Che l’UE sia una costruzione capitalistica è un fatto. Che si debba essere contrari alla UE per idea politica, è un azzardo, che si debba invece analizzare i pro e i contro, cioè se conviene restarci o no, è di dovere.
Cominciamo con il dire che Hard o soft che sia, l’uscita causerebbe in ogni caso una svalutazione della nuova (o vecchia) moneta del 20-30%. Consumatori e imprese vedrebbero un incremento dei prezzi dei beni importati, mentre i vantaggi di cui godrebbe l’export sarebbero transitori e limitati. L’Italia, già Cenerentola d’Europa, si ritroverebbe ulteriormente impoverita, isolata e non più credibile sui mercati esteri. Come ci ha insegnato la Grecia, la perdita di credibilità agli occhi degli investitori esteri segna l’inizio della fine. Questo è ciò che spiega bene Sandro Brusco, professore di microeconomia alla Stanford University: “Le chiacchiere a vanvera del politico sovranista, del boiardo e dell’accademico di seconda fila le pagheremmo tutti noi, mediante maggiori spese per interessi”.
Di fronte alla decisione di uscire dall’euro, nessuno si fiderebbe a investire nel debito pubblico italiano: questo porterebbe a un aumento degli interessi sui titoli di stato, quindi l’aumento dello spread e il circolo vizioso è servito, dritti verso il default. Gli effetti ricadrebbero sull’intero Paese, ma manco a dirsi, in misura maggiore sui cittadini a basso reddito, i pensionati, i lavoratori dipendenti, su chi non ha modo di ottenere forme di indicizzazione all’inflazione.
I fautori del ritorno alla lira godrebbero di informazioni privilegiate e date in anticipo, grazie alla quali si potrebbero riparare dal cataclisma messo in atto. I comuni mortali si ritroverebbero a dover pagare invece una vera e propria patrimoniale sui risparmi e un incremento delle imposte sul loro reddito a causa della perdita del potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni.
Il ritorno alla sovranità monetaria ci libererebbe dai tanto odiati vincoli di bilancio e dall’austerità, ma il rapporto debito/Pil finirebbe per aumentare, nonostante l’iniziale riduzione dovuta alla ridenominazione in lire. Per monetizzare il debito la Banca d’Italia potrebbe sì stampare carta moneta, ma col rischio di finire a comprare il pane portando un mucchio di carta straccia nella carriola per pagarlo come nella Repubblica di Weimar. Non è la migliore delle prospettive desiderabili, ecco.
Anche in Italia si scatenerebbe la corsa agli sportelli, obbligando il governo a introdurre limitazioni ai prelievi e facendo perdere allo Stato la capacità di pagare dipendenti, pensioni e fornitori.
L’addio alla moneta unica avrebbe effetti anche microeconomici: i prestiti bancari verrebbero necessariamente convertiti nella nuova moneta svalutata e le banche finirebbero inevitabilmente isolate dai mercati finanziari internazionali, rischiando il fallimento in attesa di raggiungere un equilibrio finanziario autarchico difficilmente immaginabile.
Ancora peggio andrebbe alle imprese, checché ne dicano i no-euro, per i quali la svalutazione rappresenta uno strumento potente proprio per sostenere la competitività delle imprese esportatrici, non tenendo conto delle caratteristiche del sistema produttivo italiano. Al Sud le imprese sono mediamente di piccole o piccolissime dimensioni con scarsa esposizione all’export, ergo accuserebbero al massimo le ripercussioni dovute dall’aumento dei prezzi dei beni d’importazione. La grande industria esportatrice del Nord invece perderebbe l’accesso ai principali mercati di sbocco delle nostre merci, cioè quelli europei. Perfino il turismo verrebbe penalizzato dai probabili limiti alla circolazione delle persone imposti dall’Italexit.
Come se tutto ciò non fosse abbastanza, nessuno ha mai preso in considerazione cosa accadrebbe nel periodo di transizione tra le due monete. Lo spiegano chiaramente Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli: presumibilmente tra l’annuncio ufficiale di uscita dall’euro e l’effettiva circolazione della nuova moneta passerebbe almeno un anno, nel quale gli investitori e anche i comuni cittadini cercherebbero di vendere i propri beni e recuperare il proprio denaro prima della svalutazione.
Mi fermo qui. Questo è quello che dicono economisti insospettabili. A questo punto uno si chiede in base a quali valutazioni allora ci siano politici, e anche economisti (di partito)che insistono per uscire dall’UE o almeno dall’euro. Non si vedono i motivi.
Propongo questa discussione a chi sa postare ragionamenti. I vari battutisti sono pregati di battersi le palle, se si divertono, e di lasciar perdere questo thread




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