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Discussione: Salvemini a Messina

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    Predefinito Salvemini a Messina

    di Michela D’Angelo – In G. Cingari, “Gaetano Salvemini tra storia e politica”, atti del Convegno internazionale di studi (Messina, 3-5 ottobre 1985), Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 277-300.

    Il periodo messinese di Salvemini si apre nell’autunno del 1901 con la nomina a professore di Storia moderna nell’università di Messina e si chiude dolorosamente con la tragedia del terremoto del 28 dicembre 1908 quando Salvemini perde la moglie Maria Minervini, i cinque figli e una sorella.
    Nella biografia salveminiana il periodo messinese è uno dei meno noti. Il tragico epilogo può spiegare, almeno in parte, quella specie di silenzio che lo circonda. Una comprensibile forma di rimozione da parte di Salvemini, che – come ricorda Enzo Tagliacozzo – durante tutta la sua vita «rifuggì dal parlare della più tremenda esperienza da lui sofferta»[1], ha certamente contribuito a relegare in poche righe della biografia questo periodo che per più aspetti fu importante e intenso. Gli anni compresi tra il 1901 e il 1908 sono infatti anni di intensa attività sia per la produzione storiografica sia per l’impegno politico. Anche sul versante degli affetti familiari gli anni messinesi sono anni di intensa serenità, come riconosceva lo stesso Salvemini nel 1908 quando, quasi alla vigilia della tragedia, scriveva: «Nella mia vita familiare sono così felice che ho persino paura»[2].
    Quasi trent’anni dopo Salvemini, in un raro momento di abbandono, avrebbe ricordato con lucido rimpianto gli aspetti più sereni del suo periodo messinese:

    Godetti allora – scriveva nel 1935 – di tutte le felicità che un uomo può desiderare: lavoro intellettuale intenso, scoperta di nuovi mondi, salute di ferro, quel tanto di denaro che sembrava ed era benessere a chi aveva sempre sofferto di insoddisfatto appetito, amore ricambiato, figli robusti e belli, ed amici – amici molti e tutti generosi e buoni (…). Anni felici, che basterebbero da soli a non farmi mai rimpiangere di essere nato; poi il disastro, a cui non posso neanche ora pensare e a cui da ventisette anni in qua ho cercato sempre di non pensare per non perdere la ragione[3].

    L’università

    Un incarico universitario portava dunque Salvemini a Messina all’inizio del secolo. Infatti, dopo i concorsi fatti per l’università di Pavia nel 1899 e di Catania nel 1901 con esito negativo, Salvemini vinceva nell’autunno del 1901 il concorso per professore straordinario di Storia moderna presso la facoltà di Filosofia e Lettere dell’università di Messina.
    Quest’università comprendeva allora soltanto quattro facoltà (Giurisprudenza, Medicina e Chirurgia, Scienze matematiche e naturali, Filosofia e Lettere) e alcune scuole annesse (Farmacia, Ostetricia, ecc.). Nel 1885 l’università di Messina era stata pareggiata con quelle di 1° grado e ciò aveva consentito una maggiore qualificazione didattica con l’istituzione di nuovi corsi. Anche il numero degli studenti era cresciuto notevolmente e all’inizio del secolo era frequentata da circa 700 studenti:

    Studenti iscritti all’università di Messina 1881-1908[4]



    La facoltà di Filosofia e Lettere, in particolare, contava allora poco più di una dozzina di insegnamenti; ad essa era annessa anche una Scuola di Magistero.
    Gli studenti iscritti a tale facoltà erano in media allora una quarantina l’anno e costituivano una componente ristretta (circa il 7%) della popolazione studentesca nel suo complesso:



    In questa facoltà l’insegnamento della storia aveva conosciuto in passato una vicenda alquanto precaria. Il 22 ottobre 1860 un decreto prodittatoriale aveva istituito infatti una cattedra di «Storia antica e moderna» che però non venne mai attivata. Dopo il pareggiamento con le università di primo grado, Messina otteneva nel 1885 lo sdoppiamento di quella cattedra con il corso di Storia moderna e con quello di Storia antica. Da allora l’insegnamento di Storia moderna era stato tenuto da Giovanni Battista Siracusa (1887-93), da Luigi Alberto Ferrai (1893-95), da Giacinto Romano (1896-99), da Ferdinando Gabotto (dal gennaio al novembre 1900) e dal geografo Giuseppe Ricchieri, incaricato per l’anno accademico 1900-1901.
    L’anno successivo arrivava Salvemini che iniziava così con l’incarico messinese la sua carriera universitaria. Fino ad allora infatti aveva insegnato nel ginnasio di Palermo (1895-96) e nei licei di Faenza (1896-98), Lodi (1898-1900) e Firenze (1900-1901).
    Al suo arrivo a Messina tra i docenti della facoltà di Lettere Salvemini trovava quell’anno Giovanni Pascoli (che dal 1897 insegnava Letteratura latina), Michele Barbi (Letteratura italiana), Luigi Alessandro Michelangeli (Letteratura greca), Giuseppe Ricchieri (Geografia), Antonio Restori (Letterature neolatine), Giovanni Dandolo (Filosofia teoretica), Francesco Fisichella (Filosofia morale), Giovanni Cesca (Storia della filosofia) e Luigi Savignoni (Archeologia). L’anno seguente sarebbero arrivati anche Ettore Ciccotti (Storia antica) e Augusto Mancini (Grammatica greca e latina).
    Con alcuni di essi Salvemini iniziava o rinnovava rapporti di amicizia, e in qualche caso, di collaborazione, destinati a sopravvivere al periodo messinese. In particolare, a Messina ritrovava Giuseppe Ricchieri, che era un vecchio e comune amico suo e di Arcangelo Ghisleri e che sarà uno dei collaboratori dell’«Unità», ed Ettore Ciccotti, con il quale aveva intessuto una polemica nel 1899 sulle pagine dell’«Avanti!» riguardo alla tattica del Partito socialista[5]. A Messina conosceva Michele Barbi, per il quale aveva espressioni di stima, e Giovanni Dandolo, con il quale «soleva passeggiare al tramonto al termine della giornata di lavoro»[6]. Più complesso era il rapporto amichevole che Salvemini stringeva con Giovanni Pascoli. Fin dal loro primo incontro, Salvemini coglieva le posizioni «oratorie» e vaghe del collega-poeta che così descriveva:

    Pascoli è un simpaticissimo uomo, grosso, mal vestito, sempre in movimento, parlatore a volta impacciato e asmatico, a volte caldo e felicissimo: da vicino è molto più simpatico che da lontano, perché appare sincero in tutto e per tutto. Sincero naturalmente di una sincerità da artista, che spesso prima vede l’immagine e poi l’idea, e l’idea la vede in grazia dell’immagine, ed è pronto a perdonar tutto al contenuto purché sia introdotto da una forma originale e bella. Un modo di pensare, questo, che io non riesco ad accettare. Per esempio, l’altra sera, quando andai a salutarlo prima di partire, si parlava dello sciopero universitario di Messina; e lui ad un tratto: se i tumulti continuassero, vorrei fare un discorso agli studenti e direi loro: «Non profanate l’arma dello sciopero, di cui si serve il proletariato per conquistare il suo diritto; voi non siete degni di maneggiarla, ecc. ecc.». Come vede, l’atteggiamento oratorio è bello; ma è … un atteggiamento oratorio. Fortunatamente è sincero[7].

    In questa realtà Salvemini faceva il suo «debutto» di docente universitario nell’anno accademico 1901-1902.

    Le lezioni.

    «Giovedì 21 corrente alle ore 14 il chiarissimo professore Gaetano Salvemini farà la sua prolusione al corso di Storia moderna trattando l’argomento Scienze storiche e scienze naturali».
    Con questo avviso il 19 novembre 1901 la «Gazzetta di Messina» annunciava la prima delle tante lezioni che Gaetano Salvemini avrebbe tenuto nella facoltà di Lettere nel corso di otto anni accademici.
    Quella prolusione segnava non solo il debutto accademico di un giovane professore (Salvemini aveva allora 28 anni), ma anche il primo incontro tra Salvemini e la città. L’attenzione cittadina traspariva infatti dall’ampio resoconto che il giornale locale riportava di quella prima lezione del nuovo docente universitario:

    Assistevano, oltre a un buon numero di studenti, il Rettore, i professori della facoltà di Filosofia e Lettere, e parecchi di altre facoltà e delle scuole secondarie. Nel suo discorso, denso di pensieri e condotto con rigoroso ragionamento, il chiarissimo professore mise in evidenza i rapporti che corrono tra le scienze storiche e la naturali, e sostenne competersi giustamente alla storia il titolo di «Scienza»; fu ascoltato con viva attenzione e fu salutato infine con applauso unanime.
    La nostra facoltà di Filosofia e Lettere, già ricca di egregi maestri, ha acquistato un nuovo elemento di valore nel professore Salvemini[8].

    Di questa prima lezione, che affrontava una tematica di attualità nel dibattito storiografico del tempo e che segna comunque una svolta fondamentale nella storiografia salveminiana, l’autore con una certa autoironia scriveva all’amico Carlo Placci:

    Il 21 novembre feci la prolusione sul tema «Scienze storiche e scienze naturali». Naturalmente, trattandosi di una conferenza fatta da me, non c’era nessuno. C’erano i colleghi della facoltà, che non si potevano risparmiare la corvée, una quindicina di studenti di lettere e cinque o sei altri sfaccendati capitati nella sala per combinazione e presi in trappola dalla mia entrata tutt’altro che trionfale. In compenso la prolusione vidi che piacque molto e nei giorni successivi vi furono parecchie persone, che ne volevano delle copie che io non posseggo. Nell’insieme dunque fu dal punto di vista coreografico un fiasco glaciale. Come insieme di idee, mi pare di non aver fatto opera del tutto sciocca[9].

    Quell’insieme di idee, pubblicate l’anno successivo nel saggio La storia considerata come scienza[10], affrontavano, come si è detto, un nodo centrale del dibattito sulla natura, definizione e oggetto della storia e la sua eventuale collocazione nell’ambito delle scienze.
    Il primo incontro con l’università avveniva dunque con un discorso che entrava nel vivo di una polemica storiografica di grande momento. Non una discussione «accademica», ma attuale e affrontata con decisione.
    A questa prima espressione di un impegno didattico di notevole spessore, che testimoniava lo spirito aperto e deciso con il quale Salvemini, reduce dal periodo fiorentino, iniziava i suoi corsi, avrebbe presto fatto riscontro una realtà caratterizzata da un ambiente universitario poco dinamico e condizionato fortemente da una limitata partecipazione degli studenti. La scarsa presenza dei peraltro pochi studenti e quindi anche la ridotta possibilità di «fare scuola» rendevano profondo il divario tra le aspirazioni di Salvemini e la routine quotidiana, una routine scandita dalle lezioni di storia svolte per la facoltà di Lettere, per la Scuola di Magistero e, dal 1905-1906, per la Scuola Pedagogica.
    Sempre per la facoltà di Lettere nel suo primo anno messinese Salvemini, oltre al corso di Storia moderna, svolgeva anche quello di Storia antica.
    La giornata di Salvemini in quel primo anno doveva dunque essere per la maggior parte dedicata alle lezioni e alla loro preparazione[11]. All’insegnamento universitario ufficiale si aggiungeva, sempre in quell’anno, il ciclo di lezioni sulla Rivoluzione francese che Salvemini svolgeva per l’Università Popolare che era stata istituita anche a Messina nel dicembre 1901.
    Destinatari delle lezioni nella facoltà di Lettere erano però, come si è detto, pochi studenti e Salvemini non tardava a lamentare quella scarsa presenza: «Le lezioni che io faccio all’Università – scriveva nel 1902 – mi sembrano non valere niente, in questo ho ragione, perché chi ha per pubblico due o tre uditori in tutto, uno più sciocco dell’altro, non può far lezione bene»[12].
    La presenza degli studenti, oltre che limitata, era anche saltuaria: a Messina – aggiungeva l’anno seguente - «l’insegnamento è un carnevale continuo: gli alunni vengono a lezione quando vogliono e per lo più non vogliono… È una posizione piuttosto seccante e priva di qualunque soddisfazione morale»[13].
    In effetti, quelli che seguivano il corso di Storia moderna erano addirittura meno di una decina l’anno, come si deduce dal numero degli esami di Storia moderna[14]:



    Più numerosi erano gli studenti della Scuola di Magistero e della Scuola di Pedagogia ai quali Salvemini teneva, come si è detto, altri corsi.
    La perdita dei documenti universitari ufficiali non consente di fornire indicazioni sui programmi svolti da Salvemini negli anni messinesi. È certo però che per l’anno accademico 1902-1903 il programma delle lezioni di Storia moderna della facoltà di Lettere si articolava in tre parti: una, metodologica, sulla critica delle fonti; una, monografica, sulla Rivoluzione francese e una terza, pratica, di esercitazioni. Anche il programma di esame era diviso in tre parti: a quella metodologica e a quella monografica si aggiungeva una parte del corso generale[15].
    Si può presumere poi che due degli studenti che nell’anno accademico 1904-1905 conseguivano la laurea in Lettere avessero come relatore proprio il professor Salvemini. Le due tesi riguardavano infatti La rivoluzione del 1647-48 in Catania e Barcellona Pozzo di Gotto nei moti politici del 1848 e la rivoluzione nella provincia di Messina[16].

    (...)


    [1] E. Tagliacozzo, Gaetano Salvemini nel cinquantennio liberale, Firenze 1959, p. 78.

    [2] La lettera di Salvemini a Carlo Placci è riportata da L. Minervini, Amico e maestro, in «Il Mondo», 22 ottobre 1957.

    [3] Salvemini a M. Berenson, 15 marzo 1935, in Lettere di Salvemini ai Berenson, a cira di U. Morra, in «Il Mondo», 13 settembre 1960.

    [4] I dati sono riportati dagli «Annuari della R. Università di Messina».

    [5] Sulla polemica con Ciccotti cfr. anche G. Salvemini, Movimento socialista e questione meridionale, Milano 1973, pp. 102 sgg.

    [6] Cfr. E. Tagliacozzo, op. cit., p. 59.

    [7] Salvemini a Carlo Placci, Molfetta 12 dicembre 1901, in G. Salvemini, Carteggi (1895-1911), a cura di E. Gencarelli, Milano 1968, p. 196 (da ora Carteggi). Alcune lettere di Pascoli e Salvemini si trovano in U. Seroni, Salvemini e Pascoli, in «Archivio trimestrale», 1983, n. 3-4, pp. 717-31. Cfr. anche G. Resta, Pascoli a Messina, Messina 1955.

    [8] «Gazzetta di Messina e delle Calabrie», 22-23 novembre 1901.

    [9] Salvemini a Carlo Placci, Molfetta 12 dicembre 1901, in Carteggi cit., p. 197.

    [10] Il saggio venne pubblicato nella «Rivista italiana di Sociologia», gennaio-febbraio 1902. Sulla prolusione e sul dibattito storiografico cfr. M. L. Salvadori, Gaetano Salvemini, Torino 1963, pp. 192 sgg.

    [11] Nell’anno accademico 1901-1902 Salvemini teneva lezione di Storia moderna (dalle 10,30 alle 11.30) e di Storia antica (dalle 14,30 alle 15,30) il martedì, il giovedì e il sabato nella facoltà di Lettere. Per la sezione storico-geografica della Scuola di Magistero, annessa alla facoltà di Lettere, teneva lezione di Storia moderna il mercoledì e di Storia antica il venerdì. Cfr. «Annuario della R. Università di Messina 1901-1902».

    [12] Salvemini a Carlo Placci, Altamura 6 ottobre 1902, in Carteggi cit., p. 221.

    [13] Salvemini a Pasquale Villari, Messina 6 marzo 1903, cit. da G. De Caro, Salvemini, Torino 1970, p. 146.

    [14] Cfr. «Annuari della R. Università di Messina».

    [15] «Annuario della R. Università di Messina 1902-1903», p. 283-4.

    [16] «Annuario della R. Università di Messina 1904-1905». Gli studenti erano Nicolò De Marco e Antonino Di Benedetto.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Salvemini a Messina

    Le ricerche.

    L’attività didattica e l’impegno in essa profuso sia pure per pochi studenti assorbivano molto tempo a scapito dell’attività scientifica. Qualche anno dopo a Pasquale Villari, che lo sollecitava a condurre in porto le ricerche già iniziate, Salvemini obiettava «l’enorme fatica che un insegnante universitario novellino trova nel preparare i corsi» e aggiungeva:

    Quando venni a Messina, le ricerche di storia fiorentina rimasero in asso: avrei potuto pubblicare un volume di documenti senza dir nulla; ma non ho voluto prostituirmi. La preparazione dei corsi mi ha assorbito una somma immensa di lavoro, e continuerà ad assorbirmi ancora per altri tre o quattro anni, finché non abbia messi insieme una serie di sei o sette corsi annuali, da poter poi ripetere a distanza sufficiente l’uno dall’altro con poca fatica[1].

    D’altra parte, poco dopo l’arrivo a Messina, Salvemini attraversava una specie di «deserto psichico», un lungo periodo di «aridità desolante» che si rifletteva sulla sua produzione scientifica ed anche su quella politica: «Mi accanisco – scriveva nell’ottobre del 1902 – intorno al lavoro sulla Rivoluzione francese, ma non riesco a cavarne quella costruzione, che mi soddisfi del tutto: non arrivo a scriver più neanche articoli per la ‘Critica sociale’. Sono insomma una specie di tronco inerte e infruttifero»[2].
    Era un momento di depressione creativa nel quale confluivano motivi di varia natura (la lontananza dagli amici fiorentini, il superlavoro didattico, ecc.) che contribuivano a rendere più fosca l’analisi e l’autocritica dello stesso Salvemini: «Attraverso un periodo di dolorosa aridità: nulla mi soddisfa, in tutto trovo che c’è un rovescio, critico ferocemente ogni mia idea, scrivo lunghe pagine e poi le distruggo: questo veder le cose da molti lati è un grande impaccio alle affermazioni, alle creazioni, all’azione insomma»[3].
    Erano in realtà anni di profonda elaborazione intorno a due dei lavori più importanti di Salvemini: la Rivoluzione francese e Mazzini hanno la loro genesi fisica durante gli anni messinesi.
    Gli studi sulla Rivoluzione francese, che Salvemini aveva cominciato nel 1898, andavano avanti tra momenti di depressione e di entusiasmo. La Rivoluzione francese era il tema monografico dell’anno accademico 1902-1903 alla facoltà di Lettere; era l’argomento delle lezioni tenute per l’Università Popolare nel 1902; era, insieme, un «incubo» e un «bel tema» come scriveva Salvemini nell’estate del 1903, trascorsa a Messina in attesa della nascita del quarto figlio e … della stesura del lavoro: «Io sono qui a lavorare, oppresso dalla mia Rivoluzione francese, che è diventata per me in incubo, un succobo, uno spirito delle tenebre, uno spirito delle procelle, una disperazione. Chi sa quando finirà. Eppure è un gran bel tema, più bello ancora di quella storia della rivoluzione italiana che io non arriverò mai a fare»[4].
    Intanto, mentre portava avanti la stesura della «sua» Rivoluzione francese e anticipava alcune parti su due riviste[5], Salvemini pensava anche ai risultati pratici legati alla sua pubblicazione. La promozione a ordinario e il trasferimento da Messina erano gli obiettivi e i risultati che con ottimismo pregustava nel gennaio del 1904:

    Spero fra qualche mese di pubblicare il primo volume della mia Rivoluzione francese. Poi sto preparando un altro volume di studi vari. Così ho pronta la tonnellata di carta stampata, necessaria per la promozione a ordinario (id est lire cinquemila invece di lire tremila) che dovrebbe avvenire in novembre. Allora come si può immaginare, io sarò un vero e proprio signore. Si figuri che mia moglie ha già pensato a farmi fare un abito nero comme il faut, tanto più che devo pronunciare in pompa magna il discorso inaugurale dell’anno venturo per l’università. Allora non mi resterà che aspettare una epizoozia di professori d’università nel continente perché mi sia possibile di occupare i loro stalli[6].

    Ma le previsioni di Salvemini si rivelavano in massima parte troppo ottimistiche: infatti la Rivoluzione francese veniva pubblicata, dopo alterne vicende editoriali, nell’estate del 1905[7]; la promozione a ordinario arrivava nel gennaio del 1906 e il trasferimento da Messina restava un’ipotesi delusa per due volte nel corso del 1905.
    Solo il discorso inaugurale dell’anno accademico 1905-1905 rispettava le previsioni. Il 5 dicembre 1904, infatti, Salvemini, nell’Aula Magna dell’università, leggeva al corpo accademico e alle autorità cittadine il suo discorso su Il pensiero e l’azione di Giuseppe Mazzini[8].
    Riportando una sintesi di quel discorso che conteneva «una nota spiccatamente socialista» e che era stato «spesso interrotto da calorosi applausi», il quotidiano locale riveriva: «L’ampia sala era gremita di pubblico sceltissimo, di autorità e notabilità. Vi si trovavano presenti tutti i professori delle scuole medie, gli studenti universitari e studenti di altri corsi. Notammo moltissime signore (…). Grandi e calorosi applausi salutano il discorso del chiarissimo professore Salvemini, che riceve da tutte le parti congratulazioni e strette di mano»[9].
    La circostanza, attraverso la quale l’università di Messina dimostrava il suo apprezzamento verso il giovane docente al quale affidava il compito di inaugurare l’anno accademico, diventava per Salvemini l’occasione per intervenire come storico su un argomento molto discusso in quel periodo, proprio mentre nel centenario della nascita di Mazzini i suoi Doveri dell’uomo diventavano, per una discutibile decisione del ministro Nasi, libro di testo nelle scuole medie suscitando vivaci polemiche tra storici e politici, soprattutto tra repubblicani e socialisti.
    Da quel discorso, sul quale Salvemini aveva lavorato «disperatamente» nei mesi precedenti, nasceva la prima delle numerose edizioni del Mazzini salveminiano[10].
    La produzione storiografica di Salvemini, dopo gli anni fiorentini dedicati agli studi medievali, si avviava negli anni messinesi decisamente verso il filone degli studi di storia moderna e contemporanea. Oltre alle due opere di maggior respiro, quali erano la Rivoluzione francese e il Mazzini, entrambe pubblicate nel 1905, l’elenco delle pubblicazioni del periodo messinese comprendeva anche il saggio su Il generale Pianell nella crisi napoletana del 1860, scritto nel 1904[11], e un altro saggio su Mazzini dall’aprile 1846 all’aprile 1848[12]; a questi si aggiungeva nel 1907 la seconda edizione della Rivoluzione francese.

    Concorsi e delusioni.

    Sul piano pratico, l’obiettivo di Salvemini restava pur sempre la nomina ad ordinario e soprattutto il trasferimento da Messina in una sede meno «periferica» sia in senso geografico che in senso culturale.
    Anche se nell’ambito universitario e cittadino in genere Salvemini era circondato da autentiche dimostrazioni di stima che stavano a dimostrare il prestigio di cui godeva sia tra i colleghi e gli studenti sia tra alcuni politici e intellettuali cittadini, non mancavano tuttavia nella esperienza messinese di Salvemini anche motivi di scontentezza.
    Nello scontento salveminiano entravano in gioco diversi fattori.
    Come docente e come studioso Salvemini avvertiva i condizionamenti che una università periferica, «fabbrica di professori» e di avvocati, presentava sul piano didattico (pochi e svogliati studenti) e sul piano scientifico (pochi strumenti per le sue ricerche): venendo da Firenze, Salvemini – scrive Tagliacozzo – trovava «meno libri, meno contatti intellettuali e meno possibilità di ‘fare scuola’»[13].
    Come intellettuale e osservatore politico Salvemini avvertiva poi fortemente i limiti e le difficoltà logistiche nei contatti con i suoi amici-interlocutori politici residenti per lo più nelle città del Centro-Nord con i quali dialogava o polemizzava dalle pagine della «Critica sociale».
    Gli anni messinesi coincidono con quelli in cui più intensa è la collaborazione alla «Critica sociale». Vengono scritti a Messina moltissimi dei saggi, delle polemiche, delle proposte apparse sulle colonne del periodico socialista fra il 1901 e il 1908.
    Anche per questi motivi, oltre che per naturali aspirazioni di carriera, l’università di Messina diventava sempre più stretta per Salvemini e i concorsi universitari si presentavano come le occasioni più opportune per poter rientrare fisicamente in ambienti universitari e culturali più attivi.
    Le speranze di Salvemini venivano però del tutto rese vane dalle decisioni di quella parte del mondo accademico nazionale che per due volte nel corso del 1905 era chiamata a giudicarlo come candidato prima alla successione a Firenze di Pasquale Villari, che da tempo esprimeva «il desiderio di chiedere il riposo», e poi nel concorso per la cattedra di Storia moderna dell’Accademia scientifico-letteraria di Milano.
    Negli esiti negativi non erano state determinanti motivazioni di carattere scientifico. Profonde perplessità aleggiavano negli ambienti universitari non tanto per le idee politiche di Salvemini, quanto per l’interesse stesso verso la politica che sarebbe prevalso su quello verso l’insegnamento. Pasquale Villari, che avrebbe visto volentieri sulla sua cattedra «l’antico scolaro», gli esprimeva infatti a chiare lettere i timori emersi a Firenze:

    Ella non deve credere che non si sia pensato a Lei, e molto meno che si sia fatto per le sue opinioni politiche. Naturalmente Lei, come nostro antico discepolo, e valoroso discepolo, che fa onore all’Istituto, col suo nome era il primo a presentarsi. L’essere socialista può dispiacere a qualcuno, ma a qualche altro può piacere o essere indifferente. C’è in tutti però la convinzione che Ella, appena nominato ordinario, anderà alla Camera e non potrà occuparsi della cattedra, come noi vorremmo. Non potrebbe pensare a far degli scolari. Qualunque proposito in contrario non varrebbe a nulla. Ella sarà trascinato dal suo fato. Questa è la opinione di tutti. A che serve, si dice, discutere del valore del Salvemini, quando di questo valore noi non potremmo profittare in nessun modo?[14]

    E, se questo non bastava, c’era da aggiungere – sempre secondo quanto riferiva Villari – anche

    l’impressione restante per l’agitazione da Lei promossa fra i professori delle scuole secondarie. Quando il Salvemini non sarà alla Camera, si dice, verrà fra noi a fare l’agitatore, il propagandista, e ne seguirà una discordia dannosa agli studi. Io Le dico questo per farLe sapere tutto, perché non creda che i Suoi professori l’abbiano dimenticato e non la stimino quanto Ella si merita. Il fatto che in questo ultimo tempo Ella, così operoso e fecondo, non ha pubblicato ancora nessun lavoro storico, si ripete continuamente. Ella certo non può ignorare che per me sarebbe stato assai lusinghiero vedere sulla cattedra di Storia un mio antico scolaro. Ma io sono come gli altri persuaso che è ormai l’interesse della politica[15].

    Alla lettera piena di stima e di rimproveri del vecchio maestro Salvemini rispondeva protestando per la motivazione che gli aveva precluso il ritorno di Firenze e che era a suo parere né giusta né spiegabile come potevano essere altre, ma solo «disonorevole». Inoltre spiegava la sua posizione oggetto di tanta perplessità riconducendo il rapporto tra politica e insegnamento nei più giusti termini di un problema morale:

    La politica, caro Maestro, io la faccio nelle horae subsecivae: invece di andare in bicicletta o di andare al caffè-concerto o di passare le notti con qualche amante, faccio della politica: ecco tutto. Ed Ella può informarsi presso i mei colleghi di Messina se la politica mi ha fatto mai mancare a una lezione: è vero che sono ancora straordinario e posso temere i fulmini della legge se non faccio il mio dovere, mentre quando fossi ordinario potrei fare a modo mio, sentendomi le spalle sicure. Ma posso assicurarLa che la paura non è la molla che mi spinge a far lezione: la molla è diversa: è il bisogno di compiere il mio dovere e di sentirmi stimato ed amato dagli alunni. E questo bisogno non verrà meno in me neanche quando sarò ordinario. E poiché io sento che la vera vita politica – non il piccolo dilettantismo che faccio io – rende impossibile a chiunque di occuparsi della scienza e della scuola, per questo non ho mai pensato a fare il rappresentante del popolo sovrano; non ho voluto mai essere neanche… consigliere comunale. E qui il fato non c’entra: lo tengo io per i capelli, e so fino a che punto posso lasciarlo sbizzarrirsi[16].

    Anche il concorso di Milano si risolveva alla fine del 1905 con esito negativo e Pasquale Villari ancora una volta tornava a ricordargli: «Le facoltà temono che Ella vada a mettere sottosopra la scolaresca, e che persista col darsi alla politica»[17].
    Questa volta però la delusione per Salvemini era più profonda. La reazione immediata arrivava anche al proposito, manifestato a Carlo Placci, di «buttare all’aria la carriera d’insegnante». Infatti – scriveva ancora all’amico Placci –

    la canaglia accademica, confinandomi a Messina e togliendomi ogni copioso mezzo di studio, m’impedisce appunto di riescire – dato che io ne abbia in me la stoffa – un grande storico. E bada che quest’ultimo concorso ha tappato tutti i buchi per dieci anni. E fra dieci anni io non concorrerò più, perché certi stravizi si fanno in gioventù solamente. Io ho fatto dieci concorsi in dieci anni. Ho il diritto di essere stanco. E oramai non intendo sottopormi più al giudizio di gente che disprezzo[18].

    Sulla base di queste considerazioni maturava in Salvemini la decisione di trasferirsi comunque da Messina troppo lontana dalle fonti di studio:

    Il mio piano nuovo di vita è oramai il seguente. Stabilire la mia famiglia a Firenze. Andare a Messina solo in quei quattro mesi in cui si fa lezione. Studiare a Firenze gli altri otto mesi. E lavorare da ora in poi liberamente e fieramente, senza più preoccupazioni né di cattedre, né di concorsi, trattando dall’alto in basso i giganti-pigmei del mondo ufficiale, godendomi la mia indipendenza, non cercando nulla agli altri, fidandomi solo in me stesso. La lezione di questo concorso mi è stata molto utile. Dopo un periodo di rabbia velenosa e di smanie distruggitrici, ho capito che il torto era mio e non dei miei giudici. Sono stato io un imbecille a lasciarmi giudicare da gente, che non può capirmi e che mi crede simile a sé. Non dovevo illudermi di poter vincere. E perciò non dovevo partecipare a una lotta, i cui resultati erano già fissati in precedenza. Mi servirà per l’avvenire[19].

    Andar via da Messina, dove pure – aveva scritto un anno prima - «vi sono pochi alunni e si avrebbero tante giustificazioni per non far nulla»[20], e tornare a contatto diretto con centri universitari più attivi restava per Salvemini il problema centrale nella prima metà del 1906, periodo durante il quale era impegnato a Roma, insieme a Girolamo Vitelli e Alfredo Galletti, nei lavori della commissione per la riforma della scuola media, istituita dal ministro della Pubblica Istruzione, Leonardo Bianchi.
    Le ipotesi migratorie di Salvemini passavano da Roma per approdare poi a Firenze, come spiegava a Pasquale Villari:

    Le confesso che per alcune settimane della passata primavera ho accarezzato il disegno di chiedere la nomina all’università di Roma come professore di storia del Risorgimento italiano (…). Ma il progetto rimase… progetto; perché per diventare realtà mi avrebbe costretto a parlare con questo e con quello, a porre magari in moto gli amici politici, a chiedere come favore ciò che – pur essendo giusto – non mi è lecito chiedere come diritto. E a questo genere di esercitazioni io non sono tagliato. Motivo per cui ho smessa ogni velleità migratrice. E mi sono contentato semplicemente di deliberare con mia moglie che l’anno venturo, quando sarà arrivata per il mio primo figliuolo l’età di andare al ginnasio e più viva sarà la necessità di mettere la famiglia in un ambiente più sano e meglio equilibrato di quell’dell’Italia sudicia, trasporteremo i penati a Firenze, e io farò il commesso viaggiatore e l’ebreo errante sulla linea Firenze-Messina, fino a quando non vi sarà un nuovo concorso e fino a quando la commissione giudicatrice di questo concorso non resulterà composta a modo mio: cioè fino a quando il buon Dio non mi chiamerà all’eterna pace[21].

    Per vari motivi il progetto migratorio restava solo una aspirazione, peraltro non condivisa dal Villari, che gli sconsigliava di mettere in atto quel forzato disegno dicendogli: «Non so approvare l’idea di abitare a Firenze restando professore a Messina. Sarebbe una falsa posizione che finirebbe col macerarla assai moralmente»[22].
    La vita universitaria di Salvemini in quei mesi però non era caratterizzata solo dalle delusioni concorsuali e dai propositi di trasferimento da Messina. Nel gennaio del 1906, contemporaneamente alla nascita del quinto figlio, arrivava la tanto attesa promozione a ordinario con lo stipendio di L. 5.000[23]. Inoltre la facoltà di Lettere proponeva di affidare a Salvemini uno dei nuovi incarichi di insegnamenti da attivare. Infatti, il 17 marzo 1906 il Consiglio di facoltà, «riconfermando i suoi ripetuti voti per l’istituzione di un insegnamento completo di Paleografia e diplomatica» in considerazione del notevole patrimonio di manoscritti esistenti nelle biblioteche cittadine, chiedeva che l’incarico stanziato in bilancio (L. 1.250) venisse diviso in due parti uguali per la Paleografia greca e per la Paleografia latina e diplomatica e che i due incarichi venissero affidati ad Augusto Mancini e a Gaetano Salvemini, che accettavano di dividersi la retribuzione prevista per un solo incarico[24].
    Nell’anno accademico 1905-1906 la presenza di Salvemini a Messina era molto ridotta a causa della sua partecipazione alla commissione ministeriale per la riforma della scuola secondaria. All’università lo sostituiva Valentino Labate, libero docente di Storia moderna dal giugno del 1905[25].
    La nomina di Salvemini da parte del ministro della Pubblica Istruzione a membro della commissione per la riforma della scuola era il riconoscimento ufficiale per l’impegno e le battaglie fatte per la scuola e per gli insegnanti.

    (...)


    [1] Salvemini a Pasquale Villari, Messina 18 luglio 1905, in Carteggi cit., p. 325.

    [2] Salvemini a Carlo Placci, Altamura 6 ottobre 1902, in Carteggi cit., p. 221.

    [3] Salvemini a Carlo Placci, Altamura 6 ottobre 1902, in Carteggi cit. p. 221.

    [4] Salvemini a Carlo Placci, Messina 21 agosto 1903, in Carteggi cit., p. 281.

    [5] La fuga da Varennes, in «Rivista d’Italia», 1903; Le cause sociali della Rivoluzione francese, in «Rivista italiana di Sociologia», 1903.

    [6] Salvemini a Carlo Placci, Messina 31 gennaio 1904, in Carteggi cit., p. 297.

    [7] La Rivoluzione francese (1788-1792), Pallestrini e C., Milano 1905. La seconda edizione fu pubblicata da Signorelli e Pallestrini, Milano 1907.

    [8] Cfr. il testo del discorso in «Annuario della R. Università di Messina 1904-1905», Messina 1905, pp. 17-138.

    [9] «Gazzetta di Messina», 4-5 dicembre 1904.

    [10] Il pensiero religioso, politico, sociale di Giuseppe Mazzini, Trimarchi, Messina 1905.

    [11] In «Atti dell’Accademia Peloritana dei Pericolanti», Messina, vol. XIX, fasc. I.

    [12] In Raccolta di scritti storici in onore del prof. G. Romano, Pavia 1907.

    [13] E. Tagliacozzo, Gaetano Salvemini cit., p. 59.

    [14] Pasquale Villari a Salvemini, Firenze 6 dicembre 1905, in Carteggi cit., p. 321.

    [15] Ibid.

    [16] Salvemini a P. Villari, Messina 18 luglio 1905, in Carteggi cit., p. 324.

    [17] Pasquale Villari a Salvemini, Firenze 6 dicembre 1905, in Carteggi cit., p. 329.

    [18] Salvemini a Carlo Placci, Roma 21 gennaio 1906, in Carteggi cit., p. 337.

    [19] Ibid.

    [20] Salvemini a Pasquale Villari, Messina 18 luglio 1905, in Carteggi cit., 326.

    [21] Salvemini a Pasquale Villari, Roma, 27 luglio 1906, in Carteggi cit., 342.

    [22] Pasquale Villari a Salvemini, Belluno 4 agosto 1906, in Carteggi cit., 342.

    [23] Archivio Centrale dello Stato, Ministero della P. I., Direzione Generale Istruzione Superiore, b. 259.

    [24] Ibid. La facoltà chiedeva anche un corso di Antichità ed epigrafia greca (per Ettore Ciccotti) e di Antichità romane ed epigrafia latina (per D’Addozio).

    [25] Ibid. Labate, originario di Gallico (Reggio Calabria), sostituì Salvemini dal 6 al 26 gennaio e dal 2 febbraio al giugno 1906.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Salvemini a Messina

    Per la scuola e gli insegnanti.

    La scuola e gli insegnanti costituivano, com’è noto, uno degli interessi principali di Salvemini soprattutto nel primo decennio del secolo.
    La sua personale esperienza di insegnante di scuola secondaria dal 1895 al 1901 e l’incontro con Giuseppe Kirner traducevano il suo interesse in un impegno organizzativo costante espresso dalla costituzione della Federazione degli insegnanti di scuola secondaria. La Federazione degli insegnanti diventava presto il polo di una battaglia civile per la scuola laica; e della Federazione Salvemini e Kirner erano «insieme il cervello e la forza animatrice» a livello nazionale.
    Anche Messina diventava una zona di intervento diretto di Salvemini già nel novembre del 1901, quando partecipava a pochi giorni dal suo arrivo ad una riunione della sezione cittadina con una relazione sul recente congresso della Federazione nazionale, della quale – ricordava nel resoconto il quotidiano locale - «il valoroso professore Salvemini è uno degli apostoli più ferventi»[1]. La partecipazione di Salvemini all’attività della sezione messinese non era episodica; proprio attraverso questa sezione, alla quale dedicava i suoi sforzi, Salvemini, sostenitore dell’autonomia delle sezioni locali coordinate dalla Federazione, «dava il modello di una vita organizzata che rifuggiva dal servilismo e dalla flessibilità dei metodi tradizionali»[2]. In questo suo impegno riusciva anche a coinvolgere altri docenti universitari che, come lui, erano stati o erano ancora anche insegnanti di scuola secondaria come Vincenzo Ussani e G. B. Grassi Bertazzi.
    Per tutta la durata del suo periodo messinese Salvemini partecipava in prima persona ai dibattiti e alle manifestazioni organizzate dai docenti, dei quali era il punto di riferimento, come si può vedere, ad es., durante il «comizio» organizzato a Messina dagli insegnanti della Calabria e della Sicilia nel maggio del 1903, quando il discorso di Salvemini «era continuamente interrotto da scroscianti applausi» e alla fine coronato da una grande ovazione. «Tutti i professori – riferiva la stampa cittadina – assediano l’oratore per congratularsi e se lo disputano per baciarlo, tanto è stato l’entusiasmo che il suo discorso ha suscitato»[3].
    Sempre a Messina venivano stampati in volume i discorsi e gli interventi di Salvemini sui problemi della scuola e degli insegnanti: nel 1903 infatti il tipografo-libraio messinese Muglia stampava gli scritti Per la scuola e per gli insegnanti.

    La «propaganda sott’acqua»

    Queste attività, questo impegno sociale, che tanti timori suscitavano nel mondo accademico, costituivano una parte non secondaria dell’azione politica, del modo stesso di fare politica da parte di Salvemini e si intrecciavano strettamente con i suoi interventi e le sue prese di posizione nel dibattito politico e ideologico del socialismo italiano dell’età giolittiana dalle pagine dell’«Avanti!» e della «Critica sociale».
    A Pasquale Villari, che gli esprimeva le sue preoccupazioni per questo impegno politico e sociale, Salvemini spiegava:

    Sono convinto che è mio dovere dedicare una parte della mia attività a promuovere nelle vie che a me sembrano in coscienza migliori il progresso del mio paese, e questo dovere mi sforzo di compierlo come meglio posso (…). Quanto al timore che Ella ha di vedermi abbandonare la scienza per la politica, io ho la certezza che esso sarà sempre smentito dai fatti. La mia testa è probabilmente storta; ma è certamente dura. La politica la faccio nei mesi di vacanza. Dieci mesi dell’anno per studiare mi resteranno sempre. E so il punto dove devo fermarmi.
    Il curioso è questo: che se io invece di dedicare due mesi alla politica, dedicassi tutti i dodici mesi dell’anno a un’amante o a far quattrini, la gente perbene non troverebbe nulla da ridire sul mio conto. E se invece di fare per due mesi soli la politica mia, facessi per tutti i dodici mesi la politica viceversa, allora entrerei anch’io nell’olimpo delle persone perbene, quando pure trascurassi del tutto il mio dovere scientifico[4].

    Se parte di quel «dovere» si traduceva nella partecipazione attiva alle vicende del socialismo italiano e nella battaglia per la scuola a livello nazionale, a Messina il professore Salvemini non era certo uno di quei «pazzi malinconici» - come li definiva Settembrini e come lui stesso ripeteva – che passavano la vita negli archivi, nei musei e nelle biblioteche.
    Si potrebbe presumere che la partecipazione di Salvemini alla vita politica locale sia stata attiva e costante.
    Ritrovare segni e testimonianze di attività politica svolta da Salvemini a Messina non è semplice.
    Della presenza e dell’attività di Salvemini al di fuori dell’ambito universitario a Messina restano nelle cronache cittadine solo pochi e frammentari riferimenti. E ciò non a caso, ma sembra quasi volutamente. Anche se a prima vista può sembrare strano o per lo meno inconsueto data la personalità di Salvemini, sembra quasi che lo stesso Salvemini abbia voluto lasciare nell’ombra i segni di una presenza che pur si avverte nella vita politica cittadina.
    Una possibile spiegazione potrebbe ritrovarsi in una delle «norme morali» che il professor Salvemini si era imposto da quando aveva iniziato la sua carriera di docente di Storia nel ginnasio di Palermo nel 1895-1896: quella, cioè, di non fare politica attiva nelle città che lo ospitavano come professore delle scuole statali. Ricorda infatti Tagliacozzo che «pur non celando le sue idee politiche, seguì rigidamente il criterio di astenersi dallo svolgere attività politica nelle città in cui insegnava ed a questo criterio rimase fedele anche da professore universitario»[5].
    Anche se non erano più gli anni in cui «un professorino di ginnasio e di liceo non poteva dichiarare apertamente di essere iscritto al Partito socialista, senza incorrere in guai»[6] ed era costretto a firmare con i noti pseudonimi di Tre Stelle, Rerum Scriptor, Un Travet, Il Pessimista, Il Federalista, ecc., gli articoli pubblicati su «Critica sociale» o su «Educazione politica»; anche se non erano più gli anni della reazione di fine secolo, per Salvemini quella norma andava ben al di là della contingenza politica o della necessità di salvaguardare l’impiego statale, unica fonte di reddito per la sua famiglia.
    Quella norma aveva una motivazione etica che impediva a Salvemini una commistione tra insegnamento e politica per tutta la sua carriera di docente. Infatti, ricorda sempre Tagliacozzo, l’entusiasmo profuso nelle lezioni, soprattutto in quelle sulla Rivoluzione francese e sul Risorgimento, «non intorbidiva il suo sforzo di essere obiettivo e non cedette mai alla tentazione di fare propaganda socialista in classe».
    Naturalmente, se insegnamento e politica attiva restavano due sfere di interesse e di azione distinte, ciò non significava che esse non procedessero parallelamente o che non si intrecciassero mai.
    La propaganda socialista trovava nella concezione salveminiana forme e modi inconsueti ma pur sempre efficaci di espressione.
    Nella Palermo del dopo-Fasci, ad esempio, ai colleghi del ginnasio che incontrava nella trattoria dove aveva per vicini di tavolo un consigliere di prefettura e tre addetti alla questura con i quali faceva amicizia, Salvemini spiegava «la causa della riduzione degli stipendi, perché mai gli stipendi grossi non li tocchino e falcidino i nostri senza misericordia; ho spiegato insomma la teoria della lotta di classe, senza parlare né di socialismo né di lotta di classe; e ogni volta che si presenta un’occasione qualsiasi, l’acchiappo a volo e faccio propaganda di socialismo… sott’acqua»[7].
    Anche le lezioni offrivano ovviamente varie opportunità. Sempre a Palermo iniziava con gli alunni un dialogo destinato a dare frutti nel futuro: come insegnante infatti Salvemini riteneva di essere più di prima utile al partito e spiegava a Carlo Placci:

    In classe io non parlo neanche lontanamente di socialismo: sarebbe imprudente e sarebbe inutile, perché non mi capirebbero. Ma ogni volta che mi si presenta l’occasione, dirigendo le letture dei miei bambini, di spiegar loro degli avvenimenti storici, di far loro capire come tutto, la costruzione politica, la economica, la giuridica, la religiosa si trasforma, che nulla è e tutto diviene, subito mi ci fermo su; e lo spiego con esempi spesso puerili anche, ma tutti tolti dal passato; e i ragazzi mi intendono e già cominciano ad avere un’idea chiara della teoria evoluzionistica senza che se ne avvedano[8].

    Quell’esperienza didattica veniva riproposta da Salvemini nelle altre sedi nelle quali andava a insegnare negli anni successivi con esiti esaltanti per il giovane professore che nel 1897 scriveva:

    Se resto in Faenza altri due anni, fra cinque anni tutta la Romagna sarà socialista. I miei scolari mi adorano; se domani il ministero volesse mandarmi via di qui per le mie idee, qui si ribellerebbero tutti. Io non smetto mai per un momento la mia prudenza; i miei scolari non riescono a capire come io la penso; vedono che dò ragione e torto a tutti e per questo stanno con me senza sospetto. Tutto questo non so se sia bene o male; certo è ipocrita; ma io debbo adattarmi all’ambiente. Non avrei mai immaginato di poter essere così utile al mio partito, come sono insegnando Storia a spese dello Stato[9].

    La propaganda «sott’acqua» era una delle forme attraverso le quali si esplicava l’attività politica di Salvemini, un’attività forzatamente ristretta dalla sua condizione di dipendente statale e volutamente limitata dalla sua etica professionale. Certo il peso di quella limitazione per il carattere attivo e dinamico di Salvemini doveva essere notevole ed era ampiamente avvertito già nel novembre del 1895, quando al suo arrivo a Palermo era andato «ad abitare, senza saperlo, in casa di un giovane socialista, amico dei capi del partito palermitano e parente del Lo Vetere» e qui conosceva anche Colnago «ed altri capi del partito che vengono spesso in casa. Io li interrogo, li ascolto, ma cerco di non prendere parte attiva in nulla. Se fossi libero, se fossi libero!»[10].
    Durante gli anni messinesi Salvemini restò coerente con il suo principio di non svolgere attività politica in primo piano, anche se una nota del prefetto di Messina nel 1903 lo qualificava come «un fiero propagandista delle dottrine socialiste» soprattutto «tra gli studenti nei quali ha grande ascendente»[11].
    Questa sua popolarità tra gli studenti era, ad esempio, messa in luce dal «fatto Morgana».
    Nel maggio 1903, durante una manifestazione antiaustriaca per protestare contro gli incidenti accaduti all’università di Innsbruck tra studenti austriaci e italiani, a Messina veniva accidentalmente ucciso da un poliziotto un operaio, il Morgana. La città, molto scossa dall’episodio, reagiva con manifestazioni e cortei e in particolare l’università diventava il centro delle proteste contro quel delitto. Salvemini, presente alla manifestazione tenuta nell’Aula Magna, pur non essendo oratore ufficiale, veniva «chiamato insistentemente» a prendere la parola. Nel suo discorso, «accolto da una vera ovazione», Salvemini affrontava il problema più complessivo dell’irredentismo e delle sue ripercussioni sulla vita nazionale[12].
    Questo è solo uno dei momenti di partecipazione attiva che danno modo a Salvemini di esprimere le sue posizioni di socialista. Lo stesso avviene in occasione del I maggio del 1903, quando nella vicina Reggio Calabria Salvemini pronuncia un discorso[13].
    Ma, al di là di questi episodi, la presenza di Salvemini socialista tra i socialisti messinesi si avverte in forma quasi indiretta ed è talvolta manifestata attraversi articoli sulla stampa socialista locale, con conferenze e discorsi anche su aspetti della vita politica cittadina, oltre che su temi di rilevanza nazionale, come ad es. il suffragio universale. È comunque una partecipazione dietro le quinte, meno nota, ma forse più significativa di quella del suo collega Giovanni Pascoli, il quale nel 1900 era stato invano designato dai socialisti messinesi a capeggiare la lista per le elezioni amministrative[14].
    D’altra parte, la presenza di Pascoli a Messina coincide con la fase di crescita del socialismo messinese e quella di Salvemini si inserisce in una fase politica di notevoli mutamenti del quadro politico cittadino.
    Quando Salvemini arriva a Messina il Partito socialista vive uno dei suoi momenti più positivi. Le elezioni politiche del giugno del 1900 avevano visto per la prima volta la vittoria di un candidato socialista, Giovanni Noè, eletto anche con il sostegno dell’Unione del partiti popolari, che già l’anno prima avevano ottenuto alle amministrative un notevole successo e avevano posto fine a una discussa amministrazione cittadina. La città è retta infatti da una giunta sostenuta dai partiti popolari (socialisti, repubblicani, radicali e monarchico-democratici).
    Nel giro di pochi anni però la connotazione politica e amministrativa varia sensibilmente. Le lacerazioni interne riaffiorano tra i socialisti e una sorta di «osmosi» si verifica tra i partiti popolari sempre più dominati dalla figura di Ludovico Fulci (monarchico-democratico). L’incisività di azione della giunta dei partiti popolari risulta molto ridotta e le elezioni amministrative e politiche del 1904 registrano la sconfitta dei partiti popolari e dei socialisti in particolare. Il socialista Noè viene sostituito alla Camera dal clericale Arigò.
    A questo mutamento politico cittadino Salvemini dedicava un articolo sul principale periodico socialista locale[15].
    In questo mutato clima politico si inseriva la presenza di Salvemini e i suoi contatti con la realtà locale erano, per i motivi ipotizzati, ridotti sotto l’aspetto della partecipazione attiva.
    Per Salvemini luogo deputato per l’attività politica (intesa come partecipazione alle campagne elettorali, comizi, conferenze, ecc.) restava sempre, anche negli anni messinesi, la sua Molfetta dove trascorreva le vacanze estive.
    Si potrebbe dire che tra il 1901 e il 1908 Salvemini era fisicamente a Messina, dove non trascurava una lezione all’università e dove partecipava non in prima fila alla vita politica cittadina; ma idealmente viveva a Milano nella redazione dell’«Avanti!» e della «Critica sociale», a Bologna nella sede della Federazione degli insegnanti, a Firenze tra gli amici e i maestri della gioventù e a Molfetta, palestra di politica attiva nel periodo elettorale ed estivo.
    Per questi suoi molteplici interessi e per il limiti che l’università di Messina, come tante altre nel Meridione, presentava sul piano didattico e scientifico, Salvemini più volte aveva manifestato l’intenzione di andar via da quella città.
    Sia pure in forma diversa, anche nell’università di Messina Salvemini si scontrava con quei caratteri negativi che denunciava nel noto saggio su Cocò e l’università di Napoli. Anche per queste considerazioni, all’indomani del terremoto, Salvemini si dichiarava contrario alla ricostituzione dell’università di Messina che, a suo giudizio, in quanto «fabbrica di professori e di corridori di preture», era anche in precedenza «perfettamente improduttiva e sotto qualche rispetto anche malefica» e proponeva in alternativa una scuola superiore di agricoltura e di commercio[16].
    Il terremoto del 28 dicembre 1908 segnava la tragedia familiare di Salvemini[17], e insieme la fine del suo complesso rapporto con una università meridionale alla quale si era accostato con molto impegno e dalla quale si distaccava in modo così tragico.

    ​M. D'Angelo


    [1] «Gazzetta di Messina», 27-28 novembre 1901.

    [2] E. Rota, Una pagina di storia contemporanea, in «Nuova Rivista storica», 1919, p. 358.

    [3] «Gazzetta di Messina», 10-11 maggio 1903.

    [4] Salvemini a Pasquale Villari, Messina 15 novembre 1904, in Carteggi cit., pp. 311-2.

    [5] E. Tagliacozzo, Gaetano Salvemini cit., p. 27.

    [6] E. Tagliacozzo, Nota biografica, in AA. VV., Gaetano Salvemini, Bari 1959, pp. 217-8.

    [7] Salvemini a Carlo Placci, Palermo 27 novembre 1895, in Carteggi cit., p. 11

    [8] Salvemini a Carlo Placci, Palermo 6 gennaio 1896, in Carteggi cit., p. 16.

    [9] Salvemini a Carlo Placci, Faenza 29 gennaio 1897, in Carteggi cit., p. 43

    [10] Salvemini a Carlo Placci, Palermo 6 gennaio 1896, in Carteggi cit., p. 15.

    [11] Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Casellario Politico Centrale, b. 4551.

    [12] Sul fatto Morgana cfr. «Gazzetta di Messina», 30-31 maggio 1903. Il «Giornale d’Italia» riportava un resoconto distorto del discorso di Salvemini, che inviava una lettera di rettifica al giornale. L’«Avanti!» (7 giugno 1903) pubblicava quella lettera e concludeva: «tutti i socialisti italiani non possono essere che completamente d’accordo col professor Salvemini».

    [13] Il testo del discorso di Salvemini è riportato dal periodico socialista calabrese «La Luce», 10 maggio 1903.

    [14] Cfr. G. Resta, op. cit.

    [15] «Germinal», 30 aprile 1905.

    [16] «Avanti!», 29 gennaio 1909: La questione dell’università di Messina.

    [17] Subito dopo il terremoto anche Salvemini era stato ritenuto morto insieme a tutta la sua famiglia. Alcuni giorni dopo lo stesso Salvemini, unico superstite in famiglia, descriveva il momento della tragedia: «Ero in letto allorquando sentii che tutto barcollava intorno a me e un rumore sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia, come ero, balzai dal letto e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva. Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come in un vortice, si inabissò, e tutto disparve in una nebbione denso, traversato da rumori come di valanga e da urla di gente che precipitando moriva. Tutto disparve tranne il muro maestro ove si trovava la finestra alla cui tenda m’ero avvinghiato con la frenesia della disperazione. Sotto di me – si deve pensare che ero al quarto piano – la macerie avevano fatto un cumulo tale che il mio urto fu meno forte di quanto potevo aspettarmi. Mi feci male ma non mi uccisi» («Avanti!», 8 gennaio 1909).
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