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    Predefinito L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935




    di Santi Fedele – In «Nuova Antologia», a. CXXVI, fasc. 2180, ottobre-dicembre 1991, Le Monnier, Firenze, pp. 203-244.

    Il presente saggio costituisce un’anticipazione di un più ampio studio su Politica e cultura nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935.
    Dei «Quaderni di Giustizia e Libertà» il movimento omonimo pubblicò a Parigi dodici numeri in un arco cronologico di tre anni compresa tra il gennaio 1932 e il gennaio 1935. Scadenzati con periodicità mediamente trimestrale, i «Quaderni» si componevano di un numero di pagine variante tra un minimo di 80 (n. 1) a un massimo di 172 (n. 12) per un totale di 1484 pagine. Stampati con una tiratura media di 2.000 copie, i «Quaderni» venivano in parte diffusi all’estero tramite abbonamenti, rivendite e distribuzione militante e in parte, realizzati su carta velina o camuffati con copertine e frontespizi posticci, introdotti clandestinamente in Italia.
    Dei «Quaderni» la Casa editrice Bottega d’Erasmo di Torino ha realizzato due ristampe fototipiche: la prima nel 1959 corredata da un saggio introduttivo di Alberto Tarchiani, «Giustizia e Libertà» a Parigi, dal sommario dei dodici «Quaderni» e da note biografiche sui collaboratori della rivista; la seconda nel 1975 arricchita da una Premessa di Alessandro Galante Garrone.

    1. Fascismo e storia d’Italia: «carattere» degli italiani

    «Il fascismo sprofonda le sue radici nel sottosuolo italico; esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie di tutta la nazione». Questo giudizio di Carlo Rosselli, formulato nel primo dei dodici «Quaderni di Giustizia e Libertà» in polemica con la chiave di lettura prettamente marxista e classista del fenomeno fascista sostenuta da Giorgio Amendola dalle pagine di «Lo Stato Operaio»[1], sintetizza con molta efficacia uno degli aspetti peculiari dell’interpretazione del fascismo elaborata da GL: il nesso profondo esistente tra storia d’Italia e fascismo e tra quest’ultimo e il «carattere» degli italiani.
    Era stato lo stesso Rosselli, del resto, a sviluppare questi temi in alcune pagine del suo Socialismo liberale, rilevando come secoli di servaggio avessero fatto sì che l’italiano medio oscillasse tra l’abitudine servile e il ribellismo anarcoide rimanendo estraneo al concetto della vita come lotta e missione e alla nozione della libertà come dovere morale[2].

    Gli italiani – aveva notato il futuro leader giellista – sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e di machiavellismo di basso rango che li induce a contaminare, irridendoli, tutti i valori, e a trasformare in commedia le più cupe tragedie. Abituati a ragionare per intermediari nei grandi problemi della coscienza, un vero appalto spirituale, è naturale che si rassegnino facilmente all’appalto anche nei grandi problemi della vita politica. L’intervento del Deus ex machina, del duce, del domatore, si chiami esso papa, re, Mussolini, risponde sovente ad una loro necessità psicologica. Da questo punto di vista il governo mussoliniano è tutt’altro che rivoluzionario. Si riallaccia alla tradizione e procede sulla linea del minimo sforzo. Il fascismo è, contro tutte le apparenze, il più passivo risultato della storia italiana. Gigantesco rigurgito di secoli e abbietto fenomeno di adattamento e di rinunzia[3].

    In altre parole, per usare la celebre definizione di Gobetti che Rosselli fa propria sin dalle pagine di Socialismo liberale e a cui successivamente egli si richiama nei «Quaderni» per rivendicare la linea di continuità politica e ideale che lega il movimento giellista all’esperienza di pensiero e di lotta dell’intellettuale torinese[4], «il fascismo è stato in certo senso l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell’unanimità, che rifugge dall’eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo[5].

    (...)


    [1] [C. ROSSELLI], Risposta a Giorgio Amendola, in «Quaderni di Giustizia e Libertà» (d’ora in poi QGL), n. 1, gennaio 1932, pp. 38-39. L’articolo di G. AMENDOLA, Con il proletariato o contro il proletariato?, era apparso ne «Lo Stato Operaio» del giugno 1931, pp. 309-318.
    Risposta a Giorgio Amendola, come diversi altri dei più importanti e significativi articoli di Rosselli apparsi nei «Quaderni», sono ora compresi nell’antologia di Scritti politici a cura di Z. Ciuffoletti e P. Bagnoli, Napoli, 1988, e nel secondo volume delle Opere scelte di Carlo Rosselli, Scritti dell’esilio, a cura di C. Casucci, Torino, 1988.

    [2] C. ROSSELLI, Socialismo liberale, in Opere scelte di Carlo Rosselli, vol. I, a cura di J. Rosselli, Torino, 1973, p. 456. È stata questa la prima edizione critica di Socialismo liberale condotta sul manoscritto originale del saggio, composto al confino di Lipari negli anni 1928-29 e successivamente completato e ritoccato nei primi mesi dell’esilio parigino. In precedenza di Socialismo liberale si aveva un’edizione in francese (Paris, 1930) e un’edizione in italiano (Milano, 1945) condotta sull’edizione francese ritradotta.

    [3] Ivi, p. 457. Per le antecedenti elaborazioni di Rosselli in tema di rapporti tra fascismo e storia d’Italia si rinvia alla fondamentale monografia di N. TRANFAGLIA, Carlo Rosselli dall’interventismo a «Giustizia e Libertà», Bari, 1968.

    [4] Cfr. [C. ROSSELLI], Risposta a Giorgio Amendola, cit., p. 39.

    [5] C. ROSSELLI, Socialismo liberale, cit., p. 462. La formula rosselliana riproduce, con lievi modifiche, l’enunciato di P. GOBETTI, Elogio della ghigliottina, in «La Rivoluzione Liberale», 23 novembre 1922, poi ripreso in La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Torino, 1964 (1° ediz. 1924), p. 179.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    Questo tema della debolezza di «carattere» degli italiani, delle cause storiche che l’hanno determinata e delle conseguenze che essa ha prodotto in termini di una ritardata formazione della coscienza civile e politica del cittadino, originatosi per influsso prevalente, se non esclusivo, dell’insegnamento gobettiano ripreso e sviluppato da Rosselli prima al confino e quindi in esilio, finisce con l’avere larga risonanza e suscitare generale consenso tra gli aderenti a un movimento, quello giellista, per il quale volontarismo etico, esaltazione del primato dell’azione e intransigenza più assoluta nei confronti dell’avversario fascista rappresentano veri e propri caratteri costitutivi.
    Così se Rosselli nota che «non è il genio politico, la capacità di scoprire nuove sintesi storico-economico-filosofiche che manca agli italiani. Quel che manca è il carattere, la volontà della lotta, l’ostinazione nel sacrificio, la coerenza […] tra pensiero e azione, tra programmi di vita e vita vissuta»[1]; Emilio Lussu, dal canto suo, nell’esaltare, a fronte degli squallidi episodi di opportunismo di recente prodottisi sulla scena politica italiana, l’esempio di fedeltà e coerenza alle proprie idee offerto da Errico Malatesta in tutto il corso della sua esistenza, afferma, in sintonia di vedute con l’autore di Socialismo liberale, che «non è l’intelligenza che manca agli italiani. Essi ne hanno da esportare. Manca il carattere»[2].
    Allo stesso modo, Carlo Levi ravvisa le radici profonde del fascismo nella «ereditata incapacità di essere liberi», nella «paura della passione e della responsabilità, che porta a ricercare adorando chi ce ne privi e ce ne liberi» e nel «bisogno di un ordine esteriore che possa assumersi a riprova e quasi sostituto della inesistente moralità»[3], giungendo così con lo sposare la tesi gobettiana che nel fascismo «vedeva ben a ragione l’ultima e più totale espressione dell’incapacità alla libertà degli italiani, della debolezza morale, del collaborazionismo»[4].
    A sua volta Umberto Calosso assume la sconcertante conversione religiosa di Giovanni Papini a episodio emblematico delle «tare profonde» che gravano sull’anima italiana[5], come pure di Marcello Cirenei è l’analisi del fascismo quale «retaggio di venti secoli quasi di servitù politica»[6] e di Lionello Venturi le annotazioni sulla «dignità morale del popolo italiano» che ha facilitato il trionfo di Mussolini[7].
    Sulla stessa lunghezza d’onda, sebbene a un livello d’approfondimento maggiore, si nuove Nicola Chiaromonte, il quale, oltre a ravvisare nel fascismo l’espressione estrema di un popolo «minato alla sorgente prima di un ordine civile, il costume»[8], si sforza di indagare le torbide quanto profonde motivazioni emozionali che sono state alla base del sorgere del fenomeno fascista[9].
    Una variazione o, meglio ancora, una specificazione sul tema del «carattere» degli italiani, è quella dell’influsso esercitato su di esso nel corso dei secoli dalla Chiesa cattolica. Sulla scia di una tematica su cui si era esercitata la riflessione politica e culturale di alcuni dei collaboratori di «La Rivoluzione Liberale», era stato lo stesso Rosselli a evidenziare nelle pagine di Socialismo liberale il duplice e concomitante fenomeno dell’assenza in Italia di quelle lotte di religione «lievito massimo del liberalismo, atto di nascita dell’uomo moderno» e del dominio incontrastato di un cattolicesimo rimasto «estraneo anche al processo di purificazione che seguì la Riforma»[10].
    È la medesima ispirazione laica che si ritrova in chi come Carlo Levi additerà uno dei tratti salienti del «carattere» italiano nell’abitudine all’indulgenza liberatrice e alla dimenticanza del peccato nella facile obbedienza agli intermediari con Dio[11], che indurrà Calosso ad affermare, in una successiva fase di accentuazione della polemica non solo anticlericale ma ormai anche dichiaratamente anticattolica di GL, «che il peccato originale che ha compromesso il nostro sviluppo morale, che lo ha ridotto alla sensualità, all’esteriorità e alla corruzione di ogni cosa, famiglia, politica, letteratura, gioventù, è la nostra eredità romana, la nostra condizione di sacrestia del mondo»[12].
    Non mancano, come si vede, giudizi parziali, esasperazioni polemiche e forse anche la ricerca di facili effetti giornalistici. E tuttavia cadremmo in errore se, isolando questa insistenza dei giellisti sul tema del «carattere» degli italiani conseguente a secoli di servaggio politico e di incontrastata egemonia religiosa e culturale della Chiesa romana, vi scorgessimo un elemento fuorviante nella definizione di una compiuta analisi del fenomeno fascista. Al contrario, il tema del «carattere» degli italiani e dei fenomeni che hanno concorso a formarlo, va letto come aspetto non secondario di uno sforzo interpretativo che muovendo dal rifiuto di spiegazioni schematiche, univoche e perciò fuorvianti, tende, come avremo modo di constatare tra poco, a cogliere del fenomeno fascista gli aspetti più profondi e complessi, alla ricerca di una interpretazione globale e perciò esaustiva, nell’ambito della quale l’analisi del contesto economico e della dinamica sociale e politica si accompagna a valutazioni di ordine culturale e psicologico e l’attenzione rivolta alle cause più recenti (guerra mondiale e crisi postbellica) non va a scapito della considerazione di fenomeni di lunga durata quali appunto il retaggio dei secoli precedenti di storia nazionale e lo stesso «carattere» che nel corso di essi si è andato formando.
    L’analisi del rapporto intercorrente fra il fascismo e la precedente storia d’Italia è del resto più attenta e approfondita di quanto potrebbe far pensare, nella sua parzialità, il richiamo insistito a elementi «metastorici» come il «carattere» degli italiani o anch’essi alquanto indeterminati, perché sviluppatisi nel corso di diversi secoli, come l’influenza della Chiesa cattolica. Sta a dimostrarlo, tra l’altro, lo sforzo di approfondimento critico di cui si sostanzierà di lì a qualche anno il vivace e spregiudicato dibattito, ospitato dalla stampa giellista, sul Risorgimento, il suo significato e la sua eredità storica.

    (...)


    [1] [C. ROSSELLI], Risposta a Giorgio Amendola, cit., p. 35.

    [2] TIRR. [E. LUSSU], Errico Malatesta, in QGL, n. 5, dicembre 1932, p. 41. Analogo concetto troviamo espresso in una nota redazionale anonima in cui, nell’introdurre alcuni inediti di Giustino Fortunato, si esaltano come mirabili, perché non comuni negli italiani, le grandi doti di coerenza e di dignità di cui seppe dar prova il grande meridionalista lucano. Pagine inedite di Giustino Fortunato, in QGL, n. 4, settembre 1932, pp. 38-40.

    [3] R. S. [C. LEVI], Seconda lettera all’Italia, in QGL, n. 2, marzo 1932, p. 11.
    Su questo scritto di Carlo Levi ha di recente richiamato l’attenzione Giovanni Spadolini. Cfr. N. BOBBIO – G. SPADOLINI, Carlo Levi, artista gobettiano, in «Nuova Antologia», ottobre-dicembre 1990, pp. 96-106.

    [4] [C. LEVI], Piero Gobetti e la rivoluzione liberale, in QGL, n. 7, giugno 1933, p. 44.

    [5] FABR. [U. CALOSSO], Papini, e la palma del martirio, in QGL, n. 5, dicembre 1932, pp. 49-54.

    [6] [M. CIRENEI], Risposte all’inchiesta di «Giustizia e Libertà». I, in QGL, n. 6, marzo 1933, p. 86.

    [7] LA FOREST. [L. VENTURI], Tre dittature, in QGL, n. 12, gennaio 1935, p. 165.

    [8] BRUNO [N. CHIAROMONTE], Il prete, in «Giustizia e Libertà», 29 giugno 1934.

    [9] VERUS [N. CHIAROMONTE], La crisi morale del fascismo, in «Giustizia e Libertà», 15 giugno 1934.
    Il tema del «carattere» degli italiani quale humus in cui affondano le radici del fascismo non è nella letteratura dell’esilio prerogativa esclusiva dei giellisti. Tra le formazioni politiche ricostituitesi nell’emigrazione il motivo ricorre nella stampa del PRI, partito che peraltro già nel 1924 aveva additato nel «malcostume politico» del popolo italiano le «ragioni d’essere» e le «radici spirituali» del fascismo (Cfr. Manifesto del Paese della Direzione del PRI, in «La Voce Repubblicana», 17 febbraio 1924). Tra i singoli esponenti antifascisti il tema è presente nel saggio di G. A. BORGESE, Goliah: The March of Fascism, New York, 1938 (trad. ital. Golia. Marcia del fascismo, Milano, 1946) e soprattutto in alcuni articoli di Giuseppe Donati, secondo il quale il fascismo si è ricollegato a un «fondo tradizionale di infantilismo, per non dire altro, popolaresco, la cui sopravvivenza ed il cui vigoreggiare attuali provano la superficialità e l’inconsistenza della coscienza civile italiana […]». G. DONATI, Il popolo italiano nel Risorgimento, in «Il Pungolo», 1-15 luglio 1919, poi in Scritti politici, a cura di G. Rossini, Roma, 1956, p. 387. Sull’argomento vedasi R. DE FELICE, Le interpretazioni del fascismo, Bari, 1974 (1a ed. 1969), pp. 204 sgg.

    [10] C. ROSSLLI, Socialismo liberale, cit., p. 458.

    [11] R. S. [C. LEVI], Seconda lettera dall’Italia, cit., p. 11.

    [12] U. CALOSSO, Rivoluzione antisacerdotale, in «Giustizia e Libertà», 21 febbraio 1936.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    2. Una controversa eredità: il Risorgimento

    Il dibattito sul Risorgimento, di gran lunga il più ampio e articolato tra quanti sviluppatisi nell’esilio antifascista[1], si origina da una vera e propria «provocazione intellettuale» di Andrea Caffi. Il rivoluzionario italiano-russo parte dalla svalutazione della figura di Mazzini, pensatore di scarso vigore speculativo e politico di limitati orizzonti, per giungere al nocciolo della questione: il rapporto tra antifascismo giellista e tradizione risorgimentale. Caffi sostiene con forza l’inopportunità di un richiamo alle «sacre memorie» del Risorgimento italiano, di questo «residuo di vanità nazionale da mettere in soffitta». Ciò per diverse ragioni: per le connotazioni provinciali di un movimento come quello risorgimentale che circoscrisse e rattenne nel chiuso ambito nazionale fermenti e aspirazioni, pure esistenti, di più ampio respiro europeo; per l’assoluta impermeabilità di tutte le correnti risorgimentali, non esclusa quella democratico-mazziniana, a una questione sociale già allora viva e presente nei suoi termini essenziali (e a riprova di ciò Caffi fa riferimento agli studi di Nello Rosselli); per gli esiti infine del Risorgimento, «addomesticato, deviato, confiscato da profittatori equivoci» sì da determinare «un disagio sociale ed un marasma della vita intellettuale in Italia, che hanno avuto per sbocco (tutt’altro che inaspettato) il fascismo»[2].
    Caffi finisce pertanto col configurare un rapporto non antitetico bensì di sostanziale continuità tra la compagine statale prodotta dagli esiti risorgimentali e il fascismo, in ciò sostenuto da chi come Chiaromonte non solo consente con le tesi di Caffi ma le porta alle estreme conseguenze dichiarando esplicitamente la propria avversione non soltanto alle risultanze compromissorie e moderate del processo risorgimentale ma al Risorgimento in sé, nel suo principio animatore, come passione nazionale, Chiaromonte usa l’espressione «impeto nazionale», che ha deviato, pervertendola, ogni aspirazione alla libertà e alla democrazia»[3].
    È fin troppo evidente l’inaccettabilità di posizioni siffatte per un movimento come GL il cui stesso motto «Insorgere – Risorgere» denota una chiara derivazione risorgimentale e nei cui fogli di propaganda non è infrequente il duplice accostamento tra fascismo e antirisorgimento e tra movimento antifascista e Secondo Risorgimento d’Italia. Il tema della lotta antifascista quale nuovo Risorgimento contraddistingue in particolare tutta la prima fase, eroica ed attivistica di GL compresa tra la fondazione del movimento e gli ultimi mesi del 1931. Esso non è presente soltanto in una pubblicazione tutta all’insegna di un certo patriottismo tradizionale e retorico qual è quello che ispira l’opuscolo Agli studenti d’Italia di Ettore Janni (gennaio 1930)[4], ma pervade un po’ tutta la pubblicistica giellista degli anni 1929-31. Così è per il richiamo a Pisacane e Garibaldi nel primo (novembre 1929) bollettino di «Giustizia e Libertà. Movimento rivoluzionario antifascista»[5] e per l’esaltazione del sacrificio dei martiri di Belfiore nel dodicesimo numero della medesima serie di pubblicazioni[6]; per i nomi di Oberdan e Orsini associati a quello di Fernando De Rosa, autore nell’ottobre del 1929 di un attentato al principe Umberto di Savoia in visita a Bruxelles[7], e per l’accostamento tra martirologio antifascista (Matteotti, Amendola, Don Minzoni, Piccinini, Pilati, Di Vagno, Sozzi, Ceva ecc.) e martirologio risorgimentale (Caracciolo, i Bandiera, Menotti, Speri, Sciesa, Ruffini, Mameli ecc.) che è il tema di uno dei manifestini destinati alla distribuzione clandestina in Italia[8]. Il saluto a Milano «città delle Cinque Giornate» abbinato al motto «Insorgere – Risorgere» figura in uno dei volantini lanciati da Bassanesi sul capoluogo lombardo, i cui cittadini GL con altro volantino invita ad astenersi dal tabacco ad emulazione dell’esempio risorgimentale[9]. E se, superata la prima fase del movimento, meno frequente sarà a partire dal 1932 il richiamo alla tradizione democratico-insurrezionale e ai martiri risorgimentali, ciò non implicherà l’abbandono né del motto «Insorgere – Risorgere» che rimarrà, posto ai lati della spada fiammeggiante, parte integrante del simbolo ufficiale del movimento per tutta la serie dei dodici «Quaderni», né dalla dizione Secondo Risorgimento d’Italia per indicare la lotta di liberazione dal fascismo.
    Ce né a sufficienza per capire come le «provocatorie» prese di posizione d Caffi e Chiaromonte siano destinate a suscitare repliche immediate e decise prese di distanza. A parte Calosso, che risponde per le rime a Caffi esaltando in Mazzini «l’anima del Risorgimento italiano e il profeta delle giovani nazioni d’Europa con un cerchio di risonanza più ampio e profondo di quanto non si sospetti comunemente […]»[10], la «difesa» del Risorgimento viene assunta da Rosselli e Franco Venturi.
    Muovendo dall’esigenza di salvaguardare il legame politico-ideale dell’antifascismo giellista con la tradizione laica, repubblicana e democratica del mazzinianesimo e delle altre correnti più avanzate del Risorgimento senza perciò pervenire a una troppo brusca sconfessione delle posizioni di Caffi e Chiaromonte, Rosselli imposta con molta cautela, compiendo sapiente opera di mediazione politica, il problema di stabilire «se ed entro quali limiti il movimento rivoluzionario italiano possa ricollegarsi al Risorgimento o a talune correnti di esso, oppure se debba farne tabula rasa lasciandone il monopolio al fascismo»[11]. La risposta di Rosselli a questo quesito consiste non nella semplice distinzione ma nella netta contrapposizione tra il «mito ufficiale e scolastico» del Risorgimento elaborato da quell’«Italia savoiarda, moderata, filistea», sortita dal processo risorgimentale, e la tradizione popolare, democratica e repubblicana impersonata, nelle sue diverse espressioni, dai vari Mazzini, Cattaneo, Ferrari, Pisacane, Montanelli ecc., per i quali, sostiene Rosselli, il problema dell’indipendenza non fu mai disgiunto da quello sociale ma anzi «concepito come auto-riscatto del popolo non da una servitù altrui ma da una servitù sua propria, morale, politica, economica».
    Il Risorgimento come potenziale idea-forza ispiratrice della lotta politica va pertanto, ritiene Rosselli, allo stesso tempo rigettato e accolto. Rigettato nei suoi esiti naturali, perché, come afferma il leader giellista, «tra lo Stato italiano dopo il ’60 e il fascismo c’è un rapporto, se non di filiazione, per lo meno di degenerazione progressiva […]»; accolto come «Risorgimento popolare, proletario, e cui la rivoluzione italiana può e deve idealmente ricollegarsi, come deve ricollegarsi alla meravigliose lotte e battaglie di strada di Milano, di Brescia, di Venezia, di Roma […]». Se non si operasse questa distribuzione e si rigettasse in toto la tradizione risorgimentale, si regalerebbe alla storiografia sabauda e alla propaganda fascista il monopolio dello sfruttamento del mito risorgimentale. E ciò da parte degli antifascisti sarebbe errore gravissimo. Rosselli lo ribadisce prendendo decisamente le distanze dalle suggestioni internazionalistico-elitarie di Caffi e Chiaromonte.

    Il sentimento nazionale – egli scrive – esiste e non lo si cancella di colpo. Dobbiamo fare come se non fosse, per ridurci all’ipocrisia dell’internazionalismo astratto e impotente dei socialisti vecchio stile […]? Oppure, come Mazzini, e meglio di Mazzini, farne una forza in senso europeo, un termine necessario di passaggio, di educazione, di costruzione, spogliando di ogni legame con la tradizione statale, mistica, nazionalista, imperialistica e con la illusione mazziniana del primato?[12].

    Così affrontando e risolvendo la questione del rapporto tra tradizione risorgimentale e lotta antifascista, Rosselli perviene, in ultima analisi, a conclusioni che non divergono molto dalle impostazioni prevalenti, a metà degli anni trenta, nelle altre componenti dell’antifascismo di sinistra: i repubblicani storici del PRI saldamente ancorati alla contrapposizione dicotomica tra democrazia repubblicano-risorgimentale fonte d’ispirazione e d’esempio per le componenti più avanzate dello schieramento antifascista, e conservatorismo monarchico-statale di cui il fascismo è al contempo incarnazione ultima e difensore estremo[13]; i socialisti non solo non insensibili al tema del «Secondo Risorgimento»[14] ma anche propensi a recuperare ed esaltare, soprattutto attraverso la figura di Garibaldi[15], la componente internazionalista, popolare e protosocialista della democrazia risorgimentale; i comunisti rapidamente convertitisi, con l’avvio della politica dei fronti popolari, dal rigetto del Risorgimento quale «rivoluzione borghese» fallita alla rivendicazione per il partito comunista del ruolo di «erede delle migliori tradizioni rivoluzionarie dell’epoca del Risorgimento nazionale […]»[16].
    Le preoccupazioni «politiche», di mediazione interna al movimento che ispirano l’articolo di Rosselli non condizionano invece minimamente gli interventi nel dibattito di Franco Venturi[17], studioso poco più che ventenne ma già in grado di palesare le doti di acutezza d’analisi e di penetrazione critica del futuro storico di fama internazionale. Se Rosselli ammette per parte sua che «non si tratta di risolvere un problema di storiografia», Venturi invece imposta la questione in termini prevalentemente storiografici e di una storiografia in linea con la migliore tradizione storicistica. Quell’attitudine storicistica a valutare uomini, avvenimenti e processi storici nel contesto in cui ebbero ad originarsi e svilupparsi, che nel mentre impedisce di contrapporre al mito ufficiale e scolastico del Risorgimento un antimito negativo altrettanto mistificante, induce al discernimento critico tra quanto di localistico vi fu nel moto risorgimentale e quanto di autenticamente europeo, vale a dire di espressione dello «spirito di libertà che animò il XIX secolo».
    Richiamandosi esplicitamente ai contemporanei studi pubblicati da Adolfo Omodeo nella crociana «Critica»[18], Venturi sottopone a critica radicale il metodo, forse produttivo sotto il profilo polemico-giornalistico ma inaccettabile in un contesto storiografico, di valutare avvenimenti e correnti politici col sistema del «vedere come sono andati a finire». Così per l’appunto per la passione unitaria che animò il Risorgimento nazionale, sulla quale le risultanze ultime dello Stato monarchico postunitario non possono proiettare l’ombra del discredito e della condanna a posteriori.
    Del movimento risorgimentale e della sua componente democratico-mazziniana in particolare, Venturi sottolinea il valore morale che seppe dare al problema dell’Unità nazionale, conferendo ad esso, mai disgiunto da quello della libertà, una precisa valenza politica di superamento di ogni angusta dimensione campanilistica e regionalistica.

    L’«Unità come Mazzini la intese – scrive il giovane studioso – è l’idea che doveva superare questi «egoismi», tanto all’interno quanto all’esterno. È questa la forma che doveva prendere in lui una libertà attiva, espansiva, rivoluzionaria. Tale rimase in fondo per tutti, specialmente per i migliori del Risorgimento. E mentre alcuni tentarono di svisare il principio di nazionalità riducendolo a qualche cosa di naturalistico, di fatale (il primato giobertiano, ecc.), altri (Cattaneo, ad esempio) tentarono di concepirlo sempre meno come un fatto, e sempre più come una forma della libertà. È questo lo sforzo dei migliori del secolo passato in tutta Europa. […] È perciò errato confondere questa idea di nazione con i nazionalismi attuali che sono appunto la reazione a tutto questo processo per tornare ad una concezione razzista della nazione[19].

    In questa precisa discriminante tra sentimento nazionale e patriottico di derivazione risorgimentale e sua degenerazione nazionalistica ad opera del fascismo, sta il principale punto di convergenza tra l’impostazione di Ventura e quella di Rosselli e al contempo il contributo di maggiore chiarezza in tema di rapporti tra Risorgimento e fascismo da un lato e valori risorgimentali e ideali ispiratori dell’antifascismo dall’altro.

    (...)


    [1] Cfr. A. GAROSCI, Vita di Carlo Rosselli, Firenze, 1973 (1a ed. 1945), vol. II, pp. 335-37.

    [2] ANDREA [A. CAFFI], Appunti su Mazzini, in «Giustizia e Libertà», 29 marzo 1935.

    [3] LUCIANO [N. CHIAROMONTE], Sul Risorgimento, in «Giustizia e Libertà», 19 aprile 1935. L’intenzione di portare avanti «un piccolo processo al Risorgimento, finito nazionalista e provinciale da democratico e europeo» era stata prima e indipendentemente dall’articolo di Caffi manifestata da Chiaromonte a Rosselli in una lettera del 5 agosto 1934. La lettera in Archivi del movimento «Giustizia e Libertà», custoditi presso l’Istituto per la storia della Resistenza in Toscana di Firenze (d’ora in poi AGL), sez. I, fasc. 1, sottof. 30, n. 1.

    [4] Copia dell’opuscolo in AGL, sez. IV, fasc. 2, sottof. 1, inserto 1, n. 2. L’attribuzione a Janni è di A. GAROSCI, op. cit., vol. I, p. 181.

    [5] Copia di esso in AGL, sez. IV, fasc. 2, sottof. 1, inserto 2, n. 1.

    [6] Copia di esso in AGL, sez. IV, fasc. 2, sottof. 1, inserto 2, n. 8.

    [7] Cfr. «Giustizia e Libertà, Movimento rivoluzionario antifascista», n. 11, ottobre 1930, Copia di esso in AGL, sez. IV, fasc. 2, sottof. 1, inserto 2, n. 7.

    [8] Copia di esso in AGL, sez. IV, fasc. 3, n. 10.

    [9] Ambedue i volantini si trovano riprodotti nell’opuscolo Il processo di Lugano (gennaio 1931). Copia di esso in AGL, sez. IV, fasc. 2, sottof. 1, inserto 2, n. 14. Sull’episodio e sul significato del richiamo risorgimentale vedasi E. DECLEVA – A. COLOMBO, Milano antifascista: dal volo di Bassanesi agli arresti di «Giustizia e Libertà», in «Nuova Antologia», gennaio-marzo 1991, pp. 179-190.
    Com’è noto, la questione del «Secondo Risorgimento» costituisce all’inizio degli anni trenta uno dei principali bersagli degli attacchi polemici rivolti dal PCd’I al movimento giellista. Dopo che già «Lo Stato Operaio» (giugno 1931, p. 300) aveva denunciato come mistificante il richiamo al «Nuovo Risorgimento», è Togliatti (ERCOLI [P. TOGLIATTI], Sul movimento di «Giustizia e Libertà», in «Lo Stato Operaio», settembre 1931, pp. 463-73) ad accusare GL di puntare alla restaurazione integrale del mito risorgimentale, di quel Risorgimento che nella realtà era stato «movimento stentato, limitato, rachitico». Sia pure nel contesto di un’esasperazione polemica, inserita nel clima particolare della propaganda contro i «socialfascisti», che induce Togliatti ad affermare, tra l’altro, che «la tradizione del Risorgimento vive quindi nel fascismo» e che «Mazzini, se fosse vivo, plaudirebbe alle dottrine corporative», il leader comunista coglie però in certo qual modo nel segno rimproverando agli intellettuali giellisti un atteggiamento retrogrado rispetto a quella radicale riconsiderazione critica del mito del risorgimentale «cui era già arrivata la critica storica più spregiudicata».
    Sul rapporto in generale tra antifascisti e tradizione risorgimentale vedasi il saggio di C. PAVONE, Le idee della resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento, in «Passato e presente», gennaio-febbraio 1959, pp. 850-918. Per quanto concerne in particolare l’aspirazione risorgimentale del movimento giellista vedasi A. ASOR ROSA, La cultura, in Storia d’Italia. Vol. IV. Dall’Unità a oggi, Torino, 1975, p. 1543.

    [10] U. CALOSSO, Palinodia mazziniana, in «Giustizia e Libertà», 24 maggio 1935.

    [11] CURZIO [C. ROSSELLI], Discussione sul Risorgimento, in «Giustizia e Libertà», 26 aprile 1935.

    [12] Ibidem.

    [13] Su questo argomento ci sia consentito rinviare al nostro studio I repubblicani in esilio nella lotta contro il fascismo (1926-1940), Firenze, 1989, pp. 35 sgg.

    [14] Indicativo in tal senso l’articolo NOI [P. NENNI], Da Garibaldi a Matteotti, in «Avanti! (L’Avvenire del Lavoratore)», 11 giugno 1932.

    [15] Di Garibaldi Nenni pubblica nel 1930 una biografia a puntate su alcuni giornali francesi, che trent’anni dopo apparirà in edizione italiana: P. NENNI, Garibaldi, Milano, 1961. A proposito di Garibaldi, va ricordata la celebrazione del 50° anniversario della morte promossa a Parigi dalla Concentrazione antifascista d’intesa con alcuni prestigiosi esponenti della democrazia francese. La cronaca della manifestazione in «La Libertà», 21 luglio 1932.

    [16] Salviamo il nostro paese dalla catastrofe (Appello del C. C. del Partito Comunista d’Italia), in «Lo Stato Operaio», aprile-maggio 1935, pp. 247-48. La legittimità del richiamo da parte comunista «alla tradizione rivoluzionaria del Risorgimento nazionale, cioè alla tradizione delle lotte popolari per la libertà» sarà rivendicata da R. GRIECO, Il carattere internazionale della rivoluzione proletaria e le «particolarità nazionali», in «Lo Stato Operaio», luglio 1935, pp. 413-14, il quale nello stesso articolo polemizzerà con i giellisti accusati di richiamarsi sì alla tradizione nazionalrisorgimentale «ma non in senso rivoluzionario, bensì in senso borghese o piccolo borghese» (p. 415).

    [17] GIANFRANCHI [F. VENTURI], Sul Risorgimento italiano e Replica di Gianfranchi, in «Giustizia e Libertà», 5 aprile e 3 maggio 1935.

    [18] Il riferimento è alla serie di Note critiche alla storia del Risorgimento I. Mazzini e Cavour che A. OMODEO pubblica ne «La Critica» nel corso del 1934 (vol. XXXII, pp. 278-303; 358-77; 435-48) e dell’anno successivo (vol. XXXIII, pp. 34-57; 99-113; 189-298; 270-87; 341-70).

    [19] GIANFRANCHI [F. VENTURI], Replica di Gianfranchi, cit.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    3. Dall’irrazionalismo al fascismo attraverso il trauma della guerra

    La tesi avanzata da Rosselli in uno dei primi numeri dei «Quaderni» secondo la quale «il fascismo non si spiega come un accidente imprevisto ed estraneo a simiglianza della calata dei Normanni in Italia. Il fascismo è il prodotto della struttura politica e sociale del regno d’Italia […]»[1], facendo il paio con l’affermazione già ricordata del 1935 secondo cui «tra lo Stato italiano dopo il ’60 e il fascismo c’è un rapporto, se non di filiazione, per lo meno di degenerazione progressiva»[2], sembrerebbe contraddire in maniera esplicita e radicale l’ispirazione dominante della crociana Storia d’Italia dal 1871 al 1915. In realtà l’influsso di Croce, la cui opera è venuta alla luce nel 1928, agisce in misura sensibile nella definizione di alcuni nessi interpretativi inerenti i rapporti tra la genesi del fascismo e i fenomeni politici e culturali prodottisi in Italia nel primo ventennio del secolo.
    Particolarmente evidente è in Rosselli l’influenza del decimo capitolo della Storia d’Italia, Rigoglio di cultura e irrequietezza spirituale (1901-1914), nel quale il filosofo napoletano delinea in pagine magistrali per chiarezza espositiva e vigore critico il duplice e concomitante fenomeno della diminuita capacità di presa tra i giovani di quell’ideale socialista che tante coscienze aveva attratto a sé nella fase eroica e messianica delle origini, e del nascere e svilupparsi, nel seno dell’Italia giolittiana, di movimenti e tendenze a sfondo irrazionalistico (dannunzianesimo, futurismo ecc.) improntati a «un torbido stato d’animo, tra avidità di godimenti, spirito di avventure e conquiste, frenetica smania di potenza, irrequietezza e insieme disaffezione e indifferenza […]»[3].
    Pur senza farne esplicita menzione, dell’impostazione crociana Rosselli è debitore sia nel terzo capitolo di Socialismo liberale[4] che nel lungo saggio composto in morte di Filippo Turati e pubblicato, a metà del 1932, nel terzo numero dei «Quaderni».

    Tutta la vita italiana di quegli anni – scrive Rosselli trattando del primo decennio del secolo – che pure furono di grande rigoglio economico, appare percorsa da una grave crisi morale, da una inquietudine morbosa, da una progressiva ribellione allo stato di cose esistenti. Decadenza? Delusione? Prevalere di correnti irrazionali e estetizzanti? Immaturità del paese? Eredità dei secoli di servaggio, influsso nefasto della Chiesa? Mancanza di una salda e diffusa coscienza politica? Difficile dire[5]

    Quel che è certo è che mentre il Partito socialista, smarrito «il fuoco etico primitivo», appare come attraversato da una profonda crisi morale e intellettuale, «tutta idealista, volontarista, assetata di esperienze e di ideali, la nuova generazione fuggirà in quegli anni il socialismo, sarà volta a volta sindacalista [rivoluzionaria], dannunziana, liberale, vociana, futurista e poi, con la guerra libica, nazionalista»[6]. A percepire l’insoddisfazione di una nuova generazione che non si riconosce nella visione riformista di Turati né nel cauto liberalismo di Giolitti, è tra i dirigenti socialisti il solo Mussolini, che delle masse, soprattutto giovanili, intuisce passioni profonde e sentimenti elementari. Egli nella rivista «Utopia» traccia le linee di un socialismo intuizionista, attivista, debolissimo sul piano teorico «ma che interpreta a meraviglia lo spirito della gioventù fatto di opposizione, di inquietudine morbosa, di ribellione alla platitude dominante, al giolittismo corruttore; di ricerca ansiosa di nuovi ideali, di qualche cosa di ‘nuovo’, di ‘imprevisto’, in cui sfogare il gusto dell’avventura o la sete di immolazione»[7].
    L’avventura sarà la guerra, quella guerra che, secondo la valutazione di Turati che Rosselli riportando tende ad assumere come propria, «fu già, in qualche modo, una dittatura, che famigliarizzò giovani ed adulti al culto della violenza, al disprezzo della vita propria e altrui, che creò una caterva di spostati per necessità o volontari»[8]. Pur senza eludere l’obbligo di una personale, puntuale, autocritica[9], Rosselli evita di giungere a una sconfessione aperta e ad un’esplicita ammissione di fallimento degli ideali che avevano animato l’interventismo democratico. Ciò non soltanto per il rispetto dovuto alla matrice interventista di autorevoli esponenti di GL (da Lussu a Tarchiani, da Salvemini a Ernesto Rossi) ma probabilmente anche per non determinare una troppo brusca cesura rispetto all’orientamento prevalente della precedente pubblicistica giellista improntata a una valutazione immune sì da ogni retorica guerresca e però tutto sommato positiva dell’esperienza della guerra percepita nel suo significato di sacrificio morale e di dedizione patriottica[10]. E tuttavia il leader giellista non si nasconde i nessi intercorrenti tra la drammatica esperienza della guerra e il successivo sorgere del fenomeno fascista.
    È la stessa esperienza del radiosomaggismo che viene rivisitata da Rosselli sottolineandone l’aspetto prevalente, al di là di taluni spontanei quanto ingenui entusiasmi giovanili, di «montatura di stampa» e di «violentazione della maggioranza legale» ad opera dei fautori dell’intervento[11], sintonia di giudizio con chi, come Mario Levi, valuterà le «giornate radiose» del maggio 1915 alla stregua di un’anticipazione del fascismo quale diversivo alla noia di impiegati e studenti sedotti dall’idea dell’avventura e dell’evasione dalla quotidianità[12].
    Rosselli, al pari di altri collaboratori dei «Quaderni» e sulla scia di una tendenza interpretativa che negli anni precedenti aveva avuto assertori del calibro, per limitarci a qualche nome, di un Salvatorelli e di un Dorso, ritornerà sul tema dei rapporti tra «psicologia di guerra» e nascita del fascismo, come quando nel settembre del 1932, in una schematica elencazione dei fattori che avevano reso possibile l’ascesa del movimento mussoliniano, inserirà «abitudine alla violenza, culto della forza, gusto dell’avventura, tendenze autoritarie tramandateci dalla guerra»[13]; senza perciò istituire un meccanico legame di causa ed effetto tra la guerra mondiale e il fascismo ma ravvisando nel trauma della guerra, nelle modificazioni profonde da essa introdotte nell’articolazione stessa della lotta politica con la mobilitazione interventista prima e con la stretta autoritaria un politica interna poi, nelle attese spasmodicamente suscitate e nei turbamenti prodotti nella psicologia collettiva, uno dei fattori costitutivi, e certamente non il meno importante, della grave crisi che all’indomani della conclusione del conflitto avrebbe travolto gli assetti politici preesistenti.
    Del travaglio dell’immediato dopoguerra tratta in particolare Rosselli in alcuni appunti inediti di rilevante interesse sotto il duplice profilo storico-descrittivo e critico-interpretativo[14].

    Ecco – scrive Rosselli – che la guerra termina improvvisamente. L’incubo è finito. Sembra che il ritorno alla vita normale abbia ad essere facile e gioioso insieme. Invece è difficile, angoscioso, tragico spesso. Calano le masse compatte dei fantaccini sulle campagne impoverite, nelle città rigurgitanti. Il bel sogno sfuma. Il contadino deve riprendere la sua vanga, e vangare ancora terra non sua, e terra più sterile dopo il lungo abbandono. L’operaio trova il suo posto occupato dall’imboscato, la sua specializzazione compromessa […] Duecentomila piccoli impiegati, maestri, commercianti, bottegai, che le vicende belliche ha elevato al rango di ufficiali, tornano anch’essi irritati e delusi e non sanno adattarsi al rango antico.
    Saltano i cambi, col venir meno dei crediti interalleati, saltano i prezzi, la vita rincara, i salari non si adeguano che lentamente a prezzo di agitazioni e di scioperi. Poche migliaia di arricchiti di guerra che ostentano le ricchezze criminalmente accumulate potenziano terribilmente il virus.
    La pace è una pace di guerra, di violenza. I sogni di trincea cadono infranti. Coloro che la guerra avevano imposto gridano contro la pace di Versailles, dichiarano la pace ingiusta, e di conseguenza la guerra inutile. D’Annunzio occupa Fiume e spezza, per la prima volta nella storia d’Italia, la disciplina dell’esercito. I socialisti, i cattolici e tutti coloro che la guerra avevano avversato, sdegnati da tanto crudele inganno, incitano a loro volta il popolo alla ribellione e maledicono gli interventisti. La rivoluzione russa travolge col suo mito le folle.
    L’Italia è in preda, come tutti gli altri grandi paesi, a un delirio di scontento e di indistinto rinnovamento. Ciascuno attende l’Apocalissi, il sorgere di un mondo nuovo.

    Ed è in questo contesto di grande disorientamento sociale, politico e spirituale che muove i primi passi il fascismo, prodotto anch’esso, e almeno all’inizio non dei più rilevanti, della crisi generale.

    Mussolini – nota infatti Rosselli – non si sottrae alla regola comune. Egli è malato della malattia generale. Egli è anzi due volte malato: come rivoluzionario e come imperialista. Da un lato chiede la Repubblica, la partecipazione dei lavoratori alla direzione delle aziende e dei servizi pubblici, la distribuzione delle terre, l’imposta espropriatrice, il sequestro dei beni delle corporazioni religiose e delle mense vescovili. Dall’altro difende intransigentemente le ragioni della guerra, è il più violento a gridare al tradimento contro gli uomini di Versailles, nell’appoggiare l’impresa di Fiume, nell’esaltare la indisciplina nell’esercito.
    Mentre gli altri si ribellano in un senso solo, egli si ribella in entrambi i sensi. È naturale. È giusto. Egli non sa bene ancora in quale direzione marcerà la cronaca o la storia d’Italia. Quindi contatto coi socialisti e coi nazionalisti. Socialismo nazionale. Egli conosce se stesso, e sa che la sua personalità di capopopolo potrà imporsi dove è disordine, ribellione, azione di massa, temperatura ciclonica. E perciò batte contemporaneamente ambedue le strade.

    Così Mussolini esalta i moti del caroviveri e appoggia l’impresa di Fiume, cavalca il più spinto rivendicazionismo operaio e fomenta l’esasperazione nazionalista, raccogliendo attorno a sé un «personale politico» che Rosselli definisce con tocchi essenziali.

    Chi ha intorno a sé Mussolini in questi anni? Pochi, nessuno. È un isolato. Peggio. È un disperato e un dimenticato. D’Annunzio lo oscura a destra, Lenin a sinistra. Nelle elezioni del ’19 cade fragorosamente. Qualche centinaio di fedeli in tutto. Chi sono questi fedeli? Dire chi sono questi fedeli è fare il ritratto più vero del nucleo primo ed essenziale del fascismo.
    Sono dei giovani reduci di guerra, ansiosi di rinnovamento, disgustati genericamente del passato e del presente, incapaci però di attuare un serio sforzo intellettuale. Sono degli uomini d’azione, ignoranti quanto violenti. In guerra valorosi, decorati, accostumati al comando; in pace spostati, incapaci di riprendere gli studi interrotti, di ritornare nei modesti uffici di un tempo, di guadagnarsi normalmente il loro pane. Abituati in guerra a giocare con la vita propria e altrui, pronti a tutte le audacie, essi sentono che la loro cinica audacia permetterà loro di farsi largo nel mondo sino a giungere ad afferrare le leve di comando. È la mentalità tipica del reduce spostato, che porta nelle opere di pace lo spirito brutale, aggressivo e cinico della guerra. È la psicosi della guerra.

    Nel momento in cui, declinata l’onda della conflittualità operaia e contadina, matureranno le condizioni della reazione antiproletaria e antisocialista, Mussolini non esiterà, secondo la pregnante definizione di Rosselli, a cogliere «al balzo la palla reazionaria» e a fare della schiera di spostati tra i quali il movimento fascista ha reclutato i suoi primi adepti il nucleo originario della controffensiva reazionaria alimentata dal denaro degli industriali e degli agrari e favorita nel suo dispiegarsi dalla complicità dei poteri dello Stato.

    In che rilevante misura complicità e sostegni dell’apparato statale abbiano spianato la strada al fascismo lanciato alla conquista del potere, Rosselli e gli altri esponenti del movimento giellista mostrano di avere chiara consapevolezza.

    La «Marcia su Roma» - si legge infatti in un documento elaborato dal vertice di GL presumibilmente tra la seconda metà del 1930 e la prima dell’anno successivo – non fu una rivoluzione: fu un colpo di stato preparato da una cricca di generali traditori del giuramento alla costituzione, finanziato da un consorzio di banchieri, di grossi industriali e di agrari, garantito colla impunità dalla polizia e dalla magistratura […][15].

    (...)


    [1] [C. ROSSELLI], Le origini della reazione, in QGL, n. 3, giugno 1932, p. 75. Trattasi di un corsivo redazionale premesso alla ristampa di un articolo di Salvemini sulla stretta repressiva del ’98 originariamente apparso su «Critica Sociale», dello stesso anno.

    [2] CURZIO [C. ROSSELLI], Discussione sul Risorgimento, cit.

    [3] C. CROCE, Storia d’Italia dal 1971 al 1915, Bari, 1967 (1a ed. 1928), pp. 227-28.

    [4] C. ROSSELLI, Socialismo liberale, cit., pp. 394 sgg.

    [5] C. ROSSELLI, Filippo Turati e il socialismo italiano, in QGL, n. 3, giugno 1932, p. 27.

    [6] Ivi, p. 25.

    [7] Ivi, p. 32.

    [8] Ivi, p. 41. Del rapporto tra guerra e fascismo aveva trattato in particolare Turati in un saggio, Fascismo, Socialismo e Democrazia scritto nel 1928 su invito di un gruppo antifascista statunitense promotore di una pubblicazione speciale per il 1° maggio. Lo si veda riprodotto in A. SCHIAVI, Esilio e morte di Filippo Turati, Roma, 1956, pp. 122-37.

    [9] «La nuova generazione intellettuale, la nostra generazione – scrive Rosselli a p. 34 del saggio su Turati – volle l’intervento dell’Italia in guerra o vi aderì fiduciosa; lo volle per una serie di motivi che non è possibile qui riassumere, nella convinzione profonda che si servisse in tal modo la causa della libertà e della pace e magari la causa della rivoluzione. La generazione di Turati si oppose. Per quanto sia ozioso disputare sul passato, per sapere come le cose sarebbero andate se si fosse seguito un diverso avviso, si può, si deve riconoscere che non noi eravamo nel giusto, non noi interpretavamo la volontà della masse, ma piuttosto Turati. Il quale vide, previde, e misurò presto l’abisso nel quale stavamo precipitandoci».

    [10] Indicativi in tal senso gli opuscoli, ambedue del 1930, Ai giovani d’Italia (copia in AGL, sez. IV, fasc. 2, sottof. 1, inserto 2, n. 11) e Alle autorità militari (copia in AGL, sez. IV, fasc. 2, sottof. 1, inserto 5, n. 3).

    [11] C. ROSSELLI, Filippo Turati, cit., p. 34.

    [12] SELVA [M. LEVI], Economia del dopoguerra, in QGL, n. 12, gennaio 1935, p. 80.

    [13] [C. ROSSELLI], Il programma dell’Opposizione Comunista, in QGL, n. 4, settembre 1932, p. 49.

    [14] Li si veda in AGL, sez. I, fasc. 4, n. 3.

    [15] Linee essenziali di un programma, in AGL, sez. III, fasc. 1, n. 6.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    4. Reazione di classe e crisi morale

    Come risulta evidente anche dal documento testé citato, se il fascismo delle origini è valutato fenomeno complesso, frutto di generale disorientamento e soggetto alle spregiudicate evoluzioni tattiche del suo fondatore, il fascismo delle spedizioni punitive, delle violenze sistematiche contro le organizzazioni del movimento operaio e contadino e delle squadre lanciate alla conquista «rivoluzionaria» del potere, è senza esitazione alcuna percepito e definito dai giellisti nei suoi caratteri distintivi di strumento della controrivoluzione borghese.
    L’attenzione rivolta alla guerra quale avvenimento traumatico generatore di un particolare clima psicologico e politico atto a favorire il sorgere del fascismo, non va infatti a discapito della comprensione, da parte giellista, dei connotati di classe di un fenomeno che è stato anche reazione di ceti dominanti, e della grande borghesia agraria e industriale in particolare, alla minaccia rappresentata nell’immediato dopoguerra dall’avanzata del movimento operaio e contadino.
    Per taluni anzi dei collaboratori dei «Quaderni» il fascismo è soprattutto, se non esclusivamente, reazione di classe. Tale per l’appunto l’opinione espressa da due giovani intellettuali di prevalente formazione marxista quali Vittorio Foa e Lelio Basso nei loro interventi dall’Italia.
    Il primo, ricordando l’aperto sostegno dato da latifondisti e grandi industriali al fascismo, individua in esso la «reazione preventiva contro il pericolo di una rivoluzione»[1]; il secondo si spinge oltre nella proposizione di una chiave interpretativa spiccatamente classista ravvisando nel fascismo «una fase dell’evoluzione capitalistica» che si produce nel momento in cui il capitalismo, entrato nello stadio dell’«evoluzione monopolistica e plutocratica», diviene «assolutamente incompatibile con la democrazia»[2].
    Sulla prevalente caratterizzazione classista del fenomeno fascista sembra altresì concordare Mario Levi, inserendo tuttavia un originale elemento di diversificazione nell’interpretare l’origine del fascismo e la sua repentina conquista del potere come il risultato dell’alleanza tra «un gruppo di avventurieri della politica [che] hanno data la scalata allo Stato come ad una banca, conquistando con colpi di manganello sulla testa dei socialisti, invece che con colpi di borsa, la maggioranza di una borghesia che […] dimostrava già tutti i sintomi di una decadenza precoce», e le espressioni più agguerrite di un neocapitalismo oligarchico intenzionato a sfruttare a proprio favore la situazione di crisi economica e sociale in cui il paese versava[3].
    Anche per Rosselli, come si è visto, il fascismo, «alimentato dal denaro degli agrari e della plutocrazia»[4], è stato reazione di classe di una borghesia che, ritrovatasi e rinfrancatasi all’indomani dell’occupazione delle fabbriche dopo aver creduto d’essere ormai agonizzante, passa all’offensiva organizzando lo squadrismo agrario nella Valle Padana. La reazione, approfittando dei primi sintomi di disillusione e di disorientamento che si producono nelle file del movimento operaio e contadino, si serve di schiere di disoccupati come di massa di manovra da scagliare contro le organizzazioni sindacali e cooperativistiche, potendo al contempo contare sull’acquiescenza se non addirittura sulla palese complicità dei poteri dello Stato[5].
    E tuttavia per il leader giellista, come per diversi altri collaboratori dei «Quaderni», il fascismo non deve né identificarsi con una sola classe sociale né considerarsi esclusivamente reazione di classe. Il rifiuto dell’identificazione semplicistica del fascismo con una sola classe sociale è espresso da Carlo Levi[6], mentre Chiaromonte introduce nell’analisi un elemento ulteriore sottolineando l’apporto di consensi venuto al fascismo, una volta superata la fase «rivoluzionaria» delle origini, da ceti medi disorientati e impauriti dalla crisi del dopoguerra che in esso hanno confusamente scorto il difensore di quei valori giuridici, religiosi, morali, solo all’interno dei quali la classe media «poteva conservare il sentimento di adempiere a una missione speciale e di costituire il muro maestro di certa civiltà»[7].
    Considerazioni analoghe sviluppa un anonimo collaboratore dei «Quaderni» facendo rilevare come «nel fascismo entrino molti elementi extraeconomici e magari ideali o pseudo ideali (disciplina, ordine, autorità, patria) che hanno un indubbio fascino sulle masse […]»[8]; né sono sottovalutati il vantaggio derivato al movimento mussoliniano dal presentarsi, ai suoi esordi, come «antipartito», movimento aperto a tendenze e suggestioni diverse quando non addirittura contraddittorie, e da quello che Rosselli indica come «il prestigio che è venuto al fascismo da una certa spontaneità elementare degli inizi, dallo spirito offensivo di piccoli nuclei, e dal romanticismo delle lotte di strada con generali improvvisati, eserciti scalcinati e un certa poesia del rischio»[9].
    Reazione di classe, pertanto, ma frammista a diversi altri fattori politici (crisi di rappresentatività dei vecchi istituti parlamentari, sulla quale si insiste in particolare nel già citato documento Linee essenziali di un programma costruttivo), sociali (disorientamento dei reduci dal fronte e inquietudine diffusa tra i ceti medi) e soprattutto psicologici e morali (sbandamento spirituale della gioventù, attitudine alla violenza derivata dalla lunga esperienza della guerra). Una valutazione delle origini e dello sviluppo del fascismo che, condivisa dalla maggioranza dei collaboratori dei «Quaderni» e quindi dello stesso movimento giellista, si esprime sinteticamente nella formula di Rosselli secondo cui «il fascismo è reazione di classe e crisi morale assieme»[10], poiché esso, come si legge in una nota lettera di Rosselli del settembre-ottobre 1931 a Rodolfo Morandi, «non si esaurisce in un puro fatto di reazione di classe» ma «si accompagna con un tale complesso di fattori, specie morali, da assumere il carattere di vera e propria ‘crisi nazionale’»[11].
    Allorché di lì a qualche anno il fascismo conquisterà con Hitler il cuore dell’Europa, i termini dell’analisi giellista, come avremo modo di vedere, si amplieranno e la crisi morale perderà i suoi confini «nazionali» per assumere quelli più propri di una grande crisi della società e della coscienza europee. Allora il tema della crisi morale quale generatrice dei fascismi verrà ad assumere pregnanza e significato ben maggiori di quanto ne avesse avuto sino al 1933 finendo con l’assumere nell’economia complessiva dell’interpretazione del fascismo italiano ed europeo elaborata dai giellisti, considerazione e valore sinanco maggiori della tesi classista e di quella rivelazionistica.

    (...)


    [1] EMILIANO [V. FOA], La politica economica del fascismo, in QGL, n. 8, agosto 1933, p. 89.

    [2] S. D. [L. BASSO], Il Partito, ma in Italia, on QGL, n. 7, giugno 1933, p. 107.

    [3] SELVA [M. LEVI], Economia del dopoguerra, cit., p. 85.

    [4] [C. ROSSELLI], Chiarimenti al programma, in QGL, n. 1, gennaio 1932, p. 9.

    [5] Ibidem.

    [6] R. S. [C. LEVI], Seconda lettera dall’Italia, cit., p. 10.

    [7] SINCERO [N. CHIAROMONTE], La morte si chiama fascismo, in QGL, n. 12, gennaio 1935, p. 36.

    [8] Risposte all’inchiesta di «Giustizia e Libertà». VII., cit., p. 105.

    [9] CURZIO [C. ROSSELLI], Aspetti della crisi spagnola, in QGL, n. 12, gennaio 1935, p. 106.

    [10] [C. ROSSELLI], Il programma dell’Opposizione Comunista, cit., p. 49.

    [11] Lettera di Birba (Rosselli) a Campana (Morandi) riportata in S. MERLI, Il dibattito socialista sotto il fascismo. Lettere di R. Morandi e C. Rosselli (1928-1931), in «Rivista storica del socialismo», maggio-agosto 1963, e successivamente anche in S. MERLI, Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia 1923-1939, Bari, 1975, p. 168. Sul dissenso di Morandi dall’analisi giellista del fascismo e sul suo distacco dal movimento vedasi la fondamentale monografia di A. AGOSTI, Rodolfo Morandi. Il pensiero e l’azione politica, Bari, 1971, p. 137 sgg.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    5. Una interpretazione non univoca

    Per una formazione come GL che non ha né la struttura organizzativa né i connotati politici del partito, non si può parlare di certo di un’interpretazione «ufficiale» delle origini e dell’avvento del fascismo. E tuttavia considerando l’insieme dei contributi che appaiono nei «Quaderni» e il peso preminente che in termini di orientamento politico hanno gli scritti di Rosselli, alcune considerazioni possono farsi.
    Risulta anzitutto evidente la poliedricità e quindi la ricchezza di apporti interpretativi provenienti da intellettuali di varia formazione culturale e spesso anche di diversa estrazione politica. Altrettanto percepibile è, nel caso di GL, la spregiudicatezza di analisi non vincolate a schemi interpretativi rigidi, in larga misura ereditati dalla tradizione dei preesistenti partiti ricostituitisi in quanto tali in esilio, come nel caso di socialisti e comunisti legati a un’interpretazione classista del fascismo che solo con notevoli sforzi si sarebbe, almeno in parte, negli anni successivi liberata dai suoi caratteri di unilateralità, e dei repubblicani, attestati su un’interpretazione oltranzisticamente rivelazionistica del fascismo, prodotto e incarnazione ultima del mai troppo vituperato Stato monarchico-autoritario-accentratore.
    A differenza delle altre componenti dell’antifascismo di sinistra, l’interpretazione giellista delle origini del fascismo presenta ben maggiori elementi di complessità, se si vuole di eclettismo, ma tali in ogni caso da dar vita a ipotesi di spiegazione globale non segnate dai limiti dello schematismo e delle univocità.
    Così la tesi rivelazionistica, pur echeggiando in diverse occasioni sia sottoforma di richiamo insistito ai difetti di «carattere» degli italiani e al condizionamento negativo esercitato nei secoli dall’influsso clericale, sia sotto l’aspetto di una persistente considerazione rivolta ai difetti di autoritarismo e di accentramento presenti nella compagine statale cui aveva approdato la soluzione moderata del processo risorgimentale, non assume mai quei caratteri onnicomprensivi ed esclusivistici rinvenibili in più d’uno dei suoi assertori. D’altro canto, l’interpretazione classista del fascismo come reazione e controrivoluzione armata della borghesia agraria e di quella industriale a fronte dell’avanzata del movimento operaio e socialista, ricorre sì frequente nelle pagine dei «Quaderni» ma in una prospettiva d’assieme che, fatte le dovute eccezioni, indica esplicitamente l’inaccettabilità della riduzione in termini esclusivamente classisti di un fenomeno complesso come quello fascista, di cui si tengono ben presenti sia le componenti di natura culturale e psicologica che le caratteristiche di disgregazione sociale e morale. Le une e le altre inizialmente percepite in rapporto con il clima particolare della guerra e del dopoguerra italiano ma destinate a un sostanziale approfondimento d’analisi nel momento in cui oggetto della disamina non sarà più soltanto il caso italiano ma il fascismo considerato nella dimensione epocale di fenomeno interessante l’Europa intera.

    (...)
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    6. Il regime reazionario di massa

    Se, per come si è avuto modo di constatare, non mancano nell’analisi giellista delle origini del fascismo interessanti spunti interpretativi soprattutto per quanto attiene ai rapporti con la precedente storia d’Italia, alla particolare congerie culturale e spirituale in cui il fenomeno ebbe a prodursi e alle forze sociali che ne resero possibile l’ascesa al potere, è però incontestabilmente il fascismo, che, consolidatosi al potere, ridotti al silenzio gli oppositori e conseguiti importanti successi politico-propagandistici quali la Conciliazione e il «plebiscito» del 1929, si va sempre più trasformando in regime, a costituire l’oggetto privilegiato degli sforzi interpretativi dei militanti di GL. Un’analisi, la loro, mai distaccata, «asettica», bensì elaborata nel fuoco della lotta e di un impegno militante di cui essa è un’espressione tra le altre, e che tuttavia perviene a risultati certo incompleti, parziali, ma tali da anticipare, talvolta anche di diversi anni, linee interpretative destinate a venir fatte proprie da altre componenti dell’antifascismo e financo, come ha giustamente fatto rilevare Renzo De Felice[1], da prefigurare alcuni dei risultati cui sarebbe nei decenni successivi pervenuta la riflessione storiografica propriamente detta.
    Prima e meglio di altri i giellisti percepiscono e definiscono l’elemento peculiare e caratterizzante del fascismo divenuto regime: il suo essere regime reazionario di massa. Come ha notato Nicola Tranfaglia in quello che rimane a tutt’oggi il più organico ed esauriente profilo storico-interpretativo del movimento fondato da Rosselli[2], l’analisi del fascismo elaborata dai giellisti «coglie in modo centrale i caratteri di novità del fenomeno rispetto alle dittature tradizionali […]».
    In Rosselli e nei più avveduti tra i collaboratori dei «Quaderni» è infatti chiara consapevolezza che il fascismo non si regge soltanto sulla repressione poliziesca ma anche su meccanismi idonei a controllare e deviare la psicologia delle masse fornendole, nei momenti di crisi, adeguati canali di sfogo.

    Mussolini – nota Rosselli – non è il vecchio generale rimbecillito dalla caserma, senza esperienza della vita sociale e della psicologia delle folle, preoccupato unicamente della repressione. Egli sa che nessun terrore poliziesco o squadrista sarebbe capace di contenere una ebollizione di massa; sua cura costante perciò di mantenere bassa la temperatura, di aprire valvole, di prevenire o soffocare ogni occasione di agitazione […][3].

    Il fascismo è forma moderna della reazione, di una reazione che prende atto e fa i conti con la società moderna, con la realtà duplice e concomitante delle grandi concentrazioni di massa prodotte dall’industrialismo e del formidabile impulso derivatone alla crescita del movimento operaio, sindacale e socialista.

    Di fronte alle grandi masse che raduna l’industrialismo moderno – scrive il leader giellista – l’assenteismo dell’ancien régime, che aveva a che fare con popolazioni sparse o artigiane non è più possibile. Al movimento di massa è giocoforza opporre una reazione di massa. Alla lega operaia il sindacato di Stato. All’ideale di una produzione associata, socializzata, la corporazione[4].

    Per questa sua capacità di rapportarsi e di confrontarsi con la modernità della civiltà industriale e della società di massa, il fascismo è fenomeno nuovo, non assimilabile a nessuna dittatura reazionaria del passato; è nemico particolarmente insidioso perché del socialismo, dal quale ha spregiudicatamente mutato slogan e forme organizzative, conosce debolezze e passività, le une e le altre sfruttate da Mussolini con straordinaria abilità tattica. Il fascismo è difatti, scrive Rosselli, cosa alquanto diversa dalle «reazioni di tipo tradizionale, legittimiste, militariste, clericali, borghesi, imperialiste: reazioni che potremmo definire classiche, poggianti sulle grandi forze storiche della reazione – la chiesa, la monarchia, l’esercito, la grande proprietà – senza capacità demagogiche e velleità attivistiche»[5]. Esso è al contrario reazione

    attivista, intervenzionista, demagogica, romantica, […] che fa sue le parole d’ordine, i motivi, i miti dell’avversario – il socialismo – deviandoli e corrompendoli a favore del capitalismo e di una oligarchia dittatoriale.
    Il fascismo non si limita a reprimere e ad opprimere: sostituisce e si sostituisce, col suo partito, i suoi sindacati, la sua stampa, le sue associazioni sportive. È reazione e organizzazione di masse contrapposta alle vecchie organizzazioni e movimenti di classe[6].

    Dalle masse il fascismo non può prescindere. Anzi il paradosso della reazione moderna, come acutamente nota Chiaromonte, consiste proprio nel dover prima mettere in moto le masse nella fase iniziale della sovversione dello Stato liberalparlamentare per poi, una volta conquistato il potere e instaurata la dittatura, continuare a far riferimento, appellarsi ad esse, perché è tipico delle tirannie moderne che «non si può dominare la situazione, cioè tenere a bada la massa, altro che in nome della massa»[7].
    Ma quali sono per i giellisti i caratteri distintivi, sociologici e psicologici, della massa che il fascismo, forma moderna della reazione, ha attivato e dal cui consenso attinge forza per sopravvivere in quanto «regime reazionario di massa»? La questione è di fondamentale importanza, non solo per quanto attiene, lo si vedrà tra poco, al problema del consenso ma anche per le implicazioni che, per come avremo modo più avanti di constatare, il concetto di massa ha su almeno due punti cruciali dell’elaborazione politica e ideologica di GL: il rapporto tra avanguardia rivoluzionaria e masse popolari e il rifiuto della forma-partito storicamente legata all’inquadramento burocratico-organizzativo di massa.
    La massa che del fascismo ha costituito dapprima forza d’urto nella fase della sovversione antiparlamentare e antidemocratica e successivamente base di consenso dopo la trasformazione in regime, non è popolo ma plebe. Questa la convinzione a cui, riassumendo temi e motivi precedentemente accennati, perviene Chiaromonte in un saggio di straordinaria suggestione culturale e politica, tra i più rilevanti e significativi tra quanti apparsi nell’intero arco di pubblicazione dei «Quaderni»: La morte si chiama fascismo[8].
    L’analisi che il giovane intellettuale giellista compie presenta singolari punti di contatto con la tesi che in tema di rapporti tra plebe e regime totalitario sosterrà diversi anni dopo Hannah Arendt nella sua classica opera su Le origini del totalitarismo[9].

    I duci – scrive il giovane intellettuale giellista – sono uomini della massa, e, se rappresentano qualcosa, rappresentano la massa, cioè quella poltiglia indefinibile, fatale prodotto della decomposizione della vecchia società sottoposta al lavorio dello Stato moderno e dell’industrialismo, che sono la masse moderne. Non si capisce il fascismo, se non ci si rende conto che l’industrialismo e lo Stato moderno hanno riprodotto una plebe informe ed inerte, non solidale con nessuna classe e con nessun interesse definito, proveniente da tutte le classi e da tutti gli ordini, il cui carattere è il carattere di tutte le plebi: la passività […][10].

    Tra la massa, intesa come plebe, e il fascismo intercorre un rapporto dialettico: se per un verso esso se ne è spregiudicatamente servito per la conquista del potere, per l’altro è lo stesso fascismo, una volta divenuto regime, a favorirne l’ulteriore sviluppo, giacché «lo sforzo e l’effettivo impulso politico delle attuali tirannie – nota Chiaromonte – è quello appunto di crear delle masse, degli agglomerati obbedienti che sia possibile manovrare ad arbitrio […]»[11].
    È proprio del fascismo, anzi dei fascismi per Chiaromonte che scrive in periodo successivo all’avvento del nazismo, esaltare i fenomeni di massa favorendo in ogni modo processi di omologazione forzata in cui annegare tutto quanto sia individualità, espressione della personalità, fermento critico, e così facendo stroncare sul nascere la formazione di élites libere, consapevoli e perciò responsabili. Per questa radicale negazione del cittadino, della sua individualità cosciente e raziocinante, di tutto quanto non sia assimilabile nei meccanismi della dittatura plebiscitaria, «i fascismi non sono governi dall’alto ma dall’infimo; dittature della plebaglia non in senso sociologico ma in senso morale, ch’è molto più preciso»[12].
    Del sentire indistinto della massa è espressione il duce, figura essenziale di ogni fenomeno fascista. «Non c’è fascismo senza duce», sostiene deciso Chiaromonte, perché la mobilitazione attivistica della massa non può realizzarsi «se l’idea dell’interesse comune non s’incarna nella persona di un capo che ha il genio della situazione»[13].
    Ciò che alle tesi di Chiaromonte attribuisce particolare significato e rilevanza ai fini della nostra trattazione è che esse risultano largamente condivise da larghi settori del movimento giellista e da Rosselli in particolare. Così se Chiaromonte insiste sul carattere attivistico della mobilitazione delle masse attuata dal fascismo, Rosselli a sua volta, in alcuni appunti inediti del 1932, indica «il carattere supremamente ripugnante della dittatura moderna fascista non […] nell’impiego della forza e nella soppressione delle libertà, fenomeni, questi, propri a tutte le tirannie, ma nella fabbrica del consenso, nel servilismo attivo che essa pretende dai sudditi»[14]. E se di Chiaromonte è a metà del 1933 la definizione per cui «i fascismi sono regimi di massa plebiscitaria, cioè lo scoppio del peggior bubbone democratico»[15], analoghe sono le conclusioni cui perverrà Rosselli alcuni mesi dopo. «I fascismi – scriverà il leader giellista nel gennaio del 1935 – sono i più perfetti regimi di massa della storia, quelli in cui l’uomo scompare per diventare la frazione di un corteo, di un osanna, di un plebiscito, di un esercito»[16].
    Alla luce di quanto emerge dalla lettura dei «Quaderni» è innegabile che la concezione elitaria della lotta politica, frutto della confluenza di individualismo romantico e di volontarismo etico, che del movimento giellista fu caratteristica non secondaria, condiziona in una qualche misura l’impostazione del rapporto tra il fascismo e la massa/plebe che esso ha attivato per poi inquadrare negli schemi del regime reazionario di massa. Non solo, ma l’attenzione prevalente rivolta alla specificità della vicenda italiana e tedesca, del modo in cui si è realizzato e degli sbocchi cui è pervenuto, nel caso particolare dei fascismi, il processo di attivazione delle masse nella vita nazionale, finisce inevitabilmente con l’imprimere da parte giellista connotati decisamente negativi a un fenomeno storico di grande portata e dagli esiti diversissimi quale è stato nell’ultimo secolo quello dell’ingresso e della partecipazione attiva delle masse a una vita politica cui erano sempre rimaste sistematicamente escluse[17].
    Anche così, rimane comunque l’importanza di un’analisi che non si limita a individuare e definire in una generica formula interpretativa i caratteri di novità insiti nella specificità della reaziona fascista, ma che il regime reazionario di massa indaga nei molteplici aspetti in cui si articola il processo di irreggimentazione delle masse e di aggregazione del consenso.

    (...)


    [1] R. DE FELICE, op. cit., p. 209.

    [2] Ci riferiamo alla relazione Carlo Rosselli e l’antifascismo, tenuta da Tranfaglia al convegno fiorentino del 1977 su Giustizia e Libertà e i fratelli Rosselli del 40° anniversario del sacrificio. La si veda in AA. VV., Giustizia e Libertà nella lotta antifascista e nella storia d’Italia, Firenze, 1978, pp. 181-204 e poi anche in N. TRANFAGLIA, Labirinto italiano. Il fascismo, l’antifascismo, gli storici, Firenze, 1989, pp. 186-211.

    [3]G. L. [C. ROSSELLI], La situazione italiana e i compiti del nostro movimento, in QGL, n. 5, dicembre 1932, p. 3.

    [4] [C. ROSSELLI], La realtà dello Stato corporativo, in QGL, n. 10, febbraio 1934, p. 12.

    [5] [C. ROSSELLI], Premesse alla discussione sulla tattica rivoluzionaria, in «Giustizia e Libertà», 29 giugno 1934.

    [6] Ibidem.
    Come è noto, bisognerà attendere il corso di lezioni tenuto a Mosca da Togliatti nei primi mesi del 1935 per rinvenire nel PCd’I una compiuta analisi del «regime reazionario di massa» come caratteristica peculiare della dittatura fascista. Cfr. P. TOGLIATTI, Corso sugli avversari, in Opere, cit., Vol. III, 2, pp. 533 sgg.
    Prima di tale data, contributi, sia pure parziali, d’analisi in questa direzione possono venire considerati alcuni articoli di «Lo Stato Operaio» sull’influenza esercitata dal fascismo su determinati settori della classe lavoratrice (Lotta contro il fascismo e lotta contro la guerra, maggio 1932, pp. 222-30) anche a mezzo dell’inquadramento burocratico-organizzativo nelle file del PNF (La iscrizione forzata al partito fascista, dicembre 1932, pp. 723-30) e l’uso demagogico e mistificante dell’ideologia corporativista (R. GRIECO, Note sull’ordinamento corporativo, dicembre 1934, pp. 876-87).
    Ancora maggiore il ritardo con cui in campo socialista si percepiscono i caratteri distintivi del «regime reazionario di massa», ove si faccia eccezione per le annotazioni (in «Avanti!» (L’Avvenire del Lavoratore)», 22 aprile 1933), sul cemento ideologico rappresentato dell’idea di nazione con cui il fascismo era riuscito a legare a sé alcune frazioni del proletariato, e per un articolo di Faravelli (JOSEPH [G. FARAVELLI], L’azione socialista in Italia, in «Politica Socialista», n. 1 (seconda parte), agosto 1934, pp. 16-22) in cui si nota come il fascismo, a differenza della vecchia reazione, si veda costretto a inquadrare le masse al fine di controllarle e di pervertirne lo spirito classista.

    [7] SINCERO [N. CHIAROMONTE], La morte di chiama fascismo, cit., p. 43.

    [8] Lo si veda opportunamente inserito nella raccolta antologica di N. CHIAROMONTE, Scritti politici e civili, a cura di N. Chiaromonte, Milano, 1976, pp. 37-77.

    [9] H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, Milano, 1989 (1a ediz. 1951), passim e in particolare pp. 148 sgg.

    [10] SINCERO [N. CHIAROMONTE], La morte si chiama fascismo, cit., p. 47.

    [11] SINCERO [N. CHIAROMONTE], Ufficio Stampa, in QGL, n. 9, novembre 1933, p. 79.

    [12] Ivi, p. 79.

    [13] SINCERO [N. CHIAROMONTE], La morte si chiama fascismo, cit., p. 44.

    [14] Cit. in N. TRANFAGLIA, op. cit., p. 191.

    [15] SINCERO [N. CHIAROMONTE], Per un movimento internazionale libertario, in QGL, n. 8, agosto 1933, p. 16.

    [16] [C. ROSSELLI], La lezione della Sarre, in «Giustizia e Libertà», 18 gennaio 1935.
    Degno di menzione è il fatto che l’espressione di Chiaromonte «i fascismi sono regimi di massa plebiscitaria, cioè lo scoppio del peggior bubbone democratico», venga ripresa e fatta propria integralmente da Rosselli in un articolo dattiloscritto Un nuovo movimento italiano, senza indicazione di data ma attribuite alla seconda metà del 1934, destinato a una rivista di antifascisti tedeschi in esilio. Lo si veda in AGL, sez. III, fasc. 1, n. 8, e ora anche in C. ROSSELLI, Scritti dell’esilio, cit., pp. 269-73.

    [17] Valgano in proposito, anche se solo indirettamente riferibili al nostro tema, le acute osservazioni di Gaetano Arfè sul tema della nazionalizzazione delle masse per come affrontato nell’opera di George Mosse. G. ARFÈ, La nazionalizzazione delle masse, in «Nuova Antologia», aprile-giugno 1990, pp. 204-24.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    7. La fabbrica del consenso: stampa, sport, scuola, spettacolo

    Tra le misure messe in atto dal regime per accrescere il consenso, importanza particolare attribuiscono i giellisti a quel «formidabile strumento di dominazione, di avvilimento, di imbestialimento del popolo» rappresentato dal controllo totalitario dell’informazione[1].
    «Il controllo completo sulla stampa che il fascismo esercita ha forse più importanza dello stesso terrore». Questa indicazione di Rosselli[2], cui non sfugge l’attenzione costante dedicata da Mussolini ai problemi dell’informazione, verrà non soltanto ripresa nelle pagine dei «Quaderni» ma sottoposta a un significativo arricchimento d’analisi: il controllo sulla stampa da parte del regime va, col passare degli anni, trasformando la propria finalità da meramente censorio-repressiva in attivo formativa. Tale è per l’appunto la funzione essenziale, rileva dall’Italia Chiaromonte, dell’Ufficio stampa del capo del governo: organo politico tra i più importanti, «perno addirittura dell’azione effettiva del regime», cui Mussolini attribuisce un ruolo non repressivo bensì preventivo e formativo: «creare l’opinione, inquadrare la vita intellettuale della nazione»[3]. Strumento principe finalizzato alla creazione del conformismo più assoluto, al consolidamento della «tirannia del luogo comune, della stupidità come regola di vita, unico ideale», l’Ufficio stampa impone l’opinione come la pubblicità commerciale impone «un qualunque prodotto industriale»[4], secondo una similitudine che sarà ripresa da un altro giovane, brillante collaboratore dei «Quaderni», Riccardo Levi, intervenendo dall’Italia.
    La pubblicità, sosterrà questi in un saggio pubblicato sul dodicesimo e ultimo numero della rivista, non è soltanto l’anima del commercio.

    È invece qualcosa di più; è l’anima di coloro che non ne hanno davvero una propria e non aspirano neppure ad averla. È l’anima della dittatura, è l’anima delle masse anonime. […] Le campagne di stampa fabbricano la cosiddetta opinione pubblica, trasformano in eroi uomini mediocri. Abituano a comperare i più assurdi ricostituenti, alimentano ridicole passioni dal tifo sportivo alle violenze razzistiche; spingono gli uomini a immolarsi per ideali non compresi o mal compresi. Esse distruggono la personalità, il senso critico; convertono gli individui in masse e le masse in branchi[5].

    Se puntuale è la definizione delle modalità in cui si esplica e della funzione che viene ad assumere il controllo totalitario dell’informazione nei processi di allargamento e di irreggimentazione del consenso, dove però il contributo dei collaboratori dei «Quaderni» perviene a livelli di particolare acutezza e originalità d’analisi interpretativa è nella considerazione del ruolo svolto dallo sport nei meccanismi del regime reazionario di massa.
    Dopo che già Rosselli aveva sottolineato la funzione di diversivo attribuita dal fascismo a spettacoli sportivi di massa quali gli incontri calcistici[6], è Carlo Levi a intervenire dall’Italia sull’argomento con un articolo specificamente dedicato al rapporto tra sport e regime[7]. L’interesse del saggio non risiede tanto nella prima parte in cui, per dimostrare la tesi dello spettacolo sportivo come diversivo e sfogatoio di massa, si sostiene che lo sport, sola passione collettiva degli italiani, suscita ormai interesse abnorme e maniacale in un popolo che, privato del diritto di discutere liberamente di politica, è «ridotto a interessarsi soltanto, come i bambini, ai salti gratuiti di un pallone», e a sentire «come fortune o sventure proprie» le vittorie o le sconfitte della squadra di calcio o del ciclista del proprio cuore[8].
    Ciò che conferisce particolare valore all’intervento di Levi sono le successive annotazioni sullo sport in regime fascista non più considerato in quanto spettacolo ma sotto altro angolo visuale, quello della pratica sportiva di massa. Quella pratica di massa che il regime favorisce in ogni modo perché dello sport esso intende servirsi non solo come di canale di sfogo collettivo ma anche e soprattutto quale strumento di controllo sociale. Sorgono così nuovi impianti, aumentano di numero gli affiliati alle varie federazioni del CONI, si agevola la diffusione, soprattutto tra i giovani, della pratica sportiva su larga scala. Ma, sostiene Carlo Levi, «è lo spirito con cui questa diffusione è favorita che la trasforma in uno strumento di soggezione, e le toglie quel carattere di libera contesa che è il solo suo valore effettivo. È un controllo di più sulle ore libere dell’operaio e dello studente, svolto per via gerarchica nelle associazioni sportive». Ciò che è infatti peculiare dell’Italia rispetto ad altre nazioni europee

    è la doppia utilizzazione da parte del governo, dello sport come sfogo da un lato e come mezzo di controllo dall’altro; inoltre il suo svuotamento di ogni contenuto di iniziativa personale, per ridurlo a organizzazione burocratica, a ordinaria e paterna amministrazione degli impulsi fisici della gioventù. L’uomo che salta, che rincorre un pallone o che nuota a rana non ha tempo di pensare alla politica: perciò lo sport va favorito. Ma lasciato troppo libero potrebbe diventar pericoloso; è necessario regolarlo, ordinarlo, ridurlo a pratica burocratica […][9].

    Un’ultima considerazione che Carlo Levi introduce è quella relativa a lo stretto rapporto non a caso esistente tra associazioni sportive e organismi culturali, ricreativi e paramilitari del regime quali il Dopolavoro, i Balilla, i Guf ecc. Il senso profondo di questo collegamento tra sport di massa e irreggimentazione totalitaria non sfuggirà a Rosselli, che coglierà in un brano di straordinaria acutezza interpretativa l’intimo significato delle affinità esistenti tra spettacoli sportivi di massa e adunate, cerimonie, riti proprio dei regimi totalitari.

    C’è un evidente rapporto – scriverà il leader giellista – tra sport di massa e fascismo. Non solo perché il fascismo, estendendo all’universale l’attività sportiva, ha trovato il sostituto (temporaneo) alla politica; ma perché ha utilizzato per la dittatura e nelle cerimonie di massa l’esperienza degli spettacoli sportivi. La popolarità di Mussolini è intrattenuta con gli stessi metodi di quella di un campionissimo. Si va alla parata certo con più noia ma su per giù nello stesso stato di animo di passività acclamante con cui si va al match. Le immense folle sono totalitarie così sul campo di giuoco che in piazza[10].

    Neppure gli altri aspetti del processo di fascistizzazione e di irreggimentazione del consenso sfuggono all’attenzione dei giellisti. Così è per la scuola, l’istituzione in cui maggiormente si manifestano gli effetti dell’alleanza tra fascismo e gerarchie cattoliche[11], e per l’Università, affidata, al pari degli altri settori dell’istruzione, dopo lo «spergiuro» imposto ai docenti alle cure del ministro De Vecchi, il cui «violento spirito squadristico ha avuto spesso occasione di manifestarsi contro le leggi della grammatica […]»[12].
    Limitata influenza nel processo di fascistizzazione integrale attribuiscono i giellisti ai sindacati fascisti «burocrazia gigantesca senza anima, senza autonomia, senza legami vivi con la massa operaia»[13], mentre maggiore considerazione è riservata alle associazioni dopolavoristiche, cui si riconosce una qualche capacità d’attrazione soprattutto tra i lavoratori più giovani e come tali senza esperienza alcuna delle precedenti forme di libero associazionismo[14].
    Notevoli potenzialità propagandistiche, sia pure trattasi di un mezzo la cui diffusione comincerà ad assumere dimensioni cospicue solo nella seconda metà degli anni trenta, i giellisti intravedono nella radio[15] e ancora di più nel cinema. Quest’ultimo percepito nel suo duplice aspetto di evasione offerta a un pubblico soprattutto femminile[16] e al contempo di «mezzo efficacissimo di propaganda e di formazione»[17]. L’una e l’altra esercitate non tanto attraverso i documentari prodotti dall’Istituto Luce, troppo retorici per incidere efficacemente sul pubblico, quanto piuttosto favorendo la realizzazione di una serie di lavori cinematografici, tra cui alcuni, come ad esempio «Camicia nera», artisticamente non spregevoli, ispirati a miti di regime che così si tende a inculcare nelle masse grazie alla suggestione di un mezzo espressivo di grande e immediata presa popolare[18].

    (...)


    [1] G. L. [C. ROSSELLI], La situazione italiana e i compiti del nostro movimento, cit., p. 4.

    [2] Ibidem.

    [3] SINCERO [N. CHIAROMONTE], Ufficio stampa, cit., pp. 80-81.

    [4] Ivi, p. 80.

    [5] A. PARODI [R. LEVI], Civiltà industriale e stato dei Consigli, in QGL, n. 12, gennaio 1935, pp. 88-89.

    [6] G. L. [C. ROSSELLI], La situazione italiana e i compiti del nostro movimento, cit., p. 4.

    [7] E. BIANCHI [C. LEVI], Sport, in QGL, n. 10, febbraio 1934, pp. 46-50.

    [8] Ivi, pp. 46-47. Carlo Levi non cade nell’errore di considerare il fanatismo sportivo prerogativa esclusiva di un paese a regime dittatoriale. E tuttavia, nota egli, « se è vero, come dice il De Man, che ‘il fanatismo sportivo è il principale fenomeno complementare delle repressioni dell’istinto alle quali dà occasione il carattere monotono e abbrutente del lavoro industriale e, in via generale, la tetra costrizione che la grande città e il villaggio impongono gli istinti di competizione’, nulla è più naturale che questo esaltarsi del fanatismo, laddove, ai motivi generali della vita moderna, si aggiungano quelli della repressione di ogni possibilità di contrasto e di espressione autonoma» (p. 47).

    [9] Ivi, p. 49.

    [10] LECTOR [C. ROSSELLI], Filosofia dello sport, in «Giustizia e Libertà», 24 maggio 1935.

    [11] Cfr. Scuola fascista, in «Giustizia e Libertà», 14 dicembre 1934.

    [12] Vecchi e nuovi astri nel sistema planetario fascista, in «Giustizia e Libertà», 1° febbraio 1935.

    [13] [C. ROSSELLI], La realtà dello Stato corporativo, cit., p. 7.

    [14] Cfr. [M. CIRENEI], Risposte all’inchiesta di «Giustizia e Libertà», I, cit., p. 84.
    E tuttavia insufficiente appare nel complesso l’attenzione rivolta dai giellisti al fenomeno dell’adesione di un numero considerevole di lavoratori alle associazioni dopolavoristiche che viene invece fatto oggetto di particolare considerazione dai socialisti e soprattutto dai comunisti, come dimostra, tra i diversi esempi che si potrebbero portare, l’articolo di F. FURINI [G. DOZZA], Per la conquista delle masse dopolavoristiche, in «Lo Stato Operaio», agosto 1933, pp. 498-505.

    [15] Cfr. Radio-rurale, in «Giustizia e Libertà», 25 gennaio 1935.

    [16] Questo aspetto sottolinea E. BIANCHI [C. LEVI], Sport, cit., p. 46.

    [17] La cinematografia italiana, in «Giustizia e Libertà», 31 gennaio 1936.

    [18] Ibidem. Del tutto negativo invece, fatta eccezione per i film di Camerini, il giudizio sulla contemporanea produzione cinematografica italiana, completamente surclassata nei favori del pubblico da quella americana, di BITTIS [R. GIUIA], Cinematografia italiana, in «Giustizia e Libertà», 7 dicembre 1934.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    8. Intellettuali e artisti sotto il segno del Littorio

    In certo qual modo ricollegabile al problema dell’irreggimentazione totalitaria del consenso è l’interesse tutto particolare dei giellisti verso tematiche alle quali essi, militanti antifascisti di prevalente estrazione intellettuale e di età in massima parte compresa sotto i quaranta anni, sono per così dire spontaneamente portati a rivolgere l’attenzione: il rapporto del regime col mondo della cultura e con i giovani.
    Nei confronti degli intellettuali, accademici e non, organicamente inseriti nella «cultura fascista» o che al regime hanno fatto aperto atto di adesione, quando non addirittura di sottomissione, ricavandone privilegi e vantaggi di varia natura, i giellisti esprimono la più ferma riprovazione morale.
    Più che su ogni altro gli strali della riprovazione e del disprezzo si appuntano su Giovanni Gentile, accusato da Guido De Ruggiero, che collabora ai «Quaderni» clandestinamente dall’Italia, di essere stato l’ispiratore del provvedimento col quale il regime ha imposto ai professori universitari «quel giuramento che resterà come un marchio di infamia non tanto per politicanti ignari delle cose dello spirito e della cultura che l’hanno sanzionato, quanto per il rinnegato della cultura che l’ha suggerito e istigato»[1]. Né altra reazione che di sdegno può suscitare negli spiriti liberi il comportamento di quanti come Gentile e i suoi gregari hanno, per come sarcasticamente annota Chiaromonte, «con tanto spreco di dialettica elaborato le ragioni del piegare la schiena»[2]. Per essi non può e non potrà mai valere, a fronte del tribunale della storia, attenuante alcuna. Lo afferma categoricamente Augusto Monti in una pagina dei «Quaderni» pervasa di grande pathos morale.

    Deve essere ben inteso – scrive dall’Italia il professore torinese – che per costoro [Gentile e i teorici nazionalisti] non ci ha da essere remissione. Si potrà perdonare a Farinacci, che non si potrà perdonare a Gentile. Si potrà indulgere a Balbo, che non si dovrà aver pietà per Rocco. Il fascismo cannibalesco delle squadre potrà sempre aver per sé la scusa dell’ignoranza e del fanatismo di quegli sciagurati: i gentiluomini scrittore dell’Idea Nazionale, i professori dell’idealismo assoluto non ha nessuna di queste scuse da addurre […]. Gl’intellettuali del nazionalismo han tradito l’intelligenza, gli idealisti del gentilianesimo han tradito l’Idea […][3].

    Né meno esecrabili appaiono agli occhi dei giellisti gli episodi di trasformismo politico-ideologico di cui si sono resi protagonisti personaggi quali l’ex massimalista professore di filosofia Adelchi Baratono[4], l’antico collaboratore de «La Rivoluzione Liberale» Giovanni Ansaldo[5] e il già sindacalista rivoluzionario Paolo Orano[6]; come pure aspro è il giudizio verso il «convertito» Giovanni Papini[7] e l’eterno adolescente Curzio Malaparte, tipico esempio, col suo amoralismo estetizzante, della scarsa serietà e della vuotezza morale di tanta parte della cultura italiana del tempo[8].
    Solo in qualche caso l’indignazione e l’invettiva morale, l’una e l’altra comprensibilissime in chi a prezzo di gravi rischi e non indifferenti sacrifici personali testimoniava nell’esilio o nella clandestinità la propria dedizione agli ideali di libertà e democrazia, lasciavano spazio a una più approfondita considerazione dei meccanismi attraverso i quali il fascismo, divenuto regime, tendeva ad ampliare la propria area d’influenza e di consenso tra gli intellettuali. È quanto avviene nell’articolo La cultura italiana sotto il fascismo che Lionello Venturi, lo storico dell’arte andato esule in Francia col figlio Franco dopo aver rifiutato di prestare il giuramento richiesto ai docenti universitari, scrive per il penultimo numero dei «Quaderni»[9].
    La rassegna, frutto di una profonda conoscenza degli ambienti culturali e accademici e come tale destinata a suscitare interesse e apprezzamento anche in altri settori dell’antifascismo[10], non si segnala soltanto per le molto acute annotazioni sulla parabola intellettuale e umana di Gentile, pensatore di non comune vigore teoretico, passato dall’elaborazione di concezioni filosofiche e pedagogiche certo discutibili ma di indubbio rilievo alla glorificazione del fascismo, esaltato financo nella sua dimensione squadristica e criminale; oppure sul tormentato cammino di Gioacchino Volpe, storico di solido impianto scientifico scivolato verso il fascismo attraverso il progressivo abbandono delle originarie convinzioni liberali. Quel che maggiormente occorre rilevare è come Lionello Venturi, nel trattare del rapporto tra regime e intellettuali, tratteggi con grande chiarezza la strategia adoprata da Mussolini nel suo approccio con l’alta cultura: non la ricerca di un’improbabile omologazione ideologica ma molto più semplicemente e rapidamente il coinvolgimento attivo di personalità culturalmente eminenti attraverso una particolare applicazione di quella che Philiph Cannistraro definirà la «soluzione burocratica»[11] e che, nel caso specifico dell’alta cultura, consistette nella creazione di un apposito organismo pienamente funzionale agli obiettivi che attraverso di esso s’intendeva raggiungere. Tale fu per l’appunto l’Accademia d’Italia, tanto generosa di prebende e onori verso i suoi sessanta componenti da indurre ad accettare di farne parte, accanto a Gentile, Pirandello[12], Marconi, ecc., financo il nemico fierissimo e dichiarato d’ogni accademia: Filippo Tomasso Marinetti.
    La rassegna di Lionello Venturi si conclude con un riferimento a Corrado Alvaro giudicato, nonostante le non frequenti concessioni alla retorica fascista, una forte tempra di poeta e narratore. Questo riferimento è indicativo dell’attenzione vivissima riservata dai giellisti a tutti gli elementi di novità e di interesse che si producono nel panorama culturale, letterario e artistico dell’Italia fascista, di un regime sì dittatoriale e ormai dotato di un collaudato apparato poliziesco-repressivo e tuttavia palesemente incapace, vuoi per le forti resistenze di stampo corporativo incontrate, vuoi per l’inadeguatezza del suo gruppo dirigente, di pervenire a un controllo totalitario della vita culturale della nazione più profondo e reale di quello esteriormente prodotto dalla fascistizzazione più o meno integrale di scuole, università, istituti, riviste, accademie ecc.
    Militanti politici di prevalente estrazione intellettuale e di formazione aperta alle più intelligenti sollecitazioni culturali, i giellisti percepiscono con immediatezza tutto quanto in Italia va emergendo nel settore delle lettere e delle arti che non sia conformismo e appiattimento ma fermento autentico, forza di creazione artistica irriconducibile nei limiti angusti di un’arte e di una letteratura di regime rispetto alle quali si pongono invece in termini di reazione e di antitesi. Senza con ciò cadere nell’errore di considerare come espressioni di deliberata opposizione politica fenomeni culturali aventi una loro specificità irriconducibile ai canoni della politica e alle esigenze immediate della lotta antifascista.
    La lettura dei «Quaderni» e poi di «Giustizia e Libertà» settimanale denota infatti un’attenzione costante a tutti gli aspetti della cultura italiana sotto il fascismo, financo a quelli più distanti dalla dimensione della lotta politica propriamente detta quali, ad esempio, gli studi sulla classicità rinnovati per merito di autori come Concetto Marchesi e Augusto Rostagni, dei quali si coglie l’originalità dell’approccio metodologico[13].
    Nell’ambito degli studi filosofici apprezzamento tutto particolare viene rivolto a Giuseppe Rensi, filosofo anticonformista punito dal regime con la perdita della cattedra[14] e ad Antonio Banfi, di cui si sottolinea l’acume e la profondità dei lavori di storiografia filosofica[15]. Tra gli studiosi di storia delle religioni si esaltano Pietro Martinetti[16], che ha rifiutato il giuramento al regime ed Ernesto Buonaiuti, che pur «schiacciato tra la condanna papale e la oppressione statale», continua a dare contributi illuminanti come dimostrano i suoi più recenti saggi sui rapporti tra luteranesimo e nazismo e sull’opposizione a quest’ultimo di teologi della notorietà di un Karl Barth[17]. Tra gli studiosi del pensiero politico troviamo segnalati i contributi di Luigi Del Pane su Arturo Labriola[18] e di Filippo Burzio sulla teoria delle élites politiche[19].
    Né minore attenzione è dedicata ai fermenti che si producono nel panorama letterario. Così è, ad esempio, in poesia per l’ermetismo, la cui essenzialità, scarnificazione e riduzione all’osso della realtà Calosso interpreta come duplice reazione alla vuotezza del dannunzianesimo da un lato e al neoclassicismo astratto e funerario del fascismo dall’altro[20]. È invece Garosci, nel passare in rassegna i giovani romanzieri italiani, a riservare una qualche considerazione, pur senza risparmiare critiche, ad autori quali Elio Vittorini e Vitaliano Brancati[21], mentre Caffi ritiene di poter affermare che «giovani autori come Alvaro e Moravia valgono ciascuno almeno cento Serao e Deledde messe l’una su l’altra»[22].
    In particolare Moravia è tra i giovani scrittori quello che in misura nettamente superiore ad ogni altro suscita l’interesse dei giellisti, e non di essi soltanto se solo si pensa all’articolo specificamente dedicatogli da «Lo Stato Operaio»[23].
    Il settimanale «Giustizia e Libertà» non esita a definire Moravia «il solo scrittore autentico che abbia dato la nuova generazione italiana» e Gli indifferenti il romanzo che ha rappresentato in Italia «il più importante avvenimento letterario […] dopo D’Annunzio e Pirandello». A Moravia e al romanzo con cui ha esordito poco più che ventenne è riconosciuto il merito di aver fornito un quadro spietato della condizione morale di tanta parte della borghesia italiana, costituendo perciò stesso la sua opera, «col suo accanito senso della realtà nuda», «un pugno nello stomaco (se non uno schiaffo) per la legione dei letterati italiani adagiati bellamente nell’arcadia dei frammenti lirici e delle divagazioni immaginative»[24].
    Ciò che, a giudizio dei giellisti, conferisce valenza e significato politico particolarissimo all’opera dello scrittore romano, è che Moravia è un giovane cresciuto sotto il fascismo, che non ha niente in comune con gli uomini e le idee del prefascismo e che però «ha il pericoloso privilegio di ‘aver conservato gli occhi’, per il quale il problema di falsificarsi per tornar gradito ad alcuni personaggi è semplicemente assurdo, e neppur si pone, perché il solo problema, per lui, è dire il mondo come lo vede»[25]. E Moravia con stile asciutto, essenziale, ha portato alla luce tutto il dramma di una generazione che, chiusa nell’individualismo più gretto e nell’angoscia di uno squallore morale senza limite, rimane estranea, «indifferente», al facile ottimismo dei propagandisti fascisti, alle divise, alle parate, ai tentativi di coinvolgimento politico ed emotivo attuati da un regime incapace di suscitare entusiasmi sinceri e slanci autentici di passione morale e civile[26].

    (...)


    [1] ERMOLI [G. DE RUGGIERO], La carriera di un filosofo, QGL, n. 2, marzo 1932, p. 34.

    [2] SINCERO [N. CHIAROMONTE], Ufficio stampa, cit., p. 82.

    [3] VETRUVIO [A. MONTI], Orientamenti. Consenti a «Tirreno», n. 5, dicembre 1932, p. 19.

    [4] Cfr. Adelchi Baratono, in QGL, n. 3, giugno 1932, p. 96.

    [5] Cfr. Senza pudore, in QGL, n. 5, dicembre 1932, p. 96.

    [6] Cfr. Paolo Orano illustrato da Mussolini, in QGL, n. 10, febbraio 1934, p. 119.

    [7] Cfr. FABR. [U. CALOSSO], Papini, e la palma del martirio, cit.

    [8] Cfr. GAI [C. LEVI], Malaparte e Bonaparte, ossia l’Italia letteraria, in QGL, n. 2, marzo 1932, pp. 36-41.
    A fronte di tanta superficialità culturale, con i suoi corollari di opportunismo volgare e squallore spirituale, alte si stagliano le figure di Giustino Fortunato, conservatore autentico e perciò distante dalle posizioni di GL ma esempio mirabile di serietà di studi, coerenza intellettuale e austerità di condotta (cfr. Pagine inedite di Giustino Fortunato, cit.) e soprattutto di Benedetto Croce, del quale possono non condividersi talune accentuazioni moderate del liberalismo ma cui va incontestabilmente riconosciuto di svolgere «un’opera altissima di cultura e di resistenza morale» (CURZIO [C. ROSSELLI], Colloqui col lettore, in «Giustizia e Libertà», 11 gennaio 1935). Un anno dopo, in occasione del settantesimo compleanno di Croce, Rosselli esalterà il filosofo napoletano «uno dei più grandi spiriti del nostro tempo, alla cui scuola si è formato, fosse pure per contraddizione, tutto quello che di buono conta l’Italia in fatto di filosofia, storia, letteratura e anche – perché no? – di pensiero politico» (ROSSO [C. ROSSELLI], I settanta anni di Croce, in «Giustizia e Libertà», 31 gennaio 1936).

    [9] N. TRAVI [L. VENTURI], La cultura italiana sotto il fascismo, in QGL, n. 11, giugno 1934, pp. 47-65.

    [10] Cfr. «Politica Socialista», n. 2 (seconda serie), dicembre 1934, p. 189, che definisce «ammirevole» lo scritto di Lionello Venturi.

    [11] F. V. CANNISTRARO, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Bari, 1975, pp. 8 sgg.

    [12] Di Pirandello i giellisti non hanno difficoltà a riconoscere la dimensione artistica di drammaturgo di fama europea (vedasi ad esempio l’articolo in morte dello scrittore di A. VITTORI, Fine di Pirandello, in «Giustizia e Libertà», 18 dicembre 1936). Sottolineano però il carattere intimamente contraddittorio dell’adesione al fascismo da parte di un autore la cui indole scettica, pessimistica e anarchicheggiante era quanto di meno organico all’ideologia fascista si potesse immaginare (cfr. Pirandello e Mussolini, in «Giustizia e Libertà», 25 gennaio 1935).

    [13] Cfr. U. COLOSSO, Il diritto del «Times», in «Giustizia e Libertà», 31 agosto 1934.

    [14] Cfr. G. Rensi e P. Martinetti, in «Giustizia e Libertà», 19 ottobre 1934.

    [15] O. [A. CAFFI], Attraverso le riviste fasciste, in QGL, n. 5, dicembre 1932, p. 67.

    [16] Cfr. G. Rensi e P. Martinetti, cit. L’impegno scientifico e la coerenza intellettuali di Martinetti esalta anche G. SARAGAT, La libertà, in «La Libertà», 19 gennaio 1933.

    [17] LECTOR [C. ROSSELLI], La crisi religiosa in Germania, in «Giustizia e Libertà», 7 giugno 1935.

    [18] LECTOR [C. ROSSELLI], Segnalazioni, in «Giustizia e Libertà», 8 marzo 1935.

    [19] ROSSO [C. ROSSELLI], Filippo Burzio e il demiurgo, in «Giustizia e Libertà», 29 maggio 1936.

    [20] U. C. [U. CALOSSO], La statua di Beccaria, in «Giustizia e Libertà», 29 giugno 1934.

    [21] MAGRINI [A. GAROSCI], Istinti di giovani letterati in Italia, in «Giustizia e Libertà», 11 gennaio 1935.

    [22] O. [A. CAFFI], Attraverso le riviste fasciste, cit., p. 67.

    [23] A. DONINI, Il nuovo romanzo di Alberto Moravia, in «Lo Stato Operaio», marzo 1936, pp. 246-48.

    [24] La proibizione del nuovo romanzo di Alberto Moravia, in «Giustizia e Libertà», 4 gennaio 1935.

    [25] Ibidem.

    [26] Non manca tuttavia chi considera, probabilmente non a torto, una forzatura la lettura giellista di Moravia. «Quanto al Moravia – scrive Borgese a Rosselli nel febbraio del 1935 – non dubito del suo ingegno. Dubito, almeno a quanto conosco finora di lui, che alle creazioni della sua immaginazione si possano dare i significati nazionali e sociali che G. L. [settimanale], esponeva». La lettera in AGL, sez. I, fasc. 1, sottof. 19, n. 4.
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    Predefinito Re: L’analisi del fascismo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» 1932-1935

    9. I giovani tra indifferenza e disillusione

    Sotto questo aspetto, Moravia è colui che ha raffigurato, nella forma artistica del romanzo, quanto i giellisti vanno sostenendo nei «Quaderni» e cioè che «la massa dei giovani, studenti o operai, appare ancora indifferente» a un fascismo accettato come mero dato di fatto «ufficiale» senza alcun coinvolgimento politico e ideale. Ne consegue, scrive Rosselli, «che il tentativo fascista di ipotecare la gioventù è fallito. Il fascismo non dispone, eccezion fatta per una piccola minoranza, della adesione attiva dei giovani. Ne controlla le manifestazioni esteriori, le organizzazioni studentesche e sportive, non l’anima; non è più capace di destare vere energie, autentici entusiasmi»[1]. Un’analisi con la quale sostanzialmente concorda Chiaromonte, quando individua una delle ragioni principali dell’incapacità fascista di formare nuove élites dirigenti nel cinismo disincantato della maggior parte dei giovani[2], e che è condivisa anche da Massimo Salvadori, il quale scrivendo, come del resto Chiaromonte, dall’Italia, valuta dato meramente formale e superficiale l’adesione alle organizzazioni fasciste dei giovani e soprattutto dei giovanissimi i quali, non avendo avuto il tempo né di partecipare attivamente né di vivere anche indirettamente l’atmosfera delle vecchie lotte politiche anteriori al definitivo consolidamento del regime, costituiscono «una massa grigia, di ‘figli della guerra’ senza ideali, senza energia, senza capacità»[3].
    Certamente con ciò non vuol dirsi dai giellisti che siano assenti del tutto tra la gioventù italiana fermenti di passione intellettuale e civile. A parte ovviamente le minoranze intellettuali consapevoli e audaci attivamente impegnate nel versante della cospirazione antifascista, tra le quali GL recluta la maggior parte dei suoi aderenti, vi sono anche giovani fascisti, ne accenna Chiaromonte, che spontaneamente incominciano a porsi, sia pure in forma ingenua, i problemi della libera convivenza civile[4] e che, per come annota Salvadori, insofferenti della disciplina di caserma che il regime vorrebbe imporre, compiono i primi timidi tentativi «per affermarsi e per divulgare idee contrarie all’attuale stato di cose e riferentesi agli ideali di libertà e di democrazia»[5].
    Nessuna meraviglia che campo privilegiato d’applicazione di queste seppur embrionali forme d’opposizione culturale e politica siano i dibattiti sul corporativismo di sinistra, alimentati dall’illusione di poter trasformare il fascismo dall’interno e dalla mitica, ricorrente aspettativa della «terza ondata» anticapitalistica e socializzatrice. Verso i giovani artefici di questi dibattiti, che in alcuni casi sono coloro stessi che più attivamente prendono parte ai Littoriali della cultura, GL (come avremo modo di verificare, nel prosieguo del nostro lavoro in un paragrafo specificamente dedicato al modo di rapportarsi di Rosselli e dei suoi nei confronti della gioventù) mostra la massima attenzione e considerazione, senza atteggiamenti di superiorità sprezzante né di facile ironia, ma con l’intento di comprendere e in certo qual modo anche di secondare tutto quanto in Italia è movimento, fermento di idee capace di smuovere le acque stagnanti dell’indifferenza e del conformismo.
    Emblematica in tal senso l’attenzione rivolta da Rosselli al gruppo che dà vita alla rivista «Il Cantiere», percepita nel suo significato di espressione di giovani che, rifuggendo dalla retorica fascista, vogliono studiare e capire la realtà che li circonda[6]. Rosselli dialoga con i redattori di «Il Cantiere», per come e per quanto sia possibile dialogare da un giornale stampato in esilio, polemizza anche, quando occorre, con essi evidenziandone limiti e contraddizioni[7], ma sempre in maniera pacata e in ogni caso senza mancare di esprimere a chiare lettere il suo apprezzamento verso «il gruppo forse migliore di giovani fascisti» che si sono impadroniti della questione corporativa per incalzare Mussolini su l’unico campo in cui è possibile il dibattito[8]. E quando «Il Cantiere» cesserà le pubblicazioni per volontà del regime, GL gli renderà l’onore delle armi. «Coi cantieristi forse ci ritroveremo», scrive profeticamente Rosselli[9], intuendo lucidamente e poi esplicitando la previsione[10] che dalla disillusione e dal disinganno di migliaia di giovani, in prevalenza intellettuali e studenti, che nella prima metà degli anni trenta avevano confidato nel corporativismo di sinistra come mezzo di trasformazione sociale e rigenerazione politica, una nuova leva di antifascisti sarebbe presto sorta[11].

    (...)


    [1] G. L. [C. ROSSELLI], La situazione italiana e i compiti del nostro movimento, cit., pp. 2-3.

    [2] VERUS [N. CHIAROMONTE], Sullo stato dell’opinione pubblica in Italia, in «Giustizia e Libertà», 8 giugno 1934.

    [3] MAX [M. SALVADORI], Impressioni italiane, in QGL, n. 9, novembre 1933, p. 72.

    [4] S. [N. CHIAROMONTE], Tentativo di un parlar chiaro, in QGL, n. 7, giugno 1933, p. 19.

    [5] MAX [M. SALVADORI], Impressioni italiane, cit., p. 73.

    [6] LECTOR [C. ROSSELLI], Problema del «Cantiere», in «Giustizia e Libertà», 15 febbraio 1935.

    [7] LECTOR [C. ROSSELLI], Polemica col «Cantiere», in «Giustizia e Libertà», 16 novembre 1934.

    [8] [C. ROSSELLI], Salto nel 1935, in «Giustizia e Libertà», 28 dicembre 1934.

    [9] LECTOR [C. ROSSELLI], Morte di «Cantiere», in «Giustizia e Libertà», 15 agosto 1935.

    [10] [C. ROSSELLI], Mussolini e i giovani, in «Giustizia e Libertà», 30 agosto 1935.

    [11] Diverso il modo di atteggiarsi delle altre forze di sinistra di fronte all’esperienza di «Il Cantiere»: i comunisti, che pure ne compiono un’attenta disamina (cfr. R. G. [R. GRIEGO], L’inganno corporativo e le posizioni del fascismo di «sinistra», in «Lo Stato Operaio», gennaio 1935, pp. 7-15), considerano in ultima analisi «le polemiche cartacee», alimentate dai «fascisti di sinistra», «uno sfogatoio al malessere della piccola borghesia rovinata» (p. 14); i socialisti ai toni di sufficienza di Saragat verso la «rivistucola» (cfr. G. SARAGAT, I littoriali della cultura, in «Nuovo Avanti», 30 giugno 1934) fanno seguire le caustiche notazioni di Tasca sulla contraddittorietà e l’inconsistenza delle posizioni propugnate dai «cantieristi» (cfr. [A. TASCA], Riviste «giovanili» fasciste, in «Politica Socialista», n. 3 (seconda serie), marzo 1935, pp. 284-88).
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