Analizziamo la crisi: “Da Karl Marx alla crisi globale. E’ la fine di un epoca.”
5 settembre 2009 di unpodimondo




Nonostante che i mass media cerchino di tranquillizzarci, dicendo che il peggio della crisi è passato e che la ripresa è “dietro l’angolo”, i segnali di crisi profonda, che arrivano dalla cronaca delle nostre città sono molto inquietanti. Fabbriche che chiudono, tagli di personale, anche nel mondo della scuola, e altre notizie simili riempiono le pagine dei giornali di operai, impiegati e professori che si incatenano, salgono sui tetti e fanno lo sciopero della fame per difendere il proprio posto di lavoro. Decine di migliaia di persone che, non essendo più tutelate da nessuno (partiti di sinistra e sindacati in primo luogo), cercano di difendere il posto di lavoro con l’unica cosa che gli è rimasta: la forza della disperazione.

Per capire la gravità della crisi e cosa ci aspetterà nei prossimi mesi, il settimanale Carta ha pubblicato, nel mese di Agosto un numero speciale di 100 pagine chiamato “Carta Almanacco” che ha analizzato la crisi col contributo di alcuni studiosi. E’ stata una lettura interessante (anche se ha un po’ rovinato le ferie ai lettori, perché dipinge un futuro non proprio di “rose e fiori”) e perciò vi proporrò alcuni estratti degli articoli più significativi. Inizio con un sunto dell’articolo di Tonino Perna, docente di sociologia economica all’Università di Messina.

Da Karl Marx alla crisi globale. E’ la fine di un epoca.

[...] Marx ha vissuto in Inghilterra, la patria della società industriale, un periodo storico di crisi ricorrenti che si manifestavano, ogni 10 anni, quasi fossero determinate da una legge matematica. Abbiamo, infatti, la crisi finanziaria del 1837, seguita da quella del 1847 [in coincidenza col fallimento dell'azienda pubblica Robinson&Co.]. E ancora la crisi del 1857 che si tentò di spiegare con gli alti tassi d’interesse[10%], infine quella del 1866 che, secondo l’analisi di Engels, determinò una svolta nel peso della Borsa, e quindi della finanza, sull’economia reale.

Per Marx le crisi sono connaturate con il modo capitalistico di produzione. Le cause che lui rintraccia erano essenzialmente legate a due fattori: la caduta tendenziale del saggio del profitto e la sovrapproduzione/sottoconsumo rispetto ai bisogni di valorizzazione del capitale. Su entrambe queste cause, nella teoria marxiana, esiste una sterminata letteratura. Per quasi un secolo le diverse correnti del marxismo si sono divise su questi aspetti, intimamente legati al grande tema del “crollo del capitalismo”. [...] Ancor prima della caduta del Muro di Berlino questo acceso dibattito è venuto meno, sia per il rapido declino dell’influenza del pensiero marxista, sia perchè il capitalismo, soprattutto in occidente nei famosi “trente gloireuses” – gli anni dal 1951 al 1981 – aveva dimostrato di saper controllare i meccanismi del ciclo economico, anche grazie all’intervento dello Stato, previsto dalla teoria keynesiana in funzione anticiclica. Per trent’anni l’Occidente ha vissuto un periodo di prosperità, anche a scapito dei popoli del sud del mondo, in cui salari-occupazione-crescita economica andavano a braccetto, e il compromesso socialdemocratico garantiva una relativa pace sociale. E’ in questa fase storica che si è formata e cristallizzata la categoria della crescita economica infinita e la religione del Pil. [...]

Quella che stiamo attraversando è una crisi inedita, nella storia del capitalismo. Dal 1987 ad oggi abbiamo avuto sette crisi finanziarie, ma nessuna di questa portata e con questi effetti. Questa crisi è anche profondamente diversa da quella del ’29. Non solo per le sue cause – un eccesso di indebitamento ed una crescita esponenziale di masse di dollari senza contropartite – ma anche per la sua dimensione: è la prima crisi nell’era della globalizzazione, che non risparmia nessuno. Le crisi precedenti, compresa la Grande Depressione degli anni trenta, avevano soprattutto colpito il mondo occidentale, con relativamente scarsi effetti sul resto del pianeta. Oggi, la crisi fa il giro del mondo come un qualunque virus in pochi mesi.

Questa crisi globale sta producendo [e produrrà] effetti inaspettati sul piano socio-politico. Chi si illude che la ripresa “sempre dietro l’angolo”, riporterà le cose a prima del 2007, si sbaglia di grosso. Quando l’economia-mondo avrà trovato un altro punto di equilibrio, sia pure temporaneo, il pianeta si sveglierà con un quadro geopolitico molto diverso. Questo Marx, sia pure con parole diverse, l’aveva intuito: ogni crisi economico-finanziaria del capitalismo è una crisi di un determinato sistema di potere di classe e di territori.

In primis, la fine dell’egemonia del dollaro porterà alla costituzione di una moneta “neutra” di riserva internazionale, una Moneta Globale che sarà il frutto di una media ponderata delle più importanti valute [dollaro, euro, yen, yuan]. Questo cambiamento segna simbolicamente e concretamente la fine dell’impero a stelle e strisce che aveva dominato il XX secolo. La quota di ricchezza mondiale, in termini di produzione, si sposterà sempre più verso l’Asia [e in parte verso Africa e America Latina], che continuerà a crescere, sia pure a tassi meno sostenuti di quelli dell’ultimo decennio. L’Occidente, viceversa, dovrà confrontarsi con una lunga recessione-stagnazione, come quella che ha colpito il Giappone dopo la crisi finanziaria del ’90. [...]

Emblematico è il caso del nostro paese. Con un pil che quest’anno cadrà di circa il 6 per cento, con un rapporto debito/pil che si sta avvicinando al 120 percento, gli spazi di manovra del governo [di qualunque governo] diventano ogni giorno più stretti. Ciò significa che il 10 percento dei disoccupati non verrà riassorbito, che migliaia di fabbriche non riapriranno più, ma che l’impoverimento della maggioranza della popolazione diventerà una realtà molto visibile, insieme al crollo della mobilità sociale: da ascendente, nel periodo 1951-1985, a stagnante, nella fase 1985-2005, a brutalmente discendente oggi. Alla democrazia parlamentare, al capitalismo socialmente temperato, verrà a mancare il mastice che ne aveva garantito la durata. Gli esiti sono imprevedibili. E i primi segnali che cogliamo sono veramente allarmanti. La perdita di status sociale, oltre che la perdita del lavoro, genera in tutte le classi sociali atteggiamenti rancorosi, che spingono ad attaccare i più deboli, gli ultimi della società. La decrescita viene vissuta come espropriazione di un benessere che si pensava di avere acquisito una volta per tutte, e questo può spingere il nostro paese, e l’insieme dell’Occidente, verso derive neonaziste, sicuramente razziste, e comunque estremamente pericolose. La decrescita non subìta, ma metabolizzata in forme sociali e politiche diverse, può diventare un’occasione per costruire un’altra società, più giusta, meno alienata e più rispettosa della natura e della vita in tutte le sue forme. Ma perché ciò avvenga bisogna che cresca un’altra economia che dia risposte concrete alle persone che questo sistema tratta come rifiuti.[...]

Dall’articolo “Da Karl Marx alla crisi globale. E’ la fine di un epoca.” di Tonino Perna pubblicato alle pagine 12 e 13 di “Carta Almanacco” Anno XI nr. 28 del 31 luglio 2009