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    Filistei, Falestin, Falestinian



    Falestin, Falestinian. Nei notiziari delle radio del Vicino Oriente non passa giorno che questi due termini arabi non vengano pronunciati. La traduzione in lingua italiana è assai facile: Palestina, Palestinesi.
    Quel popolo armato di sassi, cioè, che ogni minuto, ogni giorno, da tanto, tanto tempo, migliaia di anni, si ribella per il suo stato di schiavitù imposto sulla propria terra.
    Ripercorrendo la storia delle origini di quel lembo di continente asiatico di colline e vallate che si allunga fino a comprendere la Beqaa e la catena del Monte Libano, una terra fertile e vivibile, una grande oasi tra il mare e il rude deserto, è un fatto, acclarato anche da quello che si definirà poi il “popolo del libro”, che tra i suoi abitanti emergessero per organizzazione sociale e politica i Filistei, i Falestin, i Palestinesi, insomma.
    Ma qualcuno dichiarò ai capi di un altro piccolo popolo – una tribù aliena di trecento persone, con armenti e schiavi, che aveva abbandonato le rive dell’Eufrate – che proprio quella, la “Falestin”, la Palestina, era in realtà una terra che il proprio dio aveva loro “promesso”.
    Il resto è noto, ivi comprese le favolette antiche sullo scontro tra il Filisteo Golia (“alto tre metri, con l’armatura di rame), ucciso in duello dal pastore giovinetto Davide con una pietra lanciata da una fionda, e sul gigante Sansone che distrugge dalle fondamenta con le sue sole mani il palazzo (fortificato?) dei Filistei, “facendoli morire tutti”. E le favolette moderne sul “popolo eletto” che, di nuovo attratto dalla “terra promessa”, occupata la terra palestinese, cacciati “gli straccioni arabi” che vi vivevano, ha fatto “del deserto un giardino” e (rapinata) la Palestina, vi ha fondato lo “Stato democratico di Israele”, sventolando una bandiera-programma: quella dei due fiumi (Eufrate e Nilo) tra i quali la Stella ha il diritto (divino) di estendersi.
    Corsi e ricorsi storici, questa ingiustizia patente – l’occupazione a forza di guerre della terra di un altro popolo, le invasioni riuscite (e quelle non riuscite, come nel caso del Libano) di territori nazionali altrui a est, a sud, a ovest – si sta rivelando un effetto boomerang.
    Non soltanto sono adesso, da anni, dei giovanissimi palestinesi a “tirare le pietre” contro i Sansoni robotizzati dell’esercito occupante, ma è la stessa opinione mondiale a non credere più al diritto del “popolo eletto ad una terra promessa” da un dio, nonostante gli sforzi propagandistici delle obnubilate potenze “alleate” d’Occidente.
    Certo, le favolette pubblicitarie vengono ancora utilizzate come arma di consenso, ma il consenso non esiste proprio più. L’insediamento di Israele nel corpo estraneo della Palestina, reso possibile dalla vergognosa spartizione e “regolazione” del mondo decisa a Jalta alla fine della seconda guerra mondiale tra Stati Uniti, Unione sovietica e Gran Bretagna, è ovunque percepito come un affronto al diritto internazionale e al buon senso comune.
    E le stesse formulette-favolette nuove, inventate per non far crollare l’artificiale costruzione di uno Stato alieno su una terra altrui, come quella dei “due popoli, due Stati” valgono per quel che sono: nulla. Checché ne dica il presidente pro-tempore del Grande Alleato dei sionisti, quel Barack Obama che ha appena annunciato “entro un anno” la costituzione di uno Stato Palestinese. (Dove? In Israele? Sotto i cannoni dei merkava o dei missili o dei mitra del colonizzatori israeliani? O in Giordania, dove gli israeliani vorrebbero rinchiudere i palestinesi da sfrattare definitivamente dalle loro case, dalle loro terre?)
    Lo sanno tutti che è un ulteriore bluff. Lo sanno i Palestinesi, naturalmente (e per questo hanno fatto vincere il radicale Hamas alle elezioni). Lo sanno gli Israeliani, naturalmente (e per questo hanno fatto vincere i radicali Netanyahu e Lieberman alle elezioni). E lo sa il mondo che, qualunque cosa possano credere e affermare i vari Frattini, Fini, Di Pietro e Franceschini sparsi nel pianeta, non ha un anello che fora il suo naso (l’Everest).
    La realtà è che dalla fallita occupazione del Libano in poi, la forza di Israele – a Tel Aviv o tra i sayanim di Nuova York, Parigi o Roma – è in declino. Forse non se ne accorgono ancora, ma è così.
    u.g.
    Falestin, Falestinian. Nei notiziari delle radio del Vicino Oriente non passa giorno che questi due termini arabi non vengano pronunciati. La traduzione in lingua italiana è assai facile: Palestina, Palestinesi.
    Quel popolo armato di sassi, cioè, che ogni minuto, ogni giorno, da tanto, tanto tempo, migliaia di anni, si ribella per il suo stato di schiavitù imposto sulla propria terra.
    Ripercorrendo la storia delle origini di quel lembo di continente asiatico di colline e vallate che si allunga fino a comprendere la Beqaa e la catena del Monte Libano, una terra fertile e vivibile, una grande oasi tra il mare e il rude deserto, è un fatto, acclarato anche da quello che si definirà poi il “popolo del libro”, che tra i suoi abitanti emergessero per organizzazione sociale e politica i Filistei, i Falestin, i Palestinesi, insomma.
    Ma qualcuno dichiarò ai capi di un altro piccolo popolo – una tribù aliena di trecento persone, con armenti e schiavi, che aveva abbandonato le rive dell’Eufrate – che proprio quella, la “Falestin”, la Palestina, era in realtà una terra che il proprio dio aveva loro “promesso”.
    Il resto è noto, ivi comprese le favolette antiche sullo scontro tra il Filisteo Golia (“alto tre metri, con l’armatura di rame), ucciso in duello dal pastore giovinetto Davide con una pietra lanciata da una fionda, e sul gigante Sansone che distrugge dalle fondamenta con le sue sole mani il palazzo (fortificato?) dei Filistei, “facendoli morire tutti”. E le favolette moderne sul “popolo eletto” che, di nuovo attratto dalla “terra promessa”, occupata la terra palestinese, cacciati “gli straccioni arabi” che vi vivevano, ha fatto “del deserto un giardino” e (rapinata) la Palestina, vi ha fondato lo “Stato democratico di Israele”, sventolando una bandiera-programma: quella dei due fiumi (Eufrate e Nilo) tra i quali la Stella ha il diritto (divino) di estendersi.
    Corsi e ricorsi storici, questa ingiustizia patente – l’occupazione a forza di guerre della terra di un altro popolo, le invasioni riuscite (e quelle non riuscite, come nel caso del Libano) di territori nazionali altrui a est, a sud, a ovest – si sta rivelando un effetto boomerang.
    Non soltanto sono adesso, da anni, dei giovanissimi palestinesi a “tirare le pietre” contro i Sansoni robotizzati dell’esercito occupante, ma è la stessa opinione mondiale a non credere più al diritto del “popolo eletto ad una terra promessa” da un dio, nonostante gli sforzi propagandistici delle obnubilate potenze “alleate” d’Occidente.
    Certo, le favolette pubblicitarie vengono ancora utilizzate come arma di consenso, ma il consenso non esiste proprio più. L’insediamento di Israele nel corpo estraneo della Palestina, reso possibile dalla vergognosa spartizione e “regolazione” del mondo decisa a Jalta alla fine della seconda guerra mondiale tra Stati Uniti, Unione sovietica e Gran Bretagna, è ovunque percepito come un affronto al diritto internazionale e al buon senso comune.
    E le stesse formulette-favolette nuove, inventate per non far crollare l’artificiale costruzione di uno Stato alieno su una terra altrui, come quella dei “due popoli, due Stati” valgono per quel che sono: nulla. Checché ne dica il presidente pro-tempore del Grande Alleato dei sionisti, quel Barack Obama che ha appena annunciato “entro un anno” la costituzione di uno Stato Palestinese. (Dove? In Israele? Sotto i cannoni dei merkava o dei missili o dei mitra del colonizzatori israeliani? O in Giordania, dove gli israeliani vorrebbero rinchiudere i palestinesi da sfrattare definitivamente dalle loro case, dalle loro terre?)
    Lo sanno tutti che è un ulteriore bluff. Lo sanno i Palestinesi, naturalmente (e per questo hanno fatto vincere il radicale Hamas alle elezioni). Lo sanno gli Israeliani, naturalmente (e per questo hanno fatto vincere i radicali Netanyahu e Lieberman alle elezioni). E lo sa il mondo che, qualunque cosa possano credere e affermare i vari Frattini, Fini, Di Pietro e Franceschini sparsi nel pianeta, non ha un anello che fora il suo naso (l’Everest).
    La realtà è che dalla fallita occupazione del Libano in poi, la forza di Israele – a Tel Aviv o tra i sayanim di Nuova York, Parigi o Roma – è in declino. Forse non se ne accorgono ancora, ma è così.


    Filistei, Falestin, Falestinian, Ugo Gaudenzi
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    Gli umori corrodono il marmo

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