Che cosa sta dietro il "ribellismo" di Fini?
Ora che finalmente anche Fini, scendendo dal pero, si è accorto che forse forse il suo adorato cognatino gli ha combinato un bel casino, proviamo ad azzerare la questione e ritornare alle origini della faccenda della topaia di Montecarlo (s)venduta ad un quinto del suo valore di mercato, indipendentemente da chi l’ha acquistata.
La perfetta e irridente diagnosi di tutta la faccenda l’ha infatti emessa Storace quando ha detto che a petto delle ultime ammissioni finiane, abbiamo come Terza Carica dello Stato un perfetto pollo.
Cosa molto più grave che avere qualcuno che magari ha fatto qua e là la cresta sulla spesa, ma che sa in che mondo vive e non si lascia infinocchiare dal primo che gli vuol far credere che Cristo sia morto dal raffreddore.
La faccenda comunque, malgrado i caporaletti come Bocchino abbiano cercato di nasconderla impiantando un casino che ha sputtanato lo Stato italiano a livello internazionale tirando in ballo servizi segreti “deviati” e “devianti” (e questo ci dice di quale senso di responsabilità verso il buon nome delle istituzioni repubblicane, lui e quelli come lui siano provvisti: un po’ come il Di Pietro che su quotidiani stranieri pubblicava, a spese dei contribuenti italiani, sgrammaticati allarmi sulla mancanza di libertà di stampa nell’Italia berlusconiana, facendoci ridere dietro da tutta Europa, do you remember?), è semplicissima. (Certo che se la cosa non fosse tragica sarebbe farsesca, direi, come per il personaggio Di Pietro, pulcinellesca, e forse non è un caso che Bocchino sia napoletano).
Cosa avrebbe fatto ognuno di noi al posto di un raffinato politico come il Fini che ogni mattina, è di dominio pubblico, fa colazione con pane e volpe?
Beh, avrebbe dato incarico ad un tesoriere del suo partito di contattare la famosa, storica agenzia immobiliare “Frocion&Putain” di Montecarlo per incaricarla di mettere in vendita l’immobile a persone o società non “off shore” (sempre per via del fatto che la dieta di pane e volpe ci avrebbe reso diffidenti verso di esse e per non trovarci in seguito nei casini): vuoi che non si trovi qualcuno, in Europa, che abbia bisogno di una pied à terre nel Principato da poter utilizzare per portare i bambini a vedere il Festival Mondiale del Circo che colà si tiene annualmente?
E perché la rinomata agenzia immobiliare potesse valutare bene la topaia di Viale Principessa Carlotta, avremmo provveduto a inviare al titolare dell’agenzia, con semplice raccomandata con ricevuta di ritorno, le chiavi di casa. Visto, oltretutto, che la topaia era di proprietà del partito e non una cascina nelle brume padane lasciataci in eredità dalla nostra compianta zia Elide di Suzzara.
Punto.
Una volta capito che il Fini darà le dimissioni, poiché avere un tal pollo, sputtanato da se medesimo a livello internazionale, come Terza Carica dello Stato, non è buona cosa per l’Italia, passiamo al vero vulnus di tutta la faccenda.
Maurizio Belpietro e Chicco Mentana, in tv, hanno benissimo raccontato anche a noi del sovrano popolo bue, la genesi del “Dissidio tra i Fratelli d’Asburgo” (titolo di un testo teatrale pressoché sconosciuto in questo Paese dalla provinciale cultura romanesca, dello “Shakespeare” austriaco Franz Grillparzer), che ha portato all’attuale penosa situazione.
A petto, infatti, del piagnisteo finiano per esser stato “cacciato” dal suo ex “cofondatore”, si viene a scoprire che il ragazzo già nel 2006, insieme a quell’altro beneficiato da Berlusconi, il Pierfurby Casini, aveva ordinato macumbe a trans brasiliani (che glieli abbia consigliati Marrazzo?) perché alle elezioni politiche il Cav perdesse con dieci punti sotto le sinistre, in modo da finalmente (per la serie “dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io”) farlo fuori, come si usa normalmente nelle tribù di lupi, ha dovuto poi, obtorto collo, accettare di confluire nel PdL, pur bollando l’iniziativa come “comica finale”, poiché la maggioranza degli aennini voleva sinceramente fare un partito unico. E non a caso si stava leccando di baffi, quando sembrava che la Polverini, a cui lui si era rifiutato di fare pubblicità per le Amministrative adducendo la scusa di esservi obbligato (ma tu guarda il Galateo) dalla terzietà della Terza Carica dello Stato, avrebbe perso: altra scusa per mettere in difficoltà, al politburo del PdL, l’odiato Cesare.
E poi se mettiamo in fila tutte le esternazioni “urticanti” per il Cav, anche sulle sue disavventure giudiziarie, se mettiamo in conto quel vile fuorionda con un magistrato in cui gracchiava di soddisfazione per l’imminente esternazione dello Spatuzza, abbiamo un ritratto di Fini in perfetta sintonia col vecchio, caro, sordido bizantinismo da Prima Repubblica.
Altro che rinnovare il Paese in nome della legalità, della moralità ed altre retoriche istanze.
Ma dove sta il nuovo in gente come il Casini, quello che ipocritamente insiste sul quoziente realizzazione, sono in questa congiuntura nazionale ed internazionale impossibili da stanziare?
Ma dove sta l’affidabilità di gente come il Fini e il Casini, quello che appena ripescato per la pelle del culo dal Videla di Arcore ed eletto in Fi dopo la mattanza di tonni democristiani (e socialisti) effettuata dalla premiata ditta Botteghe Oscure&Pool di Milano allo scopo di eliminare i partiti che avevano garantito all’Italia di rimanere in Occidente, per far salire i comunisti al governo, si è dato subito da fare per formare un gruppo parlamentare tutto suo?
E non raccontiamoci ancora la favola metropolitana che Mani Pulite sia stata una doverosa operazione di moralizzazione del corrotto corpo del politica italiana, visto che, per le suddette ragioni, non ha eliminato il pur corrotto Pci-Pds.
Ma ce le ricordiamo le facce dei D’Alema, degli Occhetto e di tutti coloro che, col pelo sullo stomaco, si erano fatti per decenni finanziare “a nero”, tanto per parlare di conflitti di interessi, da una potenza nemica del nostro Paese, che aveva i missili puntati verso di noi, che eliminava nei gulag i dissidenti, allo scopo, appena l’occasione si fosse presentata, di farci seguire le felici sorti della Polonia o dell’Ungheria, per non dire della Romania e della Bulgaria, tant’è che il padre della patria Terracini, già nell’immediato dopoguerra, disquisiva se accentrare i previsti gulag in qualche parte della Penisola o distribuirli federalisticamente in tutte le regioni, ve le ricordate, dicevo, le loro facce quando venne abbattuto il Muro di Berlino?
Oggi Casini e Fini inciuciano col vetero comunista appenninico Bersani e, ancor peggio, con quel D’Alema da tempo, dopo essersi arricchito con le sale bingo, interfaccia di poteri forti nazionali ed internazionali: stia attento a quel che fa anche Vendola.
E qui, come ho già scritto, sta la chiave di tutto.
Fini, Casini, D’Alema ed altri sono la “l’interfaccia politica” di quei poteri forti, di quelle elites economico-finanziarie nazionali ed internazionali, di quegli «europeisti tecnocratici, il milieu di sempre di ipotesi terzaforziste elitarie sostenute da Paolo Mieli per 15 anni sino a ieri, da D'Alema oggi... il sogno di chi considera il suffragio universale un lusso di cui in Italia fare volentieri a meno, sostituendolo con il CSM e la benedizione di due direttori di giornale di centrosinistra, Repubblica e Corriere in questo sono assai più simili che diversi», come mi informava Oscar Giannino.
E non mi si venga a dire che tante inclite penne di politologi che sdottoreggiano su blasonati giornali e tv nazionali, questo cose non le sanno.
Lo scontro pertanto è epocale, ma pare che nessuno riesca a “stare di fronte” al fatto che se putacaso il Cav dovesse cadere, andranno a puttane tutte quelle riforme già avviate o da ancora avviare, come quella, essenziale, della Giustizia, che sole permetteranno al nostro Belpaese di sopravvivere nel mondo globalizzato, consegnando l’Italia a orde di irresponsabili lanzichenecchi che riprenderebbero a fare esclusivamente (il De Benedetti della faccenda Sme e Olivetti docet) i loro porci comodi, dando magari il contentino a Fini, se prima non viene eliminato dal D’Alema, di magari salire al Quirinale.
Ma anche se si confida nella Consulta perché abolisca il Lodo Alfano e quindi per dare la possibilità ai nostri giudici di condannare il Cav per bandirlo dai pubblici uffici, ciò non succederà.
Credo che in alto loco, dalle parti del Quirinale, non sarebbero felici di passare alla storia come conniventi della destabilizzazione del Paese e trovarsi per le piazze milioni e milioni di manifestanti incazzati.
Chi, al contrario del sottoscritto, vive nelle felpate redazioni di giornali e/o circola per i moquettati corridoi dei Palazzi Romani, non si rende conto che il sentire dell’italico popolo bue, in questi anni, proprio grazie alla presenza del pragmatico Cav, è completamente cambiato, e che certe prese per i fondelli della sua sovranità, se pur previsti dalla attuale, ridicola Costituzione, non è più disposto a trangugiarle.
Peccato per Fini.
Il ragazzo, in effetti, aveva esternato una idea che, se vi si fosse dedicato, invece di ossequiare il proprio narcisismo, lo avrebbe ascritto, come sarà per il Berlusca e Bossi, tra gli statisti che stanno cambiando l’Italia.
Essa consisteva nell’illuminato progetto di finalmente trasformare gli istituti di pena, i penitenziari, in vere e proprie comunità di recupero e riabilitazione dei criminali.
Ma per far ciò avrebbe dovuto scegliere, nel 2008, di fare il Ministro della Giustizia e, dopo aver fatto approvare a muso duro la riforma della Giustizia in chiave liberale, esattamente come concepita dal Cav, processo breve in primis, operare col senno e con la mano per realizzare il suo bellissimo e progetto, facendo diventare il Belpaese un faro di civiltà e umanità per il mondo.
Altro che gufare nel fuorionda col magistrato e inciuciare con Palamara.
Ma per realizzare, oltre che esternare, tali progetti ci vogliono palle e dedizione al bene comune, non le vuote, bizantine, minacciosette e mocciosette chiacchiere di Mirabello.
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