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    Predefinito La questione romana (1970)

    di Arturo Carlo Jemolo – In G. Spadolini (a cura di), “Il venti settembre nella storia d’Italia”, «Nuova Antologia», fasc. 2038, ottobre 1970, Roma, pp. 73-86.


    La questione romana sorge soltanto con l’ottocento.
    Sarebbe artificioso ricollegarla alle polemiche sulla falsa donazione di Costantino, o agli attacchi della Riforma alla figura del Papa, che, giungendo a farne quasi una creazione demoniaca, toccano tutti gli aspetti del suo ufficio e dei suoi poteri.
    Com’è noto, lo Stato pontificio, che affonda le proprie radici nell’alto medioevo, aveva assunto la sua configurazione tra la fine del secolo XV e l’inizio del XVI, avendo operato in particolare il Borgia a estirpare le minori signorie. Né la sua legittimità era mai stata contestata, anche perché non mancavano, sia pure entro l’ambito dell’impero, numerosi principati ecclesiastici, vescovi e abati sovrani, sì che uno Stato della Chiesa non appariva un unicum.
    La rivoluzione francese reca il primo colpo dell’annessione di Avignone e del Contado Venassino, nel 1791; poi nel giugno 1796 l’esercito di Bonaparte passa il Po e occupa Bologna e Ferrara; viene conchiuso l’armistizio di Bologna, ma i francesi lo rompono nel febbraio del ’97 e rapidamente giungono ad Ancona; col trattato di Tolentino del 1797 la S. Sede perde Bologna Ferrara e le Romagne, ma in fatto non rià le Marche, e nel febbraio 1798 Berthier occupa Roma.
    Nell’atto che viene formato e sottoscritto in una assemblea del popolo al Foro romano – poche centinaia di persone in realtà – si potrebbe anche rinvenire un primo abbozzo di legge separatista, perché mentre il popolo romano è proclamato sovrano, si dichiara che la religione dev’essere salva, che la dignità e l’autorità spirituali del Papa rimangono intatte, e si fa riserva di provvedere in seguito convenevolmente al suo mantenimento e alla salvaguardia della sua persona mediante una guardia nazionale.
    Ma nulla di ciò si realizza, perché Pio VI è deportato a Siena, poi sosta alla certosa d’Ema presso Firenze, e infine è condotto in Francia, a Valance, dove muore il 29 agosto 1799. La repubblica romana ha termine il 30 settembre 1799 con l’arrivo dell’armata napoletana.
    Pio VII ritorna a Roma nel giugno del 1800, ma restano ferme le rinunce accettate dalla S. Sede con il trattato di Tolentino. Nel 1805 i francesi occupano Ancona, e nel 1808 le province di Ancona, Macerata, Urbino e Camerino sono annesse al regno d’Italia. Infine il decreto del 17 maggio 1809 riunisce all’impero francese quel che resta dello Stato della Chiesa, proclamando Roma città libera e imperiale. Il senato-consulto 17 febbraio 1810 è un lontano precedente della legge delle guarentigie; in esso si proclama che il Papa cessa di essere sovrano in quanto «ogni sovranità straniera è incompatibile con l’esercizio di qualsiasi autorità spirituale nell’interno dell’impero»; al Papa è attribuito un appannaggio di due milioni di rendita su beni rurali; le spese del S. Collegio e quelle della Congregazione di Propaganda sono dichiarate imperiali.
    Com’è noto, alla Restaurazione la S. Sede riottenne tutti i possedimenti, tolto Avignone e il Contado Venassino.


    ***

    Cos’hanno rappresentato le due interruzioni, del 1798-99 e del 1809-14?
    Se ne è parlato un po’ nelle celebrazioni del secondo centenario della nascita di Napoleone, lo scorso anno. Il miglior conoscitore della materia, Vittorio Giuntella, ritiene che grandi entusiasmi si fossero realmente accesi nel 1798, che avrebbe rappresentato a Roma qualcosa di comparabile al 1789 francese; ma nota che i protagonisti, i consoli di questa effimera repubblica romana, scompaiono poi senza lasciare traccia; non riemergono più nel periodo napoleonico, non se ne sente più parlare.
    Del meno breve periodo imperiale restano tracce in qualche nome di via; c’è tra S. Pietro in Vincoli e il Colosseo una via della Polveriera, dove fino a una ventina di anni fa si scorgeva un bello stipite di porta, con la scritta Établissement impérial des poudres, e ancora sormonta il balcone del palazzo della Cancelleria la lastra marmorea «Corte d’appello» che ricorda come fosse usato il palazzo nel periodo napoleonico; e se pure Napoleone non sostasse mai al Quirinale, nella visita vi s’indica un’ala napoleonica.
    Per l’amministrazione di Roma l’impero si servì quasi interamente di romani, a cominciare dal nipote di Pio VI, Braschi Onesti; parte dei magistrati furono assunti dai ranghi degli avvocati concistoriali, e alcuni ritornarono dopo il 1814 ai vecchi compiti, qualcuno era già passato a Parigi e vi rimase.
    Ma il popolo, mi dice l’amico Giuntella, non ebbe alcun’adesione, e meno che mai entusiasmo, per il regime napoleonico; non avvertì che una dominazione straniera; né dopo il ’14 ne sentì alcuna nostalgia.
    D’altronde l’ondata generale antinapoleonica che seguì al Restaurazione favoriva in Italia e nel mondo l’accettazione del risorto Stato pontificio. I movimenti del 1830-31 se trovarono una consistenze nelle Romagne, a Roma non avevano base che in pochi carbonari ed elementi dell’antico esercito del regno italico; è noto come vi fossero implicati il futuro Napoleone III e il fratello Carlo.

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

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    Predefinito Re: La questione romana (1970)

    Quella che dal 1815 in poi continuamente risuona non è già la questione della legittimità dello Stato, ma la dolente nota delle riforme, che Pio VII e il prezioso coadiutore cardinal Consalvi riprendono subito (già erano state iniziate nel 1800): la abolizione o limitazione al minimo di ogni potere baronale; nuova ripartizione amministrativa, abolizione delle leggi municipali e così avvio alla legislazione uniforme per tutto lo Stato, separazione tra potere giudiziario e amministrativo, pubblicazione nel 1817 di un codice di procedura civile, un regolamento sul catasto del 1819. Ma incontriamo ostacoli nella più gran parte dei cardinali e in tutti coloro che dalle riforme sarebbero lesi nel proprio interesse.
    Occorre pur ricordare che lo Stato pontificio già sul finire del settecento aveva una legislazione ben più arretrata di quella degli altri Stati, per essere mancato un Papa che fosse l’equivalente dei prìncipi riformatori.
    Alla restaurazione il Mezzogiorno aveva conservato le riforme tanucciane e quelle di re Giuseppe e Murat; e aveva nella sua amministrazione molti valorosi elementi immessivi nel periodo muratiano; la Toscana godeva delle riforme leopoldine; lo stesso Piemonte, ch’era stato pur esso carente di prìncipi decisamente riformatori, aveva però la tradizione di un’amministrazione onesta ed efficiente, un’ottima magistratura, e non pochi funzionari formatisi nel periodo napoleonico.
    È altresì da aggiungere che anche papi e cardinali riformatori non volevano togliere allo Stato pontificio la sua peculiarità, di avere le più alte cariche civili affidate a prelati (molte volte non sacerdoti, ma investiti solo degli ordini minori).
    Dopo i moti del 1830-31 gli ambasciatori di Francia e Austria, i ministri di Russia e Prussia e un inviato straordinario inglese tengono nell’aprile del ’31 in Roma una conferenza per suggerire al Pontefice le riforme che dovrebbero soddisfare le aspirazioni dei moderati. Incontrano forti resistenze; tuttavia un funzionario austriaco, il Sebregondi, che rimane a lungo a Roma, ottiene una serie di editti e regolamenti riformatori, tra l’altro d’ora innanzi le cause che non siano quelle ecclesiastiche verranno trattate in italiano e non più in latino.
    Come si vede, si era in un notevole ritardo rispetto al resto d’Italia.

    (...)
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    Predefinito Re: La questione romana (1970)

    Peraltro non si pone ancora in forse la legittimità del potere temporale.
    C’è nell’aria il desiderio delle Romagne di distaccarsi, di divenire con Ferrara un dominio austriaco, o di formare un regno che comprenda Bologna e Modena sotto Francesco IV; ma nulla di concreto; e Roma e l’Umbria sono quiete. D’altronde le grandi Potenze europee tengono al mantenimento dell’assetto creato dal Trattato di Vienna, temono che ogni mutamento costituisca una crepa in un edificio che intendono conservare.
    Il principio di nazionalità si è affermato con la rivoluzione francese; non sarà più legittimo il dominio di un sovrano su popoli diversi, pervenuti sotto il suo scettro per vicende dinastiche, successioni paterne e materne, ma soltanto lo Stato nazionale, omogeneo.
    L’Italia ha la comunità di lingua, di tradizioni, di religione; quando il problema si porrà gli avversari, anzitutto Montalembert, opporranno che non è mai esistito uno Stato italiano, che il remoto impero romano aveva ben altri confini, che da secoli esiste invece una molteplicità di Stati italiani; opporranno la diversità del clima, delle abitudini; se questi termini fossero già in uso, potrebbero altresì opporre che una parte dell’Italia appartiene al mondo mediterraneo, un’altra converge verso il centro dell’Europa, è a suo modo Mitteleuropa.
    Sta tuttavia che è antica la coscienza di una unità nazionale, anche nei poeti e letterati che non pensavano affatto a contestare le legittimità dei singoli sovrani; sta che l’Italia colta è una, sicché si parli d’influenza gianseniste o di Rousseau, o di anglofilia del settecento, non possiamo isolare una regione, ma abbiamo un quadro inscindibile che va da Trento alla Sicilia (estranea invece la Savoia). E sta che si forma presto in Europa come una linea di demarcazione tra gli Stati fondati su una omogenea unità nazionale e quelli senza tale unità: che, se si prescinde dall’Italia, sono poi soltanto l’Austria e la Russia.
    La resurrezione della Grecia, la formazione del Belgio, fanno apparire destinata dovunque a successo l’idea di nazionalità; comincia la resurrezione delle tradizioni, delle lingue, dei singoli Stati slavi.
    Tuttavia l’affermazione delle necessità di una unità politica per l’Italia arriva tardi; i moti del 1821 e del 1830 rivendicano soltanto regìmi costituzionali.
    È il libro di Gioberti che fa esplodere un’aspirazione ch’era già nelle coscienze; ma non si tratta che di una forma federale; lungi dalla soppressione dello Stato pontificio, il Papa dovrebbe essere posto a capo della confederazione italiana.
    La questione romana sorge solo dopo il ’49, la caduta della repubblica romana, il fermo convincimento di Pio IX della incompatibilità dell’interesse religioso con i regìmi rappresentativi, la restaurazione dei sovrani che il ’48 aveva cacciato, e che pur essi dividono il convincimento del Papa della incompatibilità tra regìmi rappresentativi e autorità regia e si stringono nella ortodossia cattolica. Le aspirazioni liberali e unitarie del ’48 sono ormai legate al regno di Sardegna; e questo, anche per rassicurare tutti i liberali d’Italia di ogni gradazione sulla lealtà del re, sul suo fermo proposito di mantenere la Costituzione, deve accentuare con una legislazione antiecclesiastica il proprio distacco da Pio IX e dalla linea di condotta seguita dai prìncipi ritornati sui loro troni.
    C’è in materia una significativa pagina nel Rinnovamento del Gioberti, l’opera che antivede e traccia il disegno del risorgimento, fino alla legge delle guarentigie.
    Ormai è posto il dilemma: o l’unità politica dell’Italia non si farà, o dovrà sacrificare lo Stato pontificio.
    La guerra del ’59, e i moti popolari che l’accompagnano, gli avvenimenti del ’60, privano la S. Sede della più gran parte dei suoi dominî, che sono ridotto al Lazio.
    E a questo momento Cavour in un memorando discorso, che è il suo canto del cigno, enuncia la necessità di Roma come capitale d’Italia, negando così implicitamente la possibilità della soluzione di una Roma città pontificia, unico dominio lasciato al Pontefice, per consentirgli di mantenere la posizione di sovrano.
    Grande ammiratore dell’opera di Cavour, ho tuttavia il sospetto che a questo momento egli scorgesse pericoli inesistenti e non ne vedesse uno reale; e bruciasse dietro a sé i vascelli, cioè la possibilità di un accordo che consentisse di lasciare al Papa la sola città di Roma, annettendo all’Italia tutto quel che restava dello Stato pontificio (e nessuno avrebbe potuto scorgere negata l’unità per ciò che rimanesse fuori del regno una Roma, città di congregazioni, di conventi e di archeologi, mèta di pellegrinaggi e di stranieri intellettuali).
    Cavour nel discorso del 25 marzo 1861 diceva essere necessario proclamare subito, anche se non si sapesse quando Roma avrebbe potuto essere annessa al regno, ch’essa sarebbe stata la capitale: «finché la questione della capitale non sarà definita vi sarà sempre motivo di dispareri e di discordie fra le varie parti d’Italia… È facile a concepirsi che persone di buona fede, persone illuminate e anche dotate di molto ingegno, ora sostengano o per considerazioni storiche o per considerazioni artistiche, o per qualunque altra considerazione la preferenza a darsi a questa o a quell’altra città come capitale d’Italia; capisco che questa discussione sia per ora possibile; ma se l’Italia costituita avesse già stabilita in Roma la sua capitale, credete voi che tale discussione fosse ancora possibile? Certo che no […] La questione della capitale non si scioglie per ragioni né di clima, né di topografia, neanche per ragioni morali. È il sentimento dei popoli quello che decide le questioni ad essa relative […] in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia d’Italia del tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato».
    In fatto quel che muoveva Cavour, in polemica con D’Azeglio, a chiudere la via a ogni discussione, a ogni alternativa, circa la futura capitale del regno, era il timore delle lotte che potessero scatenarsi tra le città italiane per divenire la sede del re, del parlamento, del governo; e probabilmente poteva anche il ricordo dei contrasti accennatisi nel ’48 tra Torino e Milano allorché si era sperato nella costituzione di un regno dell’Alta Italia. E qui l’esperienza del poi non confermò i suoi timori.
    Allorché poco più di tre anni dopo fu decretato il trasporto della capitale a Firenze, né Napoli – la città più popolosa, la capitale fino al ’60 del maggiore stato Italiano -, né Milano sollevarono contrasti (anche se qualche deputato disse che il Governo aveva avuto paura di Napoli, per il malcontento sollevato nel Mezzogiorno dall’annessione in poi); solo Torino insorse, con un rancore che non si placò, nella sua rappresentanza, neppure dopo il ’70.
    Cavour era troppo colto per non sapere che Roma era stata un centro mondiale, prima con l’impero, poi con il papato, ma non era mai stata il cuore dell’Italia; il Mezzogiorno aveva una sua complessa storia, con momenti di grande luminosità, cui Roma era del tutto estranea, e che da secoli aveva Napoli per centro; tutta l’Alta Italia, comprese le città appartenenti allo Stato pontificio, Bologna e Ferrara, non gravitava né spiritualmente né economicamente su Roma.
    E Cavour, così chiuso alla nostalgia degli archi e delle colonne, che viaggiò molto per il suo tempo, ma mai sentì il desiderio di visitare Roma, non si rendeva conto (come si può farlo per le tentazioni cui noi siamo chiusi?) del pericolo insito in quel nome, in quei ricordi di Roma.
    Non sto a richiamare le belle pagine di Chabod su «La missione di Roma» e su «L’ombra di Cesare» nel volume Le premesse alla Storia della politica estera italiana dal 1860 al 1896; è troppo noto a tutti quanto pesassero per due terzi di secolo, dal 1870 al 1940, il monito che a Roma non si sta senza una missione mondiale, i ricordi dell’impero; quanto questi fattori allontanassero dalla pacata considerazione delle possibilità dell’Italia, del miglior modo di destinare le sue limitate risorse.
    Comunque, sorgeva il problema politico del come andare a Roma, che Cavour sperava risolvere con la «libertà della Chiesa» che il Papa avrebbe accettato – e qui si rivelarono esatte le previsioni degli avversari, che osservavano come alla Chiesa le intromissioni statali, specie se regolati da Concordati, non pesavano poi troppo, e meno che mai ora che i mezzi di comunicazione, la stampa libera, avevano smussato le armi giurisdizionaliste ancora possedute dagli Stati, e ciò che Pio IX proprio non voleva era la mano tesa a quel regìme parlamentare italiano ch’egli riteneva nefasto per la salute spirituale dei credenti; e si dava il problema giuridico, di come l’Italia potesse affermare un suo diritto su Roma, su uno Stato straniero.
    Cavour lo toccava nel discorso del 27 marzo: occorreva mostrare all’Europa che Roma era indispensabile all’Italia; perché se si fosse trattato di ottenere un’altra città, che non potesse dirsi indispensabile, e che l’Italia intendesse far sua, alle potenze cattoliche che si opponessero essa potrebbe ribattere invocando «il principio del non intervento ed il principio del diritto che i popoli hanno di manifestare la loro opinione, tutti insomma i grandi principii sui quali riposa il diritto internazionale. Ma i diplomatici vi risponderebbero che in politica non vi è niente d’assoluto, che tutte le regole patiscono eccezione, che noi non intendiamo applicare in modo assoluto a tutte le parti d’Italia il principio della nazionalità; e quindi, come consentiamo che Malta rimanga agl’inglesi, dobbiamo consentire che una terra non necessaria alla costituzione d’Italia rimanga sotto il dominio del papa. Ci si direbbe che l’interesse italiano, essendo d’ordine secondario, non deve prevalere all’interesse generale dell’umanità».
    L’Italia con Mancini per giustificare la propria formazione aveva levato alto il principio di nazionalità come fondamentale del diritto internazionale; Cavour era conscio come quel principio andasse invocato con prudenza, perché significava illegittimità di troppi Stati esistenti (Austria, Russia, Turchia, la stessa Inghilterra per via dell’Irlanda); e preferiva rifarsi al principio di necessità. Non poteva presagire che quasi un secolo più tardi quel principio sarebbe stato invocato a coonestare brutte pagine di storia.
    Ma già allora applicato a Roma il principio appariva debole; necessità di un popolo di avere un’altra terra non per ragioni economiche, per evitare un soffocamento, ma per evitare rivalità intestine…
    Non è a stupire che nella polemica che seguirà poi fino al ’70, l’impostazione giuridica della controversia sia diversa.
    Da parte italiana un po’ si punta sul diritto di ogni popolo di disporre di sé, e quindi dei romani, dei laziali; finché costituiscono uno Stato, occorre considerarli come un popolo che ha diritto di disporre di sé.
    Il principio è caldamente invocato fino a che si confida in una insurrezione dei romani. Questa però non viene: non viene nel ’67, dove repubblicani, carbonari, compiono ogni sforzo per dare occasione al popolo di Roma d’insorgere; nel Viterbese, nella fascia prossima all’Umbria si ebbero piccoli moti, facilmente repressi, però con qualche vittima (ancora in molti paesi le lapidi ne ricordano i nomi), ma a Roma oltre l’episodio di Giuditta Tavani Arquati, l’attentato di Monti e Tognetti, le piccole sommosse del 22 ottobre a porta S. Paolo e al Campidoglio, ben poco la cronaca ebbe a registrare.
    E allora la parola d’ordine fu che neppure i romani avevano il diritto di decidere delle sorti di Roma, ma gl’italiani, perché Roma era Italia, il Lazio parte viva della famiglia italiana.
    Da parte cattolica si diceva che anche a voler passare sopra ai titoli legittimi, che da secoli stavano alla base del potere del Papa, Roma apparteneva alla cattolicità, era la città sacra per eccellenza; se anche fosse stato possibile mettere da parte il Papa, sarebbero stati i cattolici a dover dire se sarebbe apparsa ancora garantita una libertà della S. Sede allorché non avesse più la sovranità su un adeguato territorio.
    E quasi parallelamente tutti gli elementi conservatori o moderati d’Europa, pure i non cattolici, obiettavano che si trattava di una di quelle questioni d’interesse generale, che non possono essere lasciate alla decisione di un solo Stato, anche se materialmente tocchino il suo territorio, perché è in gioco la tranquillità di tutte o almeno di molte nazioni: materia di conferenza internazionale (era il secolo in cui queste risolvevano i problemi). (Il discorso che in diritto internazionale si è più volte fatto, a proposito di fiumi navigabili che pongono in relazione tra loro più d’uno Stato, o di stretti, che, se pure i due promontori appartengano a un medesimo Stato, danno però passaggio a mari su cui si affacciano altri Stati; il discorso che probabilmente farebbe l’Europa oggi, se fosse ancora l’Europa dell’ottocento, a proposito di Gerusalemme, dicendo che il destino di quella città trascende gl’interessi di arabi e d’israeliani).

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    Predefinito Re: La questione romana (1970)

    Al che peraltro l’Italia poteva ancora opporre ch’era quella una mitigazione, ma non un abbandono di linea, di fronte al discorso che teneva Montalembert, dovere gl’italiani rinunciare alla loro unità, per la tranquillità di tutti i popoli cattolici, perché la Chiesa, esercitando la sovranità su un determinato territorio, costruendo in questo un modello di Stato cattolico, potesse poi esercitare una semplice direzione spirituale nel resto del mondo. Opporre che non c’era una ragione perché il popolo italiano, di cui i romani non erano che una frazione, non potesse disporre liberamente di sé: fosse, in questo punto essenziale, in condizione deteriore rispetto agli altri popoli.
    Ma è vano cercare di porre in termini giuridici un problema politico, tale da appassionare larghe masse. E la temperie così di tutta la Sinistra italiana, dagli uomini di governo che già avevano seduto nel consiglio dei ministri fino ai mazziniani e ai carbonari, come dei cattolici di tutto il mondo, da vescovi antiinfallibilisti come il Dupanloup alla dedizione incondizionata a quanto facesse e dicesse il Papa di un Veuillot, non poteva essere più rovente.
    Giovò all’Italia il fervore religioso di Pio IX, quel suo candore per cui le convenienze politiche non lo arrestavano mai, tirando diritto per la sua strada allorché credeva che il suo dovere religioso di Papa fosse di agire in un dato modo, anche se non potesse ignorare lo scandalo che avrebbe destato nella opinione non pur liberale ma moderata, la difficoltà in cui avrebbe posto i governi amici.
    Undici anni prima Pio IX non aveva potuto ignorare lo scandalo che avrebbe dato alla opinione moderata europea togliendo il fanciullo Mortara ai genitori (ricordare le osservazioni di Gramont su ciò che l’episodio rivelava dei pericoli insiti nel potere temporale); qualche po’ l’intervento francese del ’59 ne era stato facilitato. Non poteva ignorare ora come la sua ferma volontà di fare definire dal Concilio Vaticano la infallibilità pontificia, pur se una parte, non ingente ma eletta, dell’episcopato e del clero fosse avversa a quella dichiarazione, rafforzasse tutte le posizioni politiche antipapali, tutti i governi moderati già inclini a disinteressarsi dell’Italia.
    Tuttavia, la opinione pubblica francese ci restava ostile, più che per sentire religioso, per la idea che fosse stato grave errore di Napoleone III passare sopra quella specie di caposaldo politico, essere di danno alla Francia il formarsi di una unità tedesca come di una italiana.
    Fu la guerra franco-prussiana e soprattutto la proclamata decadenza dell’imperatore a lasciare libero il passo all’Italia per conquistare Roma; caduto Napoleone III, che era stato veramente il grande amico nostro, e che aveva svolto una politica personale, per quanto toccava l’Italia spesso in contrasto con i suoi ministri, con l’opinione pubblica, non si poteva più parlare di vincoli morali dell’Italia.
    Le Potenze europee si disinteressarono della vicenda; non ebbero neppure difficoltà a spostare le rappresentanze diplomatiche da Firenze a Roma quando la capitale vi fu trasferita.
    Svanita la possibilità di un avvento del conte di Chambord al trono di Francia – il solo che, fuori del proprio tempo com’era, avrebbe potuto concepire una guerra per ridare al Papa la sua sovranità – cosa rimaneva della questione romana? le proteste del Pontefice, esplicantisi con la sua clausura nel Vaticano, voti di congressi cattolici, nulla più.
    L’Austria non muoveva difficoltà ad accettare l’Italia nella Triplice alleanza, e Francesco Giuseppe – che sempre mandò a Leone XIII consigli di moderazione a ogni suo accenno ad allontanarsi da Roma per protesta contro qualche offesa – credeva di essere a posto con la propria coscienza facendo notare al Pontefice – vera tartuferia – che il trattato della Triplice non conteneva la clausola con cui le Potenze contraenti s’impegnavano a garantirsi l’attuale territorio: l’Austria non aveva garantito all’Italia l’ex-Stato pontificio.
    Restava la molestia dei sovrani cattolici che rifiutavano di rendere visita al re a Roma – e la mancata visita di Francesco Giuseppe fu uno degli elementi d’impopolarità della Triplice -, l’astensione, sempre meno intensa, dei cattolici dalle elezioni politiche, restò l’attività della S. Sede volta a impedire che una principessa cattolica potesse sposare il principe ereditario (non c’era ostracismo per i rami cadetti, Aosta e Genova).
    Ma man mano tutto cadeva: l’allontanamento dalle urne dei cattolici dopo il 1904 subì sempre più larghe deroghe, e dopo la prima guerra mondiale, dopo che Benedetto XV aveva invitato i capi di Stato con cui era in relazioni diplomatiche a trasmettere le sue note di pace pure al re d’Italia, dopo che lo stesso Benedetto e poi Pio XI avevano accettato di ricevere i sovrani cattolici ospiti del re d’Italia, dopo che anche formalmente, nel ’19, era caduto il non expedit, non restava più nulla.
    Diveniva incomprensibile quella clausura del Papa in Vaticano, di cui le giovani generazioni non comprendevano il perché. Si può essere tentati di dire che fu grande abilità della S. Sede di tenere in vita una protesta, per quanto platonica e inutile, onde poterne ancora al momento opportuno fare moneta di scambio. Ma sarebbe rilievo errato.
    Sarebbe fare un ingiusto torto a Mussolini pensare che nel ’29 avesse l’ingenuità di effettuare le concessioni del Concordato in cambio della rinuncia della S. Sede alle rivendicazioni territoriali; prendesse per moneta d’oro quella ch’era moneta di rame. Ciò che in effetto otteneva era l’appoggio pontificio al suo prestigio, il sacrificio dei cattolici liberali, l’adesione della S. Sede a una concezione autoritaria, il favore, che non venne meno sino alla formazione dell’Asse italo-tedesco, e neppure allora interamente, di tutti i partiti cattolici del mondo.
    Questo Mussolini otteneva con i Patti lateranensi, ed era molto; ma lo era perché il prestigio mondiale della S. Sede era continuamente accresciuto dal 1870 in poi, e cresciuto proprio in virtù della perdita del potere temporale, della liberazione da cure, crucci, dallo sfavore che accompagna ogni repressione pur necessaria, dai compromessi cui non può sottrarsi chi governa uno Stato, che quella perdita aveva importato. Che poi Mussolini sciupasse la moneta d’oro ricevuta è altro discorso.


    Arturo Carlo Jemolo
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    Di Alvise nel forum Destra Radicale
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