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    Predefinito Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    L'Italia si è dimostrata più resiliente di altri, ma non basterà a rilanciare il Pil. Edilizia scolastica, antisismica, investimenti nella sanità, contro il dissesto idrogeologico, sulle reti di trasporto ed energia, banda larga, acquedotti. Questo (e la modernizzazione della P.A.) ci tirerà fuori dalla crisi


    Diverse misure varate dal Governo italiano per sostenere l’economia duramente colpita dal coronavirus vanno nella giusta direzione. Positivo è stato lo sforzo (anche se solo appena cominciato) per semplificare le procedure e velocizzare le autorizzazioni agli investimenti in infrastrutture e reti. Utili gli incentivi per l’edilizia, le ristrutturazioni e il risparmio energetico; quelli per rilanciare gli investimenti tecnici delle imprese; quelli per favorire l’occupazione, soprattutto al Sud (anche se si tratta solo un primo e isolato passo). E importante è stata la decisione di ampliare la misura degli 80 euro fino a 100 euro estendendo anche la platea dei beneficiari.

    Nonostante il lockdown molto più duro attuato dall’Italia rispetto agli altri Paesi, i dati sul Pil del primo semestre mostrano che la nostra economia per ora ha sorprendentemente sofferto di meno di quelle degli altri maggiori attori europei. Infatti, nel primo semestre 2020 il Pil italiano è diminuito dell’11,4% rispetto allo stesso semestre del 2019, contro cali dell’11,7% per il Regno Unito, del 12,4% per la Francia e del 13,1% per la Spagna. Solo la Germania ha fatto meglio, si fa per dire, contenendo la flessione in un meno 6,9%.

    Diversamente da quella tedesca, spiegabile principalmente con una chiusura minore e più limitata nel tempo delle attività produttive, la resilienza italiana è stata dovuta al fatto che la nostra economia è entrata nel tunnel del coronavirus con una buona dinamica “ereditata”, sostenuta dalle riforme degli anni precedenti (Industria 4.0, Jobs Act e decontribuzioni in primis), nonché dalle misure di sostegno ai consumi delle famiglie (tra cui gli 80 euro).

    È singolare che dopo aver invocato per anni cambiamenti e riforme, il mondo italiano degli analisti e dei media non abbia mai riconosciuto se non in minima parte l’efficacia delle politiche industriali e fiscali realizzate tra il 2014 e il 2018. Eppure, basterebbe guardare i dati per rendersene conto. Dall’avvio della circolazione monetaria della moneta unica non era mai capitato che gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto crescessero così tanto in termini reali in Italia come nel 2016 e 2017: +8% e +6,4%, rispettivamente (surclassando i valori medi dell’Euroarea, inferiori di oltre due punti percentuali). Ciò grazie al piano Industria 4.0. Né era mai capitato che i consumi delle famiglie italiane aumentassero dell’1,9% (allo stesso tasso medio dell’Euroarea) come nel 2015, con la piena applicazione degli 80 euro su 12 mesi e la forte ripresa dell’occupazione favorita dalle misure per il mercato del lavoro.

    Di quelle iniziative economiche e dei loro positivi riflessi indotti ha beneficiato soprattutto la nostra industria, che negli ultimi anni ha guadagnato enormemente in produttività e competitività. Infatti, nel quinquennio 2015-2019 l’Italia ha fatto registrare il maggior incremento medio annuo della produttività del lavoro nella manifattura tra i maggiori Paesi della moneta unica (+1,8%), assieme all’Austria, nettamente davanti a Francia (+1,2%) e Germania (+0,5%). E, come ha rivelato l’ultimo rapporto ICE-Istat, prima che divampasse la crisi mondiale del coronavirus il nostro export era entrato nel 2020 a vele spiegate, reduce nel 2019 da un nuovo record storico del surplus manifatturiero con l’estero, per la prima volta oltre i 100 miliardi di euro.

    Ma questa volta non basterà “rinfrescare” e incrementare gli 80 euro e Industria 4.0 per far ripartire i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Quando il Governo Renzi ideò queste misure l’economia italiana era pronta a scattare come una molla dopo una profonda e interminabile doppia recessione. E gli effetti di quelle misure furono concreti, come abbiamo visto dai risultati sopracitati. Adesso, invece, i nuovi provvedimenti certamente serviranno in questa particolare fase difficile a sorreggere il potere d’acquisto del ceto medio e a dare continuità agli investimenti dell’élite delle nostre imprese più dinamiche e innovative. Ma, come ha sottolineato il premio Nobel per l’economia Michael Spence, in tutto il mondo la fiducia e i comportamenti dei consumatori sono molto cambiati con il coronavirus. E certamente ciò interessa anche i consumatori italiani, che hanno altresì davanti un autunno-inverno in cui molti occupati a rischio non saranno più artificialmente protetti dagli ammortizzatori sociali che progressivamente verranno meno. La legge della domanda e dell’offerta tornerà a governare il mercato del lavoro e se gli occupati caleranno, diminuirà ulteriormente anche la spinta ai consumi. Nello stesso tempo, l’enorme sovracapacità produttiva generata dal crollo della domanda interna ed estera frenerà gli investimenti della maggior parte delle imprese “normali”. Né possiamo sperare che possa salvarci l’export, visto che il commercio intracomunitario e mondiale rimarrà tramortito a lungo dalla crisi del Covid-19.

    Ecco allora che la strada della ripresa italiana potrà essere imboccata soltanto con un vigoroso piano di rilancio delle opere pubbliche e dei cantieri di quelle grandi imprese pubbliche e private che hanno bloccati da anni programmi di investimento importanti su scala nazionale. Edilizia scolastica, antisismica, investimenti nella sanità, interventi contro il dissesto idrogeologico, autostrade, alta velocità e capacità ferroviaria, aeroporti e porti, banda larga, reti energetiche, gasdotti, acquedotti, economia green. Tutto questo, assieme a un profondo ammodernamento della Pubblica amministrazione, non solo potrà farci uscire più presto dalla crisi, ma, grazie anche al sostegno dei fondi europei, potrà far fare al Paese quel salto di innovazione di sistema che sarà necessario per continuare a competere nel XXI Secolo, dopo l’auspicabile fine della pandemia.

    https://www.huffingtonpost.it/entry/...ef=it-homepage

  2. #2
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    tutto giusto, peccato pero' che ci vorrebbe gente seria al governo, cosa che non si vede ne da una sponda ne dall'altra!
    Possiamo concludere che tutto il peggio che succede in Italia e' dovuto alle elites PD ed al vaticano?
    Stupri, attentati, invasione, fallimenti, disoccupazione, emergenza sociale, denatalita',violenza verbale , suicidi, omicidi....

  3. #3
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    Citazione Originariamente Scritto da Dav. c. G. Visualizza Messaggio
    Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    L'Italia si è dimostrata più resiliente di altri, ma non basterà a rilanciare il Pil. Edilizia scolastica, antisismica, investimenti nella sanità, contro il dissesto idrogeologico, sulle reti di trasporto ed energia, banda larga, acquedotti. Questo (e la modernizzazione della P.A.) ci tirerà fuori dalla crisi


    Diverse misure varate dal Governo italiano per sostenere l’economia duramente colpita dal coronavirus vanno nella giusta direzione. Positivo è stato lo sforzo (anche se solo appena cominciato) per semplificare le procedure e velocizzare le autorizzazioni agli investimenti in infrastrutture e reti. Utili gli incentivi per l’edilizia, le ristrutturazioni e il risparmio energetico; quelli per rilanciare gli investimenti tecnici delle imprese; quelli per favorire l’occupazione, soprattutto al Sud (anche se si tratta solo un primo e isolato passo). E importante è stata la decisione di ampliare la misura degli 80 euro fino a 100 euro estendendo anche la platea dei beneficiari.

    Nonostante il lockdown molto più duro attuato dall’Italia rispetto agli altri Paesi, i dati sul Pil del primo semestre mostrano che la nostra economia per ora ha sorprendentemente sofferto di meno di quelle degli altri maggiori attori europei. Infatti, nel primo semestre 2020 il Pil italiano è diminuito dell’11,4% rispetto allo stesso semestre del 2019, contro cali dell’11,7% per il Regno Unito, del 12,4% per la Francia e del 13,1% per la Spagna. Solo la Germania ha fatto meglio, si fa per dire, contenendo la flessione in un meno 6,9%.

    Diversamente da quella tedesca, spiegabile principalmente con una chiusura minore e più limitata nel tempo delle attività produttive, la resilienza italiana è stata dovuta al fatto che la nostra economia è entrata nel tunnel del coronavirus con una buona dinamica “ereditata”, sostenuta dalle riforme degli anni precedenti (Industria 4.0, Jobs Act e decontribuzioni in primis), nonché dalle misure di sostegno ai consumi delle famiglie (tra cui gli 80 euro).

    È singolare che dopo aver invocato per anni cambiamenti e riforme, il mondo italiano degli analisti e dei media non abbia mai riconosciuto se non in minima parte l’efficacia delle politiche industriali e fiscali realizzate tra il 2014 e il 2018. Eppure, basterebbe guardare i dati per rendersene conto. Dall’avvio della circolazione monetaria della moneta unica non era mai capitato che gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto crescessero così tanto in termini reali in Italia come nel 2016 e 2017: +8% e +6,4%, rispettivamente (surclassando i valori medi dell’Euroarea, inferiori di oltre due punti percentuali). Ciò grazie al piano Industria 4.0. Né era mai capitato che i consumi delle famiglie italiane aumentassero dell’1,9% (allo stesso tasso medio dell’Euroarea) come nel 2015, con la piena applicazione degli 80 euro su 12 mesi e la forte ripresa dell’occupazione favorita dalle misure per il mercato del lavoro.

    Di quelle iniziative economiche e dei loro positivi riflessi indotti ha beneficiato soprattutto la nostra industria, che negli ultimi anni ha guadagnato enormemente in produttività e competitività. Infatti, nel quinquennio 2015-2019 l’Italia ha fatto registrare il maggior incremento medio annuo della produttività del lavoro nella manifattura tra i maggiori Paesi della moneta unica (+1,8%), assieme all’Austria, nettamente davanti a Francia (+1,2%) e Germania (+0,5%). E, come ha rivelato l’ultimo rapporto ICE-Istat, prima che divampasse la crisi mondiale del coronavirus il nostro export era entrato nel 2020 a vele spiegate, reduce nel 2019 da un nuovo record storico del surplus manifatturiero con l’estero, per la prima volta oltre i 100 miliardi di euro.

    Ma questa volta non basterà “rinfrescare” e incrementare gli 80 euro e Industria 4.0 per far ripartire i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Quando il Governo Renzi ideò queste misure l’economia italiana era pronta a scattare come una molla dopo una profonda e interminabile doppia recessione. E gli effetti di quelle misure furono concreti, come abbiamo visto dai risultati sopracitati. Adesso, invece, i nuovi provvedimenti certamente serviranno in questa particolare fase difficile a sorreggere il potere d’acquisto del ceto medio e a dare continuità agli investimenti dell’élite delle nostre imprese più dinamiche e innovative. Ma, come ha sottolineato il premio Nobel per l’economia Michael Spence, in tutto il mondo la fiducia e i comportamenti dei consumatori sono molto cambiati con il coronavirus. E certamente ciò interessa anche i consumatori italiani, che hanno altresì davanti un autunno-inverno in cui molti occupati a rischio non saranno più artificialmente protetti dagli ammortizzatori sociali che progressivamente verranno meno. La legge della domanda e dell’offerta tornerà a governare il mercato del lavoro e se gli occupati caleranno, diminuirà ulteriormente anche la spinta ai consumi. Nello stesso tempo, l’enorme sovracapacità produttiva generata dal crollo della domanda interna ed estera frenerà gli investimenti della maggior parte delle imprese “normali”. Né possiamo sperare che possa salvarci l’export, visto che il commercio intracomunitario e mondiale rimarrà tramortito a lungo dalla crisi del Covid-19.

    Ecco allora che la strada della ripresa italiana potrà essere imboccata soltanto con un vigoroso piano di rilancio delle opere pubbliche e dei cantieri di quelle grandi imprese pubbliche e private che hanno bloccati da anni programmi di investimento importanti su scala nazionale. Edilizia scolastica, antisismica, investimenti nella sanità, interventi contro il dissesto idrogeologico, autostrade, alta velocità e capacità ferroviaria, aeroporti e porti, banda larga, reti energetiche, gasdotti, acquedotti, economia green. Tutto questo, assieme a un profondo ammodernamento della Pubblica amministrazione, non solo potrà farci uscire più presto dalla crisi, ma, grazie anche al sostegno dei fondi europei, potrà far fare al Paese quel salto di innovazione di sistema che sarà necessario per continuare a competere nel XXI Secolo, dopo l’auspicabile fine della pandemia.

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  4. #4
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    scusa dav, ma tu mi sembri politicamente schierato con questo governo (o parte di questo) e quindi non capisco quest 3d contro il governo stesso.

  5. #5
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    Citazione Originariamente Scritto da Dav. c. G. Visualizza Messaggio
    Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    L'Italia si è dimostrata più resiliente di altri, ma non basterà a rilanciare il Pil. Edilizia scolastica, antisismica, investimenti nella sanità, contro il dissesto idrogeologico, sulle reti di trasporto ed energia, banda larga, acquedotti. Questo (e la modernizzazione della P.A.) ci tirerà fuori dalla crisi


    Diverse misure varate dal Governo italiano per sostenere l’economia duramente colpita dal coronavirus vanno nella giusta direzione. Positivo è stato lo sforzo (anche se solo appena cominciato) per semplificare le procedure e velocizzare le autorizzazioni agli investimenti in infrastrutture e reti. Utili gli incentivi per l’edilizia, le ristrutturazioni e il risparmio energetico; quelli per rilanciare gli investimenti tecnici delle imprese; quelli per favorire l’occupazione, soprattutto al Sud (anche se si tratta solo un primo e isolato passo). E importante è stata la decisione di ampliare la misura degli 80 euro fino a 100 euro estendendo anche la platea dei beneficiari.

    Nonostante il lockdown molto più duro attuato dall’Italia rispetto agli altri Paesi, i dati sul Pil del primo semestre mostrano che la nostra economia per ora ha sorprendentemente sofferto di meno di quelle degli altri maggiori attori europei. Infatti, nel primo semestre 2020 il Pil italiano è diminuito dell’11,4% rispetto allo stesso semestre del 2019, contro cali dell’11,7% per il Regno Unito, del 12,4% per la Francia e del 13,1% per la Spagna. Solo la Germania ha fatto meglio, si fa per dire, contenendo la flessione in un meno 6,9%.

    Diversamente da quella tedesca, spiegabile principalmente con una chiusura minore e più limitata nel tempo delle attività produttive, la resilienza italiana è stata dovuta al fatto che la nostra economia è entrata nel tunnel del coronavirus con una buona dinamica “ereditata”, sostenuta dalle riforme degli anni precedenti (Industria 4.0, Jobs Act e decontribuzioni in primis), nonché dalle misure di sostegno ai consumi delle famiglie (tra cui gli 80 euro).

    È singolare che dopo aver invocato per anni cambiamenti e riforme, il mondo italiano degli analisti e dei media non abbia mai riconosciuto se non in minima parte l’efficacia delle politiche industriali e fiscali realizzate tra il 2014 e il 2018. Eppure, basterebbe guardare i dati per rendersene conto. Dall’avvio della circolazione monetaria della moneta unica non era mai capitato che gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto crescessero così tanto in termini reali in Italia come nel 2016 e 2017: +8% e +6,4%, rispettivamente (surclassando i valori medi dell’Euroarea, inferiori di oltre due punti percentuali). Ciò grazie al piano Industria 4.0. Né era mai capitato che i consumi delle famiglie italiane aumentassero dell’1,9% (allo stesso tasso medio dell’Euroarea) come nel 2015, con la piena applicazione degli 80 euro su 12 mesi e la forte ripresa dell’occupazione favorita dalle misure per il mercato del lavoro.

    Di quelle iniziative economiche e dei loro positivi riflessi indotti ha beneficiato soprattutto la nostra industria, che negli ultimi anni ha guadagnato enormemente in produttività e competitività. Infatti, nel quinquennio 2015-2019 l’Italia ha fatto registrare il maggior incremento medio annuo della produttività del lavoro nella manifattura tra i maggiori Paesi della moneta unica (+1,8%), assieme all’Austria, nettamente davanti a Francia (+1,2%) e Germania (+0,5%). E, come ha rivelato l’ultimo rapporto ICE-Istat, prima che divampasse la crisi mondiale del coronavirus il nostro export era entrato nel 2020 a vele spiegate, reduce nel 2019 da un nuovo record storico del surplus manifatturiero con l’estero, per la prima volta oltre i 100 miliardi di euro.

    Ma questa volta non basterà “rinfrescare” e incrementare gli 80 euro e Industria 4.0 per far ripartire i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Quando il Governo Renzi ideò queste misure l’economia italiana era pronta a scattare come una molla dopo una profonda e interminabile doppia recessione. E gli effetti di quelle misure furono concreti, come abbiamo visto dai risultati sopracitati. Adesso, invece, i nuovi provvedimenti certamente serviranno in questa particolare fase difficile a sorreggere il potere d’acquisto del ceto medio e a dare continuità agli investimenti dell’élite delle nostre imprese più dinamiche e innovative. Ma, come ha sottolineato il premio Nobel per l’economia Michael Spence, in tutto il mondo la fiducia e i comportamenti dei consumatori sono molto cambiati con il coronavirus. E certamente ciò interessa anche i consumatori italiani, che hanno altresì davanti un autunno-inverno in cui molti occupati a rischio non saranno più artificialmente protetti dagli ammortizzatori sociali che progressivamente verranno meno. La legge della domanda e dell’offerta tornerà a governare il mercato del lavoro e se gli occupati caleranno, diminuirà ulteriormente anche la spinta ai consumi. Nello stesso tempo, l’enorme sovracapacità produttiva generata dal crollo della domanda interna ed estera frenerà gli investimenti della maggior parte delle imprese “normali”. Né possiamo sperare che possa salvarci l’export, visto che il commercio intracomunitario e mondiale rimarrà tramortito a lungo dalla crisi del Covid-19.

    Ecco allora che la strada della ripresa italiana potrà essere imboccata soltanto con un vigoroso piano di rilancio delle opere pubbliche e dei cantieri di quelle grandi imprese pubbliche e private che hanno bloccati da anni programmi di investimento importanti su scala nazionale. Edilizia scolastica, antisismica, investimenti nella sanità, interventi contro il dissesto idrogeologico, autostrade, alta velocità e capacità ferroviaria, aeroporti e porti, banda larga, reti energetiche, gasdotti, acquedotti, economia green. Tutto questo, assieme a un profondo ammodernamento della Pubblica amministrazione, non solo potrà farci uscire più presto dalla crisi, ma, grazie anche al sostegno dei fondi europei, potrà far fare al Paese quel salto di innovazione di sistema che sarà necessario per continuare a competere nel XXI Secolo, dopo l’auspicabile fine della pandemia.

    https://www.huffingtonpost.it/entry/...ef=it-homepage
    Cioè il covid sarebbe il catalizzatore per decenni di progetti non fatti?

  6. #6
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    Citazione Originariamente Scritto da furioso2013 Visualizza Messaggio
    scusa dav, ma tu mi sembri politicamente schierato con questo governo (o parte di questo) e quindi non capisco quest 3d contro il governo stesso.
    Tu non hai capito nulla.

  7. #7
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    https://www.ilsole24ore.com/art/drag...re-piu-ADmGZxj

    Draghi: sussidi per crisi Covid finiranno, investimenti massicci su giovani e istruzione. Ritorno alla crescita priorità assoluta
    L'ex presidente della Bce si è guardato bene dall'entrare nell'analisi puntuale di questa o quella misura decisa a Roma come a Bruxelles. Ma ha indicato l'orizzonte, dominato da alcune, chiare questioni cruciali.

    Il veleno prodotto in dosi più massicce dalla pandemia è l'incertezza. E l'antidoto che la politica economica deve mettere in campo in fretta è la costruzione di un futuro sostenibile abbandonando la fase dei sussidi, necessaria ma inevitabilmente temporanea. Perché la crisi economica prodotta dal Coronavirus ha determinato un'impennata di deficit e debito senza precedenti, che per essere sostenibile deve essere impiegato negli investimenti per la crescita. L'intervento di Mario Draghi nell'apertura del Meeting di Rimini ha tracciato con chiarezza i termini delle sfide colossali che attendono i governi nel prossimo futuro. E implicitamente ha offerto un metro efficace per misurare la distanza fra queste sfide e i temi che occupano in queste settimane il dibattito pubblico italiano. Perché l'ex presidente della Bce si è guardato bene dall'entrare nell'analisi puntuale di questa o quella misura decisa a Roma come a Bruxelles. Ma ha indicato l'orizzonte, dominato da alcune, chiare questioni cruciali.

    Debito buono e debito cattivo

    Debito e futuro sono due temi intrecciati in un nodo inscindibile. Non solo perché il secondo sarà dominato dal primo, prodotto in questi mesi in quantità «senza precedenti». Ma soprattutto perché il debito da pandemia andrà indirizzato in fretta agli investimenti produttivi (a partire da istruzione e giovani) che servono alla crescita, a sua volta presupposto indispensabile per la sua sostenibilità, archiviando quanto prima la stagione di bonus e sussidi. Sul punto Draghi è stato chiarissimo: «Il debito – ha detto – è destinato a rimanere elevato a lungo e sarà sostenibile, continuerà cioè a essere comprato da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, se sarà utilizzato a fini produttivi in investimenti in capitale umano, innovazione e ricerca». Accanto a questo «debito buono» esiste un «debito cattivo», acceso per alimentare spese correnti e aiuti di breve termine anche sull'onda dell'illusione dei tassi bassi. Che da soli «non sono garanzia di sostenibilità» del debito, perché «la percezione dei mercati è altrettanto importante, e quanto più si deteriora, tanto più diventa incerto il quadro di riferimento».

    «Non privare i giovani del futuro»

    Il primo terreno su cui deve svilupparsi questo cambio di rotta è quello dei giovani e dell'istruzione, dove «la visione di lungo periodo deve sposarsi con un'azione immediata» che vada oltre le discussioni di queste settimane su banchi a rotelle e metri quadrati. A indicare questa priorità è una ragione logica ed etica insieme: «Il debito creato dalla pandemia dovrà essere ripagato da coloro che oggi sono giovani, ed è nostro dovere fare in modo che abbiano le capacità per farlo», perché «privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza».

    «Maggiore chiarezza sugli obiettivi di politica economica»

    In quest'ottica, il primo compito dei governi è quello di evitare che si realizzi il timore di una «distruzione del capitale umano senza precedenti dai tempi della seconda guerra mondiale». Con la sospensione delle regole Ue e più in generale di molti dei principi considerati basilari fino a qualche mese fa, la politica economica ha uno spazio di discrezionalità molto più ampio rispetto ai tempi ordinari, e ha di conseguenza il dovere di una «maggiore chiarezza sugli obiettivi» e di una dose aggiuntiva di trasparenza sulle scelte per conseguirli.

    Italia ed Europa

    Dalla credibilità di queste scelte dipende il futuro dell'Europa. Perché le regole su Patto di stabilità, mercato interno, concorrenza e banche erano oggetto di critiche crescenti prima della pandemia, e sono state sospese con la crisi che ha dato spazio all'avvio di emissioni di debito comune e a una nuova centralità della commissione dopo una lunga fase di dominio intergovernativo. Ma ora tocca ai governi nazionali sfruttare l'occasione puntando sulla «credibilità delle politiche economiche» perché «se ciò avverrà non si potrà più sostenere che i mutamenti nell'ordinamento europeo sono temporanei». Dalla gestione dei fondi di Next Generation Eu passa quindi non solo il futuro dell'Italia, ma anche lo sviluppo dell'Europa. A patto di cambiare passo in fretta.

  8. #8
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    Citazione Originariamente Scritto da ugobagna Visualizza Messaggio
    Hai scelto i cinque stelle ora ti tieni le scandalose conseguenze!
    Meglio questo governo che le proposte di salvini e borghi tra quota cento, flat tax per tutti e continue minacce di uscita dell'Italia dall'Europa.

  9. #9
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    Intendi altre opere inutili che non servono a nessuno tipo il tav Torino Lione?

  10. #10
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    Predefinito Re: Senza cantieri l'Italia non ripartirà

    Citazione Originariamente Scritto da Dav. c. G. Visualizza Messaggio

    Debito buono e debito cattivo

    Debito e futuro sono due temi intrecciati in un nodo inscindibile. Non solo perché il secondo sarà dominato dal primo, prodotto in questi mesi in quantità «senza precedenti». Ma soprattutto perché il debito da pandemia andrà indirizzato in fretta agli investimenti produttivi (a partire da istruzione e giovani) che servono alla crescita, a sua volta presupposto indispensabile per la sua sostenibilità, archiviando quanto prima la stagione di bonus e sussidi. Sul punto Draghi è stato chiarissimo: «Il debito – ha detto – è destinato a rimanere elevato a lungo e sarà sostenibile, continuerà cioè a essere comprato da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, se sarà utilizzato a fini produttivi in investimenti in capitale umano, innovazione e ricerca». Accanto a questo «debito buono» esiste un «debito cattivo», acceso per alimentare spese correnti e aiuti di breve termine anche sull'onda dell'illusione dei tassi bassi. Che da soli «non sono garanzia di sostenibilità» del debito, perché «la percezione dei mercati è altrettanto importante, e quanto più si deteriora, tanto più diventa incerto il quadro di riferimento»..


    qualcuno faccia leggere la parte evidenziata a Conte, Di Maio e Zingaretti.
    Fà ch’ it n’ abie.

 

 
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