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    Predefinito L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    Dibattito a tre voci: Garosci, Valiani, Spadolini



    In «Nuova Antologia», fasc. 2133, gennaio-marzo 1980, Le Monnier, Firenze, pp. 3-28.


    Venerdì 14 dicembre 1979, in palazzo Braschi a Roma, presente il presidente della Repubblica Pertini, fu presentato l’Epistolario familiare dei fratelli Carlo e Nello Rosselli con la madre, curato da Zeffiro Ciuffoletti e con prefazione di Leo Valiani edito dalla Sugarco. Sia Aldo Garosci sia Leo Valiani hanno riservato alla «Nuova Antologia» il testo rielaborato, integrato e rivisto delle due relazioni che, per la presenza di Pertini, assunsero il valore di un atto di fede nel futuro dell’Italia democratica. Domenica 13 gennaio 1980 Sandro Pertini ha nominato Leo Valiani senatore a vita, al posto di Pietro Nenni scomparso il 1° gennaio […].
    In questo spirito, e con questi ricordi, pubblichiamo in apertura della rivista il testo delle due esposizioni di Garosci e di Valiani, due delle figure più alte dell’antifascismo e della democrazia italiana: integrato da un terzo saggio del nostro direttore, su Salvemini e i fratelli Rosselli, che sviluppa e riprende i motivi della relazione tenuta da Spadolini alla «Domus mazziniana» di Pisa, il 6 novembre 1977, nel convegno di studi promosso per il venticinquesimo anniversario della fondazione della stessa «Domus» e dedicato all’influenza della componente mazziniana in Salvemini e nei Rosselli. Quasi a riassumere un ciclo, fra primo e secondo Risorgimento.


    1. Epistolario familiare

    Il libro che ci onoriamo di presentarvi è un libro eccezionale, forse un libro per lettori di eccezione. È, in definitiva, l’autobiografia, riflessa nel loro reciproco carteggio, di tre personalità eroiche, diversamente eroiche e legate fra loro da un vincolo d’affetto e solidarietà che è familiare e più che familiare: Amelia, Carlo e Nello Rosselli; personalità colte però non nei loro soli momenti di grandezza, ma, per i più giovani, lungo il corso dell’intera loro vita dall’adolescenza alla morte.
    Non sono solo le lettere, che gl’Italiani già posseggono, dello stesso Carlo Rosselli di Oggi in Spagna domani in Italia, o le lettere di Rossi o Gramsci dalla prigione; sono lettere che certo testimoniano, attraverso le prigioni, i confini, gli esili le angosce reciproche, la vita di una eroica famiglia lungo il corso della dittatura fascista che doveva far assassinare Nello e Carlo; ma ancor più testimoniano la loro ascesa, il loro sviluppo, li mostrano anche spesso nella loro vita ordinaria, nei loro tormenti materni, quelle di Amelia, per l’educazione dei figli non meno che per le vicende della patria, nei loro tormenti di adolescenti quelli di Carlo e Nello per il pieno sviluppo della loro personalità; ma spesso nel loro godimento intellettuale e morale, nelle loro gioie per le vittorie e per i successi, nel crescere del loro mondo attorno a loro e del loro pensiero dentro di loro.
    Come dice il titolo, si tratta di un epistolario familiare: tanto familiare che bisognerà che il lettore comune si abitui, appunto, al loro «lessico familiare», a tutti quei vezzeggiativi e nomignoli tra i quali talvolta neppure i protagonisti si riconoscono più, fatto di scherzar toscano e di dolcezza veneta si abitui alla cerchia della vaste parentele e delle famiglie amiche, specie della borghesia ebraica fiorentina del principio del secolo e di molti grandi dell’intellettualità, al crocevia del trapasso, con la prima guerra mondiale, che reca ancora tracce della bella époque, verso l’era delle tirannie, (che appunto con la guerra si era inaugurata nel mondo). Si abitui il lettore e chieda un po’ scusa a se stesso di essere entrato in quell’intimità, e vada al nocciolo, colga il dramma di quell’intimità, la durezza della lezione vitale sotto le non finte tenerezze.
    Non a caso il dramma familiare di questi tre personaggi non è di quelli che accompagnano il destino di tutte le famiglie; gioie e dolori, fastidi e affari, malattie e morti e formazione di nuove famiglie, ma sembra scandito dai grandi eventi della storia. Il carteggio ha inizio con le lettere di Amelia Rosselli, la madre, a Carlo, nella prima vacanza indipendente dalla famiglia del ragazzo che sta per uscire dall’adolescenza e mentre sull’Europa si addensa il turbine della tragedia, nell’agosto 1914. E Amelia parla a Carlo come a un ragazzo e assieme quasi a un adulto.
    Quando questo dramma incomincia, Amelia aveva già dietro di sé l’esperienza di una scrittrice e donna non comune. Ancora tuttavia ci manca, su questa donna eccezionale, che ancora incontrai, minuta e logorata dagli affanni e pure eretta e padrona di sé e dei suoi ricordi, non indifferente e non piegata nel suo esilio di New York durante la seconda guerra, uno studio comprensivo che, attraverso le opere, tutte piene del suo sentire, ce la rimetta innanzi nella sua vita raffinata e semplice, trepida e severa, portatrice e seguace di nuove idee e di nuovi sentimenti, raffinata dalla vita e dall’esperienza internazionale e artistica d’una capitale come Vienna, dove aveva vissuto in un ambiente d’arte frequentato da un Brahms e fremente tuttavia di un patriottismo italiano, una biografia che renda giustizia al forte sentire etico che, attraverso il mutare e l’adeguarsi dei moti letterari, ispirò tutta l’opera sua.

    (...)
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    Predefinito Re: L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    Ma già la vediamo, quale si era formata e doveva durare tutta la sua vita, in queste prime lettere al quindicenne Carlo, che segue con occhio attento e partecipe («mi fa molto piacere sentire che ti sei guadagnato la simpatia di molte persone»… «Le tue lettere m’interessano molto e mi dispiace che tu non sia qui, che si farebbe insieme tante discussioni»); ma al quale non risparmia lezioni di severa economia: «ti prego di non scrivere per espresso, salvo casi eccezionali, perché è una spesa inutile… Senza dire poi, che non hai ancora capito che per mandare un espresso non basta comprare un qualsiasi francobollo da venticinque oltre a quello da quindici; bisogna comprarne uno di quelli rossi, lunghi, sui quali è scritto Espresso altrimenti sono venticinque cent buttati via». Con la lira alla settimana che a Carlo spettava evidentemente era uno spreco. E doveva imporsi altre rinunzie: «Caro Cannepino, mi dispiace, ma devi restare col desiderio della macchina fotografica; sono al verde e non posso neanche pagare l’affitto, non potendo ritirare il danaro dalle banche». E sul tema della parsimonia, specie con Carlo, spesso, ritornerà.
    Le lettere del 1915, da Verona e da Modena, sono invece l’ultimo indiretto saluto della madre al primogenito, Aldo. Amelia è andata a trovare il figlio maggiore alla scuola allievi ufficiali, a Modena; è malato, i medici militari poco si son curati di curarlo; lei riesce a trovare un primario, che interviene con le sue prescrizioni e mette un po’ di soggezione al militare; Aldo «non sta passando un momento facile né piacevole». È la solita illusione delle madri, che pensano di poter continuare a proteggere, in qualche modo, i figli adulti. Aldo, volontario al fronte, cadrà in combattimento del 1916 e di lui l’epistolario parlerà, sì, ma al passato.
    Separata invece era di nuovo quando, a Caporetto, il fronte italiano fu spezzato. Le prime notizie giungono quando la madre è in villa e i figli a Firenze, dapprima con l’illusione di un rovescio minore e riparabile, poi in tutta la sua catastrofica imponenza.
    Carlo parte per la scuola militare di Caserta, e la madre torna a dominare con tutta la sua energia. Le notizie sulla rotta e la resistenza al Piave, i commenti politici si mescolano alle sollecitudini, a nuovi consigli per farsi un metodo di non spender troppo, ma anche verso gli altri Amelia mostra tutto il suo volto severo e sollecito. Su un tram fa arrestare un soldato che aveva parlato tedesco; ospita in casa i piccoli profughi del Friuli; trovando, come accade in Italia dopo il primi slanci, profughi accampati per terra e senza assistenza, provvede a farli ricoverare. A Carlo non si accontenta di dare, come per il passato, consigli di condotta spicciola, ma riafferma le grandi, le profonde convinzioni che l’hanno guidata. «In quanto alle tue idee rivoluzionarie, come tu dici», gli scrive quando già lui è al fronte, «non mi spaventano troppo. Anzitutto, sbagli se credi ch’io ti trovi ‘spiritoso’ nelle negazioni a cui arrivi della esistenza di Dio, o meglio di una forza armonica che regge gli universi… Tu dici che Dio è la coscienza, e che per un uomo evoluto questo deve bastare. Certamente che basta; ma cosa vuol dire Dio e cosa vuol dire Coscienza e che cosa vuol dire Religione, e che cosa vuol dire Forza, Legge, Armonia? Vuol dire tutto la stessa cosa: il riconoscimento, da parte nostra, di una forza appunto, chiamala come vuoi, universale, di cui ascoltiamo la voce sia dentro di noi che fuori di noi…». E prima, con poche e savie parole, gli aveva tolto la fiducia in una passeggera curiosa infatuazione che Carlo aveva avuto per la Massoneria. Sono lezioni che resteranno.
    Esse trovano un contrappunto, sviluppato lungo il corso degli anni: «Lo scetticismo distrugge, non crea. E abbiamo tanto bisogno di creare! Di creare e di credere. Già, se non si crede, non si crea» (Amelia a Carlo, 28 gennaio 1919). «In quanto a ciò che rammarichi, che la religione ebraica faccia una differenziazione tra gli uomini, bisogna riportarsi all’epoca in cui fu fondata: era già un bel passo avanti sulle religioni preesistenti… Invece il Cristianesimo portò l’altro elemento che le mancava, e che era mancato a tutte le antiche religioni: l’eguaglianza fra gli uomini… Avvenne la scissione, e la nostra religione si racchiuse in se stessa… E vien fatto di esclamare: Peccato! Bisogna anche dire che la religione cattolica, in seguito, per fare sempre più proseliti nel mondo dei pagani, accolse e fece sue le immagini… ecc. Fu la sua forza, ed è la sua debolezza, perché a uno spirito superiore ripugna qualsiasi rappresentazione di Dio. In questo è molto superiore la religione nostra… Ma è concezione troppo alta e severa per far proseliti tra le masse…» (Amelia a Carlo, 31 gennaio 1919). «Il mio fondo intimo è un po’ scettico, e tu lo sai. Ma certo io non riesco a considerare più positiva, l’ipotesi positivistica, anzi materialistica, d’ogni vita al di là… Ma ci vorrebbe l’atto di fede cieco, e non riesco a piegarmi. E così sempre più intensa e violenta diviene la mia volontà di azione e di realizzazione, ora, su questa terra, in questo che non sarà se non un attimo del tempo eterno, ma che per me è tutto il mio tempo il mio spazio il mio mondo la mia ragione di vivere». Né Carlo si rassegnò mai all’opera limitata del tempo, presago di una liberazione che era anche tragedia: «Ma quanto diversa, mamà, sta diventando la mia vita, tutta costretta su un piano unico. Ogni anno che passa è un concentrarsi sempre più assoluto in una sola direzione. La vita si immiserisce, si rattrappisce, si diventa monocordi, fissati, secchi anche; eppure è così; e più andremo avanti, e più sarà così finché o scoppieremo o passeremo. Tremendi diventiamo, divoratori di noi, dei nostri figli, di quanti ci stanno d’incontro…» (Carlo a Amelia, 8 novembre 1933). E il dialogo ha molte altre sfumature, e le citazioni potrebbero moltiplicarsi all’infinito. Ma esse varranno, spero, a dimostrare quanto afflato religioso sia trapassato, e non come semplice espressione oratoria, nella più tarda «vocazione» di Carlo alla fede, mai venutagli meno nelle sue molteplici forme, del socialismo liberale.
    E dopo la vittoria, alla cui ebrezza si mescola, senza leziosità, il ricordo del figlio scomparso, che non ha veduto quel giorno, di nuovo riprende le sue lezioni di praticità e di razionalismo. «Sono molto contenta che la tua mente si sviluppi in questo senso e che i problemi generali ti interessino tanto. Bada di non perder di vista la base, il punto preciso in cui devi fissarti per la tua carriera avvenire… L’uomo d’azione è l’uomo che sente con precisione un solo lato di una sola questione». Di qui il consiglio molto ragionevole, visto che Carlo ha fatto l’Istituto tecnico e ha lasciato gli studi classici perché «negato alle lingue», (ne imparerà tre o quattro) di intraprendere una carriera tecnica, di diventare ingegnere, dirigente. Era giusto, razionale, sensato.
    Ma ormai Carlo aveva conosciuto se stesso. Prima della smobilitazione si iscrisse all’Istituto Superiore di Scienze Sociali di Firenze, prese la «mezza laurea» che questo conferiva, la licenza liceale studiandosi il latino e poi s’iscrisse a legge, prima a Ferrara, brevemente, quindi a Siena, per uscirne laureato in legge nel 1932 e con ferma propensione agli studi d’economia. Era uno di quegli uomini che sentiva di esser chiamato a risolvere i problemi generali. Da allora in poi camminerà per la sua strada, con tanta sicurezza di sé in tutto da spingersi a dare alla madre consigli per la miglior soluzione dell’ultimo atto dell’Emma Liona.
    Ben altro è sopravvenuto ora nella vita d’Amelia, in quella dei figli, ben altro per i «fratelli minori» che il generoso slancio verso l’emancipazione dei più miseri. È sopravvenuto il fascismo, che colora poco a poco di sé amicizie e inimicizie, città vicine e lontane; che vuol dire, mentre Carlo insegna a Milano e a Genova e Nello per fortuna è a Milano, due volte la devastazione della casa che Amelia ha preparato a Firenze per la famiglia; e poi le prigioni di Carlo, dopo che questi, trionfalmente imponendo la sua cultura, ha insegnato alla Bocconi a Milano e all’Istituto superiore di studi commerciali di Genova; e il confino, e l’altro inopinato primo confino di Nello; e la madre assiste, pronta a condividere, quando sia utile, la relegazione dei figli, ma attenta a non farsi sentire con la sua presenza, a non indebolirli con le prove.
    Con Nello, veramente, le cose erano all’inizio andate più tranquille; non ci sono lettere di Amelia a lui, che evidentemente le era più spesso vicino e che non aveva, indirizzato com’era fermamente agli studi, lo stesso bisogno di consigli di cui pareva invece avesse bisogno Carlo. La prima lettera della madre a lui è già al confino, a Ustica, dove, dopo il processo di Savona, la madre viene a trovarlo: «Ma sono molto offesa», scrive scherzosamente, ma non tanto, «di quello che mi dici in essa, e cioè che ‘non mi vedi al confino’… Tu e Carlo vi siete sempre fatti delle idee sbagliate su di me…». E da Ustica, dove stava Nello, passa a Lipari, dov’era Carlo; lettere tra loro sempre serene, come se la loro vita fosse la più normale del mondo, particolari sulla casa, sui nipotini, sulla vita quotidiana; quasi le stesse lettere che, riacquistata la libertà di andare all’estero, dall’estero si scriveranno.
    Non dimentichiamo però, ovviamente, la censura; la lettera è sempre scritta avendo in mente che sarà letta; e perciò è tanto più notevole che in esse non traspaia mai un momento di debolezza, un consiglio di accomodamento. Carlo, a differenza della madre, sconsiglia sì al fratello assolutamente di lavorare all’Enciclopedia italiana; ma al momento in cui Nello rifiuta di chiedere, senza alcun proprio impegno, di venir mandato a finir gli studi e il confino in qualche città del continente, è Carlo e non la madre che consiglia una certa maggior flessibilità incontrando del resto un rifiuto. E la madre, durante il processo di Savona, non riesce a nascondere a Nello il suo entusiasmo per il contegno di Carlo. È un blocco mirabile di volontà umane di fronte a una tirannide abile e seducente, che ha eguale saldezza nei tre vertici del triangolo familiare (e nelle compagne dei figli, le cui lettere, se ci sono, forse potevano venir congiunte a queste, perché l’adozione del coniuge in una simile famiglia non poteva avere che significato dell’antico rito romano ed ebraico).
    Lo strazio si fa più sentire quando, dopo la fuga di Carlo da Lipari, Nello viene mandato a Ponza e obbligato a vivere nel camerone dove, immagina Amelia, non potrà studiare, e dove le viene negato il visto per andarlo a trovare: «tre, delle isole. Ce n’è altre? Quando si smetterà di fare questa sorta di indirizzi; Dio mio, ce ne vuole di rassegnazione!».
    Dopo il ’29, con la liberazione di Nello, l’evasione di Carlo e Marion, la tempesta si placa in apparenza. Qualche lettera scritta dall’estero, dalla madre a Carlo specialmente, rivela tutta la sua fierezza, come quella dopo il processo di Lugano da Carlo voluto affrontare in persona: «dì a Carlo che ho letto la sua deposizione, e che mi ha fatto una grande impressione. Veramente bellissima, di una grande altezza ed efficacia. Certamente capisco come, abituata a questa atmosfera, ti debbono, vi debbano sembrare meschine le mie considerazioni… Se potessi agire con le preoccupazioni di riflessi personali soltanto, ti assicuro che agirei in modo diverso… Se c’è una persona che dovrebbe essere compatita nel senso letterale della parola, sono io, mamma, che il sentimento più naturale deve sempre essere da me soppesato, vagliato e vigilato, invece di potermici abbandonare liberamente… Se non altro per questa dolorosissima mutilazione del mio sentimento materno ho acquistato due diritti: quello di compatimento, e di odio per chi mi riduce così». L’altra che gli scrive, tornata all’estero, da Vienna, nel momento decisivo in cui la guerra etiopica sta per decidere del destino del paese e Hitler di quello d’Europa, mentre Carlo ha condotto e conduce la più difficile battaglia, e che contiene la parola definitiva di orgoglio e di benedizione:
    «Voglio dirti, come, dopo la lettura di tutti quei numeri che mi hai mandato, sono sotto l’impressione di un’opera veramente grande e portata avanti con tanto dinamismo, mobilità e larghezza di vedute… Dio voglia che la tua missione si svolga per il bene di tutti, in ogni modo tu spendi bene la tua vita! Che Dio ti benedica, caro caro il mio figliolo!».
    Poi l’ultima lettera, del 6 febbraio 1937, che risponde all’ultima di Carlo tornato in Spagna, è quasi terribile nella sua fatalità. Mentre, conforme al ruolo che si è assunto di consigliera di moderazione, osa dire «Non dimenticarti troppo i lati negativi di certe esperienze», Amelia raccomanda al figliolo di non rinunziare a nessun costo alla cura di Bagnoles. Ancora una volta, quasi simbolicamente, la sollecitudine materna si incontrava, definitivamente, con la tragedia.
    Non credo di aver indugiato troppo, in questa mia analisi del volume, sulle lettere di Amelia, che dei tre personaggi dell’«epistolario familiare» è la meno nota, e verso la quale sento quasi il rimorso delle generazioni presenti, che l’hanno dimenticata più dei suoi figli. Ma pur contenendo le lettere di Carlo e Nello cose diversamente ma non meno grandi, e che completano il rilievo storico della loro figura, conosciuta per altro anche attraverso alle opere e dalle lettere fin qui pubblicate, non è che ci sarebbe meno da fermarsi su di esse, sul loro contenuto, sui mille getti di luce che ne vengono sulla loro figura, soprattutto su quella di Carlo.

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    Predefinito Re: L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    Non so se il lettore avrà la mia stessa impressione, ma Carlo è qui, dal principio alla fine, dal ragazzo che non sa fare economia sia pure per scopi giustissimi e nobilissimi, e a cui la madre raccomanda di non tenere in tasca mai più di cinque lire, al capo politico completamente conscio della sua missione e scevro al tempo stesso di ogni personale ambizione e vanità, fisso tuttavia nella certezza della sua missione, senza grandi parole, senza altra certezza che di fare il suo dovere nel mondo che muta contro l’umanità.
    Dal ragazzo pazzerellone, indocile, svagato, quale egli stesso si descrive rievocando la propria infanzia, all’uomo che, passata la tempesta della guerra, sposata la causa, che è quella dei suoi soldati, diseredati e sentiti con un vincolo fraterno, torna non in cerca di avventure ma di sapere e in breve, sia pur sorridendo di se stesso, passa alla posizione di capo e di maestro.
    In verità, in nessuna pagina forse come nel complesso di queste lettere si sente con tanta acutezza quella che fosse la qualità essenziale di Carlo; quella di riunire a sé le tanto abusate qualifiche del compagno e del capo: del compagno, che mette a suo agio qualunque interlocutore, che non si sente superiore, ma neanche inferiore, del capo che è tale non per il cosiddetto carisma ma per capacità di dare l’esempio, di vedere meglio, prima, più profondamente degli altri. Lo si segue nel periodo trascorso nel ’23 con Salvemini alle settimane fabiane (curioso e divertito direi più che veramente trascinato, ma lieto di quell’humour, di quella giovinezza ritardata che gl’inglesi, timidi e perciò apparentemente scostanti nella prima età, rivelano dopo i cinquant’anni) seguite con chiaroveggente entusiasmo; e ancora in Inghilterra nel ’24 alla vigilia delle elezioni «laburiste»; lo si segue nella Torino accademica, con i professori scostanti e remoti, Einaudi che gli sembra noioso e meschino (e veramente Einaudi professore era, per i conoscitori dei suoi libri, una delusione, diverso così dall’affascinante scrittore come dal rustico savio dell’intimità), e Jannaccone freddo, che lo fa aspettare a lungo, per dirgli poi che il suo scritto rivela effettivamente capacità di economista (ben più calde le impressioni torinesi di Nello); lo si segue nella più calda e facile ma generosa e accogliente Milano socialdemocratica, all’Università Bocconi, all’Università popolare, e, un po’ di scorcio, nel suo insegnamento genovese cui pone termine l’aggressione fascista; instancabile nel tirare innanzi quel «Quarto Stato» che a un certo punto, dopo un lungo arresto di Nenni, rimane interamente sulle sue spalle. E, prima, nei suoi contatti con Gobetti, a prima vista «contrariamente alle aspettative, riuscito simpatico, quantunque dotato di difetti assai appariscenti e urtanti»; ma solidale con lui, quando, prima dell’aggressione squadrista per l’«insulto a Delcroix», viene sfidato a duello: «Data la mia amicizia con Gobetti, io probabilmente avrei accettato di rappresentarlo nella vertenza… E Gobetti era prima di tutto un amico, un amico che aveva tutto giuocato nella sua nobile battaglia antifascista. E gli amici bisogna assisterli in questi momenti…».
    Certo, data l’accennata autocensura nelle lettere, in queste vi sono più professori che cospiratori, più libri che indicazioni politiche precise, almeno a partire dal 1927, cioè dai processi di Como e di Savona, che fecero seguito agli espatrii clandestini; ma già prima c’è la precisa sensazione di come egli fosse conscio dell’irreparabilità della dittatura, del processo di rottura che s’era aperto nella vita dello Stato: se il 13 febbraio 1926 ancora aveva scritto, con qualche speranza: «Se entro i prossimi due o tre mesi non avviene un movimento risolutivo temo che l’uomo, il regime si consolidi. E allora ne avremo per anni, salvo il solito imprevedibile e non ne sortiremo più se non con un rivolgimento non più politico ma sociale», nel maggio, dopo i primi fermi e perquisizioni per il «Non Mollare», giudicava con concreta chiaroveggenza: «Le cose vanno malissimo. Si corre verso l’afflosciamento. Fra tre mesi si dovrà organizzare per la rivolta a base sociale, o saremo schiavi in eterno». Dopo l’arresto, nel carcere di Savona e poi a Lipari, non sorprende ritrovare un Carlo studioso, ma si rimane stupiti di leggere che si è digerita tutta la Filosofia dello spirito crociana di cui ricorrono nelle lettere espressioni scherzose, prima naturalmente che, come già si sapeva da una sua lettera al maestro, della Storia d’Italia. La sua fede, la sua certezza nella vocazione non viene mai meno: «E io confesso che questa vita, nonostante tutto, così come mi si viene ormai dipanando sotto gli occhi della mente, l’amo. Non saprei sceglierne una diversa. E sento anche che alla fabbricazione di questo filo hai cooperato tu, mammà»… E altrove: «Ma c’è un elemento che spiega e tronca tutto: il temperamento.
    È il mio vero deus ex machina. Dubbi, incertezze, complessità spirituali. Poi arriva lui, e dipana d’un tratto la matassa. Il temperamento è per me la mia vera forza, un alleato formidabile». O ancora: «… su, su, sino ad oggi, 16 novembre 1928. Ho camminato, non sono stanco. Camminerò ancora. Vedo la mia strada. Arriverò. Brutto questo equivoco verbo arrivare. Tanto più che mi pare di essere in un certo senso già arrivato. Lo dico proprio senza una punta d’orgoglio, a puro titolo di constatazione. Sento in me una così fiammante certezza e una così perfetta corrispondenza tra vita esteriore e dettami della coscienza, che veramente oggi non saprei desiderare molto di più». Meno di nove anni dopo, se gli assassini gli avessero lasciato il tempo di scrivere un testamento non si sarebbe espresso diversamente. L’Etiopia, la Spagna, quella maturità che provocava la meravigliata ammirazione della madre e del fratello aggiunsero molto, dall’esterno, a quella vita. Ma nulla che egli già non avesse raggiunto.
    Molto si può ricavare anche dalla corrispondenza di Nello. Così come accade nelle cose della vita, l’opera di Nello, che pure è rimasta e continua a fruttificare, a prima vista appare più umbratile, e più superficiali, almeno fino all’invio al confino, sembrano perciò le sue corrispondenze, perché la piena della vita di Carlo si riversò nell’azione e quella di Nello, in maggior misura, nella meditazione e nello studio. Non ci sono per lui, come per Carlo, predicozzi della madre. Le prime lettere di Nello dalla campagna, da Lucca quando vi fu chiamato regolarmente, dopo la guerra, a fare l’ufficiale, sembrano quasi mondane. E poi sportive: la passione per la motocicletta, per esempio, che lo porta attraverso l’Italia. Ma sotto appare, lo si vede subito, l’uomo che cerca, e non cerca solo manoscritti, ma cose vive. Incontra per esempio «l’avvocato Merlino», il vecchio socialista libertario già difensore di Bresci e collaboratore di Sores, Saverio Merlino. «È un uomo sulla sessantacinquina avanzata, ma che ha ancora, malgrado la borghesissima veste da camera con cui mi ha ricevuto, nello sguardo e nella barbetta qualcosa del vecchio sovversivo». È come un bagliore che illumina quegli studi mazziniano bakuniniani di Nello e li porta nella vita.
    E poi, alla fine del ’26: «Gli oppositori, quei pochi che sono rimasti – non faran più paura davvero. E allora la famiglia Rosselli tornerà a casa sua. Persuasa che per qualche anno non c’è che da chinare il capo e che non c’è da sperare che in una seminagione a lunghissima scadenza: quindi pacata, se assolutamente intransigente: non catastrofica. Augurandomi (io almeno me lo auguro) che la soluzione venga irresistibile dalla coscienza delle grandi masse, finalmente edotte di quel che hanno perduto perdendo la libertà e – non come anche potrebbe essere – dalle conseguenze della spavalderia tutta mussoliniana della politica estera. Sarà un periodo doloroso, quello dell’oppressione legale, perché ci sentiremo in pochi, isolati, almeno in apparenza, dal resto della nazione… Ma lasciamo andare». Non c’è minor preveggenza che nelle lettere di Carlo c’è la «pacata», non inerte, accettazione d’un destino solitario.
    Un uomo così sicuro della sua vita, così pacato nella sua decisione non poteva venir piegato, più di quanto non potesse venir piegato il bollente Carlo, dai replicati invii a confino, dalle lusinghe e dalle minacce. Lavorava, pazientemente, mentre Carlo gli consigliava di fare un lavoro d’assieme, di non perdersi in minuzie, alla Destra, al Mazzini e Bakunin, al Pisacane. Quest’ultimo libro, che ora ci sembra forse meno fecondo di conseguenze per l’avvenire della storiografia italiana, del precedente, ebbe tuttavia un effetto, nell’Italia degli anni Trenta, non minore di quel che avrebbe potuto averlo una cospirazione riuscita. Il superstite antifascismo intellettuale ancora in libertà e la scienza accademica si accomunarono nel parlarne con calore. Il suo fascino non veniva solo dalla ricerca minuziosa e dalla novità del tentativo di collegare Pisacane con quel che si presentava come «socialismo» attorno a lui. Veniva da una sottile aura poetica, quell’aura poetica che sembra spirare da tutta la sua corrispondenza, dall’ampiezza degli sfondi su cui Nello aveva disegnato la figura del caduto di Sapri. Forse non fu solo calcolo politico (lasciargli maggior libertà per sorvegliare, attraverso lui, il fratello) che lo fece alla fine non solo liberare dal confino ma ottenere il passaporto perché potesse studiare all’estero. Fu il fascino di quel lavoro tenace e silenzioso, la certezza negli uomini di studio di quell’opera sua che cresceva all’ombra senza spirito di polemica e di rivalsa. E anche il suo piano non era di «attesismo», come poi si disse.
    Basti pensare alle fatiche che spese per far vivere una rivista storica indipendente, cui la giovane guardia accademica avrebbe voluto dare il suo concorso, ma poi non osò, perché i forti non sono molti. E forse anche il suo piano, quello della lenta ripresa intellettuale, non era più utopistico di quello di Carlo e di chi con lui aveva scelto la via dell’immediata cospirazione e rivoluzione. Ma poteva apparire agl’impazienti perché il male che egli intendeva combattere si era intanto chiuso sull’Italia e l’Europa. E, a volte, come si vede dalle sue lettere all’estero, dirette al fratello, dovette desiderare più che di cooperare all’opera di lui; ciò che del resto fece, sia confortandolo di notizie, sia tentando le prime riviste di cultura clandestine o altre disegnandone all’estero, mentre instancabile tesseva la tela del suo lavoro.
    Il cerchio familiare si è spezzato. Quelle che vi presentiamo sono le ceneri di una grande fiamma. Possa la lettura di questi documenti farla riaccendere in cuori non spenti a quei «buoni sentimenti» che oggi paiono a molti degni di irrisione, ma dai quali solo può venire la salvezza delle generazioni che ci succederanno, come è venuta quella della nostra, che non avrà il suo nome da Hitler, Mussolini e Stalin, ma dagli uomini che non piegarono.

    Aldo Garosci

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    Predefinito Re: L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    2. Un ideale mazziniano

    Grazie ad Ada Rossi, ad Enzo Tagliacozzo e a Carlo Francovich, ho potuto consultare anni fa le parti ancora inedite dei carteggi politici di Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi e, in generale, l’archivio di «Giustizia e Libertà», inventariato da Costanzo Casucci e in parte già utilizzato da Nicola Tranfaglia e da altri studiosi. Ma questo meraviglioso epistolario di Amelia, Carlo e Nello Rosselli, anche se la signora Maria Rosselli, che ci onora con la sua presenza, me ne aveva già parlato, non lo conoscevo, benché Tranfaglia vi accennasse, fino a quando l’amico Pini non me ne fece avere le fotocopie, assieme alla prefazione e alle note del giovane studioso, il prof. Zeffino Ciuffoletti, che l’ha messo a punto per la pubblicazione. Indegnamente, ho scritto l’introduzione per il volume che oggi presentiamo. Non ripeterò qui quel che ho detto nelle pagine che lo aprono e non riassumerò neppure le lettere che esso contiene. Aldo Garosci, stretto collaboratore di Carlo Rosselli negli anni della cospirazione e dell’esilio, e suo compagno al fronte nel fuoco della guerra di Spagna, ne ha già detto, da par suo, l’essenziale. Questo carteggio l’ho letto con vero godimento intellettuale e anche con profonda commozione. Nel 1926, all’età di 18 anni non ancora compiuti, ero già avido lettore del «Quarto Stato» di Carlo Rosselli e Pietro Nenni. Mi recai apposta a Milano, per fare la conoscenza di quei due grandi antifascisti e socialisti, che mi accolsero con la cordialità di cui davano prova nei confronti dei giovani.
    In uno dei fascicoli di «Quarto Stato» troviamo la recensione, siglata da Carlo Rosselli, d’un volume commemorativo su Anna Kuliscioff, la nobile e coltissima compagna di Filippo Turati, morta sul finire del 1925. Abbiamo perduto, scriveva Rosselli, nel giro di pochi mesi gli esponenti più alti di tre generazioni di democratici italiani: Anna Kuliscioff, Giovanni Amendola, Piero Gobetti. Nell’epistolario che qui presentiamo, una lettera di Carlo Rosselli ci fa vedere come egli cercasse qualcuno che fosse in grado di tracciare, per «Quarto Stato», il profilo storico di quelle tre grandi personalità, di quelle tre generazioni. Gli mancò il tempo per trovare l’autore che cercava, ma il problema storico che poneva è rimasto attuale. Anna Kuliscioff, prima con Andrea Costa, poi con Filippo Turati, simboleggiava la trasformazione delle plebi, o almeno di una loro assai numerosa aliquota, in movimento operaio socialista. Esso strappò moltissime conquiste, ma proprio nel momento della sua massima espansione si trovò isolato da tutti gli altri ceti della società italiana e dello Stato ancora liberale e, nell’urto che ne seguì, fu disastrosamente sconfitto. Giovanni Amendola era riuscito ad organizzare la frazione più democratica ed illuminata dei ceti medi, quanto meno nel Meridione, ed era giunto alla conclusione che fosse necessario contrarre un’alleanza durevole col partito socialista di Turati. L’Unione Democratica Nazionale rimase però minoritaria nell’insieme dei ceti medi italiani e anche perciò, oltre che per il grave errore tattico di passività dell’Aventino, anch’essa fu sconfitta. Piero Gobetti aveva cercato di raggruppare gli intellettuali più lucidi, più puri, più coraggiosi, nella battaglia per il rinnovamento spirituale, morale, oltre che politico e sociale dell’Italia. In ultimo, anch’egli figurava fra le vittime della violenza fascista.
    Carlo Rosselli vedeva già, al momento della fondazione di «Quarto Stato», e questo carteggio ce lo conferma, che la sconfitta non era di breve periodo e che il regime fascista poteva anche durare molto a lungo. Lo animava tuttavia la certezza che la disfatta non avrebbe distrutto i valori storici rappresentati dalla Kuliscioff e da Turati, da Amendola e da Gobetti. Le loro opere rimanevano vive e vitali; bisognava unirle non solo in uno schieramento tattico, bensì in una nuova sintesi.
    Per qualche tempo, Rosselli cercò di raggiungere lo scopo facendo leva sul partito stesso di Turati, il partito socialista unitario, al quale aveva aderito con Salvemini, subito dopo l’assassinio di Matteotti. Qui si può scorgere una delle sorgenti, non la sola, del successivo socialismo liberale di Carlo Rosselli. Altre sorgenti che da questo carteggio risultano, sono il suo soggiorno inglese, a contatto, nel 1923-24, con la Società Fabiana; la lettura delle opere di Benedetto Croce e di tanti altri autori, italiani ed esteri e l’amicizia di Salvemini. Vi si aggiunge – e primeggia anzi – l’osservazione della realtà italiana.
    L’intransigente battaglia antifascista di Matteotti è indimenticabile, ma sarebbe bene ristudiare l’impostazione politica generale di Matteotti, quale segretario del partito socialista unitario. Sotto la sua guida, e quella di Filippo Turati e di Claudio Treves, il partito socialista unitario, nato da una scissione assurda, dagli unitari non voluta, e nelle cui file erano perciò rimasti dei militanti d’indomita fede e di straordinaria volontà di lotta, così Sandro Pertini, conobbe, come si vide nelle elezioni amministrative, politiche e sindacali, un successo abbastanza lusinghiero che – nonostante le repressioni messe in opera dal governo fascista – si protrasse ancora per quasi un anno dopo il martirio di Matteotti. Questi aveva tratto dalla disfatta del 1921-1922 la stessa lezione di Amendola, solo che sul versante di sinistra: bisognava render possibile di nuovo, sosteneva Matteotti, una alleanza durevole del movimento operaio socialista coi ceti medi liberaldemocratici. Di ciò il partito socialista unitario doveva convincere anche i sindacati operai, ancora diretti, nella maggior parte dei casi, da uomini che avevano la sua tessera. Gli errori del massimalismo dovevano essere corretti sia sul piano pratico, sia sul piano dei princìpi. Turati conveniva con quest’impostazione di Matteotti e lo disse in un memorabile discorso, pronunciato a Torino, mi pare sul finire del 1923. Rosselli vi accenna in una delle sue lettere. Ma, dopo la perdita di Matteotti, Turati non fu più uomo d’azione: la Kuliscioff glielo rammentava sovente. Anche Amendola si rivelò più uomo di concezione politica e di ammirevole e, a mio avviso, altresì feconda intransigenza morale, che non di azione tempestiva. Gobetti forse avrebbe avuto di più la tempra dell’uomo d’azione, ma morì troppo giovane. Carlo Rosselli l’aveva senza dubbio. Al pari del fratello Nello, che militava nell’Unione Democratica Nazionale di Amendola, ma dava soprattutto un contributo, invero fondamentale, di studi di storia politica, Carlo Rosselli era amico di Gobetti. Tuttavia, egli fece dapprima il tentativo di spingere avanti il partito socialista unitario sulla via propugnata da Matteotti. Nello lo incoraggiava in questo tentativo. C’è qui una lettera di Nello, del 1925, da Berlino, che esprime la sua soddisfazione per il successo della direzione incarnata da Bruno Buozzi nello sciopero generale dei metalmeccanici. Lo scioglimento del partito socialista unitario nel novembre 1925, a seguito del mancato attentato di Zaniboni, fu però il preludio dello scioglimento di tutti i partiti politici, tolto il fascista, e della soppressione totale della libertà di stampa, nel novembre 1926.

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    Predefinito Re: L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    Era fermo in Carlo Rosselli il convincimento che non ci si doveva rassegnare all’impotenza, che si poteva e si doveva osare ed agire, nonostante le leggi eccezionali liberticide ed il Tribunale Speciale.
    Negli ultimi giorni del 1926 Carlo Rosselli, con Sandro Pertini e Ferruccio Parri, riuscì a far fuggire Filippo Turati dall’Italia fascista. Era il primo successo che la battaglia antifascista conseguiva, dopo una lunga serie di sconfitte. Successo non minore significò la clamorosa fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti dal confino di polizia di Lipari.
    Seguì la vicenda, piena d’audacia, del movimento di «Giustizia e Libertà». Per quel poco che la mia testimonianza può valere, io rividi Carlo Rosselli a Parigi, nella primavera del 1936, ad una commemorazione storica di Amilcare Cipriani. Una delle ultime volte che lo vidi, fu alla fine del maggio 1937. In rappresentanza degli ex-carcerati condannati dal Tribunale Speciale, sedevo accanto a lui a Parigi, al tavolo della presidenza d’una affollatissima commemorazione di Gramsci. Parlarono Egidio Gennari, già segretario del partito socialista italiano nel 1920 e successivamente uno dei fondatori del partito comunista italiano, Bruno Buozzi e Carlo Rosselli. Quando Rosselli prese la parola, fu come se parlassero lingue di fuoco. «In Antonio Gramsci – disse – l’umanità ha perduto un pensatore di genio e la rivoluzione italiana il suo capo».
    Rosselli, severo critico del marxismo e del leninismo, era sempre stato in polemica col partito comunista italiano e lo fu di nuovo proprio nei pochi giorni intercorsi fra quella commemorazione ed il suo assassinio. L’omaggio che rendeva a Gramsci, morto al termine d’una lunga prigionia, non era, tuttavia, convenzionale. Gramsci pensava ad uno sviluppo che dalla rivoluzione antifascista auspicata avrebbe condotto, attraverso un periodo transitorio democratico, fors’anche lungo, alla dittatura socialista del proletariato, sotto la guida del partito comunista. Rosselli concepiva la rivoluzione antifascista come creatrice d’una stabile democrazia repubblicana autonomista e il socialismo come un ideale etico, che salvaguardasse il metodo politico liberale e tutti i valori della civiltà liberale. L’uno e l’altro coincidevano, pur nella divergenza delle ideologie e delle strategie tattiche da adottare, nell’esigenza d’una strenua lotta antifascista, da affidare, finché le masse popolari – e per Rosselli la stessa borghesia, un tempo liberale e che poteva ridiventare tale – non si fossero ridestate, ad un’avanguardia di operai ed intellettuali. Il partito comunista italiano e il partito socialista italiano avevano le simpatie degli operai e avrebbero poi fatto breccia anche fra gli intellettuali. «Giustizia e Libertà» era un movimento unitario di intellettuali di provenienza socialista, repubblicana, liberale o senza passato politico, ma contava anch’essa su alcuni valorosi militanti operai. Ne ricorderò due. L’uno, Nello Traquandi, toscano, ferroviere, che scontò poi molti anni nelle carceri del Tribunale Speciale, era il diffusore, coi socialisti Console e Pilato, uccisi per questo dai fascisti nel 1925, del giornale clandestino «Non mollare», fondato da Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Gaetano Salvemini. L’altro, Gioacchino Dolci, operaio repubblicano romano, era sul motoscafo pilotato dall’amico di Pertini, lo stesso capitano Italo Oxilia, che aveva già pilotato il motoscafo di Turati; era cioè, Dolci, sul motoscafo col quale Rosselli e Lussu evasero da Lipari. Dolci fu poi, nel 1930, sull’aereo, pilotato da Giovanni Bassanesi, che inondò Piazza del Duomo a Milano di manifestini antifascisti di «Giustizia e Libertà». Alla fondazione di «Giustizia e Libertà» Dolci partecipò, con Rosselli, Lussu, Salvemini, Alberto Tarchiani, ex-redattore-capo del «Corriere della Sera» di Luigi Albertini, Alberto Cianca, ex-redattore-capo del «Mondo» di Giovanni Amendola, Vincenzo Nitti e, nella clandestinità italiana, Riccardo Bauer, Ernesto Rossi ed i loro compagni di cospirazione, fra i quali Umberto Ceva, che lasciò la vita nella prigione di Regina Coeli, appunto a Roma. Dolci, impossibilitato di essere qui, mi ha scritto l’altro giorno per mandare i suoi auguri a questa manifestazione e per rievocare le circostanze in cui Rosselli a Lipari, ove Dolci stesso era stato per qualche tempo confinato, redasse «Socialismo liberale».
    Intellettuali ed operai, avanguardie e popolo, questo era già, o voleva essere, il partito d’azione di Giuseppe Mazzini. L’idea della rivoluzione italiana, cui Rosselli aveva votato la sua vita, a differenza di quella per cui Gramsci si era sacrificato, era d’inconfondibile derivazione mazziniana. Era il sogno di Mazzini. Nella famiglia dei Rosselli, Mazzini era sempre presente. Mazzini, che frequentava già a Londra la casa d’un Rosselli, da esule in patria morì in casa d’un altro Rosselli, marito della figlia della grande amica dell’apostolo, Sara Nathan, lei stessa figlia di una Rosselli. Nello Rosselli debuttò da storico, da grande storico, con un libro su Mazzini e Bakunin, in cui ricostruiva le origini mazziniane di tanta parte del movimento operaio italiano. Dei suoi studi e di quelli di Carlo Rosselli, economista, allievo – lo invidio perciò – di Pasquale Jannacone, Luigi Einaudi, Attilio Cabiati, quest’epistolario dà non poche notizie. Ma restiamo a Mazzini e a «Giustizia e Libertà», alla quale, come questo carteggio documenta, anche Nello Rosselli collaborò più di come non si sapesse.
    L’idea dell’antifascismo come continuazione ideale del Risorgimento fu formulata per la prima volta da Giovanni Amendola e da Benedetto Croce. I Rosselli – a cominciare dalla signora Amelia, che era vissuta nel culto del Risorgimento e in tale culto aveva educato, come si vede dalle sue lettere, i figli – fecero propria quell’idea. Sulla interpretazione della Resistenza come Secondo Risorgimento io mi sono permesso di esprimere qualche volta delle riserve, temendo che con essa la retorica potesse prendere il posto del giudizio critico. In comune Risorgimento e Resistenza avevano di certo – attraverso la mediazione dell’interventismo democratico nella guerra del 1915-1918 – la lotta ad oltranza per la liberazione dell’Italia dalla dominazione ed occupazione straniere. Nel Risorgimento si doveva conquistare anche la libertà politica e con la Resistenza si doveva riconquistarla. Ma il problema più grande del Risorgimento fu il rapporto fra il nuovo Stato e la Chiesa: il principale problema della Resistenza fu il rapporto fra il vecchio Stato e le masse del popolo e questo è, ancora oggi, il problema principale della Repubblica introdotta nel 1946. Il problema Stato-popolo non fu assente dal Risorgimento, il problema Stato-Chiesa non è assente – tutt’altro – dalla nostra Repubblica. Ma l’aspetto fondamentale allora era il rapporto Stato-Chiesa; oggi, sin dalla Resistenza, è il rapporto Stato-masse del popolo.
    Fatte queste distinzioni, la sottolineatura, ad opera di Carlo e Nello Rosselli, della continuità fra Risorgimento e antifascismo, anticipazione dell’eco del Risorgimento nella Resistenza, non è retorica, ma vita vissuta.
    Certo, alla Resistenza non si giunse solo attraverso l’antifascismo di tradizioni risorgimentali e neppure solo attraverso l’antifascismo italiano nel suo insieme. Furono determinanti gli eventi internazionali. Dei contatti esteri di Carlo Rosselli si discorre in questo volume, anche se poi tanto lui che Lussu dichiarano dall’esilio che il loro cuore è in Italia e Nello constata come in Italia la fiamma covi sotto le ceneri e non solo nelle prigioni ove sono rinchiusi tanti militanti di «Giustizia e Libertà» e tanti antifascisti d’altri partiti o movimenti. (Alcuni d’essi, così Pertini, Andreis, Bolis, Cavallera e Rossi-Doria sono del resto presenti qui stasera). La lotta antifascista aperta fu iniziata, però, alla luce del sole, nella dimensione internazionale. «Oggi in Spagna, domani in Italia», esclamò Carlo Rosselli, accorrendo a combattere, nell’estate del 1936, sul fronte catalano-aragonese. Talvolta è triste essere sopravvissuti, forse solo per poter raccontare la storia, come il mozzo del romanzo su Moby Dick. Rivedo ancora Mario Angeloni, segretario del partito repubblicano italiano in esilio, comandante della colonna di «Giustizia e Libertà» e degli anarchici italiani, alla vigilia di recarsi, dalla periferia di Barcellona, al suo posto di combattimento, ove cadrà. Rivedo ancora, a Madrid, il socialista Fernando De Rosa, alla vigilia di cadere combattendo. E tanti altri caduti di quella lotta. I superstiti della Spagna si ritroveranno nella guerra partigiana in Italia o in Francia. Rosselli aveva colto nel segno con la sua previsione del 1936.
    Nel giugno del 1937 Carlo e Nello Rosselli furono assassinati, in terra francese, da sicari del fascismo. Ai loro funerali, a Parigi, accorsero oltre centomila persone, gente di popolo. L’antifascismo italiano usciva dall’isolamento, entrava pubblicamente nell’arena internazionale, il che diede poi modo alla Resistenza di affermarsi e di vincere.

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    Predefinito Re: L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    La Resistenza. Ho parlato di Mazzini e dei Nathan imparentati coi Rosselli. Il 3 novembre 1943 Ferruccio Parri, il compagno prediletto di Carlo Rosselli, ed io fummo, per un paio di giorni, a Certenago, nel Canton Ticino, nella nuova casa d’una Nathan, sposa del diplomatico antifascista Rino De Nobili, amico di Carlo Sforza, non lontana dalla vecchia Tanzina, ove Mazzini aveva trovato rifugio e da dove aveva organizzato, con Giuseppe ed Ernesto Nathan, le ultime cospirazioni repubblicane del 1869-1870. Incontrammo, e Parri ne aveva avuto l’incarico dal primo comitato di Liberazione Nazionale milanese, i rappresentanti dei governi inglese ed americano. Ci proponevamo di inaugurare una cooperazione diretta fra i liberatori o vincitori ed i partigiani italiani. Aveva organizzato l’incontro un amico e collaboratore di Giovanni Amendola, Adolfo Tino, fondatore, con Ugo La Malfa e con altri compagni, alcuni dei quali qui in sala, del partito d’azione. Assistettero all’incontro dei compagni di battaglia di Rosselli, Rodolfo Morandi, Gigino Battisti ed Alberto Damiani. Nello stile di Mazzini e di Rosselli, Parri dichiarò agli anglo-americani che la Resistenza sarebbe stata una guerra di popolo, sostenuta da un esercito partigiano di popolo. Sembrava una delle caratteristiche illusioni di Mazzini. I partigiani, in quel momento, erano appena poche migliaia, sparse per tutta l’Italia. Ma quella volta non fu un’illusione. L’esercito di popolo si formò nei 18 mesi successivi, grazie allo stesso Parri, a Sandro Pertini, a Luigi Longo e a quelle poche migliaia di primi partigiani, alcuni dei quali vecchi antifascisti, altri totalmente apolitici o addirittura ex-fascisti, desiderosi solo di far vedere ai nazisti che per la loro patria gli italiani sapevano morire ancora. Alla fine avemmo anche un comandante regolare, nella persona del generale Raffaele Cadorna, già distintosi nella difesa di Roma, ma l’esercito partigiano, una volta costituitosi, fu e restò un esercito di popolo. La lotta sboccò nell’insurrezione popolare, da Rosselli, come da altri antifascisti, sempre sperata e propugnata, col motto, di nuovo mazziniano, di «insorgere per risorgere».
    Quanti morti ancora. Almeno Leone Ginzburg, redattore-capo del giornale clandestino romano del partito d’azione, ed Eugenio Colorni, redattore-capo del giornale clandestino romano del partito socialista, amici dei Rosselli, assassinati entrambi dai nazifascisti, devo ricordarli. E fra gli amici di Carlo Rosselli, rimasti vivi quasi per miracolo, oltre che a Parri, Pertini e Bauer, almeno a Nenni e a Saragat devo rivolgere un saluto. Ma non posso dimenticare, anche se non posso elencare, i molti caduti delle «Giustizia e Libertà» e delle altre formazioni partigiane.
    Non ho parlato, se non per inciso, di Amelia Rosselli, e lo faccio ora, avviandomi alla conclusione. Figlia d’un ministro di Manin nella Venezia assediata del 1849, sorella d’un insigne giurista, il sen. Gabriele Pincherle, scrittrice, madre devota, intelligente ed eroica, ci appare in queste lettere come quell’ardente patriota che, al pari del resto dei figli – il primo, Aldo, cadde in guerra nel 1916 – invero fu. C’è qui la sua lettera di irrefrenabile esultanza per la vittoria del 4 novembre 1918. Di patria italiana oggi si parla molto meno che allora. Ciò sarebbe anche logico se fosse più avanzata la costruzione della nuova patria europea – per dirla con Benedetto Croce – che Carlo Rosselli stesso invocò nel 1933, sulle orme di Mazzini e di Cattaneo, ma con l’occhio volto alla difesa delle democrazie dal nazismo, come Stati Uniti d’Europa. Ne siamo ancora lontani, anche se tale è, sperabilmente, la via che percorriamo.
    Ma intanto c’è l’Italia. La patria, che Amelia, Carlo e Nello Rosselli amarono appassionatamente anche in tempi ingrati, l’abbiamo riconquistata con la Resistenza. All’indomani della catastrofe dell’8 settembre 1943, Garosci ed io eravamo a Salerno, semi-distrutta dallo sbarco anglo-americano, pure liberatorio. Accorrevano soldati italiani sbandati e laceri, civili fuggiaschi e disperati, da ogni dove. Era un solo grido di dolore per lo sfacelo dello Stato e l’invasione nazista. Garosci ed io avevamo deciso di recarci in territorio occupato dai tedeschi, per partecipare alla nascente Resistenza. Garosci scese poi in paracadute nei pressi di Roma, motivo per cui, come accadde, giunse dopo di me. Con un operaio di «Giustizia e Libertà», Renato Pierleoni, io feci a piedi la strada da Salerno a Roma e arrivai in sei giorni. Dovevamo attraversare le linee tedesche e non era facile, perché i tedeschi si ritiravano e gli anglo-americani avanzavano. Giungemmo in un villaggio che i tedeschi avevano già abbandonato e gli anglo-americani non avevano ancora occupato: Pietrastornina. Era terra di nessuno, terra veramente d’Italia. Terra veramente d’Italia, perché terra di nessuno e perché ogni casa di Pietrastornina era imbandierata, ogni casa esponeva il tricolore italiano. Da allora sono passati più di 36 anni e talvolta, quando le delusioni mi pervadono nell’assistere alle vicende della democrazia italiana, per il cui trionfo Carlo e Nello Rosselli, e tanti altri compagni, diedero la vita, penso alla scena miracolosa di Pietrastornina.
    Una parte dei molti episodi vissuti nella Resistenza, incluso quello ora rievocato, li narrai nel mio diario, apparso nel 1947. Un giorno, dopo il ritorno di Amelia Rosselli a Firenze, le feci visita nella grande casa, di cui spesso si parla in questo epistolario, di via Giusti e le portai in omaggio il mio diario. Era un momento politico triste e amaro – per esempio, gli organizzatori dell’assassinio di Carlo e Nello erano stati assolti in sede di appello, per insufficienza di prove. Nel volume che diedi ad Amelia Rosselli scrissi una dedica che diceva ad un dipresso: «Questo è un libro che ha una conclusione a tesi. C’è stata in Italia una selezione a rovescio. I migliori sono morti».
    La signora Amelia mi scrisse qualche tempo dopo. Ho qui la sua lettera. Aveva letto il mio libro ma – diceva - «la tristezza manifestata nella Sua dedica è troppo sconsolata. Niente va perduto: e altri buoni frutti usciranno un giorno dal buon seme».
    Pochi mesi dopo, le salme di Carlo e Nello Rosselli tornarono dalla Francia a Firenze, Piero Calamandrei scrisse le parole che si leggono sulla loro tomba e Gaetano Salvemini li commemorò a Palazzo Vecchio, in presenza dell’allora capo dello Stato, Luigi Einaudi. Sono passati altri 28 anni, abbiamo conosciuto alcuni buoni frutti della seminagione e poi nuove tristezze e delusioni. Queste prevalgono attualmente. L’Italia rischia di tornare terra di nessuno e stavolta forse senza intervento degli stranieri, per colpa, come diceva Cattaneo, «dei suoi». Ma quando guardo all’odierno Presidente della Repubblica, sento che la previsione fiduciosa di Amelia Rosselli non è diventata anacronistica. E ora voglio consegnare a Pertini, che ne ha già avuto una e credo l’abbia già letta, un’altra copia di questo volume, con la fraterna dedica di due dei suoi molti compagni di lotta.

    Leo Valiani

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    Predefinito Re: L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    3. Salvemini e i Rosselli

    Portando una testimonianza e un saluto al convegno sul «socialismo liberale» organizzato a Milano a metà dicembre 1979 da un gruppo di riviste dell’area laica, compresi periodici di tradizione mazziniana e repubblicana, non mancai di ricordare che l’esperienza di Carlo e di Nello Rosselli sarebbe inconcepibile al di fuori di quella diretta, costante derivazione risorgimentale, e in particolare mazziniano-risorgimentale, che alimenta le elaborazioni del pensiero non meno di quanto ispiri le scelte delle coscienze. Erano uscite proprio in quei giorni le pagine dell’Epistolario familiare, introdotte da Leo Valiani e curate da Zeffiro Ciuffoletti, le pagine che trovano nelle due precedenti testimonianze, di Valiani e di Garosci, la loro definitiva collocazione storiografica. Uno dei libri più belli degli ultimi anni, e più ricchi di «pathos», e più rivelatori di una certa Italia, l’«Italia della ragione» appunto, vissuta nei suoi segreti, nelle sue confidenze, nei suoi abbandoni, nei suoi slanci, con esemplare coerenza, con assoluta misura e discrezione, senza mai indulgenze o pose retoriche o gladiatorie.
    Valiani stesso aveva fissato quella mattina, al palazzo delle Stelline, il nesso intimo e infrangibile fra gli approdi del «socialismo liberale» di Carlo e le scaturigini del mazzinianesimo domestico, mai fine a se stesso, mai svincolato da una visione dinamica e progressista della democrazia italiana. Uno dei pochi difetti dell’opera, quasi seicento pagine, è di non disporre di un indice dei nomi. Ma anche senza quell’ausilio c’è un’ombra che si protende sul libro, quasi a segnare il ponte con la revisione neo-risorgimentale della storia italiana vissuta in chiave di protagonista da Carlo e ripensata in abito di storico da Nello; ed è l’ombra di Salvemini.
    Ai rapporti fra Salvemini e i Rosselli dedicai, oltre due anni fa, una mia relazione d’apertura al convegno di studi promosso dalla «Domus mazziniana» proprio sul tema delle relazioni fra la tradizione mazziniana e l’esperienza di «Giustizia e Libertà». E siccome quelle pagine sono sempre rimaste inedite, prendo spunto da questo ideale dibattito con gli amici e colleghi Garosci e Valiani per fissare in questa sede i punti fondamentali delle conclusioni cui ero arrivato (parlo del novembre 1977) e che ricevono ulteriori, eloquenti conferme dalla pubblicazione completa di un epistolario, che era allora noto solo attraverso gli studi di Garosci e di Tranfaglia, oltre certe marginali anticipazioni del «Ponte» o di qualche rivista e quotidiano.
    «Non so se è caduto nelle sue mani un volumetto di ‘Rerum scriptor’ I partiti politici milanesi nel secolo XIX; lo pubblicai nel 1900 con quello pseudonimo perché allora ero un piccolo insegnante di scuole secondarie con moglie e figlio, e non volevo esser messo sulla strada. Gli ultimi due capitoli valgono poco o niente, ma i capitoli dedicati alla preparazione delle Cinque giornate ed alla guerra del ’48 mi sembrano tuttora assai buoni, per merito specialmente dell’ispirazione che ricevetti da Cattaneo. Purtroppo quel libro è diventato rarissimo ed una copia che avevo donato alla biblioteca di qui è stata trafugata. Se qualcuno riuscisse a trovare nella biblioteca di Firenze la copia che dovrebbe essere lì, a far copiare quel libro, salvo l’ultimo capitolo, credo che varrebbe la pena di ripubblicarlo durante quest’anno».
    Così Gaetano Salvemini mi scriveva, in quella lettera del 5 maggio 1948 che ho evocato nel fascicolo precedente. In una lunga aggiunta autografa – la stessa contenente i giudizi taglienti sulla degenerazione liturgica del mazzinianesimo – Salvemini accennava al proposito di abbinare alla ristampa delle pagine semi-sepolte di «Rerum scriptor» il saggio sulle origini della reazione, pubblicato sulla «Critica sociale» nel 1901. Sono gli anni fine-secolo in cui il giovane insegnante nel liceo di Lodi, su consiglio e spinta di Arcangelo Ghisleri, legge e scopre Cattaneo, spostando i suoi interessi dalla dialettica sociale e istituzionale del Medio Evo ai fermenti e ai travagli della storia contemporanea, della storia recente.
    In quegli anni di esperienza liceale lombarda, anni semi-clandestini per il timore di provvedimenti punitivi, anni carichi di pseudonimi protettori e ingannatori, nasce l’interesse di Salvemini per i problemi dell’unità italiana e per la contrapposizione, che dominerà tanta parte della sua storiografia, fra la corrente democratico-repubblicana e la corrente moderato-conservatrice. Nasce egualmente in quelle pagine e in quegli anni l’antitesi, sottolineata da Salvemini, fra lo spietato criticismo cattaneano e la infiammata impulsività mazziniana.
    Quel giudizio che, in qualche misura, privilegia Cattaneo rispetto a Mazzini, mostra infatti un Cattaneo che non credeva ad una rivoluzione proposta dai giovani democratici privi di mezzi, ed un Mazzini che viceversa vedeva la rivoluzione ad ogni stormir di foglie, il che può voler dire che il genovese era incline a prender per realtà le proprie speranze, laddove il lombardo era alieno dai miraggi fascinatori. Solo più tardi Salvemini riconoscerà che Cattaneo e Ferrari (troppo spesso accomunati nei libri di testo o, come egli mi diceva scherzosamente nelle lettera, nei «testicoli» scolastici), ragionando troppo a fil di logica e volendo che la pratica poggiasse sulla teoria, rimasero solitari capitani senza soldati, e non ebbero grande influenza sul movimento nazionale, mentre Mazzini riuscirà a trascinare gli operai in nome della repubblica e rassicurare la borghesia col lasciar libero il passo alla monarchia. A costo di avvolgersi in un viluppo inestricabile di contraddizioni logiche e pratiche, il genovese creò l’Italia. E in questa conclusione Salvemini riscatta tutte le riserve espresse sul conto di Mazzini nel corso di una vita dominata dal colloquio con le ombre del Risorgimento democratico.

    (...)
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: L’eredità dei fratelli Rosselli (1980)

    Il 1905 è l’anno in cui, insieme a La rivoluzione francese, Salvemini pubblica Il pensiero religioso e politico-sociale di Giuseppe Mazzini. Nasce così quel Mazzini salveminiano che ha influenzato ogni studioso del Risorgimento, in quella visione anche un po’ tranchante e categorica, talvolta ingiusta e dissacrante del profeta disarmato, dell’uomo privo di una coerente organizzazione logico-sistematica, verso il quale egli nutriva una iniziale e ostentata riserva derivante dal positivismo e dallo scientismo respirati nella scuola fiorentina, durante i primi mai dimenticati studi medievali. Anche qui il giudizio parzialmente negativo si riscatta nella conclusione, dove emerge la potenza del misticismo mazziniano associata alla forza creatrice dell’idea mazziniana, al di là delle sue stesse contraddizioni logiche e pratiche. Mazzini, agli occhi di Salvemini, aveva il torto di costruirsi «catafalchi filosofici»: ecco la diffidenza salveminiana per tutte le filosofie, che descrivevano a fondo l’universo, senonché, dato il temperamento morale di Mazzini, siffatta incompletezza di pensatore è stata un elemento essenziale alla completezza ed alla forza dell’uomo d’azione.
    Da questi giudizi, che risulteranno ancora temperati nel corso del 1948-49 all’Università di Firenze, dobbiamo, nella ricca parabola della vita intellettuale di Salvemini, tornare diciassette anni più tardi a Cattaneo. 1922: escono Le più belle pagine di Cattaneo nella riuscita collana dell’editore Treves, quasi contemporaneamente alla raccolta antologica di Giuseppe Ferrari a cura di Pio Schinetti, un altro dei grandi studiosi della tradizione repubblicana. Qui l’atto di amore verso Cattaneo è totale. Siamo nel periodo in cui Salvemini è uscito dalla vita politica, dopo quegli anni, da lui stesso considerati disastrosi, di esperienza parlamentare (1919-21). Dopo la partecipazione e presentazione elettorale in quella lista, in cui non mancavano dei «mascalzoni» ed in cui si trovò isolato e contro tutti, nella legislatura che vide il governo Nitti e l’ultimo gabinetto Giolitti, nel giugno 1921 Salvemini si è ritirato dalla vita parlamentare, per tornare agli studi storici e dedicarsi alla prima indagine sulla politica estera della Destra, fino al momento in cui nel 1924 riprenderà in pieno con Gobetti la battaglia politica antifascista impegnandosi senza riserve nel «Non mollare».
    Nelle Più belle pagine di Cattaneo appare l’effettiva nascita del problemismo salveminiano, contrassegnato dallo spirito pragmatico e dal senso di concretezza, secondo una derivazione diretta dal «Politecnico», che da quel momento accompagnerà e influenzerà tutta l’azione politica e culturale di Salvemini. Al problemismo si congiungerà l’intenso federalismo, altra nota tipica di Cattaneo, come negazione di ogni soluzione burocratico-verticistica-unitaria additante gli esempi elvetico e statunitense.
    Durante l’esilio di Harvard, Salvemini verificherà de visu l’importanza di un sistema democratico, che tenga conto delle autonomie locali, dei poteri periferici, della pratica capillare della partecipazione, come democrazia dal basso contrapposta alla confisca della società civile da parte di uno «Stato panteista» anche sotto sembianze democratiche. Questo federalismo trova esempi illuminanti nella stagione salveminiana dell’«Unità» e si accompagna col convincimento che i mali italiani si curano e si possono guarire solo in una prospettiva europea: motivo che dal 1922 si svilupperà costantemente nel suo pensiero nella congiunta derivazione da Cattaneo (gli Stati uniti d’Europa) e da Mazzini (la Federazione europea).
    Proprio nel 1922 si avrà quella sua confessione a Gobetti che riassume i motivi ideali concorrenti alla formazione del suo pensiero molteplice e stimolante: «Illuminismo, storicismo, marxismo, queste sono state le basi del mio pensiero». Ma trent’anni dopo, nell’opera Movimento socialista e questione meridionale, rivedrà il giudizio a proposito del marxismo, definendolo come una «droga meravigliosa, che prima sveglia gli animi dormienti e poi li rimbecillisce nella ripetizione di formule che spiegano tutto e non dicono niente».
    In quel momento, nelle Pagine più belle di Cattaneo, dal ’22 al ’25, Salvemini si sentiva in debito anche verso il marxismo, come confessava appunto a Gobetti, che stava elaborando la sua «Rivoluzione liberale», superata la fase delle «Energie nuove». Ed è ugualmente in questo periodo che cade l’incontro fiorentino di Salvemini con Carlo e Nello Rosselli.
    Nonostante le pagine scritte da Aldo Garosci nella sua ancora insuperata biografia di Carlo Rosselli, nonostante le successive pagine di Tranfaglia, lo studio sulla giovinezza dei Rosselli e sul peso familiare della tradizione mazziniana e cattaneana, prima della pubblicazione, in ogni caso fondamentale, dell’«Epistolario familiare» di Nello, di Carlo e della madre, non era stato compiuto e neanche affrontato con la ampiezza che il tema continua a meritare. E conviene cominciare a scavare dalle acerbe pagine di «Nei giovani», la prima rivista avviata da Carlo nel 1917, ricca di spunti e di trasalimenti mazziniani, soprattutto negli articoli Ritratto di Wilson e Libera Russia (scritto quest’ultimo all’indomani della rivoluzione d’ottobre, nella diffusa speranza in un moto di emancipazione democratica che scaturisse dal rovesciamento dello zarismo).

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