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    Predefinito Salvemini e il Risorgimento (1980)



    Gaetano Salvemni (Molfetta, Bari, 1873 - Sorrento, Napoli, 1957)



    di Alessandro Galante Garrone – In «Nuova Antologia», fasc. 2133, gennaio-marzo 1980, Le Monnier, Firenze, pp. 78-101.


    Si riproduce qui il testo della lettura tenuta il 17 dicembre 1979, in forma qua e là abbreviata, da Alessandro Galante Garrone su Salvemini e il Risorgimento, al gabinetto Vieusseux di Firenze, nel quadro di un ciclo promosso dalla società toscana per la storia del Risorgimento presieduta da Giovanni Spadolini. Fu Spadolini a rivolgere in quell’occasione un affettuoso saluto al collega ed amico Galante Garrone.


    Queste pagine sono dedicate a un Salvemini in parte ancora sconosciuto. Ma prima vorrei sostare sul suo incontro con la storia del Risorgimento.
    A quando risale questo primo incontro? Da qualcuno si è parlato di un suo precoce e istintivo «mazzinianesimo» fin dalla sua adolescenza a Molfetta. Non è così. C’era allora, in quel bollente ragazzo pugliese, solo un indistinto sentimento di protesta. Dirà in una lettera (inedita) del 1919 allo storico Ettore Rota:
    «Arrivai a Firenze, nel settembre 1890, che ero imbrianista. L’imbrianismo fu la politica dei nove decimi dei pugliesi, rovinati dalla rottura del trattato di commercio colla Francia, dal 1887 al 1900, finché Imbriani non si ammalò e le miserie del periodo terribile 1887-1893 non cominciarono ad essere dimenticate. Era uno stato d’animo di protesta irritata contro il governo e la fame. Imbriani urlava alla Camera, e noi eravamo tutti imbrianisti. In quel furore di protesta non si inseriva nessuna idea politica determinata. Siccome Imbriani era repubblicano, avremmo fatto la repubblica anche noi, ma in fondo non eravamo ostili a re Umberto e ci sarebbe dispiaciuto dargli del dispiacere. Siccome Imbriani parlava di Trento e Trieste, noi eravamo irredentisti: ma dove fossero Trento e Trieste, non sapevamo. Eravamo, contro la Triplice, sì, violentemente, perché Crispi era l’uomo della Triplice e ci aveva rovinati colla rottura del trattato di commercio, e Imbriani era contro Crispi e contro la Triplice. Ma che cosa fosse la Triplice, giuro che non lo sapevo. Con queste idee arrivai a Firenze a diciassette anni. Non avevo mai letto un giornale […]. A Firenze cominciai a leggere i giornali. E diventai cavallottiano durante le elezioni del 1890. E da cavallottiano diventai socialista nel 1893».
    In questo suo trapasso da Imbriani a Cavallotti, e da Cavallotti a Marx, non c’era posto per Mazzini, Cavour, Garibaldi. I «padri della patria» erano per lui, allora, soltanto dei nomi, delle figure scolastiche, retoriche, sfuocate.
    A Firenze era diventato socialista, entusiasta di alcuni scritti di Marx. Ma, come è noto, alla base di questa sua conversione al socialismo non c’erano grandi approfondimenti teorici. Il suo era un marxismo grezzo, primitivo. Alla radice di queste sue prime scelte politiche, ideologiche, c’era soprattutto la passione di un giovane offeso dalle sofferenze e dalle ingiustizie della sua piccola patria.
    Come ha detto bene Ernesta Sestan, fu probabilmente questo sentimento stesso a indirizzarlo subito verso la storia, al fiorentino Istituto di Studi superiori, che annoverava in quel campo illustri maestri, come Pasquale Villari. E lo stesso Sestan ci ha spiegato, in bellissime pagine, perché Salvemini scelse subito la storia medievale; e come nei suoi primi scritti medievistici, fino ai Magnati e popolani del 1899, fossero palesi le tracce della sua ardente fede di neofita del marxismo. L’idea marxiana della lotta delle classi era diventata un robusto canone di interpretazione storica.
    Ma la passione politica doveva indurre questo giovane – già così splendidamente avviato nel campo della storia – ad affrontare momenti e problemi più vicini a lui nel tempo, a rispondere anche da storico (sono sue parole di quegli anni) a «una gran quantità di questioni sociali o morali scottanti ai nostri giorni». Nella già citata lettera a Rota, egli farà risalire questo inizio di svolta al 1899:
    «Di Mazzini cominciai ad occuparmi a Lodi, nell’inverno del 1899. Avevo finito il lavoro su Magnati e popolani. Non sapevo niente di storia del risorgimento, salvo quel che avevo letto in qualche libro di testo. Un po’ la vergogna di non saper niente, un po’ il desiderio di riposarmi qualche mese dai Magnati, un po’ la curiosità di vedere se i fenomeni di classe della storia fiorentina si presentavano anche nella storia italiana del secolo XIX, mi indussero a cominciare le letture. A Lodi la biblioteca comunale è ricca specie di storia lombarda del Risorgimento. Allora conobbi Mazzini, Cattaneo, Ferrari. Fu una rivelazione. Eravamo nel 1899. Lotta contro i sonniniani per le legge eccezionali. Eravamo, allora, tutti repubblicani, contro Umberto, la cui opera era personalmente rovinosa. Diventai federalista».

    (...)
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    Predefinito Re: Salvemini e il Risorgimento (1980)

    In realtà, dobbiamo risalire più indietro, al 1897. Si noti: è questo l’anno di un suo più scoperto impegno politico, l’anno in cui esce sulla «Critica Sociale» il suo primo scritto politico, il saggio su Molfetta. Ma è anche l’anno in cui questo impegno si fa in lui così urgente, da provocare l’irresistibile impulso a occuparsi di temi della storia moderna e contemporanea. È anche l’anno in cui comincia a insegnare storia nei licei: prima a Faenza, poi a Lodi. Riprende così in mano gli autori che gli aveva fatto conoscere Villari: Guizot, Tocqueville, Taine. Da alcune sue lettere appare inoltre che già nel 1897 si proponeva di preparare uno studio sulla rivoluzione francese; e accanto a questo, comincia a interessarlo il Risorgimento.
    È significativo che il suo primo scritto di storia non medievale sia dedicato, sulla «Critica Sociale», nei primi mesi del 1898, alla recensione di un libro del Romano-Catania su Filippo Buonarroti. Una recensione assai modesta, sfuggita all’attenzione degli studiosi: ma ci interessa perché vi è rilevato il legame fra il socialismo di oggi e la grande rivoluzione di un secolo prima; e così pure la parte che Buonarroti ha avuto non solo nella storia della rivoluzione francese, ma nelle rivoluzioni italiane del primo Ottocento.
    Ma a spingerlo nella nuova direzione è soprattutto la crisi di fine secolo, dalle cannonate di Bava Beccaris ai decreti di Pelloux. Il tema di studio della rivoluzione francese non è certamente abbandonato; ma il problema che ora viene in primo piano è quello dell’Italia contemporanea, delle lontane origini della reazione che, fra il ’98 e il ’99, si è scatenata in Italia: il «colpo di stato della borghesia», come si intitola un libro recente di Umberto Levra.
    Appare così, sulla «Critica Sociale» del luglio-agosto 1899, lo scritto intitolato Le origini della reazione. Si noti la sede, che è la rivista del socialismo diretta da Turati; e la firma, Un Travet: una delle firme, come Rerum Scriptor o Tre Stelle, con cui il giovane si presentava in veste di militante socialista, quasi a segnare il distacco dalla sua professione di insegnante e di scrittore di storia. Più che un saggio storico, è un pamphlet, e dei più accesi, un veemente atto di accusa. Ed è significativo che all’inizio degli anni Trenta esso venga ripubblicato a Parigi, nei quaderni di Giustizia e Libertà, firmato Rerum Scriptor; e anche ancora nel 1945-46 Salvemini, rileggendolo, lo trovi di una mordente attualità.
    Ma già, in queste pagine, balena la passione dello storico. È una sfida, una tagliente rottura con la storiografia aulica, sabaudista dei moderati, allora imperante negli scritti risorgimentali. Più che uno spostamento, è un capovolgimento di prospettive: qualcosa come, nella storia della rivoluzione francese, l’irruzione polemica di un Mathiez contro gli storici precedenti. E già vi scorgiamo utilizzati e citati scritti o discorsi di Cavour, Mazzini, Cattaneo.
    Su questa nuova via, un altro, decisivo passo innanzi è costituito da un piccolo libro pubblicato a pochi mesi di distanza, I partiti politici milanesi nel secolo XIX. Nella biblioteca comunale di Lodi ha scoperto una montagna di libri sul Risorgimento, e li divora con furia. E ancor di più influisce su di lui la nuova amicizia con Arcangelo Ghisleri, di questo repubblicano eterodosso, ammiratore non bigotto di Cattaneo e di Mazzini.
    Per Salvemini, questa scoperta del Risorgimento è, come dirà più tardi, una rivelazione. E il suo nuovo idolo ora diventa Carlo Cattaneo. Se leggiamo questo suo saggio, vediamo infatti campeggiare la figura del grande milanese, non solo come protagonista e scrittore di politica, ma anche come storico, lo storico della Insurrezione milanese del 1848 e dell’Archivio Triennale, e cioè uno storico impegnato passionalmente nel presente. In effetti se Cattaneo è – come lo ha felicemente definito Norberto Bobbio – un «filosofo militante», noi possiamo anche dirlo uno storico militante. E in questo, Salvemini gli rassomiglierà non poco.
    In questo saggio giovanile, l’impronta di Cattaneo è fortissima: più forte di quella di Marx, anche se la lotta dei partiti milanesi è ancora sentita come conflitto di ceti sociali, determinato da ragioni anche economiche, di classe. La figura di Mazzini è rimpicciolita, e quasi direi immeschinita, e la sua azione politica aspramente criticata. Anche questo lavoro serba qualcosa del pamphlet, specialmente nell’ultimo capitolo. Salvemini ne è ben consapevole. In una sua lettera di quegli anni lo definisce un po’ scherzosamente «il mio volumetto storico-sovversivo». Ma già in quelle pagine ci si imbatte in alcuni giudizi storici di sorprendente acutezza. E ancora molti anni dopo lo stesso Salvemini, mentre ripudierà molte pagine di questo suo scritto, come un classico esempio di quel che lo storico non deve mai fare, di altre sue pagine si compiacerà, per la solidità delle conclusioni.
    Dicevo ora di Mazzini, di come lo bistratta, facendo sua la diffidenza e l’indignazione di Cattaneo. In una lettera dell’agosto 1899 scrive: «Io non ho una grande stima di Mazzini – come senno politico – né dei democratici: in un punto del mio lavoretto anzi li ho chiamati senz’altro cretini». Eppure comincia a sentire, da storico, la necessità di studiarlo a fondo.
    Un esempio: poco dopo, al principio del ‘900, in un articolo sul suo Cattaneo, accenna ai «colossali errori» di Mazzini, nel 1848. Non lo avesse mai detto! Un repubblicano di stretta osservanza lo rimbecca, vuol sapere quali siano questi colossali errori. Ed ecco che Salvemini gli dimostra, documenti alla mano, perché ritiene storicamente fondati i propri severi giudizi. In sostanza, egli dice che il Mazzini nel ’48 ha commesso quelle stesse ingenuità e quegli stessi errori che nel 1831 aveva giustamente imputato alla Carboneria. Il Mazzini della prima Giovine Italia comincia così ad apparirgli in una luce nuova, positiva. Si direbbe che fin d’allora Salvemini comincia a sentirsi attratto da un tema storico ben preciso: la giovinezza di Mazzini, gli inizi della Giovine Italia. Ne parlerò più avanti.
    Col nuovo secolo, dunque, ha voltato le spalle alla storia medievale, e affronta la storia moderna e contemporanea: la rivoluzione francese, il Risorgimento. E alle origini di questa svolta, repentina e definitiva, c’è, lo ripeto, la passione politica, la volontà di dare battaglia con le armi del pensiero storico. Qualcosa di simile accadrà più tardi a due grandi storici, Salvatorelli e Omodeo; che abbandoneranno gli studi sul cristianesimo antico e si volgeranno al Risorgimento per rivendicare le più alte tradizioni della civiltà liberale e democratica contro gli assalti dei nazionalismi e dei fascismi fra le due guerra mondiali. In questo il giovane Salvemini li aveva preceduti.

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    Predefinito Re: Salvemini e il Risorgimento (1980)

    Ma in lui, ben più che negli altri due, c’è questo di caratteristico: un prepotere, direi quasi un prevaricare del momento polemico, un intreccio strettissimo, e talvolta una assai discutibile commistione di storia e politica (come già in Cattaneo), ma insieme, nella sua onesta e limpida coscienza, uno sforzo, sempre ricorrente e dichiarato, e qualche volta riuscito e altre volte no, di tenere distinta l’obiettività dello storico dalla passione del politico. E tale egli rimarrà sino alla fine dei suoi giorni.
    Col trasferimento a un liceo di Firenze e poi con la cattedra all’università di Messina è un periodo, per lui, di entusiastico fervore storiografico. Nasceranno, di lì a pochissimi anni, la Rivoluzione francese e il piccolo ma denso libro su Mazzini. Fermiamoci un momento su questo secondo lavoro. Nella sua lettera inedita a Rota, del 1919, dirà: «Mi venne in mente di scrivere un lavoro su Mazzini nel 1903, quando Enrico Ferri in Romagna andò ad accusare Mazzini d’essere… borghese. In quelle polemiche, repubblicani e socialisti facevano a chi le diceva più grosse: nessuno sapeva chi fosse Mazzini. Al mio paese un gruppo di giovani mi chiese che facessi una conferenza su Mazzini. Cominciai così a raccogliere le idee nel 1903 […]. E nel 1905 ne cavai un libro».
    Come spesso gli accadeva, qui Salvemini è un po’ spicciativo. In realtà, come abbiamo visto, fin dal 1899 aveva cominciato a raccogliere fatti e idee. Con l’aiuto di Ghisleri, aveva sentito la necessità di giungere a una comprensione di Mazzini, liberandone la figura storica dagli idoleggiamenti di molti repubblicani o dagli scherni di molti socialisti: i «bigotti» gli uni, e gli «azzeccagarbugli» gli altri, come diceva Ghisleri.
    Del libro su Mazzini, pubblicato nel 1905, non parlerò. Se ne è già scritto molto. Ricorderò solo che Franco Venturi lo ha definito: «il modello di tutti gli studi posteriori»; Walter Maturi: «un vero modello di discussione critica sulla funzione storica di una grande personalità». Ed Ernesto Sestan ha lapidariamente detto: «È un Mazzini finalmente storicizzato». Con i suoi innegabili limiti e difetti, questo libretto, rimasto sostanzialmente invariato in quattro successive edizioni, dal 1905 al 1925, può essere utilmente letto anche oggi.
    L’ammirazione per Cattaneo resta immutata; ma non c’è dubbio che, col passare degli anni, la figura di Mazzini, e soprattutto la sua figura morale, ha finito per affascinarlo. Nella lettera a Rota del 1919, dirà: «Conobbi allora Mazzini. E cominciai nello stesso tempo a venerarlo e a volerlo in certi momenti… strozzare. Moralmente mi affascinava; intellettualmente mi irritava. A poco a poco, l’ammirazione morale ha preso la prevalenza sull’irritazione intellettuale. E se arriverò a fare l’altra edizione del Mazzini, essa sarà più mazziniana delle precedenti».
    Possiamo dire qualcosa di più: col tempo, anche il Mazzini politico – l’uomo d’azione, l’agitatore che intuisce le forze latenti dell’opinione, l’apostolo che sa anche farsi duttile e flessibile quando la situazione lo impone – è da lui rivalutato, perfino contro certe rigidità e impuntature di Cattaneo e Ferrari.
    Ed ecco il sogno che in lui comincia a prendere forma: scrivere la vita di Mazzini, o almeno la sua giovinezza, la sua formazione intellettuale, morale, politica. Qualcosa di ciò avvertiamo in lui già nel 1907. Poi, alla fine del 1908, il terremoto di Messina, che gli porta via tutta la famiglia: la moglie, i cinque figli, una sorella. È uno schianto terribile, da cui sembra non possa più riprendersi. E invece, a metà del 1909, è già a Grenoble, e studia a fondo i testi del sansimonismo, giornali, opuscoli, riviste, per misurarne tutta l’influenza sul genovese. Si aggrappa a Mazzini come a un’ancora di salvezza, a una guida morale. Scrive in quei mesi dalla Francia all’amico Carlo Placci: «Ho un gran desiderio di mettermi a lavorare e di vivere non inutilmente la mia vita». E poco dopo, con Giustino Fortunato, gli sfugge questa dolorosa, illuminante confessione: «La vita non può avere per me più altro scopo, se non quello di dimenticare me stesso in opere che mi leghino agli altri, in attesa che l’ora suprema mi liberi da un peso continuo di dolore». Sono accenti quasi mazziniani.
    A questo punto possiamo renderci conto della segreta origine della chiusa alla nuova edizione del 1915 del Mazzini, la prima dopo il terremoto di Messina: una chiusa che non era nella edizione del 1905. «Quest’uomo [Mazzini] non è vissuto solo per sé. Ha voluto vivere ed ha sofferto per tutti. Ha vissuto ed ha sofferto anche per noi. Perciò noi sentiamo di poterci avvicinare sempre a lui – anche se abbiamo oramai opinioni del tutto diverse dalle sue – come a fratello, come a padre, sicuri di trovare sempre in lui un eccitatore e un consolatore»: parole che torneranno immutate nelle edizioni successive.
    Questo suo sogno, di scrivere un libro sulla giovinezza di Mazzini, sul formarsi e sul divenire del suo pensiero, non si realizzerà mai più. Due studi del 1910 e 1911 sono soltanto un primo assaggio, e una cernita di preziosi documenti. L’idea non lo abbandona; di tanto in tanto lo riafferra, come quando, nel 1912, Pietro Silva da Parigi lo avverte della scoperta a Parigi di documenti su quel periodo della vita di Mazzini ed egli propone a Silva di fare insieme con lui il lavoro sulla giovinezza di Mazzini, lui fino al 1831, e Silva dal 1831 alla fondazione della Giovine Europa; e con la speranza di pubblicare loro due, magari vent’anni dopo, un’intera biografia di Mazzini.
    Ma perché, in un uomo così alacre ed entusiasta come Salvemini, questo sogno non è diventato realtà? La risposta non è difficile. È la politica, la «maledetta politica» (come un giorno gli aveva predetto Villari) la sola colpevole, per anni e per decenni: prima la fondazione e la direzione dell’«Unità», dal 1911 in avanti; poi la guerra mondiale, la crisi del dopoguerra, gli anni in Parlamento, la resistenza, aperta e clandestina, al fascismo, infine l’esilio più che ventennale. Il 3 dicembre 1911, quando sta per uscire il primo numero dell’«Unità», scrive a Giustino Fortunato: «Devo rinunziare ad andare a Milano a continuare gli studi sul Mazzini. Non importa; Mazzini può aspettare. Saluto i morti, ma mi occupo dei vivi».

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    Predefinito Re: Salvemini e il Risorgimento (1980)

    Pochi mesi dopo, in un momento difficile per lui e per la rivista, pensa per un momento di abbandonare la politica. Scrive ancora a Fortunato: «Non leggerò da ora in poi più nemmeno i giornali. Farò la Vita di Mazzini e tante altre belle cose». È quel che appunto vorrebbe l’amico Fortunato, che fa di tutto, di fronte al sempre risorgente dilemma fra la storia e la politica, perché Salvemini abbandoni la seconda per la prima. «Fa il dovere che ti è prossimo», gli scrive incitandolo a riprendere gli studi sul Risorgimento. Ma in Salvemini il dovere di dedicarsi alla cosa pubblica finisce sempre per primeggiare sul dovere dello storico.
    Ogni tanto è ripreso dal sogno di scrivere il libro sulla giovinezza di Mazzini. Nel 1922-23, quando Mussolini è appena salito al potere, ed egli si sente turbato, smarrito, sfiduciato, si tuffa un’altra volta nelle ricerche su Mazzini, e vi dedica non solo alcune conferenze, ma tutto un corso universitario. Ma la lotta politica, e le lunghe vicende che tutti sanno, lo travolgono ancora una volta. E così il libro sognato non vedrà la luce.
    Tutto dunque farebbe credere che a questo proposito egli avesse rinunciato per sempre. Non è così. A questo punto, sono costretto e dirvi qualcosa anche di me. Avevo conosciuto Salvemini nei primi anni di questo dopoguerra, eravamo diventati amici. Per me, fu come un padre. Avendo letto certi miei modesti lavori, in cui si parlava del giovane Mazzini in Francia, e avendone a lungo conversato con me, fu ripreso dal desiderio di realizzare l’antico suo sogno. Accarezzò per anni e anni questa speranza; e ricominciò anche a leggere, sparsamente, i libri vecchi e recenti su Mazzini, e a raccogliere appunti. Io insistetti a lungo, e ripetutamente mi offrii con entusiasmo, di dargli tutto l’aiuto che potevo. Avevo capito quanto questo lavoro gli stesse a cuore. Lo dimostrano le molte lettere che mi scrisse. Ve ne leggerò una sola, quella (commovente almeno ai miei occhi) della rinuncia definitiva. Era il 19 ottobre 1953. Aveva già varcato gli ottant’anni. Sentite:
    «Carissimo Sandro, grazie della tua generosa offerta. Sì, per molti anni ho sognato di scrivere un libro su La formazione del pensiero mazziniano fino alla fine del 1835, quando quel pensiero si è cristallizzato definitivamente, perde l’incanto del divenire, e non è più che il pensiero di un ‘prete’ che pesta sempre l’acqua nello stesso mortaio. Avevo fatto un corso di lezioni su quell’argomento […]. Poi avvenne quel che venne. Perdetti il testo di quelle lezioni: perché la persona, a cui l’avevo affidato, ebbe paura di tenerlo con sé e… lo bruciò! Con tutto questo sono sempre andato mettendo insieme appunti di letture su ogni soggetto annesso e connesso. Se riuscirò a trovare qualche alunno antico, che abbia conservato gli appunti di quelle lezioni, riprenderei il lavoro. Ma dovrei vivere almeno… novant’anni, e non rimbecillire via facendo. Ché il 1954 sarà dedicato al grosso libro su La conquista dell’Etiopia. Poi verrebbe la raccolta dei miei Studi medievali. La carretta andrebbe più spedita, se non mi lasciassi distrarre dalle questioni correnti. Ma quando mi prende un accesso epilettico su questi guai di ogni giorno, perdo il lume degli occhi e dimentico il passato, magari di ieri, per il presente d’oggi. – Ho paura perciò che l’aiuto da te fraternamente offertomi non potrei utilizzarlo. Lascerei a te tutti i miei appunti mazziniani, alla mia morte. Ma si tratta di un caos, in cui io solo posso raccapezzarmi. Ad ogni modo, andrò ora mettendo insieme della roba a casaccio, via via che la trovo nelle mie carte, e la lascerò per te – anzi tieni questa lettera per rivendicare quella roba quando muoio, se sarà possibile individuarla nel caos delle mie carte… Scusa la scrittura diabolica. Ho la mano stanca. Ti abbraccio. G. Salvemini». E ancora il 16 dicembre 1953 da Sorrento: «Che peccato che io sia così vecchio oramai. Uno dei miei sogni era il libro su La giovinezza di Mazzini. Sogno che non si realizzerà».
    Ebbene, gli appunti mazziniani che Salvemini aveva voluto lasciarmi – quelli almeno che si sono potuti rintracciare – sono ora nelle mie mani. Dei più importanti sono venuto in possesso solo da poco. Salvemini avrebbe voluto che fossi io a scrivere, almeno in parte, quel libro sulla giovinezza di Mazzini al quale aveva pensato per cinquant’anni. A me oggi invece sembra più bello, più giusto, più importante fare qualcosa d’altro: ricostruire, alla luce di questo materiale inedito, alcune delle linee fondamentali di quel che Salvemini pensò di Mazzini. Su questo uscirà, spero presto, un mio lavoro[1]. Certo, non è che si possa restituire ai lettori anche solo una pallida immagine del libro che egli non giunse mai a scrivere. Ma qualcosa di nuovo apparirà dalle carte inedite: una visione salveminiana di Mazzini e del suo tempo più articolata, più mossa, più viva di quella che finora si conosceva. Vorrei darvene qui, nel poco tempo che mi avanza, alcuni esempi.
    Ernesto Sestan, che gli fu scolaro all’università fiorentina, e a cui dobbiamo bellissime pagine su Salvemini insegnante, mi scriveva qualche anno fa: «Teneva davanti a sé, sulla cattedra, dei quadrettini di carta, tutti uguali, per una citazione, per un riferimento testuale; ma non credo che contenessero un discorso filato: erano degli appunti». Ho potuto leggere una montagna di questi «quadrettini di carta», diventati poi in America dei fogli più grandi, scritti quasi sempre in inglese. Ma non erano semplici appunti, o, come si dice in gergo, «scalette»; bensì, quasi sempre, un discorso vero e proprio: non filato e disteso, ma stringato, lapidario. Testi, ovviamente, non destinati alla pubblicazione: ma in parte meritevoli, io credo, di essere conosciuti.
    Toccherò fuggevolmente solo alcuni di questi temi, quasi tutti consacrati a Mazzini.
    Il sansimonismo. Salvemini era stato il primo a scoprire tutta l’importanza dei motivi sansimoniani in Mazzini: una «scoperta» che risale al suo vecchio libro del 1905. Ma dopo quella prima, felice intuizione, aveva fatto qualcosa di più: nel 1909, a pochi mesi di distanza dalla tragedia di Messina, si era immerso, alla ricchissima biblioteca comunale di Grenoble, nella ricerca e nella selezione di quei testi sansimoniani – specialmente giornali, riviste, opuscoli – che Mazzini si trovò per le mani a Marsiglia, nel 1831 e ’32 e che più influirono su di lui. Le successive edizioni del suo Mazzini non portano traccia di questo approfondimento critico; ma sì invece le sue lezioni del 1922-23. Ecco uno dei tanti suoi passi su tale argomento:
    «Secondo i sansimonisti – la cui propaganda fu assai intensa in Francia, proprio fra il 1830 e il 1833, e dei cui libri e giornali Mazzini fu lettore assiduo -, secondo i sansimonisti l’umanità si muove sotto l’impero della legge del progresso indefinito, dalla dissociazione primitiva barbarica, verso forme sempre più larghe di associazione, verso una realizzazione sempre più perfetta delle idee della solidarietà e della giustizia…
    … Ufficio della Francia, in questo momento della storia, è quello di iniziare la nuova êra dell’umanità, adottando la religione sansimoniana, facendosi banditrice della nuova fede fra i popoli, e ponendosi a capo di tutte le nazioni per condurle all’associazione universale.
    Oggi queste teorie, pur essendo largamente disseminate di intuizioni geniali, sembrano a noi arbitrarie, e per molte parti addirittura puerili. Mazzini fu anche lui profondamente impressionato da queste teorie. E ne accolse larghissime parti nel suo sistema di idee. La fede nel progresso, che è una delle basi essenziali della religione sansimonista, era anche la sua fede. L’idea dell’associazione universale era una determinazione più precisa di quell’unità morale del genere umano, che egli era già arrivato a pensare prima di uscire dall’Italia. Le tendenze mistiche del suo spirito si trovavano pienamente soddisfatte da quel metodo di costruire le idee, che trasformava la politica in religione, e assegnava il carattere di rivelatore di nuovi dogmi e di realizzatore della volontà divina, a chi fosse disposto a lottare e a soffrire per una nuova verità.
    Inoltre il sansimonismo, creazione di menti francesi, per le quali il problema della unità nazionale è risoluto da secoli, ignora i problemi nazionali, che travagliano l’Italia, la Polonia, la Germania. Predica un internazionalismo, centro del quale dovrebb’essere la Francia, con la sua organizzazione nazionale già consolidata, mentre gli altri popoli sono ancora ben lontani dal medesimo stadio di sviluppo. Assicura, cioè, alla Francia una posizione privilegiata. Mazzini si ribella violentemente contro questa possibile egemonia. L’associazione universale deve avvenire fra popoli liberi ed eguali, e che abbiano già tutti conquistato, a somiglianza della Francia, la loro unità nazionale. Quindi le rivoluzioni unitarie, democratiche, repubblicane dell’Italia, della Germania, della Polonia, di tutti i paesi che vivono ancora dissociati e oppressi da dominî stranieri, sono indispensabili, perché sia possibile l’associazione universale dell’umanità. E il primo dovere degli apostoli della nuova religione è precisamente quello di promuovere ovunque la formazione delle unità nazionali.
    Certo, una nazione iniziatrice di questi movimenti nazionali, ai quali succederà immediatamente l’associazione universale dei popoli liberi ed eguali, è necessaria. Ma come la religione pagana ebbe il suo centro in Roma; come l’ebbe in Roma la religione cristiana; così l’avrà in Roma anche la nuova religione dell’umanità. Iniziatrice e primogenita della nuova êra sarà, non la Francia, ma l’Italia. […] Mazzini accetta le due idee fondamentali del sansimonismo: le rivelazioni religiose successive e progressive; e l’associazione degl’individui, delle classi, dei popoli, come principio centrale della nuova rivelazione religiosa. Ma vi introduce in blocco tutte le sue anteriori convinzioni sulla necessità dell’unità democratica e repubblicana dell’Italia. Anzi la unificazione nazionale italiana, e la rivoluzione democratica e repubblicana, da cui quella unità deve balzar fuori, sono la pregiudiziale necessaria di ogni tentativo di unificazione religiosa e morale dell’intera umanità.
    Egli, insomma, adotta le idee sansimoniste, solo in quanto può utilizzarle e rafforzare la sua fede di rivoluzionario unitario italiano: ciò che nel sistema sansimonista può servire a questo scopo, se lo appropria con una specie di prepotenza usurpatrice; tutto il resto lo rifiuta con rivolta e con ripugnanza».

    (...)


    [1] A. Galante Garrone, Salvemini e Mazzini, D’Anna, Messina-Firenze 1981 [N. d. R.].
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    Predefinito Re: Salvemini e il Risorgimento (1980)

    Tutto è detto con molta chiarezza e semplicità. Su questo punto della influenza del sansimonismo, che io – contrariamente a quanto qualcuno ha detto – considero di essenziale importanza nella formazione del pensiero di Mazzini, qualche passo in avanti si è fatto, dopo Salvemini; ma altri se ne dovranno fare, e già se ne stanno facendo, lungo la strada da lui indicata.
    Il giansenismo. In una lettera del 18 novembre 1948 Salvemini mi scriveva: «Mezzo secolo fa – ahimè – scoprii un Mazzini giansenista e un Mazzini sansimonista. Dopo di allora si è fatta molta strada. Ma molta ancora ce n’è da fare». Della ‘scoperta’ di Mazzini sansimonista, ho appena parlato. Quanto alla scoperta di un Mazzini giansenista, che cosa dobbiamo dire? In effetti, era stato proprio Salvemini che, nelle sue ricerche del primo decennio del secolo, culminate nei due saggi del 1910-11 sulla giovinezza di Mazzini, aveva per primo dato molto risalto all’influenza che su di lui ebbero i due precettori giansenisti De Scalzi e De Gregori, e l’ambiente religioso della famiglia, un ambiente permeato di religiosità giansenista. Ricerche che, come appare dai suoi appunti, erano state approfondite nel successivo decennio. Sotto l’influenza delle sue lezioni, uno scolaro di Salvemini aveva nel 1921 pubblicato un libro su Mazzini e il pensiero giansenistico. Salvemini vide subito quanto vi fosse di arbitrario e di superficiale in questa asserita derivazione delle idee di Mazzini da quelle dei giansenisti. E scrisse una recensione fortemente critica, che rimase inedita fra le sue carte; e sviscerò poi l’argomento nelle sue lezioni del 1922-23. Notate con quale mirabile chiarezza egli imposti il problema, dopo avere esposto quali fossero le dottrine tipicamente ed esclusivamente gianseniste:
    «… Il primo passo per determinare se e in quanto le idee gianseniste abbiano esercitato una influenza sul pensiero di Mazzini, deve consistere nell’esaminare le teorie mazziniane ad una ad una; e ricercare se nelle teorie di Mazzini ce ne sono che coincidono con quelle idee, che sono esclusivamente gianseniste. Se troviamo nel sistema di Mazzini idee che coincidono con le idee esclusivamente gianseniste, per es. con le idee sulla grazia, sulla predestinazione, sulla riforma della chiesa, solo allora possiamo attribuire al giansenismo la funzione di essere stato una fra le fonti del pensiero mazziniano: cioè […] possiamo pensare che quelle idee comunicate a Mazzini dalla madre e dai due primi maestri, si fissarono nel suo spirito, diventarono basi incrollabili di credenza, funzionarono come centri di attrazione per le nuove idee che potevano conciliarsi con esse, e centri di ripulsione per le idee contraddittorie, in modo che tutte le nuove idee dovettero via via coordinarsi con quelle primitive idee.
    Ma se nel sistema di Mazzini troviamo idee, che pur trovandosi nel sistema giansenista, non sono esclusive del giansenismo, ma facevano parte di altri sistemi di pensiero, per esempio del sistema cattolico o del sistema giacobino anticlericale, allora esse possono derivare anche da queste altre origini: e possiamo attribuirle alla primitiva influenza giansenista, solo se è il Mazzini stesso che ci dà quella speciale notizia intorno alla propria formazione intellettuale».
    A questo punto, Salvemini fa alcuni esempi concreti. La teoria della grazia e della predestinazione, o la critica della corruzione della Chiesa e l’aspirazione a un suo ritorno alla primitiva purezza, l’una e l’altra caratteristiche del giansenismo, sono agli antipodi del pensiero mazziniano. Altre teorie, come il rifiuto della separazione fra Chiesa e Stato, non sono specifiche dei soli giansenisti, e non si può dunque affermare che Mazzini le abbia attinte al loro insegnamento. E così la tesi che vuole affidata alla stessa gerarchia le funzioni del governo e quelle del sacerdozio, è stata predicata dai sansimoniani, e tutto ci fa credere che l’analoga tesi di Mazzini sia di questa origine, perché la vediamo da lui espressa solo dopo il 1830, e con formule che sono spesso la ripetizione letterale delle formule sansimoniane.
    Conclude poi Salvemini:
    «Dunque, l’avere avuto come maestri uomini come il De Scalzi e il De Gregori non ha avuto nessuna importanza? Sarebbe anche questa una esagerazione. Un adolescente serio, riflessivo, sensibile, intelligente come Mazzini non può essersi trovato inutilmente a contatto per sette anni, proprio nel periodo più importante per la educazione intellettuale e morale, con uomini che gli davano l’esempio di una fede religiosa profonda e sincera; di una pratica morale estremamente rigida; di una coerenza scrupolosa fra la fede e la vita […]. La vita austera e la fede sincera dei primi maestri, più ancora che gl’insegnamenti dogmatici astratti, debbono avere contribuito assai, insieme con l’esempio materno, a dare un orientamento mistico allo spirito del giovinetto, e a fissarvi certe abitudini di serietà morale, che non lo abbandoneranno mai più nella vita. Questa influenze, più che sulle teorie dogmatiche e politiche di Mazzini, sono state profonde nel dare allo spirito di Mazzini quella forma mistica e moraleggiante, che è una delle sue caratteristiche fondamentali. Ma questa non è una influenza di carattere specificamente giansenista. È dovuta all’alto valore morale della madre e del maestro, che erano giansenisti, ma avrebbero potuto possedere una potente personalità morale, anche senza essere giansenisti.
    Questi casi di grande energia morale non dipendono dalle teorie astratte; dipendono dal carattere personale dell’individuo, il quale trova nelle proprie teorie religiose e morali un incoraggiamento, un pungolo, una maggior forza nel compiere il proprio dovere. Chi invece per temperamento morale è un buono a nulla, riesce un buono a nulla con qualunque anche più eroica teoria astratta. E come la influenza morale, che certamente l’esempio della madre e dei primi maestri ha esercitato sul Mazzini, non è un fenomeno specificamente giansenista, ma deriva dal carattere morale degl’individui, così non dobbiamo nemmeno attribuire a quella influenza tutto ciò che Mazzini ha saputo sopportare di dolore e affrontare con eroismo nella vita.
    Il De Scalzi ebbe chi sa quanti altri discepoli nella sua carriera di maestro; ma quanti fra essi riuscirono come Mazzini? Quando si ricercano le così dette ‘influenze’ morali che i così detti ‘ambienti’ hanno esercitato sulla formazione di una grande personalità storica, bisogna andare assai cauti nell’attribuire all’ambiente l’opera di quella personalità. Nello stesso ambiente vive la madre di Mazzini e vive il padre di Mazzini: eppure l’azione dell’una e dell’altro riescono così diverse, perché i due temperamenti sono diversi e reagiscono in maniera diversa alle identiche influenze di un unico ambiente. I temperamenti possono trovare nell’ambiente condizioni favorevoli o sfavorevoli alla educazione e al rafforzamento di determinate attitudini innate. Ma il fatto stesso fondamentale di queste attitudini, così diverse nei diversi individui, non si spiega con l’ambiente».
    È un discorso molto semplice, il suo; ma più profondo di quanto non possa apparire a prima vista. Ci fa toccare con mano in quale modo Salvemini parlasse ai suoi allievi, con quale chiarezza, semplicità, fervore. Da queste sue parole mi pare si possa trarre una preziosa indicazione di metodo storico, che va bene al di là del singolo tema trattato.
    Mazzini e Cattaneo, unitarismo e federalismo, accentramento e autonomie locali, la burocrazia come problema storico e come problema politico. Se avessi più tempo a disposizione, vi leggerei qualche pagina dalle conferenze e dalle lezioni di Salvemini, che risalgono agli anni tra il 1920 e il 1923. Sono gli anni in cui il problema delle autonomie locali, e di un federalismo d’ispirazione cattaneana, ritorna al centro dei suoi pensieri. Non è certo un caso che la sua breve e densa introduzione alle più belle pagine di Cattaneo sia stata pubblicata nel 1922, nel pieno cioè di una controversia politica, che nel 1919 e 1920 era stata dibattuta sull’«Unità» di Salvemini.
    Bellissimo, nelle sue pagine inedite, il confronto fra Mazzini e Cattaneo: un contrasto non solo di idee, ma di concreti programmi d’azione. Fra i due, il pensatore veramente moderno, attuale è Cattaneo. Le nuove province ricongiunte in Italia possono fornire a tutto il resto del paese l’esempio di autonomie locali, che hanno però bisogno di essere non solo estese e rafforzate, ma rinnovate democraticamente nelle loro strutture istituzionali e basi elettorali. Egli sente che l’esigenza di questa trasformazione del vecchio Stato accentrato è nell’aria. Lo dimostrano, ai suoi occhi, il partito sardo d’azione, e gli stessi partiti popolare e socialista: per i quali, tuttavia, l’autonomia locale è – così egli dice – più uno stato d’animo che un vero programma.
    Bisogna dunque coraggiosamente mettersi al lavoro per trasformare lo Stato, infondere nella sua compagine accentrata un po’ dello spirito di Cattaneo. A ciò tuttavia si oppone una realtà che si è fatta, specialmente dopo la grande guerra, grave e drammatica: l’espandersi incontenibile della burocrazia, nata dall’accentramento legislativo, e fattasi, durante e dopo la guerra, onnipotente. Da quel macinino di caffè che essa era al momento dell’unificazione, ha finito per diventare, egli dice, una dreadnought, una grossa corazzata. Solo una radicale riforma ispirata a Cattaneo potrà risollevare l’Italia da tutti i mali di un così esasperato accentramento burocratico. Nelle parole, edite e soprattutto inedite, di Salvemini appare fortissima, in primo piano, la sua passione politica, il suo vigore polemico.
    Ma si noti bene: quando Salvemini si volge, da storico, non più al presente, ma al passato, riconosce che quello che oggi è un male, un tempo fu un bene. Il centralismo fu infatti, al momento dell’unificazione, non solo una necessità, ma un vantaggio. L’unità monarchica, centralista, censitaria era la sola soluzione che allora potesse realizzare l’aspirazione alla indipendenza politica, e a una maggior coesione nazionale. La lunga polemica su unità e federalismo – che per molti anni lo aveva diviso dall’amico Giustino Fortunato – sembra così placarsi nella superiore serenità e nella sorprendente acutezza del giudizio storico: un giudizio di cui uno studioso come Maturi ha riconosciuto tutto il valore.

    (...)
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    Predefinito Re: Salvemini e il Risorgimento (1980)

    Altro tema: L’Europa delle nazioni. Nelle lezioni inedite e nelle conferenze del 1922-23 scorgiamo una interpretazione salveminiana di Mazzini che ha indubbi caratteri di novità. E la cosa non ci può stupire, perché era stata proprio la grande guerra, col portare in primo piano i problemi della sorte dell’Austria, dell’emergere delle nazionalità, dei conflitti fra le nazioni, della nuova configurazione da dare all’Europa, e del degenerare del sentimento nazionale in nazionalismo, a conferire una impensata attualità alle idee di Mazzini.
    Se rileggiamo le pagine politiche scritte da Salvemini fin dagli anni della guerra libica e di quelle balcaniche, ma specialmente durante la grande guerra e subito dopo, vediamo come, di fronte al tema così controverso dello smembramento dell’Austria, o alla figura di Wilson (il «Mazzini del secolo XX», un Mazzini più potente e più fortunato»), o alle idee d Bissolati, che erano quelle stesse «lasciate in eredità da Mazzini alla democrazia non degenerata», o alla cecità dei vari nazionalismi e imperialismi, alle brutalità e all’egoismo delle potenze, vediamo come egli sentisse la necessità di un ritorno a Mazzini. Era stato un grave errore – diceva nel 1918 - «ritenere la vecchia e grande politica di Mazzini come un vacuo idealismo da professori». Nel 1919, si doveva scegliere: lo spirito di Mazzini, o quello di Bismarck? Wilson o Clemenceau? Bissolati o Sonnino? E ancora una volta il problema politico si traduceva in problema storiografico. Ecco un passo tratto dalle sue lezioni inedite:
    «Nell’Europa – quale fu distribuita fra le dinastie dai diplomatici del Congresso di Vienna – Mazzini sentì pulsare, potenti e invincibili, le forze nazionali – che si erano elaborate negli ultimi otto secoli della storia europea; - si erano rivelate nella crisi della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche; - erano state sfruttate dalle antiche dinastie nello sforzo di liberazione dal dispotismo napoleonico; - erano state trascurate o soffocate dopo la vittoria; - ma erano destinate a trionfare, o prima o poi, contro ogni resistenza.
    Il diritto nazionale è, per Mazzini, una delle manifestazioni della volontà divina nella nuova fase della storia dell’umanità. Noi possiamo arrivare alle stesse conclusioni di Mazzini, per vie assai più empiriche e meno elevate. Noi, cioè, riconosciamo, in base alla esperienza storica, che dovunque c’è unità di lingua, specialmente se c’è continuità territoriale, ivi è probabile che sorga, o prima o poi, il sentimento nazionale. Questo sentimento, quando si è formato, diventa una forza permanente, e nessuna violenza riesce a soffocarlo, salvo che il popolo intero sia materialmente cancellato dal novero dei popoli viventi. Tutti gli Stati, che hanno voluto vivere a spese di gruppi, i quali erano giunti alla conoscenza nazionale, sono andati in rovina; - perciò le aspirazioni nazionali non vanno soffocate, se non si vogliono preparare difficoltà per l’avvenire; - ma è atto di saggia politica rispettarle e realizzarle, non appena abbiano dato, con la loro persistenza e col loro generalizzarsi, la prova di non essere creazioni capricciose di minoranze arbitrarie.
    Ma pur essendo alieni dall’accettare la costruzione religiosa di Mazzini, dobbiamo riconoscere che le nuove nazioni, che compongono oggi il sistema internazionale europeo, Mazzini le ha viste con gli occhi della mente – come se già esistessero nella realtà – prima assai che sorgessero dal sudario, in cui le tenevano composte i principi, e le aristocrazie, e le burocrazie civili, militari e sacerdotali, che governavano l’Europa dopo l’uragano della rivoluzione francese.
    Specialmente sull’avvenire dei popoli dell’Europa danubiana e balcanica, Mazzini ha avuto delle previsioni di una esattezza addirittura profetica. E se confrontiamo la carta di quei paesi quale la delineava ai suoi tempi Mazzini, con la carta quale è uscita dalle crisi della seconda metà del secolo XIX, e dall’ultimo ciclone della guerra mondiale; - noi troviamo con meraviglia che proprio quelle previsioni, che più sembravano irreali ai contemporanei, proprio quelle si sono perfettamente realizzate. Dove i contemporanei videro il visionario, noi troviamo il veggente e il profeta.
    Soprattutto sui destini futuri dell’Austria e della Turchia, Mazzini ha avute previsioni, che la esperienza ha pienamente verificate». E qui Salvemini, dopo avere citato passi dello stesso Mazzini, e le considerazioni fatte, trent’anni dopo, dallo storico Albert Sorel, proseguiva:
    «… Fra il 500 e il 600 l’Austria difendeva contro i turchi l’Europa centrale per terra; - mentre Venezia difendeva per mare l’Europa occidentale; - e la Polonia funzionava da baluardo dell’Europa orientale. Vienna fu come la ridotta centrale di un unico sistema difensivo, nel quale tutte le popolazioni, dal Mar Nero all’Adriatico, si sentivano solidali contro una minaccia comune. Dinanzi a questa salda muraglia, il fiotto ottomano si spezzò impotente; e via via, durante il secolo XVIII e il secolo XIX, si è ritirato stanco. E così è venuta meno, a poco a poco, coll’infiacchirsi e disorganizzarsi della Turchia, quella forza centripeta, che spingeva una volta verso Vienna tutte le popolazioni del Medio e Basso Danubio e dei territori circostanti. Le forze nazionali centrifughe, acquistando attività e coscienza, hanno fatto procedere di pari passo, durante tutto il secolo XIX, il dissolvimento della Turchia e le crisi internazionali dell’Austria.
    La guerra balcanica del 1912, mentre escludeva la Turchia quasi del tutto dalla penisola balcanica, conduceva alla massima violenza, per opera degli Slavi del Sud, la crisi interna dell’Impero degli Asburgo. La guerra europea ebbe, fra le sue cause determinanti, appunto il bisogno sentito dai tedeschi e dai magiari, di risolvere la crisi che minacciava il loro dominio nei confini del vecchio Impero […].
    […] E in questa lotta Austria e Turchia si rivelarono, a sé stesse e all’Europa, strettamente legate fra sé, e con l’imperialismo germanico. Insieme potevano salvarsi. Insieme perirono. Così si realizzò, per vie inaspettate, contro ogni previsione, contro la stessa volontà di molti diplomatici dell’Intesa, il vecchio programma di Mazzini.
    Ecco uno di quei casi tipici in cui noi, anche se rifiutiamo il sistema generale religioso di Mazzini, siamo sempre obbligati a riconoscere tutti i vivaci e geniali elementi di realtà, che nel sistema mazziniano furono per la prima volta intuiti ed affermati. Senza dubbio, quest’Europa a base di Stati nazionali, quale Mazzini previde che sarebbe nata e desiderò che nascesse, non sembra punto vicina a realizzare l’Associazione dell’umanità, la Santa Alleanza dei popoli. Non mai l’Europa è apparsa dilaniata dagli egoismi nazionali come oggi, all’indomani del grande trionfo che la guerra mondiale ha assicurato agli Stati nazionali. In questo spettacolo di anarchia e di brutalità, Mazzini riconoscerebbe la materia, non riconoscerebbe lo spirito dei popoli, da lui evocati a nuova vita. Ma egli ci insegnerebbe anche che se lo spirito non c’è, spetta precisamente a noi di crearlo, e infonderlo nella materia, ancora cieca e riluttante. Tutto sta ad aver fede e ad essere sempre pronti a ricominciare.
    E quella specie di seconda vista, che gli permetteva di fissare le realtà possibili al di là delle realtà attuali, lo aiuterebbe a rivelarci tutte quelle correnti profonde dei sentimenti popolari, che lavorano sempre nella direzione da lui segnata, e che preparano un migliore avvenire. Queste correnti, che noi possiamo a buon titolo chiamare mazziniane, - queste aspirazioni verso un nuovo mondo di giustizia internazionale – esistono ed agiscono nella coscienza dei popoli. Nelle ore più torbide della guerra mondiale, i Governi, se hanno voluto sostenere la forza morale dei loro popoli, hanno dovuto parlare un linguaggio mazziniano: hanno dovuto promettere una pace di giustizia e un avvenire di solidarietà internazionale. A guerra finita, i governi dell’Intesa ci truffarono indegnamente. Le promesse, che erano state fatte nell’ora del pericolo, furono tradite all’indomani della vittoria. Se questo, che Machiavelli avrebbe definito come un ‘bellissimo inganno’, abbia fatto buon prò alle classi dirigenti, che ne sono state responsabili, lo stiamo vedendo nelle sofferenze e nelle violenze del dopoguerra. E il conto sarà forse ancora assai lungo a pagare. Ma se quelle promesse fu necessario farle, esse dimostrano appunto la potenza dei sentimenti popolari, a cui i Governi dovettero obbedire, pur riservandosi, a tempo opportuno, di ingannarli. E nulla, oramai, può togliere che quelle promesse sieno state fatte. E i popoli non le dimenticheranno. Lavorare, dunque, sulla linea tracciata da Mazzini, quando i più fra gli Stati nazionali non esistevano ancora; lavorare a correggere gli errori e le iniquità commesse dopo la vittoria, affinché le nazioni, tutte le nazioni, acquistino veramente libertà ed eguaglianza; lavorare a compiere la seconda parte dell’ideale di Mazzini – la solidarietà fra le nazioni, dopo la costituzione delle nazioni libere ed eguali, è camminare con gli istinti profondi dei popoli; è lavorare sulle forze permanenti della storia.
    Queste forze Mazzini le chiamava la volontà di Dio; noi possiamo chiamarle le aspirazioni, sempre più consapevoli ed efficaci, delle moltitudini umane, in questo stadio della loro evoluzione. Diversa è la interpretazione. Ma identico è il fatto, che si presenta al nostro spirito, come a quello di Mazzini. E quale fu predicato da Mazzini, tale rimane, innanzi al fatto, anche per noi, il nuovo dovere morale.
    In questa faticosa conquista della giustizia e della solidarietà internazionale, ben pochi fra noi, probabilmente, ripeterebbero oggi con Mazzini che a Roma e all’Italia Dio ha assegnata la missione di iniziare la nuova êra dell’Associazione dell’Umanità. È, anzi, avvenuta in questi ultimi tempi a Mazzini, per questa parte del suo pensiero, in cui è affermata la iniziativa italiana, una disgrazia, quale Mazzini non si sarebbe mai aspettata. Cioè, di questa parte del pensiero di Mazzini si sono impadroniti i nazionalisti e gli imperialisti di casa nostra; e isolandola da tutto l’insieme delle idee mazziniane, hanno fatto di Mazzini uno dei loro: perché Mazzini fa dell’Italia e di Roma il centro dell’umanità. Ora, contro questa grossolana falsificazione, che minaccia di avere larga fortuna nella spaventevole incoltura storica e politica del nostro paese, è necessario che noi non ci stanchiamo mai di protestare. Nel pensiero e nella propaganda di Mazzini il principio della solidarietà umana non si dissocia mai dalla rivendicazione del diritto nazionale italiano. E il diritto nazionale, che egli afferma per la propria gente, non lo nega, non lo mutila, non lo contesta mai, quando è rivendicato dalle altre genti».

    (...)
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    Predefinito Re: Salvemini e il Risorgimento (1980)

    Altri in quegli anni avevano espresso punti di vista analoghi, rilevando l’attualità di Mazzini: tra gli altri, oltre al già citato Bissolati, Francesco Ruffini. E, in sede propriamente storica, non va trascurato un libro su Mazzini, allora pubblicato, di Alessandro Levi, con alcune felici osservazioni non molto dissimili da quelle di Salvemini. Ma le pagine che ora vi ho lette hanno un timbro inconfondibile.
    Il socialismo: è l’altro tema, accanto a quello sulle nazioni, che Salvemini ha ripreso, alla luce delle ultime esperienze in Italia e nel mondo, negli anni ’20, e sul quale ci ha detto qualcosa di nuovo. Intanto, io non direi quello che pur quasi tutti, anche i migliori studiosi di Salvemini, vanno dicendo: che cioè il suo iniziale socialismo si fosse venuto stemperando, fin quasi a scomparire, e che egli avesse finito per ripudiare il principio della lotta di classe. A ben guardare, le cose non stanno così.
    Prima di tutto, la sua sfiducia nel socialismo come idea, e anche come movimento e partito, non era stata mai totale e definitiva. Nel 1915 si professava «socialista dissidente». Già nel 1914 aveva riasserito la sua convinzione del valore fondamentale della lotta di classe. Né il programma immediato dell’«Unità», diceva, né alcun altro programma di giustizia e di eguaglianza «si potrà mai realizzare senza lotta di classe, cioè, finché non sia appoggiato dalla classe proletaria lottante per la rivendicazione dei suoi diritti». Le drammatiche esperienze dei primi anni del dopoguerra lo avevano riaccostato al socialismo. Nel 1920 definiva il movimento proletario «il fatto più grandioso della società contemporanea», riconoscendogli «il merito di aver trasformato le masse amorfe, passive, asservite a barbari egoismi, in forze vive, operanti nella vita della nazione».
    Ebbene, ritroviamo ancor più accentuata questa sua posizione nelle inedite lezioni su Mazzini e il socialismo. Se nel suo libro del 1905 era uscito nella discutibilissima affermazione che «forse» la teoria marxiana della lotta di classe e quella mazziniana dell’associazione erano entrambe vere, e che dalla loro «conciliazione» veniva fuori «la più soddisfacente teoria del processo storico», e tale affermazione, quasi per forza d’inerzia, ricompariva in tutte le edizioni successive, ora invece Salvemini asserisce che, a cinquant’anni ormai dalla morte di Mazzini, è chiaro che non la teoria mazziniana, ma quella socialista si è consolidata, e che il metodo della lotta di classe ha trionfato; che la classe proletaria deve domandare la propria emancipazione solo a se stessa; che il Partito Repubblicano delle Romagne e perfino il Partito Popolare sono costretti a fare, nelle campagne, della lotta di classe. Oggi, egli dice, l’associazionismo mazziniano può diventare un’arma nelle mani dei conservatori, difensori dei privilegi.
    Ma, subito aggiunge, il dovere dello storico è sempre quello di non strappare Mazzini dal tempo nel quale visse e operò, di non isolare ad arte le sue teorie «per sbatterle sulla faccia dell’avversario», e cioè di vederle inserite nel loro ambiente. Oltre a ciò, il processo storico ha dimostrato la vitalità di alcune intuizioni mazziniane, come quelle sul cooperativismo, del quale si può scorgere qualche moderna reviviscenza nel socialismo gildista, e sulla necessità di un effettivo controllo operaio, al quale oggi resistono le classi dominanti.
    E infine, dice Salvemini, non si deve dimenticare che Mazzini ha alcune grandi verità da insegnare alle classi lavoratrici. Prima fra tutte, la teoria del dovere. La teoria dell’utilità e degli interessi materiali è vera, ma non è tutta la verità. Si pensi all’esempio personale di Marx, alla sua «vena potente di abnegazione». La storia ci insegna che l’etica del dovere può far presa sulle moltitudini proletarie, le quali non sono grette ed egoiste come molti credono. La forza mistica ed eroica dell’anima popolare, «la tendenza a slanciarsi verso la giustizia ignota» spiega i larghi contagi di esaltazioni mistiche e rivoluzionarie. Ecco perché, conclude Salvemini, una «infusione di mazzinianesimo nel socialismo è una vera e propria necessità». È questo, riconosciamolo, un Salvemini piuttosto sconosciuto che vien fuori. Qualche giovane suo ascoltatore, negli anni ’20, dovette pure accorgersene, e trarne incitamento a studiare più a fondo Mazzini e il socialismo: fra gli altri, Nello Rosselli.
    La giovinezza di Mazzini. È questo l’argomento del libro che, come ho detto, Salvemini per cinquant’anni sognò di scrivere: «i versi che pensai e che non scrissi, le parole d’amor che non ti dissi»: come una volta, con vena scherzosa e pur malinconica, ebbe a dirmi in una lettera. Purtroppo, questo libro non c’è, e nessuno lo potrà scrivere come lo avrebbe scritto lui. Ma su questo argomento, ho tanti suoi appunti, le sue lezioni, le sue idee. Alcune, non tutte, delle linee di questo libro non scritto si potranno ricavare dalle sue carte: è quel che farò.
    Indico qui solo alcuni dei punti da lui trattati, in pagine che varrà la pena di leggere, nonostante il molto che è stato pubblicato da altri: le figure del padre e della madre, i suoi maestri giansenisti, la lunga crisi di scetticismo e di naturalismo ateo negli anni della adolescenza, l’analisi del suo primo scritto Dell’amor patrio di Dante, il noviziato carbonaro, le prima letture, la datazione precisa dei primi scritti dell’esilio. Non credo di illudermi, se dico che dal meglio di questi appunti verrà fuori, vero e vivo, un ritratto di Mazzini giovane che ancora non si conosceva con tanta nitidezza di contorni.
    L’Italia politica del secolo XIX. Questo saggio di Salvemini apparve in una raccolta di scritti di vari autori, intitolata L’Europa nel secolo XIX, e pubblicata a Padova nel 1925: l’anno stesso, in cui Salvemini fu costretto ad abbandonare l’Italia. Questo ci spiega perché esso ebbe allora scarsa circolazione. L’argomento era quello su cui, fin dall’inizio del secolo, egli avrebbe voluto scrivere un libro, un grande libro: qualcosa che, fatte le debite proporzioni, fosse un po’, per il Risorgimento, quello che era stato per la rivoluzione francese il capolavoro di Tocqueville: un proposito più volte accarezzato, abbandonato, ripreso. Il breve saggio è ben lungi dal rispondere all’ambizioso proposito. Ma non è privo di idee. Il Sestan lo ha giudicato «lineare, scheletrico, essenziale». Non posso dilungarmi. Dirò solo che, da un lato, esso è chiaramente il frutto dei molti corsi universitari degli anni precedenti – di cui qualcosa vi ho detto -, e, dall’altro, sarà la base di molti dei corsi universitari e delle conferenze che terrà all’estero, nei lunghi anni dell’esilio.
    In questo secondo dopoguerra Salvemini, nel rimaneggiarlo in vista della raccolta di suoi scritti sul Risorgimento, ne avrebbe soppresso alcune tra le pagine più interessanti, quelle sull’accentramento, il federalismo, la burocrazia. Perché mai? Forse perché quelle pagine gli parevano troppo «politicizzate», cioè troppo legate ai problemi politici che le avevano sollecitate? o forse perché in questo dopoguerra le autonomie locali non erano state impostate, alla Costituente, secondo le direttive del suo grande Cattaneo? o perché Salvemini aveva messo ormai molta acqua nel suo vino federalista? o per tutte queste ragioni insieme? Non è facile rispondere.

    (...)
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    Predefinito Re: Salvemini e il Risorgimento (1980)

    Qualche parola infine sull’ultimo Salvemini, quello del lungo esilio e del ritorno in patria, sempre di fronte al Risorgimento. Per gli anni vissuti all’estero, va ricordato soprattutto il suo insegnamento alla università di Harvard, ove tenne la cattedra di storia della civiltà italiana. Molti corsi furono da lui dedicati alla storia del Risorgimento e dell’unità. Ho potuto leggere gli inediti appunti per le sue lezioni, di una scrittura più larga e su fogli formato protocollo (non più i quadrettini usati in Italia: la sua vista, con gli anni, si era un po’ indebolita). Essi utilizzano largamente i corsi fiorentini, e il saggio sintetico pubblicato nel 1925. Ma c’è, anche qui, qualcosa di diverso, di nuovo. Anzitutto, queste lezioni sono scritte e dette in inglese: un inglese che, negli anni americani, egli ormai padroneggia assai bene. E la lingua non sua, e per di più una lingua come l’inglese, che egli amava e tante volte esaltò per la sua onesta chiarezza, lo spinge e quasi lo costringe ad una ancor maggiore semplicità di stile e di pensiero, lui già così portato, sempre, a un linguaggio chiaro e semplice. Si può anche notare una tendenza alla semplificazione didattica, per il fatto di rivolgersi a un uditorio straniero, che non sa molto del nostro paese; e lo scrupolo continuo di spiegare e difendere aspetti e momenti della vita italiana, contro ogni pregiudizio corrente: potrei, di questo suo scrupolo, darvi più di un esempio. Ma il tempo incalza.
    Dirò soltanto che in questi suoi appunti si nota, col passare degli anni, un riconoscimento sempre più esplicito della grandezza di Cavour, e anche della Destra storica. I suoi eroi non sono più soltanto Mazzini e Cattaneo. Sembra perfino già delinearsi un più equo apprezzamento di Giolitti (che di lì a poco apparirà nella prefazione al libro di Salomone). Ma quel che soprattutto si avverte in queste pagine inedite, sono i segni del tempo, di quella che il grande storico francese Élie Hahlévy definì allora l’ére des tyrannies. Ce lo dimostrano anche le lezioni di Salvemini sui caratteri della democrazia europea, contrapposti alla Germania nazista, all’Italia fascista, alla Russia di Stalin.
    Per quel che riguarda, in particolare, la storia del Risorgimento, il problema centrale da cui egli partiva, il great event, il grande avvenimento, la sua moving force, la sua forza motrice, era il formarsi del sentimento nazionale. Era questo il grande fenomeno storico da spiegare ai giovani americani.
    Nell’affrontare questo tema, Salvemini giustamente partiva da un chiarimento terminologico. Nella lingua anglosassone, la parola nationalism ha un significato diverso dalla parola italiana, e non solo italiana, nazionalismo, che da noi ha assunto, per ragioni storiche, un significato peggiorativo, di tralignamento e degenerazione rispetto al puro sentimento nazionale. Proprio in quegli anni la migliore storiografia italiana, da Salvatorelli e Omodeo, aveva insistito – per ovvie ragioni politiche – su questa distinzione terminologica. Salvemini, in America, giungeva per conto suo alle stesse conclusioni, indipendentemente dal dibattito che si era aperto in Italia, nella storiografia antifascista, su questo punto. Di qua come di là dell’Atlantico, l’èra delle tirannidi aveva aperto gli occhi sulla dura realtà dei nazionalismi.
    Ciò premesso, Salvemini faceva la storia del sentimento nazionale in Italia. E, giunto a Mazzini, poneva in luce l’efficacia, il fascino che si sprigionava dalla sua fede mistica nell’unità della nazione. Sono i mistici, diceva, e non gli scettici che muovono il mondo.
    Ma, sempre alla luce della drammatica esperienza di quegli anni, mentre si avvicinava la tragedia della seconda guerra mondiale, egli additava ai giovani americani – ed era una lezione che doveva valere anche per loro – quelli che erano gli indubbi limiti e le lacune del pur grande, e sempre attuale, Mazzini. Anzitutto, l’aver voluto due cose difficilmente compatibili, la guerra all’Austria e la rivoluzione: la quale rivoluzione fatalmente indeboliva o distruggeva lo strumento con cui si sarebbe dovuta condurre vittoriosamente la guerra, e cioè un esercito. Inoltre Mazzini credeva nelle frontiere naturali tracciate da Dio, e vedeva le nazioni come masse compatte, omogenee. Gli sfuggiva il problema delle minoranze nazionali, da risolversi secondo il criterio della libertà.
    Infine, Mazzini dava una forma soltanto morale all’associazione delle nazioni, non voleva posti limiti giuridico-politici alla loro indipendenza e alla loro sovranità, concepite come beni assoluti. Ritroveremo questi concetti in un capitoletto da lui aggiunto all’edizione inglese del suo Mazzini, del 1956 (ed è un peccato che, per una pura svista, esso sia stato omesso nella raccolta di Scritti sul Risorgimento, pubblicata nel 1961).
    Ma, soggiungeva Salvemini, Mazzini non era un visionario, un allucinato. La tradizione mazziniana, che andava nel senso della storia, era riapparsa in Italia durante la grande guerra del ’15-’18; e se non prevalse, fu solo perché i mazziniani erano ancora una minoranza; e mancò un Cavour, che costruisse un ponte fra loro e il resto della nazione. Il programma di Mazzini fu allora enunciato da Wilson; ma non poté realizzarsi.
    Oggi, diceva Salvemini in una lezione del 1936, la tradizione mazziniana sembrava morta; ma sarebbe rinata quando l’Italia fosse stata libera. L’Italia di Mussolini doveva cedere il passo all’Italia di Mazzini. Del resto, era la storia dei secoli andati a indurre alla speranza. Il sentimento nazionale, dopo l’orgia nefasta dei nazionalismi, era destinato un giorno a farsi più nobile e più puro, come più nobile e più puro era diventato il sentimento religioso dopo le asprezze e le violenze delle guerre di religione.
    Sono, queste di Harvard ancora sconosciute, lezioni assai belle. E non ci stupisce la testimonianza di Giorgio de Santillana: in ogni università degli Stati Uniti si trovano degli storici che parlano ancora di Old Gaetano come di una grande esperienza nella loro vita, perché attraverso lui hanno capito non solo l’Italia, ma anche lo spirito europeo. Altro che un Salvemini di Harvard «impermeabile ai rumori del mondo», «indifferente alla politica», come ha creduto di poter dire un suo malevolo biografo!
    Finalmente, nel novembre del 1949, egli risaliva sulla cattedra fiorentina. Le lezioni di quell’anno (1949-50) furono, per sua confessione, un’«eruzione vulcanica». Egli riprese, in quel corso, il tema ripetutamente affrontato in America: la formazione e lo svolgimento del sentimento nazionale italiano. Arricchì di nuove letture e riflessioni le cose già dette, con un entusiasmo stupefacente in un uomo che si avvicinava all’ottantina. Queste sue lezioni furono raccolte in dispense. Le riprese ancora l’anno dopo (1950-51), che fu l’ultimo anno del suo insegnamento. Ho potuto leggere i suoi appunti, tuttora sconosciuti, per quest’ultimo corso: sono, qua e là, bellissimi.
    Se la parte più viva del corso dell’anno prima era stata la polemica con Chabod, autore dell’Idea di nazione, ora invece la polemica era con Omodeo, con la sua Età del Risorgimento. Riconosceva in Chabod e in Omodeo due storici di razza. Ma contro la loro tesi, che l’idea di nazione fosse sorta e giunta al trionfo col romanticismo, rivendicava la grande matrice dell’illuminismo.
    Possiamo dire, in sintesi, che Salvemini, specialmente nei suoi ultimi anni, si pose di fronte al Risorgimento da illuminista: di un illuminismo integrato dalle grandi idee di libertà e di democrazia fiorite nell’Ottocento.
    E mi piace chiudere questa mia ormai troppo lunga chiacchierata con la bella metafora che Franco Venturi ha preso da Diderot (e che, sia detto di passata, era già in Locke: e l’ascendenza di questi due nomi, Diderot e Locke, è ben significativa): «Un uomo in una foresta cammina con una piccola e fioca candela. Viene qualcuno e gli dice: se vuoi camminare meglio all’oscuro, in questa foresta, spegni la candela. Chi viene a dare questo suggerimento è il teologo, e la cautela, la piccola candela è la ragione umana. Salvemini credette sempre a questa luce, né mai pensò che la ragione umana potesse illuminare tutta la foresta. Per lui il mistero esisteva. Era convinto però che quella era l’unica possibile lampada, e che il fatto che fosse piccola, il fatto che in qualche momento fosse anche fioca, non toglieva che fosse anche l’unica. Questo fu l’illuminismo fondamentale di Salvemini».


    Alessandro Galante Garrone
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