Riporto direttamente dal blog
In effetti noi oggi riteniamo che proprio l'esperienza bolscevica e sovietica, nonostante i limiti, gli errori e le sue stesse aberrazioni, che tutte oggi, i nazional-comunisti russi sembrano voler fermamente criticare e superare, dimostra in ogni caso che solo la rivoluzione sociale è in grado di riconciliare l'idea di Nazione con quella di Popolo. Solo la rivoluzione sociale è in grado di strappare il concetto di Patria dalle mani delle cricche economico-finanziarie use a impugnarlo soltanto per manipolare i popoli asservendoli alle proprie mire colonialiste e imperialiste. Solo la rivoluzione sociale fa della Patria una reale e libera comunità concretamente appartenuta nella quale tutti i cittadini, finalmente divenuti non solo nominalmente popolo, possono riconoscervisi, perché ciascuno, al di sopra delle differenze contingenti, si sente finalmente effettivamente di pari diritti e doveri. Solo la rivoluzione sociale, infine, contribuisce a rafforzare nelle più vaste masse il sentimento di identità nazionale, perché ora, finalmente, la nazione appartiene davvero anche a loro. E d'altra parte non v'è identità nazionale, integrità spirituale di una nazione e di un popolo se le classi popolari, le più autentiche depositarie delle tradizioni e delle specificità etno-culturale, non hanno la possibilità di accedere al governo pubblico recandovi il proprio decisivo contributo. (dal saggio introduttivo di Enrico Galmozzi a "Il nostro bolscevismo", Mario Carli)
Il passaggio di Galmozzi descrive lo spirito fondamentale di una delle più gloriose esperienze storiche del nostro paese, un'esperienza del tutto sottovalutata per non dire mistificata dalla storiografia accademica: il Fiumanesimo.
Lungi dall'esser stata l'avventura basso-imperialista di un pugno di reduci ubriaconi della Grande Guerra restii a riprendere la vita di tutti i giorni (è quindi da cassare l'immagine del reduce fiumano, deluso dalla pace di Versailles, come quella di un disadattato psichiatrico che a conflitto finito non saprebbe fare altro che cercare scuse per qualche altra battaglia), l'occupazione di Fiume da parte dei legionari del Comandante è stata invece un immenso laboratorio di esperienze politiche rivoluzionarie.
Il Fiumanesimo, e ciò è storicamente documentato per quanto poco conosciuto, costituì la sintesi rivoluzionaria di un'ideologia che nell'Italia dell'anteguerra era molto diffusa e conosciuta negli strati medi e proletari della società e che aveva la sua caratteristica principale nella coniugazione tra una rivoluzione sociale di tipo socialista, anticapitalista e antifinanziaria, e una rivoluzione identitaria in cui la Nazione fosse la comunità prima nella quale riconoscersi, basata su un nazionalismo sano, spogliato degli elementi aggressivi coi quali la borghesia ha sempre sporcato l'amor patrio più puro (imperialismo, colonialismo, interessi economici guerrafondai). A portare quest'impronta alla rivoluzione di Fiume furono soprattutto i sindacalisti della corrente rivoluzionaria (Corridoni, De Ambris), già in rotta da anni col Partito Socialista e la Cgl, verso i quali consumarono una rottura definitiva per le loro posizioni interventiste nella Grande Guerra.
Non che questa ideologia non sia sopravvissuta al Fiumanesimo. Essa continuò a vivere anche dopo l'avventura della città, attraversò il periodo Fascista, il secondo dopoguerra, e ancora oggi resiste.
Ma due tratti l'hanno caratterizzata. Per prima cosa essa è sempre stata da allora un'ideologia fortemente minoritaria, pochi l'hanno conosciuta, ancor meno l'hanno condivisa e abbracciata. E soprattutto essa è stata sempre bollata dalle grandi ideologie che si sono affermate successivamente ad essa come un'eresia. Il Fascismo sansepolcrino, che già soffriva di una prima infiltrazione borghese e reazionaria, non esitò a tacciare la coniugazione tra socialismo e nazione come una deriva bolscevica e antinazionale (!) e abbandonò per oltre venti anni ogni possibilità di rivoluzione sociale a favore di un corporativismo troppo spesso filo-padronale. Il socialismo italiano, e in generale la sinistra del nostro paese, a Fascismo caduto ne proseguì l'opera di messa al bando dell'esperienza fiumana conferendole tuttavia un'impronta diametralmente opposta di brodo di cultura del Fascismo stesso, gestito dai piccolo borghesi che avrebbero poi costituito la base sociale del regime (falso, perché la piccola borghesia non partecipò al Fiumanesimo ne al sindacalismo rivoluzionario e tentò semmai di costruire una propria parte irredentista nell'occupazione di Fiume del tutto estranea alla corrente rivoluzionaria).
Se consideriamo che da decenni ogni lettura politica avviene esclusivamente sull'asse della dicotomia destra-sinistra, la conseguenza è che oggi ogni tentativo di attualizzare la coniugazione tra rivoluzione sociale e risveglio nazionale viene equivocato come un grottesco tentativo di ibridare i famosi “estremi opposti”. Ecco da dove derivano termini pittoreschi come nazi-maoisti o rosso-bruni, i quali a loro volta suggeriscono la volontà di coniugare nature tra loro in contrasto.
La realtà è che nel panorama politico italiano precedente la Grande Guerra (ossia il panorama di un paese ancora pre-capitalista) non esistevano i concetti di “destra” e “sinistra” come li intendiamo oggi, e ancor più il sindacalismo rivoluzionario non era affatto un'eresia rispetto al socialismo tradizionale perché non derivava da esso, ma era un'idea che si era andata formando a parte nei decenni passati, in Italia e all'estero.
Sempre Enrico Galmozzi, nel proseguimento del saggio introduttivo al testo di Mario Carli, suggerisce l'idea che in realtà siano proprio il Fascismo e il socialismo consolidatisi dopo l'esperienza fiumana, a costituire una devianza dall'iniziale coniugazione tra nazione e rivoluzione sociale, laddove il primo ha sottolineato troppo l'aspetto nazionalista (peraltro inquinandolo con gli interessi economici della borghesia) tralasciando l'elemento sociale, mentre il secondo ha rigettato completamente il sentimento nazionale a vantaggio di un ingiustificabile cosmopolitismo e delle riforme sociali spesso concertate col padronato.
Come molte altre esperienze politiche il Fiumanesimo è morto con il contesto che lo aveva portato in primo piano, pertanto una sua riproposizione in blocco a quasi un secolo di distanza rischia di scadere in una romantica carica contro i mulini a vento, per non dire nella comicità.
Invece è importantissimo un recupero del Fiumanesimo autentico alla memoria storica per cancellare una volta di più dal sentire comune della gente la paralisi politica fondata sulla dicotomia destra-sinistra la quale non è più semplicemente insufficiente a spiegare le dinamiche attuali, ma persino dannosa. Dannosa perché frena sul nascere, condannandolo al microcosmo di ghetti e bizzarre subculture antagoniste, ogni nuovo pensiero che appunto sfugga a questo inquadramento geometrico.
Il Fiumanesimo, nella sua faccia concreta di avventura legionaria di occupazione armata e in quella teorica dell'ideologia politica espressa, ha dimostrato incontrovertibilmente che quella che oggi sembra essere una terza via (concetto che presume una prima e una seconda via), è stata in realtà una prima via a sua volta quando la cultura politica aveva presupposti diversi che oggi occorre rivalutare per una più efficace interpretazione del mondo e la messa a punto di una strategia rivoluzionaria.





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