinianesimo, ha condiviso la parabola che dalla «Lega della democrazia» di Bertani ha portato al partito radicale, cioè l’inserimento graduale delle forze democratico-riformatrici nella logica dello Stato costituzionale liberale). Ma per tenere le mani nette ci vogliono – ecco la risposta al nostro interrogativo – le contribuzioni volontarie, le sottoscrizioni degli aderenti o «militanti» (è allora che nasce il concetto di «militanza» nei partiti politici), in altre parole gli oboli dei credenti laici.
    Ci fu nel 1890, proprio dopo il lancio del «patto di Roma», un obolo sul quale Cavallotti rischiò di inciampare. Un obolo forse un po’ troppo grosso per le magre finanze democratiche di fine secolo. Cavallotti era un nemico acerrimo della Triplice, voleva arrivare alla denuncia dell’alleanza con gli Imperi centrali. Francofilo per cultura, formazione, ascendenze anche letterarie. Si rivolge a un illustre patriota delle milanesi Cinque giornate che è diventato cittadino francese e sovrano della finanza di Parigi, Enrico Cernuschi, per un concorso a quella battaglia, nel fondo, francofila e antigermanica.
    Cernuschi, un repubblicano cattaneiano rimasto tale, accetta la proposta, invia uno chéque di 100.000 lire, senza contropartite. C’è, a distanza, un certo equivoco: Cernuschi non è radicale all’italiana, cioè non condivide l’avvicinamento alla monarchia, è su posizioni di sprezzante intransigenza repubblicana («la mia patria è la repubblica»). Una volta versato l’obolo, si pente e si chiude in uno sdegnoso isolamento: certe frasi di Cavallotti non lo persuadono, fra i due ci sarà presto la rottura. Giovanni Bovio, il repubblicano tutto d’un pezzo, protesta perché vede nel contributo di Cernuschi «oro straniero» («fra oro francese e canapè austriaco, preferisco il secondo»); farà in tempo a correggersi, una volta accertato che Cernuschi ha versato denari suoi, italiani, non francesi.
    Ma è nell’insieme un episodio malinconico, che non aiuta nessuno. I radicali ne sono danneggiati, elettoralmente; il varco coi repubblicani, già largo, si approfondisce. Si infittiscono sospetti e risentimenti. Ed è patetica la distinta che di quelle 100.000 lire avrebbe voluto fare Cavallotti: una distinta «collegio per collegio, sodalizio per sodalizio», scrive a Romussi nel giugno 1891. Senza riuscirci: a Roma il comitato di lotta ha speso 22.000 lire solo per Barzilai, il repubblicano accomodante futuro ministro della monarchia. «Un po’ che avessi consegnato loro tutto il fondo – sono parole di Cavallotti – per due o tre collegi me lo consumavano tutto quanto, e per il resto d’Italia non avanzava un centesimo! Capisco che 22 mila lire nella capitale del Regno sono un nulla a confronto dei denari a palate che il Crispi vi buttò, non del suo; ma questa prodigalità relativa mi sciupa tutto l’effetto della statistica che volevo fare, perché allato alle cifre degli altri collegi resterebbe scemato il valor della elezione che per il luogo e per il carattere fu la maggiore delle nostre vittorie».
    È la storia di un’Italia minore, dove l’epica garibaldina si dissolve in una smorfia di prosa democratica ma angustiante. Il problema del finanziamento dei partiti si porrà fin da quegli anni in forme anche drammatiche, che gli imminenti scandali bancari, dalla Banca romana in avanti, metteranno in luce. È un problema che si è trascinato per decenni e decenni e che neanche il finanziamento pubblico dei partiti ha risolto. Il sogno di Cavallotti è ancora lontano, se ci guardiamo intorno: un’Italia senza scandali, ma «con un più alto e coscienzioso pensiero dei mali economici infiniti che travagliano la nazione» (lettera a Bernardino Grimaldi del settembre 1893). Rileggiamo intera quella lettera:
    «Io da parecchi anni ammalato da una infermità che i medici chiamano il morbo dell’ideale, con in testa la fissazione caparbia di una Italia quale segnalava il mio generale [è Garibaldi] che dorme laggiù in mezzo al mare, governata con metodi onesti, senza illegittime ingerenze di furfanti, di un Governo rigidamente onesto, sinceramente democratico, che faccia servire le istituzioni al paese e non il paese alle istituzioni, di un’Italia ove la legge sia uguale per tutti, le pubbliche libertà siano per tutti rispettate, ove le urne dei suffragi non siano gioco fraudolento di prefetti che il carcere reclama, ove la giustizia sia per tutti una sola, non renda urtante la giustizia stessa, quand’offre accademia di severità sui minori; un’Italia ove l’animo dei governanti si levi dagli scandali del dì e dallo studio affannoso di lavarli e continuarli sotto forme nuove, a un più alto e coscienzioso pensiero dei mali economici infiniti che travagliano la nazione, e degli errori politici che ve la piombarono, io, per questa fissazione, da parecchi anni trascuro (non senza qualche intimo rimorso, perché non sono solo nel mondo, ma la fissazione è più forte di me) tutti gli interessi miei, tutti i lavori dell’arte di cui vivevo, consumo nella battaglia politica quotidiana quei pochi sudati risparmi che l’arte un giorno mi aveva dati; e nella impossibilità di trovar tempo a lavorare un’ora sola per me, colla indennità dei deputati rimandata alle calende, perché gli affaristi non la vogliono e han ragione, mi adatto a personali sacrifizi per serbare, senza un soldo di debito e senza pasticci con nessuno, la libertà di parlar chiaro con tutti».
    1893. Da allora i mali economici non sono diminuiti, e gli scandali neanche.

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    4. Dalla Resistenza alla Repubblica

    Prima degli anni sessanta, c’era un solo libro, e per di più un libriccino, che dedicasse ai partiti politici nella storia d’Italia una sintesi panoramica, globale, dal Risorgimento all’agonia dello Stato liberale. L’aveva scritto a Firenze di getto, subito dopo la liberazione, Carlo Morandi, un compagno di cordata di Maturi e di Chabod in quella generazione di storici anticipatori dell’antifascismo dall’interno delle aule universitarie italiane, negli anni fascisti: allievi, diretti e indiretti, della lezione crociana, innestata sul metodo, ma non sugli ideali, di Volpe. Morandi: uno storico che proveniva dal giornalismo, che aveva conservate, del mestiere giornalistico, tutte le curiosità, le insoddisfazioni, gli umori e malumori. Collaboratore assiduo, negli anni della guerra, di quella singolare ed eclettica rivista tollerata dal regime, con quel titolo un po’ mazziniano «Popoli», che era nata all’ombra dell’ISPI di Milano, una testata cara ai libri, non meno tollerati, di Luigi Salvatorelli.
    Poco più di cento pagine, uscita in una collezioncina della casa Le Monnier, «Cultura viva», che poi era morta per strada. Sopravvissuto, il libro, alla scomparsa prematura di Morandi, stroncato nel 1950 ad appena quarantasei anni (e Paolo Serini doveva sempre curarne, per Einaudi, la raccolta completa degli scritti storici, secchi, scarni, essenziali: un progetto rimasto purtroppo tale). Attualizzato, per la bibliografia, nelle successive edizioni, da Walter Maturi. Ma fermo ostinatamente a quelle colonne d’Ercole del 3 gennaio 1925, le leggi eccezionali, la fine dello Stato liberale, il termine cronologico che nel ’45 era il solo che potesse adottare uno storico che volesse parlare di partiti politici, e non del partito unico totalitario, almeno sulla scena italiana.
    La società italiana si stava trasformando in modi radicali, ma il libretto di Morandi continuava ad avere un successo eccezionale. Rimaneva la sola guida valida per i concorsi delle scuole secondarie e dell’università. Si approfondivano gli studi monografici (sarebbe stato impossibile contare i libri, e libercoli, sul socialismo), ogni partito curava collane monografiche che «pro domo sua». Ma non nasceva una nuova e più aggiornata sintesi; il vecchio Perticone non bastava allo scopo. Raccogliendo il volumetto di Morandi nella mia collana «Quaderni di storia», nata nel ’62, presi una decisione che suscitò non poche polemiche e critiche negli amici di Morandi, e non solo in quelli; pregai un giovane storico che aveva respirato nel clima morandiano del vecchio fiorentino «Cesare Alfieri», allievo di quella facoltà e più tardi suo preside, Luigi Lotti, di dedicare un aggiornamento al periodo 1925-1943, sotto il profilo dell’emigrazione antifascista, cioè della lotta clandestina dei partiti in Italia e all’estero. «Gruppi e correnti politiche nella resistenza al fascismo: 1926-1943»: così si chiamò l’appendice di Lotti. Che fece poi corpo col libro e ne accompagnò le successive, innumerevoli edizioni.
    La vicenda mi è tornata in mente scorrendo l’ultimo volume della «Storia dell’Italia contemporanea» ideata e diretta da Renzo De Felice per le Edizioni scientifiche italiane. Un’opera che punta alla divulgazione, ma attraverso storici professionali (almeno nei limiti del possibile). Siamo al quinto volume che si intitola Resistenza e Repubblica 1943-1956. E mi ha fatto molto piacere constatare che l’amico De Felice abbia avuto un’idea analoga alla mia, non più come conclusione del testo ma come premessa condizionante e necessaria, quasi violatrice dei confini cronologici fissati sul frontespizio.
    Prima del racconto, analitico, diligente, talvolta un po’ distaccato, che Lamberto Mercuri, un vecchio combattente dell’azionismo, lo storico di «Unità popolare», ha dedicato agli anni 1943-1956 – pieno di tabelle, di grafici, di note, di elenchi dei ministeri, di tutti i corredi necessari – il direttore della collana ha voluto che una prima parte fosse dedicata integralmente all’«antifascismo all’estero» ed ha egualmente voluto che il compito, delicato e difficile, fosse assolto da uno storico universitario, da Simona Colarizi, autrice delle prime fondamentali ricerche sull’«Unione democratica nazionale» di Giovanni Amendola e dei due volumi laterziani sull’Italia antifascista.
    Sono sessanta pagine, ma essenziali nell’economia dell’opera. Ormai non è più concepibile la storia del fascismo senza quella dell’antifascismo, e viceversa. Proprio l’autore della monumentale biografia di Mussolini, la storico che da anni dedica ogni minuto del suo tempo all’approfondimento del suo complesso e sfuggente protagonista, ha consacrato tale innesto, che ancora vent’anni fa suscitava dubbi di metodo, provocava incertezze o contrasti (quando i testi scolastici avanzavano timidamente oltre i limiti del 1945 o li sfioravano con parzialità, con inesattezze, con pavidità, talvolta addirittura con nostalgie autoritarie).
    È una storia, quella tracciata da Simona Colarizi, che suscita sempre maggiore interesse, che stimola un complesso di pubblicazioni suggestive, e non più soltanto nell’area dei partiti di massa, depositari di tutto, anche in materia, fino a pochi anni fa. Le correnti ereticali, né comuniste né socialiste né cattoliche, tornano ad avere il loro peso e il loro valore. Metà delle pagine della Colarizi sono dedicate, e giustamente, a «Giustizia e Libertà» e all’esperienza del «socialismo liberale» (proprio nei giorni in cui tornano a circolare da Einaudi, con una bellissima prefazione di Norberto Bobbio, le pagine fondamentali in materia di Carlo Rosselli).
    La Colarizi non cancella, com’era di moda una volta, le forze cosiddette minori. Ci sono scorci molto belli dedicati all’emigrazione repubblicana (uno dei primissimi partiti che si ricostituì formalmente in Francia agli inizi del ’27), alla dissidenza di Schiavetti rispetto alla «concentrazione» di Parigi, alla nascita e alla breve durata del progetto di fusione repubblicano-socialista. Si può rimproverare all’autrice di queste pagine asciutte e documentate di aver concentrato tutta la sua attenzione, o quasi, sui filoni parigini dell’emigrazione politica, trascurando gli altri filoni che presero la via di Londra o degli Stati Uniti. Il ruolo di Gaetano Salvemini è, indirettamente, impicciolito dalla sintesi della Colarizi; così quello, decisivo, di Carlo Sforza.
    Si può anche discutere sul limite rigido del 1943, fra clandestinità e ritorno alla lotta politica. In questo volume non c’è saldatura fa il racconto della Colarizi e quello, diversamente articolato, di Mercuri. Il colpo di stato del 25 luglio rimane un po’ staccato e isolato dal contesto di una storia complessa e sinuosa in cui l’emigrazione politica ha operato, in stretta coniugazione con l’antifascismo di casa, quello di Croce, di Bonomi, di De Gasperi, di La Malfa.
    La rielaborazione storiografica dovrà mescolare un giorno tutti gli apporti, rifondere tutti i singoli contributi, ristabilendo proporzioni che in quest’opera sono intuite ma non, per la verità, pienamente realizzate (segnalerei anche alcune sviste: a pag. 201 il governo De Gasperi di coalizione del dicembre 1947 è indicato prima del governo De Gasperi monocolore succeduto alla crisi del maggio ’47, con una violenza alla cronologia che diventa anche violenza alla logica).
    Quella che conta è l’unità di una storia contemporanea ricuperata in tutte le sue componenti, senza più distinzioni fra la lotta politica, sia pure soffocata in Italia dalla dittatura, e la contenuta e spesso contrastata lotta politica dispiegata fra le formazioni antifasciste, in un esilio amaro, travagliato, solcato da dubbi, da riserve, da crisi di coscienza. Qualcosa di simile avvenne in Italia dopo il Risorgimento. Ci vollero anche allora trenta anni, forse e più, perché il valore della cospirazione mazziniana, attenuata all’inizio dalle prudenze e dagli eufemismi del conformismo cortigiano, riuscisse ad entrare nei libri di testo e ad alimentare una storiografia degna del nome (accanto a quella delle vittoriose istituzioni liberali e monarchiche).
    Solo dopo la fine del fascismo i due moti, il primo e il secondo Risorgimento, tornarono ad unirsi, e quasi a intrecciarsi, perfino nelle formule magiche, perfino nelle insegne dell’azione politica o cospirativa.
    Nel dicembre ’79, parlando a Milano al convegno sul «socialismo liberale» promosso da talune riviste e sottolineando quanto la formula rosselliana dovesse all’educazione mazziniana del futuro martire di Bagnoles de l’Orne, ricordavo come il nome del «partito d’azione», nel secondo Risorgimento, fosse stato ripreso di petto dalle esperienze risorgimentali. Ad opera di un patriota che aveva nel suo animo, nella sua gentilezza, nella sua infinita bontà, qualcosa di risorgimentale: Mario Vinciguerra.

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    Predefinito Re: Fra storiografia e politica (1980)

    5. De Gasperi fra polemica e storiografia

    Il primo a meravigliarsene sarebbe stato lui, De Gasperi. Uomo di azione e di impegno civile fino in fondo, non si considerava uno «scrittore politico» nel senso che alla parola è attribuito di norma e che ispirò il famoso corso di Giuseppe Ferrari su «gli scrittori politici italiani», da Dante a Machiavelli a Vico, quel libro farraginoso e stimolante che accompagnò la nostra adolescenza studiosa nelle edizioni singolari, e un po’ dannunziane, del milanese Monanni, lo stesso editore dell’opera omnia di Nietzsche, la cui «biblioteca di cultura moderna» rifletteva gli slanci e gli ardimenti dell’età positivista, aprendosi con Le Bon e chiudendosi con Kropotkin.
    No: De Gasperi non era in nessun senso scrittore politico, cioè osservatore e descrittore della realtà, non aveva il gusto dell’analisi scritta. L’averlo compreso nella collana degli «scrittori politici» di Feltrinelli, diretta da Massimo L. Salvadori e da Nicola Tranfaglia, è un atto di audacia un po’ spericolata, un atto di volontario e quasi ostentato non-conformismo, di cui lo stesso curatore dell’opera avverte tutti i pericoli in una breve e maliziosa avvertenza.
    Collana singolare, e valutazione singolare, quella di Feltrinelli: aperta con Mussolini (certo giornalista di razza, ma neanche scrittore politico lui stesso) e designata a continuare con D’Annunzio, che alla politica ha prestato i fermenti dissolventi di un magistero poetico proiettatosi nella sfera civile, o con Benedetto Croce, cui per la verità l’abito di scrittore politico sta un po’ stretto (e ci vorrà tutta la finezza di Bobbio, il previsto curatore, per non lacerare l’unità di un pensiero etico-politico trascendente l’area della esclusiva letteratura politica).
    Forzata la collana, e forzata l’interpretazione. Il libro, Scritti politici di De Gasperi, è curato da un giovanissimo e animoso storico, Pier Giorgio Zunino, che aveva due anni quando scoccava il 18 aprile 1948 e sette quando la stagione degasperiana si avviava al tramonto, col mancato scatto della legge maggioritaria. Portato alla storiografia delle semplificazioni radicali e taglienti, Zunino non conosce la pietas della interpretazione storiografica commisurata agli effettivi problemi di un’epoca e ha tutta la forza degli impeti giovanili, che non avvertono resistenze nel tracciare panorami, nell’impartire condanne, nel lanciare scomuniche o assoluzioni.
    Il suo saggio introduttivo, a tesi, condiziona la scelta dei brani, non meno rigorosamente inquadrati a tesi. Il giudizio sullo statista dell’epoca centrista è negativo o almeno fortemente limitativo, con accenti cui non eravamo più abituati, riflessi di una cultura del dissenso, non importa se laica o cattolica, con qualche trasalimento dello stile del Manifesto.
    Ma i problemi storiografici rimangono intatti. E tutto il dibattito in corso da anni, anche nel mondo comunista e socialista – si ricordi Giorgio Amendola – sul valore del centrismo, sui suoi caratteri peculiari, sui suoi limiti ma anche sui passi avanti fatti registrare al paese, non trae nessun vantaggio da questa nuova antologia degasperiana: abbastanza scomoda anche per lo studente o lo studioso, a pensare – è un rimprovero rivolto all’editore – alla mancanza di un indice dei nomi, che certo avrebbe aumentato un diecina di pagine ma contribuito alla utilità almeno didascalica dell’opera.
    Si comincia, nella cronologia, con un errore abbastanza rivelatore. Si dice che De Gasperi pose termine al governo tripartito con PCI e PSI – la crisi del maggio ’47 è stata illustrata a fondo, dopo il libro di Scoppola, in una polemica di alto livello – per costituire un ministero DC-PLI-PRI. Ora il caso vuole che quel ministero, formato da De Gasperi, ebbe sì l’appoggio di indipendenti di area laica (uno dei quali di orientamento repubblicano, come Sforza agli Esteri) ma fu e restò per sei mesi un monocolore, senza l’ingresso del PLI come tale e col voto contrario del partito repubblicano italiano, cioè del partito che proprio nel governo succeduto al 2 giugno 1946 aveva rotto il suo secolare «visto di castità» governativo, in puntuale coincidenza con la nascita della Repubblica.
    Andiamo avanti. Il 15 dicembre – si legge ancora - «in seguito ad un rimpasto governativo, entrano nella coalizione i socialdemocratici». Qui la verità è parziale. Il rimpasto seguì le trattative di De Gasperi con due segreterie, la socialdemocratica e la repubblicana, col risultato dell’entrata al governo dei due maggiori esponenti, Saragat e Pacciardi, entrambi in qualità di vice-presidenti. Bozza di quel quadripartito (Einaudi era già presente come tecnico) che doveva rappresentare l’asse portante dell’intera politica degasperiana, della politica cioè fondata sulla collaborazione, consapevole e non strumentale, fra laici e cattolici.
    È una collaborazione che non interessa affatto al curatore della raccolta, che tende a relegarla in una posizione subalterna, parlando della socialdemocrazia come «del più americano dei partiti italiani» e ignorando con una smorfia di disprezzo gli esponenti del altri filoni della democrazia laica italiana. Se la mia lettura non è stata distratta, nell’intero saggio introduttivo non è mai citato La Malfa, l’uomo della liberazione degli scambi o della proposta riformatrice delle partecipazioni statali in funzione di un regime di economia mista che rompeva gli schemi del vecchio liberismo o paleo-capitalismo; non è mai citato Croce, che rappresentava l’ala liberale meno incline alla chiusura puntigliosa in una politica conservatrice, dall’agricoltura alle regioni, causa principale, alla fine del ’49, della separazione dei liberali dai governi centristi; non è mai citato, se non per accenni velenosi o polemici, Saragat, il cui peso nella storia del socialismo italiano è tutt’altro che trascurabile, se pensiamo all’intera parabola che da palazzo Barberini porta all’unificazione socialista e al Quirinale, per la prima volta con un laico di origine socialista.
    La stretta, cui De Gasperi non avrebbe saputo sottrarsi, è fra l’aggregazione di nuovi consensi sociali e le fatali tentazioni della «democrazia protetta». Noi, che abbiamo conosciuto De Gasperi, particolarmente negli anni fra il ’50 e il ’54, lo ricordiamo in certi colloqui accorati quando sottolineava, echeggiando i motivi delle sue meditazioni antifasciste: «non voglio essere né Dollfuss né Kerenski». E abbiamo abbastanza buona memoria per rammentare il travaglio che al presidente trentino costò lo schema della legge elettorale maggioritaria: certamente eccessivo e discutibile, ma concepito soprattutto, anche su sollecitazione dei capi storici della democrazia laica, per fissare un confine invalicabile fra il mondo cattolico e la destra monarco-missina, incalzante la coalizione centrista con la rabbia di tutti gli interessi conservatori offesi dalla riforma fiscale, dalla riforma agraria, dalla cassa del mezzogiorno e dal resto.
    All’operazione Sturzo, con cui i laici repubblicani bloccarono il primo tentativo di svolta clerico-fascista, sono destinate in questo libro poche righe avare. E tutto il tormentato rapporto fra il pontificato pacelliano e De Gasperi è ridotto a una subordinazione integrale e perfino acritica fino al 1950: subordinazione che al massimo si sarebbe increspata negli anni di poi, ma senza mai alterarsi del tutto. Lo stesso europeismo di De Gasperi, così profetico e anticipatore, è ingabbiato dentro i limiti feroci di un «apostolo della guerra fredda» che tale rimase «anche quando i primi tangibili segni del disgelo comparvero all’orizzonte».
    Moro, che non aveva ricevuto nessuna particolare protezione da De Gasperi, che si era visto bloccato una volta l’accesso al sottosegretariato agli Esteri per la sua fedeltà alle impostazioni dossettiane, giunto nel 1977 al ventitreesimo anniversario della scomparsa dello statista trentino, scrisse sul «Popolo», pochi mesi prima del suo atroce rapimento: «nessuno potrebbe chiedere consigli a De Gasperi per il difficile presente dell’Italia». È un giudizio che condividiamo, contro gli apologeti strumentali non meno che contro i derisori di principio. L’età degasperiana appartiene ormai alla storia d’Italia e deve essere studiata con animo storico, nelle sue grandezze ed anche nei limiti che le generazioni successive non sono riuscite non dico a colmare ma neanche a ridurre.

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    Predefinito Re: Fra storiografia e politica (1980)

    6. Un allievo di Salvemini

    Era difficile immaginare un contrasto più stridente fra l’area di studi prescelti e i lineamenti dell’anima. Antinazionalista, antimilitarista, democratico di origine e di inconfondibile formazione salveminiana, avverso all’«elmo di Scipio» e a tutte le fughe della retorica nazionale, Piero Pieri era certamente il più grande storico militare dell’Italia contemporanea. Per lui la storia delle guerre, e per tanta parte delle guerre civili, del Rinascimento non meno che del Risorgimento non aveva misteri, non conosceva zone d’ombra, o di riserva.
    Aveva dedicato a quel settore di studi, in genere trascurato o sottovalutato dalla storiografia accademica, un’attenzione instancabile, puntigliosa, filologicamente agguerrita, sempre estranea alle seduzioni dei miti: nel corso di una lunga parabola scientifica che coincideva con ottantasei anni di anagrafe (era nato a Sondrio nel ’93) e con un trentennio abbondante di operosità universitaria, dal primo incarico del ’35 a Messina alla cattedra ricoperta con prestigio e autorità all’ateneo torinese. Tipico allievo di Salvemini e di quel filone della storiografia economico-giuridica che correggeva le astrattezze dell’idealismo, ma soprattutto delle caricature dell’idealismo, e tendeva a portare l’indagine storica sul terreno dei fatti, delle strutture: anticipando gli sbocchi della scienza storica più aggiornata a cominciare dal movimento francese degli «Annales».
    «Non badiamo alle parole, badiamo ai fatti»: Pieri amava ripetere il motto del suo maestro, Gaetano Salvemini, cui era rimasto legato, anche durante gli anni del fascismo, sul piano di una derivazione non solo accademica ma politica, di una fedeltà concepita quasi come scelta di vita, come opzione di rigore morale. E con Salvemini poteva ripetere: «le opere di filosofia mi sembrano fabbriche di nebbia». Nella querelle che divise le correnti storiografiche italiane, rimase sempre, istintivamente e senza calcolo, vicino al gruppo di Barbagallo e di Nino Valeri, più sensibile alle istanze della «Nuova rivista storica» che non della «Rivista storica italiana». Portato a un concretismo e a un pragmatismo, che egli verificava sul terreno della storiografia militare come altri potevano misurarlo sul piano della ricostruzione delle strutture economiche o dell’evoluzione sociale.
    Già all’inizio degli anni trenta si era imposto con un’opera prima e in qualche misura fondamentale, come tutte le «opere prime», sul Rinascimento nelle sue relazioni con la crisi politica ed economica. Titolo peculiarmente salveminiano, concreto e anti-retorico, negli anni in cui ci si avviava alla retorica della «Rinascita» e dei relativi istituti di studi, foggiati sul modello di un intransigente nazionalismo intellettuale.
    La tesi fondamentale di Pieri, poi riaffermata nella successiva accresciuta edizione del ’52 di quell’opera, era che la crisi militare italiana non fosse il risultato della inferiorità degli eserciti degli stati italiani nei confronti di quelli d’oltralpe ma solo la manifestazione di una crisi più generale, legata alla politica dell’equilibrio fra le varie capitali italiane – politica oscillante e contraddittoria – non meno che all’incompiuto processo di assestamento interno delle singole strutture statuali, incapaci di abbandonare il modello dello stato cittadino per trapassare alle forme e ai moduli dello Stato moderno. Storia militare come momento della storia civile, della storia di una società: fu la stessa idea-forza che sorresse Piero Pieri nell’ampia Storia militare del Risorgimento – Guerre e insurrezioni, un’opera che ritmò il centenario dell’unità nazionale, nel 1962, con l’apporto di un’esperienza intellettuale disincantata e mai celebrativa. Storia, per la prima volta, non solo delle guerre dinastiche ma delle insurrezioni popolari, nello stretto e irrinunciabile nesso che aveva unito iniziativa dei governi e azione rivoluzionaria nel corso dell’Ottocento: nesso che Pieri risentiva con le stesse vibrazioni, e quasi gli stessi accenti, di un Salvatorelli o di un Omodeo.
    Politicamente apparteneva allo stesso filone, aveva condiviso speranze, delusioni e fallimenti del partito d’azione. Obbediva a una certa idea dell’Italia mai schematica e mai manichea. «Maestro» nel senso antico del termine, portava all’università, e all’insegnamento universitario, una reverenza che si richiamava ai vecchi modelli dell’ateneo torinese, ai Ruffini, agli Einaudi, ai Prato, ai Cabiati. Non aveva ceduto alle mode del «giovanilismo» dissacratore, egli che si considerava sempre giovane e fu giovanilmente operoso, negli studi e nella ricerca, fino a pochi anni fa, ben oltre le regole severe dei limiti d’età.
    Immancabile nei congressi di studi, parlatore vivo e stimolante, amava il dibattito, non credeva – secondo le regole della scuola da cui proveniva – a nessun archetipo, a nessuna formula onnivalente o miracolistica. Con la scomparsa di Piero Pieri, si volta un’altra pagina di quell’«Italia della ragione» nella quale egli credette e che difese sulla cattedra e con l’esempio, con discrezione e misura, ed anche con una punta di modestia, che non possono essere dimenticati. Oggi che dogmatismo e immodestia si uniscono.
    A proposito di modestia. L’uomo era fatto di un metallo che escludeva ogni esibizionismo, ogni auto-contemplazione, ogni evasione retorica. A metà del 1959 – riferendosi a una recensione dell’amico Fernando Manzotti sulle colonne del «Resto del Carlino» che lo dava come combattente sul Piave – mi indirizzava un biglietto, su quella inconfondibile carta di preside della facoltà di magistero di Torino respirante un clima di vecchia Italia pulita: «ho solo da rilevare che io, purtroppo, non fui combattente sul Piave. Io ero del 7° reggimento Alpini e combattei specialmente, nel ’15-’16, nella zona fra Cortina d’Ampezzo e le Tofane, il col di Lana ecc. Ho scritto un libercolo, La nostra guerra fra le Tofane 1915-1916. Ebbi una medaglia di bronzo al valore alla presa di Castelletto (Tofana I) nel luglio ’16, dove fui ferito. Mi trovai poi come capitano (con promozione anticipata) comandante di una compagnia mitraglieri alpini, il 24 ottobre ’17, alla battaglia di Caporetto, fra Monte Nero e la conca di Plezzo, e lì ebbi medaglia d’argento al valore. Caduto prigioniero, partecipai nel campo di Aschach sul Danubio ad un serio tentativo di fuga, in cui morì, nelle gallerie franate, il capitano degli alpini Enea Guarnieri di Brescia, ch’ebbe poi medaglia d’oro. Io fui mandato nel campo di punizione di Komarom in Ungheria, dove si stava male, anzi presi la febbre spagnola, mi diedero l’olio santo e poi ne uscii vivo. Questo il mio modesto curriculum di guerra. Nel 1912 andai a Modena per fare la carriera militare; ma al quinto giorno scappai via inorridito dalla scarsa intellettualità e concorsi alla Scuola normale di Pisa ove ebbi maestro Gaetano Salvemini».
    È un inedito lungo ma rivelatore. Notarile nel distacco, impietoso nei giudizi, lapidario nel segno. Non senza una piega ironica, dopo l’accenno a Salvemini: «si vede però che la passione per i problemi militari era destinata a rimanermi addosso, purtroppo!». E riguardando nelle vecchie carte dell’epistolario che intrattenni con lui, soprattutto fra ’55 e ’65, nei mei anni bolognesi, trovo qualche ulteriore significativo scorcio autobiografico.
    Il 28 ottobre 1962 Pieri mi ringrazia da Torino di una pubblicazione che avevo allora curato, con parecchi inediti, sui cent’anni della casa editrice Zanichelli. «Rievocazione riuscitissima – annota Pieri – e per me tanto più interessante in quanto mio padre fu allievo del Carducci e compagno di scuola (un anno addietro!) del Pascoli; e mia madre era nata a Bologna, in Mercato di Mezzo, e quindi sono un po’ bolognese anch’io». E quel fondo di bolognese per parte di madre gli consentiva di guardare con distacco ed equanimità, senza nessuna delle intolleranze manichee di un certo momento della vita italiana, la figura complessa e contraddittoria di Alfredo Oriani, sullo scorcio dei problemi insoluti di fine secolo.
    Era uscito da poco, curato da me insieme con Salvatorelli e Vinciguerra, un volume collettaneo, anti-retorico, un po’ dissacratore ma anche riequilibratore, su Oriani cent’anni dopo. «Personalità così ricca di luci e di ombre» - osservava Pieri, con profonda e sincera pietas di storico -, un uomo, aggiungeva, che compensava i difetti «con intuizioni profonde e geniali, ma non abbastanza legate, forse, a una grande originaria intuizione dei due grandi problemi della vita e della storia d’Italia». Che era un modo per ribadire, a tanti anni di distanza, il giudizio di Gramsci, dagli appunti del carcere, sullo scrittore della Lotta politica come su «uno dei rappresentanti più onesti e appassionati della grandezza nazionale popolare italiana».
    Quale seguace del primo partito d’azione, prima ancora che del secondo, Piero Pieri si ritrovava nel mondo della contestazione repubblicana allo sbocco monarchico dell’unità e riviveva gli accenti, se non di Alfredo Oriani, almeno del suo maestro, Giuseppe Ferrari. Rimanendo sempre fedele a quel mondo che era un mondo di valori quasi «domestici» trasmessi per derivazione carducciana e innestati sul fondo del problemismo salveminiano. Il che lo salverà da ogni deviazione nazionalista.

    (...)
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    Predefinito Re: Fra storiografia e politica (1980)

    7. La storia segreta di Firenze

    A metà dicembre del ’79, all’istituto accademico di Roma, presentando un nuovo libro su Firenze, Geno Pampaloni ricordava una crudelissima frase di Leo Longanesi su Firenze, una città che lo scrittore romagnolo di Bagnacavallo non amò mai, in cui si trovava sempre con un qualche fastidio o insofferenza. All’inizio dei bombardamenti aerei sul capoluogo toscano nella seconda metà del ’43, Longanesi esclamò: «Gli inglesi stanno bombardando i prototipi delle foto Alinari». Sfogo della rabbia longanesiana, ma non solo longanesiana, contro la città-cartolina, contro la città-museo, contro la città-monumento, custode accigliata e scontrosa di un suo incomparabile patrimonio artistico, vissuto o rivissuto quasi con la stessa gelosia possessiva e domestica della casa editrice Alinari, che a quella riscoperta fotografica si era accinta alla fina dell’Ottocento su larghissima scala.
    L’opera che si stava presentando a Roma era intitolata: Firenze nell’Ottocento. Un volume Editalia di altissimo costo e di alto pregio nella legatura, tutta in pelle, decorata e istoriata, gemello, un po’ meno ostentato ed esplosivo, di quel volumone o volume-mobile su Torino città regale che un anno fa era stato egualmente presentato a Roma con maggiore solennità, anche per la presenza di un sindaco della capitale, allora, d’origine torinese, Giulio Carlo Argan, e sullo sfondo fastoso della cornice del Campidoglio, che faceva risaltare maggiormente il contrasto con l’aula severa e un po’ ieratica dell’istituto accademico, in un vecchio palazzo di via Bocca di Leone, molto più congeniale, per i lineamenti e per l’austerità, alla linea scabra e severa dell’architettura e della vita fiorentine.
    Un libro lussuoso e sfarzoso, ma poco adatto – non mancai di rilevarlo, come fiorentino puro, di fronte al grossetano e toscano Pampaloni (i fiorentini rappresentano una razza, i toscani un’altra) – al gusto e anche alle tasche dei fiorentini. Popolo fondamentalmente occhiuto e vigilante nella spesa, secondo l’immortale lezione di Leon Battista Alberti.
    Il successo dei numerosi e costosi libri che l’Editalia ha dedicato a Firenze nel corso di questi anni conferma una costante che non ha mai subìto smentite, l’universalità dell’argomento «Firenze» che suscita dovunque interesse e consenso, la circolazione delle opere di storia o di arte fiorentina al di là degli angusti e prudenti confini della città del Giglio.
    Ci sono collezionisti di opere su Firenze in tutte le parti del mondo anglosassone. Non c’è storia di qualche serietà o valore di Firenze che non sia stata tradotta in inglese o in francese. La bibliografia straniera su Firenze è per certi aspetti più ricca e molteplice di quella indigena. Firenze non è proprio il «quinto elemento dell’universo» che appariva ai fiorentini di una volta ma costituisce certo una componente insostituibile di un paesaggio culturale o civile che non si limita minimamente alle frontiere della Toscana e neanche a quelle dell’Italia.
    La Firenze dell’Ottocento è rievocata in queste pagine molto più attraverso le numerose e bellissime illustrazioni che non attraverso gli scritti (limitati a suggestive testimonianze di viaggiatori del secolo scorso, a cominciare da Edmond e Jules de Goncourt, o a guide dell’epoca, con scarse indicazioni filologiche, o a raccolte di divertenti ed emblematici ma non sconosciuti proverbi). Il tutto inquadrato da un’introduzione-testimonianza di uno studioso che ai suoi sei anni di vita fiorentina, fra ’39 e ’45, ha reso un commosso omaggio quella sera a Roma: Leone Piccioni, il biografo di Ungaretti, il penetrante esegeta della moderna letteratura italiana.
    I capitoli del libro, che obbediscono a criteri di calcolata grafica editoriale, non si identificano affatto coi quattro periodi fondamentali di Firenze nell’Ottocento. La Firenze pre-risorgimentale, la Firenze risorgimentale, la Firenze capitale, la Firenze post-capitale, nella malinconia autunnale della fine del secolo. Blocchi diseguali di anni o di decenni, ma complessi organici di problemi storici e di scelte morali e civili.
    La prima, la Firenze pre-risorgimentale, fra 1800 e 1821; la città degli ultimi anni di Vittorio Alfieri – l’eroe gobettiano che noi continuiamo a serbare nel cuore – e del salotto della contessa d’Albany, la provincia, un po’ toscana e un po’ francese, che consuma e dissolve, nella sua sferzante ironia, l’esperienza della rivoluzione e dell’impero e apre le porte a una restaurazione tollerante, non senza brividi di progressismo (del tutto diversa dalla seconda restaurazione, quella del 1849-59, che sarà assai più cupa e retriva, nel ritorno a rigidi modelli confessionali, con qualche parentesi di oscurantismo integralista).
    La seconda, la Firenze risorgimentale, parte dal 1821, perché quello è l’anno, per la città che non ha né Guglielmo Pepe né Santorre di Santarosa, della nascita dell’«Antologia» di Gian Pietro Vieusseux, «centro di cultura che si può definire europeo», come giustamente sottolinea Leone Piccioni.
    La prima visita di vero respiro europeo in un’Italia ancora chiusa nei modelli dell’Arcadia e del provincialismo culturale (appena intaccati dal «Conciliatore» di Milano, ma in una chiave lombarda), la prima rivista che corrisponda al primo tipo di «industria culturale» delineatesi nella Penisola, con un editore-direttore capace di compensare gli articoli (anche quelli che non paga), rompendo le barriere del mecenatismo ecclesiastico o principesco, che aveva portato agli estremi dell’umiliazione di un Parini. Momento di una più ampia «rivoluzione culturale»: un gabinetto scientifico-letterario di lettura e di consultazione, con regolari abbonamenti periodici (pochissimi i fiorentini per la verità, quasi tutti stranieri), col tempo una serie di riviste, il «Giornale agrario toscano», più tardi l’«Archivio storico italiano», destinate a delineare una visione enciclopedica del mondo, non senza i trasalimenti illuministi che avevano accompagnato i fortunati commerci dell’editore di Oneglia.
    La Firenze risorgimentale, dei Vieusseux e dei Le Monnier (cui si richiamerà la Torino dei Pomba), celebra e quasi consuma le sue glorie nella rivoluzione del 1848-49, con tutte le sue grandezze ma anche con tutte le sue miserie, coi suoi ardimenti e con le sue pavidità, con le sue audacie e con le sue contraddizioni, coi suoi orgogli e coi suoi calcoli meschini, coi suoi sogni nazionali e coi suoi invincibili ritorni municipali. Non è ancora, il ’48, la fine né di «Firenzina» né della «Toscanina».
    Neanche la svolta del ’59-’60 chiude quell’epoca, di ripiegamento di Firenze in se stessa, in misure di decoro e di discrezione che ancora pochi anni fa si usava chiamare «leopoldine», per riprendere il nome del Granduca Leopoldo II, «Canapone» per i vecchi fiorentini un po’ nostalgici. Ricasoli è un punto di rottura, ma non è ancora la rottura.
    Ci vorranno i sei anni decisivi di Firenze capitale – 1865-1871 – per spazzar via tutto un complesso di residui paralizzanti che neanche l’esperienza liberale ed europeista aveva potuto cancellare. Sei anni non desiderati: Ricasoli chiamò la scelta di Firenze capitale «una tazza di veleno» per i suoi concittadini, Peruzzi avrebbe preferito Napoli, i popolari dell’Arno affrontarono con brontolii infiniti i sacrifici che la presenza un po’ invadente dei «buzzurri» piemontesi imponeva loro, dalla ricerca degli appartamenti all’apertura dei nuovi viali sovrastanti ai Colli.
    È una storia segreta di amarezze, che solo un fiorentino può collocare sul tronco del pessimismo connaturale alla città. È un periodo che si chiude non col 20 settembre ma col maggio 1871, quando la legge delle Guarentigie viene varata a Palazzo Vecchio. La Firenze post-capitale abbraccia gli ultimi trent’anni del secolo ed è la più complessa e indecifrabile delle quattro epoche in cui, a mio giudizio, si divide la storia fiorentina nell’Ottocento.
    La città non ha più l’orgoglio, represso e inconfessato, del ruolo di una capitale che non ha voluto ma che alla fine ha cominciato ad amare. Patisce tutti gli oneri di una gestione municipale grandiosa, volta al futuro di una capitale provvisoria sì, ma non per anni così brevi: coi riflessi sui bilanci comunali che non quadrano, col prolungarsi di tributi cui non corrisponde nessun utile neanche futuro (la destra storica cadrà, nel marzo del ’76, per i risentimenti non immotivati dei notabili toscani, da Ricasoli a Peruzzi). Conoscerà una destra più a destra della destra italiana, una sinistra con evasioni massimalistiche o utopiche più avanzate della più avanzata sinistra. E nasceranno allora le «cartoline» che tanto irritavano, e non del tutto a torto, Leo Longanesi. Cartoline che avranno successo dovunque, tranne che a Firenze.

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    Predefinito Re: Fra storiografia e politica (1980)

    8. Roma città sacra e Roma città laica

    10 febbraio 1952. Siamo alle soglie del ventitreesimo anniversario dei patti lateranensi; lo spirito «concordatario» infuria nei sacri palazzi, fino ad adombrare scelte od orientamenti non troppo lontani dal clerico-fascismo, o dall’«union sacrée» senza confini a destra. Gedda è da poco alla testa dei comitati civici; le diffidenze e i sospetti verso De Gasperi, l’uomo della coalizione coi laici, crescono in tutto l’«entourage» di papa Pacelli, nel nucleo dirigente del Vaticano pacelliano.
    Sono lontani i tempi, relativamente vicini nel calendario, del ventesimo anniversario dell’11 febbraio: con la solenne udienza a De Gasperi, chiamato dagli avversari «il cancelliere di ferro», nei palazzi apostolici e il contemporaneo anniversario, anzi centenario, della Repubblica romana di Mazzini messo in ombra dall’intreccio fra Trono e Altare evocato dai fantasmi della conciliazione, così lontani dall’austero e rigoroso separatismo mazziniano («noi che abitammo le vostre stanze»: secondo lo sfogo di Mazzini a Pio IX).
    Pio XII coglie l’occasione di quella ricorrenza per lanciare una grande «mobilitazione» dei credenti romani. Il tono, che impegna in quell’implorazione, è infiammato e profetico, riflette le cadenze apocalittiche di quella che sarà l’ultima fase, pessimista e quasi millenaristica del pontificato pacelliano, dopo le aperture della Chiesa alla democrazia, dopo la consecratio mundi delineata nel ’44-’45. «È tempo di scuotere il funesto letargo… È tutto un mondo che occorre rifare dalle fondamenta, che bisogna trasformare da selvatico in umano, da umano in divino».
    Le elezioni amministrative di Roma battono alle porte. Il centrismo, equidistante a destra e a sinistra, non offre più garanzie adeguate alla Santa Sede. Il quadripartito degasperiano è tale solo sulla carta; in realtà socialdemocratici e liberali si sono distaccati, con pretesti o motivazioni varie, dal governo, solo i repubblicani di Pacciardi e di La Malfa hanno continuato a condividere responsabilità ministeriali (e nella fase più impegnata e dinamica del centrismo, con liberazione degli scambi, cassa del Mezzogiorno, riforma agraria). Nel Mezzogiorno avanza un’ondata monarco-missina, già riflessa nei primi turni di elezioni locali. Alla «Civiltà cattolica», che segna il barometro della Chiesa, si dubita che l’unità politica dei cattolici in senso democratico e antifascista possa durare a lungo; padre Martegani, che in quei giorni incontro spesso a via Ripetta per le ricerche che vado facendo sull’opposizione cattolica, torna con insistenza sui due partiti cattolici, uno per arginare la marea della destra, l’altro per non perdere il contatto con le masse rurali e popolari (e non senza lo stesso sentimento di fastidio e di insofferenza che aveva suscitato tanti anni prima l’analoga testata, il partito popolare).
    L’appello di Pio XII per salvare Roma equivale a una crociata. Pochi giorni dopo padre Riccardo Lombardi, il gesuita che con tutta immodestia si è definito «microfono di Dio», lancia la campagna per «un mondo migliore» (nucleo di un sodalizio cattolico che si è prolungato fino alla scomparsa fisica del famoso predicatore ormai sopravvissuto a se stesso, a metà dicembre ’79). Le adesioni sono innumerevoli; i consensi sterminati, almeno sulla carta.
    L’obiettivo è Roma, Roma «città sacra». «L’Urbe è promotrice della salvezza»: tuona Pio XII, esaltando l’innesto fra mondo classico e mondo cattolico sancito dai patti lateranensi. Il cardinale vicario Micara asseconda lo sforzo di padre Lombardi. «Mobilitazione» di tutte le energie, si dice, per contenere i fermenti di scristianizzazione avanzanti nel cuore della cattolicità, per preservare il carattere peculiare della capitale dell’ecumene cattolico difeso dall’articolo I del Concordato (lo stesso articolo cui ci si richiamerà, ai tempi di papa Montini, per bloccare la rappresentazione del Vicario di Hochhuth sulle rive del Tevere).
    Il pericolo che il fronte popolare, cioè l’alleanza fra comunisti e socialisti, conquisti il Campidoglio atterrisce il Vaticano. La giunta democristiana Rebecchini, che dal ’48 è al potere, vive quasi in stato di «sovranità limitata»; l’influenza del mondo ecclesiastico è superiore alla stessa disciplina di partito. La garanzia di una giunta a maggioranza cattolica è il minimo che la Santa Sede esiga per continuare ad accordare, non dico la benevolenza che non esiste più, ma la neutralità verso De Gasperi, alleato con repubblicani e socialdemocratici e già imputato di qualche simpatia verso l’apertura a Nenni.
    La cosiddetta «operazione Sturzo» dell’aprile ’52 nasce da quell’appello e da quella crociata, ne costituisce la sconcertante conseguenza. Sfiduciata verso la Dc, la sede apostolica guarda una lista civica, dove l’Azione cattolica di Gedda prevalga sugli stessi democristiani dello Scudo crociato. L’impresa presenta maggiori difficoltà del previsto; De Gasperi resiste. Il Papa, che non ha mai voluto ricevere il sacerdote Sturzo da quando ha rimesso piede in Italia nel ’47, ricordandosi che è prete e che non può dire di no, affida per interposta persona all’ex segretario del partito popolare il compito ingrato di costituire un «blocco» di forze che comprenda monarchici e missini, in un cartello volto alla «salvezza» di Roma, nello stile, tutto padre Lombardi, del «mondo migliore».
    L’operazione Sturzo fallì per lo scarso impegno che lo stesso protagonista prodigò nella sua riuscita, per la tenace resistenza di De Gasperi, per la determinante presenza al governo dei repubblicani, pronti alla crisi pur di non avallare una svolta, dai colli del Campidoglio, quasi «istituzionale». Il «microfono di Dio», come poi racconterà la figlia, si recherà a Castelgandolfo dalla moglie di De Gasperi per intimidirla. «Il Papa preferirebbe, alla conquista elettorale del Campidoglio da parte dei comunisti, Stalin e i suoi cosacchi in piazza San Pietro», dice il gesuita alla signora Francesca in un’ora e mezzo di colloquio. E incalza, con un linguaggio che ha ben poco di cristiano: «Badi che se le elezioni dovessero andar male lo faremo dimettere».
    Di fatto quello che non riuscì il 23 aprile 1952 riuscì il 7 giugno 1953, per il mancato scatto della legge elettorale maggioritaria, dovuto per tanta parte alla fuga dell’elettorato cattolico meridionale verso l’estrema destra. E la chiusura della stagione degasperiana segnerà la chiusura di una certa Roma «città sacra», secondo l’interpretazione prevalente nel Vaticano pacelliano e suggellata dal giubileo del 1950: con l’anno santo orgogliosamente contrapposto all’Italia laica divisa e umiliata. Con la «Roma sacra» contro la «terza Roma» di Mazzini.
    È un mondo composito e variegato, quello di Roma città sacra, che comincia ad essere penetrato dalla storiografia cattolica, senza più i complessi rituali o devozionali di una volta. Esempio: il volume di Andrea Riccardi, un allievo di Scoppola, uno studioso di sensibilità e di vibrazioni religiose, su Roma «città sacra»?, edito dalla cattolicissima Vita e pensiero, baluardo dell’ateneo cattolico milanese, dove tutto il significato del titolo sta in quelle virgolette e in quell’interrogativo.
    Libro di storia più ecclesiastica che civile, nonostante lo stimolante, e in parte inappagato, sottotitolo: «dalla conciliazione all’operazione Sturzo». Libro di studio, e di scavo, nella religiosità, di massa e individuale, non senza suggestivi apporti archivistici. Più proposta di quesiti che risoluzione di problemi: lo stile analitico, frastagliato e un po’ accidentato dell’autore, alla prima prova con un’opera d’insieme, non consente al lettore frettoloso di seguire intero il dispiegarsi di una certa «idea di Roma», contrapposto alla Roma risorgimentale e democratica, collegata alla difesa puntigliosa e strenua del Concordato.
    Sono tredici anni che si prolunga sempre più stancamente la revisione dei patti concordatari del ’29. E già nel ’69, nel primo schema di revisione della commissione Gonella, il testo del ’29, così lontano, quasi patetico, sul «carattere sacro della città eterna, sede vescovile del sommo pontefice», era stato abbandonato, a vantaggio del «carattere particolare di Roma». In realtà la vicenda della secolarizzazione di Roma si consuma nel quadro di una trasformazione generale della società italiana, che rende la storia di trent’anni fa lontana da noi quasi quanto quella del Risorgimento. E ci fa rivivere in chiave di distaccata memoria storica, sine ira et studio, drammi cui siamo stati chiamati, a vario titolo, a partecipare.

    Giovanni Spadolini
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