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    Predefinito Re: Gaetano Salvemini nella società italiana del tempo suo (1959)

    11. – Il nodo dell’opera di Salvemini, s’è detto, va cercato, non in un sistema di idee, o in una verità saldamente tenuta: va cercato in una onestà morale, in una intransigenza vissuta come vocazione religiosa. E, forse, il modo migliore per avvicinarlo sta proprio nel seguirlo su un piano in largo senso pedagogico: di educatore, non solo nella sua scuola, non solo nelle scuole d’Italia, ma di tutta l’Italia. Lo stesso lavoro dell’«Unità» assume un altro sapore, se lo si ricolloca su questo piano: in un paese facile a lasciarsi trascinare dalle parole, pronto a cedere al conformismo, l’invito socratico a diffidare delle parole, a rendersi conto e a rendere conto di tutto, anche delle minime cose, ha una funzione salutare. Se al problemismo e al concretismo daremo questo valore ristretto senza innalzarli a teorie generali, ma considerandoli come esempi presentati via via con funzione didattica e moralizzatrice, riusciremo a comprenderne meglio il significato e il mordente. Basti riflettere al modo in cui venne condotta la polemica sulla guerra libica! Una polemica che, nei suoi aspetti più felici, è l’implacabile denuncia di falsificazioni giornalistiche, di crudeltà inutili, di viltà morali di singoli. Quello che di più tragicamente turpe hanno di continuo ripresentato guerre e fascismo, Salvemini indicava nel ’12, mettendo a nudo le piaghe del costume italiano: dalla prosa del «Corriere della Sera» che esaltava con piglio imperiale le impiccagioni di ragazzi arabi («quel ragazzo fra i sedici e i diciassette anni, che procede calmissimo, sorridente, quasi sprezzante verso la forca, io l’ho sempre davanti agli occhi, e vorrei non vederlo per l’onore d’Italia»), ai sacerdoti pronti a benedire in nome di Cristo le imprese africane («la Vergine, a cui abbiamo creduto nelle ore innocenti e serene della nostra fanciullezza, era buona e compassionevole e mite. Essa aveva perdonato ai crocifissori di suo figlio. E dopo tanti secoli, non è generoso, non è dignitoso, ricordare il suo dolore per carpirle una benedizione apportatrice di vittorie»)[1]. Chi, dalla lettura degli scritti maggiori riuniti in volumi d’insieme, o in raccolte anche egregie, torni alle prime annate dell’«Unità», ha il senso di passare da una pur alta lezione di morale a un esempio fecondo di vita, dall’astrattezza transitoria del «concretismo» alla concretezza di una battaglia quotidiana, e comprende l’effetto duraturo e profondo che l’opera di Salvemini ebbe sulla migliore intelligenza italiana. Era, innanzitutto, un maestro: non a caso alla scuola – organizzazione, insegnanti e studenti – dette tanto si sé. La scuola era la sua società: nella scuola vedeva il punto nevralgico per un rinnovamento del paese, nella scuola indicava le deficienze responsabili di crisi e corruzioni.
    Non a caso in Italia il positivismo fece le sue prove migliori sul terreno educativo; per i positivisti, una «riforma» del paese, del suo costume come delle sue istituzioni, non poteva avere altro strumento. E nella scuola era anche l’insidia più sottile, attraverso la minaccia, più ancora che dell’istruzione religiosa, della scuola clericale, sempre in agguato, forte di strutture secolari, di mezzi cospicui, di uomini spesso ben preparati, e di una tradizione antica. Orbene, quando si muoveva su questo terreno, Salvemini vedeva sempre chiaro: perdeva le ingiuste asperità polemiche, e giudicava con pacatezza. Sapeva che erano necessari buoni insegnanti: e sapeva che per avere buoni insegnanti bisognava spendere; e spendere bisognava per avere scuole attrezzate e confortevoli, in cui mettere i giovani a loro agio. E mentre scherniva – con quanta ragione! – le vuote diatribe sul latino, sui programmi, sulle poche ore di religione, si batteva violentemente per gli stipendi, per i locali, perché gl’insegnanti venissero scelti bene, al di fuori di passioni estrinseche, e perché potessero assolvere il loro compito liberi da inframmettenze. «Noi che viviamo nella scuola e ne conosciamo le miserie – scriveva nel 1902 su «Critica sociale»[2] - vi diciamo che con tutti i più bestiali programmi di questo mondo – e di programmi bestiali ce n’è oggi parecchi – un buon insegnante viene lo stesso a insegnar bene la sua materia, perché il programma ce lo facciamo noi giorno per giorno, e noi conosciamo benone ‘gli infingimenti e le coperte vie’ per lasciar cadere invano tutte quelle disposizioni ministeriali, che riteniamo dannose alla scuola; ma per bene insegnare, o con buoni o con cattivi ordinamenti scolastici, è indispensabile che gl’insegnanti siano bene scelti, bene pagati, equamente trattati». Son pagine bellissime – fra le più belle della letteratura pedagogica italiana – quelle che Salvemini scrisse sulla lezione, sui rapporti coi giovani, sui metodi, sull’efficienza del maestro. E qui, veramente, le osservazioni minute, concrete – lezioni private, locali, materie d’insegnamento, rapporti con i genitori – si legano ai grandi problemi. Non sono più le richieste precise, particolareggiate, ma staccate dal contesto: è un continuo passare dalle cose alle idee, e viceversa.
    Le pagine della «Voce», del maggio 1909, in mezzo secolo non hanno perso nulla della loro freschezza[3]: «e sarà bene farla finita con la commedia di ridurre tutta la questione scolastica a quella del latino da rispettare o da posticipare, e di far credere che con questa riforma… a buon mercato instaureremo in quattro e quattr’otto il paradiso scolastico. Se non ci sono denari per fare una seria riforma scolastica, se le necessità reali o presunte della difesa nazionale esigono che per molti anni ancora il paese rinunci ad ogni speranza di serie innovazioni nei servizi civili, il governo abbia il coraggio di chiedere questo sacrifizio al paese, e non cerchi di girar la posizione, trattandoci come bambini o deficienti, e illudendoci e mistificandoci con pseudo-riforme, il cui solo merito è di non costar quattrini e il cui solo effetto sarà di peggiorare, a breve scadenza, i mali attuali. Ridurre tutto il problema scolastico alla questione del latino da ritardare, è una vera e propria mistificazione. La questione del latino non è che uno dei punti, e non il più importante, di un enorme ammasso di problemi, che vanno trattati sinteticamente, che devono essere risolti con una visione sicura dell’insieme e delle parti, e la cui soluzione esige molte fatiche, molto tempo e soprattutto molto denaro… Perché non bisogna solo riformare le strutture della scuola media; bisogna riformare l’ordinamento universitario, affinché ci dia maestri bene preparati per le nuove scuole medie; bisogna organizzare da cima a fondo le scuole per la preparazione degl’insegnanti di lingue moderne, a cui nessuno pensa sul serio mentre tutti invocano la scuola moderna; bisogna svecchiare il corpo insegnante… bisogna rinnovare gli edifizi scolastici e il materiale didattico; bisogna ridare la dovuta serietà agli esami; bisogna ridurre e distribuire meglio le vacanze… E bisogna soprattutto riordinare il Ministero, affinché non sia più, quale è stato finora, fucina di riforme inette, ostacolo ad ogni riforma buona, causa di disorganizzazione continua, centro d’infezione morale».
    A Firenze nel 1902 aveva fatto un quadro non dimenticabile delle condizioni degli edifici e del materiale didattico[4]: «Nelle nostre tetre aule, sulle pareti polverose, costellate di mille macchie multiformi e multicolori, agonizzano vecchie carte, consunte dal tempo, sulle quali i professori devono indicare agli alunni i mari, i monti, i fiumi, che non ci sono più; banchi preistorici, incomodi, antigienici, sui quali mille generazioni di alunni hanno approfondito le loro orme, invocano lamentosamente, invano anch’essi come noi, una legge sui limiti d’età; il professore di scienze naturali deve spesso insegnare la sua materia senza preparati anatomici, e i sussidi didattici si riducono molte volte a quattro uccellacci spennacchiati, che sono quegli stessi che si salvarono dal diluvio, appollaiandosi sull’arca di Noè; le cattedre da cui dividiamo il pane divino della scienza, sono vecchi tavoli zoppicanti e misere poltrone sventrate, che risalgono alle antiche scuole dei frati e dei preti; e meno male che al tempo delle soppressioni ecclesiastiche il governo poté fare razzia, altrimenti ci toccherebbe far lezione stando in piedi! Le scuole sono spesso antri indecorosi, e non solo nelle piccole città, ma nelle grandi e nella stessa Firenze! Io ho insegnato al Liceo Galileo di Firenze, che è senza dubbio uno dei più fervidi focolai di cultura nazionale: ebbene quando pioveva fuori, ci pioveva anche dentro; e nonostante che Firenze abbia nell’inverno in clima abbastanza temperato, in una classe maestri e alunni dovevano far lezione in cappotto e cappello, con le mani nascoste dov’era possibile, e tremanti dal freddo. E quando il preside domandò che si mettesse un riparo, foderando la sala di legno, ci contentarono dipingendo il muro in modo che sembrava legno…».
    A fianco del Kirner si era battuto per l’organizzazione dei professori nella Federazione, e la commemorazione del 1906 è piena di allusioni autobiografiche. Aveva visto con chiarezza il problema della laicità; nel 1903 a Cremona aveva detto di certi anticlericali: «la scuola laica per essi è semplicemente quella, in cui non debbono insegnare i preti; e non si sognano nemmeno di pensare che in questo basso mondo vi sono moltissimi laici più preti dei preti». In morte di Kirner scrive dell’amico – ma pensando certo anche a se stesso: «aveva perduto la fede religiosa…; e il suo pensiero si manifestava sempre immune da ogni anche più lontano accenno di filiazioni mistiche; ma della fervida fede dell’infanzia e dell’adolescenza aveva conservato un profondo rispetto per ogni opinione religiosa sinceramente professata, una vivissima simpatia verso tutti i tentativi che lo spirito umano fa per penetrare quest’infinito mistero che lo circonda, una repugnanza decisa, quasi violenta, contro quell’anticlericalismo grossolano, ignorante, facilone e rettorico, che purtroppo è così comune fra noi e si chiama libero pensiero, mentre è negazione di libertà e assenza di pensiero»[5].
    E nulla di sostanziale v’è da aggiungere, ancor oggi, a quello che Salvemini voleva per la difesa della scuola laica: migliorare le scuole pubbliche e lasciare che «le scuole private vivano come meglio o come peggio possono. Solamente, a queste scuole private i pubblici poteri non devono concedere sussidi o protezioni di sorta; non devono largire sedi di esami o pareggiamenti. Le sole scuole pubbliche devono concedere certificati di studio aventi valore legale; e gli esami per l’acquisto di questi certificati di studio devono essere ordinati in modo che i giovinetti non rimangano… affidati senza controllo alla scuola privata… Quest’obbligo di frequenti esami nelle scuole pubbliche è la sola efficace sorveglianza possibile nelle scuole private, ed è la sola legittima, oltre quella igienica e morale, a cui nessuna comunità pubblica o privata può rifiutarsi»[6].
    Nel 1907 Gaetano Salvemini con il rimedio indicava con estrema precisione quella che sarebbe stata l’insidia: «la politica scolastica del partito clericale non può essere, quindi, in Italia che una sola: deprimere la scuola pubblica, non far nulla per migliorarla e più largamente dotarla; favorire le scuole private confessionali con sussidi pubblici, con sedi d’esami, con pareggiamenti; rafforzata poco a poco la scuola privata confessionale e disorganizzata la scuola pubblica, sopprimere al momento opportuno questa e presentare come unica salvatrice della gioventù quella».
    Dopo cinquant’anni quello che Salvemini prevedeva e temeva, con l’aiuto del fascismo e di quel Concordato che gli è così strettamente connesso, si è quasi del tutto realizzato, nei modi e con gli strumenti da lui individuati. E nell’agonia della scuola ‘libera’ si esprime in modo esemplare il punto d’approdo del lungo travaglio della libertà italiana.

    (...)


    [1] G. S., Speriamo che non sia vero, «L’Unità», I, 6, 20 gennaio 1912, p. 24 (e, nello stesso numero, Frammenti di vita italiana).

    [2] G. SALVEMINI, Il Congresso di Firenze e gli amici della scuola, «Critica sociale», XII, 1902 (e in opuscolo) = Per la scuola e per gl’insegnanti, pp. 153 sgg.

    [3] G. SALVEMINI, La riforma della scuola media, «La Voce», I, 24, 27 maggio 1909, p. 96.

    [4] G. SALVEMINI, Per la scuola e per gl’insegnanti, pp. 132 sgg.

    [5] G. SALVEMINI, Commemorazione di Giuseppe Kirner, p. VII; Per la scuola e per gl’insegnanti, p. 235 (ne «L’Unità», I, 29, 29 giugno 1912, p. 116 scriverà: «i guai delle scuole di tutti i generi non dipendono né dal latino né dalla religiosità»).

    [6] G. SALVEMINI, Cultura e laicità, Catania, Battiato, 1914, p. 66 (e, ivi, in appendice, cfr. Il programma scolastico clericale, pp. 73 sgg.).
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Gaetano Salvemini nella società italiana del tempo suo (1959)

    12. – Criticare Salvemini anche nelle sue opere maggiori di storico, non è difficile. Dei suoi limiti, del resto, era consapevole egli stesso. Né più difficile è indicare le insufficienze e le contraddizioni della sua attività politica, dei modi in cui impegnò le sue maggiori battaglie e in cui formulò le grandi questioni. Tutto questo è stato fatto; e non tanto dai suoi avversari, in genere di troppo a lui inferiori, quanto da alcuni uomini che a lui si ispirarono, non a caso figure fra le più alte che l’Italia abbia avuto, e a cui più deve quanto di veramente vitale è rimasto oggi in Italia.
    Non facile, invece, determinare, fuori dai luoghi comuni, i caratteri positivi dell’opera sua: più agevoli forse a sentirsi che a definirsi. È certo che quando, a più riprese, a distanza di anni, cercò di fissare il concetto di cultura, volle, in qualche modo, precisare anche la funzione e il compito dell’uomo di cultura nel mondo attuale. Tra il goethiano Croce, distaccato e oracolare, e i giovani alla Gobetti tutti immersi nell’azione, uomini nuovi in cui la convergenza del pensare e del fare si avviava a farsi esperienza reale, Salvemini, così attivamente combattivo, si avvicina più di quanto non sembri agli uomini del Risorgimento che avevano saputo unire l’insegnamento superiore alla attività politica, con spregiudicatezza e indipendenza assolute. Vien fatto di pensare, guardando al suo impegno umano, agli Spaventa e ai De Sanctis, ritrovati magari attraverso Villari, perfino nel rigore quasi puntiglioso, nel costume intransigente, nello spirito puritano. Era l’uomo ‘dotto’ che, come tale, si sentiva membro della classe dirigente di un popolo democraticamente ordinato; il suo sapere era al servizio del suo paese, ma il suo paese doveva sentire il parere degli esperti, tanto più se questi erano ben qualificati per il loro compito. I burocrati, i prefetti come i questori, e perfino i ministri, erano al servizio della nazione, e avevano l’obbligo di ascoltare i tecnici preparati a mettere a fuoco e a risolvere i problemi. Il suo linguaggio non-conformista, quasi incredibile in un paese come l’Italia («se Lombroso preparasse una nuova edizione dell’Uomo delinquente, dovrebbe dedicare un intero capitolo a quella forma di delinquenza politica perniciosissima, che va sotto il nome di ‘prefetto’ italiano»[1]), traduce bene questo modo di intendere la supremazia dell’uomo di cultura. L’uomo di cultura deve illuminare e insegnare; ha cura d’anime; è vescovo della chiesa terrestre. In modo eminente deve educare i suoi scolari, ossia i ‘clerici’ che ne continueranno l’opera; ma ha l’obbligo preciso di illuminare anche tutto il suo popolo, di difenderlo e proteggerlo, di battersi perché sia resa giustizia agli uomini che sono tutti uguali e fratelli. Se in Italia ci fu uomo, in questo secolo, che abbia avuto il senso religioso della missione educatrice, questi fu Salvemini. Ebbe sempre il coraggio di affrontare i pericoli, le minacce, l’impopolarità; e se è coraggio, questo, che altri ebbero, nessuno osò come lui correre il rischio di sbagliare, di cader nell’assurdo – e spesso sbagliò, e disse assurdità; e più di ogni altro osò rimanere solo, isolato, fuori di ogni gruppo organizzato o partito, senza pose eroiche, senza retorica, battendosi eroicamente anche per piccole cose, in apparenza insignificanti. Quando, ricercando il significato della cultura, concluse un suo scritto con la parola giustizia, dichiarò in che modo intendesse il compito dell’intellettuale nella società: indicare, a costo di essere sempre in contrasto con tutti, quello che è giusto, anche se tutti pensano diverso; esercitare, senza riguardo, il diritto di critica, senza cui l’uomo cessa di essere tale. Quando si sbaglia, riconoscere il proprio errore; ma, piuttosto che rinunciare a vivere secondo ragione, affrontare ogni rischio, e non tacere finché non si sia razionalmente convinti. Questa è la giustizia senza cui la convivenza umana non è sopportabile. In questo è il senso, non solo del ‘moralismo’ salveminiano, ma anche del suo fedele socialismo: «intendiamo essere critici risoluti ma amichevoli degli errori socialisti e avversari irriducibili di tutto quel conglomerato di ingordigie e di vigliaccherie che spera profittare degli errori socialisti per consolidare il suo dominio in Italia».
    Per questo, in mezzo a un popolo tanto disposto all’ossequio per il culto ufficiale della Chiesa cattolica, ma sempre oscillante fra atteggiamenti cinici e genuflessioni bigotte, l’anticlericale Salvemini sembra indicarci il segreto della sua opera, nonostante ogni ironia, in un senso profondamente religioso della vita: «chi ha una volta scoperto nel suo spirito la sorgente da cui le religioni rampollano, non vede più inaridirsi quella fonte, dogmi o non dogmi, sagrestani e non sagrestani. Non tradirà mai gli ideali della sua gioventù, anche quando dovrà ricordarsene con un po’ d’indulgente ironia… Poter chiudere gli occhi alla luce, dicendo: cursum consummavi, fidem servavi, quale miglior successo nella vita?».

    Eugenio Garin


    [1] G. SALVEMINI, Scritti sulla questione meridionale, p. 602 (dal «Ponte» del luglio 1949). Ma già nel ’97 scriveva («Critica sociale», VII, 16, p. 249: «nella infinita varietà di tipi balordi, che arricchiscono la specie dell’homo sapiens, il più balordo di tutti è senza dubbio quello del regio procuratore»).
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