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    Avamposto
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    Predefinito Enrico Mattei, l'ENI e il complotto delle "sette sorelle"

    Enrico Mattei, l'unica persona al mondo che ha osato sfidare le potentissime "Sette Sorelle" del petrolio. E per questo il 27 ottobre 1962 è stato assassinato!!!
    Ecco le Corporation anglo-americane sicuramente implicate: Standard Oil of New Jersey (statunitense, oggi Exxon-Mobil), Royal Dutch Shell (anglo-olandese, rimasta Shell), Anglo Persian Oil (britannica, oggi BP), Standard Oil of New York (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Socony (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Standard Oil of California (statunitense, oggi Chevron-Texaco), Gulf Oil (statunitense, oggi Chevron-Texaco)

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    Chi ha ucciso Enrico Mattei?

    Eufemia Riannetti – 31 ottobre 2006 – tratto da Rinascita

    www.rinascita.info




    Enrico Mattei fu assassinato, il suo caso insabbiato, i testimoni messi a tacere. Ma una cosa è certa: l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’ENI e che cadde la sera del 27 ottobre 1962 a Bascapé, alle porte di Milano, fu sabotato.

    Era un uomo che dava molto fastidio. La strategia di Mattei era volta a spezzare il monopolio delle “sette sorelle”, non soltanto per il tornaconto del nostro ente petrolifero, ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.
    Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartiscono le ricchezze del mondo.

    Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ‘90, risulta inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi. Per il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato. Vincenzo Calia giunge vicino alla soluzione del caso e formula l’ipotesi dell’attentato, ma non può provarla. Scrive Calia: “L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”. Calia ha dimostrato che l’esplosione che abbatté il bimotore Morane-Saulnier su cui viaggiavano il presidente dell’ENI, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo. Le prove contenute nelle 208 pagine del fascicolo dimostrano anche che l’inchiesta del 1962, presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi, conclusasi dichiarando l’impossibilità di “accertare la causa” del disastro, fu in realtà un mostruoso insabbiamento.

    Finora davanti alla sbarra è finito soltanto un contadino di Bascapé, Mario Ronchi, accusato di “favoreggiamento personale aggravato”. Secondo l’accusa vide l’aereo di Mattei esplodere in volo, rilasciò alcune interviste in questo senso a diversi organi di stampa e alla Rai e poi... si rimangiò tutto. Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti? Il pubblico ministero Calia non riesce ad accertarlo, ma è probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’Eni e negli organi di sicurezza dello Stato. E ancora depistaggi, manipolazioni, soppressioni di prove e di documenti, pressioni che impediscono l’accertamento della verità.
    Il 27 luglio 1993 dal “pentito” di mafia Gaetano Iannì giungono dichiarazioni importanti.

    Secondo Iannì per l’eliminazione di Mattei ci fu un accordo tra non meglio identificati “americani” e Cosa nostra siciliana. A mettere una bomba sull’aereo di Mattei fuono alcuni uomini della famiglia mafiosa capeggiata da Giuseppe Di Cristina. Anche Tommaso Buscetta rivela che la mafia americana chiese a Cosa nostra il favore di eliminare Enrico Mattei “nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”. In Italia, poi, Mattei era un finanziatore della politica, nemico dei circoli economici e politici legati ai grandi interessi.
    La certezza è che il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il più potente manager di stato italiano viene uccisola sera del 27 ottobre 1962 insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano William Mc Hale. Parallelamente all’inchiesta amministrativa condotta dall’Aeronautica Militare, la Procura di Pavia apre un’inchiesta per i reati di omicidio pluriaggravato e disastro aviatorio. L’inchiesta militare si chiude rapidamente, nel marzo 1963, senza avere sostanzialmente accertato la causa dell’incidente; Pavia chiude le indagini penali il 7 febbraio 1966, accogliendo le richieste della procura e pronunciando sentenza “di non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. A ridare fiato alla vicenda sul finire degli anni Settanta sono un libro e un film. Il libro, scritto da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, è intitolato “L’assassinio di Enrico Mattei”. Il film è “Il caso Mattei” di Francesco Rosi.

    Contemporaneamente Italo Mattei, fratello di Enrico, chiede che venga istituita una commissione parlamentare di inchiesta. Sono troppi i dubbi sull’incidente e inoltre la scomparsa di Mattei ha fatto comodo a troppe persone, in Italia e all’estero, dal momento che i suoi rapporti con i paesi del terzo mondo produttori di petrolio avevano urtato il cartello petrolifero delle sette sorelle. La riapertura delle indagini viene chiesta anche da una campagna stampa del settimanale “Le ore della settimana” e da una serie di interrogazioni parlamentari. L’interesse attorno alla misteriosa fine del “re del petrolio italiano” riceve nuovo impulso dalle indagini sulla scomparsa del giornalista dell’ “Ora” di Palermo Mauro De Mauro, il 16 settembre 1970. Una delle piste seguita dall’inchiesta sulla fine di De Mauro ipotizza infatti che il giornalista palermitano sia stato sequestrato e ucciso per aver scoperto qualcosa di molto importante circa la morte del presidente dell’E.N.I.: De Mauro aveva infatti ricevuto dal regista Rosi l’incarico di collaborare alla preparazione della sceneggiatura del film “Il caso Mattei”, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi dal presidente dell’E.N.I. in Sicilia.

    L’indagine sulla scomparsa di De Mauro si conclude in un nulla di fatto, nonostante la richiesta di ulteriori investigazioni formulata dal GIP di Palermo ancora nel 1991. Il procedimento viene archiviato il 18 agosto 1992: De Mauro non poteva aver scoperto nulla di particolare intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di Pavia aveva ritenuto del tutto accidentale la natura del disastro di Bascapè. Il 20 settembre 1994 il gip di Pavia autorizza la riapertura delle indagini nei confronti di ignoti. La riapertura era stata chiesta dalla procura pavese che, per competenza, aveva ricevuto dalla procura di Caltanisetta l’estratto delle dichiarazioni rese da un pentito di mafia. Il 5 novembre 1997 il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia giunge a questa conclusione: “l’aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Inrneio Bertuzzi, venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”. Di più non si riesce a scoprire e le domande rimangono. Enrico Mattei stava per spezzare la morsa costruita attorno a lui dal cartello petrolifero che escluse l’ENI dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni nei paesi produttori alla pari con le altre compagnie petrolifere. Mattei allora dichiarò guerra al sistema neocoloniale delle concessioni, offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario, il 75% dei profitti contro il 50% finora offerto dalle compagnie, e la qualificazione della forza lavoro locale. Il cartello reagì furiosamente, giungendo a rovesciare governi, come quello libico, che avevano accettato l’offerta e aperto all’ENI prospettive di grandi forniture. Nel 1962, quando si andava prospettando la soluzione della questione algerina, Mattei era riuscito ad aggirare il blocco.

    Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Mattei aveva ipotecato un trattamento preferenziale verso l’ENI dal futuro governo. Si pensava allora che l’Algeria possedesse, al confine con la Libia , le più vaste riserve di petrolio inesplorate del mondo. Parallelamente a Mattei si mosse De Gaulle, che decise di riconoscere l’indipendenza algerina. Come contropartita, la compagnia petrolifera francese ottenne gli stessi privilegi dell’ENI. L’ingresso trionfale dell’ENI sul mercato petrolifero era quindi quasi assicurato.
    Non solo, l’Executive Intelligence Review, attraverso una ricostruzione minuziosa del caso Mattei, afferma che il presidente dell’Eni, alla fine, era riuscito ad aprire un dialogo con la Casa Bianca , nonostante la stampa internazionale avesse dipinto Mattei come un pericoloso sovversivo anti-americano. Mattei, per l’Eir, era riuscito a far capire alla nuova amministrazione Kennedy che tutto ciò che desiderava era essere trattato alla pari, che egli non ce l’aveva con l’America ma con i metodi coloniali applicati dalle “sette sorelle” del petrolio. L’amministrazione Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon , per concedere all’Eni dei diritti di sfruttamento. L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato Kennedy, e dal conferimento di una laurea honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense.

    Alla vigilia di quel viaggio, il 27 ottobre 1962, Mattei fu assassinato. Un anno dopo, fu ucciso Kennedy. In un rapporto confidenziale del Foreign Office del 19 luglio 1962, si leggeva che “il Matteismo” era “potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (...). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica ‘Matteista’ rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”. E quindi Mattei andava eliminato, in un modo o nell’altro.

    Eufemia Giannetti






    Chi ha ucciso Enrico Mattei?

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  2. #2
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Enrico Mattei, l'ENI e il complotto delle "sette sorelle"

    Finanza&Potere di Giuseppe Oddo -

    22 gennaio 2009 - 16:49

    Mattei, i misteri della sua morte e il ruolo oscuro di Eugenio Cefis


    Ripropongo un mio articolo pubblicato dal mensile "IL" (gruppo Il Sole-24 Ore) del dicembre 2008


    La tragica fine di Enrico Mattei, morto nel disastro aereo di Bascapè il 27 ottobre 1962, resta un grande mistero italiano. Le opinioni sulle cause della sciagura continuano a divergere nonostante un’inchiesta della Procura di Pavia, avviata nel 1994, chiusa nel 2003 e archiviata nel 2005, abbia stabilito che il Morane Saulnier della Snam partito dall’aeroporto di Catania, su cui viaggiava il presidente dell’Eni, fu sabotato. Eppure si continua a battere sulla tesi dell’incidente, le cui cause andrebbero ricercate nel maltempo che imperversava quella sera su Linate e in un errore di manovra del pilota, Irnerio Bertuzzi, nella fase di avvicinamento alla pista. A questa conclusione approdò con sorprendente celerità la commissione d’inchiesta istituita dall’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti. Ma questa è anche la convinzione di autorevoli esponenti del mondo Eni come Marcello Colitti, ex top manager del gruppo, biografo di Mattei, suo grande estimatore e uomo di indiscussa statura morale. Quindi persona al di sopra di ogni sospetto.


    Colitti ha sempre escluso che Mattei possa essere stato assassinato. L’ipotesi che i mandanti di un possibile sabotaggio del velivolo fossero da ricercare tra le “sette sorelle” del petrolio non regge - a suo avviso - perché già nel 1962 il fondatore dell’Eni aveva allo studio un’intesa con le major americane ed era in procinto di partire per gli Usa per un incontro con il Presidente, John Fitzgerald Kennedy, e il conferimento di una laurea ad honorem alla Stanford University. Questa fu anche la tesi di Paul Frankel, uno dei maggiori esperti di petrolio dell’epoca, che era stato a lungo consulente dell’Eni. Eppure in tutti questi anni sono emersi fatti nuovi sulle cause del disastro in cui perse la vita anche William Mc Hale, il corrispondente dell’ufficio romano di “Life”, che era al seguito di Mattei in Sicilia per un reportage.
    Le indagini di Pavia, scaturite dalle confessioni di Tommaso Buscetta e di un pentito della “Stidda” di Gela, Gaetano Iannì, hanno messo un punto fermo. “Deve ritenersi…acquisita la prova che l’aereo a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Irnerio Bertuzzi venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962”, scrisse il pubblico ministero Vincenzo Calìa. “L’indagine tecnica confortata dalle testimonianze orali e dalle prove documentali…ha infatti permesso di ritenere inequivocabilmente provato che l’I-Snap (nome in codice dell’aereo, ndr) precipitò a seguito di un’esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all’interno del velivolo”. E ancora: “Come è già stato dimostrato il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello”.
    La programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e coinvolsero, scrive Calìa, “…uomini inseriti nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano. Tale coinvolgimento trova conferma nei depistaggi, nelle manipolazioni, nelle soppressioni di prove e di documenti, nelle pressioni, nelle minacce e nell’assoluta mancanza, in ogni archivio, di qualsiasi documento relativo alle indagini e agli accertamenti sulla morte di uno dei personaggi più eminenti nel quadro economico e politico dell’epoca”. E più avanti: “E’ facile arguire che tale imponente attività, protrattasi nel tempo, prima per la preparazione e l’esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, non può essere ascritta…esclusivamente a gruppi criminali, mafiosi, economici, italiani e stranieri, a “sette […o singole] sorelle” o servizi segreti di altri Paesi, se non con l’appoggio e la fattiva collaborazione…di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso ente di Stato petrolifero, che hanno conseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o col consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, da quel delitto hanno conseguito diretti vantaggi”.
    Concludeva il magistrato: “Le prove orali documentali e logiche raccolte…non permettono l’individuazione degli esecutori materiali né, per quanto concerne i mandanti, possono condurre oltre i sospetti e le illazioni…di per sé inadeguati non soltanto a sostenere richieste di rinvio a giudizio, ma anche a giustificare l’iscrizione di singoli nominativi sul registro degli indagati”.
    Delitto in cerca d’autore, dunque, come i sei personaggi della commedia di Pirandello. Così l’accusa chiuse il caso, chiedendo e ottenendo dal giudice l’archiviazione delle indagini. Una scelta che alcuni - Colitti tra questi - continuano a ritenere strampalata in base all’assunto che se crimine c’è dev’esservi anche un criminale che l’abbia commesso.
    Al contrario non nutre riserve sull’indagine l’ex presidente di Agip Petroli Giuseppe Accorinti, che ebbe un rapporto personale con Mattei. Nel libro “Quando Mattei era l’impresa energetica – Io c’ero” egli ringrazia il “coraggioso e valoroso” magistrato e gli dà atto di aver gestito l’indagine “…con grande professionalità e soprattutto con rara e apprezzata discrezionalità”.
    In effetti, senza che nulla trapelasse, sfilarono come testimoni nell’ufficio di Calìa, accanto a gente comune: i vertici delle istituzioni; sottufficiali e alti ufficiali dei servizi, dei Carabinieri e dell’aeronautica militare; politici; i parenti di Mattei; i familiari di Mauro De Mauro, il giornalista del quotidiano “L’Ora” di Palermo scomparso mentre indagava sugli ultimi due giorni di Mattei in Sicilia; Eugenio Cefis, che dopo aver preso il posto di Mattei aveva scalato la Montedison e ne aveva assunto la presidenza, lasciando l’Eni; nonché personaggi come Vito Guarrasi, il potente e ambiguo avvocato palermitano, lontano cugino del banchiere Enrico Cuccia, che partecipò all’armistizio di Cassibile.
    Le perizie sui frammenti metallici che furono estratti dai resti anatomici di Mattei e Bertuzzi dopo la loro esumazione e le analisi sulle viti di un piccolo strumento fissato al cruscotto dell’areo, l’”indicatore triplo”, che il capo del magazzino centrale della Snam aveva portato a casa e conservato, permisero di rilevare su questi oggetti tracce riconducibili a un’esplosione provocata da un ordigno di qualche decina di grammi forse nascosto nella parte sinistra della cabina di pilotaggio, dov’era ai comandi Bertuzzi. Il magistrato precisò che la carica di esplosivo era collegata all’interruttore di comando dei carrelli, che il pilota aveva già provveduto ad azionare dopo l’ultima comunicazione con la torre di controllo di Linate, alle 18,57. L’esplosione mise fuori uso la strumentazione di bordo, frantumò il tettuccio, il parabrezza, i finestrini del Morane Saulnier, stordì e invalidò il pilota e i passeggeri.
    Il velivolo precipitò su un campo allagato dalle piogge, conficcandosi nel terreno dopo una strisciata di sei metri. La maggior parte dei rottami con i due reattori furono trovati interrati nella buca che l’aereo aveva scavato nel violentissimo impatto con il suolo fangoso. Decine di persone fecero in tempo a udire il rombo forte e anomalo di un aereo che volava a bassissima quota, ad alzare gli occhi e a scorgere un bagliore improvviso nel cielo, seguito da una pioggia di particelle in fiamme.
    Il primo a parlare di una palla di fuoco in cielo che si frantumava in stelle filanti fu Mario Ronchi, un agricoltore che abitava in una cascina in località Albaredo, a 300 metri dal punto d’impatto dell’aereo. Ronchi rilasciò a caldo queste dichiarazioni a un giornalista televisivo della Rai. Ma davanti alla commissione d’inchiesta ritrattò. Calìa appurò che l’agricoltore, in cambio del silenzio, aveva goduto per tutti questi anni di benefici economici, tra cui l’assunzione della figlia, Giovanna, per sedici anni in una società riconducibile a Cefis, la Pro.De. E scoprì che la parte sonora del nastro che era stato utilizzato per le riprese della Rai risultava cancellata proprio nel punto in cui Ronchi descriveva la dinamica dell’accaduto. La verità emerse dall’esame labiale delle immagini video nonostante l’agricoltore si ostinasse a negare, davanti al magistrato, ciò che aveva visto quella sera.
    Le testimonianze di quanti avevano visto ed erano accorsi ad Albaredo indicarono in modo concorde circostanze che la commissione ministeriale, presieduta dal generale dell’aeronautica Ercole Savi, aveva trascurate o ignorate. A parte la conferma che la ruota sinistra dell’aereo era stava ritrovata intatta a circa cento metri dal relitto e che altri rottami si trovavano a decine di metri dal corpo dell’aereo, quasi tutti i testimoni riferirono di aver visto brandelli di carne umana e piccoli parti incandescenti o fuse del velivolo, ancora fumanti, sparse nel raggio di 300-400 metri dal relitto, di avere visto altri brandelli di carne e i resti di un braccio penzolare dalle cime dei pioppi e di aver notato che gli alberi intorno al relitto non avevano preso fuoco a riprova del fatto che il Morane Saulnier non esplose a terra ma in volo e che le fiamme sulla coda dell’aereo, che fuoriusciva dal terreno, erano alimentate dal kerosene riversatosi per la rottura del serbatoio.
    “Il ritrovamento di resti umani e parti dell’aereo così distanti dal relitto non si concilia con l’incidente”, spiega un esperto di munizioni, esplosivi e disastri al quale abbiamo mostrato il materiale dell’inchiesta di Pavia, comprese le centinaia di foto scattate in quel di Bascapè la mattina del 28 ottobre 1962. Questa fonte, che ha accettato di parlare in cambio dell’anonimato, s’è occupata come consulente dell’autorità giudiziaria di una clamorosa sciagura aerea. Dice: “Quando l’aereo precipita per un incidente, i corpi hanno la stessa velocità di caduta del velivolo e il loro smembramento avviene con l’impatto. Nel nostro caso, invece, brandelli di carne sono stati ritrovati anche nei due reattori, come conferma la relazione dei vigili del fuoco. I corpi arrivarono dunque a terra già smembrati. Solo un’esplosione in aria può aver generato un movimento laterale di pezzi dell’aereo e di resti umani. L’esplosione, infatti, provoca un cono di frammenti, mentre la caduta non genera movimento laterale se non per fortuiti rimbalzi che nel caso in questione non poterono esservi perché il velivolo precipitò in un pantano di fango. Il carrello ritrovato lontano si sarebbe dovuto infossare con la fusoliera”. Ed è possibile individuare tracce di esplosivo a oltre trent’anni di distanza? “Si – aggiunge – perché i residui incombusti di un’esplosione sono chimicamente molto stabili e resistono persino per molti anni al lavaggio dell’acqua”.
    Le particelle incombuste avrebbero dovuto essere ricercate, subito dopo il disastro, sui resti dell’aereo e sui frammenti conficcati nei corpi, ma la commissione ministeriale aveva fretta di chiudere l’inchiesta. Il direttore dell’Istituto di medicina legale, Tiziano Formaggio, riferì che i resti anatomici di Mattei, Bertuzzi e Mc Hale furono portati in laboratorio già “detersi” del fango e, siccome si dava per scontato l’incidente, non furono fatti accertamenti per stabilire se la causa delle lesioni fosse da attribuire a deflagrazione in volo. A questa versione aderì anche l’allora presidente del consiglio Amintore Fanfani. Non solo: dal Tribunale di Pavia, che chiuse la prima inchiesta sul disastro nel 1966 con un “non luogo a procedere per insussistenza del fatto”, la Snam ebbe restituiti su sua richiesta i resti del velivolo, di cui si disfece dopo averli lavati e fusi.
    Da qualsiasi lato lo si osservi, il delitto Mattei appare come una delle prime e più grandi azioni di depistaggio e disinformazione nella storia della Repubblica. Non a caso fu scritto che con la morte del fondatore dell’Eni mezza Italia continuò a ricattare per decenni l’altra metà. Per il politologo Giorgio Galli la tragedia di Bascapè si colloca nell’ambito della strategia della tensione e del patto scellerato mafia-politica che avrebbe portato alla fuga dal carcere del boss Luciano Liggio nel 1969, nell’imminenza della strage di Piazza Fontana e della sua preparazione, e spianato la strada all’affermazione dei “corleonesi” in Cosa Nostra.
    La collaborazione di Cosa Nostra al sabotaggio del Morane Saulnier parcheggiato a Fontanarossa sarebbe arrivata dal boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, che era molto vicino a Graziano Verzotto, il segretario regionale della Dc, responsabile delle relazioni esterne dell’Eni nell’Isola, che sarebbe stato nominato presidente dell’Ente minerario siciliano.
    Mattei era restìo ad andare in Sicilia perché ne era appena tornato. Le minacce di morte che aveva ricevuto – tra cui quelle dell’Oas, l’Organizzazione dell’armata segreta, che perseguiva il mantenimento della presenza coloniale francese in Algeria – lo avevano reso cauto.
    A convincerlo a ripartire per Gagliano Castelferrato, un Comune dell’ennese in cui l’Eni aveva trovato metano, furono le insistenze del presidente della Regione siciliana, Giuseppe D’Angelo. Questi disse a Mattei che la sua presenza a Gagliano era necessaria per calmare gli abitanti insorti nel timore che l’Eni non volesse realizzare gli investimenti promessi. Mentiva. Mattei ricevette un’accoglienza entusiastica, il suo discorso fu un trionfo.
    In realtà, come appurerà De Mauro, incaricato dal regista Franco Rosi, che stava girando “Il caso Mattei”, di ricostruire gli ultimi giorni di vita del presidente, il viaggio in Sicilia si rivelò una trappola mortale: servì ad attirare Mattei nell’Isola, a costringerlo a spostare l’aereo da Gela a Catania, dove qualcuno lo avrebbe sabotato, e ad anticipare la partenza dalla sera al pomeriggio del 27 ottobre. Invitato ripetutamente da Mattei ad accompagnarlo nel volo di ritorno a Milano, D’Angelo oppose sempre un fermo rifiuto.
    Intorno a questo rifiuto verso un uomo potente come Mattei si arrovellò De Mauro, sbobinando i discorsi di Gagliano. Mattei aveva surrogato la politica estera del Governo, scompaginato i giochi delle major petrolifere, disturbato gli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per le sue posizioni terzomondiste e le sue aperture all’Urss e agli Stati mediorientali; esercitava una forte influenza su chi avrebbe dovuto controllarlo, il ministro delle Partecipazioni statali Giorgio Bo; aveva un forte ascendente su Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, ruolo al quale sembrava aspirasse; aveva creato dal nulla la corrente democristiana di Base, guidata da Giovanni Marcora. E con la forza e il denaro dell’Eni alimentava la politica, i partiti. E a differenza degli altri lo dichiarava.
    Per alcuni, le cause della morte di Mattei sarebbero da ricercare in un accordo con l’Algeria, molto avversato dalle compagnie Usa, che era in preparazione proprio in quei giorni e avrebbe dovuto portare alla partecipazione italo-francese in alcuni giacimenti nel Sahara, alla costruzione di una raffineria italo-algerina e a una consistente fornitura di metano che avrebbe dovuto essere trasportata con un gasdotto via Gilbiterra, Spagna, Francia e Italia. Quando il Morane Saulnier cadde dal cielo di Bascapè, scrisse Italo Pietra, che aveva diretto “Il Giorno”, fondato da Mattei, mancavano otto giorni all’incontro di Algeri e pochi mesi alla visita di pacificazione negli Usa.
    Ma perché Mattei doveva morire? Anche dopo gli accordi con l’Egitto e l’Iran, con cui puntava a spezzare il cartello delle major, Mattei era rimasto un petroliere senza petrolio. Il contratto di approvvigionamento di greggio dall’Urss, economicamente vantaggioso per l'Italia, che aveva sottoscritto nel 1958 urtando gli interessi americani, aveva lo scopo di sopperire alla scarsa o nulla produzione di petrolio nei Paesi in cui il gruppo era riuscito a strappare concessioni minerarie. La storia delle “sette sorelle” mandanti dell’omicidio regge, dunque, fino a un certo punto, anche se è vero che Cefis, dopo la morte di Mattei, lasciò cadere l’accordo con l’Algeria e firmò un’intesa con la Esso per una fornitura di gas dalla Libia tramite navi metaniere. Nel 1962 la fase dello scontro frontale con le major sembrava cessata. L’intervista del 1958 a Cyrus Sulzberger, direttore e editore del “New York Times”, in cui Mattei aveva detto di essere “antiamericano”, “contrario alla Nato”, “neutralista”, era acqua passata. L’incontro con Kennedy, anche in vista della costituzione del governo di centro-sinistra tra Dc e Psi, avrebbe messo tutto a posto. L’ex presidente della Esso Italiana, Giuseppe Cazzaniga, sostenne che nel 1962 tra le compagnie Usa e l’Eni “s’era cominciata a intravedere un’evoluzione positiva dei rapporti” e che Agip e Esso sarebbero potute entrare insieme “nelle raffinerie in Africa”.
    Il magistrato di Pavia cercò anche di mettere a fuoco la figura, assai controversa, di Eugenio Cefis. Come scrive in una nota agli atti dell’inchiesta il giornalista Pietro Zullino (che per “Epoca” indagò a fondo sulla scomparsa di De Mauro), Cefis aveva forti cointeressenze nelle raffinerie Sarom di Ravenna e Mediterranea di Gaeta che rifornivano il sistema Nato per l’Europa del Sud e la Sesta flotta e per questo contrastava il progetto di Mattei di trasformare l’Alleanza Atlantica in un cliente dell’Eni. De Mauro potrebbe averlo scoperto nel corso della sua inchiesta.
    Cefis, quando Mattei morì, era già fuori dell’Eni. Italo Mattei riferì che il fratello Enrico aveva scoperto il doppio gioco di Cefis con i servizi americani e lo avrebbe costretto, per questo e per via di certi altri affari, alle dimissioni dall’Eni. Ma si tratta di dichiarazioni mai provate.
    Cefis risultava legato ai servizi italiani e amico del generale Giovanni Allavena, il comandante del Sifar costretto a lasciare i servizi dopo la scoperta dei famosi fascicoli segreti . In un documento del Sismi redatto su notizie “…acquisite il 20 settembre 1983 da professionisti molto vicini ad elementi iscritti alla loggia P2” – documento anch’esso agli atti di Pavia –, la loggia segreta Propaganda 2 risulterebbe addirittura “…fondata da Eugenio Cefis che l’ha gestita – vi si legge – fino a quando è rimasto presidente della Montedison. Da tale periodo ha abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo Ortolani-Gelli, per paura. Sono di tale periodo gli attacchi violenti contro uomini legati ad Andreotti con il quale si giunse ad un armistizio per interessi comuni: lo scandalo dei petroli”. Anche su questo, le informazioni sono prive di riscontri.
    Nello stesso tempo, appunta Zullino, De Mauro potrebbe avere scoperto un'altra storia su Guarrasi, che era consulente dell’Eni e di cui Mattei s’era servito per sostenere nel 1958 il milazzismo, il governo regionale siciliano guidato da Silvio Milazzo e sostenuto da Msi, Pci e Unione Siciliana Cristiano Sociale, il partito nato da una scissione della Dc nell’Isola. L’avvocato Guarrasi, secondo Zullino, aveva fornito alla mafia i piani di costruzione dell’impianto petrolchimico dell’Anic di Gela e la mappa dei terreni su cui avrebbe dovuto essere edificato lo stabilimento, consentendo a Cosa Nostra di acquistare le aree a poco prezzo per rivenderle all’Eni con un guadagno consistente.
    Il caso De Mauro scottava se è vero che il giornalista aveva scoperto qualcosa di molto eclatante collegato alla morte di Mattei. Nel novembre 1970, in una riunione tra i vertici dei servizi segreti e i responsabili della polizia giudiziaria, che si svolse a Palermo, fu così deciso l’”annacquamento” delle indagini. Alla riunione era presente il generale Vito Miceli, succeduto il 18 ottobre all’ammiraglio Eugenio Henke al vertice dei servizi. Usò proprio il termine “annacquamento” il commissario di polizia Boris Giuliano nel riferire la circostanza. Giuliano indagava sul caso De Mauro insieme a Bruno Contrada, poi divenuto numero tre del Sisde, ma fu ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979. L’anno dopo la scomparsa di De Mauro, nel maggio 1971, era stato invece ammazzato il procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione, che aveva indagato su vari delitti di Cosa Nostra, tra cui il rapimento De Mauro. Le Brigate Rosse provvederanno a eliminare il Procuratore generale di Genova Francesco Coco, che aveva indagato a sua volta su De Mauro e Scaglione. E anche il boss Di Cristina viene tolto di mezzo dai corleonesi nel 1978, pochi giorni dopo l’assassinio di Aldo Moro, dopo che aveva deciso di collaborare con le forze dell’ordine. Contrada sta invece scontando una condanna definitiva a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
    Va inoltre registrata la presenza di un elemento di Gladio – Giulio Paver – tra le guardie del corpo di Mattei nel periodo 1960-62. Questi faceva parte del nucleo laziale di Gladio, cui appartenevano anche Lucio e Camillo Grillo. Coincidenza: una delle tre persone che a Fontanarossa s’avvicinarono all’aereo della Snam, mentre Bertuzzi si recava al bar per rispondere al telefono, si qualificò come capitano Grillo. E – se è vero quanto scrive Nico Perrone nel suo “Obiettivo Mattei” – “preziosi elementi informativi” sul presidente dell’Eni venivano trasferiti alla Cia dal colonnello del Sifar Renzo Rocca, reclutatore per i gruppi “Stay Behind” e “coordinatore di finanziamenti industriali americani e italiani per combattere il comunismo”. Rocca, morto in circostanze misteriose, teneva i rapporti con il capo della stazione Cia di Roma Thomas Karamessines, che dopo la fine di Mattei – scrive Perrone – fu richiamato negli Usa per partecipare all’operazione coperta che portò all’individuazione e all’uccisione in Bolivia di Ernesto Che Guevara. Il 27 ottobre 1962 Karamessines era comunque a Whasington.
    “Chissà, forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei più di vent’anni fa è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita”. Cosa volle dire Fanfani con questa sorprendente dichiarazione nell’ottobre 1986 al congresso dei partigiani cattolici? Difficile credere che gli fosse scappata di bocca. Ma quando il pm Calìa gli chiede cosa avesse inteso dire aveva già perso la memoria.
    Fanfani doveva sapere molte cose sulla fine di Mattei. Il 28 ottobre, il giorno dopo la sciagura, l’allora ministro dell’interno Paolo Emilio Taviani chiama il presidente del Consiglio per informarlo che sta facendosi strada l’ipotesi dell’incidente. E’ Taviani a riferirlo al magistrato. Dopo di che è Fanfani a telefonare a Taviani. Il ministro sta per riferirgli altri particolari sulla caduta dell’aereo, ma Fanfani lo interrompe bruscamente preoccupato della gravità della crisi di Cuba.
    Il 16 ottobre 1962 Kennedy aveva ricevuto le riprese fotografiche di aerei spia americani che provavano la presenza di basi missilistiche sovietiche a Cuba. La strategia dell’Urss era di usare le basi cubane come merce di scambio per ottenere la rimozione dei missili Jupiter che gli Usa avevano installato in Turchia. La tensione tra le due superpotenze nucleari arrivò al punto che Kennedy aveva dato disposizioni per preparare l’invasione di Cuba. Il segretario di Stato, Dean Rusk, ammise che in quei giorni si fronteggiò la crisi più pericolosa mai vista tra Usa e Urss. Dichiarò Taviani: “La mattina del 28 ottobre 1962 siamo stati a due ore dalla guerra”. In quel frangente era essenziale conoscere la posizione dell’Italia nel quadro dell’Alleanza Atlantica. E le idee neutraliste di Mattei, data l’influenza che egli esercitava sulla politica estera e sul Governo, rappresentavano un rischio.
    Forse qualcuno temette, in quelle ore convulse, che un suo discorso potesse destabilizzare l’Alleanza in un momento così cruciale per le sorti del mondo.





    Finanza&Potere - Mattei, i misteri della sua morte e il ruolo oscuro di Eugenio Cefis

  3. #3
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Enrico Mattei, l'ENI e il complotto delle "sette sorelle"

    lunedì 4 maggio 2009


    Enrico Mattei, ovvero l'anti-Cuccia (di Claudio Moffa)

    Disegnando le storie parallele e antagoniste di Raffaele Mattioli e Enrico Cuccia, Giancarlo Galli così inserisce nel suo Il Padrone dei Padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il capitalismo italiano, la vicenda Mattei e il capitolo oscuro della sua morte, il 27 ottobre 1962: «Qualunque sia stata la causa della sua morte, fra i “nemici” si collocava, in primissima fila, lo gnomo di via Filodrammatici (…) Fu a cena da Enrico Mattei... che sentii per la prima volta
    nominare Enrico Cuccia… disse Mattei: “È molto bravo, sa dove vuole andare, e bisognerà fare i conti con lui. Se passa ci distrugge... Qui stanno le divisioni di Cuccia: i francesi, gli americani, i tedeschi, gli ebrei...” Baldacci [direttore del “Giorno”] fece presente che “è uomo di Mattioli, un amico”; al che Mattei scosse la testa, con un “ne riparleremo” pieno d’irritazione».

    Due mondi e due visioni del mondo diversi, quelli del finanziere laico e azionista Cuccia e dell’imprenditore cristiano e democristiano Mattei: da una parte Cuccia con la sua morbosa e calvinisteggiante bramosia per il Denaro – per lui «il danaro è numero, e nei numeri risiede la geometria cosmica del potere…» - e col suo progetto totalitario teso al «primato della finanza e del suo supercapitalismo sulla politica, evitando gli errori del comunismo e del keynesismo o capitalismo statalistico». Un Cuccia proiettato sul piano internazionale per il tramite del Gruppo Lazard, la grande banca dell’ ‘anticomunista viscerale’, masson-socialista e radicale ebreo francese André Meyer.

    Dall’altra Mattei, amico di Nasser e alleato “organico” del mondo arabo e islamico mediorientale; alieno alla sudditanza prona ai circoli finanziari ebraici dei suoi tempi ricordatigli dal sottosegretario agli Esteri Folchi in una lettera del 1957, in modo non dissimile dai suoi coevi Eisenhower, come lui in contrasto con Israele durante la crisi di Suez del 1956; e forse Kennedy, con cui non a caso Mattei avrebbe dovuto incontrarsi se non fosse stato ucciso un anno prima dell’attentato di Dallas; fascista “rivoluzionario”, il diciottenne Enrico, ma poi – dopo essere diventato imprenditore e aver conosciuto a Milano gli ambienti cattolici antifascisti di Boldrini - comandante partigiano durante la Resistenza, stimato dal comunista Luigi Longo. Mattei patriota convinto in un’epoca in cui il termine “patria” era tabù; edificatore di una impresa che aveva al suo centro sia un’idea di lavoro per la creazione di ricchezza reale, sia il fattore umano: “gli uomini”, come ci ricordano i filmati sull’attività dell’ENI da lui voluti e come sanno bene i suoi ex collaboratori ancora memori del suo carisma e della sua carica umana. Mattei, infine, che all’opposto dell’elitario Cuccia, una delle eminenze grigie di Tangentopoli, era stato fra i protagonisti indiscussi della costruzione della democrazia parlamentare repubblicana fondata sui partiti di massa e sulla effettiva partecipazione del popolo alle vicende politiche nazionali.




    L'APOTA: Enrico Mattei, ovvero l'anti-Cuccia (di Claudio Moffa)

  4. #4
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Enrico Mattei, l'ENI e il complotto delle "sette sorelle"

    Ultima modifica di Avamposto; 27-09-10 alle 13:07

  5. #5
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Enrico Mattei, l'ENI e il complotto delle "sette sorelle"


  6. #6
    Avamposto
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  7. #7
    Avamposto
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  8. #8
    Avamposto
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  9. #9
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Enrico Mattei, l'ENI e il complotto delle "sette sorelle"

    4 marzo 2009 | Matteo Baldi | RadioAlt

    Tre delitti per sette sorelle

    Intervista a Giuseppe Lo Bianco


    Un filo nero attraversa la storia d'Italia degli anni sessanta e settanta, da Bascapè a Ostia passando per Palermo. L'inchiesta di un pubblico ministero scrupoloso cerca una verità fra mille depistaggi, per riscrivere un pezzo importante della nostra storia. Profondo Nero (edizioni Chiarelettere), di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, parte dagli atti dell'inchiesta del pm Vincenzo Calia sulla morte di Enrico Mattei e di Mauro de Mauro e li riporta a noi, assieme a testimonianze nuove e ad un'intervista all'assassino di Pasolini, Pino Pelosi, che per la prima volta da quel novembre 1975 fa i nomi di chi c'era, quella sera, all'idroscalo di Ostia.
    Profondo nero muove da una ricostruzione dei giorni del boom economico italiano. In quei primi anni sessanta, c'era chi pensava - e non ne faceva mistero - che l'Italia dovesse essere un Paese importante sulla scena mondiale, e che questo prestigio passasse in primo luogo per l'indipendenza energetica. L'ENI, Ente Nazionale Idrocarburi - di Enrico Mattei, fu un'impresa statale assolutamente anomala, nel panorama di quegli anni di politica energetica "a rimorchio", per il modo con cui il suo presidente seppe dirigerla verso un'autonomia che a tanti parve pericolosissima. L'opposizione al cartello delle cosiddette sette sorelle, le sette principali industrie petrolifere mondiali, assieme alle inedite alleanze che Mattei strinse con attori di ambo le parti politiche in Italia, crearono diversi malumori. Nel clima di fervente atlantismo e di fortissima contrapposizione politica, la spregiudicatezza di Mattei era vista come fumo negli occhi. Ecco allora che nel libro di Lo Bianco e Rizza si ricostruiscono gli ultimi giorni di Enrico Mattei, in un clima di crescente tensione, e quei due viaggi in Sicilia che il Presidente fece alla vigilia dell'incidente aereo in cui sarebbe morto assieme al suo pilota e ad un giornalista. Di lì passiamo poi a indagare sulla misteriosa scomparsa di un bravissimo giornalista in forze presso L'Ora di Palermo, Mauro De Mauro, alle sue ricerche sulla fine di Mattei (De Mauro stava collaborando alla sceneggiatura di un film di Francesco Rosi sul Presidente dell'ENI e la sua fine), alle domande che pose a persone cui non avrebbe dovuto mai porle. Avvocati molto ambigui, politici troppo equilibristi e veri e propri mafiosi: ma la figura che resta sullo sfondo di tutte le vicende narrate nel libro pubblicato da Chiarelettere è ancora più inquietante ed enigmatica, perché lungo tutto il corso della sua trentennale storia di potere Eugenio Cefis fu l'incarnazione perfetta di quella borghesia di Stato che il potere perseguì come fine ultimo del proprio agire, a qualunque costo e con qualunque mezzo.
    E infine, per chiudere il cerchio sulla storia della prima repubblica di questo paese di temporali e primule, la soppressione della voce che meglio di ogni altra seppe cantare, denunciandone gli obbrobri, il cambiamento in corso in quegli anni in Italia. L'uccisione di Pier Paolo Pasolini la sera del 2 novembre 1975 all'idroscalo di Ostia. La verità giudiziaria arrivò rapidamente all'identificazione di un responsabile: quel Pino Pelosi che si dichiarò all'epoca unico colpevole e che oggi, a distanza di trentacinque anni, in parte ritratta. Pelosi sostiene che quella sera il poeta fu massacrato da più persone, di alcune delle quali fa i nomi per la prima volta. Che Pasolini sarebbe stato assieme a lui ad Ostia quella sera, lo si sapeva già da una settimana.

    Ascolta l'intervista >> RadioAlt - 4 marzo 2009




    Tre delitti per sette sorelle - Intervista a Giuseppe Lo Bianco - chiarelettere

  10. #10
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Enrico Mattei, l'ENI e il complotto delle "sette sorelle"

    DOSSIER "SETTE SORELLE"

    Per cominciare, un po' di generalità...

    Con il nome "Sette Sorelle" si designa un gruppo di compagnie petrolifere che all'inizio di questo secolo, conseguentemente al boom dell'industria del petrolio, avevano realizzato un cartello che deteneva il controllo della produzione e della raffinazione nel mondo occidentale, fissando prezzi, livello di produzione e quote di mercato. Tali compagnie erano sette: Standard Oil of New Jersey, British Petroleum (BP), Standard Oil of California (SOCAL), Gulf, Mobil, Texaco e Royal Dutch/Shell (cinque statunitensi, una britannica ed una anglo-olandese). Enrico Mattei, Presidente dell'ENI, le aveva definite le "Sette Sorelle". La SOCAL è successivamente diventata Chevron e la Standard Oil of New Jersey è diventata Exxon. Inoltre nel 1984 la Chevron ha acquistato la Gulf (pagando 13,3 miliardi di dollari), per cui le Sette Sorelle si sono ridotte a sei. Le attuali Majors sono quindi: Chevron, Exxon, Royal Dutch Shell, Texaco, Mobil e British Petroleum. Dal 1996 è in atto una fusione tra Mobil e BP, relativamente al mercato europeo e americano. Alcuni autori collocano tra le "nuove Majors" alcune delle compagnie private, una volta definite Indipendenti. La Arthur Andersen & Co., ad esempio, colloca fra di esse le compagnie che hanno riserve minime di un miliardo di barili di petrolio equivalente. Tra queste possono essere annoverate Amoco, Arco, Conoco, Occidental, Phillips, Sun, Union.

    ...poi, qualche nesso...

    La Standard Oil Trust, fondata nel 1868 da John D. Rockfeller, fu una delle più famose organizzazioni industriali che ci sia mai stata. Questa multinazionale aveva il controllo della maggior parte dei processi di produzione, di trasposto, di raffinazione e di vendita del petrolio negli Stati Uniti. Nacque inizialmente come investimento sul mercato dell'illuminazione casalinga, allora basata sul kerosene, ma ebbe notevole impulso al diffondersi dell'automobile ed alla crescente richiesta di carburanti. Nel 1911 la Standard Oil fu dichiarata monopolio ed in seguito alla legge anti-trust fu costretta a scindersi. A seconda delle zone d'influenza economica, la Standard Oil assunse diverse denominazioni (e simboli):
    - Standard Oil Company of New York (SOCONY): operava negli stati del Maine, New Hampshire, Vermont, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut e New York. Si fonde nel 1931 con la Vacuum Oil Company divenendo Socony-Vacuum e commercializza benzina col nome di Mobil Gas. È in questo periodo che viene scelto come simbolo della compagnia il cavallo alato Pegaso. La Socony-Mobil nel 1955 abbandonò il nome Vacuum mentre 11 anni dopo abbandonò anche quello di Socony e divenne soltanto Mobil Oil.
    - Standard Oil of New Jersey (Jersey Standard o solo Standard), che controllava il mercato del New Jersey, Maryland, Virginia, North e South Carolina. Divenne presto famosa commercializzando benzine con il nome Esso. Nel 1956 incorporò i marchi Pate e Oklahoma; due anni più tardi acquistò la Gaseteria-Bonded e l'intera compagnia si reinventò come ENCO (acronimo di ENergy COmpany). Dopo gli anni '60 la compagnia non riusciva ad espandere il proprio mercato al di fuori degli Stati Uniti. Il nome ENCO aveva un brutto suono o addirittura significati sgradevoli in altre lingue. Nel 1972, pertanto, fu decisa l'adozione di un nuovo marchio che ricordasse nel nome la Esso ma che non avesse altri significati in lingue diverse. Nacque così la Exxon, che successivamente si fuse con la Mobil dando origine al gruppo ExxonMobil. La tigre ed il Pegaso rimasero le mascotte dei rispettivi gruppi anche se la Exxon dovette affrontare nel 2000 un processo contro la Kellogg's1 che utilizzava come mascotte la tigre Tony per pubblicizzare i suoi cereali.
    - Atlantic Refining (o anche solo Atlantic): diffusa in Pennsylvania e nel Delaware. Nel 1966 si fuse con la Richfield Oil of California (che a sua volta, nel 1934 era stata assorbita dalla Sinclair Oil) e divenne Atlantic Richfield COmpany (ARCO). Nel 1995 l'ARCO subì la scissione dei territori nord-orientali da quelli sud-orientali. Nei primi la compagnia tornò a chiamarsi Atlantic, poi, nel 1988, fu assorbita dalla Sunoco. Nel 1994 Sunoco divenne il solo marchio ufficiale. I restanti territori dell'ARCO, invece, vennero assorbiti dalla BP.
    - Standard Oil of Ohio (SOHIO). Operava, come dice il nome stesso, in Ohio. Si espanse negli anni '60 acquisendo il marchio Boron e poi si fuse nel 1969 con la British Petroleum (BP). Dopo gli anni '80 il marchio Sohio andò progressivamente scomparendo lasciando il posto a quello della BP.
    - Standard Oil of Kentucky (KYSO): Attiva in Kentucky, Georgia, Florida, Alabama e Mississippi. Nel 1960 si fuse con la Standard Oil of California.
    - Standard Oil of Indiana (STANOLIND): operava in Indiana, Michigan, Illinois, Wisconsin, Minnesota, North e South Dakota, Iowa, Kansas e Missouri settentrionale. Nel 1933 acquistò la American Oil Company (AMOCO) e tutte le stazione della costa Atlantica furono ribattezzate con questo marchio. Nel 1946 viene creato un unico logo fondendo l'ovale dell'AMOCO con la torcia originale, raggiungendo la forma con cui appare ancora oggi. Nel 1973 il marchio AMOCO divenne quello ufficiale in tutto il territorio d'influenza.
    - Standard Oil of Louisiana (STANOCOLA): Attiva in Louisiana e nel Tennessee.
    - Waters-Pierce: controllava il Missouri meridionale, la Louisiana occidentale, l'Arkansas, l'Oklahoma ed il Texas. Fu acquistata dalla Sinclair Oil nel 1930.
    - Standard Oil of Nebraska: attiva, appunto, nel Nebraska.
    - Continental Oil Company (CONOCO): controllava i mercati in Idaho, Montana, Wyoming, Utah, Colorado, e New Mexico. La CONOCO, dopo diverse vicende, si fonde nel 2001 con la Phillips Petroleum (già proprietaria del marchio Phillips 66) e diventa ConocoPhillips. Nello steso anno la Phillips acquisì a sua volta la TOSCO (The Oil Shale COmpany), proprietaria dei marchi 76 e Circle K, che finirono sotto la sua influenza. La Phillips, in seguito, formerà una joint-venture con la ChevronTexaco nell'industria chimica, dando origine alla CPChem.
    - Standard Oil of California (SOCAL): Attiva in Washington, Oregon, Arizona, California e nei territori di Alaska e Hawaii. Nel 1931 si era già espansa ed aveva adottato il marchio rosso-bianco-blu che diverrà poi emblema della futura Chevron. Negli anni '50 e '60 si mosse verso una propria identità commercializzando benzina con il marchio Chevron la cui "V" durante la Seconda Guerra Mondiale acquista un paio di ali, simbolo di vittoria. Nel 1970 la Standard Oil of California divenne semplicemente "Standard", nel 1977 il marchio "Standard" fu sostituito progressivamente con Chevron, che divenne ufficiale nel 1984. In quello stesso anno la Chevron si espanse acquisendo la Gulf Oil nei territori nord-orientali. I territori sud-orientali, invece, furono acquisiti dalla BP, mentre le stazioni nord-orientali furono vendute alla Cumberland Farms. Nel 2001 la Chevron si fonde con la Texaco formando la ChevronTexaco. Il marchio Texaco rimarrà operativo in America Latina, in Europa ed in Africa Occidentale. In Africa Orientale, in Australia, in Asia e nei territori dell'Oceano Pacifico, invece, la ChevronTexaco ha adottato il marchio Caltex.
    - La Ashland Oil acquistò negli anni '30 e '40 alcune delle compagnie nate dalla disgregazione del monopolio della Standard Oil, come la Cumberland Pipe Line Company nel 1931 e la Southern Pipe Line Company nel 1949. Successivamente focalizzò la propria attenzione sui prodotti petrolchimici e nel 1998 ha fuso i propri assetti di marketing con la Marathon Oil.
    - La Ohio Oil Company (spesso nota anche solo come The Ohio) dopo la scissione della Standard Oil proseguì per conto proprio. Nel 1934 adottò nel Kansas il nome Marathon Oil. Nel 1958 acquistò la Tower Oil di Cincinnati mentre l'anno seguente si aggiudicò la Speedway 79. Nel 1962 assunse ufficialmente il nome Marathon Oil in tutte le regioni di influenza. La Marathon oggi controlla anche altri marchi, come la SuperAmerica, la Speedway e la Starvin' Marvin.
    - La South Penn Oil Company, che operava nel sud della Pennsylvania, divenne Pennzoil nel 1925. In seguito la Pennzoil Corporation abbandonò progressivamente il mercato dei carburanti specializzandosi in quello dei lubrificanti. Continuando ad operare in questo campo, successivamente la Pennzoil si fuse con la Quaker State formando la Pennzoil-Quaker State. Recentemente è stata annunciata l'intenzione della Royal Dutch/Shell di acquistare la nuova società.
    - La Motul, distributore europeo della Swan & Finch (anch'essa nata dalla scissione della primitiva Standard Oil), ottenne anche il mercato americano dopo la sua bancarotta del 1965.
    - Un imprenditore danese, Ziegler, scopre il petrolio su Sumatra, e riceve un finanziamento da Guglielmo III per fondare nel 1890 la Royal Dutch. Superando numerosi ostacoli, nel 1895 diventa una società estremamente profittevole, commerciando in Asia e Russia. In seguito la Royal Dutch verrà assorbita dalla Shell.
    - I fratelli Samuel, inglesi, cominciano nel 1890 la produzione delle prime petroliere, loro intuizione; nasce la Shell, che poco dopo assumerà il controllo di fonti petrolifere e di una flotta di petroliere, e con esse il trasporto nella zona del Caspio.
    - Nel 1900 in Texas vengono scoperti numerosi giacimenti, e messi a frutto dai soci Guffey e Galey e finanziati dai banchieri Mellon. Non riuscendo a vendere pozzi alla Standard Oil per l'intervento del governo, fondano la Gulf Oil Corporation, che assume una strategia opposta a quella del trust: costruiscono l'integrazione di produzione, vendita e raffinazione del greggio. Sarà la strada dell'industria petrolifera del XX secolo.
    - Nel 1900 Kitabgi, generale armeno, e D'Arcy, capitalista anti-australiano, cominciano l'esplorazione dei deserti della Mesopotamia, nel disinteresse della Persia ma suscitando le ire della Russia zarista. Con l'aiuto della Burmhan Oil, società scozzese operante in Birmania, vengono aperti alcuni pozzi. Dopo la rivoluzione in Persia e la spartizione della regione tra Russia e Gran Bretagna, i ricercatori falliscono; dalle loro ceneri nascerà la Anglo-Persian (poi British Petroleum).


    ...e finalmente, giù la maschera!

    76 Racing

    Le due cifre del logo, sommate insieme, danno 13.
    7 + 6 = 13


    Amoco

    La fiamma eterna è uno dei principali simboli massonici. A destra, la Standard Oil ha assunto nel corso degli anni vari nomi, ma la torcia è sempre stato l'elemento di spicco del marchio.


    Ashland

    Il marchio si trova all'interno di un 11 rovesciato.



    Arco

    Il logo rappresenta una Piramide alla quale sia stata eliminata la punta, vista dall'alto. La Piramide del potere: simbolo massonico


    BP (British Petroleum)

    Rosone formato da 3 corone da 18 petali ciascuna.
    18 = 6 + 6 + 6


    Caltex

    Il pentagramma (stella a 5 punte) è un noto simbolo magico ed occultistico. Al suo interno, una piramide stilizzata e stiracchiata. La "A" della scritta forma l'emblema principale della Massoneria: un compasso sovrapposto ad una squadra.


    Castrol

    Il logo è inserito all'interno di un 7 rovesciato. 6 punti a sinistra si compenetrano con 3 punti a destra, e nella loro combinazione si riconoscono tutti i numeri cari alla tradizione massonica.


    Chevron

    Nel logo è presente un triplo 11: uno formato dai tratti inclinati verso destra, uno da quelli inclinati verso sinistra ed uno formato dalle due bare prese nel loro insieme: 11 + 11 + 11 = 33


    Chevron-Phillips Chemical

    I due simboli rosso e blu formano un 3 rovesciato. Le due "L" centrali del logo "Phillips", invece, formano un 11. Ai lati, "PHI" e "PSI" sono due lettere greche che occupano, rispettivamente, il 21° ed il 23° posto nell'alfabeto. In mezzo a loro, quindi, la lettera "X", la n° 22 = 2 x 11.




    Circle K

    "K": lettera n° 11 dell'alfabeto.


    Cumberland Farms
    La "L" del logo è circondata da 18 punti.
    18 = 6 + 6 + 6.

    Citgo

    Il logo mostra chiaramente una piramide vista dall'alto, ma la base è triangolare e richiama il numero 3.



    Conoco

    Tre "C" + tre "O" identiche.
    Sovrapposte, formano "666" (v. a lato)


    Esso

    Nella elaborazione a lato, si può notare come, rovesciando specularmente il logo, si distingue chiaramente un 3 all'estrema destra, mentre al centro è possibile leggere anche 22 = 2 x 11.


    Exxon

    La doppia "X", ruotata, forma una croce di Lorena, simbolo della Frammassoneria Cattolica Romana. Inoltre le due "X" riunite formano un glifo in cui è possibile riconoscere tre volte il numero 11:
    11 + 11 + 11 = 33


    Gulf Oil

    Capovolgendo orizzontalmente il marchio, appare un 7 nella posizione più a sinistra. Anche la "G" maiuscola rappresenta un 7 occupando questa lettera proprio la 7° posizione nell'alfabeto.


    Marathon

    Il logo ruotato di 90° dà origine ad un 13. La "M" è la 13° lettera dell'alfabeto.


    Mobil

    Il Pegaso è un chiaro riferimento alla mitologia pagana. La "O" rossa divide la "M" (13° lettera dell'alfabeto) dalla sigla "BIL", che potrebbe essere l'acronimo di "Bavarian Illuminated".


    Motul

    La forma della "T" di Motul richiama perfettamente quella del martello dello scalpellino, una delle figure principali della tradizione simbolica della Massoneria.

    Phillips 66

    Per il nome "PHILLIPS" v. quanto già detto a proposito della Chevron-Phillips Chemical.
    66 = 2 x 33


    Royal Dutch / Shell

    La conchiglia ha al suo interno 7 solchi. Il logo sembra richiamare la figura del sole che sorge (quindi indica l'Est: si ricordi che la Massoneria è spesso chiamata anche Grande Oriente)


    Sinclair

    I Sinclair sono un'antica famiglia scozzese legata al Priorato di Sion ed alle vicende Templari del Graal. Affiliati alla Massoneria di rito scozzese e fondatori della Rosslyn Chapel (famoso monumento massonico). Il dinosauro del logo è forse un riferimento... al mostro di Loch Ness?



    Speedway - Superamerica
    Osservate in particolare il logo della Speedway: si può vedere una "S" replicata 3 volte. La "S" principale è attraversata da 11 fasce che la suddividono in 13 pezzi! Per quanto riguarda l'altra metà del logo, invece, si può osservare che le fasce sono 6 per la "S" e 5 per la "A"; in totale:
    6 + 5 = 11.

    Texaco

    La stella a 5 punte (pentagramma) è un riferimento più che esplicito all'occultismo.






    --------------------------------------------------------------------------------

    Note:



    1 - La Kellogg's è una famosa multinazionale di prodotti alimentari. Il suo marchio, noto in tutto il mondo, è una "K" stilizzata (lettera n° 11 del'alfabeto).




    --------------------------------------------------------------------------------

    Fonti:



    Le principali fonti consultate per la redazione di questo articolo sono elencate di seguito:

    [1] - Standard Oil History - U.S. Highways Company

    [2] - Le Sette Sorelle - Associazione Culturale Altro Mondo

    [3] - Oil Companies - David Icke's Symbolism Archives

    [4] - Coverups Uncovered: The Secret History of America - David Icke's Tell The Truth Archives

    [5] - The Double Cross - International Freedom Foundation






    Dossier "Sette Sorelle"

 

 
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