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Discussione: La crisi economica

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    La crisi economica

    di Savino Frigiola - 30/06/2010

    Fonte: Arianna Editrice


    L’attuale crisi economica è simile a quella del 1929 che ha dato origine alla lunga e “grande depressione”. Anche allora è stata costruita dalla cricca bancaria-monetaria imprimendo sul mercato prima una forte circolazione monetaria, con grandi aperture di credito a basso costo per: mutui, anticipazioni d’ogni tipo, per acquisto di titoli, azioni, derivati, ecc. ecc. La corsa generalizzata all’indebitamento si velocizzò poiché la rendita predisposta sugli investimenti era superiore ai tassi pretesi per le anticipazioni. Successivamente, esattamente come oggi, venne ridotta drasticamente la circolazione monetaria mediante il violento ritiro degli affidamenti poco prima facilmente concessi. La conseguente violentissima deflazione attanagliò tutto il mercato; la massa monetaria si contrasse del 30%: il prodotto interno lordo americano cadde in termini reali del 29%, la disoccupazione salì di oltre il 25%, con conseguenti fallimenti a catena di banche ordinarie, imprese, aziende e società d’ogni tipo, non solo sul mercato americano, ma anche su buona parte del mondo. Anche allora, esattamente come è accaduto oggi, l’apparato politico, su occulta strategia della cricca monetaria, convinse di curare i cracks debitori-speculativi spingendo gli Stati, i quali prima si dovevano indebitatarsi con le banche centrali, a garantire credito e liquidità alle banche ordinarie nella speranza che queste a loro volta favorissero investimenti a sostegno della produzione e dei consumi interni. (allora come oggi, con questa ricorrente tecnica, gli unici a trarne profitto sono state e sono solamente le banche centrali) Nonostante che allora venisse fatto credere a tutti che il valore della moneta dipendeva dall'oro che rappresentava, un gruppo di economisti di Chicago propose un piano di riforma che era l’esatto contrario della «inadeguata terapia» adottata (causa primaria della prolungata depressione) e, se il piano fosse stato accettato dalla leadership politica, avrebbe risanato rapidamente l’economia di allora e scongiurate le crisi che si sono da allora succedute, compreso quella attuale, Nel 1933 il «Piano concepito dalla famosa scuola di Chicago» fu vivamente raccomandato al governo dal professor Irving Fisher di Yale, il più grande economista americano dell’epoca; fu lui il primo a capire e a spiegare che il meccanismo del credito così concepito porta alla creazione di massa monetaria senza controllo; ci scrisse persino un libro: «100% Money» Il Piano di Chicago proponeva che fosse restituito allo Stato il monopolio esclusivo dell’emissione monetaria e che fosse vietato alle banche ordinarie la creazione di pseudo-denaro dal nulla con le riserve di fantasia, imponendo alle banche l’obbligo di riserva del 100%. Oggi, le riserve obbligatorie sono ridicolmente basse, anche meno del 3%. Immaginiamo per semplicità un obbligo di riserva del 10%. Ciò significa (grosso modo) che, quando un risparmiatore deposita sul proprio conto corrente cento euro, la banca con quella «riserva» può concedere fidi e prestiti per 1.000 euro; mille euro che non ha, pseudo-capitale creato dal nulla. Questo consente enormi guadagni indebiti alle banche (che lucrano gli interessi sul denaro che non hanno e che creano dal nulla) ma le rende perennemente e ciclicamente instabili esposte agli umori del mercato: se, neanche la maggior parte dei depositanti andasse infatti a ritirare i propri depositi, come è avvenuto di recente principalmente in Inghilterra, si vedrebbe che la banca è insolvente. Così facendo ci concentrerebbero le risorse per l’economia reale e non per quella creativa, finalizzata quasi esclusivamente al finanziario; le anticipazioni sarebbero determinate non già dalla percentuale di riserva permessa, bensì dalla quantità di risparmio esistente nell’economia reale e dalla quantità di denaro messo a disposizione alle banche ordinarie, finalizzato allo sviluppo, sotto controllo del Ministero del Tesoro, mediante operazioni pronto contro termine a tassi estremamente bassi corrispondenti ai costi di stampa ed amministrazione del denaro. (servizio pubblico reso al mercato). Irving Fisher infatti scriveva: «L’essenza del piano è di rendere la moneta indipendente dai prestiti; ossia separare il processo di creazione e distruzione di moneta dal business bancario. Un effetto collaterale sarebbe di rendere le banche più sicure e profittabili; ma l’effetto di gran lunga più importante sarebbe la prevenzione di successioni di grandi boom e depressioni, ponendo fine ai cronici cicli di inflazione e deflazione che sono stati sempre la maledizione dell’umanità e che sono nati, in genere, dall’attività bancaria» Tutto ciò Fisher e la scuola di Chicago (e Keynes era d’accordo) lo rese noto alla politica sin dal 1933 fornendo anche il metodo per controllare l’emissione monetaria per scongiurare decisioni discrezionali della «politica» che tenderebbe ad alluvionare di liquidità il mercato per ragioni elettorali o clientelari. In sintesi il concetto era semplice: mantenere costante il rapporto tra circolazione monetaria e beni da misurare, come sostenuto sempre anche da Auriti, per non creare squilibri e per poter finanziare la produzione a bassi costi. L’altro economista, James Angell, dimostrò che il sistema proposto poteva essere effettivamente imposto ed applicato per legge. Tutto ciò ovviamente, fu respinto dal sistema bancario poiché non voleva rinunciare agli immensi guadagni-indebiti che lucrava creando denaro dal nulla.

    Persino Milton Friedman, a cui si imputa la responsabilità della finanza senza regole, era a favore alla riserva obbligatoria al 100 % da parte delle banche ordinarie. Come Allais, anche Friedman sosteneva che la crescita della circolazione monetaria doveva essere proporzionale alla crescita dell’economia reale, con un tasso d’inflazione moderato del 2% annuo, (da non confondersi con l’aumento dei prezzi) per stimolare e sostenere la produzione e quindi i consumi.
    Allora queste teorie trovarono valido sostegno anche nel costatare che mentre tutto il mondo era in recessione, uno dei pochissimi Paesi come l’Italia si trovava viceversa con l’economia in espansione. Non si tardò molto a comprendere che ciò era dovuto all’emissione monetaria diretta praticata dallo Stato italiano il quale monetizzava il proprio mercato nazionale realizzando e pagando, con la moneta acquisita a titolo originario e quindi senza indebitarsi, le opere pubbliche di comune interesse. (ricostruzione di larga parte del territorio nazionale senza aumentare ne le tasse ne il debito pubblico) Ad essere precisi, l'emissione monetaria diretta da parte dello Stato era iniziata circa 50 anni prima ed utilizzata nel corso del regno di Umberto Primo essenzialmente per realizzare le infrastrutture necessarie alla nazione italiana da poco riunificata. In moltissime città italiane è ancora possibile osservare i palazzi ed i quartieri, così detti “umbertini”, con le loro inconfondibili linee architettoniche. Ancora più diffusi ed evidenti i complessi urbanistici ed infrastrutturali realizzati su tutto il territorio nazionale dal 1923 in poi. Grandi opere, imponenti complessi di opere pubbliche, intere città, i grandi acquedotti, le grandi bonifiche, tutte dalle inconfondibili linee architettoniche ispirate a quelle del Piacentini; anche queste realizzate senza indebitare lo Stato, senza indebitare i cittadini e senza aumentare le tasse. Siamo il Paese al mondo che vanta la più lunga esperienza positiva in questo campo. Lungi dall'essere attività effimere, tutto ciò che è stato realizzato in questi due periodi, pur impiegando stili architettonici completamenti diversi, è ancora perfettamente efficiente ed ancora utilizzato in larghissima parte da tutte le pubbliche amministrazioni.
    Attualmente ci troviamo nel bel mezzo della crisi economica la quale nonostante la frenetica attività posta in essere per minimizzarla e tutte le riassicurazioni diffuse dagli ambienti politici ed economici, con le terapie in atto ed ancor peggio con quelle preannunciate, non sarà ne breve ne lieve. Questa crisi proprio per come è stata realizzata, è dovuta essenzialmente alla drastica riduzione della circolazione monetaria sull'intero mercato, la qual cosa ha avvizzito la liquidità alle aziende ed imprenditori, che ha ridotto l'occupazione, che ha ridotto il reddito alle famiglie, che sta riducendo i consumi e per logica conseguenza il gettito fiscale. Al di là di tutte le chiacchiere, delle previsioni e delle ipotizzate manovre, si esce dalla crisi solo se si riesce a rilanciare la ripresa economica ed occupazionale dell'intero Paese. Non occorre essere grandi economisti per proporre il taglio delle spese e degli “Enti inutili”, basta solo il normale buon senso, anche se ultimamente pare essere anch'esso, congiuntamente alla liquidità, ingrediente alquanto raro. Qualche dubbio affiora quando si ipotizza di utilizzare il previsto maggior introito fiscale per destinarlo ai banchieri, poiché si agisce nella direzione contraria a quella necessaria per la ripresa della occupazione che risulta intimamente connessa a quella dei consumi. Sottrarre ulteriore liquidità dal mercato sia con la minore spesa che con l'aumento del prelevamento impositivo, per far confluire il tutto alla cricca bancaria-monetaria, si ottiene lo stesso risultato di quando si sottopone l'anemico alla terapia dei salassi giornalieri. Pensare di ridurre il pseudo debito pubblico, formatosi in gran parte con l'attuale perverso sistema di monetizzazione del mercato, è follia pura simile a quella dei grandi economisti che sino a pochi giorni prima dello scoppio della crisi rassicuravano che tutto procedeva per il meglio in nome del liberalismo e nel solco del libero mercato. Di fatto, come è stato ampiamente dimostrato, attualmente l'emissione monetaria avviene con l'accensione del debito pubblico corrispondente, pertanto la follia consiste proprio nel ritenere di poter estinguere un debito con una provvista generata da un altro debito; si rasenta il delirio se si considera che al momento dell'emissione monetaria viene emessa la moneta corrispondente all'importo, ma non quella corrispondente agli interessi pretesi, ragion per cui il pagamento potrà avvenire solamente con l'appropriazione da parte della cricca monetaria dei beni del debitore, sia esso pubblico o privato. La liquidità sottratta al mercato con le manovre delle finanziarie, se si vuole scongiurare lo strangolamento dovuto dalla deflazione prodotta, deve essere riemessa sul mercato, la qual cosa provoca ulteriore incremento del debito. A riprova di quanto affermato basta osservare ciò che accade quotidianamente: il debito pubblico a dispetto di tutti gli strombazzamenti continua imperterrito a crescere, mentre proprietà e beni privati e pubblici, quest'ultimi dietro l'innocente dizione della privatizzazione, passano di mano e finiscono alla cricca bancaria-monetaria. Riteniamo giunto il momento di porre fine a questa nefasta sceneggiata, lo Stato deve smettere


    d'indebitarsi per monetizzare il mercato o per pagare i sui debiti i cui titoli vengono quotati dalle società di reting quotate in borsa orbitanti intorno al sistema bancario-monetario. Se i titoli di debito dello Stato sono buoni e valgono, al punto da essere accettati e scontati dagli avvedutissimi banchieri privati, debbono valere anche i titoli monetari, emessi dallo Stato, come abbiamo dimostrato di saper fare per oltre cento anni.
    Questo è l'unico modo serio e duraturo per uscire dalla crisi economica - lo Stato in nome e per conto dei cittadini deve riappropriarsi della funzione monetaria, battere moneta in proprio, senza pertanto generare nuovo debito al momento dell'emissione, acquisirla per titolo originale incamerandone il signoraggio attualmente carpito dalla Banca Centrale, utilizzandola per realizzare opere ed investimenti, e quindi occupazione, di pubblica utilità. - Per riequilibrare il rapporto tra il sistema produttivo e quello creditizio, occorre ripristinare il divieto prima esistente nella vecchia legge bancaria nei confronti delle banche ordinarie, fondazioni e finanziarie collaterali di possedere quote di partecipazione di qualunque attività produttiva. - Per razionalizzare il finanziario, consentire la vendita di azioni, titoli e materie prime, solamente se le consegne avvengono contestualmente ai pagamenti. (lasciare e confinare il gioco d’azzardo nei casinò e nelle sale bingo) - Il credito e le attività creditizie debbono essere a disposizione del mercato e della produzione nelle modalità sottoposte alla sorveglianza del Ministero del Tesoro. (a meno che non si voglia dichiarare ufficialmente l'inutilità della politica e della democrazia, attualmente ridotta a pura rappresentazione scenica)- Nelle more “occorre uno strumento - supplementare per l’iniezione di liquidità a livello nazionale” (parole di Giulio Tremonti), dalle quali trapela che è arrivato il tempo di ripristinare subito l’emissione monetaria diretta da parte dello Stato, parallela a quella della BCE, come da consolidate esperienze trascorse quando insieme alla moneta della Banca d'Italia circolava anche quella emessa dallo Stato italiano.
    - E’ necessario che la politica ritorni ad assolvere la sua funzione primaria al servizio delle persone. Ai politici che non possono o non se la sentono di adeguarsi consigliamo pronte e lodevolissime dimissioni a scanso di ristoro delle prebende percepite per servizi mal forniti. Non può essere più consentito distogliere risorse alla: sanità, sicurezza, istruzione, ricerca, produzione-occupazione ed al sociale, per continuare a conferirle ai banchieri.



    La crisi economica, Savino Frigiola

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    Predefinito Rif: La crisi economica

    Crisi economica mondiale: la follia neoliberista della Lettonia

    di Michael Hudson - Jeffrey Sommers - 01/03/2010

    Fonte: Come Don Chisciotte



    Mentre la maggior parte della stampa mondiale si concentra sulla Grecia (e anche su Spagna, Irlanda e Portogallo) come la zona euro più in difficoltà, la più grave, devastante e assolutamente più micidiale crisi nelle economie post-sovietiche programmate per entrare a far parte dell’Eurozona è sfuggita in qualche modo all’attenzione generale.

    E’ senza dubbio così perché la loro esperienza è un’accusa dell’orrore distruttivo del neoliberismo – e della politica dell’Europa di non trattare questi paesi come promesso, non aiutandoli a svilupparsi secondo delle linee dell’Europa occidentale ma come zone da essere colonizzate per essere mercati di esportazione e mercati bancari, spogliate dei loro attivi di bilancio, dei loro lavoratori qualificati e più in generale della loro manodopera in età lavorativa, del loro patrimonio immobiliare e dei loro edifici, e di qualsiasi altra cosa ereditata dal periodo sovietico.

    La Lettonia ha subito una delle peggiori crisi economiche del mondo. Non si tratta soltanto di una crisi economica, ma anche di una crisi demografica. Il suo crollo del PIL del 25,5 per cento solamente negli ultimi due anni (quasi il 20 per cento lo scorso anno) è già la peggior flessione mai registrata in un periodo di due anni. Le rosee previsioni del FMI anticipano un’ulteriore decrescita del 4 per cento, il che collocherebbe il tracollo economico lettone davanti alla Grande Depressione degli Stati Uniti. Ad ogni modo, le brutte notizie non si fermano qui. Il FMI stima che il 2009 vedrà un disavanzo totale dei conti dei capitali e e dei conti finanziari per 4,2 miliardi di euro, e altri 1,5 miliardi di euro (equivalenti al 9 per cento del PIL) lasceranno il paese nel 2010.

    Inoltre, il governo lettone sta rapidamente accumulando debito. Dal 7,9 per cento del PIL nel 2007, si stima che il debito della Lettonia arriverà al 74 per cento del PIL per quest’anno, stabilizzandosi presumibilmente,nello scenario migliore ipotizzato del FMI, all’89 per cento nel 2014. Questo la collocherebbe ben oltre i limiti del debito imposti da Maastricht per l’adozione dell’euro. Tuttavia, l’entrata nell’Eurozona è stato il principale pretesto della banca centrale lettone per le misure di austerità lacrime e sangue necessarie per mantenere il suo ancoraggio al tasso di cambio. Ma la tutela di questo ancoraggio ha bruciato montagne di riserve di valuta che altrimenti sarebbero state investite nell’economia nazionale.

    Tuttavia nessuno, in Occidente, sta domandando perché la Lettonia abbia subito questo destino, così caratteristico nelle economie baltiche e nelle altre economie post-sovietiche ma solo un po’ più estremo. A quasi vent’anni di distanza dalla conquista della libertà, nel 1991, dalla vecchia Unione Sovietica, difficilmente si può incolpare il sistema sovietico come l’unica causa dei loro problemi. Inoltre non si può dare la colpa solamente alla corruzione – un retaggio dell’ultima fase della dissoluzione sovietica, per essere precisi, ma ingrandito, intensificato e addirittura incoraggiato nella forma cleptocratica che ha fruttato grossi raccolti ai banchieri occidentali e agli investitori. Sono stati i neoliberisti occidentali a finanziare queste economie con le loro “riforme per favorire le attività commerciali”, così tanto osannate dalla Banca Mondiale, da Washington e da Bruxelles.

    Ovviamente sarebbero auspicabili livelli inferiori di corruzione (di chi altri si fiderebbe l’Occidente?) ma una sua forte riduzione potrebbe forse solo portare le cose al livello dell’Estonia che sta intraprendendo il cammino verso la schiavitù dell’euro-debito. Tutti questi paesi baltici confinanti hanno sofferto allo stesso modo problemi di disoccupazione, crescita ridotta, qualità in calo dei servizi sanitari e di emigrazione, in netto contrasto con Scandinavia e Finlandia.

    Joseph Stiglitz, James Tobin ed altri economisti ben in vista in Occidente hanno iniziato a spiegare che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nell’ordine finanzializzato importato dai venditori occidentali di ideologie sulla scia del crollo sovietico. L’economia neoliberista non è stata sicuramente la strada che ha intrapreso l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Si trattava di un nuovo esperimento, la cui prova generale fu imposta in origine al Cile sotto la minaccia delle armi dai ragazzi di Chicago. In Lettonia, i consulenti venivano da Georgetown ma l’ideologia era la stessa: smantellare il governo e consegnarlo a dei politici di fiducia all’interno.

    Per l’applicazione post-sovietica di questo feroce esperimento, l’idea era quella di dare alle banche occidentali, agli investitori finanziari e verosimilmente agli economisti del “libero mercato” (così chiamati perché hanno regalato le proprietà pubbliche, esentasse, e hanno dato un nuovo significato al termine “pasto gratis”) carta bianca nella maggior parte dei paesi del blocco sovietico per progettare intere economie. E, per come si sono rivelate poi le cose, ogni progetto è stato lo stesso. I nomi delle persone erano diversi ma la maggior parte di loro era legata e finanziata da Washington, dalla Banca Moniale e dall’Unione Europea. Essendo sponsorizzati dagli istituti finanziari occidentali, ci sorprenderemmo se questi se fossero usciti con un progetto per un proprio tornaconto finanziario.

    E’ stato un progetto che nessun governo democratico occidentale avrebbe approvato. Le aziende pubbliche sono state distribuite ad individui fidati per essere vendute rapidamente ad investitori occidentali e ad oligarchie locali che hanno poi spostato in modo sicuro i loro soldi in paradisi fiscali offshore in Occidente. Per chiudere ogni questione, sono stati creati sistemi di tassazione locale che hanno lasciato i clienti tradizionali delle due più grandi banche occidentali – monopoli del patrimonio immobiliare e delle infrastrutture naturali – quasi senza imposte. Questo ha “liberalizzato” le loro entrate e i loro prezzi di monopolio per essere pagati dalle banche occidentali sotto forma di interesse invece che essere utilizzati come tassa di base nazionale per la ricostruzione di queste economie.

    Non c’erano quasi banche commerciali in Unione Sovietica. Invece di aiutare questi paesi nella creazione di banche proprie, l’Europa occidentale ha favorito le proprie banche nella creazione del credito e nel caricare queste economie di tassi di interesse – in euro e in altre valute forti per la protezione delle banche. Questo ha violato un assioma fondamentale della finanza: mai esprimere i tuoi debiti in valuta forte quando le tue entrate sono espresse in una più debole. Ma come nel caso dell’Islanda, l’Europa aveva promesso di aiutare questi paesi ad entrare nell’euro con politiche di assistenza adeguate. Le “riforme” sono consistite nel mostrare loro come spostare la tassazione sulle attività commerciali e sul patrimonio immobiliare (i principali clienti bancari) sulla manodopera, non utilizzando una tassa piatta ma con una tassazione uniforme sui “servizi sociali”, così da ripagare la previdenza e l’assistenza sanitaria come se fosse una tassa proveniente dalla forza lavoro invece che finanzata dal bilancio generale costituito in larga parte dalle fasce più alte di reddito.

    A differenza dell’Occidente, non esisteva un’imposta patrimoniale significativa. Questo obbligava i governi a tassare la manodopera e l’industria. Ma a differenza dell’Occidente, non esisteva alcuna imposta progressiva sui redditi o sulla ricchezza. Nella maggior parte dei casi la Lettonia aveva l’equivalente di un 59 per cento di tassa piatta sulla manodopera (i presidenti delle commissioni parlamentari al Congresso e i loro lobbisti si sognano una tassa così punitiva sulla manodopera, un pasto davvero gratis per i loro più importanti contribuenti elettorali!). Con un’imposta del genere, i paesi europei non avevano nulla da temere dalle economie che emergevano senza tasse e con nessun peso sul patrimonio che gravasse sulla loro forza lavoro con tasse, bassi costi abitativi e bassi costi sul debito. Queste economie erano avvelenate fin dal principio ed è ciò che le ha rese un “libero mercato” e così “favorevoli alle attività commerciali” dalla posizione di forza dell’ortodossia economica odierna dell’Occidente.

    Non essendoci la forza per tassare il patrimonio immobiliare e le altre proprietà – o addirittura per imporre una tassazione progressiva alle fasce più alte di reddito – i governi erano obbligati a tassare la manodopera e l’industria. Questa filosofia fiscale del trickle-down [1] ha fatto aumentare di colpo il prezzo della manodopera e del capitale, tanto da rendere così costose l’industria e l’agricoltura nelle economie neoliberalizzate da non essere competitive con la “Vecchia Europa”. In effetti le economie post-sovietiche furono trasformate in zone di esportazione per i servizi industriali e bancari della Vecchia Europa.

    L’Europa occidentale si è sviluppata proteggendo la sua industria e la sua manodopera, e tassando le rendite fondiarie e le altre rendite che non avevano una controparte in un costo di produzione necessario. Le economie post-sovietiche hanno “liberalizzato” queste entrate da pagare alle banche dell’Europa occidentale. Queste economie – senza alcun debito nel 1991 – sono state gravate di debito espresso in valuta forte, non nella loro moneta. I prestiti delle banche occidentali non sono stati utilizzati per rinnovare i loro investimenti di capitali, gli investimenti pubblici e il tenore di vita. La maggior parte di questi prestiti sono stati concessi principalmente verso beni già esistenti, ereditati dal periodo sovietico. La costruzione di immobili è sicuramente decollata ma gran parte del settore ora è affondata in un equity negativo. E le banche occidentali chiedono che la Lettonia e i paesi baltici paghino spremendo ancor di più un avanzo economico per mezzo di ulteriori “riforme” neoliberiste che rischiano di spingere altra forza lavoro all’estero perché le loro economie si riducono e si diffonde la povertà.

    Il modello di una cleptocrazia dominante al vertice e una forza lavoro indebitata (non o poco sindacalizzata, con poche protezioni sul posto di lavoro) alla base – fu elogiata come un modello di economia favorevole alle attività commerciali che il resto del mondo doveva emulare. Le economie post-sovietiche erano completemente “sottosviluppate”, presentavano irreparabilmente costi elevati e in generale erano incapaci di competere sotto qualunque aspetto con i loro vicini d’Occidente.

    Il risultato è stato un esperimento economico apparentemente andato fuori controllo, una distopia per la quale viene data la colpa alle vittime. L’ideologia neoliberista del trickle-down – a quanto pare preparata per una sua applicazione in Europa e in Nordamerica con una retorica altrettanto ottimistica – era così distruttiva dal punto di vista economico che è come se queste nazioni fossero state invase militarmente. E’ dunque giunto il momento di iniziare a preoccuparsi se i paesi baltici siano soltanto una prova generale di quello che vedremo negli Stati Uniti.

    La parola “riforma” sta ora avendo una connotazione negativa nei paesi baltici, come l’ha avuta Russia. E’ arrivata a significare la regressione verso la dipendenza feudale. Ma mentre i signori feudali di Svezia e di Germania dominavano le grandi tenute lettoni con la forza della proprietà terriera, ora controllano i paesi baltici grazie ai mutui in valuta straniera sul patrimonio immobiliare della regione. La schiavitù del debito ha sostituito in tutto e per tutto la servitù della gleba. I mutui superano di gran lunga i reali valori di mercato, che sono precipitati del 50-70 per cento nell’ultimo anno (a seconda del tipo di abitazione), e superano di gran lunga la possibilità che hanno i proprietari di casa lettoni di pagare. Il volume del debito in valuta straniera è ben oltre quello che questi paesi possono guadagnare esportando i prodotti della loro forza lavoro, della loro industria e della loro agricoltura in Europa (che difficilmente vuole delle importazioni) o in altre regioni del mondo in cui i governi democratici si sono impegnati a proteggere la loro forza lavoro, e non a svenderla e soggiogarla a programmi di austerità senza precedenti – tutto in nome del “libero mercato”.

    Sono trascorsi parecchi decenni dall’introduzione dell’ordine neoliberista e i risultati sono disastrosi, a dir poco un crimine contro l’umanità. La crescita economica non c’è stata e i beni del periodo sovietico sono semplicemente stati gravati di debiti. Questo non è il modo in cui si è sviluppata l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale, o anche prima – o la Cina negli ultimi tempi. Questi paesi hanno seguito il cammino classico della protezione dell’industria nazionale, una spesa in infrastrutture pubbliche, una tassazione progressiva, un servizio sanitario pubblico e una regolamentazione della sicurezza nei posti di lavoro, il divieto di insider dealing e di sciacallaggio – tutte eresie nell’ideologia neoliberista del libero mercato.

    Quelli che vengono fortemente messi in discussione sono i presupposti dell’ordine economico mondiale. Al centro della crisi odierna delle teoria e della politica economica ci sono tutte le premesse dimenticate e i concetti trainanti dell’economia politica classica. George Soros, il professor Stiglitz ed altri descrivono un’economia globale da casa da gioco (nella quale Soros si è sicuramente arricchito facendo scommesse) in cui la finanza si è staccata dal processo di creazione della ricchezza. Il settore finanziario rivendica delle pretese assurde, addirittura impagabili nell’economia reale di beni e servizi.

    Questa era la preoccupazione degli economisti classici quando si concentravano sul problema delle persone che vivevano di rendita, possidenti di proprietà e di privilegi speciali le cui entrate (senza alcuna controparte in un qualunque necessario costo di produzione) portavano ad un’imposta de facto sull’economia – in questo caso, imponendovi sopra del debito. Gli economisti classici riconoscevano la necessità di subordinare la finanza ai bisogni dell’economia reale. Questa era la filosofia che guidava la regolamentazione bancaria negli Stati Uniti negli anni Trenta, e che l’Europa occidentale e il Giappone seguirono dagli anni Cinquanta agli anni Settanta per favorire gli investimenti nell’industria manufatturiera. Invece di controllare la capacità del settore finanziario di cimentarsi in eccessi speculativi, gli Stati Uniti ribaltarono questa regolamentazione negli anni Ottanta. Da una quota di poco inferiore al 5 per cento dei profitti complessivi degli Stati Uniti nel 1982, gli utili del settore finanziario al netto delle imposte sono aumentati alla cifra senza precedenti del 41 per cento nel 2007. In effetti, questa attività a somma zero è stata una “tassa” generale sull’economia.

    Insieme alla ristrutturazione finanziaria, lo strumento più importante nella valigia degli attrezzi dei classici era la politica fiscale. L’obiettivo era quello di ricompensare il lavoro e la creazione di ricchezza, e di raccogliere il “pasto gratis” risultante dalle economie sociali “esterne” come base fiscale naturale. Questa politica fiscale aveva il merito di ridurre il peso sul reddito da lavoro (salari e profitti). Il terreno era visto come un dono di natura senza costi di lavoro di produzione (e quindi, senza un valore di costo). Ma invece di renderlo la base fiscale naturale, i governi hanno permesso alle banche di caricarlo di debito, trasformando l’aumento del valore della rendita del terreno in oneri di interesse. Il risultato, nella terminologia classica, è una tassa finanziaria sulla società – entrate che si pensava che la società raccogliesse come tassa di base da investire nell’economia e nell’infrastruttura sociale per arricchire la società. L’alternativa è stata quella di tassare i terreni e il capitale industriale. E quello che hanno lasciato gli esattori delle tasse viene raccolto ora dalle banche sotto forma di aumento dei prezzi dei terreni – prezzi sui quali gli acquirenti pagano un interesse sul mutuo immobiliare.

    L’economia classica avrebbe potuto prevedere i problemi della Lettonia. Senza alcun freno alla finanza o alla regolamentazione dei prezzi di monopolio, senza una protezione industriale, una privatizzazione dei beni pubblici per creare “economie del dazio” e una politica fiscale che impoverisce la forza lavoro e persino il capitale industriale mentre ricompensa gli speculatori, l’economia lettone ha visto uno scarso sviluppo economico. Quello che ha raggiunto – e per il quale ha ricevuto un fragoroso applauso da parte dell’Occidente – è stata la sua disponibilità ad accumulare enormi debiti per sovvenzionare il proprio disastro economico. La Lettonia ha un apparato industriale troppo scarso e una limitata modernizzazione agricola, ma oltre 9 miliardi di lati di debito privato – ora col rischio di essere spostati sul bilancio del governo, esattamente come è successo per i salvataggi bancari americani.

    Se questo credito fosse stato esteso in maniera produttiva per costruire l’economia lettone, sarebbe stato accettabile. Ma questo credito è stato perlopiù improduttivo, concesso per alimentare l’inflazione sul prezzo dei terreni e sui consumi di beni di lusso, riducendo la Lettonia ad un stato di quasi schiavitù dal debito. In quella che Sarah Palin definerebbe una “roba da speranza e cambiamento”[2], la Banca di Lettonia indica che il fondo della crisi è stato raggiunto. Le esportazioni hanno finalmente iniziato a risollevarsi ma l’economia si trova ancora in disperata difficoltà. Se continueranno le tendenze attuali, non rimarrano più lettoni che possano ereditare un qualsiasi risveglio economico. La disoccupazione si attesta ancora ad oltre il 22 per cento. Decine di migliaia di persone hanno lasciato il paese e altre centinaia di migliaia hanno deciso di non avere bambini. Questa è la naturale risposta all’imposizione di miliardi di lati di debito pubblico e debito privato nel paese. La Lettonia non è sulla strada verso i livelli occidentali di ricchezza, e non c’è alcuna via d’uscita dall’attuale politica fiscale regressiva e dal neoliberismo anti-operaio, anti-industriale e anti-agricolo che è stato imposto in modo così coercitivo da Bruxelles come condizione per il salvataggio della banca centrale lettone in modo che possa ripagare le banche svedesi che hanno concesso prestiti così improduttivi e parassitari.

    Albert Einstein diceva che “follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. La Lettonia ha impiegato lo stesso Washington consensus “pro-Occidente” autodistruttivo, anti-governativo, anti-operaio, anti-industriale, anti-agricolo per quasi 20 anni e i risultati sono stati sempre peggiori. L’obiettivo imminente ora è quello di togliere l’economia della Lettonia dal suo cammino neoliberista verso la neo-schiavitù. Si potrebbe pensare che il cammino scelto dovrebbe essere quello tracciato dagli economisti classici del diciannovesimo secolo che hanno guidato la prosperità che vediamo in Occidente e ora anche in Asia orientale. Ma questo richiederebbe un cambiamento della filosofia economica – e richiederebbe un cambiamento di governo.

    La domanda è: come risponderanno l’Europa e l’Occidente? Ammetteranno i loro errori? Oppure supereranno questo momento difficile comportandosi in modo sfacciato? I segnali non sono incoraggianti. L’Occidente sostiene che la manodopera non è stata impoverita abbastanza, che l’industria non è stata messa alla fame abbastanza e che il paziente economico non è stato fatto sanguinare abbastanza.

    Se questo è ciò che Washington e Bruxelles vanno dicendo ai paesi baltici, immaginate quello che staranno per fare alle loro popolazioni!

    Prof Michael Hudson and Prof. Jeffrey Sommers Fonte: GlobalResearch.ca - Centre for Research on Globalization Link: World Economic Crisis: Latvia’s Neoliberal Madness
    15.02.2010

    Traduzione di JJULES per www.comedonchisciotte.org

    NOTE DI TRADUZIONE:

    [1] Teoria economica secondo la quale si giustificano i programmi che rendono i ricchi ancora più ricchi sostenendo che alla fine i benefici “sgocciolano” fino alle classi meno abbienti [NdT]

    [2] Riferimento agli slogan di Barack Obama durante la campagna presidenziale del 2008 [NdT





    Crisi economica mondiale: la follia neoliberista della Lettonia, Michael Hudson - Jeffrey Sommers

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    Predefinito Rif: La crisi economica

    La crisi economica mondiale: la Grande Depressione del XXI Secolo.

    di Michel Chossudovsky Gavin e Andrew Marshall - 24/05/2010

    Fonte: italiasociale






    Prefazione al libro.





    Il testo che segue costituisce la prefazione del libro The Global Economic Crisis.The Great Depression of the XXI Century di Michel Chossudovsky e Andrei Gavin Marshall(editori) Montreal Global Research che verrà pubblicato a fine maggio.



    In questa raccolta ,ogni autore alza il velo da una complessa trama di inganni e deformazioni mediatiche che servono a mascherare gli ingranaggi del sistema economico mondiale e i suoi devastanti effetti sulla vita della gente.



    Le complesse cause così come le conseguenze distruttrici della crisi economica sono esaminate con la lente d’ingrandimento nei contributi di Ellen Brown, Tom Burghardt, Michel Chossudovsky, Richard C.Cook, Shamus Cooke, John Bellamy Foster,Michael Hudson, Tanya Cariina Hsu, Fred Magdoff, Andrei Gavin Marshall, James Petras,Peter Phillips,Peter Dale Scott, Bill Van Auken,Claudia von Werlhof e Mike Whitney.



    Malgrado la diversità dei punti di vista e delle prospettive presentate in questo volume, i collaboratori arrivano tutti alla medesima conclusione: l’umanità si trova all’incrocio di una della crisi economiche e sociali più gravi di tutta la storia moderna .





    Prefazione: La crisi economica mondiale, la Grande Depressione del XXI’ secolo.



    In tutte le grandi regioni del mondo, la recessione economica è profonda e provoca la disoccupazione di massa,il fallimento dei programmi sociali degli stati e l’impoverimento di milioni di persone. La crisi economica si accompagna ad un processo mondiale di militarizzazione, ad “una guerra senza frontiere” condotta dagli Stati Uniti d’America e dai suoi alleati della NATO.

    La condizione della “guerra lunga” del Pentagono è intimamente legata alla ristrutturazione dell’economia mondiale.



    Non si tratta di una crisi economica o di una recessione ben definita.

    L’architettura finanziaria mondiale mantiene degli obiettivi strategici e di sicurezza nazionale , mentre il programma militare USA-NATO serve ad avallare una potente élite di aziende, che nasconde e mina inesorabilmente le funzioni del governo civile.



    Questo libro porta il lettore nei corridoi della Federal Riserve e del Council on Foreign Relation, dietro le porte chiuse della Banca dei regolamenti internazionali(BRI) e nel cuore delle sale delle riunioni corporative e facoltose di Wall Street, dove si effettuano correntemente le transazioni finanziarie di una certa portata con un solo clic che parte dai terminali informatici in linea con i grandi mercati borsistici.



    Ogni autore alza il velo da una complessa tela di menzogne e di deformazioni mediatiche che servono a coprire gli ingranaggi del sistema economico mondiale i cui effetti devastanti si ribaltano sulla vita della gente. La nostra analisi si concentra sul ruolo dei potenti attori economici e politici in questo ambiente caratterizzato dalla corruzione, dalla manipolazione finanziaria e dalla frode.



    Malgrado la diversità dei punti di vista e delle prospettive esposte in questo volume, gli autori arrivano all’unanime conclusione che l’umanità si trovi ora al bivio della più grave crisi economico-finanziaria della storia moderna.



    Il tracollo dei mercati finanziari tra il 2008 e il 2009 è nato da una frode istituzionalizzata e dalla manipolazione finanziaria.

    I “salvataggi delle banche, che ”sono stati messi in opera sotto l’egida di Wall Street, hanno condotto al più grande trasferimento di ricchezza monetaria della storia mai visto, creando nello stesso tempo un debito pubblico insormontabile.



    Con il deterioramento planetario dei livelli di vita e la caduta delle spese di consumo, l’intera struttura del commercio internazionale delle derrate è potenzialmente compromessa.

    Il sistema di pagamento delle transazioni monetarie è scombussolato.

    Una volta crollato il mercato del lavoro , il pagamento dei salari è diventato più difficile e si è avviata di conseguenza una diminuzione delle spese legate ai beni e ai servizi essenziali.

    Questo grave tracollo del potere d’acquisto si è poi ripercosso sul sistema della produzione dando come risultante una serie di azioni come i fallimenti e la chiusura delle fabbriche .

    Esacerbata dal congelamento del credito, la diminuzione della domanda di beni di consumo ha contribuito a smobilitare le risorse umane e materiali.



    Questo processo di declino economico cumulativo ha interessato ogni categoria della manodopera. I pagamenti dei salari non vengono più effettuati , il credito viene sviato e le spese d’investimento sono ad un punto morto. Nel frattempo, nei paesi occidentali la”rete di sicurezza sociale” ereditato dallo stato sociale che protegge i disoccupati durante il rallentamento economico, viene ugualmente messo in pericolo.



    Il mito della ripresa economica.



    Per quanto si riconosca spesso l’esistenza di una”Grande Depressione” simile a quella del 1930, questo aspetto viene mimetizzato da un consenso inflessibile:”L’economia è sulla via della ripresa”.



    Mentre si parla della ripresa economica, i commentatori di Wall Street hanno intenzionalmente trascurato con tenacia il fatto che il fallimento finanziario non è solo determinato dalla bolla, quella del mercato dell’abitazione e dell’immobiliare,che era già scoppiata. In realtà la crisi è determinata da più bolle che sembrano diminuire l’importanza dello scoppio della bolla del 2008.



    Per quanto non vi sia alcun disaccordo fondamentale tra gli analisti della corrente dominante che sostiene la presenza della ripresa economica , esiste un animato dibattito ad esempio sul come questa ripresa si manifesterà: se sarà all’inizio del prossimo trimestre o nel terzo trimestre dell’anno prossimo ecc.

    Già ad inizio 2010 , la “ripresa” dell’economia statunitense era stata prevista e confermata da un flusso di disinformazione mediatica accuratamente formulato.

    Durante quel periodo il pantano sociale di accresciuta disoccupazione, questo evento è stato accuratamente dissimulato negli Stati Uniti e gli economisti vedevano il fallimento come un fenomeno di micro economia.



    Per quanto rivelassero delle realtà a livello locale riguardanti una o più fabbriche, i servizi relativi i fallimenti non davano una veduta d’insieme su ciò che stava succedendo a livello nazionale ed internazionale. Quando per tutto il paese si sono sommate queste chiusure simultanee di fabbriche nelle piccole e nelle grandi città, è emerso un quadro molto diverso poiché interi settori dell’economia nazionale avevano cessato la loro attività.



    Si continua ad indurre in errore l’opinione pubblica per quel che riguarda le cause e le conseguenze della crisi economica , senza contare le soluzioni politiche.

    La gente è portata a pensare che l’economia possieda una propria logica che dipenda dalla libera influenza reciproca delle forze del mercato e che in nessuna circostanza alcuni potenti attori finanziari tirino ancora le fila in seno alle riunioni lobbistiche per influenzare il corso degli eventi economici.



    L’appropriazione accanita e fraudolenta della ricchezza è mantenuta come parte integrante del “sogno americano” come mezzo per propagare benefici per la crescita economica.

    Così come è stato espresso da Michel Hudson , il seguente mito recita: ”senza ricchezza al vertice non ci sarebbero ricadute”. Una logica così inadempiente del ciclo economico nasconde una comprensione delle origini strutturali e storiche della crisi economica mondiale.



    Frode finanziaria.



    La disinformazione mediatica serve largamente gli interessi di una manciata di banche mondiali e di speculatori istituzionali che utilizzano il dominio sui mercati finanziari e su quello delle derrate per ammassare quantità impressionanti di ricchezza monetaria.

    I settori dello stato sono controllati dall’ordine lobbistico stabilito degli speculatori. Nel frattempo i “ salvataggi bancari” presentati alla gente come necessari per la ripresa economica, hanno facilitato e legittimato un processo addizionale di appropriazione della ricchezza.



    Una quantità importante di ricchezza monetaria viene acquisita dalla manipolazione finanziaria. L’apparato finanziario ha sviluppato sofisticati strumenti di manipolazione e di imbrogli puri e semplici, ai quali ci si riferisce con la definizione di”deregulation”.

    Grazie ad informazioni privilegiate e ad una conoscenza preventiva , i grandi attori finanziari, che utilizzano gli strumenti delle transazioni speculative, hanno la capacità di falsificare e di truccare i movimenti dei mercati a loro vantaggio, di accelerare il fallimento di un competitore e di provocare danni alle economie dei paesi in via di sviluppo. Questi strumenti sono diventati elementi fondamentali dell’architettura finanziaria e sono intergrati nel sistema.



    L’insuccesso della scienza economica dominante.



    La professione dell’economista, in particolare in ambito universitario, affronta raramente il “mondo reale” che si correla al funzionamento del mercato. I concetti teorici, centrati su modelli matematici, servono a rappresentare un mondo astratto e fittizio in seno al quale gli individui sono tutti uguali. Non esiste distinzione teorica tra lavoratori, consumatori o imprese alle quali ci si riferisce senza distinzione come a dei “negoziatori individuali”.

    Quindi, nessun individuo ha il potere o la capacità d’influenzare da solo il mercato e non ci possono essere dei conflitti tra lavoratori e capitalisti nel mondo astratto.



    Omettendo di esaminare le azioni reciproche dei potenti attori economici nell’economia”reale”, si ignorano le tecniche della falsificazione dei mercati , della manipolazione finanziaria e della frode.

    La concentrazione e la centralizzazione delle prese di decisione economiche, il ruolo delle élite finanziarie, i circoli di riflessione, le sale di consiglio: nessuna di queste richieste è stata esaminata nei programmi economici universitari. Il concetto teorico è disfunzionale: non può essere utilizzato per assicurare una comprensione della crisi economica.



    La scienza economica è un concetto ideologico che serve a mimetizzare e a giustificare il nuovo ordine mondiale. Una parte dei postulati dogmatici contribuisce alla salvaguardia del capitalismo del libero mercato negando l’esistenza delle ineguaglianze sociali e la natura del sistema che si basa sul profitto. Il ruolo dei potenti attori economici e il modo che questi hanno di influenzare i meccanismi del mercato finanziario e delle merci non è oggetto di preoccupazione da parte dei teorici di questa disciplina. I poteri di manipolazione che servono all’appropriazione di importanti quantità di ricchezze monetarie sono raramente prese in considerazione. E quando sono riconosciute si considera che esse appartengono al dominio della sociologia o delle scienze politiche.



    Questo significa che il quadro politico e istituzionale del sistema economico mondiale, modellato nel corso degli ultimi trent’anni, viene raramente analizzato dagli economisti della cultura dominante. Così accade che l’economia, in quanto disciplina, a parte qualche eccezione, non ha fornito l’analisi necessaria per la comprensione della crisi economica. In realtà, i suoi principali postulati del libero mercato negano l’esistenza di una crisi.

    L’economia neoclassica è centrata sull’equilibrio, lo squilibrio e la”correzione del mercato” o “l’aggiustamento “ attraverso il meccanismo del mercato stesso, con lo scopo di rimettere l’economia ”sulla via della crescita autonoma” .



    La povertà e le disuguaglianze sociali.



    L’economia politica mondiale è un sistema che arricchisce una manciata di persone a scapito della stragrande maggioranza. La crisi economica ha contribuito all’aumento delle ineguaglianze sociali, anche all’interno dei paesi stessi. Nel capitalismo mondiale, la povertà non risulta dall’esiguità o dalla mancanza di risorse umane e materiali. E’ piuttosto vero il contrario: la depressione economica è caratterizzata da un processo di disimpegno delle risorse umane e del capitale fisico. La vita delle persone viene distrutta e la crisi economica è profonda.



    Le strutture delle disuguaglianze sociali sono state consapevolmente rinforzate è ci hanno portato non solo ad un processo generalizzato di impoverimento, ma anche all’annientamento di gruppi di reddito medio e medio superiore .



    Il consumatore della classe media, sul quale è basato li modello di sviluppo capitalistico incontrollabile, è anch’esso minacciato. I fallimenti hanno colpito parecchi tra i settori più vivi dell’economia consumista. Le classi medie occidentali dal canto loro, sono state assoggettate all’erosione della loro ricchezza materiale per parecchi decenni. Mentre la classe media esiste solo in teoria perchè si tratta di una classe costruita e preservata dall’indebitamento delle famiglie.



    Al posto della classe media, i ricchi sono diventati rapidamente la classe consumista, e questo ha portato all’incessante crescita dell’economia dei prodotti di lusso.

    In più, in seguito all’inaridimento dei mercati nei prodotti manifatturieri per la classe media, la struttura e la crescita economica hanno subito una svolta epocale decisiva.

    Con il crollo dell’economia civile, lo sviluppo dell’economia di guerra degli Stati Uniti, sostenuta da un bilancio della Difesa mostruoso che si avvicina a bilioni di dollari, ha raggiunto nuovi picchi. Nel momento in cui i mercati sprofondano e la recessione si espande, gli appaltatori militari, le industrie di armi perfezionate, gli imprenditori per la sicurezza nazionale e le promettenti compagnie di mercenari, hanno conosciuto uno sviluppo fiorente delle loro differenti attività.



    La guerra e la crisi economica.



    La guerra è inestricabilmente legata all’impoverimento delle persone, nel paese in cui si effettua e in tutto il mondo. La militarizzazione e la crisi economica sono dunque intimamente legate.

    Il rifornimento di prodotti e di servizi essenziali necessari al fabbisogno umano è stato sostituito da un”ordigno omicida” il cui scopo è solo il denaro che favorisce la”guerra mondiale al terrorismo”.

    I poveri sono fatti/utilizzati per combattere i poveri.

    Tuttavia, la guerra arricchisce la classe superiore che controlla l’industria, l’esercito, il petrolio e le banche.

    In un’economia di guerra, la morte và bene per gli affari, la povertà và bene per la società e il potere và bene per la politica.

    I paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, spendono centinaia di miliardi di dollari all’anno per assassinare creature innocenti in paesi poveri e lontani mentre i loro cittadini soffrono le disparità derivate dalla povertà ,dal fatto di appartenere ad una certa classe disagiata, di far parte di un certo genere di persone e infine dalle divisioni razziali.



    Una”guerra economica” assoluta viene condotta dal libero mercato e causa la disoccupazione, la povertà e le malattie. La vita delle persone è in caduta libera ed il loro potere d’acquisto non esiste più. Negli ultimi vent’anni di “ libero mercato” mondiale la vita di milioni di persone è stata stravolta in maniera decisiva, generando la povertà e lo scollamento sociale.



    Piuttosto di affrontare la catastrofe sociale imminente, i governi occidentali che sono al servizio degli interessi delle élite economiche, hanno edificato uno stato di polizia stile ”Grande Fratello” il cui solo scopo è il confronto e la repressione di ogni forma di opposizione e di dissenso sociale.



    La crisi economica e sociale è lungi dall’aver raggiunto il suo parossismo e interi paesi sono in pericolo, tra questi la Grecia e l’Islanda. Non resta che osservare la crescita dei conflitti nel Medio Oriente e in Asia centrale e le minacce degli Stati Uniti e della NATO verso la Cina , la Russia e l’Iran per affermare che la guerra e l’economia sono strettamente legate.



    L’analisi di quest’opera.



    I collaboratori di questo libro rivelano la complessità del sistema bancario mondiale e della sua relazione insidiosa con il complesso apparato militare-industriale e i conglomerati industriali petroliferi.

    Quest’opera rappresenta un approccio interdisciplinare e polivalente, e trasmette una comprensione di dimensioni storiche e istituzionali. Sottolinea anche le relazioni tra la crisi economica e la guerra, l’impero e la povertà mondiale.

    Questa crisi ha veramente una portata planetaria e le sue ripercussioni si stanno propagando in tutti i paesi e in tutte le società

    Nella prima parte del libro viene esposto l’insieme delle cause della crisi economica con gli insuccessi delle scienze economiche della cultura dominante. Michel Chossudovsky focalizza l’attenzione sulla storia della deregulation finanziaria e sulla speculazione.

    Tanya Cariina Hsu analizza il ruolo dell’impero americano e la sua relazione con la crisi economica. John Bellamy Foster e Fred Magdoff offrono una disamina dell’economia politica della crisi spiegando il ruolo chiave della politica monetaria. James Petras e Claudia von Werlhof presentano una dettagliata critica sul neoliberismo mettendo l’accento sulle ripercussioni economiche, politiche e sociali delle riforme nel “libero mercato”.

    Infine Shamus Cooke prende in esame il ruolo centrale dell’indebitamento, sia esso pubblico o privato.



    Nella seconda parte, che comprende i capitoli di Michel Chossudovsky e di Peter Phillis , analizza l’ondata crescente di povertà e di disuguaglianza sociale risultante dalla Grande Depressione.



    Grazie ai contributi di Michel Chossudovsky, Peter Dale Scott, Michael Hudson, Bill Van Auken,Tom Burghardt e Andrei Gavin Marshall, la terza parte osserva la correlazione tra la crisi economica, la sicurezza nazionale, la guerra condotta dagli Stati Uniti e la NATO e il governo mondiale.

    In questo contesto, come viene espresso da Peter Dale Scott, la crisi economica crea le condizioni che favoriscono l’instaurazione della legge marziale.



    La quarta parte è imperniata sul sistema monetario internazionale, sulla sua evoluzione e sulla trasformazione del suo ruolo. Andrei Gavin Marshall prende in considerazione la storia delle banche centrali così come le differenti iniziative che mirano a creare dei sistemi monetari regionali e internazionali. Ellen Brown si concentra sulla creazione di una banca centrale mondiale e di una divisa internazionale attraverso la BRI.

    Infine Richard C.Cook studia il sistema monetario basato sul debito come sistema di controllo e offre una struttura per la democratizzazione del sistema monetario.



    La quinta parte è centrata sui meccanismi del sistema bancario parallelo che ha scaturito il fallimento dei mercati finanziari nel 2008.

    I capitoli di Mike Whitney e di Ellen Brown descrivono nel dettaglio come il sistema Ponzi di Wall Street è stato utilizzato per manipolare il mercato e trasferire miliardi di dollari nelle tasche dei banksters.



    Siamo in debito con gli autori per la loro ricerca attentamente documentata, la loro analisi incisiva e soprattutto , per il costante impegno nella ricerca della verità.

    Essi ci hanno consegnato con straordinaria chiarezza la comprensione di sistemi economici , sociali e politici che condizionano la vita di milioni di persone in tutto il mondo.

    Grazie a: Tom Burghardt, Ellen Brown, Richard C. Cook, Shamus Cooke, John Bellamy Foster, Michael Hudson, Tanya Cariina Hsu, Fred Magdoff, James Petras, Peter Phillips, Peter Dale Scott, Mike Whitney, Bill Van Auken et Claudia von Werlhof, ont livré, et ce avec une extraordinaire clareté, une compréhension des processus économiques, sociaux et politiques complexes qui affectent la vie de millions de personnes dans le monde. Cook, Shamus Cooke, John Bellamy Foster, Michael Hudson, Tanya Hsu cariin Fred Magdoff, James Petras, Peter Phillips, Peter Dale Scott, Mike Whitney, Bill Van Auken e Claudia von Werlhof.



    Nous sommes reconnaissants envers Maja Romano de Global Research Publishers, qui a supervisé et coordonné sans relâche l'édition et la production de ce livre, incluant le concept créatif de la page couverture.Siamo grati anche a Maja Romano del Global Publishers Research, che ha gestito e coordinato instancabilmente l'editing e la produzione di questo libro ivi compreso il concetto creativo della copertina. Nous souhaitons également remercier Andréa Joseph pour la composition consciencieuse du manuscrit et le graphisme de la page couverture.

    Vogliamo anche ringraziare Andrea Joseph per la composizione attenta del manoscritto e del design della copertina. Infine ringraziamoNous tenons aussi à remercier Isabelle Goulet, Julie Lévesque et Drew McKevitt pour leur soutien dans la révision et l'édition de cet ouvrage. Isabelle Goulet, Julie Levesque e Drew McKevitt per il loro sostegno nella revisione e modifica del libro.



    Michel Chossudovsky et Andrew Gavin Marshall, Montréal et Vancouver, mai 2010 Michel Chossudovsky Gavin e Andrew Marshall, Montreal e Vancouver, maggio 2010




    traduzione di Stella Bianchi per italiasociale da modialisation.ca




    La crisi economica mondiale: la Grande Depressione del XXI Secolo., Michel Chossudovsky Gavin e Andrew Marshall

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: La crisi economica

    Crisi economica? In Europa emissioni in calo.

    di Marta Buonadonna - 12/09/2010

    Fonte: Panorama







    Il 2009 ha fatto registrare ovunque un consistente calo del consumi, accompagnato da un’altrattanto corposa diminuzione delle emissioni di gas a effetto serra. Le stime appena diffuse dall’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) parlano chiaro: i 27 Stati dell’Unione hanno generato il 6,9 per cento di emissioni in meno rispetto al 2008.



    “Il netto taglio nelle emissioni complessive di gas serra in Europa lo scorso anno non è una sorpresa, considerato alla luce della crisi economica”, ha commentato il Commissario europeo per il Clima Connie Hedegaard. “Ma le emissioni europee erano già in costante calo da alcuni anni, mettendoci sulla strada giusta per raggiungere, se non addirittura superare, i nostri obiettivi legati al Protocollo di Kyoto”.

    E infatti, sempre in base alle stime dell’EEA, l’Europa a 27 avrebbe raggiunto nel 2009 un taglio delle emissioni del 17,3 per cento rispetto ai valori del 1990 e sarebbe perciò davvero vicina all’obiettivo, che sembrava molto ambizioso, del 20 per cento da raggiungere entro il 2020. Anche considerando l’Europa a 15, il taglio delle emissioni resta comunque consistente e si assesta appena sotto il 13 per cento, superando così per la prima volta la riduzione promessa nell’ambito del protocollo di Kyoto che era pari all’8 per cento.

    Il consumo di combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) nel 2009 ha fatto registrare un -5,5 per cento rispetto all’anno precedente, e di pari passo è molto aumentato l’impiego di energia proveniente da fonti rinnovabili (+8,3 per cento).

    Dopo la grande crisi, la ripresa economica non potrà che avere un impatto negativo in termini di emissioni. Per questo si prevede che i dati del 2010 saranno meno buoni e che le emissioni saranno in aumento o, se dovessero continuare a calare, lo faranno assai più lentamente.

    PeIntanto l’Unione europea ha lanciato una consultazione pubblica per stabilire se le emissioni e il sequestro di gas serra legati all’impiego del suolo e alle foreste debbano essere considerati un fattore chiave nella strategia di riduzione delle emissioni.

    Si stima che le foreste dell’Europa a 27 abbiano rimosso complessivamente dall’atmosfera 410 milioni di tonnellate di CO2 nel 2008, pari a circa l’8 per cento di tutte le emissioni prodotte nella UE. Pare evidente che si tratti di uno strumento da implementare per poter mirare magari al raggiungimento di un obiettivo più alto. Se le condizioni lo consentono l’UE potrebbe ambire a tagliare non più il 20 ma il 30 per cento delle emissioni del 1990 nel 2020.




    Crisi economica? In Europa emissioni in calo., Marta Buonadonna

 

 

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